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23 maggio 2014 5 23 /05 /maggio /2014 21:35

trace.jpgLa galleria, lunga oltre 150 metri, ci trasporta direttamente nel passato. A scoprirla è stato Henri Cosquer, sub professionista. Quando, verso la metà degli anni Ottanta, lungo la costa marsigliese, iniziò a esplorare un cunicolo sommerso, sospettava già che avrebbe trovato qualcosa di interessante, tuttavia lo spettacolo che gli si parò davanti agli occhi lo lasciò di stucco. Il corridoio si apriva in un’enorme grotta, un innegabile capolavoro della natura. Chissà se, millenni or sono, vi avevano vissuto anche degli uomini?
Henri Cosquer tornò alla grotta armato di macchina fotografica. Affascinato, scattò numerose foto all’interno della caverna. Una volta a casa, quando iniziò a passare in rassegna le istantanee, rimase a bocca aperta, per la seconda volta in breve tempo: su uno dei muri si distingueva chiaramente l’impronta di una mano umana con tre dita.
Poco tempo dopo il francese si recò nuovamente alla grotta, questa volta accompagnato da un paio di amici. Osservando meglio le pareti rocciose i sub scoprirono oltre cento disegni di squisita fattura: rappresentavano cavalli, stambecchi (o cervi) e figure geometriche. In alcuni di questi casi si trattava di graffiti, in altri, invece, di pitture rupestri.
Anche se Jean Courtin, esperto di preistoria, dopo aver eseguito un sopralluogo sul sito, si pronunciò a favore dell’autenticità dei disegni, molti dei suoi colleghi, all’inizio, mostrarono un certo scetticismo. Anzi, accusarono lo stesso Cosquer di essere l’autore dei falsi. I loro sospetti vennero alimentati dalla datazione al carbonio 14, effettuata sulle pareti interne della grotta. I risultati attribuivano alla grotta un’età compresa fra i 18.000 e i 27.000 anni: era quindi troppo antica per inserirsi nello schema di datazione universalmente accettato.
Nel frattempo i risultati delle analisi vennero convalidati da ulteriori misurazioni e oggi le Grotte di Cosquer, così chiamate dal nome del loro scopritore, sono un patrimonio storico. Fra i vari disegni ce ne è uno che, in particolare, ci sembra degno di nota: mostra tre creature, che fra il 1991 e il 1992 Jean Courtin e Jean Clottes hanno descritto su numerose riviste specialistiche come “pinguini”. Lo zoologo Francois de Sarre, tuttavia, non ha condiviso questa opinione, facendosi portavoce anche delle perplessità di altri studiosi. I pinguini, infatti, vivono soltanto al Polo Sud e, inoltre, un artista preistorico avrebbe raffigurato questi animali in maniera del tutto diversa, anche se avesse voluto usare una rappresentazione simbolica o stilizzata. E non può trattarsi neppure di foche. Sia pure facendo appello alla fantasia non si riesce a mettere in relazione i dettagli anatomici delle foche con quelli raffigurati sui graffiti. Al contrario, in altri punti, sulle pareti della grotta, si riconoscono molto bene raffigurazioni di questi animali.
disegno.jpg In mancanza di un animale a noi noto de Sarre suggerisce che possa trattarsi di una creatura preistorica, ormai estinta e ha avanzato un’ipotesi un pò azzardata: che possa trattarsi di un “parente” del più famoso mostro di Loch Ness. «A mio avviso si tratta di un mammifero acquatico, forse della Megalotaria longicollis, che il dottor Bernard Heuvelmans ha descritto nel suo libro Le Grand Serpent de Mer (Plon 1965). Mi sono preso la libertà di contattare questo eminente padre della criptozoologia, nonché mio caro amico e gli ho mostrato il disegno. È rimasto molto colpito».
La tesi di de Sarres è indubbiamente affascinante, anche se, forse, poco probabile; devo tuttavia ammettere di essere rimasto alquanto scioccato dalla spiegazione “ufficiale”: per quale motivo gli scienziati francesi avrebbero classificato gli animali come “pinguini”, se in realtà questi animali bianchi e neri non hanno mai vissuto nel Mar Mediterraneo? La soluzione di questo mistero è da ricercare, molto banalmente, in un errore di traduzione. In francese, infatti, la parola “pingouin”, indica anche l’alca impenne (Pinguinus impennis), un uccello lungo 70 centimetri, molto simile al pinguino, che durante la preistoria viveva sulle coste del Mediterraneo e che si è estinto a metà del XIX secolo a causa della caccia e delle eruzioni vulcaniche. Si è trattato, quindi, di un semplice equivoco di natura linguistica, di cui, a quanto pare, né Clottes, né Courtin, si erano resi conto.
aa.jpg «Quando abbiamo pubblicato il primo articolo sulle Grotte di Cosquer, abbiamo utilizzato automaticamente la parola “pingouin”, senza renderci conto del problema di traduzione», spiegano i due autori, nel video uscito nel 1995. «A breve distanza di tempo abbiamo ricevuto delle rettifiche da parte di esperti, alcuni dei quali ci hanno ripreso con garbata ironia, affermando che, qualora si fosse trattato realmente di “pinguini”, avremmo avuto tutte le ragioni di mettere in dubbio l’autenticità della scoperta, visto che questi animali non hanno mai vissuto nel bacino del Mediterraneo. Noi, ovviamente, ci riferivamo alle alche che, pur non essendo in grado di volare, erano ottime pescatoci e tuffatoci».
L’ipotesi di de Sarres, finora, non ha incontrato grande consenso, anche perché sembra molto più plausibile la tesi dell’alca. Tuttavia non è da escludere che l’artista che ha decorato le Grotte di Cosquer abbia voluto raffigurare un animale a noi sconosciuto. E a tale scopo gli studiosi continuano a cercare delle rappresentazioni di alche nell’arte paleolitica, ma, al momento, ahimè, senza successo.

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Published by il conte rovescio - in Mistero
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