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4 luglio 2014 5 04 /07 /luglio /2014 22:22
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Pianta del complesso di Chichen Itza’

La riscoperta di Chichen Itzá, la perla dello Yucatan, una delle più importanti città Maya ha una data precisa, quella del 1839, quando John Lloyd Stephens viaggiatore ed esploratore statunitense in compagnia dell’amico Frederick Catherwood,  giovane architetto inglese, bravissimo disegnatore e anche lui  gran viaggiatore, giunsero nello Yucatan, affascinati dai resoconti di sporadici viaggitori che si erano avventurati nelle giungle dello Yucatan.
Uno di questi, il conte Jean Frédéric Maximilien de Waldeck, aveva pubblicato a Parigi nel 1838 un libro, Viaggio romantico e archeologico nello Yucatan, che descriveva le bellezze di quel mondo assolutamente sconosciuto agli europei, un pò com’era accaduto con la spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto, che aveva dissepolto letteralmente, dalla sabbia del tempo, la civiltà dei faraoni.

Edward H.Thompson, l’uomo che esplorò e poi acquistò Chichen Itza’

Stephens e Catherwood viaggiarono per alcuni mesi, visitando tra l’altro Palenque e Uxmal, oltre a Copan, interessandosi a quella che era una civiltà pressochè sconosciuta, scrivendo e disegnando senza posa; i risultati delle loro esplorazioni diventarono due libri che possono essere definiti la Bibbia degli archeologi interessati alle civiltà sud americane, ovvero Incidents of Travel in Central America, Chiapas and Yucatán, pubblicato nel 1841 e Incidents of Travel in Yucatan,che vide la luce nel 1843.
Le fatiche immani, i pericoli, ma anche la grande soddisfazione dei due amici nel portare alla luce quella che consideravano la più grande civiltà del suolo americano prendono forma in due libri ricchi di aneddoti, scritti con uno stile scorrevole, che ebbero subito un lusinghiero successo presso il pubblico.

Thompson esplora il sacro cenote

Chichen itza, (che significa letteralmente “Alla bocca del pozzo degli Itza”, dal nome del popolo che abitava quelle zone, anche se con ogni probabilità non ne furono i fondatori), sorgeva nelle vicinanze di due grossi pozzi d’acqua naturali, chiamati cenotes, merce assolutamente rara in uno Yucatan tutto sommato abbastanza arido, divenne politicamente e socialmente importante attorno al 600 DC.
Il declino di centri come TiKal, l’arrivo del sovrano tolteco Quetzalcoatl (classico nome di una divinità, il serpente piumato) avvenuto poco prima del 1000 DC stabilirono il primato della città sull’intera penisola dello Yucatan; primato che però non durò molto, tant’è vero che la città ben presto vide diminuire il uo prestigio.
Francisco de Montejo, capitano spagnolo al seguito di Cortez, conquistò la città nel 1531, ma ben presto fu costretto ad abbandonarla; su Chichen Itza, dopo la decapitazione della cultura Maya operata dai conquistadores di Cortes, calò il silenzio.

Il cenote

Furono quindi Stephens e Catherwood a far riemrgere dalle oscurità del tempo la città; così come Augustus Le Plongeon, fotografo e archeologo inglese fece riemergere dalla notte dei tempi una poderosa statua di guerriero maya, definita Chacmool, nome che da quel momento presero tutte le sculture con le stesse fattezze.
Nel 1894 il console degli Stati Unit, Edward H. Thompson, acquistò dal governo l’intera zona archeologica, e iniziò ad esplorarla con profitto.
E’ a lui che va ascritta la scoperta della vera funzione dei cenote, del resto raccontata con dovizia di particolari dal sacerdote Diego De Landa, il tristemente famoso autore degli autodafè, i roghi nei quali vennero bruciati i testi sacri dei Maya.
Thompson confermò quanto raccontato da De Landa, in merito ai sacrifici umani rituali che i Maya facevano per propiziarsi gli dei; sul fondo del cenote da lui esplorato c’erano corpi di vittime sacrificali,unitamente a monili d’oro, carcasse di animali, vasellame e incenso.

Due esempi di Chac mool rinvenuti a Chichen Itzà

Tra il 1913 e il 1924 una spedizione americana mappò il sito, con la collaborazione del governo messicano, nonostante la precaria situazione politica dovuta alla rivoluzione di Pancho Villa;nel 1926 lo stesso governo messicano espropriò a Thompson la proprietà del sito archeologico, accusando il console di aver derubato del tesoro Maya trovato nel cenote il polo messicano, salvo poi restituire agli eredi nel 1944 la legittima proprietà del sito stesso (Thompson era morto nel 1935)
Gli eredi  vendettero tutto a Fernando Barbachano Peon, che sfruttò abilmente l’attrattiva archeologica del sito, facendo diventare l’area un importante luogo turistico.
Chichen Itza, che si è conservata splendidamente, nonostante secoli di incudia, presenta una serie di monumenti di assoluto interesse storico e artistico.

Alcune delle splendide illustrazioni di Frederick Catherwood

Il più famoso dei quali è il tempio dedicato a Kukulcan, che sorge esattamente al centro del sito, ed è chiamato dai messicani “Il castillo”; la struttura, una piramide a gradoni tipica dell’architettura precolombiana, sorge su un’area che anticamente era occupata da un altro tempio, come evidenziato dagli scavi del 1930, che portarono alla luce una scala situata sul lato nord della piramide, che portava all’interno del tempio originale.
Nel tempio stesso si rinvenne un chacmol e un prezioso trono a forma di giaguaro con pietre di giada incastonate, a simboleggiare le macchie della pelle del giaguaro. Per permettere l’accesso ai turisti venne scavato un  tunnel dalla base della piramide alla sala centrale, che però è stata chiusa alle visite 4 anni addietro.

