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19 febbraio 2015 4 19 /02 /febbraio /2015 00:19
La città di Rama

~~Tutti conoscono la storia di Romolo e Remo. Sottratti alla madre Rea Silvia, che muore assassinata dopo aver subito le attenzioni di Marte, vengono deposti nel fiume Tevere e adottati da una lupa, che li svezza, fino a quando vengono adottati da un pastore. Una volta vendicatisi di Amulio, assassino della madre, Romolo e Remo si recano sulle sponde del Tevere per fondare una città. Un volo di avvoltoi decretò che a capo della nuova città fosse collocato Romolo, che tracciò i confini della futura Roma. Remo si beffò del fratello e attraversò il confine, provocando la reazione irata di Romolo che lo uccise. Sin qui la leggenda nota, cui si affiancano versioni leggermente differenti (per esempio, quella che vuole Remo ucciso per errore dal servo di Romolo, Celere, che era stato posto a guardia dei confini violati). Ma antiche tradizioni mai sopite, che hanno francato i secoli attraverso i canali naturali della narrazione, ci tramandano una versione decisamente alternativa e inaspettatamente complementare a quella comunemente accettata. Generazioni di iniziati ci hanno trasmesso una verità scomoda ma del tutto plausibile, alla luce dei riscontri effettuati sui testi degli autori antichi e in base alle scoperte che si vanno facendo in numero sempre maggiore. Secondo questa versione dei fatti, Remo non morì a seguito dei colpi infertigli dal fratello Romolo. Egli sopravvisse (la tradizione ci dice che fu grazie alle cure delle ninfe del Tevere, le cui acque già lo avevano accudito, insieme al fratello, quand'era appena neonato) e, una volta ristabilitosi, fuggì, colmo di rancore verso una terra sufficientemente lontana da offrirgli sicura ospitalità. Remo attraversò la penisola verso settentrione, giungendo infine nella terra popolata da genti Liguri, alle pendici delle Alpi. In quella che oggi è la Val di Susa, antiche leggende ci raccontano che l'esule Remo fondò RAMA, una città grandiosa che nacque con lo scopo di rivaleggiare con la Roma del fratello.

Economicamente favorita dalle miniere di rame presenti nell'area, e conosciute solo da Remo e i suoi più stretti collaboratori, la città si arricchì rapidamente e venne cinta da poderosissime mura megalitiche, che raggiunsero, nel periodo di massimo splendore, lo sviluppo totale di circa settecento chilometri. Non c'è di che essere stupiti: in alcuni tratti, e maggiormente intorno all'abitato principale, le mura di Rama erano realizzate seguendo un tracciato "a chiocciola" e si avviluppavano su se stesse in molteplici giri, il che rendeva impossibile per un nemico violarle, così come rendeva arduo ai Ramaioli (gli abitanti della città) uscirne. L'apparente incongruenza di una cinta muraria così ben difesa da risultare quasi invalicabile dai suoi stessi cittadini, si appiana considerando come la sua forma a chiocciola, animale da sempre ritenuto sacro, rappresentasse per i Ramaioli un riferimento non solo alla concretezza terrena ma, soprattutto, un legame mistico con il Tutto che eternamente s'avviluppa. La profonda e naturale religiosità di questo popolo s'estrinsecava, dunque, nella metafora dell'impossibilità del Passaggio che era, e tutt'ora è, specchio della condizione umana nonché riflesso dell'incommensurabilità divina. Lo sposalizio universale della città di Rama con il Tutto era sintetizzato nel termine "pan-Rama" (pan = tutto). Evidentemente, la tradizione esoterica di questo culto è giunta fino a noi se è vero, come trapela da certi ambienti dell'occultismo torinese, che i discendenti degli antichi abitanti di Rama hanno eretto enormi costruzioni, non solo in Piemonte, dedicate al Culto del Tutto ma ben mimetizzate da insospettabili attività commerciali: stiamo parlando di noti supermercati che, anche nel nome, rievocano l'ancestrale "pan-Rama". Una caratteristica culturale dei Ramaioli, che colpì i commentatori del mondo antico, era la diffusa pratica del pangramma estremo. Il pangramma è un componimento che sfrutta tutte le lettere dell'alfabeto in un colpo solo; la città di Rama portava scolpito, su ciascuna delle tre porte d'ingresso alla Chiocciola Centrale, il celebre pangramma che comincia con: "ABCDEFGHIJKLMN [...]"(trascritto nel XI secolo dall'abate Bonobio, che ne possedeva una copia parziale) e il cui seguito è andato purtoppo disperso, probabilmente per sempre.

