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30 luglio 2014 3 30 /07 /luglio /2014 21:17

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

David Bohm parte da una famosa esperienza di meccanica quantistica, condotta nel 1982 dal fisico Alain Aspect partendo da un'ipotesi di lavoro di Einstein, Podolsky e Rosen (il cosiddetto "paradosso EPR"). In questo esperimento, due oggetti (due particelle) inizialmente legate tra di loro vengono separate e quindi analizzate simultaneamente. Si trova così che il tipo di esperimento condotto su di una particella (deciso dopo che queste erano state separate) influenza i risultati delle misure sulla seconda. Questo è incompatibile con l'idea che ciascuna particella abbia uno stato fisico definito prima della misura: le due particelle, nel loro insieme, formano infatti un sistema singolo, anche se esteso. La cosa è particolarmente problematica perché le misure sono condotte simultaneamente e, per spiegare un collegamento tra le due, occorrerebbe ipotizzare una comunicazione più veloce della luce.

Comunque la teoria della relatività è salva: non è possibile con questo tipo di esperimenti comunicare informazioni da uno sperimentatore all'altro. Le "influenze" sono correlazioni statistiche che si possono evidenziare solo mettendo insieme i risultati delle due misure. Ciascuno sperimentatore, misurando una singola particella, vede solo risultati casuali, determinati esclusivamente dal processo che ha prodotto le due particelle ma non da quello che il suo collega fa all'altra particella. Inoltre la connessione tra le due particelle è estremamente labile e infatti è stato possibile condurre l'esperimento solo con particelle elementari che possono essere fatte viaggiare assolutamente indisturbate per diversi metri.

Per tentare di spiegare questi risultati, Bohm ha ipotizzato che al di sotto della realtà che osserviamo ci sia un'ulteriore livello che non è locale. In altre parole, il livello sottostante assomiglia  a un ologramma, un modo di registrare un'immagine tridimensionale in una lastra fotografica in cui i singoli elementi dell'immagine sono distribuiti su tutta la lastra e in cui, viceversa, ogni elemento della lastra contiene elementi di tutta l'immagine. In questo modo sarebbe possibile spiegare come i risultati di una misura su di una particella condotta qui possano influenzare quelli di una misura condotta a distanza, senza che sia possibile una comunicazione tra le due. Le due particelle in realtà sarebbero l'immagine di qualcosa di sottostante, unitario, un super-ologramma che si estende attraverso tutto l'universo fisico che percepiamo.

Quest'ipotesi è affascinante, ma è solo una delle molte proposte per tentare di spiegare gli aspetti paradossali e sconcertanti della meccanica quantistica. A oggi nessuna di queste ipotesi è convincente e la maggior parte dei fisici semplicemente si astiene dal pronunciarsi a riguardo, limitandosi a descrivere come la realtà si comporta (cosa che la meccanica quantistica fa comunque molto bene). In particolare il problema di queste ipotesi è che non esistono metodi per verificarle, per confrontarle tra di loro e vedere se descrivano effettivamente la realtà. Da quest'ipotesi Talbot, probabilmente senza neppure capirla, trae conseguenze decisamente estreme. La realtà che osserviamo sarebbe solo una finzione, una specie di proiezione solo apparentemente solida, ma in realtà priva di una sua oggettività.



Sarebbe in teoria possibile accedere attraverso connessioni non locali a qualsiasi evento, addirittura a eventi distanti nel tempo. Come in un ologramma ogni frammento della lastra fotografica contiene tutta l'immagine, così ogni singolo frammento di realtà, anche un singolo elettrone, contiene tutto l'Universo. La realtà che osserviamo sarebbe poi solo una delle molte possibili, il super-ologramma conterrebbe anche realtà alternative e la nostra coscienza, in ultima analisi, selezionerebbe da questa totalità la realtà che percepiamo.

Tutto questo semplicemente non ha basi. Come detto sopra non è possibile trasmettere informazione sfruttando le caratteristiche non locali della meccanica quantistica, e queste sono estremamente delicate e facilmente distrutte. L'esperimento di Aspect non dimostra le tesi di Bohm, e nessuno sostiene che la realtà sia solo un'illusione.


