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28 novembre 2012 3 28 /11 /novembre /2012 22:42

Il monte Har Karkom, circondato dal deserto Paran nella porzione israeliana del Sinai, è un luogo denso di straordinarie testimonianze di culto datate già all’età della pietra. Ponte di passaggio tra il continente africano e asiatico, la penisola del Sinai è stata testimone di interminabili migrazioni umane e quindi di innumerevoli stratificazioni religiose e culturali. Il professor Emmanuel Anati ha individuato nell’Har Karkom un luogo di massima concentrazione di arte rupestre e siti di culto, un punto di particolare sacralità sia per i paleolitici che per le popolazioni seguenti, e la sede di rinvenimenti paletnologici che fanno testo. Oltre a ciò, attraverso una rilettura della topografia dell’esodo biblico associata ed una lunga serie di tracce archeologiche inerenti, Anati identifica in questo luogo “chiave” la sede dello stazionamento delle tribù di Israele prima dell’ingreso in Terra Santa, e quindi il Monte Sinai sul quale Mosè ricevette le ben note rivelazioni sacre e testamentarie. In questo articolo, contestualmente sintetico -considerata la complessità e l’importanza dell’argomento-, l’autore spiega i dati essenziali dell’importanza paletnologica ed esegetica di questa porzione del deserto Paran; la sede più plausibile del dimenticato monte Sinai.

1. La scoperta

Quando si osserva Har Karkom dal deserto Paran, la montagna, circondata da strapiombi, ha un profilo rettangolare che s”impone sull”orizzonte. Essa è un plateau lungo circa 4 km e largo 2 km ed è un ovvio punto di riferimento per i viaggiatori che attraversano il deserto, oggi come nel passato. Sebbene Har Karkom sia solamente a 847 metri sopra il livello del mare e 1246 metri sopra il livello del Mar Morto, esso domina il circostante deserto Paran. La montagna è visibile dalle catene montuose di Edom e Moab in Giordania, distanti più di 70 km.

 

Similmente, essa è visibile dal Jebel Arif el-Naqe, che è probabilmente identificabile con il biblico Monte Seir, situato circa 20 km a nord-ovest, al di là del confine egiziano. Forse è significativo che Har Karkom sia stato una sorgente importante per l”estrazione della selce nell”età della Pietra. Più di 100 ateliers di taglio della selce del Paleolitico sono stati registrati finora sull”altopiano. I dati archeologici raccolti in La Montagna di Dio (ANATI 1986), ci avevano portato alla considerazione che Har Karkom fosse divenuto luogo sacro alla fine dell”età della Pietra. L’uso della selce, a quei tempi, come materiale di uso primario quotidiano, veniva sostituito dal metallo. Secondo questa ipotesi, la montagna, grande sorgente di selce, avrebbe acquisito una nuova dimensione di sacralità quando la selce cessò di essere la principale materia prima di uso quotidiano. Comunque, si continuò ad usarla, in modo specifico per scopi rituali come la circoncisione, nell”Antica età del Bronzo e successivamente. Ora, pur non escludendo il ruolo avuto dalla presenza della selce nella canonizzazione della montagna, sembra più appropriato parlare di rinnovo della sacralità del monte, poiché sappiamo che già nel Paleolitico vi era un ”santuario” (ANATI, COTTINELLI, MAILLAND 1996, pp. 26-39).

Nel Calcolitico, nell”Antica età del Bronzo e all”inizio della Media età del Bronzo, tra il 4300 e il 1950 a.C., l”attività umana su questa montagna e ai suoi piedi ebbe una vera esplosione. Questo periodo è chiamato BAC (Bronze Age Complex). E’ seguito da uno iato, tra il 1950 e il 1000 a.C. nel quale la montagna fu completamente abbandonata. Nel periodo BAC le valli circostanti l”altopiano erano piene di villaggi e l”altopiano stesso era disseminato di luoghi di culto, pilastri in posizione eretta, tumuli funerari, circoli di Pietra, altari, geoglifi (disegni sul terreno fatti con allineamenti di ciottoli) e una grande concentrazione di arte rupestre.

La quantità di attrezzi in selce molto grandi e ben rifiniti, troppo pesanti per essere maneggiati facilmente, sta probabilmente ad indicare un loro uso rituale. Due dei più grandi grattatoi del periodo BAC pesano più di 5 kg ciascuno. Entrambi sono stati trovati in contesti che sembrano essere rituali. Uno era infisso verticalmente di fronte ai resti di un focolare; il secondo giaceva ai piedi di una pietra antropomorfa.
La scoperta, nel 1992, del santuario del Paleolitico cambia la precedente visione sugli inizi di pratiche rituali ad Har Karkom. L’industria litica del santuario appartiene all”inizio della produzione di un”industria su lama, una fase nota in diversi siti di Har Karkom, che abbiamo definito come ”cultura karkomiana”, risalente al periodo iniziale del Paleolitico Superiore, probabilmente a oltre 40.000 anni.
La scoperta del sito Paleolitico HK/86B indica che la montagna aveva acquistato sacralità molto prima di quanto si riteneva in precedenza.

Se, come sembra, questo luogo è un santuario del Palcolitico Superiore Iniziale, esso è il più antico santuario che si conosca. Har Karkom può essere ritenuta una montagna sacra sin dal momento in cui venne visitata per la prima volta dall”Homo sapiens; per quanto riguarda la nostra specie, possiamo quindi dire da sempre. Ma i luoghi di culto sull”altopiano sono principalmente dei periodo BAC. Nelle valli circostanti, ai piedi della montagna, parecchi santuari, allineamenti di menhir, ed altre strutture di culto dello stesso periodo sono state registrate accanto agli insediamenti. Vi sono anche luoghi di culto più tardi. Essi includono un piccolo tempio dell”età del Ferro ed un santuario del periodo ellenistico, ambedue vicini alla montagna, non su di essa.
Il BAC fu un periodo di occupazione intensa, come è mostrato dai numerosi luoghi di culto sulla montagna e dagli accampamenti abitati alla sua base per un totale di 289 siti; 158 di questi presentano strutture abitative, in altre parole sono villaggi con muri e muretti in pietra, ubicati nelle valli ai piedi della montagna.

Nel periodo BAC la montagna fu un luogo di intensa attività di culto ed ai suoi piedi giunsero moltitudini. L’archeologia ci offre un”immagine assai simile a quella che il testo biblico ci dà del Monte Sinai.
I tumuli contengono sepoltura secondarie. Le ossa lunghe erano generalmente aggruppate assieme, dunque non erano in posizione anatomica. Sepolture secondarie vengono anche riportate nella Bibbia al tempo dei patriarchi e di Mosè. Secondo la narrazione, le spoglie di Giacobbe furono trasportate dall”Egitto: ”Si avvicinava intanto per Israele il giorno della sua morte ed egli chiamò a sé il suo figlio Giuseppe e gli disse: ”Deh! se ho trovato grazia presso di te, metti la tua mano sotto la mia coscia in segno di giuramento, e promettimi che sarai benigno e fedele verso di me: di grazia non seppellitemi in Egitto”” (Gen. 47, 29-30); ”[ ] seppellitemi coi miei padri nella grotta […] che Abramo acquisì col campo di Efron, l”eteo, per fondo sepolcrale” (Gen. 49, 29-32); ”I figli di Giacobbe fecero come aveva loro comandato. Lo portarono nella terra di Canaan, e lo seppellirono nella grotta del Campo di Macpela, […] e Giuseppe, dopo che ebbe seppellito suo padre, se ne ritornò in Egitto, coi suoi fratelli e con quanti erano andati con lui a seppellire suo padre” (Gen. 50, 12-14).

La pratica della sepoltura secondaria è indicata nel testo biblico anche per Giuseppe stesso. ”Mosè prese pure con sé le ossa di Giuseppe, poiché questi si era fatto giurare dai figli d”Israele dicendo: ”Iddio certamente verrà in vostro aiuto; voi allora porterete via di qui con voi anche le mie ossa”” (Es. 13, 19). Sembra opportuno evidenziare che questa è un’abitudine dell”Antica età del Bronzo testimoniata dall”archeologia nel III millennio a.C. in tutta la regione siro-palestinese. Le sepolture secondarie sotto tumulo cessano di essere in uso all”inizio del Bronzo Medio, attorno al 2000 a.C.
La fine del III e l”inizio del II millennio a.C., nell”area siro-palestinese, fu un momento di grandi capovolgimenti, di distruzioni di città e di penetrazione di nuove popolazioni nelle zone fertili. Fu anche un periodo di recesso del confine del deserto. A causa di un grave degrado climatico i popoli del deserto si riversarono nelle zone fertili aggredendo la popolazione sedentaria ed impadronendosi della sua terra.

2. Il contesto
Già nei primi anni d”investigazione archeologica, quest”area ha fornito un”immensa documentazione sui modi di vita, la struttura sociale, l”economia, i costumi e le credenze dei popoli del deserto. E’ stato chiaro fin dall”inizio della nostra prospezione che Har Karkom fu un grandioso centro di culto, una montagna sacra, in particolare nel IV e III millennio a.C. Har Karkom appariva come una sorta di Mecca preistorica dove importanti nuclei umani arrivavano e costruivano i loro accampamenti ai piedi della montagna. Allora, solo pochi salivano sull”altopiano per eseguire le attività di culto. Sull”altopiano il terreno è coperto da resti del Paleolitico con fondamenta di capanne, focolari ed atelíers di taglio della selce praticamente intatti. Sull”hammada alcuni sentieri conducono dall”uno all”altro dei luoghi di culto del periodo BAC.

