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10 febbraio 2013 7 10 /02 /febbraio /2013 23:03

   
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Grazie all'intuizione di David Crespy, un ingegnere francese visitare il Machu Picchu in Perù, Thierry Jamin, Archeologo e Explorer, è in procinto di fare una grande scoperta presso il sito archeologico più visitato in Sud America. Per più di quindici anni, Thierry Jamin, archeologo e avventuriero francese, esplora le giungle del Sud Perù in ogni possibile direzione, alla ricerca di indizi della presenza permanente degli Incas nella foresta amazzonica, e la leggendaria città perduta di Paititi.
Il portale segreto deve essere ancora aperto, attualmente ''sigillato'', ma un rilevamento elettromagnetico suggerisce che ospita una o più  camere del tesoro piene d'oro: si avrà a che fare anche con qualche maledizione arcana, nell' aprire il luogo?
Dopo la scoperta di una trentina di siti archeologici incredibili, che si trova nel nord del dipartimento di Cuzco, tra il 2009 e il 2011, che comprendono numerose fortezze, sepoltura e cerimoniali, i centri e le piccole città Inca composte da centinaia di edifici e strade, molti, passaggi, piazze ..., Thierry Jamin imbarca in un viaggio incredibile a Machu Picchu. Pochi mesi fa, Thierry Jamin e il suo team che hanno realizzato una straordinaria scoperta archeologica della città Inca scoperta da Hiram Bingham nel 1911.Le tradizioni inca e alcune cronache, come quella di Juan de Betanzos, sostengono che Pachacutec, l'imperatore considerato come il fondatore dell'Impero inca, sia sepolto proprio a Machu Pichu. E' possibile che il recinto funerario sia proprio il sepolcro dove riposa la mummia del nono sovrano del Tawantinsuyu (Impero Inca). Fino ad oggi, nessuna mummia della stirpe degli imperatori inca è mai stata trovata. Sarebbe una scoperta senza precedenti.
 Questa scoperta è stata possibile grazie alla testimonianza di un ingegnere francese che vive a Barcellona-Spagna, David Crespy. Nel 2010, mentre era in visita alla città perduta, David Crespy notato la presenza di uno strano "rifugio", situato nel cuore della città, in fondo a uno degli edifici principali. Per lui, non c'era dubbio, stava guardando una "porta", un ingresso sigillato dagli Incas. Nel mese di agosto, 2011, David Crespy, trovato per caso un articolo su Thierry Jamin e il suo lavoro nel quotidiano francese la rivista Figaro. Immediatamente ha deciso di contattare il ricercatore francese. Thierry Jamin, che ha studiato diversi luoghi di sepoltura nel nord di Cusco, ascoltato con attenzione la storia di Davide Crespy. Rapidamente vuole confermare i fatti all'origine della storia. Accompagnato dagli archeologi dell'Ufficio Regionale della Cultura a Cusco, fu in grado di visitare il sito diverse volte. Le sue conclusioni preliminari sono inequivocabili: è davvero un ingresso, bloccato dagli Incas in un momento imprecisato di Storia. Questo è stranamente simile a un luogo di sepoltura, come quelli Thierry Jamin ei suoi compagni trovano spesso nelle valli di Lacco e Chunchusmayo. Al fine di confermare l'esistenza di cavità nel seminterrato del palazzo, a dicembre 2011 Thierry e la sua squadra e presentare richiesta ufficiale al Ministero della Cultura a Lima, effettuare una indagine geofisica con l'aiuto di elettromagnetico (EM) strumenti di conducibilità.
La licenza è stata rilasciata qualche mese dopo. Realizzato tra il 9 aprile e 12 Aprile 2012,  l'indagine elettromagnetica  non conferma la presenza di una stanza sotterranea, ma diverse camere! Appena dietro il famoso ingresso, una scala è stata scoperta. I due percorsi principali sembrano portare a camere specifiche, tra cui la principale quadrato. Le diverse tecniche utilizzate dal ricercatore francese (s), (molecolare Discriminator frequenze) ha permesso loro di mettere in evidenza la presenza di importanti materiali archeologici, compresi i depositi di metallo ! e una grande quantità di oro e argento Thierry Jamin sta ora preparando il passo successivo: l'apertura dell'ingresso sigillato dagli Incas più di cinque secoli fa. Il 22 maggio 2012, ha ufficialmente presentato una richiesta di autorizzazione alle autorità peruviane che consentano la sua squadra di procedere con l'apertura delle camere di sepoltura. Questo progetto, "Machu Picchu 2012", è ora esteso a un periodo di sei mesi. La posta in gioco, un tesoro archeologico straordinario e alcune nuove rivelazioni sulla storia dimenticata dell'Impero Inca.

 
 
 
 
 
 
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Published by il conte rovescio - in Archeologia
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7 febbraio 2013 4 07 /02 /febbraio /2013 21:29

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/4/42/Dendera03.jpg/800px-Dendera03.jpg 

I soliti siti sensazionalisti, come sempre,  ricavano da un normalissimo basso rilievo, le solite notizie shock che fanno velocemente il giro del web. Uno di questi e' il sito misteridelmondo.com  che riesce addirittura a vedere in questo basso rilievo la presenza di una lampada alogena ! Se volete dare un'occhiata fatelo pure, capirete di cosa sto parlando!

Per una corretta informazione, riporto direttamente quanto scritto  da un archeologo Marco E. Chioffi che riporta in PDF un'ottima analisi!

Qui' trovate l'articolo 

E sotto riporto quanto scritto su Wikipedia:


Le cosiddette lampade di Dendera sono dei bassorilievi con geroglifici scoperti dall'archeologo francese Auguste Mariette (Boulogne-sur-Mer, 11 febbraio 1821 – Bulaq, 18 gennaio 1881) nel 1857 a circa 70 km da Tebe, nel tempio di Dendera, situato nell'omonima località dell'Egitto, sulla riva occidentale del Nilo.

Sotto il tempio vennero rinvenute ampie cripte che, ripulite dalla sabbia, mostrarono stanze con pareti ricoperte da lastre di pietra scolpite. Le stanze apparterrebbero al primo nucleo del tempio, risalente al XV secolo a.C., mentre l'attuale costruzione che ad esse si è sovrapposta è di epoca tolemaica e romana. Le lastre scolpite si riferiscono ad una decorazione della fase tolemaica.

Negli anni settanta gran parte delle lastre vennero trafugate e rimasero solo le pareti di una delle stanze. Qui si trovano raffigurati alcuni sacerdoti del tempio nell'atto di officiare riti intorno ad un oggetto, probabilmente un fiore di loto.

Gli egittologi interpretano i bassorilievi come simbologia integrata nella mitologia egiziana: il serpente primordiale che nasce da un fiore di loto è un mito egizio conosciuto e anche il sostegno è un simbolo ricorrente nell'arte egiziana, collegato con Osiride e raffigurante la sua spina dorsale. La scena dovrebbe pertanto rappresentare la costruzione di due santuari primordiali. A questo stesso ambito riporta il significato dei geroglifici iscritti.

Le raffigurazioni sono invece state interpretate dai sostenitori della cosiddetta archeologia misteriosa o pseudoarcheologia come degli antichi tubi di Crookes, apparecchi in grado di emettere radiazioni (un dispositivo che venne inventato circa dieci anni dopo la pubblicazione dei disegni di Dendera da parte del suo scopritore Auguste Mariette). Il gambo del fiore di loto è stato interpretato come un cavo elettrico di alimentazione; un sostegno che rappresenta parte della colonna dorsale del dio Osiride verrebbe invece interpretato come un avvolgimento elettrico e dei serpenti raffigurerebbero le serpentine che si trovano all'interno dei tubi di Crookes. Infine, un dio tiene in mano due pugnali, e questo viene interpretato come un segnale di pericolo che si troverebbe proprio in corrispondenza del punto in cui dal tubo di Crookes escono i raggi X.

 

Nessun mistero quindi solo pura archeologia!

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Published by DUCA CONTROVERSO - in Archeologia
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30 gennaio 2013 3 30 /01 /gennaio /2013 21:57

Graffiti sul Colosseo a Roma, Italia.

Una risistemata ad alcune zone del Colosseo a Roma, che ha avuto inizio lo scorso autunno ha rivelato secoli di graffiti. Rimuovendo la sporcizia accumulata e la calcificazione, gli esperti hanno scoperto strati di iscrizioni sulla sezione di un muro in rosso e grigio sbiadito dall'antichità, e scritta in nero a sinistra da qualcuno in pò più moderno..

Costruito nel primo secolo, il Colosseo può aver tenuto folla grande come 50.000 persone. I suoi ingressi numerati e passaggi coperti sono stati progettati per ottenere spettatori dentro e fuori in modo rapido e per separare l'alto e possente dal volgo.

Il muro in questa immagine affiancata un passaggio che ha portato ad un livello superiore. Lì, donne, bambini e schiavi arroccato nelle sedi economici per assistere allo spettacolo sanguinoso belve e gladiatori che combattono per la loro vita sul piano dell'arena 60 piedi (18 metri) al di sotto.

un team di archeologi e restauratori ha fatto un’eccezionale scoperta nell’anfiteatro iniziato da Vespasiano nel 72 d.C e completato da Tito nell’80 d.C. Frammenti di una pittura murale, incisioni, scritte e decorazioni, affreschi dai colori vivaci rinvenuti all’interno di un corridoio-galleria a volta lungo 60 metri ubicato al terzo livello del Colosseo, a circa trenta metri d’altezza. La scoperta è stata relativamente casuale, la zona tra il secondo e terzo piano, caduta in rovina negli ultimi anni, è chiusa al pubblico fino al 2014 in attesa di un completo ripristino.

Ocra, rosso, bianco, azzurro e verde, questi i colori rintracciati da Rossella Rea, direttrice del team incaricato dalla Soprintendenza Speciale Archeologica di Roma. Ma quali scene, quali personaggi venivano rappresentati in questa zona di passaggio per accedere all’arena, dove gladiatori ed animali feroci si davano battaglia per il ludibrio dei romani? Sotto alla coltre di polvere e sedimenti sono emerse scene raffiguranti eroi e battaglie - allori, frecce, ghirlande di vittoria, ma anche due membri maschili di differenti dimensioni facenti parte di scene a connotazione erotica, a testimonianza della grande libertà sessuale di cui godeva il mondo latino.

Anche nella luce fioca di questo passo, i disegni dipinti in rosso sarebbe stato facile vedere sullo sfondo di intonaco bianco. Oggi, il significato dei disegni in questo luogo particolare è un mistero, anche se le patch di intonaco appena lavati su altre parti del muro mostrano una fronde di palma in rosso (simbolo di vittoria) e le lettere "Vind", che possono far parte della parola vindicatio , o di vendetta.

Nella zona sopra quello che appare come il grande "S", nel frattempo, Romano graffiti esperto Rebecca Benefiel vede il profilo debole grigio di un volto. "Questa è stata la singola immagine più popolare per disegnare graffiti antichi," dice.

In epoca romana la gente raramente ha scritto i loro messaggi sulla cima di graffiti esistente. "C'era una diversa comprensione di scrivere su un muro", ha detto Benefiel, professore classici alla Washington and Lee University. "Hai lasciato spazio".

Dal 19 ° secolo, il Colosseo è un monumento famoso, e i suoi  graffiti era diventato un groviglio, sovrascritto delle visite dei turisti. "Gli scrittori erano a conoscenza di essere in un luogo storico", ha detto Benefiel. "Stavano facendo un segno per sottolineare la loro presenza."

I nomi e le date erano importanti. Così è stato luogo di origine. Su questo muro, nel 1892, J. Milber voleva che il mondo sappia che egli aveva viaggiato dalla città di Strasburgo.

