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16 gennaio 2013 3 16 /01 /gennaio /2013 23:14

“Michelangelo Merisi non è morto a Porto Ercole”
Ecco la verità di Vincenzo Pacelli

“Michelangelo Merisi non è morto a Porto Ercole” <br/> Ecco la verità di Vincenzo Pacelli

Dalle cronache apprendiamo che, sotto la spinta “mediatica” del quarto centenario dalla morte del pittore (1610-2010), si sarebbero nuovamente avviate le ricerche sul presunto luogo di seppellimento del pittore Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Studiosi di quattro università italiane (Bologna, Lecce, Ravenna e Pisa), coordinati dal Comitato Scientifico presieduto da Giorgio Gruppioni, ordinario di antropologia all’Università di Bologna, si sono trasferiti in pianta stabile nel cimitero di Porto Ercole, per “dare la caccia” ad uno scheletro, quello di Caravaggio, la cui reale presenza in quel luogo è, peraltro, tutta ancora da dimostrare.

Un destino crudelmente persecutorio sembra contraddistinguere questo genio dell’arte, in vita, per gli episodi di sangue e l’esistenza errabonda di cui fu protagonista, così come in morte, se è vero che le ossa di oltre 200 individui saranno vivisezionate e comparate al dna dei discendenti del fratello di Caravaggio. Sarebbe a nostro avviso importante che la grande vivacità che studiosi e scienziati mostrano nei confronti del luogo esatto nel quale sarebbe stato seppellito Caravaggio (ma perché tanto impeto, se si è sicuri che sia morto a Porto Ercole?) sarebbe invece, anche in minima parte, dedicato agli ancora inevasi misteri che accompagnerebbero la versione ufficiale per cui Michelangelo Merisi , da Palo, si sarebbe spinto fino al nord Toscana, a piedi (come grottescamente raccontano le fonti ufficiali) o su una “feluca”, con cui invece di arrivare a Roma, dove era diretto, nella speranza di ottenere la grazia papale (mai ritrovata), sarebbe giunto a Porto Ercole.

Il corpo del pittore, lo si dovrebbe forse cercare non a Porto Ercole, ma a Civitavecchia, dove il pittore è fatto morire anche nella biografia redatta, quando era ancora in vita, da Giulio Mancini, medico del papa, salvo poi correggerla (di sua volontà?) in Porto Ercole.

Ebbene, le sfortunate vicende che riguardano la morte del pittore sono avvolte da un alone di contraddizioni che non solo inficiano ogni sicurezza sul suo luogo di sepoltura, ma ne mettono in dubbio anche l’approdo a Porto Ercole e le cause del decesso.

Il desiderio di ricostruire la verità dei fatti mi indusse nel ’94 a dedicare alla morte dell’artista un’intera opera (L’ultimo Caravaggio. Il Giallo della morte: un omicidio di Stato?), seguita da un assordante silenzio del dibattito critico, in cui emerse la generale incoerenza delle fonti, che qui ripropongo a beneficio dei lettori e della giusta memoria di un uomo.

Il Giallo della morte
Anzitutto, ci si è interrogati inutilmente per secoli, senza una risposta plausibile, sui motivi che avrebbero indotto il Merisi a raggiungere la località di Porto Ercole dal litorale romano di Palo, l’attuale Ladispoli, dove, misteriosamente sbarcato, fu senza spiegazione imprigionato e poi rilasciato. Dopo la scarcerazione, come “impazzito” non vedendo più le robe che erano sulla feluca che aveva ripreso la volta di Napoli, a piedi raggiunse Porto Ercole, ove colpito da febbre malarica, sarebbe morto.

Non doveva portare a Roma, al cardinale Scipione Borghese, le opere che trasportava sulla feluca presa in affitto, perché il dono delle opere favorisse il perdono papale per l’omicidio di Ranuccio Tomassoni?

