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14 gennaio 2014 2 14 /01 /gennaio /2014 23:32

Se ne contano a migliaia e si estendono su una regione che va dalla Siria fino all’Arabia Saudita. Possono essere notate solo dal cielo e sono praticamente sconosciute al grande pubblico. Cosa sono le enigmatiche "Ruote di Pietra", chi le ha costruite e, soprattutto, a cosa servivano?

ruote di pietra

Vengono considerate dagli archeologi come la versione mediorientale delle Linee di Nazca, i famosi pittogrammi giganti tracciati sul suolo del deserto del Perù.

Gli archeologi impegnati nello studio hanno definito queste strutture circolari “Ruote di Pietra”. Ne hanno contate migliaia e presentano una grandissima varietà di disegni, con una caratteristica in comune: quella di presentarsi come un cerchi con dei raggi che partono dal centro.Gli archeologi ne parlano come di ‘ruote’, e si tratta di massi di pietra con un’ampia varietà di disegni e raffigurazioni, tutti accomunati dal possedere una specie di forma tonda con dei raggi che partono dal suo centro. Gli studiosi credono che possano essere fatti risalire all’antichità, per lo meno a duemila anni fa. Nella maggior parte dei casi si trovano nelle distese di lava e hanno estensioni che vanno dai 25 ai 70 metri circa di ampiezza. Secondo David Kennedy, professore di materie classiche e di storia antica presso la University of Western Australia, solo in Giordania esistono strutture di questo tipo costruite in pietra che sono molto più numerose delle Linee di Nazca, che si estendo in aree ben più ampie e che tra le altre cose sono anche molto più antiche.

Ora, con l’ausilio della mappatura satellitare e delle fotografie aerea eseguite in Giordania, i ricercatori stanno acquisendo nuove informazioni su queste misteriose formazioni, le quali sembrano avere origine in un passato molto antico.

“Le strutture in pietra che stiamo osservando in Giordania risultano molto più numerose, molto più grandi in estensione e molto più antiche delle Linee di Nazca”, spiega David Kennedy, coordinatore della ricerca e professore di storia antica presso la University Of Western Australia.

Lo studio di Kennedy rivela che queste ruote fanno parte di una varietà di strutture che occupano un territorio vastissimo e che sono composte da pareti e altri elementi sconosciuti che si snodano per centinaia di metri, senza avere alcun utilizzo pratico apparente.

L’unico modo per accorgersi delle ruote è attraverso le fotografie aeree della zona e a Google Earth, in quanto le strutture sono praticamente invisibili da terra. “Per migliaia di anni carovane di uomini hanno camminato per questi territori senza rendersi mai conto dell’esistenza di queste strutture”, spiega Kennedy.

Ma a cosa servivano?

Il ricercatore e la sua equipe sono molto perplessi circa l’utilizzo di queste antiche strutture. Il problema è che nessuna di queste ruote è stata finora oggetto di scavo, cosa che rende molto complicato comprendere lo scopo per il quale sono state realizzate.

Dallo studio delle immagini, gli archeologi ipotizzano che si possa trattare di antiche abitazioni o di cimiteri, ma per Kennedy nessuna di queste ipotesi è convincente.

“Ci troviamo di fronte a costruzioni che sono state realizzate nel corso di centinaia di anni, quindi deve esserci una qualche tradizione culturale che spingeva le persone a costruire queste strane strutture circolari”.

A che epoca risalgono?

Il mancato scavo delle ruote rende problematica anche la collocazione cronologica delle strutture. Alcune di esse sembrano risalire alla preistoria, con una datazione che si spinge fino ai 9 mila anni fa, mentre quelle più recenti potrebbero risalire a non più tardi di 2 mila anni fa.

Ma per il professor Kennedy la domanda più intrigante rimane quella sul reale utilizzo di queste curiose strutture: “Il vero mistero è: a che servivano?”, e soprattutto: chi le ha costruite?

I recenti studi di Kennedy, che saranno pubblicati nella prossima uscita dell’autorevole rivista Journal of Archaeological Science, rivelano che queste ruote sono solo una parte di tutta una serie di disegni in pietra, che comprendono anche aquiloni (strutture in pietra utilizzate per incanalare e poi uccidere gli animali), ciondoli (pietre antropomorfe allineate che partono da luoghi sepolcrali) e mura, strutture misteriose che attraversano tutto il panorama per centinaia di metri e che sembrano non avere alcuno scopo pratico.

Le ricerche del suo team fanno parte di un progetto aereo a lungo termine che nasce per individuare siti archeologici in tutta la Giordania. Al momento, Kennedy e i membri del suo staff sono perplessi riguardo al significato delle strutture, a cosa possa essere servite e a quale sia il loro significato.

La specializzazione principale di Kennedy è l’archeologia romana, ma è rimasto molto colpito da queste strutture quando, ancora studente, aveva letto i racconti di alcuni piloti della Royal Air Force che le avevano sorvolate intorno agli anni Venti lungo le rotte postali attraverso la Giordania. Secondo Kennedy, non è possibile non rimanere affascinati da una scoperta come questa.

Nel 1927, infatti, il tenente della RAF Percy Maitland aveva pubblicato un articolo riguardo a queste rovine sulla rivista Antiquity, riportando che le aveva sorvolate in un’area lavica e che, insieme ad altre strutture di pietra, erano chiamate dai beduini ‘opere degli uomini antichi’.

Kennedy e il suo team stanno studiando queste strutture utilizzano una serie di fotografie aeree e il programma Google Earth, visto che da terra non era possibile riconoscere la forma delle ruote. A volte sul sito si riesce a distinguere alcune delle forme, ma non è facile come quando le si guarda da un centinaio di metri di altezza: a quella distanza le figure prendono forma molto più nitidamente. Ovviamente, queste figure dovevano essere molto più precise nel momento in cui erano state costruite; sicuramente le persone dell’epoca e delle epoche successive ci hanno camminato sopra e attraverso per centinaia e migliaia di anni, senza avere la più pallida idea di cosa fossero e di che forma avessero.

Le sculture di pietra antropomorfe sono state spesso messe in relazione con le ruote; a volte circondano il perimetro di un muso, altre volte si trovano in mezzo ai raggi. In Arabi Saudita alcune di queste pietre antropomorfe, viste dall’alto, sembrano in qualche modo collegate ad antichi siti sepolcrali o in ogni modo destinati a riti religiosi.

Dare una collocazione temporale esatta a queste ruote non è facile, visto che sembrano provenire direttamente da un’epoca che va dall’era preistoria fino a un’epoca collocabile all’incirca duemila anni fa. Gli studiosi hanno notato che le ruote sono spesso ritrovate sopra agli aquiloni, che risalgono a novemila anni fa, ma mai al contrario.

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Published by il conte rovescio - in Archeologia
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3 gennaio 2014 5 03 /01 /gennaio /2014 22:35

In nessun punto nella storia ebraica si accenna, neppure una sola volta, all’evento che un fulmine abbia colpito il Tempio di Salomone, nei molti secoli della sua esistenza. Il motivo, dice il cronista Giuseppe Flavio, era una foresta di punte d'oro che copriva il tetto del Tempio: punte collegate con collegamenti dorati che scendevano ai lati del Tempio, sino a conficcarsi nel terreno.
L'archeologa greca Chryssoula Kardara ha studiato diversi templi del periodo minoico, sui monti di Creta, molti dei quali risalgono al sec. XVI a.C., e si è convinta che tutti fossero dotati di parafulmini. Erano santuari legati al culto del fulmine. I testi minoici parlano della capacità delle sacerdotesse, attraverso quelle aste, di attirare dal cielo le scariche elettriche e la pioggia. Le aste avevano lunghe punte, come lance, si ergevano equidistanti, puntate verso il cielo, sopra il recinto sacro, e si dice che fossero di rame. Le tradizioni minoiche attribuivano il progetto di queste aste ad una misteriosa razza che lavorava i metalli, antiche divinità chiamate Telchini. Quale dimenticata civiltà preistorica era mitizzata in tali esseri?

In Egitto, aste rivestite di rame erano di solito poste all’ingresso ai templi. Alcune di quelle antenne raggiungevano l'altezza di trenta metri. Iscrizioni risalenti al sec. III a.C. descrivono le installazioni del tempio tolemaico di Edfu, nel sud dell'Egitto, dedicato al dio Horus: "Questa è l’alta porta del dio falco di Edfu, il trono di Horus, il portatore di fulmine. Alberi sono disposti a coppie per fendere il temporale nelle altitudini del cielo".

Il greco Ktesias, verso il 400 a.C., descrisse una pratica analoga in India: "Un ferro posto sul fondo d’una fontana d’acqua e fatto a forma di spada, con la punta verso l'alto, ha il potere di evitare tempeste e fulmini".
I parafulmini dell'antichità non erano il risultato di scoperte casuali o di timore superstizioso, ma il prodotto finale di un'attenta ricerca scientifica. Lo intuiamo quando leggiamo queste parole, da un’antica opera indù di origine sconosciuta:
"Conoscere la natura del fuoco, la luce del sole e della luna, e l'energia del fulmine: questo costituisce tre quarti della conoscenza, e la scienza di Dio".
Gli antichi sembrano essere stati più progrediti di Benjamin Franklin, inventore del parafulmine moderno nel 1752, perché vi è la prova che non solo conoscessero l’energia dei fulmini, ma la sapessero anche controllare per i propri scopi. Uno studioso di esoterismo, Eduard Schuré, afferma che i Magi – o uomini di sapienza – in Babilonia e in Persia sapevano controllare nell’aria ciò che chiamavano "fuoco pantomorfico" e "luce astrale". I loro templi erano illuminati giorno e notte con un misterioso "splendore degli dèi", accompagnato da brontolii di tuono. Schuré aggiunge: "I Magi sapevano generare, accumulare ed erogare energia elettrica a volontà e potevano dirigere scariche elettriche dall'atmosfera e dalle correnti magnetiche della Terra come frecce."
In modo simile, uno dei primi re di Roma, Numa Pompilio, era stato ben istruito nelle scienze mistiche degli Etruschi, un popolo enigmatico, le cui origini si perdono nell'antichità. Lo storico Plinio ha rivelato che Numa conosceva il segreto di forzare Giove Tonante a scendere a terra, e ha specificato che era capace di attuare due processi. Il primo era quello d’ottenere il fulmine (impetrare), e il secondo quello d’indirizzarlo sull’obiettivo desiderato (cogere). Sembrerebbe che il re romano conoscesse qualche metodo per concentrare l’elettricità atmosferica a distanza (il tuono indica l'approccio di concentrazione) e, una volta che un punto di saturazione era raggiunto, creasse il catodo capace di fare scoccare la scintilla celeste e dirigerla contro un obiettivo specifico.
Quanto una tale capacità di Numa fosse presa sul serio è ricordato da un tragico evento, riferito sia da Plinio sia da Tito Livio. Tullo Ostilio, suo successore come re di Roma, riscoprì il "Libro di Numa" dopo che il vecchio re era morto, e decise di seguire le sue istruzioni per far cadere l’"ospite celeste". Ma eseguì i riti in un modo imperfetto, con il risultato che fu colpito a morte dal fulmine, e il suo palazzo fu completamente bruciato.
La pratica degli antichi di concentrare e dirigere con precisione le energie atmosferiche è più inquietante, alla luce dell’incapacità della scienza moderna a ripetere l'impresa stessa. Da dove proveniva tale conoscenza? Ammiano Marcellino (sec. IV d.C.) ricordava che, molto prima degli Etruschi, "i Magi conservavano perpetuamente nelle loro fornaci un fuoco che proveniva miracolosamente dal cielo".
Il romano Servio rivelava inoltre: "I primi abitanti della terra non hanno mai portato il fuoco ai loro altari, ma attraverso la preghiera portavano giù il fuoco celeste".
Così, la focalizzazione di una qualche forma d’energia psichica era coinvolta nel processo. Secondo la leggenda tramandata da Servio, fu Prometeo, l'ultimo dei Titani, la prima razza che abitò la Terra secondo i greci, che "scoprì e rivelò all'uomo l'arte di far scendere il fuoco dall'alto".
Altre leggende indicano anche che la conoscenza e l'uso dell'elettricità atmosferica derivavano da una civiltà sconosciuta, più antica di tutte le antiche culture a noi note, da una primordiale Età dell’Oro, del lontano passato.
Tra gli Ebrei vi sono molte tradizioni dell'uso di energia elettrica in un’epoca remota. L’Aggadah indica che la generazione di Enos, un pronipote di Adamo, il fondatore della civiltà antidiluviana, fu la prima a "controllare le forze celesti", ossia la manipolazione del fulmine e dell’energia atmosferica.
Secondo lo storico Goriandes, Alessandro Magno scrisse al suo maestro durante la conquista della Persia che un'isola situata al largo della costa dell'India era abitata da uomini che credevano che un tempo Cainan, il pronipote d’Adamo, fosse stato sepolto nella loro isola. Prima del diluvio, secondo la tradizione, un'alta torre era stata posta sul sepolcro, per proteggerlo in modo sicuro. Chiunque si fosse avvicinato alla tomba sarebbe stato colpito a morte da un lampo, scaturito dalla cima della torre. La tomba era stata distrutta da molto tempo dal diluvio, ma la storia della sua torre miracolosa si era tramandata attraverso tutte le generazioni che avevano abitato l'isola dopo la grande catastrofe. Inoltre, nel Libro della Genesi, troviamo due riferimenti a una "finestra" nell'Arca di Noè, con la quale il patriarca scampò al diluvio. Il secondo riferimento è in Genesi 08:06, e il vocabolo ebraico usato è "apertura", challon, dalla quale Noè lanciava i suoi uccelli. Il primo riferimento, tuttavia, in Genesi 6:16, utilizza una parola diversa, tsohar – che non significa affatto finestra. Quando è utilizzata, in altre ventidue occasioni, nel Vecchio Testamento, essa ha il significato di "una luminosità, una brillantezza, come la luce del sole di mezzogiorno". Altre parole affini indicano qualcosa che "brilla, luccica o splende". Molti studiosi ebrei della scuola tradizionale identificano lo tsohar come" una luce che ha la sua origine in un cristallo lucente". La tradizione esoterica ebraica per secoli ha descritto lo tsohar come un gioiello o perla che Noè appendeva al tetto dell’Arca, e dal potere che conteneva in sé illuminava l'intera imbarcazione.
La sorgente di luce di Noè sembra essere stata conservata a lungo, perché si racconta che Salomone, re d'Israele, la possedesse ancora nel 1000 a.C. Un libro della tradizione ebraica, dal titolo “La regina di Saba e il suo unico Figlio Menelyk”, contiene questa dichiarazione: "Ora la casa del Re Salomone era illuminata come di giorno, perché nella sua saggezza aveva fatto splendide perle (tsohar) che erano simili al sole, alla luna e alle stelle nel tetto della sua casa".
Salomone era ben consapevole dell’esistenza di un’antica tecnologia avanzata, e che la conoscenza di questa tecnologia si era lentamente perso attraverso i secoli, poiché egli scrisse, in Ecclesiaste 1:9–11: "Non c'è nulla di nuovo sotto il sole. C'è qualcosa di cui si può dire: Ecco, questa è una novità? Esisteva già dei vecchi tempi, prima di te. Non vi è alcun ricordo di tempi lontani, né ci sarà più il ricordo di cose che devono venire né di quelle che verranno dopo".
In epoche successive, sappiamo che certe società segrete ebraiche, come i cabalisti, conservarono la conoscenza dell’elettricità, sino al periodo medievale.
Eliphas Levi ha registrato la storia del misterioso rabbino francese Jechiele, che era consigliere alla corte di Luigi XIII, nel sec. IX. Jechiele, scrivevano i suoi contemporanei, spesso stupì il re con la sua "luce abbagliante che accendeva". La lampada non aveva né olio né stoppino, e Jechiele la collocava davanti alla sua casa perché tutti la vedessero. Quale fosse la fonte segreta del potere della lampada, tuttavia, non fu mai rivelato dal rabbino.
Un altro dispositivo, che Jechiele utilizzò per proteggere se stesso, era un battente da porta che letteralmente folgorava i suoi nemici. I cronisti del sec. XIII lo descrivevano così:
"Toccò un chiodo conficcato nel muro del suo studio, e subito ne schioccò una scintilla scoppiettante, bluastra. Guai a chi avesse toccato il battente di ferro in quel momento. Si sarebbe piegato in due, avrebbe urlato come se fosse stato bruciato, poi sarebbe scappato veloce come le sue gambe potevano portarlo".
Sembrerebbe che Jechiele avesse spinto un pulsante di scarica che inviava una corrente elettrica nel battente di ferro della porta, per fulminare qualsiasi visitatore indesiderato.
Un certo numero di studiosi moderni ritiene, dallo studio degli autori classici greci e romani, che il famoso Faro di Alessandria non fosse dotato di un’ordinaria fonte luminosa, ma di una qualche forma di potente fonte di illuminazione elettrica. Lo storico Giuseppe Flavio riferì nel primo secolo che la luce del Faro era così brillante da poter essere vista dai marinai a trecento stadi di distanza, ossia, in unità di misura moderne, da una distanza di oltre 32 miglia (54 km), che non avrebbe potuto essere raggiunta da un semplice fuoco ordinario, anche se posto in cima ad un’alta torre. Sia Tazio sia Chacreas descrissero la luce del faro come "il sorgere d’un secondo sole che forniva una guida per le navi". Secondo Libanio, la luce era descritta "come la luce del sole, tanto che non si poteva guardare direttamente verso di essa. E' di gran lunga superiore alle lampade ad olio accese ogni giorno dagli Egizi".


