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11 marzo 2020 3 11 /03 /marzo /2020 23:22

Il virus fa parte della famiglia dei Coronavirus, responsabili nel 2002 dell’epidemia di SARS e nel 2012 della MERS, che si è sviluppata in un’altra area geografica. Esistono vari tipi di Coronavirus, quello che è stato recentemente riconosciuto è una variante, ed è responsabile dell’attuale epidemia. Le forme gravi si complicano con una polmonite, quindi un attacco diretto ai polmoni da parte del virus. Le forme di polmonite virali sono le più pericolose e sono caratteristiche di soggetti con fattori di rischio predisponenti, come per esempio uno stato di immunodepressione. Solitamente, la stragrande maggioranza delle polmoniti che noi osserviamo è invece di origine batterica ed è curabile con gli antibiotici.

La trasmissione del virus si verifica attraverso le goccioline di saliva o secrezioni e il contagio interumano avviene solo con un contatto diretto, ad esempio un colpo di tosse ravvicinato. Il Coronavirus presenta gli stessi sintomi di una comune influenza, pertanto non è semplice riconoscerlo, soprattutto in questo periodo dell’anno che coincide con il picco influenzale. Diciamo che il sintomo più preoccupante è una forma di affaticamento respiratorio. Il fatto che il virus sia trasmissibile anche da soggetti asintomatici in fase di incubazione (che può arrivare a essere di 14 giorni) rende tutto molto più complicato, rispetto alla SARS e ad altre epidemie passate.

Ricercatori dell’Università Peking di Pechino e dell’Istituto Pasteur di Shanghai hanno identificato due ceppi diversi del nuovo coronavirus emerso in Cina (SARS-CoV-2). Uno, il tipo L, è più aggressivo e contagioso e ha colpito il 70 percento dei pazienti cinesi; l’altro, il tipo S, è meno virulento, ma sta cominciando a diffondersi più dell’altro.

Scoperti due distinti ceppi del nuovo coronavirus emerso in Cina (SARS-CoV-2), uno più aggressivo e contagioso chiamato "tipo L" e uno sensibilmente meno virulento, il "tipo S". Il primo a originare sarebbe stato quello che determina i sintomi più leggeri, tuttavia il responsabile del maggior numero di contagi in Cina sarebbe stato proprio il secondo. Secondo gli studiosi la circolazione di questi due ceppi così diversi fra loro potrebbe spiegare il motivo per cui alcune persone vengono colpite da una forma violenta della COVID-19 (l'infezione scatenata dal patogeno), mentre altre non manifestano particolari problemi di salute nonostante la positività.

A identificare le due “facce” del coronavirus è stato un team di ricerca della Scuola di Scienze della Vita presso l'Università Peking di Pechino, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Peking Union Medical College e del CAS Key Laboratory of Molecular Virology & Immunology dell'Istituto Pasteur di Shanghai, che fa capo all'autorevole Accademia Cinese delle Scienze. Gli scienziati, coordinati dal professor Jian Lu, docente presso il Centro di Bioinformatica dello State Key Laboratory of Protein and Plant Gene Research dell'ateneo pechinese, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver sequenziato 103 genomi virali ottenuti dai campioni biologici dei pazienti ricoverati negli ospedali.

Dalle analisi di Lu e colleghi, come indicato, sono state individuate le due varianti L ed S del coronavirus. La prima a emergere e ad infettare l'uomo, la S, secondo uno studio dell’Università Campus Bio-medico di Roma guidato dal professor Massimo Ciccozzi avrebbe compiuto il salto di specie da un animale tra il 20 e il 25 novembre. Questo processo avrebbe avuto luogo nella città di Wuhan, verosimilmente nel famigerato “mercato del pesce” dove venivano venduti anche animali vivi. Benché la S sia stata la prima a esordire, la L ha cominciato subito a farsi largo tra la popolazione, tanto da aver “soppiantato” in breve tempo la variante meno aggressiva. Gli scienziati cinesi ritengono che la variante L abbia contagiato il 70 percento della popolazione colpita dal coronavirus.

