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29 luglio 2013 1 29 /07 /luglio /2013 21:41

Luogo estremamente interessante, legato a passate scoperte archeologiche e nuove, di cui in questo articolo vi voglio rendere protagonisti.

Nel sito archeologico maya di El Peru-Waka’ sono stati scoperti i resti di un'antica regina guerriera: la tomba sembra appartenere a K’abel, la sovrana che fu a capo del regno di Wak tra il 672 e il 692 d.C.
archeologia,Maya,Guatemala
Il ritrovamento è avvenuto durante gli scavi del tempio a piramide condotti da David Freidel, archeologo della Washington University di St. Louis. Il corpo era sepolto insieme a diversi oggetti, tra cui vasellame in ceramica, gioielli di giada, figurine di pietra e una particolare giara d’alabastro modellata a forma di conchiglia di strombo - un grosso mollusco tipico dei Caraibi - dalla quale emergono la testa e le braccia di un’anziana donna (foto sopra).

Secondo gli studiosi, i geroglifici sul retro della giara contengono i nomi di “Signora delle Ninfee” e “Signora del Dio Serpente”. Entrambi i nomi si riferiscono alla regina che governò il regno di Wak, K’abel, appartenente alla dinastia Kan ("serpente") originaria della città di Calamkul, la capitale maya. Sposata con K'inich Bahlam, si fregiava del titolo di “Kaloomte”, cioè supremo guerriero, che le dava maggiore autorità di un re.
Stuart spiega che un’usanza della dinastia Kan era quella di dare in mogli le proprie principesse e nobildonne ai principi degli stati vassalli, quali appunto il regno di Wak. Donne come K’abel creavano una connessione familiare con le grandi città del nord come Calakmul. Venivano rappresentate sui monumenti ed entravano a far parte del simbolismo politico nei regni minori.

Il sito di El Peru-Waka’ si estende per circa un chilometro quadrato, con templi-piramide, piazze, palazzi e abitazioni. I suoi antichi resti monumentali, oggi nascosti nell’intricata foresta tropicale, si sono ridotti a un cumulo di macerie nel corso di secoli di abbandono.

La scoperta di questa nuova tomba potrebbe aiutare gli studiosi a capire perché la città rimase un centro di venerazione anche dopo il collasso del regno di Wak. Gli autori dello studio infatti scrivono: “Ora è chiaro che l'età d'oro della città, la sua grande regina e suo marito, vennero ricordati e celebrati dalle persone comuni, con le loro umili offerte e speranze per un futuro rinnovato”.Così una nuova scoperta a tale luogo, esce allo scoperto.

 Un gruppo di archeologi, mentre era impegnato in una serie di scavi sotto il tempio principale dell'antica città Maya di El Perù-Waka, nel nord del Guatemala, ha scoperto una stele di pietra finemente scolpita.

Il testo in geroglifico narra le gesta di una principessa del sesto secolo poco nota ai ricercatori, la cui progenie ha prevalso dopo una sanguinosa lotta tra dinastie reali per la presa del potere.

stele-maya.jpg

“I grandi governanti amavano descrivere le avversità come un preludio al successo finale”, spiega David Freidel, professore di antropologia della Washington University e coordinatore della ricerca. “Qui la 'Regina Serpente', Lady Ikoom, alla fine ha prevalso”.

La scultura, battezzata ufficialmente con il nome di 'Stele di El Perù 44', offre una miniera di nuove informazioni su un periodo buio della storia Maya, compresi i nomi di due sovrani Maya sconosciuti e le dinamiche politiche che sono verificate dopo la loro scomparsa.

“Il resoconto della Stele 44 è piena di colpi di scena, simili a quelli che avveng0no durante le guerre, ma che raramente si erano rilevati nell'archeologia precolombiana”, spiega Freidel. “Le informazioni contenute nel testo fornisce un nuovo capitolo della storia dell'antico regno Waka e sulle sue relazioni diplomatiche con i potenti regni ad esso contemporanei”.

I ricercatori ritengono che la stele sia stata realizzata 1500 anni fa da un discendente della dinastia Wak Wa'oom Uch'ab Tzi'kin, un titolo che traducibile approssimativamente come “Colui che alza l'Offerta della Aquila”. Dopo essere stata esposto alle intemperie per oltre 100 anni, la stele 44 fu collocata all'interno del nuovo tempio di El Perù-Waka.

Ma il personaggio più intrigante ed enigmatico che emerge dall'iscrizione è quello di Lady Ikoom, una principessa sconosciuta ai ricercatori e che deve essere stata importante per chi ha voluto la stele.

I ricercatori ritengono che Lady Ikoom appartenesse alla dinastia Kan (Serpente) e data in sposa ad uno dei governanti di El-Perù-Waka come strumento per cementare il controllo della Dinastia Serpente su questa regione.

Era prassi della dinastia Kan quella di dare in mogli le proprie principesse e nobildonne ai governanti degli stati vassalli, quali appunto il regno di Wak. Donne come K’abel creavano una connessione familiare con le grandi città del nord come Calakmul. Venivano rappresentate sui monumenti ed entravano a far parte del simbolismo politico nei regni minori.

stele-maya-2.jpg

Lady Ikoom, così risulta essere colei che ha preceduto una delle più grandi regine del periodo classico della civiltà Maya, Lady K'abel, la sovrana che fu a capo del regno di Wak tra il 672 e il 692 d.C. e conosciuta con il nome di "Signora del Dio Serpente". Sposata con il re K'inich Bahlam, si fregiava del titolo di “Kaloomte”, cioè supremo guerriero, che le dava maggiore autorità di un re.

Alla fine del VII secolo, la stele fu portata nel tempio principale della città per ordine di  K'inich Bahlam e sepolta come offerta, probabilmente come parte dei riti funebri in onore della moglie K'abel.

E' stato proprio Freidel, con il suo team, a scoprire nel 2012 quella che potrebbe essere la tomba di Lady K'abel nel tempio di El Perù-Waka. [Leggi Articolo]. Sebbene le pessime condizioni di conservazione dello scheletro abbiano impedito di determinare con certezza sesso ed età, le caratteristiche del cranio sembrano coincidere con quelle di un antico ritratto del severo volto della regina Maya.

Secondo i ricercatori, la stele 44 è stata realizzata alla fine di un periodo molto buio della storia dei Maya, durato quasi 100 anni e caratterizzato da aspre guerre e conquiste. La stele rivela che nel corso del suo regno, il sovrano Chak Took Ich'aak divenne vassallo della dinastia del serpente, spiega Freidel. Alla sua morte, suo figlio Tikal gli subentrò al potere, rifiutando, però, l'imposizione del vassallaggio esterno.

“Questo drammatico cambiamento diede vita ad una serie di battaglie che videro la sconfitta di Tikal”, riprende Freidel. “Il sovrano sconfitto fu sacrificato al re serpente nel 562 d.C.”.

Freidel e il suo staff continueranno a studiare la stele 44 per scovare ulteriori indizi circa sui retroscena della storia della storia dei Maya. “Sebbene il testo della stele si sia conservato solo in parte, esso rivela un momento fondamentale nella storia dei Waka”, conclude Freidel.

 

http://ilnavigatorecurioso.myblog.it/archive/2013/07/25/scoperta-una-stele-maya-che-parla-della-regina-serpente-e-di.html

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7 luglio 2013 7 07 /07 /luglio /2013 21:41
Fonte: Yuri Leveratto *

Quando i 168 uomini al comando di Pizarro giunsero a Cajamarca, nell’attuale Perú settentrionale, l’impero degli Incas era appena uscito da una sanguinosa guerra civile. Da una parte vi era stato Huascar e dall’altra Atahualpa. Quando quest’ultimo risultò vincitore le truppe che erano state fedeli a Huascar videro negli invasori una possibilità di riscatto nei confronti di Atahualpa, non rendendosi conto invece che il vero progetto degli stranieri era la conquista con ogni mezzo dell’intero Perú e delle sue ricchezze.
In seguito alla vile esecuzione di Atahualpa, nel 1532, Pizarro e i suoi uomini si trovavano però ancora di fronte ad innumerevoli pericoli, nel processo di conquista del Perú.
Per mantenere l’ordine e legittimare la presenza degli stranieri nel Perú, Pizarro decise di nominare un Sapa Inca, ovvero un nuovo sovrano, un fantoccio nelle mani del potere spagnolo.
Il primo Sapa Inca che fu nominato fu Toparpa, un fratello di Atahualpa, che però morì nella marcia della truppa spagnola verso il Cusco.
Il successivo Sapa Inca scelto da Pizarro fu Manco Inca, nel 1534.
Anche se probabilmente le intenzioni di Manco Inca furono quelle di ristabilire l’impero con l’aiuto degli Spagnoli, in realtà il Sapa Inca fu convertito in un burattino nelle mani degli invasori, che volevano mostrare alle masse che avevano rispetto delle tradizioni antiche, tanto da aver nominato un re cusquegno.

