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14 agosto 2014 4 14 /08 /agosto /2014 21:24

 

 

Fonte: Yuri Leveratto *

Fin dai tempi antichi il numero 8, per esempio nella figura dell’ottagono, ha rappresentato simbolicamente il sentiero per raggiungere la Divinità.
Mentre il quadrato era il simbolo della Terra con i quattro punti cardinali, e il circolo ha da sempre raffigurato il Sole e quindi la Divinità massima, l’ottagono era simbolicamente la forma geometrica che indicava la via verso Dio.
Anche nella filosofia buddista il numero 8 è di importanza fondamentale: l’ottupice sentiero infatti fu indicato dal Budda come la strada per giungere alla liberazione dalla sofferenza.
Nella filosofia giudaico-cristiana poi i riferimenti al numero 8 sono così tanti che è difficile enumerarli. La resurrezione di Cristo è considerata simbolicamente come l’ottavo giorno dalla creazione. Moltissime chiese, battisteri, claustri, fontane e pure castelli (per esempio Castel del Monte), sono stati costruiti a pianta ottagonale proprio per simboleggiare il sentiero del quale ha bisogno l’uomo per purificarsi e quindi unirsi con la Divinità. Da un punto di vista puramente simbolico inoltre, il numero 8 rappresenta l’unione della croce (asse del mondo), con il quadrato (la Terra).
Anche il famoso simbolo del Taoismo, che riunisce il concetto del Yin e Yang è circondato da 8 trigrammi, disposti secondo una logica ottagonale.
Se ci spostiamo poi nell’Egitto del periodo tolemaico, troviamo un reperto di fondamentale importanza per conoscere il mondo antico: lo zodiaco di Dendera.
Nello zodiaco si mostrano le dodici costellazioni, e sono dodici esseri antropomorfi, proveniente però da 8 direzioni, che lo sorreggono simbolicamente.
Come si vede pertanto il simbolismo del numero 8 è stato di fondamentale importanza nella maggioranza delle culture e filosofie del mondo antico e medievale.

Come sappiamo però il mondo medio-orientale è stato in contatto con il Nuovo Mondo fin dai tempi dei Sumeri (vedi miei articoli sulla Fuente Magna e Monolito di Pokotia). In seguito il Sud America è stato visitato ed esplorato parzialmente dai Fenici (vedi mio articolo sul petroglifo di Ingá) e da popoli megalitici (vedi mio articolo sul Cromlech di Calcoene). C’è poi la possibilità che popoli medio-orientali ed in seguito cartaginesi abbiano esplorato l’interno del continente (vedi miei articoli sulla Cueva de los Tayos e sul Manoscritto 512).




Alla luce di quanto sopra è possibile pertanto ipotizzare che molte tradizioni simboliche originariamente medio-orientali e mediterranee, siano state assorbite dai popoli indigeni del Nuovo Mondo, che le fecero loro.
Una di queste tradizioni simboliche è il culto del serpente (vedi mio articolo sulla Kundalini). E’ risaputo infatti che il serpente era, nelle culture medio-orientali, considerato simbolo di vita, di rigenerazione, esattamente come nelle culture indigene del Nuovo Mondo.
Durante la nostra esplorazione nella cordigliera di Paucartambo, svoltasi nel settembre 2011, ho avuto la possibilità (insieme al gruppo di Gregory Deyermenjian, al quale facevo parte) d’individuare e studiare due zone archeologiche distinte, una delle quali assolutamente sconosciuta.
Mi riferisco all’interessante cittadella pre-inca di Miraflores, un’avamposto costruito da una civiltà sconosciuta in tempi pre-incaici, che probabilmente aveva la funzione di centro di produzione agricola, ma anche, visto che il cibo era considerato sacro nelle culture tradizionali, una funzione rituale.
Il centro cerimoniale della cittadella di Miraflores è costituito da una spianata centrale delimitata da un muro alto circa 2 metri e caratterizzato da 4 rientranze quadrangolari. Tuttavia a mio parere, il muro era più lungo in passato e poteva avere 8 rientranze proprio come quello da noi analizzato nella stessa spedizione, ma situato ad una quota più bassa rispetto alla cittadella pre-inca di Miraflores, denominato Tambo di Llactapata.
I “tambo” erano delle costruzioni utilizzate dagli Incas e dai popoli pre-inca per riposarsi e scambiare prodotti commerciali. Quello di Llactapata (in quechua “città alta”), è una costruzione dotata di tre lati il cui muro principale, alto circa 1,60 mt., è caratterizzato dalla presenza di 8 rientranze quadrangolari profonde circa 50 centimetri, che a mio parare erano utilizzate per motivi cerimoniali.
Per dovere di cronaca bisogna indicare che è stata avanzata l’ipotesi che fossero utilizzate come forni, ma secondo me ciò non corrisponde alla verità in quanto se fossero stati forni, sarebbero stati costruiti più in basso, e non ad un altezza di circa 140 cm dal suolo.
Resta l’ipotesi cerimoniale: le rientranze erano forse utilizzate per posizionarvi delle offerte come per esempio delle foglie di coca, dei chicchi di mais o altri oggetti sacri in modo da propiziare un azione favorevole della Divinità massima. Rimane però il dubbio sul perchè ne furono costruite proprio 8.
E’ possibile che durante viaggi occasionali di popoli del mondo medio-orientale in Sud America ci sia stato un proceso di sincretismo di alcune tradizioni e simbolismi antichi da parte dei popoli andini?
Questa possibilità, che già in parte è stata dimostrata con il simbolismo del serpente (vedi mio articolo sulla Kundalini), potrebbe essere reale anche per il simbolismo del numero 8, che ha radici profonde nel mondo medio-orientale e asiatico.
Purtroppo si sa ancora pochissimo dei costruttori del Tambo di LLactapata e della cittadella pre-inca di Miraflores. Si sono avanzate delle ipotesi sulla possibilità che fossero stati gli Huari a costruirle, ma la mancanza di seri lavori di scavo, anche per l’estrema lontananza della cordigliera di Paucartambo da centri abitati, impedisce per ora di poter fare luce sugli eventi di quel lontano passato.
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5 agosto 2014 2 05 /08 /agosto /2014 22:20
Una coppia di lunghi solchi impressi nel terreno conferma che una volta il monumento di Stonehenge era collegato al fiume Avon attraverso un percorso processionale. I due sentieri sono stati individuati chiaramente durante l'esecuzione di lavori di manutenzione sulla strada principale di Stonehenge.
 

stonehengeSebbene i ricercatori avessero già intuito l’esistenza di un percorso rettilineo che colleghi Stonehenge al fiume Avon, finora non era stato possibile individuare con chiarezza dove potesse trovarsi questo lungo viale.

 

L’occasione è stata fornita da alcuni lavori stradali eseguiti presso il sito, i quali hanno rivelato con chiarezza due lunghi solchi impressi nel terreno immediatamente vicini al sito megalitico.

Il principio del viale si trova vicino alla “Pietra del Tallone”, a circa 24 metri dall’ingresso di Stonehenge. I due solchi rappresentano i lati del viale, un lungo tratto lineare a nordest del sito. Le due formazioni sono state recise dal sito secoli fa, a causa della costruzione della strada A344 che costeggia il sito.

“La parte del viale che si collega al sito è stata tagliata per realizzare la strada, distruggendolo per sempre. Tuttavia, eravamo fiduciosi che le due formazioni sarebbero sopravvissute al di sotto di essa”, spiega Haether Sebire dell’English Heritage su Culture24.

Il team guidato da Sebire sta attualmente collaborando con l’amministrazione per eliminare la strada, come parte di un piano per valorizzare ulteriormente il sito archeologico. “E’ davvero eccitante trovare un pezzo di prova fisica che rende ufficiale il collegamento che stavamo cercando”, continua Sebire.