Un fuoco ordinario non può essere proiettato in uno o più fasci di luce, come si diceva che avvenisse per la luce del Faro. Lo storico romano Ammiano Marcellino scrisse che il Faro era la fonte di alcuni "fari risplendenti" che emettevano luci rotanti su acque poco profonde, lontano dal porto. Nel sec. XV, lo studioso italiano Leon Battista Alberti riferì la memoria che le luci del Faro "erano in vibrazione continua (?), e andavano qua e là, muovendosi sempre da un posto all'altro".
Il Faro di Alessandria non sembra essere stato l’unico, comunque. Antiche monete siciliane (denari) d'argento, coniate tra il 42 e il 40 a.C., ritraggono un altro faro che un tempo proteggeva il porto di Messina, e mostra in cima ad esso una statua di Nettuno che regge non un fuoco o una torcia, ma un fascio di luce senza fumo.
Ancor prima, il drammaturgo greco Eschilo, nel sec. V a.C., descrisse come nei giorni precedenti la guerra di Troia i Micenei antichi avevano utilizzato le torrette di segnalazione in cima a vette di tutta la regione dell'Egeo, per "trasmettere messaggi sulle loro fiamme dorate a vista, come da un altro, strano sole".
Non solo il Faro era illuminato con l'elettricità, ma così pure intere porzioni della stessa città d’Alessandria. Lo scrittore greco Achille Tazio disse che la sera la città era così illuminata, "che non vi era alcun segno di notte". Osservava che la metropoli era piena di "innumerevoli colonne messe in fila", ciascuna con la propria fonte di luce insolita, e che, a causa di loro, "era come se sorgesse un altro sole, che diffondeva i suoi raggi in ogni direzione. Lì ho visto una città la cui bellezza rivaleggiava con quella del cielo di giorno".
Storie di "luci senza fiamma" e altri antichi apparecchi elettrici si ripetono in resoconti storici di tutto il mondo. Di Numa Pompilio, il re romano che poteva far cadere un fulmine dal cielo, si è anche detto che possedesse una "lampada perpetua" che ardeva nel santuario dedicato a Giove Tonante. Abbastanza interessante il fatto che lampade simili fossero associate con altri templi di Giove. Il sito sacro di Hadad a Baalbek vantava la meraviglia di "pietre luminose" che erano illuminate da "fulmini". E nel famoso santuario di Giove Ammone, in Egitto, Plutarco segnalava l'esistenza d’una lampada che aveva emesso una luce senza sfarfallio continuamente, per diversi secoli. Allo stesso modo, Pausania descrisse una simile "lampada d'oro" nel Tempio di Minerva, che pure produceva luce per lunghi periodi.
Sant’Agostino, nel sec. IV, osservava che in Egitto "c'è stato, e c’è ancora, un tempio di Venere, in cui una lampada brucia in forma così viva, a cielo aperto, che nessuna tempesta o pioggia la spegne". Quanto all’origine d’una tale meraviglia inspiegabile, il padre dei primi cristiani ha scritto anche:
"Dobbiamo aggiungere a quella lampada inestinguibile una miriade d’altre meraviglie d’origine umana e/o magica. Se scegliamo di negare la loro realtà, entriamo in conflitto con la verità dei libri sacri in cui crediamo. Così, o l'ingegno umano ha messo a punto in quella lampada inestinguibile qualche espediente, basato su antiche conoscenze, oppure è stato escogitato per magia, per dare agli uomini qualcosa da ammirare in quel santuario".
Ancora nel sec. VI, sotto il regno di Giustiniano, una "lampada senza fuoco" era segnalata in Antiochia, che non s’era mai spenta per cinque secoli. Più tardi ancora, quando il sepolcro di Pallade fu aperto nei pressi di Roma nei primi anni del 1400, si scoprì che era illuminato da una lanterna misteriosa, che ardeva all'interno della tomba da più di due mila anni.
Il Venerabile Beda raccontò la storia del pellegrinaggio del suo compatriota inglese Arculfo in Terra Santa nel corso dell'anno 670, e della sua visita alla Chiesa del Monte degli Ulivi (poi distrutta nel sec. XI), e ne descrisse la meravigliosa fonte d’illuminazione:
"La luminosità di queste lampade è così forte che, siccome la loro luce è copiosamente versato attraverso le otto vetrate dalla cima del Monte degli Ulivi, non solo illumina la parte della montagna più vicina alla basilica verso ovest, ma anche il sentiero alto che sale gradualmente alla città di Gerusalemme, dalla Valle di Giosafat, è chiaramente illuminato in maniera splendida, anche nelle notti buie, mentre la maggior parte della città che si trova più vicina, sul lato opposto, è altrettanto illuminata dalla stessa luminosità".
L’antico pellegrino aggiungeva:
"In quella chiesa rotonda, oltre alla luce abituale delle otto lampade sopra descritte, come modelli luminosi all'interno della chiesa di notte, di solito si aggiungono, nella notte dell'Ascensione del Signore, altre luci quasi innumerevoli, che per la loro luminosità terribile e mirabile, versata in abbondanza attraverso i vetri delle finestre, non solo illuminano il Monte degli Ulivi, ma fanno apparire tutto in fiamme;. mentre tutta la città e le località nelle vicinanze sono anche illuminate".
Il mistico greco Apollonio di Tiana, nei suoi viaggi in India nel sec. I, si stupiva di "quel fantastico paese delle meraviglie" in cui "colonne di luce si proiettano verso l'alto come fari" e "pietre radiose illuminano la città e fanno luce come fosse giorno". Parlava anche di "fuoco che si vede in alto, sollevato in aria, e danza nell’etere" dal quale "di notte supplicano che esca un raggio di luce, non per vivere male la notte, ma perché rimanga con loro, come se essi lo dovessero portare giù".
Il viaggiatore cinese Yuan–Chwang, che viaggiò per tutta l'India nel sec. VII, raccontò di una serie di santuari religiosi nel sub–continente e di come essi fossero illuminati:
"Nel sud–ovest del paese c’era un monastero in una montagna; le cupole di pietra (stupa) di quel monastero mostrano luci soprannaturali e altri miracoli; ombrelloni collocati dai fedeli su di esso tra la cupola e l’amalaka vi sono rimasti trattenuti, come aghi da un magnete. A nord–est di quel monastero sulla collina, ce n’era un altro con una stupa come la precedente, con le sue meraviglie. Lontano nel sud c’è il paese (di Ceylon), e da questo luogo in notti serene si potrebbe vedere la luce brillante che emana dalla perla sulla cima della stupa, sopra la reliquia del Buddha in quella regione".
Nel 1886, l’archeologo scozzese James Burgess ha scritto sull'ubicazione e i dettagli di oggetti recuperati tra le rovine d’una stupa buddista del sec. III a.C., chiamata Amaravati. La stupa era situata sulla riva sud del fiume Krishna vicino all'incrocio con il Moony Air River, circa mezzo miglio ad est dell’antica Dharanikotta – il cui nome significa "Città magica". Qui nel 1796 un ufficiale britannico, il Colonnello Mackenzie, aveva iniziato l'esplorazione di un tumulo localmente conosciuto come Dipaldinne, ossia "Colle delle luci" o "Collina delle lampade." Nel 1816 Mackenzie tornò con una grande spedizione d’esperti sia a Dipaldinne sia ad Amaravati, e nella seconda località scoprì un certo numero di pietre finemente intagliate, raffiguranti vari pilastri lignei sormontati da grandi dischi incandescenti. In diversi casi i dischi apparivano alimentati da due serpenti, come a indicare due polarità. Intorno ad ogni pilastro brillante c’erano numerosi fedeli con le braccia e le mani alzate.
Lo scrittore–ricercatore Larry Brian Radka offre una descrizione tecnica di una delle immagini scolpite nella pietra: "Le radiazioni provenienti dalla spirale del faro e il fiore di loto su cui si basa sono antichi simboli indiani che rappresentano il sole, che sono le iniziative del caso per la accendendo fari di luce emessa dal fuoco arco dalla luce. pedali diffusione del fiore specchio la dispersione atmosferica di fasci di luce. La luce dell'arco di grandi dimensioni, alta corrente, cavi elettrici siano coordinate correttamente per permettere il gioco di rotazione dello specchio elettrico, e quindi vengono inviati verso il basso attraverso il supporto girevole alla sua batteria pesante, in una gabbia che si appoggia comodamente sulle gambe robuste. I collari decorati del serpente indicano che è sotto controllo mentre lui sputa fuori il suo incendio di origine elettrica e mentre si prepara a iniettare (attivazione) il suo veleno letale in un cavo elettrico, appeso fuori dalla sua bocca. Tutti i tecnici sacerdotali, tranne coloro che reggono i cavi, chiudono le mani verso l'alto, in ringraziamento per i benefici meravigliosi che il serpente elettrico sputa. Questo oggetto misura 80 x 115 cm e si trova nel Museo Nazionale di India, a Nuova Delhi ".
Nel 1881, l'assirologo Hormuzd Rassam rinvenne a Sippara, ora Abu Habba in Iraq, gli antichi resti d’un santuario che portava il nome Ebabbara, che significa "la Casa Brillante". All'interno del santuario trovò una grande tavoletta cuneiforme in marmo dedicata dal re Nabu–Apal–Iddina (850 ca. a.C.) al dio Shamash. Il dio è raffigurato seduto su un trono e circondato da una struttura con un tetto a forma di serpente, la cui testa poggia in cima ad una colonna. Dalla bocca del serpente sporge la parte superiore di un'altra rappresentazione di Shamash, collegata a due cavi che sono connessi a ciò che i testi chiamano l'"immagine d'oro", un disco solare che irradia i suoi raggi in tutte le direzioni, situato sull’involucro dell'altare.
Diversi testi identificano Shamash come il "dio faro" e il disco solare, che egli affronta e manipola è rappresentato come "per il cielo e la terra con lustro". Dinanzi al disco d'oro vengono tre sacerdoti o fedeli con le mani alzate, in un gesto di adorazione e di protezione dal suo splendore.
Altre iscrizioni sembrano riferirsi alla configurazione specifica di alcune divinità in certi luoghi. Si legge: "Sin, Shamash, Ishtar devono essere collocati uno di fronte all'altro, come un oceano, un flusso che scorre tra il serpente e la colonna". Se Sin, come dio della luna, rappresenta una polarità negativa e Ishtar, la dea Venere, è una polarità positiva, Shamash simboleggia l'unione dei due in una corrente alternata, quindi l'iniezione di energia elettrica "tra il serpente e la colonna" nel dispositivo di potere che circonda Shamash può essere quello che i poteri della "statua d'oro", così che divenga "un secondo sole". Un altro brano dice: "ho fatto brillare di nuovo la tiara col disco d'oro di Shamash e l’ho resa luminosa come il giorno".