I funzionari dicono che a Roma in programma di aprire questo passaggio al pubblico una volta che il lavoro di restauro è fatto. Presumibilmente un qualche tipo di barriera impedirà futuri turisti di aggiungere i loro autografi proprie per i posteri.Sarà l’intervento di restauro più completo da oltre 70 anni, per cercare di rimuovere decenni di sporco e capire quanto davvero rischia di affondare il Colosseo a causa delle vibrazioni e della cedevolezza del terreno.

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Published by il conte rovescio - in Archeologia
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23 gennaio 2013 3 23 /01 /gennaio /2013 22:12

La Sicilia sembra avere moltissime risorse storiche da cui non si può fare finta di niente: sembra che abbiano un nome le mummie conservate presso la Chiesa Madre nel centro storico di Piraino. Dopo studi minuziosi condotti da Marcello Mollica, docente di antropologia culturale presso l’Università di Pisa, e Dario Piombino-Mascali, ispettore onorario del Patrimonio Bioantropologico Mummificato della Regione Sicilia, sono state individuate le identità delle mummie conservate presso la cripta della Chiesa Madre di Piraino, denominata ”Sepoltura dei Sacerdoti”, che ogni anno attira turisti da tutto il mondo. Una struttura simile, inoltre, si trova nella cappella dei Capuccini di Palermo.

Oltre i nomi, che sono tutti di sacerdoti mummificati tra il 1700 e la metà del 1800, sono stati ricostruiti alcuni documenti sulle tecniche di mummificazione naturale. I risultati sono emersi dopo studi dettagliati dati incrociati raccolti tra Giuliane (Libri Mastro), Libri Parrocchiali (Battesimi e Morti) e altri manoscritti, conservati a Piraino, ma soprattutto inediti, che narrano la storia e le modalità di sepoltura dei Sacerdoti.

Una ricostruzione antropologica e culturale che servirà a tracciare stralci mancanti della storia di Piraino, oltre che a ricostruire il contesto socio- culturale di quel tempo. I manoscritti sono conservati presso l’Archivio Storico Ecclesiastico di Piraino, gestito dall’Arciprete Carlo Musarra, mentre per visitare la cripta della sepoltura dei sacerdoti basta recarsi alla Chiesa Madre di Piraino e una guida comunale illustrerà storie e leggende dei corpi mummificati.

I manoscritti sono conservati presso l’Archivio Storico dell’Arcipretura di Piraino, retta da Don Calogero Musarra.

Duplice l’obiettivo di lungo termine della ricerca: da un lato, tracciare i motivi storico-culturali della sepoltura ed il loro innesto nel contesto socio-religioso, e, dall’altro, scoprire abitudini alimentari e malattie di genere conservati dai corpi mummificati nella Piraino dei secoli XVIII e XIX. Tra le mummie conservate nella cripta anche quella dell’arciprete Scalenza, ideatore e fondatore della “Sepoltura dei sacerdoti”

Per decenni e in qualche caso per secoli hanno aspettato pazienti che qualcuno si accorgesse di loro, delle mummie dal volto di cera custodite nella “Fossa di parrini” a Gangi. E ora che questo è avvenuto, la cittadina e i suoi reperti hanno fatto parlare di sé il mondo scientifico. Con il caso - più unico che raro - degli uomini dal volto di cera, la Sicilia è presente nel volume che accompagna la mostra "Schädelkult", culto del cranio, organizzata da una delle più importanti istituzioni in ambito mummiologico, i Musei Reiss-Engelhorn di Mannheim.
L'articolo è stato firmato dagli antropologi Dario Piombino-Mascali e Albert Zink dell'Eurac di Bolzano, responsabili del Progetto mummie siciliane, nato nel 2007 per studiare e valorizzare l'imponente patrimonio di mummie moderne presente sull’isola.
Anche nel passato più recente, nell'Italia meridionale e in Sicilia in particolare, il processo di conservazione del defunto aveva un'importanza fondamentale: attraverso un'adeguata preservazione delle spoglie, infatti, il contatto con l'estinto non veniva mai scisso del tutto. In questo contesto le maschere mortuarie dei prelati di Gangi enfatizzano il rapporto che unisce vivi e morti attraverso il tentativo di ricostruire i volti dei defunti e di renderli, mediante l'uso della cera, ancor più reali e presenti anche dopo la morte.
Nel caso delle mummie gangitane, il trattamento facciale è talvolta grossolano; in altri casi è invece visibile una vera e propria maschera mortuaria. Nel caso della mummia attribuita al sacerdote Epifanio Vazzano (morto nel 1870, a 75 anni) si nota addirittura la presenza di colori, che conferiscono alla maschera un aspetto più realistico.
Oggi, dopo il riconoscimento scientifico, cresce anche il numero di turisti che, a Gangi, vanno a visitare la cripta della Chiesa Madre, dedicata a San Nicolò di Bari, che ospita la sepoltura riservata ai dignitari ecclesiastici del luogo, la cosiddetta “Fossa di parrini” (Fossa dei preti). Alcune mummie sono identificabili attraverso sonetti ad esse dedicati o alle loro generalità riportate su cartigli.
Attraverso l'osservazione delle date, l'utilizzo della cripta si inquadra approssimativamente tra il 1728 e il 1872 e i soggetti custoditi identificabili hanno un'età compresa tra i 49 e gli 81 anni.
Con una maggiore incisività rispetto ad altre comunità della Sicilia, dunque, quella gangitana ha utilizzato le proprie risorse creative e artistiche, che trovano espressione nella ricostruzione dei tratti facciali, per testimoniare il proprio trionfo sulla morte.

 

 

 

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Published by il conte rovescio - in Archeologia
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9 gennaio 2013 3 09 /01 /gennaio /2013 21:13

La leggendaria città di Rama, una mitica città druidica che risiedeva nella zona tra Torino e la Val di Susa e che avrebbe custodito il Graal celtico (e non la sua cristianizzazione).
La leggenda della città è legata al mito platonico di Fetonte e dice:

“Una vasta regione, che oggi si estende dal Piemonte alla Savoia e alla Provenza fino a raggiungere la Liguria e la Valle d’Aosta, è stata testimone di eventi straordinari che rappresentano le radici culturali di queste stesse terre e di tutto il continente europeo. Le leggende e le tradizioni di tutta Europa parlano della caduta dal cielo, nell’area della Valle di Susa, di un oggetto di origine divina, portatore di conoscenza sulla Terra, che avrebbe dato il via ad una tradizione iniziatica ancora esistente nel nostro tempo. Queste leggende sembrano coincidere con il mito greco dei primi Dei che, come dice Platone, si divisero il nostro mondo in precise aree e le organizzarono per poter donare la loro conoscenza alle creature di allora. Mito che sembra riecheggiare quello aborigeno riguardante la venuta sulla Terra, in tempi antichi, dei Signori della fiamma che diedero vita al ‘Dreamtime’, la loro dimensione segreta di vita, modificando l’ambiente del pianeta per adattarlo ai bisogni degli esseri umani.
Le leggende europee, confermando la narrazione di Platone circa gli dei che si spartirono la Terra per allevare gli uomini, raccontano che in questa vasta zona la caduta dell’oggetto diede vita ad un ‘recinto’, un’area protetta, in cui gli esseri viventi dell’epoca poterono accedere a conoscenze profonde della conoscenza e dello spirito. Qui nacquero le scuole iniziatiche grandi saggi che diedero vita alle tradizioni che si diffusero poi in tutta Europa e che continuerebbero ancora nel nostro tempo.
L’evento riguardante la caduta dell’oggetto di natura divina è riportato nella tradizione ellenica dalla leggenda di Fetonte, figlio del re Sole, il quale, non sapendo guidare il carro celeste del padre, si sarebbe schiantato al suolo. Gli uomini, rinvenuti i resti del carro celeste, avrebbero tratto da essi la conoscenza divina che conteneva.
Nelle Metamorfosi di Ovidio, poeta latino di Salumona vissuto intorno al 30 a.C., il testo cita l’avventura di Fetonte, che salì sul carro del padre per provare a guidarlo pur essendone incapace, e finì per perdere il controllo del mezzo celeste. Così si avvicinò troppo alla Terra che cominciò ad incendiarsi. Zeus, accortosi di ciò che stava accadendo, per salvare la Terra dalla distruzione provocata dal calore emanato dal carro solare lanciò un fulmine sul figlio. Fetonte fu così sbalzato dal carro celeste e cadde sulla Terra precipitando nel fiume Eridano, l’antico nome del Po. La tradizione druidica vuole che il carro di Fetonte sia caduto in un luogo che si trovava all’incontro di due grandi fiumi, nella zona dove oggi si uniscono la Dora e il Po. Una zona identificabile nell’area che comprende l’attuale città di Torino e parte della Valle di Susa.
Fa eco al mito di Fetonte quello relativo alla discesa del Graal. Il mito narra in termini di allegoria antropomorfa la vicenda di una creatura semidivina che in tempi molto antichi precipitò dal cielo finendo per cadere sulla Terra. Nella caduta, lo smeraldo che adornava la sua fronte si staccò precipitando al suolo. Altre creature semidivine lo raccolsero modellandolo in forma di coppa e lo consegnarono ad Adamo nell’Eden, al fine che lo custodisse e se ne avvantaggiasse. Quando Adamo dovette abbandonare l’Eden, portò la coppa con sé. Attraverso la sua discendenza, la coppa del Graal giunse nelle mani di Osiride, dio tutelare dell’Egitto. Quando Osiride fu ucciso a sua volta per mano di Set e il suo corpo venne da questi smembrato e disperso per tutta la terra, la coppa andò perduta. Così gli uomini persero la loro preziosa fonte di conoscenza.
tavola_rotonda_re_artuMolti secoli più tardi, nella città di Camelot in Armonica, re Artù, aiutato dal druido Merlino, radunò dodici cavalieri, riunendoli in cerchio attorno alla nota Tavola Rotonda, con lo scopo di ritrovare la preziosa coppa del Graal. Riportata la coppa a Camelot, re Artù cercò di utilizzarla per costruire un nuovo Eden, ma non tutti i cavalieri erano capaci di sostenere la conoscenza che essa conteneva, tanto che il Graal appariva e scompariva nel centro vuoto della Tavola Rotonda. La ricerca moderna del Graal ha coinvolto organizzazioni iniziatiche di ogni genere, dai Templari sino ai gruppi esoterici più disparati. Gli alchimisti di ogni tempo, nel segreto dei loro ‘athanor’, i fornelli alchemici in cui si trasmutavano le qualità dello spirito, cercarono di riprodurre la pietra filosofale che avrebbe consentito di accedere al segreto della ‘lapis exillis’, la ‘pietra di conoscenza caduta dal cielo’.
Platone, in merito alla leggenda di Fetonte, che si riallaccia a quella del Graal, sostiene che essa, come tutte le leggende, non è altro che una favola che nasconde un vero significato, ovvero la narrazione della caduta di uno dei tanti oggetti (potremmo identificarli come asteroidi) che navigano attorno alla Terra e che ogni tanto, a caso, cadono su di essa provocando morti e distruzioni.
In effetti, se si osservano le foto satellitari eseguite sul nord Europa, si può scorgere sul suolo piemontese l’impronta livellata dal tempo di un antico impatto avvenuto presumibilmente milioni di anni fa. In un’epoca in cui probabilmente vivevano ancora i dinosauri, prima della loro scomparsa. Ma come valutare questo dato? Secondo la scienza a quel tempo non doveva ancora esistere la specie umana. Come ha fatto a sopravvivere il ricordo dell’accaduto’ Chi ha perpetuato la narrazione di quello straordinario evento? Esistevano forse altre forme di vita intelligente che poi trasmisero le loro conoscenze alla successiva umanità?
C’è anche da chiedersi per quale motivo, trattandosi solo della caduta di un asteroide, l’antica tradizione abbia attribuito a quell’oggetto un significato riferito a duna fonte di conoscenza. Non va dimenticato che la parola Graal, secondo gli alchimisti medievali, è in realtà l’acronimo di ’Gnosis Recepita Ab Antiqua Luce’.
E’ indubbio che questa zona dell’Europa fu teatro di un evento di portata significativa per le creature viventi di quei tempi ed esercitò un richiamo di interesse mistico per molte altre creature di tutti i tempi e di ogni luogo del continente.
Alcuni autori riportano ad esempio che, molti secoli più tardi, giunse in visita addirittura un principe egizio. Racconto riportato anche in un testo del 1679, ‘Historia Augusta Città di Torino’, ad opera del conte Emanuele Thesauro, dedicato al Reggente del Ducato sabaudo. In quest’opera si narra che un principe egizio, fratello di Osiride, detentore del segreto del Graal, venne in questi luoghi dall’Egitto con il suo esercito personale per impiantarvi una colonia.
toro-apiSempre secondo la leggenda fu proprio questo personaggio ad introdurre in zona il culto del dio Api, il toro divino dell’antico Egitto, da cui prese il nome la popolazione dei Taurini e la stessa città di Torino sorta secoli dopo. In quest’opera, al principe egizio che morì annegato nel Po durante una corsa forsennata su una quadriga, fu dato il nome di Fetonte Eridano. Dopo la sua morte il suo nome venne dato al fiume dove era perito e che corrisponde all’attuale Po.
Non si deve dimenticare che proprio nella Valle di Susa, subito dopo il diluvio ricordato in tutte le tradizioni del pianeta, e presumibilmente dopo la scomparsa della grande civiltà del bacino del Mar Nero, venne edificata la misteriosa città ciclopica di Rama.
Le antiche cronache della Valle di Susa, nel nord Italia, riportano l’esistenza, in epoche remote, di una città ciclopica chiamata Rama.
La città, dalle descrizioni, potrebbe assomigliare alle fortezze megalitiche peruviane e dell’Oceania. Le leggende dei secoli successivi aggiungono che questa mitica città fu uno dei luoghi dove venne conservato per un certo periodo il Graal.
Il mito della città sopravvisse ai secoli a mezzo delle tradizioni orali del druidismo locale e grazie ai ricercatori di inizio secolo che raccolsero dati di prima mano e conferme documentate della sua esistenza. Secondo queste testimonianze, la città megalitica di Rama si ergeva sulle falde della montagna Ròch Màol, l’antico nome del Monte Rocciamelone, la cui vetta era stata sede di culti antichi tra cui per ultimo il culto di Giove. La città era stata costruita con l’uso di grandi blocchi di pietra. Le mura ciclopiche si snodavano per circa 27 chilometri e i suoi immensi portici in pietra si sviluppavano, per tutta la lunghezza della valle, sulla direttrice delle cittadine di Bussoleno, Chianocco e Foresto, sulle rive del fiume Dora.
Rama non era l’unica grande costruzione in pietra, ma faceva parte di un immenso agglomerato urbano di costruzioni minori che si estendeva dalla città di Susa alle porte dell’attuale città di Torino. Rama era la vera e sola città esistente allora, la sede pacifica ed intellettuale di un popolo misterioso.
Sulla sommità del Ròch Màol, la montagna su cui si appoggiavano le mura della città, era posto l’osservatorio da cui i sacerdoti esploravano il cielo. Se di Rama si conosce ben poco, ancor meno si sa dei suoi edificatori.
Le leggende locali raccontano che anticamente, presumibilmente intorno al 3000 a.C., un popolo di uomini di pelle scura, forse i Picti della Scozia, era giunto nella valle e vi si era stabilito. Dopo che questo popolo si fu unito con la gente del posto, venne edificata la città ciclopica. Secondo la leggenda, questa popolazione, proveniente da una terra scomparsa a seguito di una grande inondazione, si era fermata in quelle terre perché vi aveva trovato un raro minerale che serviva a loro per motivi misteriosi.
Un’altra leggenda narra invece che gli edificatori di Rama provenivano dall’India, condotti lì da una guida spirituale di nome Ram, da cui la città prese nome.
I racconti del folklore locale riportano che gli edificatori di Rama veneravano il sole e il fuoco come simboli spirituali. Erano abili metallurgici, forgiavano oggetti di metallo ed estraevano un raro minerale dalle miniere del Bosco Nero, nella zona di Mompanatero. Dagli studi dei ricercatori del secolo scorso risulterebbe che in seguito i romani, suggestionati dalle leggende di Rama, ne cercarono i pozzi minerari e li esplorarono per capire che cosa vi si estrasse. Sempre secondo questi racconti, gli abitanti di Rama erano considerati dei grandi maghi e degli alchimisti versatissimi nelle scienze esatte quanto in quelle occulte e possedevano macchine che facevano cose meravigliose.
Ai piedi del Bosco Nero c’era un immenso giardino che gli autori del secolo scorso definirono come il Giardino delle Esperidi, detto anche il Paradiso, dove si riunivano i grandi maghi di Rama e dove, molti secoli più tardi, si ritrovavano le streghe dell’antica religione.
Le narrazioni locali raccolte dai ricercatori riportano che la città venne distrutta da un grande e improvviso diluvio. Altre ancora raccontano che la sua scomparsa fu dovuta ad una gigantesca slavina di ghiaccio e pietre che la spazzò via, seppellendola per sempre sotto i suoi detriti. Se quest’ultimo racconto si riferisce all’azione morenica dei ghiacci che slittavano lungo la valle c’è da pensare che la fine di Rama sia avvenuta in epoche molto remote.
Altre narrazioni ancora ricordano un assalto alla città per depredarla, da parte delle popolazioni locali guidate da Ram, la guida spirituale dal simbolo dell’Ariete giunta dall’Asia. Forse la città in principio aveva un altro nome che fu cambiato dopo la conquista di Ram, prima di scomparire. Altri autori riportano la cronaca di un improvviso terremoto distruttore nella valle, che rase al suolo la città e questa non venne più riedificata.
071208Roccia-330x220Oggi della città ciclopica di Rama rimangono le tradizioni che hanno alimentato la cultura druidica dell’area piemontese. Dopo la sua scomparsa, i druidi del luogo proseguirono la loro opera iniziatica continuandola in segreto nei secoli seguenti sino al nostro presente.
Le tracce di questa città rimangono vive nelle molteplici leggende locali e nei nomi di vari luoghi dell’area su cui sorgeva Rama, come il ‘Bosco di Rama’ o il borgo di ‘Ramat’, e in motli cognomi di persone.
Ancora oggi nell’area di Mompanatero esistono leggende locali che narrano in maniera molto esplicita eventi relativi alla città di Rama e alla sua scomparsa. Secondo le leggende, non tutti i suoi abitanti scomparvero a causa della catastrofe che distrusse l’antica città, ma una parte di loro si salv e costruì una città segreta nelle viscere rocciose del Roc Maol, dove i sopravvissuti si rifugiarono mantenendo nascosta la loro esistenza. Altre leggende asseriscono che all’interno del Roc Maol vi sarebbe un mago benevolo che veglia su un immenso tesoro fatto di monili preziosi e di strumenti magici. Le leggende affermano che in posti segreti, conosciuti solo a pochi valligiani, sono rimasti strumenti di scavo e varie strane macchine che furono usate dagli abitanti di Rama con le quali è possibile fare ancora oggi delle cose straordinarie. Alla fine del secolo scorso, nel campo di un contadino del luogo, fu ritrovato un sarcofago in pietra di 3 metri della cui origine nessuno ha saputo dare una spiegazione e che potrebbe essere collegato alla mitica città di Rama.
Le antiche leggende della Valle di Susa collegano la città di Rama al mito del Graal e sostengono che il mitico oggetto veniva custodito e protetto dai suoi misteriosi abitanti. Nello stesso modo in cui sopravvivono ancora oggi le leggende e i reperti storici legati al mito di Rama, in Piemonte sono ancora vive le testimonianze culturali e storiche della presenza locale del Graal.
Possiamo citare la leggenda di San Eldrado in cui si può intravedere un evidente legame con la figura di Merlino e con col ciclo arturiano del Graal.
La leggenda si riferisce alle vicende di un nobile e ricco signore provenzale, divenuto monaco e responsabile dell’Abbazia di Novalesa, che si conquistò una fama di gran santità per le sue opere e i suoi miracoli. Questa figura ricorda quella di alcuni santi bretoni, come Saint Cornely di Carnai, vescovo a tutti gli effetti, ma raffigurato in una statua con il falcetto d’oro dei druidi in una mano e il vischio nell’altra. San Eldorado era noto per i suoi miracoli. Guariva con l’imposizione delle mani, specificità terapeutica dei druidi, ed era legato ad una particolare fontana che le successive tradizioni cristiane riportano come dispensatrice di olio benedetto.
Nei suoi ritiri spirituali San Eldorado meditava con la musica che, si dice, avesse appreso dagli usignoli delle foreste. Come Merlino, il santo venne intrappolato in una foresta da un sonno che durò per 300 anni. Possiamo ancora citare la leggenda della caverna del Mago, situata nel Musinè, una montagna ad ovest di Torino da cui si apre l’accesso alla Valle di Susa, colma di simbolismi legati al mito del Graal.
Le tradizioni valligiane narrano che in una grotta posta nel cuore del Musinè vivrebbe un mago che si era nascosto per compiere indisturbato i suoi esperimenti con gli strumenti rimasti della scomparsa città di Rama. A difesa del luogo ci sarebbe un enorme dragone tutto d’oro pronto a distruggere con il suo fiato infuocato ogni intruso che tentasse di avventurarsi all’interno della grande caverna.
In una piccola cripta esisterebbe uno smeraldo di immenso valore mistico, grande quanto un pugno di una mano d’adulto, da cui si diffonderebbe un’intensa e limpidissima luce verde che illumina tutto intorno.
La leggenda riporta che un signorotto del luogo, un certo Gualtiero, cercò di penetrarvi con degli uomini armati per appropriarsi dei tesori che sarebbero stati nascosti dentro questa caverna.
Entrarono in una sala illuminata dove sembrava che la luce venisse emanata dalle pareti stesse. Trovarono il mago seduto davanti ad una fontana d’acqua che sgorgava dalla roccia.
Il mago invitò gli intrusi a guardare nell’acqua del laghetto che all’improvviso divenne lattea e mostrò delle immagini che andavano formandosi.
Gualtiero e i suoi armati videro così apparire in sequenza soldati con armature che si combattevano, soldati vestiti solo con abiti blu e cappelli a tricorno sciamavano con archibugi in pugno, quindi grandi uccelli di metallo che lasciavano cadere oggetti che distruggevano una grande città e infine bruchi metallici che si muovevano tra le rovine della stessa città.
Gli intrusi, terrorizzati per quello che avevano visto, fuggirono dalla grotta. Ebbero modo di vedere dietro di loro il mago che saliva verso il cielo scortato da due grifoni tra un rumore assordante. Poi dei massi caddero dall’alto della montagna e chiusero l’ingresso della grotta che non verrà mai più ritrovata.
Nella Valle di Susa, della mitica città di Rama rimangono ancora molte testimonianze megalitiche tuttora visibili. Esistono dappertutto, dolmen e menhir di ogni dimensione, in valle e sulle pendici del Monte Musinè. A Villarfocchiardo si può osservare una grande pietra coricata su cui sono state raffigurate le tre fasi della Luna. Nella stessa zona, a San Didero, esiste il complesso megalitico delle ruote solari. Sulle pendici del Musinè è stata trovata una stele di cospicue dimensioni raffigurante una dea madre.
Negli anni ’70, sul pianoro denominato Pian Focero, o anche ‘il piano dei fuochi’, è stato rinvenuto un tempio solare, dove i druidi andavano a osservare le stelle. Era un antico luogo di culto che comprendeva una collinetta e un pianoro, un’ampia area dove si riunivano i fedeli del culto.
La collinetta che domina il luogo ricorda molto il fronte di una piramide Maya. Vi si può trovare anche una scala intagliata nella pietra che sale sino alla cima, dove sono stati rinvenuti tre mascheroni di fattura tolteci. Sul fronte della collinetta sono stati rinvenuti numerosi bassorilievi intagliati nella pietra, raffiguranti il sole fiammeggiante.
Possiamo ricordare la sopravvivenza, per millenni e fino ai giorni nostri, della cultura druidica che aveva come fulcro il culto solare e quello del fuoco e che ancora viene celebrata da alcune comunità contadine della valle con riti che riuniscono centinaia di persone di ogni villaggio nella valle.
Sino al secolo scorso erano noti i riti eseguiti dai ‘calderai’, le corporazioni metallurgiche della valle, che in certi periodi dell’anno si riunivano a danzare freneticamente intorno a grandi fuochi accesi in onore delle energie del fuoco e in ricordo del potere del sole. La divinità solare era celebrata per aver donato il carro celeste da cui era stato ricavato il grande disco d’oro forato, fulcro della cultura spirituale della zona. Le antiche tradizioni riportano infatti che in tempi immemorabili, dopo la caduta dell’oggetto celeste, fondendo il metallo di cui era fatto venne ricavata una grande ruota di due metri di diametro che costituì un riferimento di culto e di cultura iniziatica per le popolazioni di tutta l’area dove si era verificato il prodigioso evento.
Queste stesse popolazioni costruirono quindi un grande tempio sotterraneo strutturato sulla pianta di un immenso labirinto, simile al tempio che costruirono nell’antico Egitto sul lago Moeris, costituito da migliaia di stanze collegate tra loro. Al centro di questo labirinto, in una enorme sala sotterranea, vi posero la ruota d’oro che divenne il centro delle attività iniziatiche.
Quando, nei secoli successivi, l’Impero romano estese la sua influenza militare sul Piemonte, sconfiggendo e sottomettendo le popolazioni locali dei celti-taurini, il culto antico legato alla ruota d’oro si trasferì decisamente nel labirinto del tempio sotterraneo le cui grotte si estendevano dall’ingresso della Valle di Susa fino a raggiungere il fiume Po. Secondo la leggenda, il culto druidico avrebbe quindi ad esistere in queste grotte e sarebbe ancora presente nei giorni nostri. L’ingresso principale del grande tempio sotterraneo venne nascosto seppellendolo, come già fecero i Picti di Scozia per le loro pietre runiche, sotto una massa di terra e di pietre che cancellavano la loro ubicazione.
Al di sopra dell’area dove si trovava il labirinto sotterraneo venne quindi edificato il primo villaggio celtico che si sarebbe poi trasformato in un castro romano adibito al ristoro e all’intrattenimento delle truppe imperiali che erano in transito verso le zone nord europee. Della ruota d’oro non si seppe più nulla e oggi, secondo le credenze popolari, sarebbe ancora nascosta nel suo luogo originario, nel complesso di caverne che ancora esisterebbero al di sotto degli edifici della città di Torino, edificata in tempi successivi agli antichi avvenimenti.
Nel valutare la narrazione del mito del Graal, del racconto della leggenda di Fetonte e dell’esistenza della città megalitica di Rama, si comprendono i motivi della sacralità che era attribuita agli antichi druidi della Valle di Susa. Evidentemente qualcosa di molto particolare segnò la storia delle antiche popolazioni che abitavano il Piemonte, un evento tanto importante da creare miti e leggende in grado di perpetuarne il ricordo e il significato che gli fu da allora attribuito.
Forse è proprio da tutti questi eventi straordinari del lontano passato che ha radici il mito che vuole Torino come una città particolare posta al centro di un grande segreto di natura storica e mistica e che apparentemente, di riflesso, ospita da secoli una fucina di libera cultura e di ricerca posta tra passato e futuro.
Molto probabilmente, dietro a questi miti arcaici relativi al Vara, il ‘grande cerchio dello spirito’, vi sono anche le ragioni storiche e culturali che hanno contribuito alla nascita della convinzione che vede Torino come la città del Graal. Non c’è quindi da stupirsi che le credenze medievali indichino proprio il sottosuolo torinese come nascondiglio del Graal.
Esistono in proposito cronache del settecento che riportano le testimonianze dirette dell’esistenza di una rete di gallerie segrete esistenti sotto la città. Questi stessi racconti citano anche l’esistenza di accessi segreti che sarebbero situati nelle cantine dei palazzi più antichi di Torino, accessi che conducono ai sotterranei dove sarebbe nascosto il Graal.
Esiste anche una credenza popolare secondo cui nelle statue che adornano la chiesa della Gran Madre di Torino, sul Po, sono celati elementi simbolici segreti la cui interpretazione consentirebbe di avere indicazioni che rivelino il luogo esatto della città dove è nascosto il Graal.”
Il libro purtroppo non cita date o precise fonti, ma solo leggende raccolte nella Valle, comunque sembra testimoniare l’esistenza della cultura collettiva.