Il sentiero è chiaramente visibile dalle foto aeree, ma difficile da individuare a terra. Già dall’estate prossima, il pezzo mancante del viale dovrebbe essere visibile, anche se sarà coperto dall’erba.

“Si tratta di un’occasione unica per indagare come si presenta il viale sotto il vecchio manto stradale”, ha detto il dottor Nick Snashall, archeologo del National Trust per il Patrimonio Mondiale. “Per la prima volta possiamo affermare con certezza che Stonehenge e il suo viale erano un tempo legati, e a breve sarà di nuovo così”.

Le buone condizioni climatiche hanno permesso ai ricercatori di fare ulteriori scoperte nel cerchio di pietre esterno: nel mese di luglio, due membri del personale hanno individuato alcuni fori nella zona sudest del sito, che potrebbero aver ospitato le pietre 17, 18 e 19.

“C’è ancora discussione tra gli archeologi sul fatto che Stonehenge fosse un cerchio di pietre completo o incompleto”, ha spiegato la storica Susan Greaney. “La scoperta di questi fori, che sembrano aver ospitato delle pietre, rafforza l’idea che il sito fosse un cerchio completo, anche se non perfettamente uniforme”.

 

Stonehenge era già abitata 5 mila anni prima di quanto di pensasse
Trovata una Stonehenge sul fondo del lago Michigan?
I misteriosi cerchi della Bashkiria: una stonehenge della Russia?

 

Il mistero di Stonehenge

Stonehenge è uno dei luoghi più enigmatici e misteriosi che popolano il nostro pianeta. Sono ancora molti i segreti che l’antico sito archeologico custodisce gelosamente, soprattutto sulla sua creazione e il suo utilizzo.

Chi l’ha costruito? Qual era lo scopo della sua creazione? E cosa ha spinto i suoi costruttori a trasportare dei macigni colossali su una distanza enorme e posizionarli in quel modo?

Sono state avanzate numerose e diverse teorie su chi e perchè abbia voluto costruire Stonehenge, dagli uomini del neolitico, che hanno voluto erigere un luogo di culto con strumenti di lavoro estremamente primitivi, agli antichi astronauti provenienti dal cosmo intenzionati a costruire qualcosa di più complesso e misterioso. Purtroppo, nessun documento scritto è mai stato trovato che aiutasse a diradare la nebbia che avvolge il mistero di Stonehenge.

Gli unici riferimenti letterari sono contenuti nelle storie tramandate dal folklore e, naturalmente, nella leggenda di Re Artù e dei 12 cavalieri della tavola rotonda secondo la quale il complesso di Stonehenge sarebbe stato magicamente edificato da mago Merlino per onorare i re di Britannia o i cavalieri della Tavola Rotonda caduti, prelevandolo, sempre con la magia, dall’Irlanda, dove era stato precedentemente costruito sul Monte Killaraus da Giganti che portarono le pietre dall’Africa.

Le gigantesche pietre di arenaria servite per la costruzione del cerchio più esterno del sito provengono da Marlborough Downs, 20 km a nord di Stonehenge. La più grande di queste misura 2,5 metri di lunghezza, 1,5 metri di larghezza e pesa, all’incirca, 25 tonnellate.

I costruttori non solo sono stati capaci di sollevare queste immani rocce, ma anche di creare un cerchio perfetto. Invece, i megaliti serviti per la formazione del cerchio interno provengono dai Monti Preseli nel Pembrokeshire, Galles occidentale, a 230 chilometri da Stonehenge. Sono state utilizzate sessanta pietre dal peso di 4 tonnellate ciascuno.

Secondo alcuni archeologi, la costruzione del monumento ha richiesto un periodo tra i 300 e i 500 anni. Altri credono, invece, che si siano voluti addirittura 1500 anni.

Il divario così estremo tra le teorie su Stonehenge la dice lunga sullo stato della comprensione della scienza sul questo sito così enigmatico, il quale non smette di suscitare meraviglia e stupore per la sua complessità e l’aura mistica che lo circonda.

Le pietre scelte per costruire i cerchi concentrici contengono una grande quantità di materiale cristallino che pare sia in grado di attrarre e condurre l’elettromagnetismo del terreno (aspetto che ricorda uno degli esperimenti più intriganti di Nikola Tesla). Inoltre, Stonehenge è stata costruita su una delle Ley Line più importanti che percorrono la Gran Bretagna.

Le “Ley lines” (linee di prateria), sono vere e proprie linee rette, larghe circa due metri ed equidistanti tra di loro, che percorrerebbero l’intera superficie terrestre, incrociandosi tra loro in modo da formare una rete. Le ha teorizzate l’inglese Alfred Watkins alla fine del secolo scorso. Nei punti in cui le Ley Lines si incrociano, sorgerebbero antichi templi e monumenti funebri pagani.

Sotto di esse scorrerebbero spesso acque sotterranee o sarebbero presenti filoni di minerali metallici. I luoghi energeticamente speciali si trovano, in molti casi, lungo queste linee.

Secondo alcuni studiosi russi, le Ley Lines costituirebbero una griglia di energia sulla quale si fonderebbe la struttura stessa della Terra. Sul sito di Stonehenge convergono ben quattordici Ley Line, cosicché da trovarsi in un punto importante della griglia energetica planetaria.

Anche i Monti Preseli, dove sono state ricavate le rocce, sono attraversate da Ley Lines. Tracce molti antiche, menhir e sepolcri adornano le colline in cui brillano abbindandi giacimenti di cristalli di quarzo.

Ancora oggi, le pietre dai Monti Preseli sono considerate in possesso di qualità magiche di guarigione da alcuni cultori delle antiche tradizioni celtiche. Esse sono calde al tatto, e quando si spaccano, il loro interno si presenta scuro e lucido, come un cielo notturno scintillante di stelle.

Il che spinge a porsi una domanda fondamentale: come avevano fatto gli antichi a capire questo? Cosa significava per loro? Soprattutto, chi erano costoro? Chiunque abbia costruito Stonehenge, certamente sapeva della convergenza energetica del luogo.

Si ipotizza che lo schema originario di Stonehenge avesse la forma di un “calice” (o calderone), in grado di convogliare una grande quantità di energia geomagnetica. E’ un caso che proprio qui, nel Wiltshire, si presenti il famoso fenomeno dei Crop Circles? E’ solo un caso o c’è una connessione?

Insomma, cos’era Stonehenge? Un enorme osservatorio astronomico? Un luogo ci culto? Un luogo di guarigione? Ci troviamo davanti ad un immenso monumento a forma di cerchio costruito direttamente su un punto della griglia planetaria, in uno dei luoghi dove si manifesta il misterioso fenomeno dei Crop Circles, circondato da un’intensa attività UFO e su una della più grandi Leyline della Gran Bretagna. Convergenze abbastanza impressionanti… cosa significa tutto ciò?

 

http://www.ilnavigatorecurioso.it/2013/09/12/novita-da-stonehenge-riportata-alla-luce-la-parte-mancate-dei-due-viali-collegano-il-sito-al-fiume-avon/

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1 agosto 2014 5 01 /08 /agosto /2014 21:37

 

Un interessante studio pubblicato sulla rivista Meteoritics and Planetary Science ha permesso di scoprire che gli egiziani utilizzavano gioielli realizzati con metallo di origine cosmica, proveniente da antichi meteoriti caduti sul nostro pianeta migliaia di anni fa.

La scoperta è stata realizzata grazie alle analisi eseguite su un campione di ferro di circa 2 centimetri, un tubicino utilizzato come decorazione per una collana, risalente a circa 5 mila anni fa.

I risultati mettono in luce come gli antichi egizi conoscessero la fusione e la lavorazione del ferro almeno mille anni prima dell’inizio della cosiddetta ‘età del ferro’, cominciata intono al 1300 a.C.