E’ improbabile che le moltitudini degli accampamenti BAC ai piedi della montagna abbiano camminato su questo terreno, poiché, altrimenti, i siti paleolitici non sarebbero in tale perfetto stato di conservazione. Sembra di poter dedurre che le popolazioni BAC non avessero accesso all”altopiano: probabilmente esso era riservato ad un numero di persone molto ristretto. Una situazione analoga, riguardante la proibizione per la gente di salire sulla montagna, è narrata in Esodo “[... ] il popolo non può salire sul Monte Sinai [...] (Es. 19, 12-13). Questa potrebbe essere una regola per i luoghi sacri dell”età del Bronzo.
Pietre fitte o menhir, circoli di pietre, geoglifi, tumuli, strutture simili ad altari, piattaforme pavimentate peculiari che la Bibbia ci tramanda come bamoth, sono tutte chiare indicazioni di attività religiose. Possiamo aggiungere a ciò l”enorme produzione di arte rupestre, gli allineamenti di pietre fitte, i resti di un piccolo tempio sull”altopiano (una struttura in pietra con un cortile, una stanza e una piattaforma rettangolare ad altare rivolta ad est) ed almeno altri cinque ai piedi della montagna. Har Karkom presenta un aggregato unico di testimonianze di attività di culto durante il periodo BAC.

Sebbene il carattere religioso di Har Karkom sia stato subito evidente, nessuna connessione fu fatta agli inizi tra questa montagna ed il biblico Monte Sinai. Non avevamo mai avuto ragioni per mettere in dubbio la credenza convenzionale che l”esodo fosse avvenuto nel XIII secolo a.C. e che il Monte Sinai della Bibbia fosse quello ai piedi del quale sorse il monastero bizantino di Santa Caterina. Infatti, per i non specialisti, questi sembravano essere dati di fatto acquisiti. D”altro canto, non c”è traccia di occupazione di Har Karkom da parte dell”uomo nel XIII secolo a.C. o in diversi secoli antecedenti e posteriori. La data generalmente accettata per l”esodo cadeva proprio nel mezzo di un lungo iato archeologico ad Har Karkom.
Oggi sappiamo che questo iato interessa la maggior parte della penisola del Sinai e del Negev ad eccezione di alcune stazioni militari e di commercio. Questa non è una peculiarità di Har Karkom. La descrizione della vita quotidiana dei Midianiti, Amalechiti, Amorrei, Horiti ed altre tribù nella Bibbia, a meno che non sia pura mitologia, deve riferirsi a prima o dopo il II millennio a.C. Secondo le testimonianze archeologiche e paleo-climatiche, tale dinamica vita tribale può difficilmente appartenere al II millennio a.C. Nel corso dei primi anni delle ricerche ad Har Karkom non eravamo giunti a porci simili quesiti. Un altro fattore che all”inizio escluse ogni considerazione di una relazione tra Har Karkom e l”esodo fu la posizione di questa montagna sul bordo della ”Terra Promessa”.

Il Monte Sinai è frequentemente visto in letteratura come un luogo lontano. Har Karkom si ubica indubbiamente nel perimetro dell”arca della narrazione biblica dell”esodo, a metà strada circa tra Ezion-Ghéber e Kadesh Barnea, e domina l”area che oggi è chiamata deserto Paran, ma è lontano da ogni itinerario dell”esodo precedentemente proposto. C”è voluto qualche sforzo mentale per immaginare che le vecchie autorevoli mappe delle stazioni dei figli d”Israele nel deserto potessero essere messe in discussione. Paragonando gli itinerari descritti nei libri, gli atlanti storici e le vecchie mappe, appariva, tuttavia, che ogni itinerario era diverso dall”altro. Salvo qualche punto più o meno fisso, come l”ubicazione di Kadesh-Barnea nell”area dell”oasi di Ein Kudeirat e di Ezion-Gheber sulle sponde del Mar Rosso, vicino all”attuale Ellat, quasi tutti gli altri siti connessi con la narrazione dell”esodo non avevano una ubicazione geografica concorde da parte degli esegeti.

3. L”ipotesi
L’idea che Har Karkom possa essere identificato con il biblico Monte Sinai venne dopo quattro anni di lavori di esplorazione della montagna e trent”anni dopo la prima scoperta dell”arte rupestre in quel luogo. I numerosi ritrovamenti di strutture rituali avevano mostrato l”utilizzo della montagna come importantissimo luogo di culto. Sulla base di evidenze topografiche ed archeologiche, nel 1983 proponemmo che Har Karkom venisse identificato con la montagna sacra riferita dalle narrazioni bibliche come Monte Sinai. Questa teoria fu inizialmente espressa con riserva come una tra le tante possibilità. Da allora, sono intercorsi quindici ulteriori anni di prospezioni e ricerche e dati addizionali hanno rafforzato tale convincimento.

Prendendo in esame i racconti biblici, Jarvis, Mazar ed altri, avevano già stabilito negli anni ”30 che il Monte Sinai dovrebbe localizzarsi nel nord piuttosto che nel sud della penisola del Sinai, ma l”identificazione di un sito specifico, che si basava su ritrovamenti archeologici pertinenti, fu un fatto nuovo che scandalizzò alcuni, fu accettato da altri, e stimolò un ampio dibattito.
Alcuni studiosi, pur considerando l”ipotesi di Har Karkom, non sono in accordo con la cronologia. Essi dicono ”Poiché l”esodo ebbe luogo nel XIII secolo a.C., il Monte Sinai dovrebbe avere al suoi piedi i resti di accampamenti del XIII secolo”. Se la data fosse così certa come alcuni pensano, questa regola dovrebbe valere per qualsiasi sito candidato ad una identificazione con il Monte Sinai, non solo per Har Karkom. In tal caso è probabile che non una singola montagna nella penisola del Sinai andrebbe bene, poiché il XIII secolo fa parte di uno iato nella sequenza archeologica (ANATI 1994, pp. 92-95; ISSAR 1995) (vedi Tabella dei ritrovamento arcbeologici: Negev e Sinai).

Questo fatto è stato ulteriormente confermato da una organica ricerca archeologica eseguita da Rudolph Cohen dell”Antiquities Authorities ad Ein Kudeirat e nel Negev centrale. Dai risultati di tale ricerca egli è stato indotto a proporre per ”l”età dell”esodo” date non molto dissimili da quelle derivanti da Har Karkom (COHEN 1983). Per quanto ci risulta, a parte la chiesa greco-ortodossa che, almeno fino a ieri, sosteneva il sito di Santa Caterina, nessun”altra confessione religiosa ha preso finora una posizione ufficiale riguardo all”ubicazione del Monte Sinai. Il dibattito con teologi, studiosi della Bibbia e archeologi rimane aperto. L’immensa concentrazione di luoghi di culto ad Har Karkom prova che essa fu una montagna sacra per eccellenza. Vedremo più avanti che i criteri fondamentali per la sua identificazione sono tuttavia di carattere topografico.

4. Identikit del Monte Sinai
Dall”analisi delle descrizioni che la Bibbia ci fornisce sul Monte Sinai, emergono diversi elementi per un identikit della montagna secondo la visione dei cronisti. Di ciò si è già parlato in La Montagna di Dio (ANATI 1986). Si riassumono di seguito gli elementi essenziali:

A. Ubicazione geografica
- Al confine tra i territori tribali di Amalec e Madian.
- Ad ovest della valle dell”Aravà.
- Nel nord della Penisola del Sinai.
- A due o tre giorni di cammino dall”accampamento di Jetro.
- Tra 100 e 160 km a sud di Kadesh-Barnea.
- Una via che ha undici stazioni con pozzi d”acqua per giungere a Kadesh-Barnea passa per la via del Monte Seir.
- Ai piedi del Massiccio del Negev Centrale.
- Vicina al deserto Paran.
- Il deserto del Sinai è ai suoi piedi.
- Refidim è a meno di due ore di cammino.

B. Topografia
- Un piccolo altopiano con una cima che lo sovrasta.
- Un agile sentiero di accesso dalla valle sottostante all”altopiano e da questo alla vetta.
- Una grotticella sulla cima del monte.
- Zona di pascolo stagionale.
- Risorse d”acqua sufficienti per un gruppo umano di notevoli dimensioni.
- Presenza di crepacci e di frane.

C. Vestigia ipotizzabili sulla montagna
- Resti di culto di età del Bronzo tra cui probabilmente un tempio midianita.
- Incisioni rupestri.

D. Vestigia ipotizzabili ai piedi della montagna 
- Grande accampamento o accampamenti.
- Altare con accanto dodici cippi od ortostati.
- Fucina di fusione del metallo con accanto una pozza d”acqua.
- Santuario del tabernacolo.
- Recinti per il bestiame.

Da tutto ciò emerge che i cronisti avevano una visione precisa di questa montagna.
Per quanto riguarda la ubicazione geografica e topografica della montagna, Har Karkom corrisponde in pieno. I resti archeologici identificati sembrano rendere ai brani biblici un sorprendente nuovo senso di realtà. Nessun”altra montagna tra tutte quelle proposte per l”identificazione con il Sinai e, per quanto ci è noto, tra tutte quelle che conosciamo nell”intera arca del Sinai e del Negev, risponde a tutte queste caratteristiche. Il quesito ripetutamente formulato, in merito al grado di attendibilità e storicità delle descrizioni topografiche nella narrazione biblica, si ripropone qui in tutta la sua dimensione.
Quanto constatato fa ritenere che dietro la narrazione biblica vi sia una storia. La ricerca può tentare di comprendere quanto vi sia di storia reale e quanto sia frutto di mito o di fantasia. I monumenti e i siti archeologici che ritroviamo oggi sono in superficie, negli ultimi millenni sono sempre stati visibili. Forse 3000 anni fa erano meglio conservati di oggi. Ed è probabile che anche i viandanti di allora li abbiano osservati ed abbiano cercato di capirli, come fanno ancora oggi i beduini della stessa zona.

5. Le testimonianze archeologicbe
Le prime considerazioni archeologiche che suggerirono un legame tra Har Karkom ed il Monte Sinai erano basate sulle analogie tra le scoperte sul campo e le descrizioni bibliche.
Presso un sito abitativo del periodo BAC, ai piedi della montagna (sito HK/52) abbiamo trovato un gruppo di 12 cippi o pietre fitte che fronteggiano una piattaforma di pietra. Ciò richiama il passo dell”Esodo (Es. 24, 4): ”E Mosè levatosi per tempo eresse ai piedi del monte un altare e dodici cippi, per le dodici tribù d” Israele”. Ovviamente non siamo nella condizione di provare che questo monumento sia stato costruito da Mosè e nemmeno di provare che Mosè sia mai esistito, ma il monumento è lì e probabilmente fu visto, e forse anche interpretato, da antichi viandanti. Su una delle due cime di Har Karkom vi è un piccolo riparo sotto roccia. Una grotticella sulla sommità della montagna non è comune nella penisola del Sinai.

