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11 settembre 2012 2 11 /09 /settembre /2012 19:54

LA LEGGENDA DELL’AGAVE IN SICILIA

http://www.equilibriarte.net/members/belfagor/blog-2010-09-27-19-58-13.jpgGli antichi tronchi tormentati dagli ulivi saraceni, i fichidindia e l’agave hanno da sempre caratterizzato il paesaggio siciliano, molto più di un simbolo.

In Sicilia l’agave la si può trovare ovunque; in una terra dove dominano i colori dai contrasti violenti; il tenue colore verde dell’agave, si inserisce come una pausa riposante.

Il rosso violento della terra riarsa dal sole, il giallo dorato delle grandi distese di grano maturo, il blu cupo del mare profondo, il nero delle lave dell’Etna, si ingentiliscono per la presenza dell’agave dalle foglie lunghe e carnose, coronate da brune spine minacciose, in contrasto con la possente gentilezza di questa pianta, quasi a voler confermare la leggenda paurosa che narra delle sue origini.

L’agave fiorisce, a seconda del clima, in marzo o in aprile ed è allora che appare nella sua più completa bellezza; su di un fusto che può giungere a cinque metri di altezza, si innalzano verso il cielo grappoli di fiori gialli ed i semi (‘i figghiòla) che cadono poi, col seccare del fusto.

A proposito della fioritura, i contadini siciliani dicono che l’agave si mantiene “schetta” (vergine) per molti anni e che un anno dopo “maritata”, muore.
La lunga castità dell’agave dura, a seconda della specie, da uno a due anni e una volta “maritata” esplode in tutta la sua bellezza fiorita, ma quell’ostentazione di bellezza precede di poco, inesorabilmente, la sua morte.

L’agave siciliana, come abbiamo accennato in precedenza, deve il suo nome ad una leggenda mitica ellenica, menzionata nel secondo e terzo "MYTOGRAPHUS VATICANUS". Cadmo, fondatore e re di Tebe, ebbe quattro figlie: Ino, Autonoe, Semele ed Agave che, secondo il pensiero di Fulgenzio ed altri interpreti del mito, rappresentarono rispettivamente, i quattro stadi della propaganda bacchica e più precisamente: l’ubriachezza, la dimenticanza di tutto, la libidine, l’insania. Agave, che era sposata ad Echidne, uno dei guerrieri nati dai denti del dragone Castalio, durante una festa sfrenata di baccanti, trucidò il figlio Penteo.

Questa orribile ed allucinante tragedia e così ricordata da Ovidio; Bacco, per vendicarsi di Penteo che non aveva mai voluto riconoscerlo e adorarlo come Dio, durante la celebrazione dei suoi misteri, ispirò contro il giovane principe, alla madre ed alle due zie, Ino e Autonoe (non si comprende il perché Semele fu esclusa) un grande furore.

Mentre, ignaro della sua misera sorte, Penteo si recava al monte Citerone, le tre "vendicatrici di Bacco" gli si scagliarono contro, colpendolo selvaggiamente.
Penteo, disarmato e solo, cercò dapprima scampo nella fuga poi, vistasi reclusa ogni via di scampo, tentò di calmare la madre e le zie con parole di pietà, umili e tristi, ma Ino, d’un balzo, gli staccò la mano destra e Autonoe la sinistra: Guarda, o madre! Gridò Penteo gemendo di dolore e mostrando i moncherini sanguinanti.

Insensibile ai pietosi richiami, Agave, ormai in preda all’esaltazione ispirata dal vendicativo Bacco, scosse il capo, agitò i capelli al vento e dopo aver gettato un orribile urlo, di sua propria mano gli staccò di netto la testa, scagliandola poi in aria, accompagnando quel gesto orrendo con un urlo: "Evviva, compagne, questa impresa è gloria mia!".

Anche se siamo convinti che l’orrenda leggenda dell’agave non fosse conosciuta dalle popolazioni isolane, questa pianta ha sempre generato i più strani pregiudizi o facoltà teomaturgiche. E’, ad esempio, un antidoto infallibile contro il malocchio e la jettatura.

Non è quindi raro che l’agave, quando è ancora piccola, venga posta in vasi tenuti sull’uscio di casa o sui balconi, sempre comunque ben in vista dall’esterno.

Giuseppe Pitrè, nel suo libro “Medicina popolare”, ricorda che a Marsala è diffusa la tradizione che sia sufficiente toccare un dente dolente, purché non cariato, con un aculeo di “zabbàra” (altro nome dell'agave di derivazione araba), raccolto un venerdì di marzo prima che spunti il sole, e messo a disseccare e conservato con la massima cura, perché il dolore scompaia rapidamente.

In Sicilia, la fibra dell’utilissima pianta, insieme con quella della specie chiamata , viene usata, in modo particolare nel catanese, in sostituzione del fragile e costosissimo giunco, per la costruzione del fondo di sedie e panieri, e quando non era stato inventato ancora il nylon, per fabbricare robustissime gomene per le navi.

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Published by DUCA CONTROVERSO - in Curiosita'
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