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14 marzo 2014 5 14 /03 /marzo /2014 22:16

Questo argomento, quindi non di meno questo post più in generale, risulta per me di estrema difficoltà. Nel comporlo, nel sintetizzarlo, nell'esporlo in tutte quelle sfaccettature che mi attirano verso l'epicentro d'interesse di quello che ho da dire; la gravità che mi attrae con così tanta forza verso l'alienazione, sfiorando l'apatia, è tanto forte quanto la sua inafferrabilità sul piano intellettuale.
Tuttavia proprio quell'entusiasmo, figlio dell'alienazione e dell'estremo interesse che la verità insita scatena in me, pretende di essere espressa, per non dire urlata, in una qualche forma fenomenica, esige di essere trascinata in parole in questa dimensione nella quale regna il suono, la logica; e tuttavia una coerenza, lontana per quanto possa essere, esiste e non è di facile utilizzo come a tanti piace credere.

  Tutto ciò che è Coscienza, sublime verità ultima delle aspirazioni inconcepibili umane, quelle che stazionano di la del mentale -e di cui, tuttavia, se ne sente il richiamo- non hanno nome o voce, non sono catalogate ufficialmente da istituzioni, né hanno completezza se non quella che soggettivamente si sperimenta attraverso intuizioni, frammenti di possibilità che si trasmuta a fuoco lento in una situazione dapprima incredibile, poi possibile e infine certa.

Così come l'Apocalisse che sopraggiunge continuamente all'interno del nostro Mondo, sconvolgendo tutto; così come la creazione di Dio, l'assunzione al cielo e la demiurgicità che manifesta il mondo e lo plasma, anche l'argomento di questo post ha a che fare con quel sintomo di coscienza che sfiora l'archetipo e ne sta dietro. Quello che c'è prima, che l'ha modellato e ne ha fatto prendere le mosse.
  La vita stessa è un'aspirazione, una percezione. Se non è questo, cos'altro può essere?


 

"E' tanto reale quanto più lo diventa per te..."
 -Imaginaerum-



Avrei preferito scrivere di questo argomento più avanti, tra un paio di “How To”, quando ormai il lettore sarà già abbastanza allenato da recepire il messaggio intriso nel testo e avvezzo a tutta quella serie di lavori che stazionano al di fuori del campo razionale di esperienza.

Perché? Perché, come già accennato in quella che avrebbe dovuto fare da Introduzione al post, certi argomenti non rientrano in quella branca di “sapere” confezionato e misurabile che accontenta tutti nella moderna forma mentis. L'originalità dell'intuizione sta nel fatto che viene colta dal singolo, e quel singolo fa tesoro dell'eccezionalità dell'informazione trasmessa da un'altra entelechia percettiva che ha scoperto quella determinata cosa, mentre al resto del branco, che sta fuori e si nutre di informazioni grasse, compatte ed estremamente esplicite, non restano che le briciole da interpretare in maniera più o meno esotericamente errata.

Non vi sarà il razionale, pertanto l'intelletto deve affinarsi, la persona tutta deve esercitarsi lungo un addestramento che dura tutta la vita e gli permette di acquisire la genuinità di ciò che esperisce senza interrogare per forza la forma con cui questa appare.

Detto questo, facciamo attenzione.


Nell'istante in cui una persona muore, è chiaramente sottintesa la cessazione di tutte le sue funzioni vitali. Da quelle respiratorie a quelle cerebrali, tutte; anche se non tutte alla stessa maniera e nello stesso tempo.

Oggigiorno la gente crede di essersi riscattata dal misticismo, avvolgendosi attorno al sudario della materia e della scienza, pretendendo arrogantemente di poter fornire a ogni occasione, evento o fenomeno una spiegazione razionale e plausibile. Tuttavia, col passare del tempo e della dubbia sincerità di certe figure istituzionali, si è assistito al crollo -più o meno lento ma inesorabile- di quella falsa sicurezza che ha fatto tanto perno sulla credibilità delle “ricerche”. Un camicie bianco e una laurea, per quanto guadagnati possano essere, non assicurano onniscienza e divinità.

Il misticismo, al contrario, si è evoluto in una forma diversa e più raffinata, spingendo via il beneficio del dubbio e millenni di teorie riguardo l'evento finale della vita umana.
Non il perché, non il come, ma il cosa. Cosa accade una volta che si muore?

Una prima ipotesi interessante può essere fornita dalla singolare attività che svolge il cervello durante e dopo la morte del corpo.

Al momento della cessazione dell'attività cardiaca, il sangue non arriva più al cervello e i neuroni, particolarmente sensibili alla carenza di ossigeno, si spengono in un arco di tempo che varia dai quattro ai sei minuti, portando così la morte cerebrale e la fine dell'esperienza fisica. Teoricamente, quindi, la vita dopo la morte “continua” per quella manciata di minuti, durante i quali può accadere tutto o niente.
Per non parlare, poi, delle ormai infinite esperienze raccolte da medici di persone che raccontano di un qualche episodio post-mortem durante il quale avrebbero visto la loro vita intera proiettata su uno schermo, o di essersi ricongiunti ai propri cari come “cessazione del dolore” (Near Death Experience). E' di uso comune, ad esempio, esprimere un qualcosa di pericoloso come “tutta la vita m'è passata davanti”. Non a caso.
Ma cosa c'è, effettivamente, dopo la morte? I cliché, qui, devono interrompersi. Non è utile sentire frasi fatte tipo “Nessuno è mai tornato per raccontarlo” e simili, perché quando ci si arriva a tanto così da quell'esperienza, la riesci a vedere dappertutto. Ed è proprio questo di cui voglio parlarvi.