In Esodo 33, 21-22, il Monte Sinai viene descritto come avente una tale caratteristica: ”Ecco qui un luogo vicino a me. Mettiti su quella roccia e mentre passerà la mia gloria ti porrò nel cavo della roccia e ti coprirò con la mano [...] ” (Es. 33, 21). Di nuovo, questa è una caratteristica topografica che la Bibbia attribuisce al Monte Sinai. Il testo indica che vi è la tradizione della presenza di una grotticella sulla cima della montagna. Come per il Monte Moria, dove la tradizione vuole che sia avvenuto il sacrificio d”Isacco, la grotticella sulla cima è segno di sacralità della montagna.
Sull”altopiano di Har Karkom vi sono i resti di un tempietto del periodo BAC costruito con pietre non lavorate, con una piattaforma (altare?), orientata verso est. Attorno a questo santuario ci sono tumuli funerari, geoglifi, ed incisioni rupestri comprendenti impronte di piedi incise in direzione della cima della montagna. Fin dai tempi del Neolitico, l”immagine dell”impronta del piede è stata un segno di venerazíone e di culto in molte parti del Vicino Oriente, dell”Europa e dell”Africa. Nel presente contesto è ipotizzabile che abbia lo stesso significato.
Nel libro dell”Esodo esistono diversi riferimenti ad un tempio che Mosè avrebbe visto sulla montagna (Es. 25, 40; 26, 7; 26, 30; 27, 8). Alcuni esegeti ritengono che Mosè possa aver avuto la visione di un tempio ”celeste” mentre era sulla montagna, ma la Bibbia dice che in quel luogo c”era un tempio e questo di nuovo è un riferimento topografico. Gli antichi viaggiatori nei tempi biblici possono avere riconosciuto un santuario in questa struttura dotata di altare. La Bibbia dice che c”era un tempio sulla montagna, e sull”altopiano di Har Karkom vi sono i resti di un tempio.

Altri simili paralleli tra i racconti biblici ed i ritrovamenti archeologici sembrarono a prima vista delle coincidenze, ma, con il procedere delle ricerche, tali coincidenze si moltiplicarono. In primo luogo, l”arte rupestre fornisce un ragguardevole numero di paralleli con i racconti biblici. Nulla di simile è stato riscontrato in altri monti della penisola. Questa dovizia di paralleli è per lo meno strana, per chi volesse spiegarla come casuale.
Al di là della rispondenza con descrizioni bibliche, comunque, Har Karkom sta rivelando una quantità di luoghi di culto che non ha eguali, mostrando un ampio ventaglio di testimonianze sul connubio religioso tra uomo ed ambiente. I macigni che rotolarono dalle pendici delle montagne sono stati trattati dall”uomo in maniera speciale. Attorno a taluni di questi massi sono stati costruiti circoli di pietra e talvolta l”uomo ha aiutato la natura a dare loro un aspetto antropomorfo mediante l”incisione di occhi, narici, sopracciglia, o altri particolari del volto umano.

In diversi luoghi sono stati scoperti dei geoglifi, sull”altopiano ed attorno ad esso; allineamenti di pietre, o aree in cui le pietre sono state rimosse producendo in tal modo disegni sulla superficie, mostrano attività umane non direttamente funzionali o economiche e danno l”impressione della sacralità attribuita a questo suolo dall”uomo. Sopra ed attorno alla montagna sono stati rinvenuti numerosi cippi fitti, sia isolati sia anche in circoli e in allineamenti. In alcuni casi questi cippi sono in relazione all”arte rupestre. A volte, rocce istoriate sono state collocate ai piedi dei cippi. Ma al di là di questi elementi, che sono del tutto evidenti, si coglie l”impressione, in molti di questi luoghi, che i raggruppamenti di pietre e sentieri ripuliti che non portano in alcun luogo, o solo ad un monolito scolpito dalla natura, rappresentino delle opere dell”uomo il cui significato sfugge ancora alla nostra comprensione.
Le scoperte archeologiche ad Har Karkom e nelle aree circostanti forniscono un”immagine complessa del modo di vita delle tribù del deserto, delle credenze e delle pratiche, dell”organizzazione sociale e delle risorse economiche. Esse mostrano evidenti analogie con i racconti biblici. I compilatori del libro dell”Esodo, quando descrivono la Montagna di Dio, forniscono una ricchezza notevole di dettagli topografici che coincidono con quelli di Har Karkom.

Il culto di questa montagna durò per secoli ed in più di una occasione cospicui gruppi umani si accamparono ai suoi piedi. Non possiamo per ora dire se uno di essi fosse un gruppo di schiavi fuggiti dall”Egitto; ma possiamo dire che i reperti archeologici ci raccontano una storia simile a quella narrata dalla Bibbia. Di anno in anno le testimonianze aumentano e l”immagine generale si fa più nitida.
Quando il libro La Montagna di Dio uscì nel 1986, erano stati registrati circa 500 siti archeologici. Da allora, le spedizioni condotte ogni anno hanno aggiunto nuovi siti, portando il loro numero a 1000. Parecchie recenti scoperte hanno contribuito all”acquisizione di nuove informazioni concernenti l”area. Le valli ad occidente e a nord della montagna furono intensamente frequentate da gruppi umani nel IV e III millennio a.C. La montagna è probabilmente servita come grande centro di culto e pellegrinaggio in più occasioni nel corso di duemila anni.
L’archeologia corrente tende ad identificare resti di strutture in pietra, basamenti di capanne, focolari ed altri aspetti di cultura materiale. In questo contesto, ci sono ulteriori elementi.

Tracce di paleosuoli ed allineamenti di pietre rivelano l”azione della mano dell”uomo sull”intero territorio. Sembra che l”uomo abbia manipolato le forme della natura, completandole e aggiungendo ad esse nuovi elementi con arte rupestre, geoglifi, ortostati, circoli di pietre, tumuli. L’intera superficie di molti dei siti appare come un immenso mosaico dove uomini antichi lasciarono i loro messaggi.

6. Considerazioni topografìcbe

I principali testi che identificano l”area dove dovrebbe essere ubicato il monte Sinai sono le liste delle tappe dell”esodo che appaiono nel libri dell”Esodo e Numeri. Avendo esplorato il Negev e il Sinai per quarant”anni, non condividiamo l”idea di coloro che, studiate le tappe a tavolino ritengono che le stazioni bibliche non siano identificabili. Al contrario, riteniamo che l”itinerario dell”esodo, come descritto nella Bibbia, dalla terra di Goshen al Monte Sinai, e poi da qui a Kadesh-Barnea, e da qui a Gerico, possa essere ricostruito con una certa precisione. Nuovi elementi si sono recentemente aggiunti all”itinerario proposto in La Montagna di Dio (ANATI 1986). La topografia generale di questo itinerario è arricchita da ulteriori dati topografici ed archeologici. Essi concernono, in particolare, le due stazioni bibliche di Mara ed Elim, rispettivamente ad El Murra e nelle vicinanze di Abu Awgeila e del sito biblico di Refidim a Beer Karkom. Se, come riteniamo, vi sono elementi sufficienti per identificare questi siti, si limita drasticamente l”area in cui può essere ubicato il Monte Sinai (ANATI 1997).

Al di là di quanto già scritto nell”opera menzionata più sopra e dei nuovi dati acquisiti su queste stazioni, si pone subito una domanda fondamentale: dopo la lunga permanenza al Monte Sinai, l”itinerario biblico prosegue in regioni lontane o lungo i confini della ”Terra Promessa”? Alcuni studiosi asseriscono che esso attraversi la penisola del Sinai dall”area dell”odierna Santa Caterina sino ad Ein Kudeirat, ma l”analisi dei nomi menzionati da Num. X-XIII sembra indicare una diversa area geografica.

Esaminiamo alcuni esempi. ”La via montagnosa degli Amorrei” (Deut. 1, 7; 1, 19) si trova nel territorio degli Amorrei, a sud del Mar Morto, non lungi della valle dell”Arava. Il deserto Paran, presso Hazerot, viene descritto come il luogo di partenza degli ”esploratori” che raggiunsero Ebron dal deserto di Zin (Num. 13, 1). Questo deserto nella narrazione biblica include probabilmente ciò che oggi viene chiamato Nahal Zin, dalla valle dell”Aravà all”odierno Sde Boker a nord di Har Karkom. Il sito di Bene Yaakan ha un nome Horita (Num. 33, 32), e gli Horiti secondo le descrizioni bibliche, all”epoca, vissero nei pressi dell”Aravà. Yotvata ed Avrona sono località nell”Aravà (Num. 33, 34) ed Ezion Geber è vicino ad Eilat all”estremità settentrionale del Golfo di Aqaba (Num. 33, 36). Seguendo quanto detto su una carta geografica, sarà chiara la visione biblica dell”itinerario.

Il Monte Sinai appare ubicato fra i deserti di Zin e Paran, tra la terra di Amalec e la terra di Madian, tra Elim e la ”Via montagnosa degli Amorrei”. Parecchi passi della Bibbia forniscono informazioni riguardanti l”ubicazione dei deserti sopra menzionati e dei territori degli Amalechiti, dei Midianiti, degli Amorrei.
Il cronista della Bibbia sa ubicare il Monte Sinai: ”Mosè pascolava il gregge di Jetro suo suocero, sacerdote di Midian e guidando il gregge al di là del deserto giunse al Monte di Dio, Horeb” (Es. 3, 1). Nella storia di Mosè in Midian, il Monte Sinai è descritto come territorio da pascolo dei Midianiti, oltre il deserto (Paran) che lo separa del luogo di abitazione di Jetro. Sulla via tra l”abitazione di Jetro e l”Egitto, Aronne andò incontro a Mosè che dalla terra di Midian tornava in Egitto e lo incontrò presso il Monte di Dio (Es. 4, 26). Carta geografica e Bibbia alla mano, Har Karkom è la sola località, tra quelle proposte per il Monte Sinai, che rientra senza forzature in queste coordinate spaziali. Secondo la narrazione, gli Israeliti insediati a Refidim andavano a prendere l”acqua al Monte Horev.