Inoltre, lo studio mette in rilievo quanto fosse importante l’universo per gli egizi e come i meteoriti avevano una funzione singolare nello sviluppo della loro religione: “Il cielo era molto importante per gli egizi”, spiega Joyce Tyldesley, egittologo dell’Università di Manchster, nonché uno degli autori dello studio, “e qualcosa che cadeva dal cielo era considerata come un dono degli dei”.

Il reperto analizzato è uno dei nove ritrovati nel 1911 in un cimitero di Gerzeh, a circa 70 chilometri a sud del Cairo. Il gioiello risale al 3300 a.C., il più antico manufatto egizi in ferro mai scoperto.

Uno studio condotto nel 1928 rilevò che il ferro nel manufatto aveva un alto contenuto di nichel (una firma nota del ferro meteoritico), suggerendo che fosse di origine cosmica. Ma nel 1980, gli studiosi sostennero che la presenza del nichel nel manufatto era frutto di una fusione accidentale, escludendo l’ipotesi extraterrestre.


 

Per risolvere la questione, Diane Johnson, studiosa di meteoriti presso la Open University di Milton Keynes, Inghilterra, insieme ai suoi colleghi ha studiato il reperto al microscopio elettronico e eseguito una tomografia computerizzata.

Benchè fosse stata negata ai ricercatori la possibilità di sezionare il prezioso manufatto, gli scienziati hanno trovato alcune aree sulla sua superficie che hanno permesso un’osservazione più approfondita dell’oggetto, quelle che la Johnson ha definito delle ‘piccole finestre’.

Le analisi hanno mostrato che la presenza del nichel nel manufatto arriva fino al 30%, il che suggerisce che l’oggetto proviene effettivamente da un meteorite.

A conferma del risultato, il team di scienziati ha osservato che il ferro mostra una struttura di tipo cristallino, segno distintivo di una conformazione chiamata ‘Widmanstätten’, presente solo nei meteoriti di ferro che si raffreddarono molto lentamente mentre il sistema solare si stava formando.

Usando la tomografia, i ricercatori hanno elaborato un modello tridimensionale della struttura interna del gioiello, rivelando che gli antichi egizi lo avevano realizzato martellando il frammento di ferro meteoritico fino a farlo diventare una piastra sottile, per poi piegarlo a forma di tubicino.

Un dono degli dei

La prima prova della fusione del ferro in Egitto appare nella documentazione archeologica solo nel VI secolo a.C. Solo pochissimi manufatti di ferro sono stati scoperti nella regione prima di allora e tutti provenienti da tombe di alto rango sociale, come quelle del faraone Tutankhamon.

“Il ferro era fortemente associato con la regalità e il potere”, spiega la Johnson, la quale vorrebbe ottenere il permesso di studiare altri manufatti di probabile origine meteoritica.

I manufatti realizzati con questo ‘materiale divino’ si credeva potessero garantire al defunto il passaggio privilegiato nell’aldilà. Campbell Price, curatore del Museo egizio di Manchester, il quale non ha partecipato allo studio, sottolinea che non si sa nulla di certo sulla credenze religiose degli antichi egizi prima dell’avvento della scrittura. Tuttavia, essi credevano che gli dei avessero le ossa di ferro!

Si ipotizza che i meteoriti possano aver ispirato questa convinzione e che le rocce celesti fossero i resti fisici degli dei che cadono sulla Terra. E se fossero stati proprio gli dei ad insegnare l’importanza del ferro agli egizi?

fonte

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31 luglio 2014 4 31 /07 /luglio /2014 21:51

L’antica Tebe ha oggi un nome moderno,Luxor.

E qui ci sono due statue,chiamate impropriamente colossi di Memnone,che per secoli hanno affascinato i visitatori.

A loro è legata una storia dal sapore leggendario,ma che viceversa è ben documentata storicamente.

Amenofis III,nel XV secolo AC,costruì un tempio,oggi praticamente scomparso,e all’ingresso pose le due statue,con ai piedi due statue più piccole,raffiguranti la moglie Ty e la madre.

Le due statue più grandi,raffiguranti lo stesso faraone,avevano lo sguardo rivolto verso il sole nascente,ed erano composte di quarzite,minerale proveniente dalla piana di Giza.

I colossi di Memnone

Il tempio attirava folle di fedeli,e con il passare dei secoli,e il successivo deterioramento delle stesse,avvenne un fenomeno singolare.

La mattina,al sorgere del sole,dalle statue si diffondeva un suono armonico,melodioso.

Fu così che i primi visitatori greci ribattezzarono le statue con il nome di Memnone,mitologico figlio di Titone e della dea Eos,la dea dell’alba.

Quando Memnone morì,nell’assedio di Troia,Eos,inconsolabile,pianse suo figlio ogni mattina,al sorgere del sole.

Così,i visitatori greci,ribattezzarono in suo nome le due statue colossali,ritenendo che il suono venisse provocato da Eos che piangeva suo figlio.

La fama del fenomeno crebbe a dismisura,e furono tantissimi i visitatori che poterono apprezzarlo.

Tra loro ci fu l’imperatore romano Settimio Severo,che,stupefatto,cercò di capire l’origine del fenomeno.

Diede ordine che le statue venissero riparate,con conseguenze disastrose:del fenomeno non rimase più traccia.

Oggi sappiamo che la quarzite,con la rugiada del mattino,riscaldata,vibra ed emette suoni.Campione di quarzite.

Ecco come dovevano apparire, agli occhi degli antichi egizi, i colossi di Amenhotep III. Le gigantesche statue del re si trovavano davanti al suo tempio funerario oggi distrutto, uno dei più maestosi di Tebe occidentale. La sua rovina si deve al tempo e all'uomo che ne ha utilizzato i materiali per costruire i villaggi dei dintorni. Ma piace pensare che una mamma,anticamente, abbia pianto per suo figlio,levando il suo lamento ogni giorno, al sorgere del sole.

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31 luglio 2014 4 31 /07 /luglio /2014 21:37

Nascoste tra le cime dell’Himalaya, esiste un luogo con circa 10 mila grotte artificiali scavate nella roccia viva a circa 60 metri d’altezza, in una gola così grande da superare di gran lunga il Gran Canyon.

L’impressionante numero di grotte si trova nel nord del Nepal, nel Distretto di Mustang, e rappresenta uno dei più grandi misteri archeologici del mondo.

Alcune di esse sono uniche, con un solo ingresso aperto su un vasto fronte di rocce frastagliate. Altre, invece, sono state realizzate in gruppo, una sull’altra, presentando accatastamenti verticali anche su nove livelli.

Gli archeologici non sanno chi le abbia costruite, né quale fosse la loro funzione. Inoltre, non si riesce a comprendere come facessero le persone a salire verso queste cavità realizzate a diversi metri dal suolo. 

A metà degli anni ’90, archeologi provenienti dal Nepal e dall’Università di Colonia hanno cominciato ad esplorare l’interno delle grotte, trovando una dozzina di corpi umani, tutti antichi di almeno 2 mila anni.

Da allora, gruppi di ricercatori hanno continuato ad indagare le ‘Grotte di Mustang’. Coloro che hanno avuto la fortuna di visitare le misteriose grotte hanno raccontato di aver avuto l’impressione di trovarsi di fronte ad un gigantesco castello di sabbia.

Uno di questi è Cory Richards, un fotografo d’avventura, che insieme all’archeologo Mark Aldenderfer, allo scalatore Pete Athans e ad una squadra di esploratori, si è recato sul sito alla ricerca di reliquie nascoste e grotte inesplorate. “Onestamente, quando sono arrivato mi sono reso conto che il sito è più grande di qualsiasi cosa abbia mai potuto immaginare”, racconta Richards.