Inizialmente Manco Inca combatté insieme alle truppe di Diego de Almagro contro il generale Quisquis, che era stato fedele ad Atahualpa, e risultò vincitore.
Aveva così, a sua insaputa, fatto il gioco degli Spagnoli, che avevano il fine ultimo di dividere gli Incas tra di loro, in modo da trarne benefici e vantaggi.
Già nel 1536 però, il vero carattere di Manco Inca, che non fu mai sottomesso agli Spagnoli, iniziò a farsi vedere.
Gli invasori, avidi di ricchezze, continuavano ad esigere da Manco Inca informazioni sull’ubicazione del tesoro del Cusco, non essendosi accontentati del saccheggio del palazzo del Coricancha.Quando il Sapa Inca rifiutò di dare ulteriori informazioni agli spagnoli, fu tenuto prigioniero nel suo palazzo, ma in seguito, probabilmente capì che era meglio giocare d’astuzia. Promise ad Hernando Pizarro di portargli delle statue di oro massiccio e riuscì così a lasciare il Cusco. Si diresse a Yucay, dove riuscì a riorganizzarsi e armare un esercito con il fine ultimo di riconquistare il potere. Organizzò due spedizioni punitive: la prima contro alcuni popoli Huanca della valle del Rio Mantaro (affluente dell’Urubamba), e la seconda contro alcune tribù di etnia Lima (nelle vicinanze dell’attuale capitale), che avevano aiutato Pizarro nella conquista del Perú. Quindi progettò il rientro verso il Cusco, per assediare la sua capitale, che era controllata dagli Spagnoli. L’offensiva partì da Sacsayhuamán e durò molti mesi.
La successiva battaglia di Sacsayhuamán dove risultarono vittoriosi gli Spagnoli, indusse Manco Inca a ritirarsi nella remota valle dell’Urubamba, presso la fortezza conosciuta oggi come Vitcos Rosaspata, da dove organizzò la resistenza fino al 1544, anno della sua morte.
Vitcos Rosaspata fu per vari anni il quartier generale del cosiddetto regno di Vilcabamba. E’ una cittadella situata a metà strada tra la sierra e la selva che servì probabilmente per lungo tempo come centro d’intercambio tra i popoli andini e quelli della valle dell’Urubamba. Negli anni successivi gli Incas di Vilcabamba trasferirono la loro capitale nella remota cittadella di Hatun Wilca Pampa, situata presso il Rio Concevidayoc, conosciuta oggi come Vilcabamba la vieja, o Vilcabamba-Espiritu Pampa.
Dopo la morte di Manco Inca il potere cadde nelle mani del figlio Sairi Tupac, che iniziò a contrattare con gli spagnoli per ottenere proprietà nella valle dell’Urubamba. Sairi Tupac accettò di essere battezzato.
Il sucessore al trono di Vilcabamba fu Titu Cusi Yupanqui, che tornò ad assumere una posizione dura nei confronti degli invasori spagnoli. Nel 1568 permise comunque l’entrata nel regno di alcuni missionari e fu proprio durante uno scontro con alcuni di essi che risultò ferito ed in seguito morì.
La successiva rappresaglia degli Incas nei confronti di un religioso (Diego de Ortiz), portò gli Spagnoli a decidere di usare la mano dura nei confronti dei ribelli, per fare terra bruciata del regno di Vilcabamba, una volta per tutte.
Il comando a quel punto era già passato nelle mani di un giovane fratello di Titu Cusi Yupanqui, chiamato Tupac Amaru.
Il viceré Toledo inviò una spedizione militare a Vilcabamba, al comando di Martín García Óñez de Loyola.
Gli Spagnoli risultarono vittoriosi: le deboli difese degli Incas furono ancora una volta battute, la cittadella di Vitcos Rosaspata fu distrutta e nel maggio del 1572 Tupac Amaru fu catturato, portato al Cusco e decapitato.
L’ultima resistenza degli Incas era stata sconfitta, ma probabilmente alcuni sacerdoti che facevano parte dell’elite di Vilcabamba, riuscirono a raggiungere una remota cittadella fortificata nella cordigliera di Pantiacolla, denominata Paititi, che era stata già raggiunta da altri Incas, nella loro fuga dal Cusco nel 1533, in seguito all’avanzata degli invasori.
Il regno di Vilcabamba e i suoi resti archeologici caddero nell’oblio per più di 300 anni, fino a quando i tre peruviani Manuel Ugarte, Manuel Lopez Torres, e Juan Cancio Saavedra, giunsero presso il sito di Hatun Wilca Pampa, nel 1892.
Le rovine di Vilcabamba furono studiate anche da Hiram Bingam nel 1911, ma colui il quale identificò il sito archeologico di Espiritu Pampa, associandolo alla vera Vilcabamba, fu Antonio Santander Casselli, nel 1959.
Antonio Santander Casselli, che riunì i suoi scritti nella monografia “Andazas de un soñador”, tornò ad Espiritu Pampa nel 1964, insieme all’esploratore statunitense Gene Savoy, che contribuì a far conoscere Vilcabamba a livello mondiale.
Nel 1976 il professor Edmundo Guillen e gli esploratori polacchi Tony Halik and Elżbieta Dzikowska studiarono a fondo il sito, avvalendosi d’importanti supporti storici derivanti dallo studio del prestigioso Archivo de Indias di Siviglia.
Il sito archeologico fu visitato e studiato anche dall’esploratore statunitense Gregory Deyermenjian (nel 1981), e dallo studioso statunitense Vincent Lee (nel 2000).
Il recente ritrovamento presso Espiritu Pampa (2011), della tomba di un re, risalente all’epoca Wari, testimonia che il sito fu abitato sin da epoche remote e utilizzato quasi sicuramente come centro d’intercambio commerciale tra i popoli della selva bassa e gli abitanti degli altopiani andini.
YURI LEVERATTO

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25 giugno 2013 2 25 /06 /giugno /2013 20:29

 

 

"Hor-em-akhet e il suo doppio"

 

 

 

 

Bassam El Shammah è un giovane professore di Egittologia del Victory College di Alessandria che ha completato i suoi studi alla Helwan University del Cairo. Da una decina d’anni a questa parte è il massimo (ed unico in sede scientifica) propugnatore della tesi circa l’esistenza nel passato di una seconda grande Sfinge nelle vicinanze di quella, a tutti nota, di Giza.Una scansione satellitare dell'Esa, l'ente spaziale europeo,avrebbe consentito di individuare un'area nella zona dell'altopiano di El Giza,in Egitto, che potrebbe aiutare a trovare la cosiddetta "seconda Sfinge". Lo studioso torinese Diego Baratono, per il quale, in base ai nuovi dati, ad Ovest dell'altopiano di El-Giza, "esiste una struttura ipogea fino ad oggi
sconosciuta".
Secondo Baratono, egittologo autodidatta e che da anni si occupa della ricerca della "seconda Sfinge", "la configurazione strutturale del complesso individuato, è esattamente distanziato dal centro della piramide di Chefren quanto la vasca dove si trova collocata la Sfinge nota come previsto dalla mia teoria", e cioé non lontano dalla piramide di Giza.

"E' una struttura di forma trapezoidale regolare e i suoi lati misurano circa 50 metri per 55 metri circa", dice Baratono riferendosi al complesso che potrebbe essere una struttura tombale probabilmente integro: "Questo consentirebbe una
lettura maggiormente precisa di una parte della cultura sviluppata dalla civiltà nilotica dell'Antico Regno", aggiunge lo studioso che ha basato la sua teoria sulla localizzazione della "seconda Sfinge" basandosi su "punti geometrici realmente esistenti sull'altipiano di El-Giza".

Soprattutto, nella Stele dell'Inventario, vi è menzione di un fulmine che colpì il tetto di una seconda Sfinge, così come un sicomoro, un albero sacro in quei giorni, che fu bruciato dallo stesso fulmine. Il fulmine segnò l'inizio della fine di questa seconda Sfinge.

Secondo l'archeologo Michael Poe, che fa riferimento a frammenti di papiro del Medio Regno, la seconda Sfinge si trovava faccia a faccia con l'ancora esistente Sfinge. Essa era situata sull'altra sponda del Nilo, e fu distrutta da una violenta piena del fiume Nilo ca. 1000 d.C. La popolazione locale prese pietre dalla struttura per ricostruire i propri villaggi. Questa tesi è confermata da altri testi, come quelli del grande studioso e geografo arabo Al-Idrisi (1099-1166 d.C.) nelle sue due enciclopedie geografiche (Kitab al Mamalk, Al-Mamsalik e Kitab al Jujori). Egli cita la presenza di due sfingi a Gizah, monumenti che descrive in maniera molto dettagliata: uno è in pessimo stato, lambito dalle acque del Nilo, e diverse sono le pietre mancanti. Anche altri autori citano l'esistenza di due sfingi. Il famoso storico Musabbihi scrive di una "sfinge minore rispetto alle altre" (probabilmente perché l'altra era ormai molto rovinata a quel tempo), dall'altra parte del Nilo, fatta di mattoni e pietre (Annali di Rubi II, ca. 1024).