Per gentile concessione di: http://cittadirama.over-blog.com/article-antica-citta-di-rama-69011194.html

 

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Published by il conte rovescio - in Archeologia
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28 dicembre 2012 5 28 /12 /dicembre /2012 20:44

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L’impatto fu terrificante, il piccolo asteroide si schiantò sulla superficie di Marte ad una velocità di 50 chilometri al secondo, trasformando l’energia cinetica in un botto da migliaia di bombe “H” lasciando un cratere del diametro di tre chilometri. Frammenti di roccia marziana furono eiettate nello spazio infinito, se non infinito comunque bello grande. Uno di questi frammenti, un ammasso di cristalli multicolore grosso come una tanica da 20 litri, luccicando nel terribile vento solare, prese una direzione orbitale che l’avrebbe portato al pianeta di fronte, un bel pianeta, azzurro, verde, silenzioso, pulito, sereno. Proprio un bel pianeta perché si parla di circa… hmmm… vediamo un po’, beh 20 milioni di anni fa, mese più mese meno. Adesso le cose sono un pò cambiate, ma allora la meteorite marziana precipitò inesorabile in direzione dell’Africa, del Nord Africa, di un paesino sperduto del Marocco vicino ad Akka, dove diventa un’acondrite Zagami, rarissima, introvabile. Quasi introvabile!

"Non esistono luoghi noiosi ma solo viaggiatori impreparati”, però bisogna riconoscere che ci sono posti dove non c’è niente da vedere, dove non val la pena fermarsi, dove anche una sola fotografia è uno spreco, dove ci si ferma solo per una foratura, una sosta ecologica (o complicazioni batteriche intestinali varie…) o perché - come me - avete con voi un cercatore di sassi, di fossili o, peggio ancora, di meteoriti. Dico "peggio ancora" perchè i primi due qualche volta almeno si trovano, mentre i meteoritiu.... Un cercatore di meteoriti, ve lo posso assicurare, può sconvolgere qualsiasi programma di viaggio accuratamente preparato, figuratevi uno non accuratamente preparato.

Quando sale sull’aereo per Marrakech, Ammada Jones è un uomo felice: ha 48 anni, un buon conto in banca, un colesterolo sotto la media e grandi aspettative per il futuro. Sulla scaletta del volo Royal Maroc 401, il professore non immagina che il suo avvenire cambierà drasticamente nel giro di una quindicina di giorni, che il suo conto in banca scenderà sotto zero e il suo colesterolo salirà sopra quattrocento. Ammada Jones, detto anche “professore”, non è uno qualunque, è un cercatore di meteoriti, quelle pietre che arrivano dallo spazio a velocità pazzesche e se non si disintegrano in romantiche stelle cadenti, si schiantano al suolo restando lì per anni, che dico anni, centinaia di anni, migliaia di anni, milioni di anni!, perchè sembrano sassi qualsiasi. Non a tutti. Capita ogni tanto che un matto, armato di lente d’ingrandimento, microscopio portatile e supercalamita, le riconosca, le raccolga e le faccia sue. In fondo sono state stelle, magari per un attimo, il tempo di un desiderio, però lo sono state, cadenti anche questo è vero, ma se non cadessero nessuno le cercherebbe, non esisterebbe Ammada e sarebbe un peccato accidenti, un vero peccato per i suoi compagni di viaggio.

In attesa di partire verso il Sud, Ammada gironzola spavaldo nel suk di Marrakech alla ricerca -come sempre - di qualcosa di raro. Ad esempio, il dattero nero “Bonito” da 35 dirham al chilo, non è facile da trovare. Costano tutti meno, ma gira e rigira alla fine lo trova. Sarebbe quello da 32, ma contrattando con l’incredulo fruttivendolo Ammada riesce a strappare il prezzo “target” di 35 dirham. Ebbene, nonostante quanto riferito dalle biografie ufficiali è questo il momento catartico per il colesterolo di Ammada che nella mezz’ora successiva comincia l’ascesa inarrestabile verso valori mai misurati in nessuna sede dell’AVIS. La strada per Ouarzazate scavalca il Tizi nTichka, una barriera naturale di oltre 2000 metri tra le spianate digradanti verso l’Atlantico e le dune digradanti verso il Sahara. Il valico, invece di essere coperto di ghiaccio e neve come Ammada aveva previsto, vestendosi come per una sciata a Livigno, è una piccola Hong-Kong di negozi che espongono tutti le stesse cose, in particolare le stesse pietre: quarzi scintillanti di vernice, fossili color cemento, cemento color fossile e forse, forse rovistando tra le casse piene di cianfrusaglie potrebbe anche nascondersi una, anzi un … Ma no, non può essere possibile! Indomito, Ammada chiede. Non sa che chiedendo si trova qualsiasi cosa. "Dimmi quanti soldi hai e cosa cerchi, non c’è problema (a spenderli tutti, nda) non c’e problema, amico. Nessun problema." Mentre passa di fianco ad uno scaffale, Ammada sente qualcosa che tira nei pantaloni. Non può essere che la calamita, la impugna e comincia a far passare le mensole fino alla fatale attrazione magnetica, poi esce dal negozio stringendo tra le mani un pacchetto, lo deposita nello zaino con una delicatezza esagerata per un sasso che ha resistito milioni di anni in giro per l’universo e dovrebbe resistere anche alle sospensioni della Uno e alla guida paris-dakariana di Ammada.

"Quanti anni avrà?"
"Penso una trentina."
"Trent’anni?! Ma se hai detto che le meteoriti…"
"E’ una teiera per mia madre, gliel’avevo promessa. Non c’era niente d’interessante, qualche fossile… i soliti quarzi dipinti. Però il tizio del negozio mi ha raccontato di uno ad Erfoud, uno che ha trovato delle… cose rare. Non so... Ho qui l’indirizzo: signor Mohammed del negozio Les Turistes."
"Mohammed eh!? Non dovrebbe essere difficile trovarne uno..."

Ammada inforca gli occhiali da sole, tira su il collo della giacca multitask, di quelle che ci vuole mezz’ora a trovare le chiavi della macchina, calca in testa il cappello da esploratore, una passata di crema protettiva in faccia, fazzoletto tirato sul naso, guanti da autista di autobus e via sparati per Ait Benhaddou. Solito tramonto e solita alba alla casba del Gladiatore, uno spettacolo da finale proiezione di diapositive, ma di meteoriti neanche l’ombra. Sulla strada delle cento casbe, facciamo scorta di creme alla rosa e datteri da 32 dirham per la dose quotidiana di colesterolo. Ammada è già col pensiero nel deserto di Merzouga. Un’occhiata distratta alle casbe rosse della Valle del Dades, alle pareti nere del Todhra, al verde polveroso del palmeto di Tinerhir, alla foggara di Jorf, al sedere di Michela (che soffre di meteorismo) ed ecco Erfoud: la porta del deserto, il punto di partenza per le dune, la sede della festa dei datteri (e dei ditteri), che però è finita da un paio di settimane, accidenti! Dunque… vediamo, Les Turistes… Les Turistes …. Niente! Dopo un’ora a girare per il paese trascinandoci dietro una trentina di guide, tutte Mohammed e tutte amiche di qualche capogruppo di Avventure, decidiamo che è meglio chiedere. Ne approfittiamo per far benzina alla stazione Ziz dove con un colpo di tergicristalli ci liberiamo dei Mohammed sbagliati e con un colpo di culo troviamo il Mohammed giusto. Le Turistes è, infatti, proprio di fianco al distributore.