In alcune cavità sono stati rinvenuti diversi murales e manoscritti che illustrano la storia buddista. I ricercatori pensano che l’utilizzo delle grotte di Mustang sia divisibile in almeno tre periodi.

Le grotte venivano utilizzate già nel 1000 a.C. come camere funerari. Ma non si esclude che le cavità siano state utilizzate successivamente dalle antiche popolazioni locali come rifugio in caso di attacco.

La maggior parte delle grotte, infatti, risulta essere vuota, anche se in alcune di esse sono stati trovati segni di vita domestica: focolari, attrezzi e contenitori.

Richards è entusiasta dell’esperienza vissuta. Come egli stesso afferma, cercherà di trasmettere la bellezza delle Grotte di Mustang con la sua attività di fotografo: “Essenzialmente, alla fine di questa esperienza, ciò che per me è stato illuminante è il connubio tra scienza, esplorazione e cultura”, conclude il foto-esploratore.

 

http://ilnavigatorecurioso.myblog.it/2013/09/01/il-navigatore-curioso-cambia-indirizzo-web-5657743/

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13 luglio 2014 7 13 /07 /luglio /2014 21:21

Veduta della città Maya di Palenque

E’ il sogno di qualsiasi esploratore, di qualsiasi archeologo quello di imbattersi in un’antica città, priva di vita da secoli, ma conservata tutto sommato bene; una città che presenti ancora iscrizioni e monumenti, che racconti in qualche modo la vita di coloro che la hanno abitata, e che possibilmente restituisca qualcosa che possa servire per capirne la cultura, le dinamiche di vita sociale, religiosa e politica, e perchè no, che dia modo di trovare l’immancabile tesoro, che sia sotto forma di gioielli, di oro o di qualsiasi cosa di prezioso.
Palenque ha esaudito tutti questi desideri, rivelando, sopratutto nel corso della seconda metà dello scorso secolo, una storia che ci ha permesso di conoscere meglio gli antichi abitanti che la popolavano, su una estensione di circa 15 km, e che la abbandonarono inspiegabilmente nel pieno del suo fuglore.

Alberto Riuz Lhuillier, l’archeologo che scoprì la tomba di Pacal il grande

 

Situata a 3000 mt di altitudine, nello stato messicano del Chiapas, sull’estremo lembo del confine messicano non lontano dai confini con il Guatemala, la città stato è rimasta quasi invisibile agli occhi umani per secoli, protetta dall’onnipresente giungla e da una nebbia provocata dallo scorrere del fiume Usumacinta, che provoca uno scambio termico con l’aria; già abitata nel corso del I secolo AC,  Palenque ha visto crescere il suo prestigio lentamente ma con costanza, fino al massimo splendore che coincide con il regno di Kin Pacal detto il grande, che regnò dal 615 al 683 DC, data della sua morte.
Pacal portò lustro e splendore nella città stato, edificando templi e inaugurando una stagione di prosperità senza precedenti: alla sua morte lo splendore e la magnificenza della città stato diminuirono progressivamente, fino al X secolo, quando come già detto all’inizio la città venne progressivamente abbandonata, fino a diventare deserta del tutto.
Questo è uno degli enigmi che da sempre fanno ammattire gli studiosi; cosa può aver spinto la pololazione locale ad abbandonare un territorio così avanzato dal punto di vista della civiltà, una città ricca di templi, costruzioni e abitazioni?

Pacal il grande

Un catastrofe naturale è poco probabile, visto che avrebbe dovuto colpire non solo gli abitanti, ma anche i manufatti; forse vi fu un’emigrazione di massa di altri popoli che cacciarono i residenti, ma anche in questo caso vien da chiedersi dove siano finiti poi i nuovi abitanti, e sopratutto come abbiano fatto a conquistare la città stato senza intaccarne i monumenti.
L’ipotesi più probabile è un’emigrazione di massa dovuta all’improvviso inaridimento del suolo, che costrinse i Maya a lasciare la zona alla ricerca di un territorio fertile.
Ma ovviamente è solo una supposizione, perchè gli stessi Maya, se lasciarono scritto qualcosa sugli avvenimenti, videro tutte le loro testimonianze scritte distrutte dalla furia iconoclasta degli spagnoli, con i tristemente famosi auto da fè che bruciarono tutta la cultura scritta Maya salvo sporadiche eccezioni.

La stupenda maschera funeraria di Pacal

Comunque sia andata, Palenque diventò una ghost town, cosa dimostrata dall’arrivo degli spagnoli nel 1519.
I conquistadores, affamati di oro e pietre preziose, giunsero nella città con un piccolo corpo di spedizione guidato da Padre Pedro Lorenzo de la Nada; fu lui a dare il nome di Palenque alla città, traducendo male il nome Maya della città, ricordata dai discendenti del grande popolo che abitavano quella zona nel 1561 come la “terra con forti case, delle case robuste”
Pedro Lorenzo de la Nada la chiamò fortezza, Palenque in spagnolo e da quel momento la città stato prese la denominazione che conosciamo ancor oggi; il religioso si integrò bene con la popolazione locale, riuscì a creare una comunità di indigeni locali e li convinse a ripopolare la città.
Lasciò i suoi protetti per tornare in Spagna, dove si preoccupò di costituire uno stato giuridico per la sua gente, portando con se tre campane da mettere nelle chiese che aveva costruito, una delle quali soltanto è sopravissuta fino ai giorni nostri.

Glifi a Palenque

Palenque ritornò nell’oscurità della storia, prima di essere nuovamente scoperta da Stephens e Catherwood, i due archeologi e viaggiatori che girarono in lungo e in largo il Messico, e che contribuirono in maniera determinante alla riscoperta di Chichen Itza; ma ancora una volta la città stato scomparve dalle cronache, prima di essere scoperta nuovamente, e questa volta in maniera definitiva, nel 1930, quando un gruppo di archeologi capitanati da M. A. Fernandez in collaborazione con F. Blom e Ruz Lhuillier intraprese una campagna di scavi che riportò alla luce tutti i templi più importanti della città, in particolare il Tempio delle iscrizioni.
Ed è qui che quasi vent’anni dopo avvenne un ritrovamento eccezionale, paragonabile per importanza a quello della tomba di Tutankamen, che, come vedremo, porterà a parlare dell “tomba del faraone Maya”
Nel 1949 Alberto Ruz Lhuillier stava svolgendo una campagna di scavi sul territorio di Palenque; un giorno, mentre studiava con attenzione i petroglifi sul Tempio delle iscrizioni, che recavano 625 glifi ispirati alla storia del più grande dei capi di Palenque, Pacal, vide un passaggio segreto nel suolo, ostruito da macerie.
Con il fiuto che accompagna sempre l’archeologo di razza, Lhuillier intuì che quel passaggio doveva portare a qualche cosa di importante.

L’ingresso della tomba di Pacal

Iscrizioni sulle pareti della tomba

L’intuizione si trasformò in certezza quando l’archeologo vide che sotto le macerie c’erano delle scale; ma dovette attendere tre anni, prima di vedere la sua curiosità appagata; il tempo necessario a rimuovere le oltre 300 tonnellate di macerie che ostruivano il percorso.
Ma fu un’attesa premiata con una scoperta che rivoluzionò le conoscenze ul mondo Maya; perchè al termine di quella scalinata c’era una sala a volta, con al centro un sarcofago decorato, chiuso da una pesante lastra (5 tonnellate); sui lati della stanza, sulle pareti, erano raffigurati 9 dignitari; la stanza stessa misurava  9 mt di lunghezza,  4 di larghezza  e  7 di altezza.
Quando venne rimosso il pesante coperchio, all’interno del sarcofago si rinvenne il corpo di un uomo, sul cui volto c’era una splendida maschera di giada.