La Bibbia descrive Refidim come molto vicino al Monte Sinai (Es. 17, 5). E’ indicato nella narrazione dell”esodo come il pozzo che fu causa di una disputa tra Amalechiti e Midianiti. Entrambe queste tribù, secondo il testo, fecero la loro apparizione a Refidim che, nella visione topografica della narrazione biblica, si trova al confine tra i territori di queste due tribù. Il pozzo di Beer Karkom, 7 km a nord di Har Karkom, dove vi sono resti di grandi accampamenti del periodo BAC, rispecchia queste indicazioni topografiche e risponde alla descrizione che ce ne dà la Bibbia.

Possiamo prendere in considerazione anche altre descrizioni bibliche e paragonarle ai dati topografici del territorio. All”inizio del Deuteronomio è scritto ”sono 11 giorni di cammino dall”Horeb, seguendo la strada del Monte Seir fino a Kadesh Barnea” (Deut. 1, 8). Per molti studiosi, anche tra coloro che non concordano con l”identificazione di Har Karkom, Kadesh-Barnea viene identificata con Ain Kudeirat o con la vicina Ain Kadis. Il Monte Seir (Seir significa peloso) è probabilmente Jebel Arif el-Naqe, che ha una valle con acqua e pascoli sul lato settentrionale, dove sono situati i pozzi di Bir Main e Bir el Beidha. Essa è realmente una montagna pelosa nel senso che è ricca di cespugli. C”è una buona pista tra Har Karkom e Ain Kudeirat, passando da Jebel Arif el-Naqe. Lungo questa via ci sono 10 gruppi di pozzi a distanze variabili tra 7 e 15 km l”uno dall”altro. Se Har Karkom è il Monte Sinai, per un gruppo che cammina a piedi occorrono esattamente 11 giorni dall”Horeb, via Monte Seir, per raggiungere Kadesh Barnea (AA.VV. 1988, p. 10).

La Bibbia descrive deserti e zone tribali attorno al Monte Sinai. Uno dei dati principali che emergono è che il Monte Sinai, secondo la narrazione, deve essere situato vicino al confine tra la terra di Midian e la terra di Amalec (Es. 17, 9-20). La Bibbia inoltre indica che gli Amalechiti occupavano le alture del Negev centrale e la zona di Kadesh-Barnea, mentre i Madianiti erano stanziati su entrambe i lati della valle dell”Arava. il Monte Sinai, secondo la narrazione biblica, dovrebbe essere situato tra queste due regioni, segnatamente nell”area di Har Karkom. Un esame completo delle indicazioni topografiche nella Bibbia situa il Monte Sinai nella regione di Har Karkom anche senza prendere in considerazione i ritrovamenti di Har Karkom.

7. Conclusioni
In questa sintesi dei vari elementi si è esaminato la scoperta ed il suo contesto, si è visto quale identikit della montagna di Dio ci fornisce il testo biblico, abbiamo considerato le rispondenze archeologiche e quelle topografiche.
Tutte le testimonianze raccolte su Har Karkom corrispondono alla narrazione biblica. Con non poca sorpresa si è portati a riconoscere l”inatteso carattere veristico e puntuale della narrazione biblica.
Tutto ciò non dimostra il teorema di Keller che ”La Bibbia aveva ragione”. E non dimostra neppure che vi fu una rivelazione ed un Mosè sul Monte Sinai. L’unica cosa che forse si può supporre, è che i compilatori della narrazione o i cantastorie che li precedettero, avevano una nozione chiara e visuale della Montagna di Dio e che, probabilmente, Har Karkom era il modello che avevano davanti ai propri occhi.

(EMMANUEL ANATI)  fonte

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26 novembre 2012 1 26 /11 /novembre /2012 23:12

 

 

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LA RELIGIONE UNIVERSALE – LA FAMIGLIA MATRIARCALE DEGLI DEI-

VITA TRA "DEI" E FARAONI, RITUALI ANCESTRALI PER PASSAGGI DI POTERE

MESSAGGIO INVIATOCI DAL FARAONE SENENMUT, DIO HORUS.

ANALISI DEI RUOLI DEI PROTAGONISTI DELLA RELIGIONE IN QUEI TEMPI.


Per avvicendarci nel racconto di SENENMUT, è necessario che vi dia delle informazioni chiave sugli aspetti generali di questa religione, e specialmente sui ruoli che hanno gli DEI in questo antico percorso, nato verso la fine del tempo del “DIO TORO e della sua Costellazione.
Abbia pazienza, chi già è istruito su molti aspetti del tema, che potrebbe annoiarsi nella prima lettura. Ma essendo il forum aperto a tutti, mi sembra giusto far capire ogni concetto dal principio, con il numero di parole giuste.Tutto deve essere letto e capito seguendo le dovute fasi . Non so di quante parti si dividerà questa relazione, forse altre 3\4, per cui verrà inviata sempre dallo stesso Topic, da cui ho lanciato questa Ricerca, basata sull’ultima puntata di Voyager del 1 aprile 2009. Se gli autori riterranno che sia troppo lunga, mi diano un consiglio.
Punto centrale di questa religione è la costante lotta tra Bene e male.
Agli inizi della creazione, il Dio Supremo ("OSIRIDE") (che significa "Signore saggio" ed è caratterizzato da luce infinita, onniscienza e bontà) è opposto ad SETH uno spirito malvagio delle tenebre,che porta violenza e morte.
Il conflitto cosmico risultante, interessa L’INTERO UNIVERSO, inclusa l'umanità, alla quale è richiesto di scegliere quali delle due vie scegliere … uno dei tanti “BIVI” il quale sia un Dio che un Uomo hanno libero pensiero, ma d’altra parte obbligati a prendere una “SCELTA” . La via del bene e della giustizia ("Maat") , che porterà alla felicità (Duat), mentre la via del male apporterà infelicità, inimicizia e guerra.
In questa religione sono ben presenti il concetto di bene e di male,tra cui anche i concetti di Paradiso, Inferno e giorno del giudizio. Dopo la morte l'anima della persona attraversa un fiume “astrale” dopo la quale le sue buone azioni vengono pesate con quelle cattive. Il risultato decreta la destinazione dell'anima nel paradiso o nell'inferno. Quando alla fine dei giorni il male sarà definitivamente sconfitto, il cosmo verrà purificato in un bagno di metallo fuso e le anime dei peccatori saranno riscattate dall'inferno, per vivere in eterno, entro corpi incorruttibili, alla presenza degli DEI creatori e conduttori della vita nell’Universo...
Interessante?..vi suona qualcosa di strano?be immagino che la storia non sia nuova alle vostre orecchie..…e non c’è dubbio, è proprio la classica storia della religione Egiziana.
…ma non è del tutto vero…
Questo descritto qui sopra e' la storia della religione Zoroastrista. Vi ho messo alla prova per Focalizzarvi su un aspetto importante: esiste davvero un ceppo originale e quindi un antica religione universale..la "prima".
La storia dello ZOROASTRISMO,risale a una delle più antiche religioni della PERSIA, diffusa sino ai nostri giorni, ma in pericolo di estinzione. Ho cambiato solo i nomi degli dei, e al posto del “PONTE” o scritto FIUME Astrale, ma in fondo è tutta pura religione Atlantidea.Questo per farvi individuare l'importanza delle PRIME RELIGIONI MONDIALI, con l'uso dei CALENDARI come quello di Senenmit, Dendera, e via dicendosino ai calendari Cristiani. Vedi : CALENDARIO DI DENDERA , CALENDARI CRISTIANI
Ma perché dico tutto questo?perchè le religioni, tanto più quelle antiche, la storia la “raccontavano” a loro modo, ma con il medesimo concetto. Una volta i cellulari, internet, gli aerei, le navi veloci, (e tante comodità per la COMMUNICAZIONE globale , considerate ai giorni nostri “normali”), non ESISTEVANO, per cui il fatto di tramandarsi in tutto il globo terrestre la stessa cultura nello stesso periodo, mi fa pensare che i fatti avvenuti erano così sentiti e vissuti che lasciarono per interi millenni “l’impronta” fra l’immaginario dell’uomo.
Cosa ha spinto popolazioni vissute con diverse culture, usi, costumi,ecc. , a credere alla stessa storia per tanto tempo? Questa è una bella domanda che merita una “risposta”, ancora purtroppo lontana.
Quindi dichiariamo vera questa “RELIGIONE UNIVERSALE”… (per lo meno proviamoci sino alla fine del racconto).
Importante capire che SENENMUT, desiderò dire la verità anche in vita, e questo non piaque ai sacerdoti del tempo, (grandi conservatori del Potere e dei Misteri Degli Dei), che dopo la sua morte e quella della Sua Regina Faraona, cancellarono ogni loro traccia, pensando di aver coperto ogni segreto per sempre … ma non ci riuscirono, perché la scoperta della Tomba di Senenmut, ne è la dimostrazione.
E’ iniziata l’Era dell’Acquario,(dicono negli anni 60,ma non si capisce ancora bene), Era della Dea Madre, e della Ragione, e questo è simbolo di un “Versamento culturale” sulla Civiltà che vivrà sotto il Suo Dominio. Proprio come rappresenta il Dio Acquario, Versando l’acqua , che appunto e fonte di vita per tutti.
Ma per capire il concetto della rappresentazione del Passaggio di Consegna delle Ere fra Dei, bisogna ora capire chi sono i protagonisti di questa bellissima storia, e qual è il Ruolo a loro assegnatosi in questo “Grande Teatro”.
I Greci vennero a conoscenza dell'eclittica e dello zodiaco molto più tardi, forse con Cleostrato di Tenedo, nella seconda metà del VI secolo a. C.
Quando si gettarono le basi dell'astronomia greca, nel IV sec. a. C., il Sole attraversava le costellazioni dello zodiaco partendo dall'”Ariete”, nel quale, a quell'epoca, si trovava l'equinozio di primavera, ossia il punto d'intersezione dell'eclittica con l'equatore celeste. Questo non per il popolo delle Prime piramidi di Giza, che dimostrano che la prima costellazione del cielo è stata quella del Leone, 14 mila anni fa. Ogni 2000 anni, quindi c’è un cambio di Era, di Costellazione,e di Poteri sulla Terra..CHIAVE importante, perché guarda caso, gli avvenimenti più importanti sono avvenuti con un ritmo di 2 mila anni a volta, dove avviene la procedura del Rito di Passaggio di Consegne delle Ere da parte di Horus e Iside.
Con lo scorrere dei secoli tale posizione variava perché l'asse della Terra modifica continuamente il suo orientamento, con un movimento conico chiamato "precessione dell'asse terrestre". Questo movimento viene regolato dal Dio Ptha, poi Osiride, con la supervisione della Dea Madre ISIDE. Nello spazio i movimenti dei corpi celesti, sono tutt’oggi di una precisione incredibile nei loro movimenti…è credibile nel contesto degli Dei, che qualcuno abbia davvero questo difficile compito.
L'asse, in un periodo di 25.730 anni, descrive, intorno al polo dell'eclittica, un cono la cui semiapertura è di 23°27'. Solidalmente con l'asse della rotazione diurna si muove tutto il corpo della Terra e, con esso, l'equatore. Pertanto la linea d'intersezione dell'equatore con l'eclittica retrocede, come l'asse della Terra, della stessa quantità angolare, che ammonta, in un anno, a 50",37.
Il movimento del nodo ascendente, anche detto "punto " o primo punto di Ariete, lungo l'eclittica, si chiama "precessione degli equinozi" o "retrogradazione del punto ", e avviene in senso retrogrado, cioè orario, andando incontro al Sole. Questo ciclo regola i viaggi degli DEI sulla Terra. Viaggi possibili solo quando tale punto “d’ariete”, proiettava la sua immagine sull’alba della terra durante gli Equinozi.
Il ciclo innanzi descritto è noto anche come "anno platonico" o "grande anno", o "anno cosmico", rappresentato nel CALENDARIO di Nenenmut, da ogni cerchio con i 12 spicchi.
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PARTE DEL CALENDARIO DI SENENMUT
Quindi primo mistero risolto, è un doppio calendario astrologico e terrestre molto ben congegnato. Ma vi svelerò molti altri segreti…