Ammada scompare all’interno del negozio mentre il resto della truppa si ferma ai tavolini del ristorante Dunes per fare il pieno di omelettes e patatine alla faccia del Ramadam che qui svuota le strade e gli stomaci, due cose che invece da noi son fin troppo piene, specialmente in Quaresima. Ammada riappare mentre tagliamo l’anguria. E' avvolto in un mantello azzurro da tuareg, confabula con due brutti ceffi che l’aspettano fuori dal negozio e poi tutti e tre scompaiono nelle stradine. Ne esce da solo circa mezz’ora piu’ tardi, mentre ci stiamo leccando dalle mani i residui mielosi dei dolci del Ramadam. Ammada salta in macchina senza toccare cibo. No, non si è convertito all’Islam: ha solo fretta di ripartire. "Mangiare è un’abitudine!” saccenta. 

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Ha avuto notizia di ritrovamenti nella zona del deserto nero, sulla strada per Taouz. Io a Taouz non ci volevo neanche andare. La pista per Merzouga comincia una decina di chilometri fuori da Erfoud. Non servono guide, basta seguire il traffico: dove è più intenso siete sulla strada giusta. Ammada dà il meglio di sè alla guida della Uno e finalmente trova una pista. I segnali non sono facili da seguire: è vero che ci sono i pali della luce, ma mica per tutto il tragitto, mentre gli altri segnali sono più difficili da interpretare. Ecco un cartello tra la nuvola di polvere lasciata dalla jeep davanti: hotel Jasmine. Diritti, proprio dietro la Nissan, ma a sinistra, accidenti alla sabbia - ce n’è di più in aria che in terra - n altro segnale: hotel Soleil Bleu. L’orizzonte è increspato dalle dune rosa dell’erg, ma come si arriverà fin là? Altro cartello, hotel ksar Sania: speriamo bene. Ammada è tesissimo, concentrato sulla la pista che è battutissima (sembra asfalto), poi finalmente un avvallamento, un mucchio di sabbia, una dunetta, e Ammada si esalta, gli occhi fissi sull’ostacolo, le mani strette sul volante. E’ solo un mucchietto di sabbia ma ce la facciamo: insabbiati!

Tutti a spingere, ma con calma perché c'è da fare la foto di rito. Quelli davanti hanno visto nello specchietto, parcheggiano e tornano indietro, quelli dietro scendono dalle jeep e dai bus e si precipitano a guardare, decine di macchine fotografiche puntano sulla ruota semi sommersa della Uno e sul suo pilota imbacuccato nello cheche azzurro, col gomito appoggiato al tettino dell’auto, il piede sul cofano, lo sguardo fisso verso il Sahara, il sorriso beffardo di che ce la fatta. Dieci minuti e siamo al Toumbouctou, un hotel tra i più cari, ma anche tra i meglio tenuti dell’Erg Chebbi. Ammada non capisce la smania di andare a dormire al bivacco tra le dune per sorbirsi uno scontato tramonto rosso sangue e un cielo che più stellato non si può. "Troppi romanticismi..." dice. Lui preferisce farsi portare al “deserto nero”, laggiù, verso Taouz, dove corre voce di “sassi strani” e da dove tornerà a piedi, solo, occhi a terra e calamita in allerta. Ma il deserto nero, lo dice la parola stessa, è troppo nero per distinguere le meteoriti. Bisognerebbe aspettare la notte e scoprire se al buio, in mezzo a tutto quel nero, non emerga qualche debole bagliore azzurrino di radioattività extraterrestre.

A forza di camminare guardando per terra, Ammada perde l’orientamento. La bussola non l’aiuta e nemmeno la tempesta di sabbia che impolvera l’orizzonte lontano e anche l’orizzonte vicino. All’improvviso, nella nebbia emerge un bagliore giallastro. Forse ci siamo... Non viene da Marte (altrimenti sarebbe rossastro), nè da Saturno (sarebbe azzurrino), non viene neanche da Mercurio (sarebbe gassoso) e nemmeno da Venere (sarebbe tutta curve), ma viene da Taouz anche se la calamita impazzisce vicino al faro del motorino Suzuki di Assam, il cuoco del Toumbouctou. Ammada accetta un passaggio dopo aver tirato sul prezzo come se fosse lui a fare un favore al motociclista, che potrebbe piantarlo lì a passare la notte tra la sabbia e i sassi.

Il giorno dopo, l’insaziabile professore trascina il gruppo nel Deserto Bianco dove i sassi dovrebbero risaltare in mezzo a quel candore piatto. In effetti prima dei siti rupestri si attraversa il fondo screpolato di un lago preistorico, bianco come neve e liscio come un biliardo. L’autista della jeep, che già aveva scarsa considerazione per questo gruppo che vuole andare nei posti più deserti del deserto, guarda rassegnato e sorpreso chi, invece di fotografare le onde dorate dell’erg, passeggia a testa bassa prendendo a calci i sassi e, qualche volta, raccogliendone uno per portarlo al professore che senza neanche guardarlo lo butta via. Ma in fondo cosa crede questo qui! Che noi si lasci le meteoriti per terra quando sappiamo benissimo che c’è gente disposta a pagarle a peso d’oro? Ritornare da Merzouga è più complicato del previsto perchè non ci rassegnamo alla nuova strada asfaltata fino a Rissani e - per ripicca - restiamo fuori dall’asfalto fino alla quarta foratura per poi piegarci al progresso facendo finta di correre sopra una grande meteorite nera, lunga quasi trenta chilometri. A Rissani saccheggiamo La Maison Tuareg mentre Ammada affoga la disperazione in un cesto di datteri mielosi. Un po' li mangia, ma i più li spalma su guance e braccia cercando di assorbirne la polpa per osmosi. Quando lasciamo le invisibili rovine di Sijilmassa spinti da una violentissima tempesta di sabbia, del “professore” si vedono solo gli occhi e i denti, unici segni di vita in mezzo ad un disgustoso impasto di sabbia, zucchero e cocci di ceramica romana.

Sulla strada per Tazzarine, la sabbia viene spazzata via da un temporale scatenato come non si vedeva da anni. Non abbiamo incontrato anima viva da quando siamo partiti da Rissani, non ne incontreremo fino a Nekob. Le montagne del Saghro si intuiscono tra la pioggia. Sono rosse, viola marroni... sembra di essere su Marte e sarà per questo che Ammada ferma la macchina e scende a scrutare la pianura sassosa. Non si sa mai. In questo modo sgombriamo ogni dubbio sul fatto che ci fermiamo nei posti più assurdi, avremo foto che nessuno ha mai fatto, anche foto di niente, soprattutto foto di niente. Una volta risalito in macchina, Ammada, bagnato fradicio, confessa che durante il tragitto in moto, Hassan ha parlato di uno strano personaggio, un cercatore di meteoriti professionista che lavorerebbe in un hotel di Tamegroute, e di una meteorite straordinaria ritrovata nel deserto oltre Mahmid, una condrite. Ammada non è certo che il motociclista abbia detto una condrite o un’acondrite. Mentre si viaggia in moto su una pista del deserto è difficile percepire un apostrofo, a meno che questo coincida con un calo di potenza del motore, ma non è facile comunque. Sembra che con l'apostrofo la meteorite acquisterebbe un valore incommensurabile: un conto è una condrite, tutt'altra storia sarebbe un’acondrite.

Dal sedile posteriore, Laura azzarda una terza ipotesi, cioè di un acondrite senza apostrofo, ma maschile. Ammada sbuffa. Dice che se la “a” è attaccata alla condrite va bene lo stesso, maschile o femminile per lui uguale è. Incrocio lo sguardo attonito di Laura e capisco che per noi c’è una bella differenza! Ne discuteremo meglio dopo la Valle del Dra, così bella da assorbire completamente la nostra attenzione. Qualcuno scatta delle foto, poche, per inserirle quando sarà il momento tra quelle dove non si vede niente. Vorremmo trovare dei point-view di nostra iniziativa, ma i migliori sono quelli dove aspettano i venditori di pietre, di pugnali, di piatti, di gioielli berberi e di datteri, quelli dove i bambini aspettano nascosti sotto il bordo della strada per piombare attorno alle macchine appena si fermano. Scorci fantastici si susseguono, a Tinzouline, alle gole dell’Azlag, terrazze ricavate sui tornanti affacciate a palmeti immensi, verdi e impolverati perché quest’anno è piovuto pochissimo. I palmeti riempiono le pianure dalle rive del Draa fino ai piedi di montagne gialle, rocciose, dietro alle quali s’intuisce la presenza del deserto.

Sono le ultime pieghe della terra prima del nulla. I paesaggi sono stupendi e ci aspettiamo un rifiuto di Ammada a fermarsi e invece… invece dovete sapere che il prodotto tipico della valle del Draa sono i datteri, che la stagione è appena cominciata, che sono quasi meglio di quelli di Erfoud e che per tutta la strada scatole e cestini vengono infilati nei finestrini. Nella foga degli acquisti, Ammada paga i consueti 35 dirham sia per il cestino da un etto che per la scatola da un chilo. Arriviamo a Zagora con la macchina piena di nocciolini, i denti pieni di carie e il colesterolo di Ammada oltre i quattrocento, senza contare il volante e i sedili così appiccicosi che non riusciamo a cambiare posizione per i successivi tre giorni.

Raggiungiamo Tamegroute, il villaggio con la biblioteca coranica, i laboratori di ceramica, la medina sotterranea e l’hotel della condrite (o dell’acondrite), dove scopriamo la differenza: il professore ha spiegato che una condrite ha le condrule, piccole gocce di minerali condensati dovuti al raffreddamento dei roventi vapori di materia nebulosa solare, mentre un’acondrite è un pezzo di pianeta, dove le condrule si sono fuse fino a diventare magma. Ora si tratta di sapere il motivo per cui i sassi senza palline valgono più di quelli con le palline, ma qui si tratta di complicate regole di mercato. In cambio, Ammada ha svelato il mistero per cui la salinità degli oceani sia rimasta costante nel corso degli ultimi milioni di anni, una cosa che mi chiedevo dai tempi in cui imparavo a nuotare sulla spiaggia di Bellaria. Tamegroute è un paesotto a pochi chilometri da Zagora, sulla strada per Mahmid. Nel villaggio c’è una biblioteca coranica così famosa che molti negozi hanno preso il suo nome “Biblioteque Coranique”. La Biblioteca, quella vera, si trova dopo la piazzetta, sulla destra. A sinistra c’è un buon ristorante il Jnane-Dar con alcune tende berbere e mezza dozzina di camere, oltre ad una simpatica proprietaria bionda. Dopo mangiato ingaggiamo un paio di bambini per visitare la medina sotteranea, un intricato dedalo di stradine buie e strette che conducono sempre in un negozio di ceramiche. Ammada lo perdiamo alla seconda galleria, ma lo ritroviamo nella piazzetta della Zaouia dove sta mostrando al posteggiatore il biglietto col nome dell’hotel, quello col cercatore di meteoriti. L’hotel si chiama Repos Des Sables e con le indicazioni avute da Ammada non l’avremmo mai trovato se si fosse trovato proprio sulla strada per Mahmid, cinque o sei chilometri dopo Tamegroute. L’hotel è davanti alle tre dune di Tinfou che si possono raggiungere a piedi in dieci minuti, ma solo se non avete niente da fare perchè sono molto deludenti per chi è già stato a Merzouga. Molto meglio il panorama lungo la strada verso sud sulla quale si rivedono dune vere e si attraversa la graziosa oasi di Oulad Driss prima di arrivare alla fine della strada.  Clicca per ingrandire Clicca per ingrandire

Insieme a Michela e Laura, aspetto davanti all’ennesimo cafè au lait che Ammada si faccia turlupinare da un altro venditore di sassi. La notizia dell’arrivo del professore corre più veloce delle Uno e appena ci fermiamo c’è un sassista che ci viene incontro a colpo sicuro. Non credo stia già circolando la foto di Ammada, quindi è probabile che lo riconoscano dalle tasche della giacca piene di pietre e dai datteri appiccicati alle dita. A Mahmid viene organizzata una delle più grandi truffe meteoritiche nella storia del Marocco. Ammada ci raggiunge felice come una Pasqua, ma dobbiamo pagargli il the perchè non ha più una lira. Davanti al bar passa un pick-up strombazzante pieno di luci e festoni multicolori, stracarico di gente in festa nonostante il Ramadan. Ammada saluta l’autista e un paio dei passeggeri. Sono i mercanti di meteoriti che gli hanno appena venduto un pezzo “molto, molto raro”.