In totale, questi racconti presentano prove conclusive che, in origine, vi fossero due sfingi: una, la Sfinge che esiste ancora, una seconda Sfinge sul lato opposto del Nilo, fatta di mattoni, prima danneggiata e in tempi relativamente moderni, nell'XI secolo, usata come una cava, poi completamente smantellata.

Per quanto riguarda la localizzazione esatta della Seconda Sfinge, al momento, ci sono tre possibilità. Il lavoro è reso difficile soprattutto da fatto che la zona ha molti edifici moderni. Sappiamo solo che la Sfinge era dall'altra parte del Nilo, un fiume che era molto più ampio in quei giorni, soprattutto al momento delle inondazioni.

 

Il professor Shammah, nel sostenere questa sua tesi, parte da una serie di premesse esatte per arrivare tuttavia a delle conclusioni ipotetiche, e mai verificate, circa la presunta esistenza di un’altra sfinge, uguale a quella che tutti noi conosciamo, che avrebbe troneggiato un tempo anch’essa sull’altopiano di Giza accanto alla sua "gemella" sopravvissuta.

L’archeologia ufficiale ha già dimostrato tutto il suo disprezzo, se non proprio orrore, per questa immaginifica tesi, già fin dal suo primo pubblico apparire nel lontano 1997 ma, per quanto strano, assurdo ed inconcepibile possa sembrare esiste un documento storico che parla di questa eventuale, presunta seconda sfinge ed è la "Stele del sogno" di Thootmosis IV.

Ecco cosa c’è scritto su questa celebre stele, posta ancora oggi tra le zampe anteriori della Sfinge di Giza, a partire dal sesto rigo (dalle traduzioni di D. Mallet, E. Bresciani e B. el Shammah):

6 "quando giunse l’ora di permettere ai suoi accompagnatori di riposare, egli (andò) nel tempio Soped di Hor-em-Akhet, accanto a Sokar in Rostau e Renenet nel Giamut Superiore la Madre che genera gli dei del Nord, la signora del muro del Sud,7 Sekhmet che regna a Xois (con) Set il Grande di magia. Di fronte al sacro luogo della creazione, che si eestende fino alle terre dei signori di Keraha ed al sacro sentiero degli dei (che arriva) fino al cimitero occidentale di Eliopoli, la grande statua di Khepri giace in questo posto, grande di potenza, il più grande degli spiriti, il più eccelso tra quelli che sono venerati, quando produce l’ombra con il Sole sopra di lui. Gli abitanti di Menfi e di tutti i distretti che sono su entrambe le sponde vanno da lui con le braccia alzate per adorarlo.8 con grandi offerte per il suo ka.

 

Poi il principe si addormenta davanti al monumento e sogna che questo gli parla, dicendogli tra l’altro:11… la sabbia del deserto, sulla quale io mi trovo, mi ha ricoperto. Salvami perché questo è ciò che il mio cuore desidera.

Ora le domande cui ci costringe questo testo sono tante:

Com’è possibile che "Khepri" si trovasse "di fronte al sacro luogo della creazione che si estende fino alle terre dei signori di Kheraha ed al sacro sentiero degli dei che arriva fino al cimitero occidentale di Eliopoli?", cioè sulla sponda orientale del Nilo, dunque dalla parte opposta del fiume rispetto a quella in cui si trova (e si è sempre trovata) la piana di Giza con la "sua" Sfinge?

Se Khepri fosse stata la Sfinge di Giza, che come sappiamo dalla stele era ricoperta dalla sabbia del deserto, come sarebbe stato possibile per lei essere l’oggetto, in quelle condizioni, del pellegrinaggio e della venerazione da parte delle popolazioni del Basso Egitto?

Se fosse stato vero che le popolazioni del Basso Egitto avevano Giza come meta del loro devoto pellegrinaggio, perché non avrebbero mai pensato esse stesse di liberare il destinatario delle loro sacre attenzioni dall’umiliante morsa della sabbia?

Come faceva a produrre una grande ombra sul terreno, quando il Sole era su di lei, la Sfinge di Giza che invece, all’epoca in cui fu visitata dal principe Thootmosis, si trovava appunto sepolta dalla sabbia nel suo fossato?

Perché Thootmosis nomina in contesti diversi –nella parte iniziale del racconto- prima "Hor em Akhet" cioè la Sfinge di Giza, e poi "Khepri" (cioè il Sole del mattino, quando sorge all’orizzonte), "la grande statua" eretta sulla sponda orientale del Nilo, ai piedi di quel luogo che è oggi il quartiere Fustat nella Cairo Vecchia?

Thootmosis sta forse parlando di due grandi Sfingi di cui una, sepolta dalla sabbia, lui vuole che sia restituita anch’essa alla devozione popolare?

Hor em Akhet e Khepri erano stati unificati in un medesimo culto così come lo erano stati gli dei creatori del mondo Ra e Atum?

Sicuramente l’egittologia ortodossa risponderebbe a queste domande che non esistono riscontri in nessun altro documento di una simile interpretazione di questo testo!

 

La Sfinge

 

 

Invece il riscontro storico alla "Stele del Sogno" esiste ma esula completamente dalle competenze standard di un egittologo qualsiasi. Bisogna andare infatti, in piena epoca medievale, nel XII secolo dell’Era Volgare, per trovare il resoconto di un viaggio in Egitto compiuto da un geografo e cartografo dell’epoca, il musulmano arabo Abu Abd Allah Muhammed al-Idrisi (1100 – 1166), una delle più alte personalità della cultura e della scienza dell’epoca, che amava vantarsi di essere persino un diretto discendente del profeta Maometto, di cui appunto, portava il nome. Non c'è da stupirsi quindi che la maggioranza degli egittologi provi ad attirare l'attenzione lontano dalla Stele dell'Inventario, perché pone troppi problemi. Alcuni preferiscono affermare che questa stele era un elenco di inventario del tempio di Iside e che, pertanto, dati solo alla XXVI Dinastia. Forse, ma Mariette, il suo scopritore, passò più di dieci anni di ricerca sull'altopiano di Gizeh, e finì per avere la convinzione che la stele fosse stata eretta da Khufu stesso. Fu il capitano Giovanni Battista Caviglia che, nel 1816, pulì la Sfinge e i templi intorno ad essa dalla sabbia, e attribuì la costruzione della Sfinge a Khefre a causa della vicinanza della sua piramide alla sfinge. Tuttavia, non una sola iscrizione ha confermato questa connessione e la Sfinge non è nemmeno allineata con questa piramide Nella sua opera "Il Libro di Ruggero", dedicato al re normanno Ruggero II di Sicilia, il cartografo arabo descrisse una seconda sfinge sulla sponda orientale del Nilo, opposta a quella di Giza, trovata in un pessimo stato di conservazione. Il monumento era stato costruito, così riferisce, con «mattoni di fango» e ricoperto con pietre squadrate e levigate, ma la maggior parte di queste pietre di rivestimento erano già state portate via dagli abitanti del Cairo per costruire le loro case nella Città Vecchia, mentre il Nilo già «lambiva i suoi piedi». Al-Idrisi morì nel 1166 e proprio l’anno dopo il Nilo, nel suo lento lavoro di erosione della roccia calcarea della grande ansa della sponda orientale, abbatté gli ultimi affioramenti con un pauroso schianto notturno, spostando il suo letto di parecchie decine di metri più ad Oriente e creando così nuove isole sul suo corso. La povera sfinge costruita durante la IV Dinastia e la cui anima non era dura roccia, come quella di Giza, ma fango secco, fu rapita per sempre dalle acque imponenti del dio Nilo. Chissà se dragando la sabbia ed il fango del fiume nella zona tra Fustat e Giza si possa mai recuperare qualcuna delle ultime pietre sopravvissute al saccheggio –se mai ne sopravvisse qualcuna- tra quelle che costituivano il rivestimento del monumento, allo stesso modo di come oggi è rivestita (ancora in parte) di pietre lavorate la Sfinge di Giza.

Alla luce dei documenti presi in esame si può affermare che Bassam el Shammah ha ragione nel sostenere la tesi di una seconda Sfinge, solo che, dopo quello che abbiamo visto, dobbiamo concludere che lui sbaglia completamente nel nutrire la convinzione di trovare resti e prove di quel monumento nella piana di Giza, dove altri, hanno già cercato.

Per quanto riguarda, invece, la creazione del doppio di Hor em Akhet (la Sfinge di Giza) sull’altra riva del fiume, questo si spiega perfettamente con l’ossessione che avevano gli antichi Egizi di identificare le forse della natura non con un singolo dio ma con una coppia di dei. Nella cosmogonia ermopolitana ad esempio era stato immaginato un collegio di otto dei, cioè quattro coppie divine, creatori del mondo. Questa dualità originaria non poteva che riflettersi nella creazione: se c’è il Sole di giorno deve esserci la Luna di notte, se c’è la vita deve esserci la morte, e così via. Era dunque inconcepibile per gli antichi Egizi che una divinità potesse starsene tutta sola, cosicché quando i faraoni della IV Dinastia cominciarono a restaurare la piana di Giza, dopo aver dato un volto a quello che restava di un’enorme, preesistente, statua di leone accovacciato, s’accorsero che quella raffigurazione di divinità non poteva e non doveva restare sola. Crearono così il suo "necessario" doppio dall’altra parte del fiume, sulla riva orientale, là dove, guardando da Giza, ogni giorno nasce Khepri, il Sole del mattino. Dall’altra parte a Giza restava Horus.