La lastra tombale che ricopriva il sarcofago di Pacal

La stessa lastra vista nell’angolazione preferita dai cultori dell’ipotesi aliena

Era il corpo di Pacal il grande, sepolto con tutti gli onori, come il faraone egizio Tutankamen, come lui con il volto coperto da una maschera di straordinaria bellezza; come Carter rispose sinteticamente a Lord Carnavon “Vedo cose meravigliose”, così Lhuillier rispose sinteticamente a chi gli chiedeva dell’emozione provata nel momento in cui venne sollevata la pesante lastra tombale di Pacal.
La prima impressione fu quella di contemplare un mosaico verde, rosso e bianco, ma poi il mosaico si scompose in dettagli e vidi ornamenti di verde giada, ossa e denti dipinti di rosso e frammenti di una maschera

Veniva quindi smentita la teoria che voleva le piramidi utilizzate solo a fini religiosi o politici; la cripta contenente il sarcofago di Pacal stava a dimostrare clamorosamente il contrario.
La eco della scoperta mise in subbuglio il mondo impolverato degli archeologi, sempre poco disponibili a rivedere le loro teorie; ma buona parte dello stesso mondo si schierò a difesa dell’autenticità del corpo di Pacal quando alcuni misero indiscussione l’identità del corpo ritrovato.
La principale obiezione riguardò lo stato di corrosione dei denti, che non corrispondevano ad un uomo di ottantanni; tuttavia non va dimenticato che Pacal non era un uomo qualsiasi del suo popolo.
Era un sovrano con dignità pari a quella di un dio, e con molta probabilità non doveva certo nutrirsi di mais o carne dura.

Una visione in bianco e nero che permette di apprezzare i dettagli

Ma la polemica più grande, quella che ebbe più vasta eco, riguarda la strana decorazione della lastra tombale del “faraone di Palenque“; la raffigurazione di Pacal, che ascende dal mondo terreno per avviarsi a diventare un dio venne scambiata per un astronauta che è a cavalcioni su un veicolo spaziale.
Uno dei primi a parlare dello “sconvolgente rinvenimento” fu lo scrittore Erich von Däniken, una specie di scienziato della domenica specializzato nell’elaborazione di fantasiose teorie che spiegano, attraverso l’intervento alieno, tutte quelle cose che richiedono conoscenze approfondite o studi completi.
L’ameno scrittore svizzero sostiene da tempo che sono stati gli alieni a contribuire all’edificazione delle piramidi e della sfinge, che sempre gli alieni sono intervenuti massicciamente per influenzare le civiltà Maya, Incas, Azteca, quella dell’isola di Pasqua e via dicendo, arrivando anche a vedere gli alieni dietro le apparizioni mariane di Lourdes e Fatima.
Accanto a lui va citato l’italiano Kolosimo, scomparso da tempo; lo stesso fervore “interventista alieno” pervade gli scritti di Kolosimo, che sposò la tesi stravagante di Von Daniken.

La probabile spiegazione della lastra tombale:

La parte inferiore, Il mostro della terra

La parte centrale, L’albero della vita (la vita terrestre)

La parte superiore, Il Queatzcoatl, il serpente piumato (il passaggio allo stato di Dio)

In realtà guardando la lastra funeraria di Pacal, si scorgono elementi classici della religione Maya; c’è il mostro della terra, una pianta di mais (alimento fondamentale dei Maya), l’uccello piumato, il queatzl, comune amche agli Inca, che simboleggia l’essenza stessa della vita.
Ovviamente i cultori del mistero si sono affannati a spiegare con l’intervento alieno la non comune raffigurazione tombale.
Dimenticando, per esempio, che Pacal è raffigurato con addosso solo il perizoma, abbigliamento con il quale, fosse stato alla guida di un veicolo spaziale, avrebbe potuto al massimo alzarsi dal suolo per pochi metri.
Non solo; la raffigurazione è limitata solo alla lastra tombale, e se fosse stato vero un incontro ravvicinato tra i Maya e presunti alieni, sarebbe rimasta qualche traccia sulle pareti della tomba, sotto forma di documentazione, vista la rilevanza della cosa.
Del resto nel Tempio della croce, per esempio, elementi religiosi presenti sulla lastra tombale di Pacal sono raffigurati su alcune pareti.

Particolare del Tempio dei teschi

Tornando a Palenque, il sito presenta numerosi monumenti degni di grande attenzione.
In primis va citato il gruppo costituito da tre templi ,il Tempio della Croce, quello della Croce Fogliata e il Tempio del Sole, edificati sotto il governo del figlio del grande Pacal, quello di Chan Bahlum (o Chan Balám – Serpente Giaguaro), salito al potere lo stesso anno della morte del padre, il 683.
Siamo nel periodo di massimo fulgore dell’architettura Maya, e i risultati sono visibili; il Tempio della Croce presenta la complessa struttura delle consegne del potere da parte di pacal al figlio, simboleggiata dall’albero della vita, che affonda le radici profondamente nel terreno, nel regno del sotto mondo, che presenta il tronco in superficie a simboleggiare la vita terrena e infine le foglie e i rami che simboleggiano il cielo e quindi la natura divina del re.

Altare sacrificale davanti al Tempio delle iscrizioni

Nel Tempio della Croce Fogliata sono presenti le stesse allegorie, impreziosite dalla rpesenza del mais, fonte di vita come l’acqua;i ll Tempio del Sole si distingue invece per le allegorie dedicate alla guerra, vista la presenza di rilievi raffiguranti giaguari.
Anche a Palenque è presente il tradizionale campo per il gioco della palla, la cui complessa ritualità è ancora oggi fonte di studio (per la descrizione del rituale sportivo/religioso simboleggiato dalle strutture vedere l’articolo su questo blog dedicato a Chichen Itzà).

Il Tempio del sole

La parte centrale di Palenque è occupata dal Palacio, un complesso di più strutture che contiene splendide raffigurazioni di battaglie, ritratti di sovrani precedenti, e che venne edificato in più di cento anni, aggiungendo alla struttura originaria altri edifici dedicati probabilmente non solo all’esaltazione del potere, ma che fungevano da centro amministrativo e di giustizia.
La regina  Zak Kuk, madre di Pacal, fece decorare l’interno degli edifici anche con simboli del calendario; particolarmente importanti sono i glifi studiati da  Heinrich Berlin, che rivelarono come in una specie di Stele di Rosetta i nomi dei sovrani che si erano alternati nella guida della città.
Una delle sorprese che attendevano gli archeologi era rappresentata dalle vistose colorazioni degli edifici, adesso perdute, ma presenti ancora in tracce sulle costruzioni; abbondavano i colori come il giallo, il verde e il blu, oltre al rosso mattone che decorava gli esterni degli edifici.

Una raffigurazione ottocentesca

Una raffigurazione ottocentesca del Tempio del sole

Palenque deve davvero molto a Alberto Ruz Lhuillier; l’uomo si dedicò anima e corpo al restauro e alla conservazione del sito, tanto che dopo la sua morte venne sepolto all’interno della città, di fronte al Tempio delle iscrizioni. Fu lui a far lievitare l’interesse per il sito archeologico, grazie alla citata scoperta della tomba di Pacal.
Oggi il sito è meta di un incessante pellegrinaggio di turisti, attirati dal fascino misterioso della città Maya, conservatasi splendidamente nonostante le ingiurie del tempo.

Mappa del sito archeologico

Sono presenti sul sito anche equipe archeologiche, alla ricerca di ulteriori elementi di informazione sui Maya; l’epoca delle scoperte archeologiche,a Palenque, probabilmente non è terminata.