 

http://www.forgottenagesresearch.com/lost-knowledge-series/Harnessing-the-Heavenly-FiresElements-of-Ancient-L.htm%20


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13 dicembre 2013 5 13 /12 /dicembre /2013 22:43

Gli archeologi che scavano in Turchia hanno trovato i guardiani della "porta degli inferi": due eccezionali statue di marmo che una volta avvisavano di una grotta mortale nell'antica città di Hierapolis, vicino all'odierna Pamukkale. 

Nota come la Porta di Plutone (l'Ade greco), la grotta era l'ingresso degli inferi secondo la mitologia e la tradizione greco-romana. Venne scoperta lo scorso marzo dalla squadra di Francesco D'Andria, professore di archeologia classica all'Università del Salento. "Le statue rappresentano due creature mitologiche", dice D'Andria. "Una raffigura un serpente, un chiaro simbolo del mondo ultraterreno; l'altra mostra Cerbero, il cane a tre teste a guardia degli inferi nella mitologia greca". 
 Arrotolato su se stesso, il serpente guarda minacciosamente chiunque provi ad avvicinarsi, mentre Cerbero assomiglia a Kangal, un cane da pastore dell'Anatolia. Le sculture sono state trovate scavando nell'area del ritrovamento dei resti del Plutonium, che includeva un'iscrizione dedicata alle divinità del mondo ultraterreno, Plutone e Kore. Lo scavo ha rivelato la fonte delle acque termali, che producono le famose gradinate di travertino bianco. 
"Le sorgenti di Pamukkale si originano proprio da questa grotta", spiega D'Andria. Ritenute avere proprietà curative, le calde sorgenti fecero della città romana di Hierapolis - ora Patrimonio mondiale UNESCO - una destinazione popolare per i pellegrinaggi. Entrambe le statue di marmo sono emerse dall'acqua termale, lasciando pochi dubbi che il sito fosse proprio la Porta di Plutone. La grotta era descritta nelle fonti storiche come piena di vapori mefitici letali. "Lo spazio è riempito da un vapore fitto e scuro, così denso che il fondo difficilmente può essere individuato... Gli animali che vi entrano... muoiono all'istante", scrisse al riguardo il geografo greco Strabone (64-63 a.C. - 24 d.C.). "Anche i tori, quando sono portati al suo interno, cadono a terra e ne escono morti. Noi stessi gettammo dentro dei passeri, e immediatamente caddero a terra senza vita". "Erano uccisi all'istante dai fumi di diossido di carbone", dice D'Andria. 
Il Cerbero scoperto da archeologi italiani a Hierapolis.

Il “Cerbero” scoperto da archeologi italiani a Hierapolis.

Il resoconto di Strabone è stato confermato durante gli scavi, visto che gli archeologi hanno rinvenuto diversi volatili e insetti morti vicino all'apertura. Negli scavi precedenti, gli archeologi avevano anche trovato i resti di un tempio, una vasca e una serie di gradini posti sopra la grotta - tutti corrispondenti alle descrizioni del sito nelle fonti antiche. Il sito rappresentava una destinazione importante per i pellegrini. Le persone guardavano i riti sacri dai gradini sopra l'apertura della grotta, mentre i sacerdoti sacrificavano tori a Plutone. La cerimonia includeva il portare gli animali nella caverna e trascinarli fuori morti. Solo gli eunuchi di Cibele, dea della fertilità, potevano entrare nella porta degli inferi senza alcun danno apparente. "Tenevano il respiro più a lungo possibile", scrive Strabone, aggiungendo che la loro immunità poteva essere dovuta alla loro "menomazione", alla "provvidenza divina" o a "certi poteri fisici che sono gli antidoti al vapore". Secondo D'Andria, il sito era una destinazione famosa per i riti di incubazione. 
I pellegrini prendevano le acque nella vasca vicino al tempio, dormivano non troppo lontani dalla grotta e ricevevano visioni e profezie, in una sorta di effetto oracolo di Delfi. In verità, erano proprio i fumi provenienti dalle profondità dell'acqua freatica di Hierapolis a produrre allucinazioni. La popolarità del sito è testimoniata da dozzine di lampade scavate di fronte all'apertura della grotta. Tra gli oggetti più preziosi, gli archeologi hanno trovato una testa di marmo raffigurante la dea Afrodite. "Queste offerte votive mostrano l'incessante vitalità dei culti pagani a Hierapolis tra il I e il VI secolo d.C., quando l'impero romano si stava progressivamente cristianizzando grazie a imperatori come Costantino e fino a Giustiniano", dice Alister Filippini, ricercatrice di storia romana presso le università di Palermo e Colonia. È possibile che durante il V secolo l'ingresso del Plutonium fosse bloccato, prevenendo l'accesso alla grotta sotterranea, così che i relativi riti pagani non potessero essere eseguiti. Comunque i pellegrini continuarono a venerare l'area lasciando offerte alle divinità, che si ritenevano poter curare miracolosamente gli ammalati portando le acque termali vicino al Plutonium. Nello stesso periodo, tra il IV e il VI secolo, le statue di Cerbero e i serpenti furono sfregiate, verosimilmente da pellegrini cristiani. "Questi dettagli mostrano il conflitto crescente tra i vecchi e i nuovi culti, e la risultante marginalizzazione della tradizione religiosa pagana", dice Filippini. Durante il V secolo d.C. i pellegrini venivano a Hierapolis da località remote per venerare la tomba di San Filippo, i cui resti sarebbero stati trovati da D'Andria due anni fa. Diversi pellegrini, tuttavia, continuarono a visitare la Porta di Plutone, sfidando le leggi anti-pagane. Finalmente, nel VI secolo d.C., il sito venne distrutto dai cristiani e coperto con la terra. "Le indagini geologiche sono già cominciate in collaborazione con l'Università di Pamukkale per iniziare la restaurazione di questo eccezionale sito. Speriamo di poterlo aprire al pubblico in un futuro prossimo", conclude D'Andria.

La curiosità. Per l’archeologia italiana, il sito di Hierapolis, ha molto valore. È nel 1957, con Palo Verzone del Politecnico di Torino, che si compiono i primi scavi, poi passati alla direzione di D’Adria. La città della Frigia, come per magia, è stata rivelata in tutto il suo splendore, tanto da essere proclamata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, visitata ogni anno da milioni di turisti provenienti da tutto il mondo. Oltre le statue di Cerbero, del  serpente e la Porta degli Inferi, gli studiosi hanno trovato anche il Teatro Romano, il Martyrion e una necropoli con la tomba dell’apostolo Filippo.

 

Gli scavi a Hierapolis (Turchia).


La citazione. «L’enorme Cerbero col suo latrato da tre fauci rintrona questi regni giacendo immane davanti all’antro. La veggente, vedendo ormai i suoi tre colli diventare irti di serpenti gli getta una focaccia soporosa con miele ed erbe affatturate. Quello, spalancando con fame rabbiosa le tre gole l’afferra e sdraiato per terra illanguidisce l’immane dorso e smisurato si stende in tutto l’antro. Enea sorpassa l’entrata essendo il custode sommerso nel sonno profondo» Eneide, VI libro, Virgilio.

Fonte Originale con Foto Reperti : Il Fatto Storico 
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5 dicembre 2013 4 05 /12 /dicembre /2013 22:15
   

Google Earth discovers

Le piramidi: argomento che interessa una grande parte delle persone che si interessano al mistero, all' archeologia, alla loro struttura in base alle costellazioni. Nuova ventata di novità a riguardo: le nuove scoperte di piramidi fino ad ora sconosciute:UNA ADDIRITTURA TRE VOLTE PIU’ GRANDE DI QUELLA DI CHEOPE. Si nascondono sotto la sabbia. Prima Google Maps ora Google Earth, sono sempre di più i posti sulla Terra che vengono scovati grazie alle immagini scattate dai satelliti. Questa volta infatti si è arrivati ad una scoperta che potrebbe avere del clamoroso e forse diventare una delle più grandi, a livello archeologico, degli ultimi anni. Il tutto grazie all’uso di Google Earth.Angela Micol, archeologa, è convinta che nel pressi della città di Abu Sidhum, in Egitto, e poco più a nord di questa, nel Favum, vi siano due siti dove si nasconderebbero ben 17 piramidi egizie, praticamente sommerse dalla sabbia che le avrebbe fatte diventare come due colline.Anche se convinta dalla sua tesi, i numerosi colleghi dell’archeologa sparsi per tutto il mondo sarebbero molto scettici a riguardo, anche perché una di queste piramidi dovrebbe essere addirittura tre volte più grande di quella Cheope a Giza.

lost-pyramids-of-egyptA SUPPORTARE LA TESI DI MICOLL INVECE VI SAREBBERO NUMEROSE MAPPE ANTICHE, una addirittura di un ingegnere al seguito di Napoleone Bonaparte, che indicherebbero l’esistenza di questi monumenti, ed inoltre in passato delle ricognizioni sul terreno avrebbero rilevato del metallo presente nella zona.L’uso di Google Earth non è nuovo per questo tipo di scoperte. Da tempo infatti viene più facile individuare oggetti, siti nascosti o strutture difficilmente riscontrabili, attraverso le foto satellitari.Ora però saranno gli scavi a dare una risposta definitiva al mistero.

 

Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

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4 dicembre 2013 3 04 /12 /dicembre /2013 22:51

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Tutto ha inizio 10 milioni di anni fa, con una serie di sconvolgimenti geologici che interessano l’Africa: si crea una spaccatura (Rift Valley) che taglia in verticale la zona degli odierni grandi laghi africani. Questo sconvolge il clima: a ovest rimane la fitta foresta umida, a est si formano le aride savane e le praterie. Alcuni primati del tempo si adattano: scendono dagli alberi e imparano a sopravvivere in un ambiente nuovo, ampio e povero di piante. Da arboricoli diventano terrestri: è il preludio alla comparsa dell’uomo.

Studi paleontologici e genetici affermano che noi e le grandi scimmie africane (gorilla e scimpanzé) abbiamo un antenato in comune: un primate che tra 10 e 6 milioni di anni fa,. viveva sugli alberi, ma era già in grado di cavarsela negli ambienti aperti delle savane. Uno che insomma sapeva camminare su due zampe ma preferiva arrampicarsi sugli alberi.

Un fossile nuovo nuovo, datato 6 milioni di anni fa, pare confermare questa ipotesi. Di certo, per ora, sappiamo che un primate bipede esisteva già 4,5 milioni di anni fa.

Da questo momento è tutta una selva di forme ominidi: Ardipiteci, Australopiteci, Parantropi, Homo… ognuna di queste voci comprende varie specie di ominidi (per esempio, alcuni riconoscono 6 specie di Homo, dall’habilis al sapiens). Un vero ‘cespuglio evolutivo’, ricco di rami e rametti, quasi tutti però destinati all’estinzione: solo il ramo di Homo sopravviverà fino a oggi, e solo un rametto secondario di questo ramo non scomparirà: l’esile rametto dell’Homo sapiens.