Gli antichi Egizi a causa delle loro convinzioni religiose, non potevano accettare che l’equilibrio cosmico fosse infranto con la rappresentazione di un solo polo della dualità divina. La Sfinge non avrebbe mai potuto essere stata concepita in una sua monastica solitudine dalla mentalità dualistica degli antichi Egizi, quindi si trovava già là, prima che loro arrivassero e fondassero la loro nazione. Se tuttavia, fosse stato quel popolo a farne due, allora le avrebbe costruite entrambe scavandole nella roccia o entrambe assemblando mattoni di fango. Ma se una era di roccia e l’altra di fango allora dobbiamo pensare che, avendone trovata una già al suo posto, dovette farne esso un’altra, per forza, perché quella presenza solitaria avrebbe destabilizzato le sue più profonde concezioni religiose.

Non se ne esce: come la si vuole girare questa storia, la Sfinge che c’è adesso a Giza non possono averla fatta gli antichi Egizi. Ripensiamo ad esempio quando, nell’Antico Regno, un re costruiva il suo palazzo, faceva due ingressi, uno a nord ed uno a sud e faceva scolpire due grandi statue che lo raffiguravano una con la corona rossa –da collocare all’ingresso nord- e un’altra con la corona bianca –da collocare all’ingresso sud. Oppure all’ingresso dei templi c’erano due obelischi costruiti allo stesso modo e con gli stessi materiali. O i Colossi di Memnone che sono due costruiti allo stesso modo e con gli stessi materiali. Il viale che portava da Karnak a Luxor era fiancheggiato da una fila di sfingi criocefale a destra e da una fila di sfingi criocefale a sinistra. La verità può essere una sola: i faraoni della IV Dinastia sentirono la necessità, ispirata dalla maat "la Regola", d’inglobare nella loro visione del mondo e nel loro pieno dominio culturale, religioso e politico, il territorio in cui essi vivevano e governavano, con tutto ciò che esso conteneva.

Su ciò che restava a Giza di un grande leone accovacciato fu scolpito il volto umano di un dio e poi, dall’altra parte del fiume, per non fare disparità, fu costruito qualcosa che gli somigliasse, ovviamente con gli unici mezzi di cui poteva disporre una civiltà umana uscita appena dal Neolitico: un’ingegnosità armata di piccole pietre squadrate e mattoni di fango.

 

I Colossi di Memnone

 

 

Veduta frontale della Sfinge e della Grande Piramide
 
(di Michele Manher - "Archeomisteri" n. 35 – Settembre/Ottobre 2007)
 
La storia dell'antico Egitto è sicuramente uno dei capitoli più affascinanti della storia dell'umanità. La realizzazione della sfinge è datata  intorno al 2.500 A.C., e le teorie di alcuni studiosi che invece la riterrebbero intorno al 10.500 A.C.

Uno dei pilastri a sostegno della datazione ufficiale è rappresentato dalla scoperta di alcune tombe scavate nelle pareti rocciose a Nord e Sud della Sfinge e risalenti tutte alla quarta dinastia. Da questo si deduce che la gigantesca scultura fu completata prima della fine della suddetta dinastia.

In contrasto a ciò, i sostenitori della datazione non ufficiale affermano che le tombe potrebbero essere state realizzate in un secondo momento. Gli egizi avrebbero trovato e non scolpito la Sfinge ed in seguito all'epoca della quarta dinastia avrebbero aggiunto le tombe.

 

La scelta del corpo di leone fu dettata dal fatto che le piene del Nilo erano più frequenti quando il sole si trovava in congiunzione alla costellazione del Leone. Come buon auspicio anche i canali e le fontane sacre venivano costruiti a forma di leone, usanza che venne poi trasmessa alla civiltà greca ed in seguito a quella romana.

Come risposta, gli scettici fanno notare che la sfinge sarebbe orientata si verso la costellazione del Leone ma che quest'ultima era visibile da quella posizione tra il 13.000 e l'11.000 A.C. In più, i segni d'erosione presenti lungo i fianchi della sfinge farebbero pensare all'azione esercitata da forti piogge torrenziali a cui sarebbe stata esposta per molto tempo, ma le piogge di quella portata erano presenti in quella zona tra il 10.000 e l'8.000 A.C.

 
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22 giugno 2013 6 22 /06 /giugno /2013 23:17

portus.trajan.jpg

 

 

 

 

Uno dei misteri di Alessandria d'Egitto, è stato svelato.

La pianta della citta' fondata da Alessandro Magno sarebbe stata progettata infatti in modo da allineare la sua strada principale con la posizione del sole all'alba del giorno della nascita di Alessandro Magno.

La costruzione nel 331 a.C. della citta', sede del mitico Faro e della Biblioteca piu' grande dell'antichita', sarebbe quindi iniziata per celebrare la potenza e la natura divina del suo fondatore, non per scelta politico-strategica.

Lo studio potrebbe anche portare alla soluzione di uno degli enigmi che appassionano gli archeologi di tutto il mondo: l'esatta collocazione della tomba di Alessandro Magno, che forse si trova proprio ad Alessandria.

Lo studio, infatti, rafforza i legami tra il fondatore e la citta' simbolo del suo regno, anche se il grande condottiero fondo' molte altre citta' ma nessuna ebbe la fortuna e la gloria di Alessandria d'Egitto.

Con questa intuizione si potrebbe scoprire che la tomba di Alessandro Magno potrebbe trovarsi in una posizione significativa anche dal punto di vista astronomico.

L'intuizione, pubblicata nel numero di novembre dell'Oxford Journal of Archeology in un articolo di Luisa Ferro e Giulio Magli del Politecnico di Milano, getta cosi' una luce nuova sullo studio delle citta' greche post alessandrine e di numerosi siti romani in Italia la cui costruzione obbedirebbe a logiche simboliche, piu' che meramente ingegneristiche.

"Gli astronomi al servizio di Alessandro misurarono la posizione del sole il giorno della sua nascita e orientarono su di essa l'asse principale della citta' -spiega Magli- il fenomeno e' visibile ancora oggi".

"Inoltre, -prosegue Magli- lungo lo stesso allineamento sorgeva la 'stella dei re', Regolo, della costellazione del Leone.Quest'ultimo allineamento oggi pero' non ha piu' luogo a causa della modifica dell'asse terrestre. Da molto tempo si sospetta che la fondazione di nuove citta' nel mondo antico avesse aspetti simbolici legati all'astronomia. Quello di Alessandria e' pero' il primo caso in cui questi legami sembrano provati al di la' di ogni ragionevole dubbio".

Per suggerimento del filosofo greco Aristotele, inoltre, fece costruire ad Alessandria d'Egitto una biblioteca chiamata "Bruchium": questo luogo doveva contenere la linfa del Sapere, fu proprio da questo amore sconfinato per la conoscenza, che Tolomeo I mandò in giro per il mondo, i suoi uomini, alla ricerca di tutto ciò che capitava loro sotto mano, che ritenevano interessante. Il "Bruchium", che rimase la maggiore biblioteca d'Egitto, ebbe sempre degli illustri bibliotecari: tra questi ricordiamo il grammatico Aristofane di Bisanzio e il suo discepolo Aristarco di Samotracia; conteneva più di settecentomila rotoli di papiro provenienti da tutto il mondo conosciuto (Mediterraneo e Medio Oriente) con una predominanza della cultura greca ed egiziana. Va ricordato poi, che Eratostene, "professore" in Alessandria d'Egitto, più di duemila anni fa, senza neppure uscire dai confini della propria patria, riusciva a misurare la circonferenza della Terra. Scrisse di filosofia, di teatro e di poesia. Gli studi che lo resero celebre furono quelli di matematica e di geografia. Tracciò, con una discreta approssimazione, la prima carta geografica completa delle terre abitate e, poiché era convinto della sfericità della Terra, sostenne la possibilità di giungere dalla Spagna all'India navigando verso ovest. 