Inoltre il paragone con gli ologrammi, se spinto appena più in là di quanto faccia Bohm, non ha le caratteristiche che gli attribuisce Talbot. In un ologramma vengono registrati tutti i raggi di luce che attraversano la lastra fotografica in un modo dettagliato che comprende la direzione in cui questi viaggiano.
Quando l'ologramma viene illuminato in modo opportuno, questi raggi vengono riprodotti e noi vediamo l'immagine di ciò che stava dietro la lastra. Ma non è vero che l'immagine è contenuta nella sua interezza in ogni elemento della lastra. Ogni elemento contiene solo i raggi che passavano di lì, e anche se, con opportune contorsioni, posso guardare buona parte dell'immagine muovendo l'occhio (come quando sbircio da uno spioncino) vedo comunque solo l'immagine presente da quel punto di vista.
Gli altri elementi della lastra contengono l'immagine vista da punti di vista differenti che sono appunto immagini differenti, anche se non di molto. E se il frammento di lastra è troppo piccolo non contiene che un'immagine sfumata, sfuocata, di quella originale. Se volessi guardare con un binocolo un panorama olografico, avrei bisogno di un frammento di lastra grande almeno come le lenti del binocolo.

Il neurofisiologo Karl Pribram, dell'Università di Stanford, ha utilizzato il paragone con un ologramma, in un contesto completamente differente, per tentare di spiegare come funzioni la memoria. In questo caso il paragone serve a indicare che i singoli ricordi sono sparsi su aree del cervello estese, che funzionano in modo coordinato. Ma anche qui non credo proprio che Pribram sostenga che ogni neurone contenga tutti i ricordi o che le sue teorie abbiano qualcosa a che fare con la meccanica quantistica. Inoltre l'analogia, per quanto utile come quadro interpretativo, non può essere spinta troppo in là. Il cervello infatti ha meccanismi che sono comunque molto differenti da quelli fisici di un ologramma.

Ancora Talbot dimostra di non capire granchè di come funziona un ologramma quando afferma che questi consentono densità di informazione elevatissima. In realtà un ologramma contiene la stessa quantità di informazione di un'immagine tradizionale, il vantaggio delle memorie olografiche, proposte per i computer, sarebbe quello di poter immagazzinare informazione in un volume, anziché in una superficie come accade per esempio in un disco di computer. Ma il salto di qualità, per così dire, avviene quando Talbot mette insieme queste due ipotesi, collegate solo dalla parola "olografico": siccome la memoria, e quindi il cervello è olografico, allora è lui che agisce, interpretandolo e costruendo la realtà sensibile, sul super-ologramma che sottostà alla realtà sensibile, che in realtà non esiste. Saremmo "una sorta di ricevitori che galleggiano in un caleidoscopico mare di frequenze e ciò che ne estraiamo lo trasformiamo magicamente in realtà fisica: uno dei miliardi di mondi esistenti nel super-ologramma." Le percezioni extra sensoriali, le esperienze di pre-morte, gli stati alterati di coscienza sarebbero situazioni in cui la mente olografica accede a livelli differenti del super-ologramma. Siccome tutto è collegato, allora telepatia, chiaroveggenza, esperienze extra-corporee sarebbero possibili.
Siccome la realtà è solo immaginata, diventerebbe possibile modificarla cambiando il nostro livello di percezione. Anzi, sarebbe la mente a creare l'illusione di un corpo, di un cervello fisico che la contiene. Potremmo modificare il nostro corpo, e quindi determinare la nostra salute, cambiando con la mente il nostro ologramma corporeo.

Niente di tutto questo è ovviamente dimostrato. Il libro contiene una lunga serie di eventi aneddotici, molti dei quali già abbondantemente analizzati e smontati da indagini serie. Si va dai classici cucchiaini piegati, oramai parte del repertorio di qualsiasi prestigiatore, a esperienze di incredibili sciamani in grado di far sparire e riapparire un intero boschetto. Purtroppo basta che i racconti originali siano riferiti con la fedeltà con cui sono riportati i risultati di Aspect o le idee di Pribram per garantirne l'assoluta inaffidabilità.


Insomma, l'idea di un universo olografico rappresenta un buon esempio di come delle idee vaghe, paragoni utilizzate da scienziati seri per cercare di fornire un quadro interpretativo a concetti differenti, possano essere presi da gente che non li ha capiti, stravolti e forzati a dire cose che non hanno senso, considerati come teorie scientifiche e non come idee guida, e infine collegati a idee del tutto differenti per sostenere idee preconcette e completamente campate in aria.


Fonte:  Chiedi a Ulisse

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Published by il conte rovescio - in Esopsicologia
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