Qui non voglio entrare nei dettagli, cioè spiegare chi erano e cosa facevano tutti questi ominidi, veri ‘esperimenti della natura’ per adattasi nel modo migliore al proprio ambiente. E nemmeno addentrarmi nel campo minato delle parentele fra tutte queste specie.

Mi preme invece osservare un fatto interessante, con il quale introduco l’intervento degli ooparts: qualche frammento di cranio, un pezzo di mandibola, un molare, un paio d’ossa della mano… Gli scheletri quasi completi, come la famosa Lucy, sono eventi davvero rarissimi. Eppure i paleoantropologi (gli studiosi della nostra storia) da un solo piccolo osso riescono a ricostruire l’aspetto dell’intero animale, e spesso possono capire come doveva vivere. E’ la stessa cosa che accade nelle indagini poliziesche.

  • Il punto essenziale è che in realtà esistono molti più fossili umani di quelli che ci vengono mostrati sui libri e in televisione. Proprio così.

La storia dell’uomo è costellata di ‘buchi’, zone oscure che lasciano dubbi e spronano alla ricerca. Ma è soprattutto disseminata di resti fossili ambigui, scomodi per questa teoria appena illustrata; fossili che sembrano mostrare una presenza umana molti milioni di anni prima la nascita ‘ufficiale’ dell’uomo. Esistono fossili che potrebbero stravolgere la nostra storia. Perché potrebbero? Perché si tratta di resti trovati un secolo fa o più, resti svaniti nel nulla, o sepolti nel dimenticatoio dei magazzini di qualche museo. Resti che nessuno si prende la briga di datare con i nuovi metodi oggi a disposizione. Perché? Perché nessuno vuol sapere nulla di questi fossili? Perché nessuno vuole riprenderli in mano per correggere o confermare la loro datazione, fatta magari più di cento anni fa?

La nostra storia è la storia più affascinante che la paleontologia possa raccontarci. E’ una storia di conquiste, avversità, reperti scoperti e… reperti occultati.(di Elena Serughetti)

Ritrovamenti e interrogativi aperti

  • Dopo gli interrogativi che ci ha proposto l'amica Elena,che ringrazio vivamente della collaborazione,vediamo infatti come nuovi reperti fossili continuino a 'retrodatare'la presenza dell'u.a.m sulla terra.

Facciamo una breve panoramica dei ritrovamenti più eclatanti.

  •  'La signora di Buia'', questo è il nome che fu dato ad una donna di un milione di anni fa,nostra lontana antenata,scoperta nel 1995,che doveva avere nemmeno 30 anni quando morì.Fu ritrovata in Eritrea -nel villaggio dancalo di Buia(appunto da qui deriva il nome datole),ad opera di un paleontologo italiano,Lorenzo Rook.L'Africa,si sa, deve ancora svelare molti dei suoi segreti! Il ritrovamento avvenne per caso,l'ultimo giorno della spedizione,partendo da un piccolo frammento di osso e riuscendo a ricomporre,con successivi ritrovamenti,una calotta cranica quasi completa.La cosa particolare è che,man mano si ricomponeva il 'mosaico' si scopriva che la creatura era davvero singolare:un mosaico di caratteri diversi costituito da caratteristiche arcaiche (homo erectus) e particolari che rimandano all'uomo moderno(homo sapiens).Rook sospetta e spera che "Forse la comparsa dell'uomo moderno è avvenuta in un arco di tempo molto più lungo di quanto si pensasse".

 

  • Lucy fu ritrovata nel 1974.Dinquinesh, che significa 'Sei meravigliosa'. L'importanza di questo ritrovamento(effettuato da Donald Johanson e Tom Gray) consiste nel fatto che è lo scheletro fossile più completo mai ritrovato all'epoca. Accanto a Lucy troviamo scritto AL;288-I. Queste sono 'sigle'che,nei registri della paleontologia,si riferiscono,rispettivamente alla località del ritrovamento (in questo caso,AFAR LOCALITY),numero 288,primo fossile). Lei era un australopitecus afarensis, che camminava su due piedi.Il fatto che questi 'ominidi'potessero camminare eretti,non si spiega ancora ufficialmente.Il bipedismo si è evoluto in foresta,pare,quelle creature avrebbero potuto continuare a vivere sugli alberi. Ad un certo punto la foresta si decimò e così l'abilità acquisita di stare sia su quattro che due 'zampe'ha permesso, a chi le aveva sviluppate, di camminare nella savana. Tutto qui? Potrebbe essere una conquista grandissima,in realtà.Pare che da Lucy siano discesi gli afar; mentre da G1 e G2 ( circa 4.000.000 di anni),ominidi ritrovati nella Rift Valley,fra Kenya e Tanzania,sarebbero discesi i giganteschi Masai
  • Ma come mai si hanno così tante specie di nostri antenati?
  • Sembra che proprio la Rift Valley sia stata il possibile scenario del cammino dell'umanità. Qui,comunque, si ha un ottimo substrato di lavoro per gli studiosi del genere,perchè i vulcani hanno fossilizzato le ossa degli ominidi,che possono essere ancora ritrovate e analizzate con soddisfacenti risultati;sono stati ritrovati centinaia di siti con tracce della loro esistenza.
  • Forse proprio qui,tra gli attualmente riconosciuti 5 e 7 milioni di anni fa,l'uomo e la ...scimmia si sono separati,dando vita ad una genealogia intricatissima,un cespuglio praticamente inestricabile:esiste o non esiste l'anello mancante? L?evoluzione è un processo irregolare,lentissimo,con progressioni impercettibili e retromarce improvvise?
  • Oreopithecus bambolii
    I primi resti furono trovati nel 1958 in Toscana, mentre al 1993 risale la scoperta di frammenti di mandibola e denti avvenuta in Sardegna. Risale a 8/8,5 milioni di anni fa.
    La sua posizione tassonomica nel grande albero della vita è ancora molto problematica: alcuni tratti del cranio richiamano caratteristiche più ominoidi, mentre altre (come le braccia lunghe adatte alla vita arboricola) lo portano verso il gruppo delle scimmie antropoidi.Questa pagina parla di lui.
    "Tutte queste caratteristiche fanno classificare l'Oreopitecus bambolii come una scimmia antropomorfa, quindi un primate prossimo alla linea evolutiva degli Ominidi"
    Secondo l'amica Elena Serughetti, è bene  distinguere le due "linee di ricerca" sulle nostre origini, cioè:

    - origini remote (ante-australopiteci)
    - origini prossime (inerenti le sole specie del genere Homo)

       Stabilire un certo ordine o criterio è sicuramente fondamentale!

  • -Nel 1994, nella ricca (per gli antropologi e paleontologi)Rift Valley, vennero alla luce ossa di almeno 17 esseri,vecchi di 4.000.000 di anni,che vennero collocati in una nuova specie:ramidus (che in lingua locale, afar, sta per 'radice').Esseri arcaici,con denti da scimpanzè ma quasi certamente in grado di stare eretti.

    -All'inizio degli anni Duemila(2001, precisamente),a Tugen ,nord-ovest di Nairobi,dei ricercatori francesi scoprirono i resti di un ominide(Orrorin tugenensis meglio noto come Millenium Man o Uomo del Millennio) di 6.000.000 di anni che forse camminava eretto;

    -passati pochi mesi,sulle rive del lago Turkana, a nord del Kenya,venne ritrovato l' "uomo del Kenya dalla faccia piatta",il Kenyanthropus platyops, 3.500.000,che non somiglia a nessun altro 'ominide',come se un ramo di quel cespuglio genealogico avesse deciso di incamminarsi da solo lungo  il suo percorso evolutivo.
  • Nel luglio 2002 comparve sulla rivista "Hera"questa notizia.:"Toumai:l'antenato più antico dell'uomo? Fu Michel Brunet dell'Università di Poitiers, in Francia,ad effettuare la sensazionale scoperta,tra lo scetticismo della Scienza ufficiale. Nel 2005 abbiamo avuto degli aggiornamenti importanti in merito a quel ritrovamento( 7 aprile 2005 Redazione Lanci, Agenzia ZadiG-Roma):
  • "La ricostruzione virtuale del cranio dell'ominide di Toumai sembra porre fine a una delle più roventi controversie nel campo dell'antropologia. La ricostruzione potrebbe infatti permettere di etichettare definitivamente il reperto come appartenente alla grande famiglia degli esseri umani o a quella delle scimmie. nuova specie di ominide, il Sahelanthropus tchadensis, la più vecchia mai rinvenuta fino a oggi. Molti antropologi però si dimostrarono piuttosto scettici, ritenendo che la conformazione del cranio rendesse l'uomo di Toumai più simile ai gorilla che agli esseri umani.  Brunet però non si arrese e la scoperta di nuovi reperti e la ricostruzione al computer del cranio sembrano indicare che aveva effettivamente ragione. I denti, ad esempio, sono piccoli canini e premolari e molari più grandi, come gli altri ominidi. La ricostruzione del cranio attraverso la tomografia assiale computerizzata (T.A.C.) mostra che l'apertura alla base del cranio attraverso cui passa la spina dorsale è orientata in modo che il collo punti verso il basso come negli ominidi piuttosto che verso dietro come nelle scimmie. Questo significa che l'ominide aveva una testa ben bilanciata sulla spina dorsale e che camminava diritto su due zampe. Rimane una muscolatura del collo molto più robusta di quella della specie umana, che però sembra dipendere dal fatto che l'uomo di Toumai era molto, ma molto antico. Anzi il più antico ominide mai trovato fino a oggi". 
  • Nel 2003 è stato scoperto un ominide nell'isola di Flores,Fa parte del genere Homo, come la nostra specie, ma la sua collocazione precisa resta per ora molto incerta. E’ generalmente accettato che sia derivato dall’Homo erectus, lo stesso antenato del sapiens. E' recente, per così dire,ma potrebbe rappresentare un 'nuovo ramo' nel già intricato cespuglio evolutivo dell'umanità,oggi estintosi? 

Continui aggiornamenti,oneste revisioni scientifiche...

Le costanti scoperte in ambito paleontologico,archeologico e paleoantropologico, sembrano rendere un po' ristretta la classificazione fino ad oggi accettata,per la comparsa dell'U.A.M. (uomo anatomicamente moderno), che rimane soggetta a continue revisioni e aggiornamenti.

La 'signora di Buia', pertanto, è solo uno dei nostri lontani discendenti, tra i più giovani (un milione di anni) ma con quelle singolari caratteristiche di arcaicità.Uno dei tanti anellini disseminati lungo il percorso dell'umanità.                                                                                   

Finchè c'è voglia di interrogarsi,c'è sprono per continuare a stupirsi di fronte alla nostra piccola,grande Storia,che è anche quella di Lucy, la meravigliosa.

 

 

 

http://www.duepassinelmistero.com/IL%20Mistero%20della%20Vita.htm

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16 novembre 2013 6 16 /11 /novembre /2013 23:11

Gli archeologi hanno scoperto in Baviera migliaia di tunnel sotterranei dell’Età della Pietra che si estendono in tutta Europa, dalla Scozia alla Turchia, lasciando i ricercatori perplessi sulla loro funzione originaria.


 
Furono utilizzati come tombe, come spazi rituali o come nascondigli per difendersi dai predoni? Gli archeologi stanno iniziando a esplorare le volte sotterranee per svelare i segreti degli enigmatici tunnel.
Il ricercatore tedesco Heinrich Kusch sostiene che la vasta rete di gallerie scavata dagli uomini della pietra congiunge centinaia di insediamenti neolitici sparsi in tutta Europa e il fatto che così tanti tunnel sono sopravvissuti 12 mila anni, indica che la rete originaria deve essere stata immensa.
“Solo in Germania abbiamo trovato 700 metri di questa rete di tunnel sotterranei”, spiega Kusch al Daily Mail. “In Austria abbiamo trovati altri 350 metri. I tunnel di tutta Europa potrebbero essere migliaia. Si tratta di cavità ampie solo 70 centimetri, appena sufficienti a permettere il passaggio di una persona. I tunnel sono intervallati da piccole camere di stoccaggio e posti a sedere”.


La scoperta del dedalo di gallerie è avvenuta grazie ad una mucca! Beate Greithanner, una produttrice di latte di Glonn, una cittadina vicino Monaco, si trovava a pascolare i suoi bovini sui prati rigogliosi della Doblerg, una collina in Baviera circondata da altissime cime montuose innevate. Improvvisamente, un cratere si aprì sotto una delle sue mucche, inghiottendo l’animale fino ai fianchi.
Il giorno dopo l’incidente, il marito di Beate esaminò il buco. Era strano, così infilo la testa dentro per scrutarne l’interno. L’uomo pensava di aver trovato il nascondiglio per una sorta di tesoro. Mentre si calava nel buco per indagare ulteriormente, si rese conto di trovarsi in un tunnel stretto e umido che scendeva verso il basso.
Da quel momento, i Greithanner si sono resi conto che la loro proprietà insiste su un labirinto di tunnel, conosciuto come ‘Erdstall’, termine che nella tradizione popolare indicava la dimora dei ‘goblin’.
Di lì a poco, numerosi geologi si sono presentati nella proprietà dei Greithanner, determinati ad andare a fondo del mistero. Tre membri di un team denominato ‘Gruppo di lavoro per la Erdstall Research’ hanno trovato all’interno del tunnel un pezzo di legno, reperto utilissimo per determinare l’età del tunnel.