 volumi erano collocati in nicchie nel muro, e contenevano il sapere di un'intera civiltà da Omero in poi. L'esempio del padre fu seguito dal figlio Tolomeo II. Sotto il suo governo, Alessandria diventò una fiorente città cosmopolita, la più grande del mondo antico precedentemente al primato imposto da Roma. Alessandria fu la culla della cultura metodologica (Euclide) e dell'Astronomia (Aristarco di Samo), della cartografia geografica (Eratostene), della medicina del sistema nervoso e circolatorio (Erofilo, Erasistrato). La fine della biblioteca, ancora oggi, è avvolta nel mistero. Alcuni storici sostengono che fu bruciata da Giulio Cesare, quando nell'incendiare la flotta egiziana di Cleopatra, le fiamme si propagarono fino agli edifici vicini, avvolgendola tra le fiamme. La maggior parte degli studiosi, però, attribuisce la scomparsa definitiva della Biblioteca al patriarca d'Alessandria (ormai cristiana) Teofilo, che avrebbe guidato di persona una folla di fanatici nella sua distruzione totale, simbolo - per i cristiani - del mondo e del sapere pagano. In quest'episodio emerge la figura di Hipantia, donna colta e intelligente, filosofa e di libero pensiero, figlia del matematico Teone, ultimo conservatore della Biblioteca. Un giorno fu tirata giù dal carro, da una folla di fanatici e bruciata viva come una strega, nella Biblioteca, prima che fosse incendiata; un piano ben congegnato, quindi, per cancellare definitivamente alcuni testi che a molti, all'epoca, facevano paura per i propri contenuti.Oggi la biblioteca è stata ricostruita, grazie al lavoro nobile d'operai, alla fatica intellettuale d'architetti e ingegneri. I lavori sono iniziati nel 1995, dopo che nel 1989 una società norvegese (Snohetta) si è aggiudicata il concorso internazionale per la progettazione dell'edificio. Il progetto è costato oltre duecento mila dollari, è stato sponsorizzato dall'UNESCO - l'Organizzazione Culturale delle Nazioni Unite e finanziato con donazioni arrivate da tutto il mondo sotto forma di soldi, ma anche di libri. L'edificio è collocato, là dove un tempo sorgeva l'antica Biblioteca, precisamente nei pressi di Silsila. La Biblioteca s'ispira ad un sole illuminato che sorge dal mare. I soffitti sono stati costruiti in alluminio anodizzato, a prova d'incendio. La parte in vetro si affaccia a nord, così l'area di consultazione è illuminata dalla luce del sole, pur non entrandovi direttamente. La Biblioteca possiede più di un milione di testi scientifici, un istituto per il restauro dei libri antichi, una scuola d'informatica, sale per riunioni e congressi, un parcheggio sotterraneo. I volumi del Sapere sono disposti su undici piani, per una superficie di 45.000 mq. Quattro piani sono stati scavati nel sottosuolo, mentre sette convergono verso il cielo. I testi tradizionali sono conservati nei piani inferiori, nei piani superiori sono disposte le scienze moderne, l'hight-tech e le discipline spaziali. E' importante rilevare la disposizione dei volumi, che simboleggia l'incontro tra il passato e il presente, tra storia antica e moderna, quest'ultima sempre in evoluzione. All'entrata due musei attendono i visitatori: il primo è dedicato ai quindici reperti archeologici scoperti durante la realizzazione delle fondazioni, l'altro museo è dedicato alle scienze moderne e precisamente all'evoluzione tecnologica. La parete sud della Biblioteca è in granito, la pietra preferita dai faraoni, con incisi i quattromila caratteri che rappresentano tutti gli alfabeti del mondo. E' normale pensare che se la Biblioteca si fosse mantenuta integra nei secoli, oggi si saprebbe qualcosa in più di quei popoli a noi quasi sconosciuti.

 

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15 giugno 2013 6 15 /06 /giugno /2013 22:02

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Un gruppo di archeologi britannici che conducono gli scavi nei pressi del villaggio di Tel Khyber (sud dell'Iraq), che si trova vicino alle rovine della antica città di Ur, che, secondo la Bibbia, era il luogo di nascita del patriarca Abramo. Hanno trovato un vasto complesso di edifici risalenti al tempo della caduta della terza dinastia sumera ( circa 2000 anni aC ). 
s 'attualmente in fase di scavo zona è delle dimensioni di un campo di calcio. La possibilità di questo studio non è stato spesso disponibili a causa di conflitti militari, il sito dice InfoCatólica . Per la ricerca, gli archeologi dell'Università di Manchester hanno iniziato dopo una struttura inusuale è stato rilevato dai satelliti.

L'ex complesso è un rettangolo con i lati di 50 metri e 80 metri il suo ampio cortile, il sito di quello che ora è un deserto.

Professor Stuart Campbell , dell'Università di Manchester ritiene che il complesso avrebbe potuto essere un ex vocazione amministrativa e commerciale  per la città di Ur e di essere parte di una serie di strutture di questo tipo, che sono stati controllati da Ur La struttura della disposizione degli edifici intorno ad un ampio cortile, secondo gli archeologi, si trova anche in Ur, che dista 20 km.

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Il sito di scavo

Gli archeologi sono già riusciti a trovare alcuni articoli interessanti. Uno di loro - una tavoletta di pietra di 9 pollici con una figura umana in una veste. Gli scienziati suggeriscono che questo potrebbe essere l'immagine del sacerdote.  parte degli oggetti che vi si trovano, il sito dovrebbe evidenziare le condizioni economiche ed ambientali nella regione in questo momento, e contiene i resti di piante e animali.

Una delle antiche città-stato sumera in Mesopotamia meridionale - Ur è stato costruito tra il 5000 e il 4000 aC . Nel sud di Babilonia, a sud della moderna Tell el-Mukayyar in Iraq, sulla riva occidentale del corso inferiore del fiume Eufrate. Ur raggiunse il suo apice circa 3000 aC . Era una città di templi ricchi, palazzi, piazze ed edifici pubblici. Le donne e gli uomini amavano adornarsi con gioielli. La stringa più antico strumento musicale scoperto fino ad oggi è stato trovato qui. 

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pietra tablet 9 pollici con una figura umana in un abito lungo

"Questa è una scoperta che è mozzafiato", ha detto il capo della squadra di scavo, Stuart Campbell , dell'Università di Manchester, che ha spiegato che la dimensione della costruzione è eccezionale - circa 80 metri di lato . Ha detto che gli edifici come vecchio e di queste dimensioni sono rari. L'edificio, che si compone di più parti costruite intorno ad un cortile centrale, si trova accanto al tempio Ziggurat dedicato al dio della luna Nanna (o Sin), che è stato parzialmente ristrutturato.

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Ziggurat tempio dedicato al dio della luna Nanna (o Sin)

"Sembra che si trattava di una specie di edificio pubblico, è possibile che questa è stata una amministrazione o che aveva a che fare con la religione o le nostre merci è arrivato", ha detto Campbell . Il recinto è stato scoperto circa 20 chilometri di Ur l'ultima capitale delle dinastie sumere ...

Gli scavi iniziarono il mese scorso. Il team di sei britannico, ha lavorato con i quattro archeologi iracheni a Tel Khyber, a circa 320 chilometri a sud di Baghdad.  Decenni di scontri e violenze di distanza dalle spedizioni Iraq archeologia internazionale, e siti importanti in attesa di scavo e di ricerca. 12.000 siti archeologici in Iraq non sono mantenuti come dovrebbero. 
  

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Cerca nel sito

Squadra Campbell è la prima squadra britannica che può effettuare scavi nel sud dell'Iraq fin dagli anni '80. "Questa è stata l'occasione di tornare in una zona costosa per il nostro cuore per molto tempo", ha detto Campbell . Il progetto attuale dimostra che gli sforzi comuni possono aiutarci riusciamo a fare il nostro lavoro nelle zone dell'Iraq che sono relativamente stabili. "

Fonti: http://www.bogoslov.ru/text/3219760/index.html + http://www.ynet.co.il/articles/0, 7340, L-4364276, 00.html

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14 giugno 2013 5 14 /06 /giugno /2013 21:46