Circa il nome degli abitanti, Ramaioli, recentemente la storica Annapaola Fregana ha riportato l'attenzione su alcuni oggetti rinvenuti nell'area valsusina, ossia "ramaioli" così come oggi ancora li intendiamo, ma evidentemente assurti a simbolo stesso della popolazione e realizzati non a scopo culinario ma devozionale: essi riportano lungo il manico scritture ancora indecifrabili e sulle quali ci si interroga, sebbene i caratteri siano evidentemente derivati dall'etrusco-italico, come la seguente: scritta inesplicabile. Si consideri inoltre che ancora recentemente, in centro Italia, tali oggetti erano anche chiamati "romaioli", in questo caso probabilmente con riferimento alla popolazione della vicina Roma. Ci sembra interessante, infine, citare il verbo toscano "rumare", ossia "girare, mescolare", notoriamente derivato da "romaiolo" (col quale si "ruma"), che può plausibilmente avere a che fare con la forma avviluppata della chiocciola di cui si è detto; questo verbo ci ricorda le cocenti sconfitte subite dai Romaioli sotto le spiraliformi mura dei Ramaioli. Tornando agli eventi storici, Rama si configurò quindi come la più formidabile e temibile avversaria di Roma. Leggende conservatesi sino all'inizio del XIX secolo e diligentemente raccolte da studiosi ottocenteschi come Otello Spizio e Luigi Caramassa-Tealdi, narrano di ardite incursioni dei Ramaioli nei territori etruschi e latini, cui seguirono epiche battaglie che si risolsero spesso con amare sconfitte per Romolo e i suoi discendenti.

Ciò spiega perché dalla storiografia classica di stampo romano sia del tutto sparito ogni accenno alla città di Rama e ai suoi abitanti, se si esclude qualche passo (evidentemente sfuggito alla damnatio memoriae) citato nel Si te prendero, Romulus, tacebis di M.C. Putanio, testo che però ci è giunto frammentario e la cui traduzione è controversa. Gli antichi racconti tacciono sulle sorti della metropoli protostorica di Rama, su ciò che accadde al suo acquedotto di oltre 50 Km e che seguiva perfettamente il corso della Dora, sul destino delle gallerie sotterranee che consentivano lo spostamento di uomini e mezzi d'assalto. Tra le fronde dei versanti valligiani compaiono solo frammentarie ed enigmatiche mura megalitiche; purtroppo, la potentissima lobby dei geologi continua pervicacemente a ritenerle banalissime formazioni naturali, in barba all'evidenza e non tenendo conto degli studi di storici locali del calibro di Pinòt Belepanà, per citarne solo uno fra i tanti meritevolissimi. Le leggende valsusine, d'altro canto, propongono una convincente spiegazione per l'origine toponomastica della città di Susa, che sarebbe sorta in età precozia proprio sulle rovine di Rama. I valsusini citano spesso la straordinaria coincidenza ravvisabile nel nome di una piccola prugna, assai diffusa in valle, il ramasìn, da cui sarebbe derivato il nome stesso di "susina" (dunque i dizionari etimologici mentirebbero) e da cui --> Susa. Dunque, il nome imposto alla città dai Romani, Segusium, altro non sarebbe che un tentativo di cancellare ogni traccia residua, seppur indiretta, della precedente rivale, tentativo che l'evoluzione toponomastica dei secoli successivi ha beffardamente reso vano. Non si può non essere colpiti dalla bontà di questa semplice e smaliziata osservazione, che testimonia ancora una volta come occorra dare più credito alla vox populi, nella quale si nasconde sovente un soffio divino di verità.

http://www.archeogat.it/kagate/racconti/rama_megalitica.htm

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Published by il conte rovescio
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