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10 ottobre 2013 4 10 /10 /ottobre /2013 21:33

Pubblichiamo in traduzione italiana il primo di tre articoli scritti dagli autori per il sito CSI (The Committee for Skeptical Inquiry), in risposta al documentario “The Lost Civilizations of North America”, e a sostegno delle asserzioni dell’archeologia e dell’antropologia ufficiali sul passato dell’America del Nord.

Il documentario “The Lost Civilizations of North America” è un elemento della lunga serie di tentativi falliti di popolare l’antico passato dell’America con i discendenti di tribù perdute, città perdute e, come dice lo stesso titolo, civiltà perdute.
Mentre ci sono diversi significati vernacolari del termine civiltà, gli archeologi tendono a usarlo in un senso preciso e limitato, per indicare un particolare tipo di società. Per esempio, nel suo classico elenco delle caratteristiche delle più antiche civiltà umane, lo studioso di preistoria V. Gordon Childe (1951) includeva la specializzazione del lavoro, la stratificazione sociale, la produzione di un surplus alimentare, la costruzione di edifici monumentali, gli insediamenti urbani e un consistente sistema di registrazioni delle memorie (solitamente, ma non sempre, in forma scritta). Più recentemente, Joseph Tainter (1988) ha aggiunto alla lista lo sviluppo di un apparato formale di governo.

Civiltà perdute
Per molti rami delle scienze storiche, il termine civiltà assume un significato completamente diverso, spesso codificato, specialmente quando vi si aggiunge una parola apparentemente insignificante, come “perduta”. Una vasta schiera di pseudoscienze si è ispirata all’espressione "civiltà perduta", in particolare da chi crede d’aver trovato una novità archeologica che fa riscrivere la storia d’un particolare popolo o d’un intero continente, o nel caso estremo dell’intera umanità (Childress 1992; Hancock 1995, 2003; Haughton 2007). La storia dell’archeologia americana sulle culture aborigene del Nord America è densa di problemi relativi all’indiscriminato e spesso confuso uso dell’espressione “civiltà perduta” e di termini simili: “razza perduta” e “tribù perduta”.
Molte dichiarazioni relative all’esistenza nell’antichità d’una civiltà perduta sono, in effetti, basate sulla narrazione mitica di Atlantide fatta da parte di Platone. Molto tempo fa (solitamente si dice più di diecimila anni fa) e molto lontano (su un’isola dell’Atlantico o sotto i ghiacci dell’Antartide o nei fondali del Giappone, ecc.), esisteva una civiltà enormemente avanzata e tecnologicamente sofisticata, il cui impatto sulla storia umana fu grandissimo. Nella versione estrema del mito della civiltà perduta, la società in questione possedeva tecnologie che neppure la società moderna padroneggia ancora. Purtroppo un terribile accidente, o una guerra o una catastrofe naturale, distrusse quella civiltà nell’arco brevissimo d’una notte e da allora è diventata “perduta”. In tali storie, si pensa che gli storici e gli archeologi convenzionali siano ciechi rispetto all’evidenza di tale civiltà o, in alcuni casi, ben coscienti dell’evidenza ma complici di una duratura cospirazione per mantenere tutto sotto silenzio, e far valere la solita storia ufficiale trita e ritrita, emanata dalle loro torri d’avorio.
In un sotto-capitolo di pseudostoria del genere “civiltà perdute”, la civiltà perduta non è un gruppo etnico precedentemente sconosciuto che risiede nella cosiddetta “dimensione dei misteri del tempo”, ma piuttosto una società antica, altrimenti ben conosciuta, che è notevole in modo primario come un risultato d’una propria posizione geografica, non per un livello precoce di tecnologia sofisticata. Pur limitandoci al Nord America, la lista di tali pretese scoperte è lunga, benché sia molto ridotta la loro evidenza, e include: regni celtici nel nord-east degli Stati Uniti, migliaia d’anni fa (Fell 1976); insediamenti di cristiani copti nell’antico Michigan (basati sulle cosiddette “reliquie del Michigan”) (Halsey 2009); ebrei romani in Arizona (Tucson Artifacts) (Burgess 2009); le tribù perdute d’Israel in Ohio (the Newark Holy Stones) (Lepper and Gill 2000); e strani miscugli di vari popoli antichi del Vecchio Mondo, nei recessi segreti del Grand Canyon in Arizona ("Explorations in Grand Canyon" 1909) e in una grotta nel sud-est dellIllinois (Burrows Cave) (Joltes 2003). Tali pretese scoperte si basano essenzialmente sulla stessa ipotesi: antichi europei, africani o asiatici sarebbero giunti alle Americhe prima di Colombo, molto prima: migliaia d’anni prima dei Vikinghi, essi si sarebbero stabiliti sul Nuovo Continente e avrebbero avuto un forte impatto sui nativi, ma poi in qualche modo sarebbero scomparsi, per la storia e gli storici. Oggi, un gruppo di “studiosi indipendenti” (un eufemismo spesso usato oer indicare scrittori privi di un’affiliazione istituzionale, di istruzione formale o di esperienza archeologica) strombazza l’evidenza di quegli antichi coloni delle Americhe, disseminando le loro storie revisioniste – non in riviste professionali accreditate, ma in libri popolari, riviste rotocalco e talvolta su siti web o tramite documentari sulle Tv via cavo.

Le civiltà perdute del Nord America
Una recente reviviscenza di questa "archeologia alternativa" (un altro eufemismo, usato per reclamare un’antichità priva di qualsiasi evidenza scientifica credibile) si può vedere nel documentario The Lost Civilizations of North America (prodotto da Steven Smoot, Rick Stout, and Barry McLerran), descirtto sulla copertina del DVD come " il racconto stringente della distruzione gratuita della storia antica". Secondo questo video, la pretesa "distruzione" è sia concreta (nel senso s’una distruzione fisica, forse intenzionale, dell’evidenza archeologica di tale civiltà) sia metaforica (come negazione intellettuale della sua esistenza). Qui si parla dell’imbarazzante risposta degli autori di questo articolo, che hanno rifiutato di partecipare al programma.
Non siamo d’accordo con la grande maggioranza delle interpretazioni dell’antica storia americana presentate nel documentario. Nonostante il tentativo d’ignorare il documentario come un nonsense, la sua grande diffusione e l’inclusione selettiva di studiosi con una credibilità accademica sono riusciti ad attrarre un interesse a livello internazionale. Glenn Beck l’ha commentato con favore il 18 agosto 2010, nel suo programma televisivo, e il sito web di promozione del DVD dichiara che esso ha vinto il premio Best Multicultural Documentary Award all’International Cherokee Film Festival del 2010.
In una serie di tre articoli, forniremo un commento scientifico sulle interpretazioni espresse in questo video sull’antica storia del Nord America, usando lo stesso documentario come un tentativo emblematico di scrivere una storia alternativa del Nuovo Mondo, del tutto priva di sostegni archeologici o d’evidenza storica. In questi tre articoli, rivolgeremo anche due domande particolarmente importanti: Qual è l’evidenza delle civiltà "perdute" in Nord America? E come tale evidenza si può essere "perduta"?

Una realtà alternativa
Il consenso tra i ricercatori nei campi organizzati del sapere non è una cospirazione per ignorare, distruggere o sequestrare le evidenze devianti o anomale, come si allude ripetutamente nel video Lost Civilizations. Il consenso si basa sulle funzioni riconosciute della ricerca e sui principi interpretativi che sono stati sviluppati in relazione a problemi specifici. Il fatto che si crei il consenso tra gli antropologi riguardo alle origini e all’antichità del genere umano nel Nuovo Mondo non fa eccezione.

Figura 1. La mappa mostra la configurazione delle linee costiere odierne dell’Asia nord-orientale e del nord-ovest dell’America,

insieme alla massima estensione del ponte di terra di Bering durante il tardo Pleistocene.

La sua esistenza, tra 35000 e 11000 anni fa, fornì un passaggio attraverso il quale gli uomini entrarono per la prima volta nel Nuovo Mondo dal Vecchio.


Il consenso su tale argomento tra gli archeologi, i geologi e i biologi è basato sugli scavi di migliaia di siti archeologici, durante più d’un secolo. Una convergenza di dati interdisciplinari indica che il Nuovo Mondo fu per la prima volta popolato almeno 13000 anni fae forse sino a 30000 anni fa da migrazioni provenienti dall’Asia (Meltzer 2009). Quegli uomini entrarono nelle America per la via d’un ampio tratto di terra emersa chiamato Beringia, che collegava allora il nord-est dell’Asia col nord-ovest del Nord America, nei periodi dell’espansione glaciale, quando il livello del mare era più basso (figura 1). I primi migranti erano in numero ridotto ed entrarono in un continente ricco di vita selvaggia, tra cui molte specie oggi estinte come i mastodonti, simili ai mammut, bradipi di terra giganti e felini dai denti a sciabola. Sfruttando le ricchezze di questo "nuovo mondo", la popolazione umana crebbe rapidamente e si espanse attraverso il Nord e il Sud del continente americano per qualche migliaio d’anni. Quando i coloni si muovevano alla ricerca di nuovi territori e il clima migliorava, alla fine del Pleistocene (o "era glaciale") 10000 anni fa, i discendenti di quei primi pionieri si adattavano a nuove condizioni ambientali, molto diverse e mutevoli, che producevano un’abbondanza di diversi modi di vita. Ciascun gruppo si adattava alle condizioni naturali con cui doveva confrontarsi. In certe regioni, habitat estremamente ricchi permisero lo sviluppo dei sistemi agricoli da condizioni di sussistenza alla produzione d’un surplus alimentare sostanziale e condusse alla crescita di società differenziate con molte delle caratteristiche sottolineate da Childe e Tainter nelle loro definizioni di civiltà. Tra queste vi erano le società del Midwest e del Southeast, i cosiddetti “costruttori di tumuli”, dei quali si vede chiaramente l’abilità a organizzare il lavoro comune di grandi gruppi di persone, in un paesaggio archeologico di terrapieni a scala monumentale, che includono: tumuli sepolcrali di forma conica, tronchi piramidali di terra chiamati “tumuli a piattaforma’, tumuli modellati in figure (con le forme di vari animali ed uccelli), e vaste aree disegnate con trame geometriche, costituite da opere di terra (Milner 2004) (figure 2a-2d).

Figura 2a. Miamisburg Mound, in Miamisburg, Ohio, è uno dei maggiori tumuli conici nell’est del Nord America.

E’ un tumulo sepolcrale costruito da quella che gli archeologi hanno definito cultura Adena, verso l’800 a.C. - 100 a.C.

(Ohio Historical Society) (K. Feder)

Figura 2b. I terrapieni di Fort Ancient sono una serie di opere di terra che si estende per più di cinque km intorno a un alto scoglio,

lungo il fiume Little Miami nell’ Ohio sud-occidentale. I terrapieni furono costruiti dalla cultura Hopewell, tra il 100 a.C. e il 400 d.C.

(CERHAS, University of Cincinnati)

Figura 2c. Serpent Mound è la più grande immagine di serpente al mondo. Si trova nella Adams County, Ohio, ed è attribuita alla cultura di Fort Ancient, verso il 1000-1650 d.C.

(Center for the Electronic Reconstruction of Historical and Archaeological Sites [CERHAS], University of Cincinnati)

Figura 2d. Monks Mound, a Cahokia in Illinois, è il quinto monumento a forma piramidale del mondo, per il suo volume.

Alto più di trenta metri, Monks Mound fu costruito e mantenuto con cura tra il 900 e il 1300 d.C.