Queste monete potrebbero far riscrivere la storia dell'Australia


Foto / Thinkstock


Alcune monete di rame e una mappa di 70 anni con una "x" potrebbero portare a riscrivere la storia dell'Australia.
La scienziato australiano Ian McIntosh, professore di antropologia all'Università dell'Indiana, negli Stati Uniti, progetta una spedizione nel mese di luglio che ha messo in subbuglio la comunità archeologica.
Lo scienziato vuole rivisitare la posizione dove cinque monete furono trovate, nel territorio del Nord Australia, nel 1944. Le monete si sono rivelate essere di 1000 anni fa, aprendo la possibilità che marinai provenienti da paesi lontani potrebbero siano approdati in Australia molto prima di quanto non si creda.
Nel 1944, durante la seconda guerra mondiale, le Isole Wessel - un gruppo di isole disabitato dell'Australia del nord - erano diventate una posizione strategica per aiutare a proteggere il continente.
Il soldato Aussie Maurie Isenberg stazionava su una delle isole a governare una stazione radar e trascorreva il tempo libero a pescare sulle spiagge idilliache. Mentre era seduto con la sua canna da pesca, trovò cinque monete nella sabbia.
Non aveva la più pallida idea da dove potessero venire, ma le prese e le mise in un barattolo. Nel 1979 riscoprì il suo "tesoro" e decise di inviare le monete ad un museo per farle identificare. Così si scoprì che le monete avevano un’età di 1000 anni.
Non si era ancora reso conto di quale tesoro avesse nelle sue mani, ma segnò la mappa di un vecchio collega con una "x" per ricordarsi dove le aveva trovate.
Le monete fanno nascere molte domande importanti: come hanno fatto monete vecchie 1000 anni a finire su una spiaggia remota su un'isola al largo della costa settentrionale dell'Australia? Esploratori da terre lontane sono arrivati alle coste australiane prima di James Cook, che la dichiarò "terra nullius" e se ne impadronì per conto del trono britannico nel 1770?
Sappiamo già che il capitano Cook non era il primo marinaio bianco a toccare le coste dell'Australia. Nel 1606 un esploratore olandese, di nome Willem Janszoon, raggiunse la penisola di Cape York, nel Queensland, seguito pochi anni alla fine di un altro marinaio olandese, Dirk Hartog.
E il pilota spagnolo Luiz Vaez de Torres scoprì lo stretto tra Papua Nuova Guinea e Australia, che venne denominato stretto di Torres in suo onore.
McIntosh e il suo team di storici, archeologi, geomorfologi australiani e americani, insieme a rangers aborigeni, dicono che le cinque monete risalgono a un periodo dal 900 al 1300.
Sono monete africane dell’antico Sultanato di Kilwa, ora un monumento allo stato di rudere, su un'isola al largo di Tanzania. Kilwa una volta era un fiorente porto commerciale con collegamenti in India, durante i secoli XIII-XVI.
Le monete di rame furono le prime monete mai prodotte in Africa sub-sahariana e, secondo McIntosh, solo due volte sono state trovate fuori dall’Africa: una volta in Oman e la seconda da Isenberg, in Australia, nel 1944.
Gli archeologi hanno a lungo sospettato che ci fossero antiche rotte commerciali marittime che collegavano Africa Orientale, Arabia, India e le isole delle spezie anche 1000 anni fa. Oppure le monete potrebbero avere raggiunto la costa dopo un naufragio.
McIntosh vuole rispondere ad alcuni di questi misteri durante la sua spedizione prevista alle Isole Wessel nel prossimo mese di luglio 2013.

Fonte: New Zealand Herald, lunedì 20 maggio 2013.

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2 giugno 2013 7 02 /06 /giugno /2013 22:11

 

 

 risultati, presentati al palazzo della Regione Lombardia dall'assessore alla Sanita' Luciano Bresciani, fanno nascere dubbi sul fatto che la mummia sia proprio quella del sacerdote.

L'unica cosa certa rimane quella dell'autenticita' del sarcofago, risalente al periodo tra la XXII e la XXIII dinastia (945-715 a.C.).

Con ogni probabilità la mummia contenuta nel sarcofago del sacerdote Ankhpahered non è il religioso, anche se resta tutto da stabilire chi possa essere. A svelare la presenza dell'impostore è stata una moderna Tac fatta sulla mummia risalente al 3000 a.C. con una tecnica spirale e un apparecchio a 16 strati.

La tac spirale total body a strato sottile e con ricostruzione tridimensionale computerizzata, utilizzata per la prima volta in Italia ha rivelato segni di usura sul corpo, ad esempio agli arti inferiori, che fanno supporre si trattasse di una persona dedita a lavori fisici usuranti piuttosto che un sacerdote; in piu', il corpo non e' adornato con i tipici amuleti e il bendaggio e' stato sicuramente alterato. Le 2.950 immagini prodotte sono servite per una ricostruzione in 3D che ha rivelato una serie di sorprese. Non solo, infatti, le bende della mummia non riportano il nome del defunto e mancano completamente gli amuleti che avrebbero dovuto accompagnare il suo viaggio nell'aldilà. Il suo scheletro, pur integro, è parzialmente scomposto e il fulcro è formato non tanto dalle 24 vertebre mobili (tutte presenti) ma da 21 canne, probabilmente di papiro, che sorreggono il cranio. Una tecnica che fa pensare piuttosto a uno scheletro ricomposto su una barella e poi fasciato.

Inoltre, la parte inferiore presenta segni di artrosi. L'ipotesi è che la mummia lavorasse sforzando soprattutto le gambe. Difficile quindi che si tratti del sacerdote del dio Min, protettore della fecondità, di cui racconta il sarcofago datato fra la XXII e la XXIII dinastia, cioè fra il 945 e il 715 Avanti Cristo.

«Il sarcofago e il corpo - ha spiegato l'egittologa Sabina Molgora alla presentazione dei dati nella sede di Regione Lombardia - raccontano due storie diverse». Ora dall'incontro dei dati si cercherà di capire come le loro storie si incrociano: se il sarcofago è servito per una nuova sepoltura egizia, come a volte accadeva per risparmiare, se Ankhpahered è stato rubato e sostituito, magari per venderlo a qualche collezionista. Per questo i fautori del "Progetto Tac" ora vorrebbero esaminare la mummia col Carbonio 14 e stabilire il periodo della morte.
Il tempo passa e...

 

Finalmente svelato il segreto della mummia di proprietà del museo civico di Asti che tanto ha appassionato gli studiosi. Ci sono voluti esami sofisticatissimi ma alla fine è venuta fuori la verità: nel sarcofago riccamente effigiato con i gerofiglici non c'è Ankhpakhered, il sacerdote del dio Min ma un uomo ben meno importante, che svolgeva una professione umile e anche parecchio faticosa, a giudicare dall'usura degli arti inferiori.

Ma che ora, grazie agli studi del centro ricerche Mummy Project che ha condotto gli esami endoscopici, ha un nome e soprattutto un volto che è stato presentato ieri. «Un uomo che aveva 40 anni morto non per eventi di natura traumatica ma probabilmente o di vecchiaia o per un infezione al sangue - ricostruisce Sabina Malgora, egittologa e co-direttore insieme a Luca Bernardo di Mummy Project - Decisiva l'endoscopia anche per la datazione certa della mummia, fra il 400 e il 100 avanti Cristo». A ricostruire il volto di Wehem-ef-ankh, questo il nuovo nome della mummia proveniente dalla città di Akhim, con un'approssimazione reale pari al 95% è stato Jonathan Elias, direttore del Amsc (Akhmim Mummy Studies Consortium) . «Il sarcofago che la conteneva - racconta la dottoressa Malgora - ed è questa la storia singolare, deve essere stato trafugato dalla famiglia di Wehem per dargli onorata sepoltura. D'altronde qualche dubbio lo avevamo avuto già due anni fa, quando abbiamo iniziato il complesso studio per svelare il mistero».

Infatti è stato complicato anche fare l'endoscopia «per l'enorme presenza nella pancia di bende raggomitolate e sistemate negli spazi vuoti degli elementi scheletrici per fare da riempimento», dicono gli esperti. Sicuramente la mummificazione dell'uomo è avvenuta molti mesi dopo la morte, quando era già scheletro. E adesso che il mistero è svelato? La «mummia» tornerà nel museo di Asti al quale era stata donato nel 1903 dal conte Leonetto Ottolenghi. Sarà a disposizione dei curiosi e dei visitatori ma corredata della ricerca del Mummy Project. Alla risoluzione del misterioso caso ha collaborato anche il Cedad di Lecce, un centro di eccellenza del Salento che utilizza datazioni con il radiocarbonio e che ha condotto studi anche sulla Sindone.

 

 

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30 maggio 2013 4 30 /05 /maggio /2013 21:33

 Secondo i “Testi delle Piramidi”, il dio Thot avrebbe trascritto i misteri dei cieli in alcuni libri sacri, che poi avrebbe nascosto sulla Terra perché solo i più degni, tra le generazioni future, li trovassero.
Secondo alcune teorie sarebbero nascosti in una camera segreta situata al di sotto della Sfinge, ma le ricerche effettuate con le più moderne tecnologie, sia sotto che nell’area circostante il monumento, non hanno ancora rivelato la presenza di cripte sotterranee. Secondo altre teorie, invece, li avremmo sempre avuti davanti agli occhi. Si tratterebbe dell’intero complesso delle Piramidi di Giza e della Sfinge che, se esaminato nell’insieme, sarebbe una copia “terrena” di una situazione astronomica ben precisa calcolabile grazie alla precessione degli equinozi.
La precessione degli equinozi è un movimento dell’asse terrestre, simile a quello di una trottola, che ne fa cambiare l’orientamento rispetto alla sfera celeste. E’ una rotazione talmente lenta che, per compiere un giro su se stesso, l’asse terrestre impiega quasi 26000 anni, durante i quali la posizione delle stelle sulla sfera celeste cambia, per poi tornare al punto di partenza.