Le fonti ufficiali rivelano contraddizioni a ogni pie’ sospinto: potremmo credere che la prima fonte per le ferali notizie siano i due avvisi spediti il 28 e il 31 luglio 1610 da Roma dagli informatori del duca di Urbino: “Si è havuto avviso della morte di Michel Angelo Caravaggio, pittore famoso et eccellentissimo nel colorire e ritrarre dal naturale, seguita di suo male in Port’Ercole” (28 luglio 1610). “È morto Michiel Angelo da Caravaggio, pittore cellebre, a Port’Ercole, mentre da Napoli veniva a Roma per la grazia di Sua Santità fattali del bando capitale che haveva” (31 luglio 1610). In entrambi gli avvisi Caravaggio è fatto illogicamente morire a Porto Ercole, come se la località toscana si trovasse a metà del percorso tra Napoli e Roma, mentre avrebbe già ricevuto il bando della pena capitale, in verità mai ritrovato negli archivi pontifici e sonoramente propagandato come emesso, al contrario di quanto avviene per Onorio Longhi, anch’egli presente al fatto di sangue in Campo Marzio e graziato il 1 marzo 1611.

Va osservato che i due avvisi sono informazioni strettamente private nell’interesse del duca di Urbino che vantava un credito di un quadro da parte di Caravaggio per aver dato un anticipo per la raffigurazione di una Madonna con Bambino. Fonte altrettanto inattendibile è il poeta Marzio Milesi, che si vanta di essere amico del pittore commemorandolo nei tre epitaffi dove lo fa morire a Porto Ercole, non conoscendo la sua vera età e credendolo ancora Cavaliere di Malta. Altro tassello poco credibile è il ruolo di Scipione Borghese, il potente Segretario di Stato Vaticano e nipote di Paolo V, al quale erano dirette le opere sulla feluca del Caravaggio, che viene informato della sua morte a Porto Ercole dal nunzio apostolico del Regno di Napoli Deodato Gentile. Questi scrive da Napoli, e corregge l’errata informazione sulla località di Procida quale luogo dove si faceva risalire, per informazione dello stesso Scipione, la morte dell’artista. E infine perché l’altra fonte, Giulio Mancini, scrive che Caravaggio è morto a Civitavecchia, termine cancellato e poi da altri corretto in Porto Ercole, paragonando la morte del pittore a quella “violenta”, tramite omicidio, del collega e concittadino Polidoro da Caravaggio? In questa fase tragica della sua vita, non incontriamo nessuno dei suoi potenti protettori, il Giustiniani, il cardinal Dal Monte, Marcantonio Doria, i Colonna, gli Aldobrandini, Ciriaco Mattei, verosimilmente perché allo scuro delle difficili vicende di vita del Merisi.

Perché nessuno di loro, ma principalmente i familiari, reclamano il cadavere dell’artista per dargli onorata sepoltura? E la causa della morte? Ipertermia, postumi delle ferite inflittegli durante l’aggressione subita l’ottobre scorso al Cerriglio, malaria fulminante? Anche su questo nessuno spiraglio di coerenza. Il forte dubbio è che in realtà Caravaggio sia stato vittima di un “omicidio di stato”, organizzato dall’Ordine di Malta, per l’ offesa arrecata ad un potente cavaliere, con il tacito assenso della Curia romana. A quale stessa, infatti, doveva far comodo eliminare un personaggio che metteva in discussione i principi della fede dogmatica della Chiesa e trattava le sacre verità senza nessun “decoro”. Non è difficile individuare gli eventuali complici del delitto, e primi beneficiari dello stesso: il vicerè di Napoli, che entra in possesso di uno dei due S. Giovanni diretti a Scipione Borghese; il cardinale stesso, avido collezionista delle opere del Merisi (il “bandito famosissimo” che Scipione aveva precedentemente ordinato di catturare?), infine la marchesa Costanza Sforza Colonna.