Era la piattaforma elevata sulla quale era eretta la residenza del capo dei. Cahokia. Era la capitale di una potente entità politica ed economica. (K. Feder)


Gli archeologi sono d’accordo sul fatto che la miriade di culture sviluppatesi tra i nativi del Nord America, inclusi i costruttori di tumuli, si sviluppò per la maggior parte in modo indipendente da qualsiasi ispirazione estranea. Quasi certamente ci furono contatti tra gli antichi popoli del Nord America e le civiltà del sud del continente. C’è evidenza, per esempio, di commerci di turchese tra i nativi del sud-ovest dell’America del Nord e le culture della Mesoamerica (Powell 2005), e il mais, addomesticato in Messico, si aprì la strada verso il nord, in tutte le regioni del continente in cui poteva essere coltivato. Tuttavia non appare scientificamente credibile tutto il movimento di persone dal Vecchio Mondo al Nord America sub-artico, dopo l’incursione iniziale dall’Asia di nord-est avvenuta alla fine dell’era glaciale. Non c’è neppure evidenza scientifica che qualsiasi cosa, qui trovata in scavi archeologici, come le monumentali opere di terra mostrate nelle figure 2a-2d-fosse in alcun modo ispirata da visitatori o migranti provenienti da Africa, Europa, o Asia (Fritze 2009). I nativi americani erano pienamente capaci di sviluppare da soli culture complesse e sofisticate senza essere aiutati da altre società. I ritrovamenti archeologici nel Nord America mostrano chiaramente lo sviluppo indigeno delle tecnologie, dell’arte, dell’architettura, di sistemi sociali, di pratiche di sussistenza, e di realizzazioni ingegneristiche dell’America dei popoli nativi. Non esiste alcuna prova archeologica o biologica della presenza di connessioni aliene e non è necessaria tale prova per spiegare l’archeologia dell’America dei nativi.
I produttori del documentario Lost Civilizations, chiaramente, non sottoscrivono tale interpretazione "prevalente" dell’archeologia americana. Invece ciò che sembra emergere è la storia alternativa poco coerente del “diffusionismo”.
In un momento verso la fine dell’ultima era glaciale, alcuni asiatici s’imbatterono nel Nuovo Mondo attraversando il ponte di terra della Beringia. Essi svilupparono società indigene, alcune delle quali poterono beneficiare di vari contatti, non meglio definiti, con il Vecchio Mondo, avvenuti attraverso i millennii. Circa 2000 anni fa, discendenti dei coloni originali, che si erano stabiliti nell’est del Nord America costruivano modesti terrapieni e sopravvivevano con la coltivazione di poche varietà di piante locali. Allora, un contingente d’Israeliti provenienti dalle colline della Galilea arrivò in qualche posto della costa americana orientale e si diffuse tra le culture indigene, agendo come i missionari e attivando la fioritura culturale delle culture dei costruttori di tumuli, che noi conosciamo come Hopewell (e dei successivi Mississippiani). Questi nuovi migranti si portarono la propria religione (il Giudaismo, apparentemente) e la propria lingua scritta (ebreo), che si ritrova nelle iscrizioni di tavolette di pietra o altri oggetti di significato speciale, in alcune regioni. Essi ispirarono anche la costruzione di vaste città attraverso il Midwest e il Southeast, innalzando i locali a un alto livello di civiltà, mutando fondamentalmente e per sempre le culture e le storie dei popoli indigeni, sino allora immersi nell’oscurità.
In stridente contrasto con l’elegante consenso raggiunto dall’opera interdisciplinare di archeologi, geologi, genetisti e linguisti (Meltzer 2009; Goebel et al. 2008), recenti dichiarazioni della rivista diffusionista Ancient American dimostrano ampiamente che nei fatti non esiste consenso tra i ricercatori diffusionisti, riguardo al fatto che culture africane, asiatiche o europee siano giunte in America per servire da propulsori alla vita selvaggia dei Nativi Americani, su quando siano arrivate, o su quali conquiste culturali si supponga abbiano introdotto o ispirato.

Una storia nascosta?
In sostegno alla pretesa che esista una storia nascosta dell’antica America, il narratore del documentario formula un certo numero di domande fondamentali, come: "La maggior parte degli americani non ha idea del fatto che antiche città con architetture progredite costellassero un tempo il paesaggio dell’antico Nord American... Perché i grandi storici non sapevano queste cose e perché esse non sono generalmente note al grande pubblico?"
Qui gli autori del documentario usano un’asserzione priva di sostegno (i grandi storici non conoscono le antiche società dei costruttori di tumuli del Nord America) per rappresentare uno scenario suggerito attraverso tutto il resto del documentario: che c’è stata qualche forma di cospirazione per nascondere la vera storia del Nord America, tanto che persino "i grandi storici" non ne sanno nulla. Nell’usare tale asserzione, i produttori hanno intervistato Roger Kennedy, ex direttore dello Smithsonian's National Museum of American History negli anni 1979-1992 e del National Park Service dal 1993 al 1997. Kennedy ammette che persino nei primi anni 1990 egli non era al corrente del fatto che "importanti resti urbani esistessero in Nord America".
Si tratta di un’affermazione curiosa, visto lo stato della conoscenza archeologica nei primi anni 1990. È possibile che Kennedy o non abbia capito la domanda o ne abbia frainteso lo specifico contesto. Ma da questa candida e onesta personale ammissione di un sono storico non deriva che, come gruppo, gli archeologi e gli storici fossero tutti disinformati e che i capi riconosciuti della comunità scientifica fosse le vittime (o forse gli autori) d’una cospirazione di silenzio. È problematico che i produttori abbiano basato una conclusione su ciò che era semplicemente un caso, prima di porre la domanda cruciale: "Perché i maggiori storici non sapevano nulla di queste cose?" Era questa la situazione generale nei primi anni 1990? È forse vero oggi? Nei fatti, non era così allora e non lo è oggi. Per rispondere meglio a una tale domanda, basterebbe sfogliare la Guida ai Dipartimenti di Antropologia (pubblicata dall’Anthropological Association, un’organizzazione professionale americana). Dalla guida si può vedere che ci sono letteralmente centinaia di archeologi che hanno dedicato le loro carriere allo studio delle culture dei costruttori di tumuli e decine di programmi universitari che trattano tale argomento.
Che molti (la maggioranza degli) americani non conoscano molto o nulla dei costruttori di tumuli è purtroppo un fatto vero, ma tale ignoranza fa parte di una questione più ampia. La maggior parte degli americani non sa molto delle culture dei Nativi Americani, il che è naturalmente una vergogna. Ma è un salto enorme dedurre da tale triste realtà che ci sia qualche forma di cospirazione del silenzio sulla raffinatezza delle società dei costruttori di tumuli dell’antica America.
Anzi, è vero proprio il contrario. Gli archeologi professionisti nelle università e nei musei hanno compiuto uno sforzo coordinato per “dare la parola” ai costruttori di tumuli. Gli archeologi hanno scritto una serie di libri rivolti al grande pubblico sulle società dei tumuli, per esempio Milner (2004); Lepper (2005); Pauketat (2009); e Iseminger (2010). Riviste patinate con un pubblico La rivista del National Museum of the American Indian (una pubblicazione della Smithsonian Institution) ha fatto un articolo su Cahokia, con i più grandi siti dei costruttori di tumuli, nel numero di dicembre 2010 (Adams 2010). Mentre preparavamo il nostro articolo di gennaio 2011, il National Geographic magazine ha pubblicato un pezzo importante sullo stesso sito (Hodges 2011). Non è certamente la prima volta che i costruttori di tumuli sono stati trattati sulle pagine del National Geographic. Già negli scorsi decenni erano apparsi numerosi articoli sui costruttori di tumuli in Archaeology, rivista pubblicata dall’Archaeological Institute of America, rivolta a un pubblico misto, professionale e popolare (v., p.es., Iseminger 1996 and Lepper 1995), e in American Archaeology, pubblicata da Archaeological Conservancy.
Ci sono dozzine di siti web, molti prodotti da università insieme ai governi federale e degli stati, dedicati ai costruttori di tumuli in generale e a specifici siti in particolare. Se scrivete "mound builders" in un motore di ricerca troverete diverse centinaia di Non è per mancanza di sforzi da parte degli archeologi e degli storici che la maggior parte degli americani puù ignorare l’esistenza dei costruttori di tumuli. Parlare d’una cospirazione, tesa a mantenere la pubblica ignoranza, significa ignorare i fatti reali.

Città segrete dell’antica America?
Oltre alla conclusione, di fatto scorretta, che persino alla fine del sec. XX gli storici ignorassero le società di costruttori di tumuli dell’antico Midwest americano, l’intervista di Kennedy presenta altri problemi. Il primo deriva da un’imprecisione nella terminologia, nell’uso di parole come insediamento o città. Nei fatti, non c’è alcuna evidenza archeologica di ampi "resti consistenti di città" in Nord America, secondo quello che si intende con la definizione di città. Con la possibile eccezione di Cahokia, non ci sono insediamenti archeologici in Nord America che si possano confrontare in dimensioni e densità di popolazione con, per esempio, le prime città-stato della Mesopotamia, le prime città lungo il fiume Indo in Pakistan, o qualunque dei grandi insediamenti urbani della Valle del Messico. Persino le stime per Cahokia calcolano raramente la sua popolazione a più d’un migliaio d’abitanti, un numero talvolta usato come una soglia statistica per la definizione di città (figura 3).

Figura 3. Interpretazione artistica dell’aspetto di Cahokia nel suo maggiore splendore, con la visuale puntata sulla zone d’élite della comunità.

Gli studi archeologici indicano la presenza di un’estesa palizzata fatta con circa 20.000 pali, che separava un quartiere d’élite in una città che forse poteva contare 10.000 abitanti.

(Courtesy of Cahokia Mounds State Historic Site. William R. Iseminger, artist)

 

Oltre Cahokia, tutti gli altri grandi tumuli del Nord America mostrano un aspetto differente da quello di un insediamento: non erano città, ma piuttosto centri cerimoniali con poca popolazione residente, circondati da numerosi piccoli centri dispersi su un’ampia area tutto intorno. La gente che viveva in quei piccoli villaggi produceva il surplus (in termini di alimenti, ricchezza e lavoro) che manteneva l’élite rituale che viveva nei centri sui tumuli. In un esempio particolarmente notevole di deformazione della terminologia, il documentario definisce il terrapieno che racchiude le opere di terra di Newark in Ohio come "mura della città". È un nonsense. Le opere di terra di Newark includono una serie spettacolare di dodici chilometri quadrati di recinti geometrici e tumuli di diversi profili e dimensioni, ma non c’è alcune evidenza archeologica di una popolazione urbana, né qui (Lepper 2004) né in altre opere di terra monumentali della cultura Hopewell (figura 4).

Figura 4. Gli Octagon sono parte dei molti più ampi Newark Earthworks in Newark, Ohio.

Le monumentali ed elaborate opere di terra, costruite dalla cultura Hopewell tra il 100 a.C. e il 400 d.C., incorporano una sofisticata conoscenza geometrica e astronomica nelle loro forme e negli allineamenti.

La prima delle “sacre pietre” di Newark fu trovata subito ad est del recinto ottagonale. (Tim Black and/or Greater Licking County Convention and Visitors Bureau)

 

Per chiarezza: l’affermazione che luoghi come i Newark Earthworks, Poverty Point in Louisiana (Gibson 2000), Etowah in Georgia, Moundville in Alabama (Welch 1991), Town Creek Mound in North Carolina, o Crystal River Mounds in Florida non erano città non è fatta per disprezzarli o per minimizzare i progressi raggiunti da chi li costruì. Si basa unicamente sul fatto, mostrato chiaramente dalla ricerca archeologica, che questa architettura non aveva un carattere urbano ed era cosa diversa da ciò che usualmente definiamo come “città”. D’altronde, una delle questioni più affascinanti proposte da tali strutture è come potesse una popolazione dispersa in piccoli villaggi, priva di re ereditari o faraoni, essersi organizzata nel lavoro di costruzione di simili imponenti opere di terrapieni.
Riguardo a tali siti, il documentario chiede: "La vera questione è: perché questi siti non sono stati preservati? E perché queste civiltà progredite non sono oggi comunemente conosciute?" Per rispondere a queste domande sulla mancanza percepita di salvaguardia dei siti di un’antica "civiltà perduta" in Nord America, il documentario si rivolge alla dottrina del Manifest Destiny e alla teoria dell’evoluzione. Si asserisce nel documentario che era fondamentale per molti Americani nei sec. XVIII e XIX denigrare lo stato di evoluzione dei residenti nativi. Sia distruggendo sia ignorando l’evidenza archeologica di una civiltà sofisticata nel Nord America, i produttori del film affermano che i coloni volessero pulire le loro coscienze riguardo all’espropriazione dei popoli nativi dalle loro terre.
Questa non è certo una rivelazione, in se stessa. Manifest Destiny, il credo della repubblica americana destinata a colonizzare i territori del West al di là del Mississippi, era basato su un’asserzione priva di fondamenti che influenzò gli atteggiamenti scientifici nei riguardi dei Nativi Americani e influenzò la politica federale verso gli Indiani dagli anni 1840 sino alla fine del sec. XIX (Horsman 1981). Il fatto che l’esistenza dei tumuli apparisse come un problema, a coloro che concepivano la cultura dei Nativi Americani come fondamentalmente primitiva e destinata all’estinzione, è un tema che sta stto l’opera classica di Robert Silverberg, Mound Builders of Ancient America (1968). Tale punto è ricordato anche nel capitolo sui tumuli di Kenneth Feder's Frauds, Myths, and Mysteries: Science and Pseudoscience in Archaeology (2011). Perciò, ogni pretesa che il documentario ha esposto su una cospirazione è priva di senso. E occorre inoltre notare che circa metà del documentario è stato dedicato ad affermare che i Nativi Americani furono storicamente dichiarati come un popolo non civilizzato e furono distrutti i loro tumuli, e l’altra metà è dedicata ad affermare che in realtà quei tumuli furono costruiti da emigrati provenienti dal Medio Oriente. Tale pretesa ingiustificata nega lo sviluppo del patrimonio culturale locale dei costruttori di tumuli, nello stesso modo in cui nel sec. XIX si pretendeva che non fossero stati gli antenati degli Indiani nord-americani a costruire i tumuli.
Implicitamente il narratore afferma che " intenzionalmente o no, per motivi religiosi o politici o no, gli esperti moderni concordano nel proseguire la distruzione" e insinua il sospetto che i siti dei tumuli siano soggetti a deliberate distruzioni, nell’intento di eliminare l’evidenza di un’antica civiltà nativa in Nord America. Ciò è un’interpretazione storica molto “libera”. C’era nel sec. XIX chi credeva d’avere una missione, un dovere col passato e col futuro, nel rilevare e descrivere minutamente i siti preistorici sincheé fosse stato possibile. Purtroppo erano una minoranza, ma non insignificante. Molte delle mappe di rilievo usate nel video di Lost Civilizations, infatti, sono il frutto di quegli antiquari storicamente consapevoli del sec. XIX. (Barnhart 1998, 2005).
Mentre il documentario punta sulla "prosecuzione della distruzione" di tumuli preistorici e recinti geometrici, esso glissa ampiamente sul fatto che ci sono sforzi concertati per preservare alcuni dei più rilevanti di questi siti per la ricerca archeologica e l’educazione pubblica. Molti siti di tumuli sono aperti al pubblico, e in molti ci sono musei in cui il pubblico può apprendere la storia degli antichi abitanti. Un recente elenco comprende almeno settanta tumuli salvaguardati e siti di terrapienti negli stati dell’Indiana, Kentucky, Ohio, e West Virginia, preservati e accessibili al pubblico (Woodward and McDonald 2002). Tra i più importanti: Hopewell Culture National Historic Park, Serpent Mound, the Newark Earthworks, e Fort Ancient Earthworks (v. figure 2b, 2c, e 4). Questi siti, insieme con il Poverty Point National Monument, sono stati recentemente posti in una lista dell’U.S. Department of the Interior per essere proposti all’UNESCO per la World Heritage List. Cahokia Mounds in Illinois è già uno dei pochi siti preistorici degli Stati Uniti compreso nella World Heritage List. Non solo: recenti statistiche dello Hopewell Culture National Historic Park in Ohio mostrano che i visitatori annui di questo sito di tumuli sono fra 30 e 40.000. Sempre in Ohio, più di 20.000 persone hanno visitato Serpent Mound nel 2010. Cahokia accoglie un pubblico di circa 320.000 persone all’anno. Se c’è una cospirazione nella comunità scientifica "dominante" per mantenere segreta la cultura dei tumuli, non siamo poi stati molto bravi. Il sospetto che questi siti siano stati sistematicamente e intenzionalmente sottoposti a distruzione, o tenuti nascosti, per lo scopo occulto di nascondere la verità sui Nativi Americani, si dimostra da solo ridicolo.
Al di là del tentativo di provare una cospirazione inesistente per nascondere al pubblico la civiltà dei costruttori di tumuli, il documentario Lost Civilizations presenta quella che si può interpretare come la prova del movimento di gente dal Vecchio Mondo, per emigrare verso il Nuovo Mondo. Dopo di che, sottolinea l’enorme impatto che tali viaggiatori avrebbero avuto sulle società indigene già esistenti sul luogo. Tale "evidenza" consisterebbe in manufatti con messaggi scritti in lingue del Vecchio Mondo, specialmente in ebreo, e nel DNA che si pretende possa provare una connessione tra i costruttori di tumuli Hopewell dell’Ohio e gli antichi Israeliti. Tratteremo di tali argomenti nel secondo e nel terzo articolo della nostra serie.