La prima edizione di Incidents of Travel in Yucatan

Per capire l’importanza che doveva avere la struttura durante il periodo di massimo fulgore del sito di Chichen Itza, si pensi allo straordinario effetto che genera la visione, durante gli equinozi  di primavera  e d’autunno, del serpente piumato Kukulcan che si staglia lungo la parete nord; uno spettacolo che sicuramente non lasciava indifferenti gli abitanti della città.

John Lloyd Stephens

La struttura si alza per circa 30 metri, poggia su una base di 55 mt  ed è ornata ai lati da raffigurazioni proprio del serpente piumato; costruito dopo il 1000, segue perfettamente il corso di un anno solare, poichè ha 91 gradini per ogni lato, per un totale di 364 che diventano 365 con l’unico gradino che conta il tempio posto alla sommità della piramide. Un esempio della precisione astronomica dei maya.
El castillo non è l’unica struttura piramidale di Chichen Itza; Il tempio dei guerrieri, una struttura piramidale e grandi gradoni, quattro per la precisione, mostra il grado di implementazione a cui erano giunti i Maya assorbendo le concezioni architettoniche dei toltechi. Sulla sommità della struttura c’è un chacmol, che guarda verso il basso, dove fa bella mostra di se l’imponente porticato, sulle cui colonne sono raffigurate come sempre aquile, giaguari guerrieri….

El castillo

All’interno del sito sono state rinvenute le fondamenta di ben sette campi per il gioco della palla; nato probilmente a Paso de la Amada, dove gli archeologi hanno rinvenuto il campo più antico per il gioco stesso, veniva praticato, nella sua variante più importante, con una palla di gomma molto pesante, circa tre chili per un diametro di 20 cm,che veniva colpita con le anche e con le spalle, per essere indirizzata verso degli anelli conficcati nei muri.
A Chichen Itza gli anelli sono sospesi a sei metri dal suolo, il che la dice lunga sulla difficoltà del gioco stesso, che terminava, sopratutto nel periodo della conquista spagnola, con feriti anche gravi e alle volte con il sacrificio rituale della squadra perdente.

Il campo più grande per il gioco della palla

Particolare dell’anello in cui passava la palla di gomma, posto a metri 6 di altezza

Il campo principale di Chichen Itza è lungo 166 metri e largo 68; è di gran lunga il più grande del sud America; sulle basi del campo stesso ci sono raffigurazioni del gioco, con scene allegoriche raffiguranti un giocatore privo della testa dalla quale si diramano sei rivoli di sangue più uno centrale che si trasforma in un albero.
Curioso il tempietto posto a nord del campo stesso, al cui interno c’è un bassorilievo che reca incisa una figura assolutamente inusuale nell’iconografia Maya, ovvero un uomo che sembra in possesso di una barba, da cui la denominazione Tempio dell’uomo barbuto.

Akab Dzib, ovvero La casa delle iscrizioni misteriose

Uno dei complessi più affascinanti è costituito dal quadrilatero di edifici chiamato “Las monjas”, ovvero Le monache, in seguito all’errata convinzione, da parte dei conquistadores, che si trattasse di un edificio religioso.
In realtà il complesso era adibito a funzioni di governatorato, e sul portale c’è una figura umana coperta da un ventaglio di piume; anche in questo caso siamo di fronte ad una eccezione nell’iconografia Maya.
Sicuramente affascinante è il complesso denominato El Caracol , la chiocciola, così chiamato perchè per raggiungere la sommità della costruzione bisogna salire su una scala a forma di chiocciola; l’edificio era un osservatorio, costruito su una larga piattaforma.
Qui i sacerdoti e gli studiosi Maya osservavano il cielo, con strumenti rudimentali, che erò non impedirono loro di arrivare a dividere l’anno solare in 365 giorni esatti, con uno scarto davvero irrilevante che rivaleggia con i moderni strumenti di datazione del tempo.

El Caracol, l’osservatorio Maya

Akab Dzib, ovvero La casa delle iscrizioni misteriose, è un edificio piuttosto piccolo rispetto alle dimensioni degli altri; è chiamato così per la presenza nel rettangolo che compone lo stesso ( 50 mt di lunhezza, 6 di altezza e 15 di larghezza) di iscrizioni petroglifiche, fra le quali si distingue una figura umana.
Qualche chilometro fuori del complesso di Chichen Itza ci sono le grotte Balankanche, esplorate nel 1954, che restituirono alla luce moltissimi manufatti Maya, impreziositi 5 anni dopo dal casuale ritrovamento di una parete finta dietro le quali c’era un vasto complesso di gallerie, anche queste ricche di manufatti.

Las monjas

Il tempio dei guerrieri

Su decisione del governo messicano vennero lasciati al loro posto, dopo essere stati inventariati.
Oggi Chichen Itza è una delle mete più visitate dai turisti, che restano incantati davanti alla monumentale opera degli architetti Maya, attraverso la visione di uno dei complessi cittadini meglio arrivati ai nostri giorni; una viita in Messico non può prescindere dalla visita di una città che sembra magicamente sospesa tra un passato lontano e un futuro che la vede ergersi orgogliosamente sfidando i secoli.

Lo Yucatan

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