Tutta la vita non è che una preparazione alla morte.

Ce l'hanno detto gli antichi, continua a ripetercelo ogni esperienza profondamente spirituale o emotiva che viviamo, momenti che spingono il dito nella piaga e cercano di spiegarti, con cenni più o meno espliciti, dettagli che figurano solo a livello ipermnestico e quasi mai consapevoli, che ogni cosa è preparata per l'avventura finale.
La morte non è un viaggio, ma è il viaggio. E' la summa, il compendio onirico totale di ogni esperienza, bellissima e infinitamente bruttissima che ha avuto modo di elaborarsi e ingigantirsi nella vostra vita, fino a diventare così importante da risultare risveglio o trauma.

Cosa succede effettivamente? Una domanda legittima.
La divisione fra stato ordinario e onirico è così sottile che è impossibile da percepire. Si perde ogni ricordo, ogni memoria di ciò che si è stati e di tutti gli eventi importanti che hanno segnato la vostra vita, nel bene e nel male. La morte è uno stato di coscienza, un viaggio, un sogno pregno di simbolismo e vita che si struttura proprio su quelle memorie perse e tende a farle ritrovare. O, in alternativa, a perderle del tutto.

Siamo totalmente immersi nel nostro mondo interiore, piccoli come lo siamo stati una volta, per ripartire dal primo grande ricordo consapevole che abbiamo della nostra esistenza, per poi ripercorrere tutta la vita e ritrovare chi siamo, riscoprirci, riscattarci da tutti quegli errori, quei traumi che hanno composto il sogno nella sua interezza. Di solito vi è una figura chiave, quella dello psicopompo, che accompagna l'anima in questa ricerca del se, seguendo quelle briciole di pane che ci siamo lasciati dietro per tutta una vita.

Spesso, tuttavia, lo psicopompo può non rivelarsi amichevole come la figura del Virgilio nella Divina Commedia di Dante. Nel film Imaginaerum (che è un ottimo esempio visivo dell'esperienza di post-mortem e dal quale ho tratto ispirazione per questo post) il ruolo di psicopompo viene svolto da un pupazzo di neve, che si rivelerà essere non proprio quello che diceva.

[Vi invito a guardare il film per intero, senza rovinarvi la sorpresa di un'esperienza che, a mio dire, è la più coscienziale, introspettiva e veritiera che io abbia mai visto nella storia del cinema.]

Vi sono due forze polarizzate, finanche nel post-mortem e il mondo onirico creato da noi per quel trip: l'una è positiva, e ha lo scopo di aiutare l'anima a ritrovare quei frammenti di se che ci ricollegano alla memoria della vita appena trascorsa; l'altra è una forza negativa, e ha lo scopo di far perdere del tutto la memoria e scadere nell'oblio l'anima insieme ai traumi e all'inconsapevolezza.

Cosa accade nel caso la forza negativa e traumatica ha la meglio? Quello che succede da secoli, e cioè che ci si dimentica di quello che si è stati, ci si dimentica della vita, di tutto, e ci ritroviamo pieni di ferite emotive in un altro corpo, reincarnati, con quel pelo sulla lingua che ci dovrebbe far ricordare qualcosa li per li, ma non ci viene mai in mente.

Tutto questo, è bene dirlo, è comunque un evento strano e che ha a che fare con delle interferenze esterne ai danni dell'uomo. Qualcuno vuole, chiaro e tondo, che le anime tornino qui a fare dei giri di giostra senza mai ricordarsi niente.

Nel Bardo Thodol, il libro tibetano dei morti -così come pure in quello egizio- vi è scritto chiaramente tutto questo, anche se in maniera piuttosto ermetica ed archetipica. Provare a rileggere quei testi in questa chiave di lettura non costa nulla. Vi troverete molte più conferme di quanto ne possiate immaginare.

Quindi cosa fare?
Nel nostro periodo storico, per fortuna, c'è stato un crescendo di interesse verso la coscienza, il mantenere coscienza negli stati alterati, i viaggi astrali e i sogni lucidi.

Cos'hanno di così particolare, queste capacità?
Sono semplicemente accomunate dal fatto che ci vuole una dose massiccia di coscienza per viverle: sono tutte un pretesto, una preparazione per l'evento finale. Il mondo, la subliminalità della società attuale, abusa dell'uomo e ne perpetua il sonnambulismo per scopi precisi.
Liberarsi da quell'uovo, quell'insicurezza e acquisire la consapevolezza necessaria fino al momento del trapasso, è di vitale importanza per passare quello che molti definiscono “Ciclo di Esistenza”. Com'è possibile, altrimenti, riconoscere il fatto di essere morti, di stare vivendo quella esperienza e prendere decisioni consapevolmente?

E quindi è tutta una preparazione, una giostra, un gioco di percezioni, un tour nel materiale che ti fa tanto agognare, come una scarpa troppo stretta, ma che ti dice “Aspetta la sorpresa” quando te la togli a fine serata e vai a letto.

E' un thriller di tre ore con la mega sorpresona finale che dispiega tutto un altro film, un altro gusto, un nuovo modo di vivere.

Sei minuti bastano per morire.
Parsifal A. Drake

 

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Published by il conte rovescio - in Esopsicologia
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