Guardo le ragazze e nascono i primi dubbi sull’affare concluso da Ammada che, passata la baraonda, rimane con la mano destra alzata in segno di saluto e lo sguardo fisso sulla sinistra che stringe la meteorite. Il dubbio disegna sul suo viso una ragnatela di rughe mentre nel palmo della mano luccica un sasso troppo, troppo simile a quelli dei marciapiedi… Al Repos des Sables, una volta riusciti a venir fuori dalle camere che hanno le serrature Dogon non perfettamente lubrificate, troviamo Ali, il cercatore. Lo troviamo in quella che potremmo chiamare sala da pranzo, ma potremmo chiamare in qualsiasi modo perchè lì dentro si fa di tutto. Sui divani attorno a due tavolini alti una spanna sono stravaccati tre ragazzi, una ragazza e un cercatore di meteoriti berbero. Come l’ho riconosciuto? Semplice, gli altri sono tutti biondi-nordici. Ali sta chiacchierando in berbero con Ammada che risponde in veneziano. Il berbero lavora in hotel come cameriere-cuoco-portiere-di-notte-cercatore di meteoriti.

E' un bel tipo, alto quasi due metri, occhi neri, pelle olivastra, lo cheche attorno alla testa, un sorriso accattivante che biancheggia tra il nero della barba e dei baffi e un’aria così rilassata che vien voglia di stare ad ascoltarlo, anche senza capire una parola. Sarà per gli occhi, per il sorriso, per la voce o sarà per le canne che distribuisce a destra e a manca? Stanno fumando tutti, sia i ragazzi sul divano di fronte, sia le ragazze sul divano di fianco, che poi sono le mie compagne di viaggio, mie e di Ammada, l’unico che non fuma. Oddio, non fuma direttamente, ma da come inspira direi che assorbe completamente il fumo passivo della camerata. Ali guarda Ammada con una divertente espressione a metà tra l’incredulo e il curioso, più verso l’incredulo. Ci accatastiamo in otto sul divano e con la scusa del freddo mi stringo abbastanza da strusciare le tette di Laura ma senza perdere un attimo della scena di fronte. Ammada è eccitatissimo mentre il berbero continua ad arrotolare una canna dopo l’altra passandole alla prima mano tesa.

- Acondrite o condrite? – sta bisbigliando Ammada sul naso del berbero.
- Acondrite. – ripete Ali con calma. – Acondrite, vera acondrite. Sicuro. -
- Sicuro? –
- Sicuro. Acondrite. – ripete paziente Ali, poi sussurra nell’orecchio del professore qualcosa di straordinario, perchè Ammada spalanca gli occhi, spalanca la bocca, spalanca le orecchie e spalanca le narici per tirare su un’altra nuvolata di fumo.
- Cosa tè ga dito?!?!? – urla sotto voce.
- Zagami. -
- Xagami … con la xeta de xebra?!?!?! -
- Zagami, tu capisci italiano? -
- Gò capio, gò capio, ti fa davero, xagami. –

Ali si protende sul tavolo verso di noi, ci fissa uno a uno, si toglie dalle labbra la sigaretta ammosciata dalla saliva, e a bassa voce scandisce: - Za-ga-mi. – Guardiamo la sua faccia misteriosa, tra il fumo e i resti del couscous, i nostri sguardi sembrano chiedere: “che cazzo è la zagami?”. - Che cazzo è la zagami? – chiede infatti Michela, protendendosi anche lei sopra il tavolo e guardando Ali con occhi spiritati.- Meteorite marziana! –

Michela con movimeno lentissimo, prende la sigaretta ammosciata dalle dita di Abdul, la guarda disgustata e me la passa. Che schifo! Fingo una tirata e la passo a Laura. Ammada prende Ali e se lo tira di nuovo vicino: - Bikam fulus…. Quanti schei? –
- Tanti. – risponde il berbero.
- Dove xea? – chiede il professore speranzoso.
- Lontano… molto lontano. –
- Dove? – ripete Ammada deciso ad avere la preziosa indicazione.
- Akka.-
- Accà dove? –
- No qua, Akka. – ripete Abdul tranquillo. – Lontano dopo Tata, dopo Akka, dopo Icht, verso la frontiera proibita, è un piccolo villaggio, si chiama Tizgui. -
Ammada si rilassa, s’appoggia al muro, inspira profondamente, poi mi guarda. - Ci passiamo? –Sfilo la mano da sotto il maglione di Laura, prendo la EDT e cerco nell’indice. Nessuna traccia di Tizgui.
- Boh, non è segnato. Vediamo la Polaris - niente, però c’è una nota di Gaudio che consiglia di contattare un certo Khalid, c’è il numero di telefono, c’è scritto che e’ il maggior esperto delle incisioni rupestri della zona, c’è scritto che abita in un paesino di nome Tizgui. Alle due, Ammada e Ali stanno ancora chiacchierando. I nordici dormono sul divano, le birre sono finite e le canne pure. Vado a letto con la mente rintronata dal fumo e dalle meteoriti. Non sono sicuro di entrare nella camera giusta, e nemmeno Laura. Fuori l’aria è fredda e limpida. C’è un cielo bellissimo: le stelle sembrano non finire mai...

Il giorno dopo corriamo tra le meraviglie del Marocco. Al mattino, la valle del Draa sembra ancora più bella. Ad Agdz attraversiamo la piazza e, dopo la porta, prendiamo una strada a sinistra che dopo una dozzina di chilometri diventa pista e sfiora un paio di villaggi intrufolati tra la terra rossa e il verde polveroso delle palme. A Foum Zguid pranziamo con formaggini, datteri e dolci del Ramadan. Mrihimina manco la vediamo e a Tissint cerchiamo un paio d’erbe miracolose per abbassare il colesterolo di Ammada. Solo dopo Tissint, il paesaggio lunare attira l’attenzione anche del professore. Sulla destra, un un tavolato di roccia biancastra, tutta frastagliata in canyon dendritici e pinnacoli pennellati dalla viva luce del sole e dalle relative ombre. E’ un posto affascinante, ma ci fermiamo per forza perchè il sole negli occhi impedisce di vedere la strada e già un paio di volte ci siamo trovati contromano. Ammada vaga estasiato tra le insenature e le crepe del terreno lunare e quando ripartiamo il sole è appoggiato sull’orizzonte, la luce ormai fredda e non fastidiosa. Arriviamo a Tata la rossa che è buio pesto. Al Renaissance, stanze e cena ci ripagano dei quattrocento e passa chilometri sciroppati oggi. Pensare che Ammada voleva tirare avanti...

Sul terrazzo dell’hotel mi accordo con Abdul della Maison Tuareg per la visita di domani. Ammada apre la Polaris e chiede ad Abdul se conosce quel Khalid consigliato da Gaudio. Abdul vede che sulla guida c’è anche lui e sorride soddisfatto. Proviamo a telefonare al numero indicato, ma un operatore comunica qualcosa in arabo. Proviamo a rifarlo: niente da fare. Ammada si accascia sul tavolo. Abdul prende la guida e sparisce nel buio dopo averci detto di raggiungerlo al negozio. Percorriamo le strade animate dal dopo-ramadam. Le flebili luci dei lampioni si riflettono sulle piastrelle di ceramica che tappezzano i portici. In piazza la gente è ammassata nei caffè per assistere ad una partita della Coppa d’Africa di calcio.

Abdul ci aspetta. Allineate ai suoi piedi, una decina di pietre attirano per poco l’attenzione di Ammada: oltre alle meteoriti, Abdul ha trovato qualcuno che conosce Khalid di Tizgui e ne ha recuperato il numero di telefonino. Proviamo. Niente da fare, non risponde nessuno. Ormai è notte: riproveremo domattina. Raggiunte le camere, riesco a riposare nonostante le urla belluine dei tifosi che scorrazzano per le strade festeggiando la vittoria del Marocco per tre a zero. La gente, tanta, va avanti e indietro per la via principale di Tata sbraitando e cantando finché non arriva l’ora della seconda cena post-ramadan. Solo allora ritorna la calma e il silenzio, ma solo in città perchè nella mia camera qualcuno russa così forte che al confronto i tifosi del Marocco erano un coro di voci bianche che cantavano una ninnananna.

Dopo colazione, finalmente Khalid risponde al telefono e fissiamo un appuntamento lungo la strada nei dintorni di Icht. Ammada freme d’impazienza. Durante il giretto al mercato e all’oasi di Afra lui aspetta in auto, pronto al volante, sbuffando. Quando saliami in macchina, parte sgommando. Dopo cinque chilometri, un segnale stradale piovuto dal cielo dice che stiamo andando nella direzione da cui siamo venuti ieri sera. Immediato testa coda, sfioriamo un frontale con la Uno che ci segue e Michela tira su il medio. Riattraversiamo Tata e ne approfittiamo per recuperare i bagagli dimenticati in hotel a causa della fretta. Dovremmo incontrare Khalid a dodici chilometri esatti da Icht e, influenzati dalla tensione di Ammada, contiamo i chilometri sulle pietre miliari fino al bivio col cartello Icht 12.

Sulla strada c’è un barbone avvolto in un burnus marrone scuro, con in mano una borsa di carta tipo Iper e in faccia un’espressione da extracomunitario che fa l’autostop sulla A4. Ci fermiamo per chiedere se conosce Khalid allungandogli qualche dirham. Lo conosce. E’ lui. Dalla borsa dell’Iper vengono fuori fotografie e cartine dettagliate dei siti rupestri. Ci andiamo al volo.

Il silenzio rende suggestivo questo posto in mezzo al deserto, con l’Algeria ad un tiro di schioppo, e di tiri ne hanno tirati parecchi qui attorno. Le incisioni rupestri si trovano lungo una dorsale rocciosa e rappresentano gazzelle, struzzi, altri animali e un paio di cacciatori. Naturalmente Ammada ignora la zona delle incisioni ed esplora la pietraia circostante. Lo vediamo inginocchiarsi, smuovere con delicatezza la sabbia e raccogliere una reliquia, adorarla sul palmo della mano e ridepositarla a terra. Quando lo raggiungiamo ha in mano frammenti di utensili e due punte di freccia: una, in ossidiana, è veramente bella, affilata e artisticamente lavorata; l’altra, del periodo “Ateriano”, è una punta di freccia solo per lui, ma fingiamo di restare affascinati per non rovinare l’atmosfera magica del luogo. Ammada invita a rimettere le cose al loro posto, i siti archeologici non debbono essere depredati, se non dagli esperti. Riprendiamo le auto e facciamo un tour verso i paesini dei dintorni, alcuni soffocati nella sabbia, altri appollaiati sulle rocce, uno in riva ad una sorgente in cui i bambini sguazzano felici. Tornando verso Icht arriva il momento cruciale. Ammada chiede distrattamente a Khalid se nei dintorni si trovano meteoriti. "Meteoriti? Pieno. Pieno come uno sciame di asteroidi!" Di che tipo? "Di tutti i tipi!"