Il “dominio” della variante L, tuttavia, non è durato a lungo, poiché facendo ammalare rapidamente e in modo serio le persone, è stata semplice da "isolare" e circoscrivere con i ricoveri in ospedale, permettendo alla variante S di recuperare terreno. Dall'inizio di gennaio, spiegano gli scienziati, la diffusione della variante aggressiva ha iniziato a scemare, e adesso sta circolando con maggiore frequenza la S. Si ritiene che la variante meno virulenta sarà quella “vincente”, proprio perché può circolare più facilmente. Non determinando sintomi preoccupanti, infatti, le possono così continuare a “scambiarsela” permettendo al virus di replicarsi contagio dopo contagio e a prosperare. Gli scienziati tengono a precisare che i risultati del loro studio sono preliminari e dovranno essere confermati e certificati da indagini più approfondite. 

Dal punto di vista normativo, le 5 varianti – il coronavirus, il coronavairus, il còrona-virus, la coronavirus e il virus (a) corona – tranne quest’ultimo (non so quanto vitale), presentano una diversa diffusione, in sedi anche istituzionali e presso parlanti non-incolti. E sono quindi normativamente tutte “corrette”. Certamente più vitale è, come accennato,  <coronavirus>. Il parlante può quindi scegliere quella che preferisce, più o meno diffusa.

 

Da ultimo,  nella stampa inglese (“Metro”) è apparso anche crownavirus: un gioco di parole con  “crown”  verbo  ‘incoronare’ + “a virus” ‘un virus’, in cui la regina Elisabetta si mette i guanti per consegnare le onorificenze, per “incoronare”. Ma stando alla sensibilità dei nativo-anglofoni, si tratta di un gioco “molto forzato”.

Quali sono le condizioni di rischio di sviluppare la malattia COVID-19?

Oggi sono considerate persone a rischio di sviluppare la malattia COVID-19 quelle che, negli ultimi quattordici giorni, si sono recate in zone in cui questa infezione si sta trasmettendo da persona a persona o che siano state a contatto con persone con infezione probabile o confermata in laboratorio da nuovo coronavirus SARS-CoV-2, o infine abbiano frequentato o lavorato in una struttura sanitaria dove siano ricoverati pazienti con infezione da SARS-CoV-2

 

 

Quanto dura il periodo di incubazione del nuovo coronavirus SARS-CoV-2?

Le informazioni sulle caratteristiche cliniche delle infezioni da SARS-CoV-2 stanno aumentando. Si stima che il periodo di incubazione vari in media tra 2 e 14 giorni, ma incubazioni più lunghe sono state riportate (fino a 27 giorni) in alcuni studi preliminari.

Gli operatori sanitari sono esposti al rischio di infezione da nuovo coronavirus SARS-CoV-2?

Sì, gli operatori sanitari possono essere particolarmente a rischio perché sono più spesso a contatto con i pazienti rispetto al pubblico in generale e nelle prime fasi dell’epidemia durante l’assistenza sanitaria possono venire a contatto con pazienti portatori del virus senza conoscere il loro stato e senza quindi prendere le adeguate misure di protezione individuale non farmacologiche. L’OMS raccomanda agli operatori sanitari di applicare sistematicamente le misure adeguate al controllo delle infezioni.

 

Il nuovo coronavirus SARS-CoV-2 colpisce solo le persone anziane o anche i più giovani sono sensibili?

Le persone anziane e quelle con condizioni mediche preesistenti sembrano essere soggette a manifestazioni cliniche più gravi a seguito di infezione da nuovo coronavirus SARS-CoV-2. Tuttavia, possono essere infettate dal virus (e contrarre malattie) persone di tutte le età.


https://scienze.fanpage.it/    https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/faq

 

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