Quindi non solo il Polo Nord celeste è soggetto a un continuo e lentissimo movimento tra le stelle, ma anche il punto , che al tempo di Ipparco visitava la costellazione dell'Ariete, da allora è retrocesso di oltre 30° e oggi si trova nella costellazione dei Pesci e continuerà a slittare verso l'Acquario (quella di oggi), il Capricorno e così di seguito.
In altri termini, mentre la suddivisione in costellazioni è una ripartizione immutabile perché legata alle stelle fisse, i segni dello zodiaco, invece, sono ancorati al punto e si spostano di continuo, via via che il riferimento fondamentale passa da una costellazione all'altra per effetto della precessione.
Il Sole impiega un mese per attraversare un segno. Il punto , invece, richiede 2000 anni per transitare da una costellazione all'altra. Non è detto che nel cambio di Ere tra una Costellazione e l’altra, si veda la differenza nella gestione del Pianeta Terra, noi umani non ci accorgiamo di tutto.


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26 novembre 2012 1 26 /11 /novembre /2012 22:50

La tomba di Senenmut, vicino al tempio di Hatshepsut, nasconde dei segreti... la storia della costruzione delle piramidi egiziane e le origini della civiltà d'Egitto.

La tomba non è aperta al pubblico ed è sotto chiave. Agli studiosi infatti non piace commentare questa tomba, perché sembra contraddire le loro interpretazioni della genesi d'Egitto.

 

Gli antichi egizi conoscevano il cosiddetto "rettangolo aureo", una figura geometrica basata su precise proporzioni che, secondo molti studiosi, è alla base delle concezioni artistiche delle civiltà mediterranee, non soltanto nelle arti figurative, come architettura e scultura, ma anche nella musica. E' quanto sostiene il ricercato Vasile Droj, dopo l'analisi di una figura esistente nella tomba di Senmut, architetto egizio della 18esima dinastia, che si trova a una trentina di chilometri da Luxor.
Nella stessa tomba è presente anche un graffito che mostra la costellazione di Orione in rapporto con le tre piramidi di Giza. Questo conferma, secondo Droj, che gli egizi basavano il loro concetto dei rapporti fra terra e cielo su ragionamenti fondati su precisi concetti geometrici e matematici. Sarebbe questa la prima precisa conferma archeologica di tali connessioni. Sul soffitto "astronomico" della tomba di Senmut, il rettangolo che contiene le tre stelle della cintura di Orione è contenuto in un rettangolo più grande, che messo in relazione col primo, mostra esatte connessioni geometriche. Il rettangolo piccolo è posto in un punto "strategico", incrocio di diverse diagonali, che porta alla creazione del rettangolo detto "aureo" in cui i lati hanno misure rispondenti a una precisa proporzione geometrica, detta appunto "proporzione aurea". I rapporti fra i lati generano una serie di numeri, fra cui la radice quadrata di 2, che è un numero irrazionale.
Questo porta a credere che gli egizi conoscessero già questa classe di numeri, che poi furono riscoperti dai pitagorici (e celati dal segreto perche si pensava sconvolgessero l'ordine del mondo). Questa serie di numeri, dice ancora Droj, è il fulcro del "sistema operativo" su cui si basa tutta l'arte egizia, in particolare l'architettura. Per questo, il rettangolo aureo venne scelto come emblema supremo dei faraoni già dall'epoca predinastica, prima del 3000 avanti Cristo. Sotto la forma dei cosiddetti 'serekh', cartigli rettangolari in cui era tracciato il nome del faraone, nascondevano una serie di teoremi geometrici. Come se ogni faraone immortalasse col suo nome un teorema e la relativa soluzione. Alla dea Iside venne riservato l'onore di "impersonare" il rettangolo, ed era raffigurata con sul capo una sua rappresentazione. La conoscenza della proporzione aurea, diffusa in tutte le culture classiche (le proporzioni del Partenone rispettano il rettangolo aureo) si perse poi col tempo, per rispuntare nel Rinascimento. Leonardo raffigurò la Gioconda seguendo le regole canoniche del rettangolo aureo.

Era circa l'anno 1470 a.C. quando Senenmut iniziò la costruzione del "Djeser Djeseru", ovvero un magnifico mausoleo il cui nome egizio vuol dire "Sublime Sublimità", costruito nel complesso di Deir el-Bahari
La prova più sconcertante di una conoscenza astronomica ereditata in qualche modo all'architetto e poi alla regina Hatshepsut, si trova sul soffitto della tomba di Senenmut, situata affianco al mausoleo principale. In questo soffitto è riprodotta una precisa sezione della volta celeste del 10.450 a.C. con al centro la Cintura di Orione. Questo piccolo sistema è stato riprodotto in maniera emozionante. Intorno alla cintura, (clicca sull'immagine iniziale per ingrandire) vi sono tre orbite a forma di goccia. E' un simbolo non adottato tra i gereoglifici egizi, ed appartiene invece alla cultura mesopotamica, dove ha il significato di "acqua", o "vita". Pochi anni fa, degli scienziati avevano constatato che nella parte d'Universo che ci circonda vi sono due grandi concentrazioni di acqua. Uno nel nostro Sistema Solare e, quindi, sulla Terra. L’altro, invece, era proprio nel Sistema di Orione.
Analizziamo meglio il significato sulla volta della tomba dell'architetto. Venne ritrovata sotto uno strato di intonaco - ciò a significare che era una conoscenza da preservare ai posteri, piuttosto che ai contemporanei - e i disegni vennero scolpiti, invece che dipinti - ciò a significare che l'architetto stesso fu l'autore, senza altri ausili, e non badava alla bellezza artistica.
Nella parte inferiore della volta, è rappresentato il calendario egizio (12 mesi di 30 giorni ciascuno), mentre in quella superiore, come abbiamo già detto, è raffigurata una porzione di cielo. Vi sono quattro barche: quelle più piccole, a sinistra, raffigurano i pianeti Giove e Saturno; le più grandi sono la dèa Iside, che astronomicamente simboleggia la stella Sirio, e il dio Osiride, al quale era attribuita l'omonima costellazione, quella che per noi si chiama oggi "costellazione di Orione". In particolare, l'architetto ha voluto evidenziare un elemento preciso di tale costellazione: la Cintura, appunto.
  • Come sapeva Senenmut tali conoscenze?
  • E perchè le riteneva così importanti?

In una sua iscrizione si legge: "Avendo percorso tutti gli scritti dei saggi, non ignoro nulla di quel che è successo a partire dal primo giorno". Difatti, l'architetto Senenmut venne iniziato alla Casa di Vita di Karnak, luogo che nell'Antico Egitto era fondamentale, sede di culture ancestrali e religiose che erano raggiungibili solo a pochi.
Tuttoggi, sappiamo ben poco su ciò che veniva conservato in questo tipo di "biblioteche segrete", per così dire. Ma Senenmut venne a conoscenza di cose che probabilmente volle svelare alla sua amata. Magari per questo motivo i sacerdoti si aizzarono contro l'architetto di corte e, in seguito, anche contro la regina: solo gli iniziati infatti potevano conoscere i segreti della Storia d'Egitto. Sta di fatto che dopo la morte dei due, il faraone Thutmose III e il Clero Tebano condannarono Hatshepsut e Senenmut alla "damnatio memoriae", distruggendo ogni effigie che rappresentasse i due nel Mausoleo di Deir el-Bahari. Ciò però non è bastato a cancellare un personaggio così intrigante dalla storia

 

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10 novembre 2012 6 10 /11 /novembre /2012 23:15

La galleria, lunga oltre 150 metri, ci trasporta direttamente nel passato. A scoprirla è stato Henri Cosquer, sub professionista. Quando, verso la metà degli anni Ottanta, lungo la costa marsigliese, iniziò a esplorare un cunicolo sommerso, sospettava già che avrebbe trovato qualcosa di interessante, tuttavia lo spettacolo che gli si parò davanti agli occhi lo lasciò di stucco. Il corridoio si apriva in un’enorme grotta, un innegabile capolavoro della natura. Chissà se, millenni or sono, vi avevano vissuto anche degli uomini?
Henri Cosquer tornò alla grotta armato di macchina fotografica. Affascinato, scattò numerose foto all’interno della caverna. Una volta a casa, quando iniziò a passare in rassegna le istantanee, rimase a bocca aperta, per la seconda volta in breve tempo: su uno dei muri si distingueva chiaramente l’impronta di una mano umana con tre dita.