Il sistema numerico Maya

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8 luglio 2014 2 08 /07 /luglio /2014 21:42

nuovo_metallo

 

Il cuore della Terra contiene un tipo di metallo fino ad oggi sconosciuto. A identificarlo sono stati i ricercatori del Geophysical Laboratory della Carnegie Institution for Science di Washington (Stati Uniti) in uno studio pubblicato su “Physical Review Letters”, secondo cui la scoperta potrebbe cambiare completamente le teorie sul campo magnetico che protegge il pianeta dai danni prodotti dai raggi cosmici.

 

I composti in genere subiscono cambiamenti strutturali, chimici, elettronici ed altri sotto queste condizioni estreme. Contrariamente a quanto si pensava, l’ossido di ferro deriva da uno stato isolante (che non presenta conduzione elettrica) per diventare un metallo altamente conduttore a 590 000 atmosfere di pressione e a temperature di 1648 °C ma senza una modifica alla sua struttura. Studi precedenti avevano portato ad affermare che la metalizzazione in FeO era associata ad un cambiamento nella sua struttura cristallina. Questo risultato indica che l’Ossido di Ferro può essere un isolante e un metallo a seconda delle condizioni di temperatura e pressione.

Gli autori dello studio hanno ricreato in laboratorio le condizioni estreme tipiche delle profondità della Terra. Utilizzando un innovativo metodo computazionale è stato possibile predire l’esistenza di un nuovo tipo di ossido di ferro (FeO), un componente del secondo minerale più abbondante del pianeta. Secondo i ricercatori, a una pressione di 690.000 atmosfere e a una temperatura di circa 1.650 gradi centigradi il FeO non cambia struttura, ma passa dall’essere un materiale isolante a essere un metallo altamente conduttivo.

Questi risultati, spiega Ronald Cohen, coautore dello studio, implicano che a livello della parte più profonda del mantello terrestre l’ossido di ferro conduce l’elettricità, aumentando l’interazione elettromagnetica tra il nucleo liquido della Terra e questa zona del mantello: e questo corrisponderebbe a una nuovo modo del campo magnetico di essere propagato verso la superficie del pianeta.

 

http://mondomisteri.altervista.org/blog/scoperto-nuovo-metallo/

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25 giugno 2014 3 25 /06 /giugno /2014 21:36

 

Con la mummificazione, gli antichi egizi rincorrono uno dei sogni più anelati dall'Uomo: l'immortalità. Ad un'analisi dettagliata, i corpi conservati dei faraoni, pongono però dei quesiti che ci riconducono ad una cultura sviluppata anche se molto antica e a possibili legami con le culture pre-colombiane.