Disclaimer:
Siamo ben consapevoli che la pretesa che sta sotto il documentario Lost Civilizations, ossia che i costruttori di tumuli del Midwest americano fossero migranti dal Medio Oriente di 2000 anni fa, può essere influenzata dalla dottrina religiosa. Tuttavia una delle nostre posizioni in questo articolo è che qualunque cosa ispiri tale pretesa non è tanto importante quanto il fatto che essa è decisamente errata. Detto questo, lasceremo ad altri di stabilire il ruolo eventualmente giocato dalla religione per influenzare Lost Civilizations e ci limitiamo a focalizzare l’evidenza scientifica relativa a tali fatti.

Citazioni e riferimenti:
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Goebel, Ted, Michael R. Waters, and Dennis H. O'Rourke. 2008. The late Pleistocene dispersal of modern humans in the Americas. Science 319: 1497-1502.
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Silverberg, Robert. 1968. Mound Builders of Ancient America: The Archaeology of a Myth (original, unabridged edition). Greenwich, Connecticut: New York Graphic Society, Ltd. Tainter, J. 1988. The Collapse of Complex Societies. New York: Cambridge University Press.
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Woodward, Susan L., and Jerry N. McDonald. 2002. Indian Mounds of the Middle Ohio Valley: A Guide to Mound and Earthworks of the Adena, Hopewell, Cole, and Fort Ancient People. Blacksburg, Virginia: McDonald and Woodward Publishing.

Gli autori
Bradley T. Lepper è il curatore di archeologia della Ohio Historical Society in Columbus, Ohio.
Kenneth L. Feder è professore di antropologia alla Central Connecticut State University. Membro del Committee for Skeptical Inquiry e SKEPTICAL INQUIRER consulting editor.
Terry A. Barnhart è professore di storia alla Eastern Illinois University in Charleston, Illinois.
Deborah A. Bolnick è assistant professor di antropologia alla University of Texas ad Austin.

Fonte: CSICOP, Volume 35.5, sett./ott. 2011

 

Fonte: Liutprand.it

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Published by il conte rovescio - in Archeologia
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16 settembre 2013 1 16 /09 /settembre /2013 21:06
Grazie a Diego Baratono, ho potuto ampliare una ricerca molto interessante sulle piramidi di Giza, su nuovi studi e importanti rivelazioni che fino a poco tempo fa non erano ancora state svelate: ecco l' articolo a riguardo.           
          

Una delle piramidi di el-Giza

Egitto: ulteriori e sorprendenti conclusioni derivate dall'analisi dei dati emersi dalle due esplorazioni “Operazione Sfingi 2007 I – II”

 

Concordemente alle conoscenze da anni acquisite dagli studiosi, secondo la documentazione nota, in conseguenza dell’attenta analisi dei dati raccolti e, soprattutto, in base alle fondamentali osservazioni effettuate in loco, si può affermare, con un grado di probabilità molto prossimo alla certezza, che le tre piramidi di el-Giza furono costruite dall’alto e non dal basso come si è erroneamente supposto fino a oggi.

L’idea, che a prima vista può sembrare stravagante, è invece robustamente supportata e quasi direttamente dimostrata collazionando le numerose indicazioni ricavate dall’ispezione del sito che ho denominato “Terzo livello” individuato a Ovest di el-Giza, con le due esplorazioni “Operazione Sfingi 2007 I - II”.

Diventa estremamente chiaro in effetti, se è vero che la zona focalizzata del “Terzo livello” era “anche” una cava a cielo aperto, in origine ben più alta di quanto sia possibile apprezzare oggi (oggi siamo a +100 metri sul livello del Nilo, e a +50 metri rispetto al livello delle Piramidi) e, in ogni caso, areale sfruttato con estremo senso pratico, quasi fosse una gru, dimostrando una volta di più la gran capacità logistica maturata dagli antichi costruttori egizi, che calare dall’alto, o quanto meno, muoversi in orizzontale con il materiale di sbancamento ricavato dal sito in discorso era d’estrema semplicità tecnica ed esecutiva.


L’altipiano ospita altre due Piramidi e con ogni probabilità anche due Sfingi, una ad Est, ossia quella che conosciamo, e l’altra collocata a Ovest, in caverna, come detto nei testi che parlano del mito dell’Aker

A questo proposito incominciano ad avere un senso estremamente preciso, univoco e peculiare le rampe citate da Erodoto, che sottolineo erano in discesa come confermato anche dalle immagini satellitari fornitemi dal professor Paolo Trivero dell’università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” di Alessandria, le slitte e così via. Dalle immagini si può comprendere, infatti, che la dimensione delle rampe da creare e utilizzare partendo da questo punto dell’altipiano di Giza, ossia dal “Terzo livello”, per raggiungere le piramidi, distanze intorno agli 850 metri, con pendenze intorno al -3.5%, tecnicamente non era affatto proibitiva, anzi…

È in questo senso, ad esempio, che posizionare quegli enormi blocchi di granito presenti nella cosiddetta “camera del re”, stimati nel 2% della massa totale della Piramide di Khufu, oggetto da sempre di sconclusionate speculazioni, ma anche d’imbarazzati tentativi di spiegazione da parte degli accademici, non rappresenta più un enigma ingegneristico irrisolvibile come dimostrato, almeno tecnicamente, dall’architetto Marco Fiorini nel suo testo “Nel cantiere della Grande Piramide” (Ananke, Torino, 2012).



Per il completamento dell’edificazione delle Piramidi di el-Giza si può parlare di almeno 200 anni

Basti pensare che dall’approdo nei pressi della Sfinge a Est, attualmente siamo a circa +9 metri sul livello del Nilo, fino al “Terzo livello” che, come si è detto, oggi si trova a +100 metri rispetto al fiume e quindi alla Sfinge orientale, passando dalla rampa semicircolare ancora visibile dalla immagini satellitari, si affronta una salita con pendenze dal +2% al +3.5%: si tratta grosso modo, come ben evidenziato da Fiorini nel libro citato, della pendenza del balcone di casa, quindi tranquillamente alla portata degli abili costruttori egizi.

Pertanto, senza tirare in ballo strani fenomeni prossimi al paranormale e interventi esogeni privi di fondamento, si può e si deve pensare invece a un più “normale” trascinamento e successivo posizionamento in orizzontale quando non in discesa, dei colossali blocchi in discorso e non solo di questi, dal momento che l’altipiano ospita altre due Piramidi e con ogni probabilità anche due Sfingi, una a Est, ossia quella che conosciamo, e l’altra collocata a Ovest, in caverna, come detto nei testi che parlano del mito dell’Aker, proprio sul “Terzo livello” nel punto da me individuato.

È opportuno ricordare che non appena sarà possibile ritornerò nel sito per verificare questa condizione, sempre che mi venga concesso e sempre che non ci pensi qualcun altro.

A proposito di capacità e forza lavoro, si deve ancora ricordare che evidentemente gli Egizi Antichi, come dimostrato sia in ben note rappresentazioni (colosso trainato sulla slitta da forza lavoro umana), sia, ad esempio, dal fenomenale monolito incompiuto di Assuan (l’obelisco in discorso ha un peso stimato di 1160 tonnellate), erano tranquillamente in grado di trattare, manipolare nonché movimentare, trascinandoli e non sollevandoli, pesi di un certo rilievo senza grossi problemi.


Dei choppers ed una selce tonda che per certo non è un utensile. Per la preziosità della lavorazione questo manufatto è da ritenersi certamente un oggetto di un certo pregio, pur non essendo ancora riusciti a capire con certezza di cosa si tratti. I reperti fotografati, sono stati tutti rinvenuti nell'insediamento individuato, a conferma inequivocabile della presenza di industrie microlitiche nel sito di el-Giza III e quindi di una sicura antropizzazione dell’areale dall’Autore denominato “Terzo livello”

Il promontorio individuato e da me esplorato, come si è già avanzato in altri articoli e pubblicazioni (questo argomento sarà ampiamente trattato nel libro di prossima pubblicazione, inerente all’Egitto Antico) si dimostra essere il “Terzo livello” non solo di nome, ma anche di fatto dell’altipiano di el-Giza, essendo gli altri due rappresentati, come detto più sopra, il primo dal piano della Sfinge e il secondo dal piano dove insistono le tre piramidi. È sorprendente che questo “Terzo livello”, peraltro ben definito nel “Libro per uscire alla Luce” e assolutamente imprescindibile dal contesto storico del mondo faraonico, sia sfuggito proprio a tutti…

Si deve pertanto precisare, nondimeno, che la costruzione delle piramidi in questa prospettiva non diventa più un’impresa quasi sovrumana, ma totalmente alla portata di una civiltà estremamente intelligente, pragmatica e dotata di una forte capacità organizzativa, probabilmente derivata da una potente coscienza comune volta al raggiungimento d’importanti obiettivi collettivi (siano stati spirituali, religiosi, politici, sociali, pratici), finalizzati condivisi e realizzati esclusivamente in modo infragenerazionale e sovrannazionale. In questo senso, come già chiaramente scritto nel mio testo “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi. L’Esagramma, ovvero le straordinarie geometrie dell’Acqua” (ECIG, Genova, 2004), l’arco temporale da considerare realistico per il completamento dell’edificazione delle Piramidi di el-Giza e, a parer mio, delle “due” Sfingi, è da ritenere ben più dilatato che non di soli venti, venticinque o forse anche trenta anni. Per l’edificazione di questo straordinario monumento dedicatorio all’Acqua (tre Piramidi e due Sfingi), si può e si deve parlare, infatti, di almeno 200 anni, ossia quelli intercorsi tra la III Dinastia di Zoser e la IV Dinastia di Khufu. È altresì molto chiaro, che questo nuovo modello per la costruzione delle piramidi non è la risposta definitiva a tutto, ma diventa, nondimeno, un nuovo tassello nel mosaico, oggi anche grazie a questa eccezionale scoperta meno randomizzato, della straordinaria storia dell’Egitto Antico. Ricordo che ulteriori dettagli, precisazioni e immagini in merito a questo e ad altri argomenti legati alla storia dell’Egitto Antico, saranno inclusi nel mio nuovo libro di prossima pubblicazione.