Un calendario di catastrofi?
L’intento degli antichi sarebbe stato quello di trasmettere ai posteri il modo per calcolare la fine di ogni ciclo precessionale, solitamente accompagnato da catastrofi planetarie. Per questo eressero costruzioni talmente imponenti da resistere al peggiore dei cataclismi, monumenti nelle cui proporzioni matematiche e allineamenti astronomici, era contenuto un messaggio che, in questo modo, sarebbe sopravvissuto al trascorrere dei millenni.
In ogni caso l’enigma sull’esistenza dei libri di Thot è, per ora, destinato a rimanere tale anche perché, anticamente la conoscenza veniva trasmessa per via orale.II documento più antico che ci parla di una camera segreta situata nella necropoli di Giza, è il cosiddetto Papiro Westcar, conservato al Museo di Berlino. In tale camera, secondo alcuni studiosi, sarebbero contenuti i Libri di Thot. Il “Testo del Sarcofago” ci parla invece di un “qualcosa” che conterrebbe le emanazioni di Osiride, sigillato nell’oscurità e circondato dal fuoco. Da anni alcuni ricercatori propongono una teoria secondo la quale i Libri di Thot non sarebbero altro che gli Archivi di Atlantide, così come gli stessi dei Egizi ne sarebbero i superstiti, arrivati in Egitto nel cosiddetto “Primo Tempo”. Ma a prescindere da tutte le ipotesi, alcune delle quali veramente fantasiose, forse qualche colpo di scena ce lo dobbiamo aspettare anche perché, come sappiamo, l’Egitto è una specie di scatola cinese che si apre ad orologeria quando meno te lo aspetti.

egitto

 

La storia delle tavolette di Thoth,
è al di là del credo dei moderni scienziati, e non potrebbe essere diverso perchè la scienza data la costruzione delle piramidi al massimo 4000 anni A.C. mentre le tavole di Thoth fanno risalire la civiltà egiziana a 52.000 mila anni A.C. La scienza non può riconoscere le tavole di Thot, perchè se lo facesse dovrebbe rivedere tutte le sue teorie, gli studi e le conclusioni, sostenute fino a questo momento. Per la scienza e i baroni della falsa conoscenza significherebbe ritornare sui banchi di scuola, e questa volta da allievi e non da blasonati professori.

L’autore è Thoth, un Sacerdote-Re Atlantideo, che fondò una colonia nell’antico Egitto circa 52.000 anni fa A.C. dopo che Atlantide fu distrutta …. almeno secondo la legenda. Egli è stato il costruttore della Grande Piramide di Giza, erroneamente attribuita a Cheope.
Personalmente non ho mai creduto che le piramidi fossero state costruite dagli egizi. E’ talmente vero che tutti i tentativi fatti per costruirne una dai maggiori architetti della nostra civiltà sono tutti miseramente falliti. In esse Thoth, ha nascosto la conoscenza dell’antica saggezza e conoscenza di Atlantide. Per circa 16.000 anni, egli ha governato l’antica razza d’Egitto, dal 52.000 A.C al 36.000 A.C. Thoth era un immortale, cioè, aveva vinto la morte. La sua vasta saggezza fece di lui il capo di varie colonie di Atlantide, tra cui quelle emigrate nell’America Centrale e del Sud.

thoth

Quando giunse il tempo per lui di lasciare l’Egitto, egli eresse la Grande Piramide di Cheope, e oltre l’entrata della Grande Sala di Amenti, mise guardie affinchè proteggessero i segreti affidati alla piramide. In tempi successivi, i discendenti di queste guardie divennero sacerdoti della piramide, in cui Thoth fu venerato come Dio della Saggezza e della conoscenza. Durante le ere successive, l’ego di Thoth passava nei corpi degli uomini nella maniera descritta nelle tavolette. Come tale egli si incarnò tre volte. Nella sua ultima fu conosciuto come Hermes, il tre volte nato. In questa incarnazione, ha lasciato i suoi scritti conosciuti ai moderni occultisti come le Tavolette di Smeraldo. Le tavolette tradotte sono dieci e, sono state lasciate nella Grande Piramide in custodia ai sacerdoti. Le dieci sono state divise in tredici parti per convenienza. (Convenienza di chi e perchè ??) – Devono sempre alterare le cose anche quando non c’è assolutamente necessità.

Le tavolette, secondo Thoth, dovrebbero essere lette non una volta, ma centinaia di volte perchè solo così possono rivelare il vero significato. Una lettura casuale darà lampi di bellezza, ma un più intenso studio aprirà canali di saggezza e conoscenza mai conosciuti dalla mente umana.
Le tavolette, furono tradotte nel 1925 e solo da poco è stata permessa la pubblicazione. E’ previsto, secondo la legenda che molti derideranno. Tuttavia il vero iniziato leggerà e guadagnerà la saggezza e la conoscenza. Se la luce è in te, la luce che è incisa in queste tavolette ti risponderà.
Le tavole, comparvero la prima volta nel Medio Evo, ma la fonte del ritrovamento è ignota. Nessuno sa effettivamente dove furono rinvenute. Alcuni ricercatori ipotizzano che sono state trovate in una stanza della piramide di Cheope, ma sono solo supposizioni, resta il fatto che thoth raffigurato come un Dio nelle pitture ornamentali dell’antico egitto.

Aspetto materiale delle tavolette:
Esse consistono in dodici tavolette di smeraldo verde, formate da una sostanza creata tramite trasmutazione alchemica. Sono indistruttibili, resistenti a tutti gli elementi e sostanze conosciute. La struttura atomica e cellulare è fissa. Questo significa che non risentono l’usura del tempo, dato che non subiscono processi chimici. Tale fenomeno viola la legge della ionizzazione, ma la scienza non ne tiene conto. Non ne vuole sentire parlare, così come il papa non vuole sentire parlare del vangelo di giuda, perchè se lo riconoscesse come autentico, crollerebbero tutte le loro menzogne su Gesù e con esse, i vangeli canonici. Sulle tavolette, di sono incisi caratteri nella antica lingua di Atlantide: caratteri che rispondono ad accordate onde pensiero. Le tavolette sono fissate insieme con cerchi dorati. La saggezza contenuta in esse è il fondamenta degli antichi “misteri”. E per colui che legge con occhi e mente aperti, la sua saggezza verrà ad essere incrementata notevolmente. Leggile, anche se non credi, ma leggile. E la ritrovata vibrazione risveglierà una risposta nella tua anima.Un’altra citazione del Libro di Toth è riportata in un papiro rinvenuto nel 1864 a Deir el Medina, in Egitto, durante uno scavo archeologico. Nella tomba di un monaco copto vi erano dei manoscritti di epoca egizia conservati in un cofano di legno.
Probabilmente i confratelli del morto, ritenendo quei papiri pericolosi per la fede, li avevano sepolti con il loro proprietario, l’unico capace di leggerne il contenuto.
Il papiro, conservato oggi nel Museo del Cairo, racconta la storia di un altro papiro in cui si narra la storia di Setne, figlio del faraone Ramsete II, collezionista di testi antichi, il quale per entrare in possesso del Libro di Toth lo rubò da una tomba di Menfi attirando su di sé una terribile maledizione.
"Setne - diceva il manoscritto - trovò una pietra che subito alzò, e che nascondeva l’entrata della tomba. La tomba splendeva della luce che usciva dal libro e là stava il mago Naneferptah con sua moglie Ihuret e suo figlio, perché il loro Doppio era con lui grazie al potere del libro di Toth. (...) Il libro di cui ti parlo é in mezzo alle acque di Copto, dentro uno scrigno di ferro; lo scrigno di ferro é dentro uno scrigno di rame e lo scrigno di rame é dentro uno scrigno di legno (...) Ma tutto intorno agli scrigni per dodicimila cubiti vi sono serpenti, scorpioni e rettili d’ogni specie, compreso un serpente di eternità arrotolato intorno agli scrigni."
Setne prese in mano quel libro e vi lesse un incantesimo per "...incantare il Cielo, la Terra, l’Oltretomba, i monti e i mari, e seppi tutto quello che dicevano gli uccelli del cielo e i pesci del mare e le bestie delle montagne".
Purtroppo una maledizione terribile colpì tutta la famiglia dell’incauto stregone. Si cercò di rimediare rimettendo nella tomba il libro ma Setne, tredici suoi fratelli e molti altri parenti morirono uccisi dagli spiriti. Sopravvisse Merenptah che ereditò il regno.

La ricerca umana per la comprensione delle leggi che regolano la vita è senza fine, tuttavia sempre appena oltre il velo che protegge i più alti piani dalla visione materiale dell’uomo, la verità esiste, pronta ad essere assimilata da coloro che sanno espandere la loro visione. Se noi possiamo capire che tutte le chiavi, tutti i simboli materiali sono manifestazioni, di una grande legge e verità, cominceremo a sviluppare la visione che ci permetterà di penetrare le tenebre.

Nelle tavole, molte parole di Thoth celano significati che non appaiono in superficie. La luce della conoscenza applicata alle Tavolette aprirà nuovi canali e forme di pensiero, mai immaginati prima.