La notizia è solo di poco tempo fa, ma la scoperta risale a quattro anni fa. Presso l'oasi di Bahariya, le sensazionali scoperte archeologiche effettuate hanno aggiunto il suo nome alle cartine geografiche e turistiche. Diecimila corpi mummificati e intatti sono stati scoperti per puro caso, riportando in auge il mito della mummia. Un sito di epoca greco-romana, mai violato dai tombaroli, i cui sarcofagi dorati hanno stupito gli egittologi per il loro fasto. Zahi Hawass e Ashry Shaker, capo della soprintendenza alle antichità di Bahariya, hanno preferito tenere sotto silenzio la notizia per tre anni (questa tattica potrebbe essere stata già impiegata da Hawass per le camere sotterranee sotto la Sfinge e la camera scoperta dal tedesco Rudolf Gantembrink nel canale che parte dalla Camera della Regina della Grande Piramide) al fine di studiare il luogo lontano dai riflettori del pubblico.
Una delle prime scoperte archeologiche, legata alle mummie, che causò un fervore senza precedenti tra i membri dell'alta cultura europea, risale al 1881. Il 6 giugno di quell'anno uno scavo venne realizzato presso Deir el Bahari. Seguendo per mesi la pista di alcuni tombaroli, Emile Brugsch scoprì il nascondiglio di quaranta corpi mummificati, alcuni di questi appartenenti a grandi faraoni del Nuovo Regno (1567-1090 a.C.) come Amosis, Tuthmosis III, Seti I, suo figlio RamsesII. A questa scoperta si aggiunse nel 1898, all'interno della tomba di Amenofi II, il ritrovamento di altri 16 corpi tra i quali quella del farone Tuthmosis IV - lo stesso re protagonista del sogno magico sotto la Sfinge - e di Amenofi III, padre dell'eretico Akhenaton. In entrambi i casi, le mummie erano state collocate in quel sito dagli stessi sacerdoti egizi, come prevenzione per le continue profanazioni, già in epoca faraonica. In questo modo si manteneva la speranza che essi sopravvivessero al passare del tempo, ottenendo così l'immortalità, cosa che in qualche modo conseguirono realmente. In fin dei conti si è così realizzata una delle speranze più accese degli egizi: che il loro nome venisse pronunciato, affinché potessero tornare alla vita.
False mummie o esseri mutanti ?
La realizzazione di questo rito ancestrale su un corpo umano era quindi dovuta al desiderio di conservazione del supporto fisico dell'anima per l'eternità. A questa ipotesi logica, si contrappongono altre congetture più azzardate sebbene scientificamente rifiutabili. Secondo lo studioso svizzero Erich von Däniken l'imbalsamazione era un tentativo di ibernazione, nella speranza che gli Dei celesti tornassero a riportare in vita i faraoni in un lontano futuro. Nonostante queste congetture estreme, il reale motivo della mummificazione sembra oramai chiarito ma resta il mistero sul perchè gli egizi mummificassero esseri umani e animali fondendoli in un unico essere. In diversi luoghi dell'Egitto sono state trovate mummie metà bambino e metà coccodrillo la cui spiegazione è ancora da fornire. Una di queste è esposta al museo Topkapi di Istambul in Turchia. Inoltre non ci sono risposte logiche alle scoperte realizzate in numerose necropoli egizie.
La prima sorpesa capitò all'egittologo francese Auguste Mariette il 5 settembre 1852, dopo aver scoperto a Saqqara il Serapeum, luogo dove la tradizione situava la tomba dei buoi sacri al dio Api. Una volta aperti, i giganteschi sarcofagi scoperti nelle camere sotterranee, o erano vuoti o contenevano una massa bitumosa maleodorante che si disintegrava al tatto e alla minima pressione. Le mummie dei buoi non c'erano. Più tardi, l'archeologo britannico Sir Robert Mond, scoprì ossa di sciacalli e cani nei sarcofagi dei buoi (si ricorda che sciacalli e cani erano la rappresentazione di Anubi, Dio della mummificazione, e aspetti mitologici della stella Sirio).
Mummie Atomiche
Sebbene la principale leggenda che circonda le mummie, la cosiddetta "maledizione dei faraoni" sia stata scientificamente spiegata con la presenza di un fungo, l'Aspergillus Niger, che provocava la morte di chi ne veniva a contatto, altri esperti si dichiararono inclini a pensare che la maledizione fosse dovuta al potere radioattivo di alcuni oggetti conservati insieme ai corpi mummificati che dopo 3000 anni, avevano mantenuto inalterate le loro mortali emanazioni. Per lo meno così credono alcuni scienziati della città atomica di Oakridge. L'ipotesi non è azzardata, in quanto nelle miniere d'oro (metallo che si ritrova nei sarcofagi e molto impiegato dagli antichi egizi) è comune incontrare minerali come Uranio e Torio. Inoltre, nel 1949, il professor Bulgarini affermò che "gli antichi egizi conoscevano le leggi della disintegrazione dell'atomo. I suoi saggi e sacerdoti conoscevano l'Uranio. È possibile che si servissero della radioattività per proteggere i loro santuari". Anche Peter Kolosimo, lo scomparso saggista e studioso italiano di "anomalie archeologiche", affronta quest'argomento. Nel suo "Terra Senza Tempo" riporta le parole del professor Ghoneim che dichiarò, riassumendo i risultato delle ricerche compiute da un folto gruppo di studiosi egiziani "che la pece con cui venivano conservati i cadaveri mediante mummificazione, proviene dalle rive del Mar Rosso e da alcune regioni dell'Asia minore e, contiene sostanze fortemente radioattive.
Non solo, ma la radioattività è propria anche delle bende usate per fasciare le mummie. E le intere camere mortuarie erano probabilmente piene della stessa polvere." Tutto fa pensare che i sacerdoti egiziani abbiano volontariamente richiesto l'impiego di quella specifica pece, in quanto possedevano conoscenze avanzate lascito di una civiltà pre-diluviana. Forse gli egizi sapevano che la disintegrazione dell'atomo è associata al Sole (le stelle si basano sul principio della fusione nucleare), e la consideravano quindi una manifestazione di Ra per cui richiedevano espressamente in determinati casi l'utilizzo di materiali radioattivi. La simbologia solare è legata infatti al culto heliopolitano di Ra, il più antico d'Egitto, che considerava il Sole quale dispensatore di vita. Ricordiamo che il faraone era assimilato al Sole e la radioattività essendo simbolo di energia vitale avrebbe potuto rappresentare simbolicamente la vita del faraone dopo la morte. Nei bassorilievi di Tell-el-Amarna, che ritraggono Akhenaton in adorazione del disco solare Aton, quest'ultimo dispensa raggi simili a radiazioni, che offrono l'Ankh, la chiave della vita eterna, al faraone, benedicendolo in tal modo per l'eternità.
La Mica
La conoscenza dell' infinitamente piccolo e delle sue leggi, da parte degli egiziani, verrebbe in effetti avvalorata dagli studi esoterici su antichi testi compiuti da più egittologi tra cui spiccano Schwaller de Lubicz e John Antony West. Secondo quanto tramandano i testi egizi, il principio creatore del tutto era Atum, il Dio primordiale, dalla cui sostanza ogni cosa è stata creata. In questa descrizione è insito che Atum è proprio l'atomo o la protomateria, da cui ogni cosa prende forma. La somiglianza delle parole Atum e Atomo è in tal senso chiarificatrice.
Tutto ciò presenta interessanti analogie con alcune scoperte fatte in Messico. Nel 1906 venne rilevato tra due livelli della piramide del Sole di Teotihuacan in Messico, un esteso strato di Mica, minerale del gruppo di silicato di alluminio, presente anchenel Tempio della Mica, sempre a Teotihuacan. Anche per la Mica, come per la pece egizia, l'importazione avveniva da lontano, precisamente dal Brasile.
La Mica, come Graham Hancock scrive nel suo Impronte degli Dei (Corbaccio-1996) "non è un ovvio materiale universale da pavimentazione. (...) Siamo portati a pensare che i due strati di Mica (...) fossero destinati a svolgere un ruolo preciso. La mica possiede caratteristiche che la rendono particolarmente adatta ad applicazioni tecnologiche.
Nell'industria moderna viene impiegata per costruire condensatori ed è un ottimo isolante termico ed elettrico. È anche opaca ai neutroni veloci e può funzionare da moderatore nelle reazioni nucleari". Non è un caso che, secondo quanto scrive Laurence Gardner nel suo libro "Genesis of the Grail Kings: The Pendragon Legacy of Adam and Eve"(Bantam, 1999), nel sarcofago della camera del Re sarebbe stata trovata dai primi esploratori, non la mummia di Cheope, ma una polvere bianca poi identificata come un composto di grani di Feldispato e Mica.
Piramidi, mummie egizie, e alcuni templi Toltechi presentavano quindi caratteristiche che avevano legami con l'energia atomica, a sottolinare una strana quanto indicativa coincidenza.
I Faraoni " Biondi "
Il parallelismo tra Egitto e America trova ulteriori conferme nella scoperta citata da Murry Hope nel suo libro "Il Segreto di Sirio" (Corbaccio 1997). Alle analisi, le mummie regali della XVIII dinastia presenterebbero gruppo sanguigno A.
Considerando che il gruppo sanguigno più diffuso in Egitto era, ed è ancora oggi, il gruppo 0, la cosa è alquanto insolita. La stranezza aumenta se consideriamo che il gruppo A di solito si accompagna al tipo dalla pelle chiara e gli occhi azzurri o comunque caucasico. Cosa ci facevano individui dall'aspetto nordico tra i faraoni dell'Egitto del Nuovo regno? In più alcune mummie inca, conservate al British Museum di Londra hanno dato i medesimi risultati (gruppo A e aspetto caucasico) del tutto estranei alle popolazioni pre-ispaniche del Nuovo Continente. Individui biondi dalla pelle chiara tra le caste dominanti dell'Egitto e d'America. Il professor W.C. Emery, autore di Archaic Egypt è convinto che si tratti di un popolo venuto dall'esterno, non indigeno, tenutosi a distanza dalla gente comune, unitosi solo con le classi aristocratiche. Una maggiore conoscenza del DNA dei faraoni e dei suoi legami con questo popolo potrebbe provenire da un'identificazione genetica delle mummie disponibili.
Inoltre mummie bionde e dai tratti caucasici sono state ritrovate anche in Cina. Sembra che in epoca antica, una popolazione di questo tipo abbia stabilito colonie in tutto il globo, mantenendo piuttosto circoscritta la sua mescolanza genetica. Chi erano questi popoli biondi del tutto estranei alle etnie locali ? Che legame avevano con gli Shemsu Hor, i semidei Seguaci di Horus e i biondi Viracocha delle mitologie americane?
Akhenaton
Forse erano Atlantidei, come ipotizza l'egittologo John Antony West. È interessante notare che lo stesso Emery scrive: "verso la fine del IV millennio a.C. il popolo noto come "Seguaci di Horus" ci appare come un'aristocrazia altamente dominante che governava l'intero Egitto. La teoria dell'esistenza di questa razza è confortata dalla scoperta nelle tombe del periodo pre-dinastico, nella parte settentrionale dell'Alto Egitto, dei resti anatomici di individui con un cranio e una corporatura di dimensioni maggiori rispetto agli indigeni, con differenze talmente marcate da rendere impossibile ogni ipotesi di un comune ceppo razziale. La fusione delle due razze dev'essere avvenuta in tempi tali da essere più o meno compiuta al momento dell'Unificazione dei due regni d'Egitto". Anche in Messico sono stati ritrovati teschi allungati o deformi, più grandi del normale, e ciò incrementa i legami tra l'Egitto e l'America, oltre ad accrescere la possibilità di un ceppo razziale comune alla base delle due culture. La scoperta della presenza di tabacco e cocaina tra i capelli e nelle fasce delle mummie egiziane ne è un indizio notevole, considerando che tabacco e cocaina sono piante originarie del sud-America e non vi sono segni di loro coltivazioni nell'Egitto antico. Inoltre proprio nella XVIII dinastia, interessata dal gruppo sanguigno A, ha regnato il faraone Amenofi IV, meglio noto come Akhenaton, menzionato in precedenza, che amava farsi ritrarre in statue e bassorilievi (e con lui l'intera famiglia reale) con un cranio allungato e una corporatura tozza, caratteristiche riscontrate nel ceppo pre-dinastico menzionato da Emery. Traccia di un possibile legame lo si trova nel gruppo sanguigno del suo successore Tutankhamon, figlio del faraone eretico, che, come per altri membri della XVIII dinastia, è di tipo A. Akhenaton è ricordato per la sua riforma religiosa, ispirata al monoteismo del Dio Sole Aton. Considerando che il culto solare è il più antico che l'umanità ricordi (insieme a quello della Grande Madre), non è fantascientifico ipotizzare un legame culturale e forse genetico tra questo faraone e ceppi razziali non egiziani, la cui linea genealogica è appartenente forse ad una cultura avanzata pre-esistente a quella Egizia.
Segreti di un' arte millenaria
Con più di mezzo secolo di ricerche e a sue spese, l'antropologo spagnolo José Manuel Reverte Coma è, senza dubbio, una delle massime autorità internazionali nel campo delle mummie.
I suoi lavori sull'imbalsamazione di culture antiche come l'Egitto e il sud-America sono stati pubblicati ed apprezzati dovunque. Per 20 anni il professor Reverte ha retto l'insolito museo che porta il suo nome. Situato nella facoltà di medicina dell'Università Complutense di Madrid, attorniato da insoliti oggetti della medicina spagnola, il professore possiede una collezione eccezionale di mummie dei luoghi più disparati del pianeta. Reverte è un perfetto conoscitore del processo di mummificazione impiegato in Sud-America, continente nel quale ha lavorato per alcune decadi. Nel suo museo si conservano diverse mummie peruviane di circa 2.500 anni di età. "Le circostanze religiose, come la credenza in un aldilà, e naturali, come l'elevata aridità del paese favorirono l'eccellente tecnica di mummificazione egizia. Circostanze totalmente diverse propiziarono la mummificazione in America. Per esempio, a grandi altezze i corpi potevano congelarsi per il freddo, e nei paesi tropicali si otteneva la perdita dei liquidi collocando i corpi al Sole durante il giorno e vicino ad un falò durante la notte. In questo modo, i grassi salivano verso l'estremità, seccando il cadavere". Esistono però per il professor Reverte Coma, similitudini tra le mummie dei Guanci (un antico popolo delle isole Canarie N.d.R.) e quelle egizie. "Sebbene i metodi impiegati siano a grandi linee differenti, vi sono alcuni punti in comune, specialmente se prendiamo come paragone la mummificazione primitiva egizia che consisteva nell'avvolgere semplicemente il cadavere in una pelle di animale. Non è impossibile quindi che le due culture abbiano avuto qualche sorta di contatto".
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27 maggio 2014 2 27 /05 /maggio /2014 21:49