Ma la grotta di Cosquer, fino a quando questa mano di 27mila 110 anni fa e altri dipinti non "hanno parlato" attraverso strumenti sofisticati di ricerca, costituiva una sorta di "giallo" nel mondo degli studiosi. Qualcuno sospettava, infatti, che le immagini scoperte sulle pareti fossero opera di falsari animati da intenti derisori. Una "beffa" ai paleontologi. La grotta, situata tra le calanche della baia di Triperie, nei pressi di Cassis, e' stata definita una "cattedrale" del Paleolitico superiore. Ha preso il nome dal suo scopritore, un subacqueo che si chiama Henri Cosquer, sul quale si sono addensati per mesi sospetti e insinuazioni. Si disse, nell' ottobre del 1991, cioe' all' epoca dell' annuncio ufficiale, che si era trovata una grotta piu' antica di quella di Lescaux che risale, invece, a 13mila anni fa. Sulle sue pareti si coglieva, dicevano gli esperti, un' arte piu' elaborata. Erano rappresentati animali, segni geometrici e mani dipinte con procedimento "in negativo". Gli uomini di Cro.Magnon che frequentavano quei luoghi poggiavano le mani sulle pareti e spargevano tutt' intorno dei pigmenti. Si erano contate due dozzine di mani, alcune su fondo rosso, altre su fondo nero. C' erano mani a cui mancavano una o due dita. Amputazioni rituali o solo dita ripiegate per esprimere un linguaggio gestuale? La grotta Cosquer doveva essere, comunque, un luogo magico e religioso in qualche modo collegato ai rituali per la caccia. Ma l' attenzione si rivolse soprattutto alle mani.

Poco tempo dopo il francese si recò nuovamente alla grotta, questa volta accompagnato da un paio di amici. Osservando meglio le pareti rocciose i sub scoprirono oltre cento disegni di squisita fattura: rappresentavano cavalli, stambecchi (o cervi) e figure geometriche. In alcuni di questi casi si trattava di graffiti, in altri, invece, di pitture rupestri.
Anche se Jean Courtin, esperto di preistoria, dopo aver eseguito un sopralluogo sul sito, si pronunciò a favore dell’autenticità dei disegni, molti dei suoi colleghi, all’inizio, mostrarono un certo scetticismo. Anzi, accusarono lo stesso Cosquer di essere l’autore dei falsi. I loro sospetti vennero alimentati dalla datazione al carbonio 14, effettuata sulle pareti interne della grotta. I risultati attribuivano alla grotta un’età compresa fra i 18.000 e i 27.000 anni: era quindi troppo antica per inserirsi nello schema di datazione universalmente accettato. 
Nel frattempo i risultati delle analisi vennero convalidati da ulteriori misurazioni e oggi le Grotte di Cosquer, così chiamate dal nome del loro scopritore, sono un patrimonio storico. Fra i vari disegni ce ne è uno che, in particolare, ci sembra degno di nota: mostra tre creature, che fra il 1991 e il 1992 Jean Courtin e Jean Clottes hanno descritto su numerose riviste specialistiche come “pinguini”. Lo zoologo Francois de Sarre, tuttavia, non ha condiviso questa opinione, facendosi portavoce anche delle perplessità di altri studiosi. I pinguini, infatti, vivono soltanto al Polo Sud e, inoltre, un artista preistorico avrebbe raffigurato questi animali in maniera del tutto diversa, anche se avesse voluto usare una rappresentazione simbolica o stilizzata. E non può trattarsi neppure di foche. Sia pure facendo appello alla fantasia non si riesce a mettere in relazione i dettagli anatomici delle foche con quelli raffigurati sui graffiti. Al contrario, in altri punti, sulle pareti della grotta, si riconoscono molto bene raffigurazioni di questi animali.
disegno.jpg          

 

 

In mancanza di un animale a noi noto de Sarre suggerisce che possa trattarsi di una creatura preistorica, ormai estinta e ha avanzato un’ipotesi un pò azzardata: che possa trattarsi di un “parente” del più famoso mostro di Loch Ness. «A mio avviso si tratta di un mammifero acquatico, forse della Megalotaria longicollis, che il dottor Bernard Heuvelmans ha descritto nel suo libro Le Grand Serpent de Mer (Plon 1965). Mi sono preso la libertà di contattare questo eminente padre della criptozoologia, nonché mio caro amico e gli ho mostrato il disegno. È rimasto molto colpito».
La tesi di de Sarres è indubbiamente affascinante, anche se, forse, poco probabile; devo tuttavia ammettere di essere rimasto alquanto scioccato dalla spiegazione “ufficiale”: per quale motivo gli scienziati francesi avrebbero classificato gli animali come “pinguini”, se in realtà questi animali bianchi e neri non hanno mai vissuto nel Mar Mediterraneo? La soluzione di questo mistero è da ricercare, molto banalmente, in un errore di traduzione. In francese, infatti, la parola “pingouin”, indica anche l’alca impenne (Pinguinus impennis), un uccello lungo 70 centimetri, molto simile al pinguino, che durante la preistoria viveva sulle coste del Mediterraneo e che si è estinto a metà del XIX secolo a causa della caccia e delle eruzioni vulcaniche. Si è trattato, quindi, di un semplice equivoco di natura linguistica, di cui, a quanto pare, né Clottes, né Courtin, si erano resi conto.


aa.jpg «Quando abbiamo pubblicato il primo articolo sulle Grotte di Cosquer, abbiamo utilizzato automaticamente la parola “pingouin”, senza renderci conto del problema di traduzione», spiegano i due autori, nel video uscito nel 1995. «A breve distanza di tempo abbiamo ricevuto delle rettifiche da parte di esperti, alcuni dei quali ci hanno ripreso con garbata ironia, affermando che, qualora si fosse trattato realmente di “pinguini”, avremmo avuto tutte le ragioni di mettere in dubbio l’autenticità della scoperta, visto che questi animali non hanno mai vissuto nel bacino del Mediterraneo. Noi, ovviamente, ci riferivamo alle alche che, pur non essendo in grado di volare, erano ottime pescatoci e tuffatoci».
L’ipotesi di de Sarres, finora, non ha incontrato grande consenso, anche perché sembra molto più plausibile la tesi dell’alca. Tuttavia non è da escludere che l’artista che ha decorato le Grotte di Cosquer abbia voluto raffigurare un animale a noi sconosciuto. E a tale scopo gli studiosi continuano a cercare delle rappresentazioni di alche nell’arte paleolitica, ma, al momento, ahimè, senza successo.

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26 ottobre 2012 5 26 /10 /ottobre /2012 22:03

 

Credit: The Guatemala Times

 

Nel luogo non sono nuove, le scoperte che si susseguono negli scavi, alla ricerca di nuove scperte riguardanti il popolo maya:nel sito archeologico diTak’alik Ab’aj, dopo 10 anni di continue ricerche, è stata ritrovata una delle più antiche tombe maya conosciute. Tra i sorprendenti risultati centinaia di perle di Giada, cucite su stoffa o pelle, ricamate su braccialetti e cavigliere. Il sito del ritrovamento si trova nel sud-ovest del Guatemala, a circa 45 km dal confine con lo stato messicano del Chiapas e 40 km dall’Oceano Pacifico. Tak ‘Alik Ab’aj, rappresentativa della prima fioritura della cultura Maya, significa nella lingua locale, “la pietra in piedi“. La datazione al radiocarbonio,  secondo le prime analisi, confermerebbe la data del 700-400 a.C., e per questa ragione considerata la più antica sepoltura reale Maya con un tale abbigliamento sofisticato trovato in Mesoamerica.

 Il nucleo della città copre circa  6,5 km ² , e si possono vedere circa 80 strutture principali,  più di una dozzina di luoghi. Più di 200 stele scolpite nella pietra sono state trovate nel sito dalla sua scoperta.

Precedenti scavi condotti nella struttura numero 6 – un edificio cerimoniale – hanno rivelato una serie di offerte rituali, tra cui una piccola scultura in pietra, recipienti di ceramica, pietre intenzionalmente rotte per macinare il mais o più probabilmente il cacao, e alcuni pezzi di giadeite.

 

All’interno della Struttura numero 6, una delle più importanti costruzioni cerimoniali del cosiddetto Gruppo Centrale, a Dicembre del 2011, in conclusione della campagna di scavi promossa dal National Archaeological Park di Tak’alik Ab’aj diretta dagli archeologi Christa Schieber de Lavarreda e Miguel Orrego Corzo, Guatemalan Head Office for Cultural and Natural Heritage of Ministry of Culture and Sports, hanno ritrovato un fantastico manufatto: una collana fatta da più di 70 grani di giada di diversa forma. L’offerta funeraria si trova a circa 4m di profondità e fu deposta tra il 190 bce e il 10 ce, periodo corrispondente al Preclassico Finale. Si tratta della prima di una serie di offerte rituali prodotte nel corso dei secoli intorno allo stesso asse verticale, una sequenza archeologica incredibile che attraversa il tempo dal Preclassico Iniziale al Preclassico Finale. La bellezza e la straordinaria manifattura della collana e la datazione al C14 del contenuto di un vaso rinvenuto all’interno dell’ambiente indagato lascia pensare che si tratti della sepoltura più antica dell’intero insediamento, forse più vecchia di 100 anni rispetto alla Sepoltura numero 1 rinvenuta diversi anni fa. Questa straordinaria scoperta potrebbe retrodatare l’ascesa al potere della comunità di Tak’alik Ab’aj addirittura al Preclassico Medio. A tal proposito l’analisi della presenza di calcio e fosforo all’interno della giada e la datazione ulteriore materiale organico rinvenuto durante gli scavi darà ulteriori indizi per l’interpretazione corretta di quella che sembra essere una vera e propria sepoltura.