 

 

grazie a Diego Baratono per la sua disponibilità a riguardo, grazie alla redazione di SHAN NEWSPAPER

Copyright2007-2013©Diego Baratono - Tutti i diritti riservati

 

http://www.shan-newspaper.com/web/misteri/868-le-tre-piramidi-di-el-giza-furono-costruite-dallalto.html

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9 settembre 2013 1 09 /09 /settembre /2013 22:10


Foto: RIA Novosti

 

Le grotte di Sablinskij è uno di quei luoghi sulla mappa della Russia, che per molti anni sono rimasti sconosciuti. La gente comune non sa praticamente nulla a riguardo, e anche i pochi che ci sono arrivati, hanno raramente parlato delle cose oscure accadono al loro interno. Tuttavia, ora ci sono intraprendenti uomini d'affari che vi organizzano eventi aziendali, e turisti. È vero che ci sono state delle persone scomparse?

"La Voce della Russia", insieme a Timur Ivanzov, fondatore del "Club dei Viaggiatori Intrepidi", ha deciso di scoprire cosa accade in queste grotte.

Le grotte di Sablinskij si trovano nella regione di Leningrado, vicino al villaggio di Uljanovka. Si tratta di labirinti sotterranei che si estendono per decine di chilometri, con gallerie imponenti e laghi incontaminati. Secondo una ricerca scientifica, questo vasto sistema di grotte si è formato come risultato delle estrazioni su larga scala di sabbia di quarzo, che sono stati condotti nella zona tra la fine del XVII e l'inizio del XX secolo. Nel 1922, l’estrazione di sabbia di quarzo si è fermata, e le grotte furono abbandonate. Nel corso dei successivi trent’anni, la falda ha risentito drasticamente della struttura del terreno sabbioso: in alcune zone delle grotte si sono formate infatti delle "sabbie mobili", che si sono rivelate mortali. A quel tempo vi persero la vita molte delle persone che girovagavano qui per curiosità. Timur Ivanzov racconta cosa è successo nelle grotte durante l'era sovietica e perché abbiano ottenuto un così brutto nome:

A metà del secolo scorso le grotte di Sablinskij erano il covo di prigionieri fuggiaschi, e di semplici persone indesiderate dal potere e dalla società. Poi, quando molti documenti sono stati declassificati, è stato riferito che ogni anno nelle grotte scomparivano circa due dozzine di persone. Ovviamente, tutti questi diventarono poi gli "abitanti" del sottosuolo. Periodicamente venivano effettuate operazioni per catturarli, ma erano inutili. Catturare qualcuno in queste catacombe è una missione impossibile.

Ora non è possibile affermare con certezza che la vera ragione per la scomparsa di tutte quelle persone fossero solo i prigionieri che si nascondevano nelle grotte. I pochi che hanno avuto il coraggio di andarci, per lo più giovani provenienti dai villaggi circostanti, molto probabilmente sono rimasti intrappolati nelle sabbie mobili. Ma ci sono anche altre versioni di ciò che potrebbe essere accaduto a quei poveretti. Secondo Timur Ivanzov:

Il nonno di un mio amico era uno dei dissidenti che si nascondevano dalle autorità in una delle grotte. Lui mi ha detto che avevano delle leggende sul fatto che le grotte fossero una specie di essere vivente e pensante, che ospitasse gli innocenti e punisse coloro entravano lì con cattive intenzioni.

Tuttavia, quando hanno iniziato a scomparire gli stessi " figli sotterranei", cominciò a girare la voce che nelle grotte si fosse stabilito il Male. Le persone cominciarono a sentire sulla pelle che nel labirinto di gallerie sotterranee qualcosa era cambiato. Come se il buio si fosse fatto più fitto, e dietro di loro qualcuno li seguisse continuamente. Dopo che sette persone tra i “locali” erano scomparse, la maggior parte dei fuggitivi lasciò le grotte. Abbiamo visitato le grotte come scavatori, e posso responsabilmente dire che passare la notte lì è molto sgradevole, anche se ho visto un sacco di posti orridi.

Ora, però, nelle grotte vengono regolarmente organizzati dei tour, in modo che tutti possono verificare con la propria esperienza, che il diavolo è davvero spaventoso, quanto lo dipingono. La cosa più importante è non perdere mai di vista il proprio gruppo, perché non si sa mai... non a caso questo luogo ha una reputazione tanto negativa.

FOTO TRATTE DA: http://www.cavelighting.com/index.php?area=3&p=news&newsid=82

`Squadra`, Yuri Lyahnitsky e Anton Yushko .  Fominykh Yuri e Oleg Minnikov

 

tratto da: http://italian.ruvr.ru/

http://www.astronavepegasus.it/pegasus/index.php/misteri/243-le-grotte-di-sablinskij-un-luogo-da-cui-non-si-fa-ritorno#.Ui5Ne0dH6po

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Published by il conte rovescio - in Archeologia
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1 agosto 2013 4 01 /08 /agosto /2013 22:44

l’umanità contemporanea condivide antenati in comune vissuti alcune migliaia di anni fa, ciò significa che basta tornare indietro di poche migliaia di anni, per scoprire che siamo tutti imparentati. La statistica è stata fatta in base al fatto, che più si torna indietro nel tempo, più si ripetono gli stessi antenati in tutti gli alberi genealogici della popolazione attuale. Ad gni generazione il numero dei nostri ascendenti si raddoppia, considerando che abbiamo 2 genitori, 4 nonni e 8 bisnonni ecc… ecc…, se avessimo tutti un origine indipendente, significherebbe che qualche migliaio di anni addietro, la popolazione globale doveva essere molto più numerosa, invece è risaputo che la popolazione è cresciuta enormemente negli ultimi secoli, da ciò si può dedurre che la popolazione attuale, debba discendere da un numero relativamente piccolo di antenati.

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Consideriamo ad esempio la singola Europa, oggi siamo in oltre 700 milioni di abitanti, se qui in Europa avessimo tutti un origine indipendente, significherebbe tra i 1000 e i 3000 anni fa, vi erano circa un miliardo di abitanti, mentre invece si stima che vi erano tra i 10 e i 30 milioni di abitanti in quel periodo. Questo significa che la popolazione Europea attuale, debba discendere da un numero relativamente piccolo di antenati in comune, in pratica basta tornare indietro di 2000-3000 anni per scoprire che tutti condividiamo gli stessi antenati, più ci avviciniamo alle nostre regioni di origine, più le parentele in comune con gli abitanti della stessa area, sono recenti. Addirittura ad eccezione degli Italiani, della Spagnoli e dei Francesi, molti Europei condividono antenati in comune tra loro, vissuti appena 1000 anni fa, in quanto le grandi ondate migratorie avvenute negli ultimi mille anni, hanno comportato ad una “sostituzione” delle popolazione preesistenti. In Italia invece, il relativo isolamento geografico, ha limitato la sostituzione della popolazione dal punto di vista genetico, consentendo un mantenimento delle fiorenti e più antiche popolazioni autoctone, di conseguenza oggigiorno, gli Italiani condividono antenati in comune tra loro e con gli altri Europei, con antenati vissuti oltre i 2300 anni fa. Le popolazioni più imparentate in Europa sono gli Albanesi, negli ultimi 1500 anni, tutti gli Albanesi condividono tra loro in media circa 600 antenati in comune, i meno imparentato invece sono gli Italiani, loro condividono in media appena 8 antenati negli ultimi 1500 anni, gli Spagnoli ne condividono in media 30, tuttavia oltre i 2500 anni, la situazione dell’Europa Latina, tende ad alinearsi a quella degli altri paesi Europei. Teoricamente non si dovrebbe andare molto più indietro, probabilmente non oltre i 3000 anni, per scoprire che noi Europei, siamo tutti imparentati tra noi e questa tendenza potrebbe valere per qualsiasi regione del globo, più si retrocede nel tempo, più le parentele in comune, si estendono ad aree geografiche distanti, fino ad arrivare ad un punto, dove tutti gli individui di tutte le popolazioni mondiali, condividono antenati in comune, questo punto viene definito (MRCA: Most Recent Common Ancestor) e statisticamente si calcola che possa risalire a circa 5000 anni fa, indipendentemente dal colore della pelle, dalla lingua che si parla, oltre quell’epoca, condividiamo tutti gli stessi antenati, gli stessi antenati si ripetono in tutti gli alberi genealogici di tutti gli individui oggi in vita.

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In pratica le persone che vissero 5000-6000 anni fa, sono gli antenati di tutti o di nessuno, proprio come le persone oggi in vita, saranno gli antenati di tutti o di nessuno tra le persone che popoleranno la terra tra circa 5000 anni. Tecnicamente si stima che l’80% della popolazione presente circa 5000 anni fa, è l’antenata comune di tutti noi, mentre il 20% della popolazione vissuta nella stessa epoca, non è l’antenato di nessuno tra la popolazione attuale, in quanto tra questo 20% della popolazione allora esistente, o non lasciarono eredi, o le loro discendenze non sono arrivate a quest’epoca estinguendosi prima. Tuttavia per antenati comuni, non si intende affatto che tornando indietro di 5000 anni, siamo tutti fratelli e sorelle in quanto in tali epoche non vissero i progenitori di tutti noi, ma fondamentalmente possiamo affermare che tornando indietro a quelle epoche, siamo tutti cugini. Ma se tornando indietro di appena 5000 anni, tutti noi condividiamo gli stessi identici antenati, appare logico chiedersi come mai oggi si riscontrano evidenti differenze somatiche tra le diverse popolazioni globali. La risposta sta nel fatto che, se è vero che noi tutti condividiamo gli stessi antenati, ciò non significa che tutti abbiamo ricevuto le stesse informazioni genetiche da quella piscina ancestrale comune. È vero che ognuno di noi ottiene esattamente la metà dei nostri geni dai nostri padri e la metà delle nostre madri. Ma quando si passa i nostri geni ai nostri figli, ogni bambino riceve esattamente la metà da ciascun genitore, ma questo non implica che ottengono per forza esattamente un quarto da ogni nonno. Ciò che è vero, è che in media, ogni bambino riceve un quarto dei geni da ogni nonno. La ragione di questo è perché quando si forma uno spermatozoo, l’informazione genetica (diciamo nell’ovulo formato nella madre), che va in esso, subisce un processo di ricombinazione in cui i geni della madre ottenuti dai genitori, si mischiano prima del trasferimento nell’ovulo. È quindi teoricamente possibile, anche se molto improbabile, che un bambino avrà informazioni genetiche pari a zero da uno dei suoi quattro nonni. Inoltre, quando si retrocede alla precedente generazione, le informazioni genetiche medie ricevute da un bambino è ora solo di un ottavo da un singolo bisnonno. Dopo molte generazioni, anche il contributo medio di qualcuno per ogni discendente si avvicina a zero, e non è difficile immaginare che alcuni antenati avranno discendenti che hanno ereditato nessuna delle loro informazioni genetiche. In realtà, come Rohde, Olson e Chang dicono, “perché il DNA è ereditato in segmenti relativamente grandi da antenati, un individuo riceve poco o nessun patrimonio genetico evidente dalla stragrande maggioranza degli antenati che vivono presso il punto degli antenati identici (IA: Identical Ancestor)”. Inoltre, alcuni antenati possono apparire molto più spesso di quanto non facciano altri sull’albero genealogico di ogni singolo individuo, e possono quindi contribuire maggiormente per il suo patrimonio genetico. Ad esempio, un’attuale Finlandese, deve generalmente la maggior parte della sua ascendenza a persone che hanno vissuto nel Nord Europa dal punto degli antenati identici, e una parte molto più piccola di persone che hanno vissuto in tutto il resto del mondo. Dunque anche se tutti abbiamo la stessa serie di antenati, la quantità di informazione genetica ricevuta da qualunque antenato, varia notevolmente da persona a persona. Alcune persone ancora oggigiorno hanno un senso di orgoglio razziale pensando di rappresentare le “razze pure”. Questa ricerca sostiene che questa visione è del tutto errata. Nessuno di noi è “di razza pura”, ma bensì siamo tutti cugini abbastanza vicini.

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Per quanto concerne nostri diretti progenitori di tutti noi, praticamente i progenitori di tutto il genere umano attuale, vissero in tempi molto più remoti e concidono con l’Eva mitocodriale vissuta in Africa tra i 160000 e i 200000 anni fa, e l’Adamo Y, vissuto anch’esso in Africa tra i 65000 e i 95000 anni fa. Per sostenere che siamo tutti fratelli e sorelle, praticamente dovremmo tornare indietro a tali epoche. Il fatto che le due linee, quella materna e paterna, non risalgano allo stesso periodo, coincide con il fatto che la popolazione venne decimata da un improvviso cambiamento climatico avvenuto a seguito dell’eruzione del Lago Toba in Indonesia, verso i 125000 anni fa la nostra specie, venne portata sull’orlo di un estinzione.

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Si stima che da oltre 10000 individui, la popolazione venne portata ad un qualche centinaio di individui, che sopravvissero lungo le coste del Sud Africa ad una rapida variazione climatica avvenuta a seguito dell’enorme eruzione vulcanica, oggi siamo oltre 7 miliardi di persone, tutti diretti discendenti da questa piccola popolazione che sopravvisse nel Sud Africa.

Flavio Scolari

 

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