La Uno sbanda, Ammada abbassa la voce. Non sento la conversazione, impegnato come sono a guardare la strada sperando che non arrivi nessuno dall’altra parte mentre l’auto prosegue a zig-zag. Sento bisbigliare e intuisco poche parole, di cui una è sicuramente Zagami. Zagami, la meteorite marziana. Ammada annuncia una sosta fuori programma. Poco lontano c’è una piccola oasi dove possiamo organizzare un pic-nic all’ombra delle palme mentre lui va con Khalid ad incontrare un famoso cercatore di meteoriti, anzi un’intera famiglia di cercatori di meteoriti. L’oasi c’è davvero, un pugno di palme attorno ad una sorgente d’acqua fresca che alimenta una piscina naturale in mezzo a piccole dune dorate che discendono ondeggiando fino alla striscia grigia dell’asfalto. La Uno di Ammada scompare nella polvere al di là della strada, verso l’orizzonte, verso il nulla, il suo ambiente preferito. Abbiamo il tempo di esaurire le scorte di pane, formaggini e banane, sdraiarci in relax sul bordo della sorgente, abbronzarci sulle dune. Anzi, abbiamo tutto il tempo per scottarci sulle dune, abbiamo troppo tempo. Scalo la duna più alta con la speranza di scorgere la nuvola di polvere tornare verso l’oasi. Niente. Passa un’ora, passano due ore. Niente. Quando, nel tardo pomeriggio, un’increspatura annuncia qualcosa in arrivo, sono pronto a fare un cazziatone al professore per averci abbandonato nell’oasi sconosciuta aspettando un cercatore di meteoriti.

Sembra un titolo della Wertmuller... L’auto non è bianca, non è la Uno. Arriva nell’oasi e scende Khalid. Dov’e’ Ammada? Non possiamo aspettare i suoi comodi, non possiamo passare la notte qui! O possiamo? Khalid è agitatissimo, mi urla qualcosa in faccia, ma per me è arabo. E’ arabo anche per gli altri. In effetti è proprio arabo, però si capisce che qualcosa che non va. M’invita a seguirlo.

Balzo sulla R4 color panna andata a male, gli altri seguono con le auto rimaste. Raggiungiamo l’asfalto, lo attraversiamo e ci inoltriamo nel deserto sassoso dove era sparito il professore. Corriamo in fila indiana per circa un’ora rischiando di scassare le macchine mentre Khalid è teso. Si capisce che è successo qualcosa di grave. Superiamo un gruppo di tende marroni, l’accampamento dei cercatori. Non c’è nessuno perchè sono raggruppati una ventina di minuti più avanti, con un paio di jeep e quattro cammelli, attorno ad un fuoco, anzi attorno ad un fumo, una colonna di fumo scuro e denso. Parcheggiamo e appena scendo mi viene incontro un santone con la testa in un lenzuolo blu che lascia vedere solo gli occhi, blu anche quelli. Mi prende per un braccio e mi tira lontano, verso i cammelli. Parla bene francese e spiega che Ammada si è fermato all’accampamento e ha cominciato a discutere con i cercatori riguardo ad una meteorite, una meteorite rarissima, quella che Ammada non aveva neanche il coraggio di nominare. La Zagami ha preso il nome da una località nigeriana dove è stata rinvenuta per la prima volta, sembra che da analisi effettuate sia un frammento della superficie di Marte e più esattamente una roccia solidificatasi 1.300 milioni di anni fa nelle profondità di qualche vulcano. La banda di cercatori ha cercato di piazzare ad Ammada una Zagami falsa, ma lui s’è incavolato, ha preso la Uno e si è allontanato dall’accampamento per tornare da noi, naturalmente prendendo la direzione sbagliata. Lo hanno inseguito per avvisarlo e qualche chilometro dopo hanno visto l’auto ferma in mezzo alla distesa di sabbia e pietre. Mentre si avvicinavano, improvvisamente qualcosa è venuto giù dal cielo in una scia infuocata ed è andato a schiantarsi, con un tuono spaventoso e come se avesse preso la mira da milioni di anni, proprio sulla Uno.

Non posso crederci, corro anch’io sul luogo del disastro. Della Uno è rimasto gran poco, giusto la carrozzeria. E' come se un missile l’avesse attraversata di netto sfondando tetto, sedili e pianale lasciando un piccolo cratere fumante. In mezzo al cratere, una pietra incandescente lancia sinistri bagliori rossastri come una grossa cicca di sigaretta che si spegne. Di Ammada non c’è traccia e non c’è neppure una goccia di sangue sul relitto. Un giorno Ammada aveva spiegato che una meteorite ritrovata dopo averne visto la scia si chiama “caduta”, se invece viene rinvenuta per caso si chiama “ritrovamento”, ma se è la meteorite a trovare il cercatore allora dovrebbe chiamarsi “sfiga”. Se fosse qui Ammada troverebbe il nome giusto, invece l’abbiamo perso per sempre. Forse riapparirà da qualche parte con un pezzo di meteorite marziana in mano, col sorriso beffardo sulle labbra, col colesterolo alle stelle. Forse sarebbe riapparso quando meno ce l’aspettavamo, come succedeva ogni volta che esplorava da solo le pietraie deserte, testa bassa, lente e calamita in mano, o forse non sarebbe riapparso mai più.    

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27 dicembre 2012 4 27 /12 /dicembre /2012 23:20

 

 

 

 

 

 

 

Mentre le tecniche di taglio dei costruttori delle piramidi antiche sono stati un argomento costante di discussione, non hanno ricevuto la stessa attenzione e polemiche, come i metodi proposti che sono stati utilizzati per il sollevamento e il trasporto di enormi blocchi di pietra ciclopiche.Mentre egittologi e credenti ortodossi nei metodi primitivi sostengono che i blocchi enormi sono stati spostati e messi in posizione usando il potere solo l'uomo, esperti di pesi mobili pesanti che utilizzano le gru moderne gettare dubbi in materia. Entro le sue mura del castello, costruito con blocchi di corallo del peso di circa 15 tonnellate ciascuno, aveva un 22-ton obelisco, un ragazzo di 22 tonnellate blocco di luna, di 23 tonnellate Giove blocco, un blocco di Saturno, a 9 tonnellate cancello, una sedia a dondolo che pesava 3-tonnellate e puzzle numerosi.Un enorme blocco di 30 tonnellate, che egli considerava essere il suo grande risultato, ha coronato con una pietra a forma di timpano.  Questi risultati personali hanno molti ingegneri stupito e sorpreso e tecnologi, che li confronta con quelli ottenibili attraverso gli addetti alla manipolazione pesi simili nell'industria di oggi.

Entro le sue mura del castello, costruito con blocchi di corallo del peso di circa 15 tonnellate ciascuno, aveva un 22-ton obelisco, un ragazzo di 22 tonnellate blocco di luna, di 23 tonnellate Giove blocco, un blocco di Saturno, a 9 tonnellate cancello, una sedia a dondolo che pesava 3-tonnellate e puzzle numerosi.Un enorme blocco di 30 tonnellate, che egli considerava essere il suo grande risultato, ha coronato con una pietra a forma di timpano.  Questi risultati personali hanno molti ingegneri stupito e sorpreso e tecnologi, che li confronta con quelli ottenibili attraverso gli addetti alla manipolazione pesi simili nell'industria di oggi.

Edward Leedskalnin (Ed) nacque in Lettonia nel 1887. L’amore della sua vita, che egli chiamava solamente “Dolce Sedicenne”, lo abbandonò proprio il giorno in cui avrebbero dovuto sposarsi. Così, partì per l’America, si stabilì in Florida e lì, iniziò a costruire un’opera gigantesca con l’intento di riconquistare l’amore perduto. Costruì, dal 1920 al 1940 circa, una grande abitazione di corallo su 4 ettari di terra, ma la cosa strabiliante è che la fece tutto da solo! Non si fece aiutare da nessuno. Lavorava solamente di notte e quando venivano a trovarlo, sospendeva temporaneamente i lavori, per poi continuare quando i suoi ospiti se ne andavano. Quando vi lavorava, da lontano si potevano scorgere solamente lampi nel buio della notte provenire dal sito in costruzione. Edward Leedskalnin, alto solamente 1 metro e 52 centimetri, pesante solamente circa 50 kg, era misteriosamente capace di sollevare pietre pesanti diverse tonnellate (fino a 30 t.), modellarle e collocarle, anche in bilico, in punti impervi.

Entrando nella reggia che Ed aveva costruito per Agnes, si rimane incantanti dall'imponente struttura che ci accoglie.
Una delle sculture più importanti e degne di nota è lo stesso portale di accesso alla struttura: il “Nine ton Gate”. Esso è costituito da un unico blocco di pietra corallina largo 2 metri, alto 2 metri e 30 cm, profondo circa mezzo metro e dal peso approssimativo di appunto 9 tonnellate. Questo incredibile monolito dista dalle pareti del castello esattamente 6 mm da ambo i lati. Molti ingegneri e scienziati si sono recati sul luogo per cercare di capire come Ed abbia potuto trovare il baricentro esatto dell’enorme blocco di pietra. Esso è talmente ben equilibrato nel suo asse che anche un bimbo lo avrebbe potuto aprire con la semplice pressione del suo dito. Dico “avrebbe” perché oggi non è più cosi. Nel 1986 infatti, un gruppo di ingegneri e di scienziati rimossero il portale per compiere degli studi su di esso. Per rimuoverlo furono utilizzati 6 uomini ed una gru da 50 t. Una volta rimosso il portale fu scoperto che Ed centrò e bilanciò il pezzo di roccia da 9 t perforando perfettamente dall’alto al basso i 2,30 m di portale facendo passare attraverso di esso un’asta di ferro che poggiava su di un vecchio cuscinetto di un camion. In questo modo il portale poteva aprirsi ruotando sul proprio asse. Oggi solo un perforatore ad alta velocità laser-controllato potrebbe fare lo stesso lavoro. Il Portale, equipaggiato con i nuovi cuscinetti, con l’albero sostituito, nuova lubrificazione ed una CoralCastle.jpgrilegatura dei pezzi di pietra con un adesivo particolare, fu rimesso al suo posto il 23 luglio 1986. Il risultato fu un duro colpo per i ricercatori e per i gestori del castello: il monolito non era più perfettamente equilibrato e perse definitivamente la sua capacità di ruotare anche per ore con una semplice spinta. La "coral stone" è meravigliosa. Ma quanto pesa? I muri sono spessi e sono costruiti con pietre che pesano 6 tonnellate. Uno degli oggetti preferiti da Ed, "The Rocker", una sedia a dondolo di roccia, pesa 10 quintali!
Nella fontana della Luna, che rappresenta le fasi lunari: luna crescente, piena e calante, i quarti di luna pesano 18 tonnellate ciascuno. La luna piena, pesa 23 tonnellate: ventitré-mila-chili!
Il Great Obelisk, l'obelisco alto oltre 8 metri arriva a sfiorare i trentamila chili: 28 tonnellate di pura pietra. Come si sposta una pietra da sei tonnellate? E una da 9? E una da 28, alta 8 metri?