Credit: The Guatemala Times

L’abbigliamento di questa seconda sepoltura, che, come la prima, non presenta ossa conservate a causa del tempo trascorso, contiene pochi vasi, ma meravigliose statuette femminili. La collana, con forme particolari di perle simili a quelle che si trovano nella zona Olmechi, è un pezzo unico centrale: una cosiddetta “figura alata in piedi” o “figura umana con testa di uccello”, in analogia con i vari pezzi della collezione del Museo del Costa Rica. Questi ritratti di figura umana con testa di uccello, molto probabilmente un avvoltoio, potrebbero rappresentare una prima indicazione che il possessore sarebbe stato un uomo di alto rango. Questa sepoltura è di grande importanza per considerare la connessione tra la via commerciale lungo la costa del Pacifico e l’apparente sviluppo socio-culturale in questa regione geografica, e fornisce inoltre l’opportunità di stabilire gradi di similitudine e differenze tra caratteristiche culturali e le relative diffusioni. Presso il sito archeologico è in corso di costruzione un museo.

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25 ottobre 2012 4 25 /10 /ottobre /2012 18:29

Risalenti a un’epoca in cui la magia nera era relativamente comune, una ricercatrice spagnola ha due decifrato due maledizioni lanciate contro un senatore romano e un veterinario.

Entrambe le maledizioni presentano la raffigurazione di una divinità con dei serpenti come capelli, forse la dea greca Ecate. Scritti su sottili tavolette di piombo da persone diverse durante il tardo Impero Romano, circa 1600 anni fa, i testi sono prevalentemente in latino e contengono invocazioni in greco.

Entrambe le tavolette sono state riscoperte nel 2009 presso il Museo Civico Archeologico di Bologna: sebbene gli studiosi non conoscano con certezza la loro provenienza, sanno chi erano le vittime delle maledizioni.

http://blogstorico.files.wordpress.com/2012/06/museo-archeologico-civico-di-bologna.jpg?w=600&h=260 Una delle maledizioni si rivolge a un senatore romano di nome Fistus e sembra essere l’unico esempio noto di un senatore maledetto. L’altra maledizione si rivolge a un veterinario di nome Porcello.

Celia Sánchez Natalías, dottoranda presso l’Università di Saragozza, spiega che Porcello era probabilmente il suo nome vero: “Nel mondo delle maledizioni, una delle cose che dovete fare è cercare di identificare la vittima in un modo molto, molto, esatto”. Non è chiaro chi abbia maledetto Porcello e perché. “Forse un cavallo o un animale di questa persona era stato ucciso da una medicina di Porcello”, ha detto Sánchez Natalías.

http://blogstorico.files.wordpress.com/2012/06/museo-archeologico-civico-di-bologna3.jpg?w=600&h=1098

http://blogstorico.files.wordpress.com/2012/06/museo-archeologico-civico-di-bologna4.jpg?w=600&h=1040 In questa maledizione a Fistus, una stella a otto punte copre i genitali della divinità (Museo Archeologico Civico di Bologna)

 

 

“Distruggi, annienta, uccidi, strangola Porcello e sua moglie Maurilla. La loro anima, cuore, natiche, fegato …” si legge sulla tavoletta, che mostra un Porcello mummificato, braccia conserte (come la divinità) e il suo nome scritto su entrambe le braccia.

Il fatto che sia la divinità sia Porcello abbiano le braccia incrociate è importante. Sánchez Natalías ritiene che l’incantesimo costrinse la divinità e, quindi Porcello, a essere vincolati. “Questo confronto può essere inteso in due modi: o ‘proprio come la divinità è legata, così sarà Porcello’ oppure ‘fino a quando Porcello sarà legato la divinità rimarrà legata”, scrive in sulla rivista Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik.

http://blogstorico.files.wordpress.com/2012/06/museo-archeologico-civico-di-bologna1.jpg?w=600&h=1089

 Anche il caso di Fistus è notevole. L’espressione latina per “annientare” (crush) è utilizzata almeno quattro volte nella maledizione. “Annienta, uccidi il senatore Fistus”, si legge, “Possa Fistus diluirsi (dilute), languire, affondare e possano tutte le sue membra dissolversi…”

Anche in questo caso Sánchez Natalías non è sicura delle motivazioni che stanno dietro la maledizione, ma, qualunque fossero, certi attacchi erano dei colpi bassi anche rispetto agli standard dei politici di oggi.

 

 

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17 ottobre 2012 3 17 /10 /ottobre /2012 20:35
Marocco: salafiti distruggono graffiti preistorici
 
In Marocco, esistono dei graffiti molto importanti per l' archeologia; si trovano incisioni rupestri ancestrali a partire da quando è comparso l'Homo sapiens, fino in epoca recente. In tutto il mondo solitamente si trovano in alpeggi da pascolo, vicino a fonti e a laghi. Rappresentano sia realtà della vita quotidiana pastorale e agricola, sia figure simboliche e fantastiche, sono frequenti incisioni rupestri raffiguranti animali e dischi (forse dischi solari), il più grande dei quali ha un diametro di 20-30 cm .Un evento increscioso e molto triste, riguarda per l' appunto queste raffigurazioni storiche.Un gruppo di salafiti ha distrutto una serie di graffiti rupestri risalenti a più di 8.000 anni fa che raffiguravano il sole.
Perchè mai un gruppo di persone come dei salafiti andrebbe a distruggere opere tanto importanti? Qui esiste il problema: i salafiti hanno determinate ideologie a riguardo. 
  • Viene respinto il culto delle tombe tanto che in Arabia si giunse fino a distruggere le tombe di Kadija e dei califfi

  • non si ammettono "madhab" (maestri) come interpreti della sharii'ah (legge, islamica data da Allah)

  • Viene respinto anche la invocazione alla intercessione di Maometto : non è ammesso dire YA MUHAMMAD (per intercessione di Maometto)

Il pensiero salafita viene contestato da altre componenti dell'islam: per restare negli esempi citati :

  • si dice che il culto delle tombe è contenuto nelle prime tradizioni in quanto Muhammed stesso disse "Io (sarò) vivo e fresco nella mia tomba, a chi mi saluterà, gli ritornerò il saluto."

  • che l'intercessione del Rasul Allah (inviato di Dio; Rasul viene generalmente tradotto in occidente con Profeta) è presente anche negli hadith (racconti del Profeta) : ad esempio vi si narra che un cieco recupera la vista per sua intercessione

  • che in effetti anche i salafiti hanno i loro "madhab " (maestri) da seguire

Soprattutto si contesta che una minoranza vuole imporre il proprio parere alla grande maggioranza della UMMA (comunità dei credenti ) e che soprattutto ad innovare (BIDA) sono proprio i salafiti che dopo 1400 anni vogliono mutare quello che i "muslin" hanno sempre fatto
 
I graffiti preistorici si trovavano sulle montagne dell'Alto Atlante in Marocco. Uno dei graffiti era chiamato "la piastra del sole" ed era anteriore alla presenza dei Fenici. Il motivo è che i salafiti la consideravano "idolatria". A denunciare la perdita del reperto è stato il responsabile di una ong marocchina, Aboubakr Anghir, della Lega Amazigh dei diritti umani, confermando una notizia del quotidiano As-Sabah.
 
 
 
 
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12 ottobre 2012 5 12 /10 /ottobre /2012 20:55

La mano fossile del Cretaceo è stata trovata in una roccia nel 1999 da “Dr. Jamie Gutierrez” ed esposte a Bogotà, Colombia, Le ossa sono state analizzate dai creazionisti Carl Baugh e Kent Hovind e sono state considerate come parti di una mano umana ma il paleontologo Glen J. Kuban, nel novembre 2006 ha svelato questo mistero, anche se cosa curiosa, molti siti riportano ancora tali ossa come un oopart. Nwlla scheda è riportato dettagliatamente la vera natura di tali ossa grazie anche all’aiuto del Dott. Walter Joyce del Museo di Yale Peabody.

Stephen Baugh espresse il parere a Meyers sulla certezza dell’identità delle ossa, assicurando di aver fatto uno studio ulteriore per confermarne l’autenticità, peccato che nello stesso periodo fossero identificate come ossa fossili di tartaruga marina da una serie di biologi e paleontologi, tra cui il Dott. Pietro Prichard (autore di il Enclyclopedia delle tartarughe), il Dott. Pietro Meylan (ricercatore presso Eckerd College in Florida), e il Dott. Walter Joyce, esperto di fossili al Museo di Yale Peabody divisione di Paleontologia.
Il Dr. Joyce dichiarò che le ossa sono sicuramente quelle di una tartaruga marina, probabilmente della famiglia Chelonioidea, che comprende tartarughe marine verdi anche dette tartarughe embricate cioè con il bordo della mascella uncinato e due paia di grossi scudi sopra la testa, in mezzo agli occhi.
Egli ha osservato che la zampa palmata di una tartaruga marina superficialmente assomiglia a quella di un umano ma il pollice ha tre falangi. Inoltre, entrambi gli uomini e le tartarughe marine hanno due file con quattro ossa carpali, e il pollice di entrambe sono molto più brevi rispetto alle altre.
Appare ovvio come il creazionista Baugh abbia fatto una ricerca assai approssimativa, Poichè una sommaria vista delle foto e un semplice confronto con le illustrazioni delle ossa di una mano umana avrebbe rivelato queste incongruenze, si sarebbero quindi cercate delle ossa che rispondevano a tali requisiti e questi canoni si sarebbero trovati facilmente negli scheletri delle tartarughe del Cretaceo.

Tratto da paleo.cc

 Osservazioni di Walter Joyce

Ho osservato che vi sono anche caratteri nelle ossa che mostrano inopugnabilmente la specie a cui appartengono:

1. La falange distale del tartarughe è più appiattita che negli esseri umani.

2. Le ossa carpali degli esseri umani sono di piccole dimensioni mentre quelle delle tartarughe marine sono più appiattite e squadrate (alcuni quasi a quadrato).

3. Il pollice dell’uomo ha le ossa dritte e, in particolare di ugual lunghezza; nella maggior parte delle tartarughe marine, le prime due ossa sono a cuscinetto e quindi sono entrambi molto più piccole rispetto al resto.