 

 L' enorme e antica città sotterranea scoperta sotto una casa in fase di ristrutturazione in Turchia, ha dell' incredibile. Derinkuyu, è un'antica città sotterranea multi-livello situata nella provincia di Nevsehir, Turchia. È sulla strada tra Nevsehir e NiÄ�de, ad una distanza di 29 km da Nevsehir. Con i suoi tredici piani, che si estendono fino ad una profondità di circa 85 m, è abbastanza grande per ospitare oltre 20.000 persone.Le più importanti avrebbero poté accogliere quasi 30.000 individui. La loro origine risalirebbe agli ittite (1900 AC - 1200 AC) che li avrebbero utilizzati per rifugiarsi contro i popoli venuti da Tracia nel XIIIe secolo, durante la caduta del' impero ittita.
Questi luoghi furono più tardi occupati da altri popoli, fra cui Comunità cristiane, poterono anche fungere da cantina a vino.

Queste città furono scavate in tufo vulcanico molto tenero, in cui le abitazioni su molti livelli s' articolano intorno ad una bocca di aerazione centrale.
La città di Derinkuyu si estende su 1500 metri quadrati distribuiti su 8 livelli, scendendo ad una profondità di 55 metri. Il sistema di ventilazione funziona ancora.

Le costruzioni sotterranee sono costruite attorno ad un camino di aerazione (nella foto) che consente una buona ventilazione. Si possono così ammirare cappelle, silos, celle, stanze di abitazione.
 
La sua costruzione deve essere stata un'impresa enorme; anche con la nostra tecnologia attuale! Come diavolo hanno fatto?È la più grande città sotterranea scavata in Turchia e fa parte di una rete di diversi complessi sotterranei trovati in Cappadocia. Nella città ci sono anche negozi, sale comuni, tombe, arsenali, bestiame, e vie di fuga. C'è anche una scuola, con tanto di sala studio. Dopo la sua scoperta, nascono alcune domande: "Perché le persone volevano, o dovevano, vivere in profondità?
La città era usata come un bunker gigante per proteggere i suoi abitanti da una guerra nucleare o da qualche altro tipo di disastro? È stata costruita dai Nephilim e Refaim per le loro linee di sangue 'future' in modo che fossero sopravvissute alla fine dei tempi, cioè, il 'Grande e Terribile' giorno del Signore? 5 E i re della terra e gli [uomini] preminenti e i comandanti militari e i ricchi e i forti e ogni schiavo e [ogni] persona libera si nascosero nelle spelonche e nei massi di roccia dei monti. 16 E continuano a dire ai monti e ai massi di roccia: "Cadeteci sopra e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall'ira dell'Agnello, 17 perché il gran giorno della loro ira è venuto, e chi può stare in piedi?" Rivelazione 6:15-17 10 Essi si nascondono nelle grotte tra le colline rocciose o scavano buche nel terreno per cercare di fuggire dall'ira del Signore e di nascondersi al suo potere e gloria! 11 Gli occhi del arrogante sarà umiliato e l'orgoglio umano abbassato; solo il Signore sarà esaltato in quel giorno. 12 In quel giorno il Signore Onnipotente umilierà tutti coloro che sono potenti, tutti coloro che sono orgogliosi e presuntuosi. 
13 Egli distruggerà i cedri alti del Libano e tutte le querce nel paese di Basan. 14 Egli livellerà le alte montagne e colline, 15 ogni alta torre, e le pareti di ogni fortezza. 16 Egli affonderà anche le navi più grandi e più belle. 17 L'orgoglio umano sarà finito, e l'arroganza umana sarà distrutta. Gli idoli spariranno completamente, e solo il Signore sarà esaltato in quel giorno. 19 Le persone si nasconderanno nelle grotte tra le colline rocciose o scaveranno buche nel terreno per cercare di fuggire dall'ira del Signore e di nascondere il suo potere e gloria, quando verrà a scuotere la terra. 20 In quel giorno, essi butteranno via l'oro e gli idoli d'argento che hanno fatto, e li abbandoneranno ai topi e ai pipistrelli. 21 Quando il Signore verrà a scuotere la terra, le persone si nasconderanno nei buchi e nelle grotte delle colline rocciose per cercare di fuggire dalla sua rabbia e di nascondersi dal suo potere e dalla sua gloria. 22 Non deporrà mai più fiducia nei mortali. Cosa sono vale la pena? Isaiah 2:10-21
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24 maggio 2014 6 24 /05 /maggio /2014 22:11

Una città avvolta nel mito, inghiottita dal Mar Mediterraneo e sepolta nella sabbia e nel fango per più di 1.200 anni. Nel 2000 Heracleion per gli antichi greci, Thonis per gli antichi egizi, è stata scoperta a 30 metri sotto il livello del mare ad Abukir, vicino ad Alessandria. Heracleion, i resti della città egizia sommersa

Franck Goddio e il suo team di archeologi dello IEASM, European Institute for Underwater Acheology, dopo ricerche geofisiche durate oltre 4 anni e 13 anni di scavi, stanno svelando a poco a poco tutti i misteri della città scomparsa.

Sorprendentemente sono riemersi dalle acque reperti ben conservati che raccontano di un vivace porto antico, centro nevralgico del commercio internazionale, ma anche di un attivo centro religioso. Un documentario racconta dettagliatamente i momenti del ritrovamento.

Heracleion, i resti della città egizia sommersa

Heracleion, i resti della città egizia sommersa

Heracleion, i resti della città egizia sommersa

Heracleion, i resti della città egizia sommersa

Heracleion, i resti della città egizia sommersa

Heracleion, i resti della città egizia sommersa

Heracleion, i resti della città egizia sommersa

Heracleion, i resti della città egizia sommersa

 La squadra di Goddio suggerisce che il peso di grandi edifici, in una regione dal suolo argilloso, potrebbe aver causato lo sprofondamento della città, probabilmente a seguito di un terremoto.

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