Traduzione di Alessandro Marcon

ermete

 

Il culto di Toth si diffuse in tutto il Mediterraneo, specie nella vicina Cartagine fenicia. Qui, nel tempio sulla collina di Byrsa, dov’è oggi il Museo del Bardo, fu costruito un tempio al dio lunare Eshmoun, equivalente di Toth, a sua volta protettore della cultura e dell’intelletto.
Il tempio sorgeva poco distante dal porto, costruito, a detta di qualcuno, rispecchiando le proporzioni della mitica Atlantide, protetta, come il tempio egizio di Hermopolis, da una cinta muraria più interna rispetto a quella che circondava Cartagine. Anche qui, nelle cripte segrete del tempio, erano depositati migliaia di rotoli sacri scritti dalla stessa mano di Thoth che aveva insegnato agli uomini a "...calcolare il tempo, gli anni ed i segreti della magia".
I fondatori di Cartagine fecero copie dei papiri di Thoth, più tardi diventato Ermete Trimegisto, il "tre volte grande ", in quanto col tempo il suo culto si diffuse nelle più importanti città del Mediterraneo.
La biblioteca di Eshmoun a Cartagine era paragonabile a quella di Alessandria, di Pergamo, di Siracusa, di Atene, città che con i loro traffici marittimi diffusero in tutto il mondo antico culto e cultura di questa divinità.
La speranza di trovare il Libro di Toth, o una delle sue copie, viaggia ancora nel tempo. Promettendo insegnamenti, iniziazioni, apocalissi, come tutti i libri misteriosi continua a suggestionare gli uomini in ogni tempo.
L’importanza di questo testo doveva essere davvero grande, tanto che i Berberi pretendevano da Roma i Libri Punici, già contenuti nel tempio di Baal Ammone a Cartagine (Libro di Toth compreso), in cambio dell’aiuto per sconfiggere la potenza africana.
C’è poi chi si domanda perché Cleopatra richiedesse insistentemente a Pergamo alcuni misteriosi papiri per sostituirli a quelli perduti nell’incendio della Biblioteca di Alessandria.
Ci si arrovella ancora, infine, per capire che cos’era il libro di Juba II, sovrano della Mauritania nonché geografo e naturalista citato più volte da Plinio il Vecchio, nel quale erano scritte occulte rivelazioni tratte da quel misterioso quanto antichissimo testo contenente le conoscenze geografiche del mondo antico, inclusa la posizione di Atlantide…

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10 maggio 2013 5 10 /05 /maggio /2013 21:42

Credit: University of Southampton

Un team di ricercatori dell’Università di Southampton ha rivelato le strade dell’antica città medievale più grande del Regno Unito. Dunwich, un piccolo villaggio costiero nella contea di Suffolk in Inghilterra, era un tempo un fiorente porto delle dimensioni dell’attuale Londra, sino a quando nel XIV secolo, la linea di costa ha subìto un processo di erosione che ha in gran parte cancellato l’antica rada medioevale, provocando la progressiva decadenza e sommersione della città. Il progetto guidato dal professor David Sear, ha prodotto la mappa più accurata delle vie del paese, grandi edifici compresi, e ha rivelato nuove rovine sul fondo marino. La visibilità sottomarina a Dunwich è molto scarsa a causa dell’acqua fangosa, e questo ne ha sempre limitato l’esplorazione del sito. Ora, utilizzando l’elaborazione acustica ad alta risoluzione, i dati prodotti non solo hanno aiutato ad osservarne le rovine, ma hanno inoltre aiutato a capirne di più su come queste interagiscano con le correnti di marea e del fondale. Questo grande progetto, che ha avuto inizio nel 2008, ha sino ad ora ritrovato circa 80 rovine, tra cui otto chiese.

Credit: university of Southampton

Credit: university of Southampton

Osservando le costruzioni poste sul fondo del mare, il team si è reso conto della forza innarrestabile della natura, che dimostra quanto rapidamente l’erosione costiera possa influire sugli abitanti. Il recente cambiamento climatico globale ha reso l’erosione costiera un tema di attualità, ma l’antica città di Dunwich, dimostra che questi fenomeni si sono verificatio anche in passato. Le violente tempeste del XIII e del XIV secolo sono coincise con un periodo di cambiamenti climatici oggi noti come periodo caldo medievale e la piccola era glaciale. Le coste hanno da sempre subito dei cambiamenti, e le comunità hanno lottato per adattarsi alle forze della natura. Secondo il team, gran parte dei residenti di questa antica città, decisero di trasferirsi dopo gli eventi. Il porto di Dunwich fu praticamente sommerso e la città parzialmente distrutta; i danni economici furono terribili, e quindi si verificò una vera e propria evacuazione di massa. Si pensa che il processo di erosione cominciò nel 1286, quando una terribile tempesta spazzò via gran parte delle aree costiere. Oggi Dunwich è un piccolissimo villaggio di 84 abitanti, ma non dimentica la sua storia sepolta a soli 10 metri sotto la superficie del mare. La sua esplorazione ci dice che è l’uomo a doversi adattare ai processi naturali e non viceversa. Non possiamo fermare ciò che la natura svolge da miliardi di anni, ma possiamo trarne insegnamenti, per rispettarla e prevenirla. Dunwich deve far riflettere.   

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4 maggio 2013 6 04 /05 /maggio /2013 18:53

Piramide nel mare della Galilea

piramide_lago_tiberiade.jpg

In Israele, sul fondo del lago di Tiberiade (conosciuto anche come mare di Galilea) , gli scienziati hanno scoperto un’antica piramide: la sua datazione è stata stimata approssimativamente a 4 mila anni!

Nei Vangeli viene descritto che in questo lago pescavano gli apostoli Andrea e Pietro. Gli scienziati hanno intenzione di stabilire quale fosse la funzione della piramide; secondo alcuni, la costruzione fu pensata fin dall’inizio come sottomarina e costituiva un vivaio di pesci.

La gigantesca costruzione ha una forma conica, con un’altezza di dieci metri e un diametro di quasi settanta. La piramide è fatta di blocchi di basalto e pietra. Gli scienziati ritengono che possa senz’altro essere stata costruita dall’uomo. La probabilità che sia un rialzo dovuto all’influenza di processi naturali è estremamente bassa, sostengono i ricercatori. Ci fornisce un commento il collaboratore dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Haifa Michael Aizenberg:
Il mare non produce queste forme. Noi diciamo che appartiene all’”età del ferro” o magari anche a prima. In quel periodo vi erano costruzioni megalitiche. I grandi blocchi di basalto, quasi non lavorati, venivano piazzati in forme predefinite, anche a scopo religioso: ve ne sono numerosi esempi pure in Galilea. Tuttavia, per il momento non abbiamo trovato ceramiche, che ci darebbero la possibilità di effettuare una datazione. Se le pietre avranno forma geometrica, allora potremo esprimerci in modo più definitivo. Non dobbiamo spaventarci del fatto che l’oggetto si trovi sott’acqua. Non è molto lontano dalla famosa enorme collina, una delle più grandi necropoli di Israele, a Bet Yerah. In quei tempi vi sorgeva un’importante città.

Durante il terzo millennio avanti Cristo questa città era una dei centri abitati più grossi della regione. Secondo lo scienziato, le pietre per la costruzione della piramide vennero prese non lontano. Per quanto riguarda invece la destinazione d’uso, gli scienziati preferiscono non saltare subito alle conclusioni. Secondo Michael Aizenberg, qui non si tratterrebbe delle analoghe celebri piramidi egiziane o di ziqqurat dell’antica Mesopotamia:

Questo invece potrebbe essere un’edificio religioso. Bisogna ricordare che a quei tempi le immense necropoli e i luoghi di culto erano identici, non avevano differenze. Il nostro potrebbe essere un luogo di culto come il famoso Stonehenge in Inghilterra. Negli ultimi tempi costruzioni analoghe sono state rinvenute nel corso di ricerche in Turchia. La loro caratteristica è il cerchio megalitico fatto di rocce enormi, posizionate in un determinato modo in relazione al Sole e alle stelle.

La questione più importante e più complessa probabilmente verte sul quando possa essere stata costruita l’opera. Alcuni scienziati non escludono che sia stato quando il lago ancora non era presente in questa regione. Questo è comunque un punto di vista discutibile, nota Leonid Beljaev, collaboratore scientifico superiore dell’Istituto di archeologia dell’Accademia russa delle Scienze:

Finché non abbiamo dati sulla costruzione stessa, non vale la pena fantasticare; infatti tre-quattromila anni fa il lago, naturalmente, esisteva. Quanto sia cambiata la conformazione delle sue rive, occorre chiederlo agli specialisti. A me sembra che difficilmente possiamo aspettarci dal lago di Tiberiade dei riflussi d’acqua così elevati. E allora si potrebbe supporre che la piramide sia ancora più antica: in questo caso è ben poco probabile si tratti di una costruzione artificiale.

Simili costruzioni sottomarine provocano sempre un acuto interessamento del mondo scientifico. Ricordiamo le ricerche della famosa Atlantide, che per il momento non si è riusciti a trovare. Naturalmente il caso della piramide sul fondo del lago di Tiberiade ha una proporzione molto diversa, ma chi può sapere quali scoperte faranno gli archeologi dopo un suo accurato studio.

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