L’atto di morte
Si possono avanzare serie perplessità circa il foglietto volante ritrovato il 19 dicembre 2001 in un libro di conti, che i lettori superficiali giudicarono autentico sebbene anticipasse di un anno la data della morte del pittore, secondo il quale “A li 18 luglio 1609 nel ospitale ‘S. Maria Ausiliatrice morse Michelangelo Merisi da Caravaggio, dipintore per malattia”. Se anche il documento, dopo attenta perizia fosse giudicato dell’epoca, non potrebbe essere stato costruito ad arte per perfezionare l’ingranaggio della congiura assassina? E perché sul registro dei morti della Collegiata di Port’Ercole non figura il nome del lombardo, ma è stato trascritto quello dell’alfiere “Gaspar Montero” il cui decesso è segnato nell’altra facciata del biglietto in questione? L’aspetto più singolare di questo documento è la sua data: 18 luglio 1609, arretrata esattamente di un anno rispetto alla data della morte del pittore. Infatti, a Porto Ercole, in quanto presidio spagnolo, contrariamente alle altre città toscane che avevano adottato il calendario ab incarnatione, seguiva il calendario gregoriano, ma il difetto di un anno sarebbe ammissibile solo dal 1° gennaio al 24 marzo, mentre il Caravaggio sarebbe morto il 18 luglio. Inoltre, è impensabile che sia stata rimandata l’annotazione della morte di un pittore così celebre. Al tempo delle mie precisazioni, fatte conoscere all’archeologa Anastasia, si volle giustificare un palese errore cronologico adducendo il fatto che a scrivere il foglietto sarebbe stato uno scrivano pisano! Ed è impensabile credere che sia stata rimandata l’annotazione della morte di Caravaggio, il pittore più celebre del tempo.

La tomba di Caravaggio
Le ricerche sull’esatta ubicazione della tomba del Merisi si sono arricchite nel tempo di particolari spesso folcloristici: nel ’95 un articolo sul “Venerdì” di Repubblica a firma di Vania Colasanti affermava che era possibile identificarne il corpo attraverso il vestito da cavaliere gerosolimitano col quale, molto probabilmente, l’artista sarebbe stato sepolto. E la privatio habitus del 1608? O forse Caravaggio, in due anni di febbrili spostamenti, avrebbe conservato l’ingombrante mantello e la spada da miles che, evidentemente, chi l’aveva prima gettato in carcere e poi espulso dall’ordine, non gli avrebbe sottratto?

È stato un amorevole atto di pietà cristiana quello di aver raccolto e conservato delle ossa anonime in una cripta sotto l’altare della chiesa di Sant’ Erasmo, che nella recente comunicazione dell’archeologa diventa il cimitero di S. Sebastiano, dove il pittore sarebbe stato sepolto il 19 luglio 1609, esattamente il giorno dopo senza aver quindi aspettato l’arrivo dei parenti quasi si dovesse far sparire il pericoloso cadavere di un appestato. Attribuire quelle ossa a Caravaggio è affermazione che offende, ancora una volta, la memoria di uno dei massimi geni della pittura.

È comprensibile che i cittadini di Porto Ercole siano orgogliosi di una tradizione falsa e tendenziosa che vuole Caravaggio morto su quei lidi per una malattia, di cui però nessun medico, che pure avrebbe avuto il dovere di farlo, ha redatto il referto. Se ciò fosse accaduto nel piccolo centro, un personaggio così famoso e per giunta cattolico battezzato, recentemente comunicato e per giunta fratello di un prete, avrebbe certamente ricevuto un funerale solenne, alla presenza dei suoi familiari, che avrebbero provveduto alla sepoltura, ma anche dei tanti illustri committenti, che avevano fatto a gara per avere le sue opere. Se in realtà Caravaggio fosse stato onorato di degna e pubblica sepoltura, possiamo esser certi che nessuno da allora avrebbe più dimenticato la sua tomba. Siamo sconcertati dal fatto che gli studiosi del Merisi non abbiano avvertito mai la necessità di intervenire a chiarimento della complessiva incoerenza intorno al luogo della morte: possono davvero anche studiosi d’indubbio valore piegarsi all’autorità dogmaticamente accettata e alla lucreziana religio?

di VINCENZO PACELLI

fonte

 

 

 

 

 

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