Poteva bastare l'argano costruito da Ed con tre pali del telefono?
l’unica affermazione sul metodo di costruzione proviene dal costruttore stesso il quale affermò:
“Ho scoperto i segreti delle piramidi. Ho trovato come gli egizi e gli antichi costruttori in Perù, Yucatan e Asia, unicamente con attrezzi primitivi, trasportarono ed eressero blocchi di pietra pesanti parecchie tonnellate.”

Nessuno però ha mai visto lavorare Ed: ha costruito tutto questo castello pesantissimo senza nessun aiutante, lavorando, da solo, da mezzanotte all'alba. Tra le cose che ha usato per l'edificazione della sua reggia, ci colpiscono alcuni oggetti strani: bottiglie avvolte da filo di rame, e sintonizzatori radio. Come ha fatto a tagliare e a spostare queste pietre da solo?
E perché non voleva che nessuno lo vedesse? Una delle poche immagini di Ed, lo mostra accanto ad un tripode realizzato con un semplice sistema di carrucole e pali di legno. Secondo molti non poteva bastare a spostare i massi di Ed. Non con la semplice meccanica dell'argano. Doveva servire a qualcos'altro: il segreto era in una scatola montata in alto...
In molti credono che Ed avesse trovato il modo per sconfiggere la gravità. Per i suoi complessi calcoli astronomici, tra cui il disegno della reale orbita che la Terra compie intorno al Sole, Ed ha usato un Telescopio Polare che pesa circa trenta tonnellate e punta sempre la Stella.

Secondo ricercatori considerati eretici, il segreto sarebbe nel magnetismo terrestre. In un suo scritto Ed Leedskalnin affermò infatti:
"Tutta la materia consiste di magneti individuali, ed è il movimento di questi magneti nella materia attraverso lo spazio che produce fenomeni quantificabili come il magnetismo e l'elettricità."
Da un punto di vista scientifico questa affermazione ha ben poco senso ma secondo molti contiene la chiave per decifrare la tecnica di minimizzazione della forza di gravità.
L'idea è che tutta la materia abbia delle proprietà magnetiche e che basta avvolgerla con del filo di rame e poi mandare il giusto impulso radio per annullare la sua gravità. Un impulso che potrebbe partire da una piccola stazione radio, che secondo molti era nascosta nella scatola sopra il tripode usato da Ed.
 
 
 
 
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27 dicembre 2012 4 27 /12 /dicembre /2012 20:44
Durante degli scavi stradali, a fine Febbraio 2011 in Cina è stata rinvenuto il corpo di una donna contenuta in un sarcofago.Il corpo risale alla Dinastia Ming. Attualmente si trova presso il museo locale.
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10 dicembre 2012 1 10 /12 /dicembre /2012 22:34
ImageTunnel Borbonico 
 E’ ritornato alla “luce” il Tunnel Borbonico, per lunghissimi anni abbandonato, grazie all’impegno del dr. Gianluca Minin e del dr. Enzo De Luzio: un altro gioiello sotterraneo che contribuisce a rendere ancor più preziosa la città. Fu realizzato per volere di Ferdinando II di Borbone con decreto 19 febbraio 1853, che incaricava l’architetto Errico Alvinodi progettare un viadotto sotto il suolo. Il percorso doveva congiungere il Palazzo Reale con piazza Vittoria, passando per Monte Echia al fine di creare una strada rapida per l’esercito borbonico in difesa della Reggia. Lo scavo partì dalla montagna in via Pace, oggi via Domenico Morelli, l’attuale accesso al tunnel, diramandosi in due gallerie parallele per circa 84 m, fino a giungere alle Cave Carafe. Da qui si continuò con un’unica galleria. Gli scavi interrotti nel 1855 prima di realizzare seconda uscita, per motivi politici, furono terminati solo nel 1939, quando la cava fu riutilizzata come ricovero bellico. Il Tunnel fu fatto costruire, nel 1853, da Ferdinando II di Borbone che, preoccupato dai focolai di rivolta, fece realizzare una via di fuga dal Palazzo Reale alla caserma di Via della Pace. L’opera non fu completata e, durante la seconda guerra mondiale, fu utilizzata dai residenti di Monte di Dio come ricovero bellico, per poi diventare il Deposito Giudiziale Comunale. 

La guerra ha lasciato il suo segno anche nel sottosuolo. Ci sono le scritte, le brande, i messaggi di speranza e di disperazione di chi quel periodo l’ha vissuto e ne mantiene ancora viva la memoria. Lungo il percorso le testimonianze, 530 metri in cui i visitatori possono scoprire storia di vita reale. Si procede per le vie, per nulla anguste, fino all’incrocio con la rete di cunicoli e cisterne dell’acquedotto seicentesco, vere e proprie cattedrali, dove lavoravano i “pozzari”, gli unici conoscitori del sottosuolo di Napoli.
La necessità di approviggionamento idrico insieme a quella di sopperire alla mancanza di materiale da costruzione, hanno determinato, fin dall’epoca greca, la realizzazione di una serie di grandi cisterne oggi visitabili in questa parte di Napoli sotterranea. La progressiva e rapida espansione della città portò in breve alla realizzazione di un vero e proprio acquedotto che permetteva di raccogliere e distribuire acqua potabile grazie ad una serie di cisterne collegate ad una fitta rete di cunicoli e che venne abbandonato solo nel 1885 dopo una tremenda epidemia di colera.
Con l'avvento degli Angioini, nel 1266, la città conobbe una grande espansione urbanistica con la conseguente estrazione del tufo dal sottosuolo per costruire nuovi edifici pratica che si intesificò tra la fine del 1500 e per tutto il 1600 in seguito ad alcuni editti che proibivano di introdurre materiali da costruzione in città.
Durante la Seconda Guerra Mondiale furono allestiti in tutta Napoli 369 ricoveri in grotta e 247 ricoveri anticrollo. Ma è soltanto dalla fine degli anni ’80 che questa parte sottuosuolo napoletano viene liberato dalle macerie della guerra e recuperato alla fruizione pubblica. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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28 novembre 2012 3 28 /11 /novembre /2012 23:45


Il Giornale Online

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un enorme disegno di animale, realizzato con delle pietre bianche e visibile solo dall’alto. No, non stiamo parlando delle famose “Linee di Nazca”, uno dei misteri archeologici tuttora insoluti, ma di un altrettanto enigmatico geoglifo scoperto in Russia alcuni anni fa grazie a Google Earth, per il quale ora viene proposta una datazione che lo colloca migliaia di anni prima di Cristo. La figura, che ricorda un cervo, si trova vicino al Lago Zjuratkul, nel nord del Kazastahn, ed ha dimensioni davvero impressionanti: nel suo punto di massima espansione, è lunga 275 metri, più o meno l’equivalente di due campi da football americano. Il disegno è rivolto a nord ed è visibile anche da un ponte dove le sue linee bianche spiccano nettamente sul verde intenso del prato.

Ad individuarlo, nel 2007, utilizzando le mappe satellitari, è stato un utente del web, tale Alexander Shestakov che subito ha avvisato le autorità. Un volo in idroplano ed un parapendio hanno permesso ai ricercatori di appurare che era tutto vero: c’era la gigantesca figura di un animale con quattro zampe. I primi ad averlo studiato scientificamente sono stati Stanislav Grigoriev, membro dell’Istituto di storia e archeologia dell’Accademia di Russia, ed il collega Nikolaj Menshenin, del Centro Statale per la protezione dei Monumenti, autori di un articolo pubblicato nella scorsa primavera su una rivista specializzata.
Geoglyph russo, archeologia


La ricerca sul campo condotta in estate ha fatto luce sulla composizione e sull’origine del glifo, che sembra essere il prodotto di una cultura megalitica vissuta in questa zona degli Urali. In quest’area sono stati trovati centinaia di siti preistorici, soprattutto menhir: le strutture più complesse (camere, bassorilievi, un tunnel) si ergono invece sull’isola Vera a circa 60 chilometri dall’enorme cervo. Durante la campagna di scavi, il team ha scoperto che l’architettura del glifo è piuttosto elaborata. Nelle zampe, ad esempio, le pietre più grandi servono a disegnare i bordi esterni mentre all’interno c’è del pietrisco. Sugli zoccoli e sul muso gli archeologi hanno poi trovato quel che rimane di antiche costruzioni.

“Lo zoccolo è fatto di piccole pietre schiacciate e di argilla. Mi sembra che ci siano pareti molto basse e stretti passaggi. Lo stesso si può dire della zona attorno al muso, con quattro muretti e tre passaggi”, sostiene Grigoriev. Gli scavi sono proceduti con molta cautela, per evitare di danneggiare il geoglifo. Nel sito, in mezzo alle pietre, sono stati trovati anche 40 strumenti in quarzite, per la maggior parte zappe e utensili utilizzati per scavare e tagliare. Probabilmente, ipotizza il ricercatore, servivano per estrarre l’argilla. Ma proprio lo stile particolare di questi artefatti ha permesso all’equipe archeologica di avanzare una datazione anche per il disegno: risalirebbero tutti alla fase preistorica denominata Eneolitico, quindi ad un periodo che va dal quarto al terzo millennio a. C. Se Grigoriev non si sbaglia, questa colossale figura di cervo sarebbe dunque molto più antica di quelle variegate rappresentazioni che costellano il Perù, per le quali gli esperti suggeriscono il 500 a. C. Insomma, sarebbe di circa 2000 anni antecedente alle Linee di Nazca…

A quell’epoca- suggeriscono gli autori dell’articolo- nel sud degli Urali clima e paesaggio erano molti diversi da oggi. In particolare, le prime foreste sarebbero comparse dopo il 2.500 a.C. Quindi nell’Eneolitico c’erano ampi spazi, coperti solo da bassa vegetazione, che potevano essere usati come tele da ricoprire di disegni come quello del Lago Zuratkul. Quello che gli studiosi non hanno ancora stabilito, però, è lo scopo di questo immenso disegno. Questa testimonianza grandiosa lasciata dalla cultura megalitica che popolava gli Urali per ora non ha un perchè, proprio come le più famose figure animali e geometriche in Sud America. Visibili solo dal cielo. 
I ricercatori dicono che questo geoglifo potrebbe essere stato costruito da una "cultura megalitica" nella regione che ha creato monumenti in pietra in tempi preistorici.

  Altri siti megalitici con caratteristiche in comune con i megaliti europei sono stati localizzati: Circa 300 sono noti ma non sono ancora stati studiati in dettaglio, "scrivere Grigoriev e Menshenin nell'articolo antichità. Tra questi megaliti sono numerosi "menhir", grosse pietre in piedi.

I complessi megalitici più spettacolari sono sull'isola Vera relativamente piccoli, situati sul lago Turgoyak , a circa 35 miglia (60 km) a nord-est del geoglifo.

Grigoriev e Julia Vasina dell'Università Statale del Sud-Ural ha descritto i megaliti dell' Isola di Vera in un articolo del 2010, ha osservato come la parte superstite di un monumento, megalite due,  fosse coperto da un tumulo di terra  e di  sostenere una galleria con una  camera quadrata. Un altro monumento, megalite uno, è tagliato nella roccia e coperta da un tumulo costituito da sassi, sabbia marrone e un sacco di erba. Si tratta di più di 60 piedi (19 metri) di lunghezza e 20 piedi (6 metri) di larghezza. Esso contiene tre camere di cui una "sculture in bassorilievo" a forma di animali, probabilmente un toro e lupo.

Strumenti di pietra e ceramiche presenti nei siti megalitici loro risalgono al periodo tra l'Eneolitico e l'età del Ferro, circa 3.000 anni fa. I ricercatori sottolineano come più lavoro deve essere fatto per verificare il geoglifo gigante, insieme ai megaliti, sono stati costruiti millenni prima Linee Perù Nazca, una testimonianza della bravura costruzione di una cultura antica preistorica negli Urali Montagne.


Fonte:

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