4. Le superfici articolari delle falangi umane sono ben formati per consentire la circolazione delle dita; le superfici delle falangi della tartaruga marina sono più smussate per irrigidire la zampa

5. Il pisiform (un osso del carpo) è piccolo per l’uomo, ma gigantesco nelle tartarughe marine per ingrandire la superficie della zampa
Il Dr. Joyce fa notare che tutte queste funzionalità sono visibili nel materiale raffigurato nella foto mostrata da Baugh, anzi nelle foto fanno bella mostra i grandi blocchi carpali delle tartarughe marine e, in particolare, il gigantesco pisiform.

paleo.cc

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24 settembre 2012 1 24 /09 /settembre /2012 21:23
 
                
 
La scoperta è stata effettuata al largo del Giappone; al largo della piccola isola giapponese di Yonaguni, a sud-ovest di Okinawa, si erge immersa nel silenzio delle profondità marine una misteriosa e imponente struttura di pietra.La forma è rettangolare e ricorda quella delle ziggurat, le torri templari della Mesopotamia antica, costruite a gradini su larghe piattaforme, con un santuario in cima e una scalinata d’accesso esterna.

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La scoperta era così sensazionale che sia gli archeologi che gli appassionati di archeologia lavorarono insieme per dare vita e luce a questo nuovo ritrovamento. Nel mese di settembre non lontano dalla riva dell’isola di Yonaguni, a quasi 400 km aerei da Okinawa, fu trovata una gigantesca struttura piramidale a quasi 100 metri di profondità. La struttura misurava 240 piedi di lunghezza (73,152 m) Questa eccezionale scoperta non ha destato né stupore né meraviglia fra il pubblico Italiano, Americano, tedesco etc., anche perché quasi nessuno ha mai saputo di questa scoperta, fino a quando una nota rivista americana ha dato la notizia la primavera successiva. Da allora un ulteriore coperta di silenzio è calata sul ritrovamento. Perché? Perché il mondo dell’archeologia ha preferito non sapere e tacere su questo ritrovamento? Alcuni sostengo che la struttura piramidale sia molto più antica delle piramidi egizie e questo potrebbe in parte spiegare il perché di tanto silenzio. Studiando archeologia mi sono accorta che è difficile screditare alcuni archeologi che ormai hanno una fama ben consolidata ed è soprattutto difficile elaborare nuove teorie sull’origine dell’uomo senza che (alcuni) questi creino attorno a te un vuoto senza precedenti. Si pensa che la piramide ( meglio dire la parete della piramide) abbia il doppio degli anni delle piramidi d’Egitto, se ciò fosse vero la storia dell’uomo e della sua evoluzione è tutta da riscrivere e cererebbe uno scompiglio abissale nel mondo archeologico. Ricordo che una cosa simile successe per un ritrovamento al largo dell’India, si parlava del ritrovamento di una città sommersa di 12.000 anni, una città architettonicamente perfetta. Da allora non si ebbe più nessuna notizia. Perché alcuni studiosi permettono che ci sia il vuoto attorno ad alcuni ritrovamenti? Da quasi studiosa purtroppo non so rispondere.

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Jim Mower, archeologo all’University college di Londra, sostiene che se la struttura risale davvero a 10 mila anni fa ed è opera dell’uomo dovremo rivedere la storia della civiltà nel Sudest asiatico. «Coloro che hanno costruito il monumento possono essere messi sul medesimo piano con l’antica civiltà della Mesopotamia» dice Mower.
Alcuni studiosi pensano che la struttura sia di origine naturale, ma molti altri non condividono questa teoria. A confermare gli studi di questi ultimi è il ritrovamento di una strada attorno alla piramide e l’assenza di detriti di erosione. Accanto alla parete della piramide a gradoni sono state trovate delle piccole strutture a forme di ziggurat sono alte circa 2 m e larghe 10. É ancora troppo presto per sapere chi furono gli artefici di questa costruzione, forse fu un edificio con scopo religioso o per celebrare una divinità simile al dio Nirai-Kanai, personaggio centrale nel pantheon giapponese.
Questo ritrovamento potrebbe essere la prova dell’esistenza di una nuova cultura, anche perché non ci sono notizie di popolazioni così evolute da poter creare 10.000 anni fa una costruzione così poderosa. Probabilmente era una popolazione proveniente dal continente asiatico dove la civiltà antica ebbe origine. Secondo alcuni studiosi la struttura circostante risalirebbe almeno all’ 8000- 10000 begin_of_the_skype_highlighting end_of_the_skyp a.C., alla fine dell’era glaciale. La civiltà giapponese neolitica sorge nel 9000 a.C., era una popolazione che praticava la caccia e la raccolta del cibo, se tale ritrovamento fosse una vera piramide di origina umana e non naturale databile a 10000 anni fa cambierebbe la storia dell’origine dell’uomo, i libri dovrebbero essere riscritti e il caos piomberebbe nelle teorie ormai consolidate nel mondo dell’archeologia. Tale affermazione metterebbe la cultura antica del Giappone allo stesso livello di quella mesopotamica.

   
 
 
 Ciò che accomuna queste isole e il modo in cui la loro civiltà fu portata alla fine. Ogni cultura dell’antichità, ha all’interno del proprio repertorio mitologico un diluvio universale e la perdita di territori a causa di grandi inondazioni. Con un po’ di fantasia si possono creare decine di teorie quasi attendibili. Nuovi ritrovamenti ritorneranno alla luce e nuove teorie dovranno essere elaborate.

Se ciò non bastasse, nella zona circostante i ricercatori hanno trovato delle miniziggurat, anch’esse con gradini, larghe dieci metri e alte due.«E’ presto per dire chi abbia costruito la struttura più grande e perché. Potrebbe essere un tempio dedicato a un dio dell’antichità. In tal caso sarebbe la prova dell’esistenza di una inedita civiltà. E non esistono testimonianze di un popolo sufficientemente intelligente per costruire un simile monumento 10 mila anni fa» dice Kimura, «Una costruzione così prevede un popolo con un alto grado di tecnologia, che forse proveniva dal continente asiatico, culla delle più antiche forme di civilizzazione.

 

Questa struttura scoperta sui fondali di Yonaguni (piccola isola dell’arcipeago delle Ryukyu a Sud del Giappone), potrebbe rivelarsi la più antica costruzione fatta dall’uomo. In questo modo ci sarebbero addirittura le prove dell’esistenza del leggendario Mu, continente che secondo una leggenda si inabissò nell’Oceano Pacifico migliaia di anni fa. Fin dal 1868, quando il colonnello Jason Churchward affermò di essere in possesso di alcune tavolette di argilla, che recavano incisa in una scrittura misteriosa la storia del grande continente di Mu, si iniziò a cercare qualcosa che fosse una traccia di questa antica civiltà in tutto il Pacifico, senza però mai avere successo. Nel 1985 però, il giapponese Kikachiro Aratake, un Sub di Yonaguni, durante un’immersione a circa 150 metri al largo dell’isola, fece una sensazionale scoperta: un’enorme struttura di pietra dall’aspetto simile a una piramide, che si ergeva a una profondità di 25 metri.
Aratake, subito dopo la scoperta, descrisse il momento in cui vide per la prima volta la struttura con queste parole:

 

 




“Nuotavo spinto dalla corrente quando improvvisamente mi si parò davanti una ripida parete di pietra, Dovetti aggrapparmi con le mani alla roccia per costeggiare la struttura e non essere spinto lontano. Dopo la lunga passeggiata subacquea mi ritrovai di fronte a uno spettacolo da mozzare il fiato: la facciata era percorsa da scalinate, ognuna delle quali conduceva a terrazzamenti su vari livelli, in un insieme irregolare, ma continuo fino alla cima. La costruzione era così perfetta che mi aspettavo da un momento all’altro di vedere qualcuno uscirne. Ma gli unici abitanti erano i pesci che nuotavano intorno a me, e il silenzio del luogo era rotto solo dal battito del mio cuore”.

“La mancanza di detriti da erosione intorno alla facciata con gradini fa supporre che non sia stata creata dalla natura.” Giace a oltre 22 m di profondità, al largo dell’isola giapponese di Yanoguni.La struttura ha quasi le stesse dimensioni della piramide di Cheope di Giza (Egitto), c ostruita più di 5000 anni fa.

Se fatta dall’uomo dovrebbe risalire ad almeno 10 mila anni fa, prima di essere sommersa dopo l’ultima glaciazione. La costruzione è lunga circa 200 metri e alta una trentina e si potrebbe far risalire a 8 mila anni a.C. L ’agglomerato si sviluppa per poco più di 500 km, si tratta dei resti di un’antica città o di un certo numero di siti strettamente correlati.«Se fosse opera della natura, dovrebbero esserci attorno i detriti prodotti dall’erosione, invece non ce n’è traccia.

Anzi, lungo il perimetro della struttura sembra correre una strada che può essere stata aperta solo dall’uomo» ha detto Kimura al The Sunday Times.Nell’aprile del ’98 Robert Schoch, geologo all’università di Boston, ha compiuto delle immersioni per farsi un’idea dell’enigmatica costruzione.«Scavatì nella roccia ci sono tanti gradini alti un metro. Impossibile che un’opera simile sia dovuta all’erosione dell’acqua e, tanto meno, ad assestamenti di rocce che rompendosi hanno creato una struttura così articolata, lineare e perfetta» afferma Schoch.

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La notizia del ritrovamento fu divulgata alla comunità scientifica nel 1986 e nel 1990 la zona fu dichiarata sito archeologico, ma in molti pensarono, e pensano ancora che la struttura sia solo una bizzarra realizzazione di madre natura.
Ma questa piramide è davvero opera dell’uomo o è uno scherzo della natura? La struttura è un unico enorme blocco di roccia lungo 200 metri, largo 150 e alto circa 20, la grandezza della base è paragonabile a quella della piramide di Cheope. Non si sa ancora a quando risalga la struttura, le avverse condizioni del mare in quel tratto di costa rendono molto difficili le analisi. Per le caratteristiche del ritrovamento non c’erano dubbi, si trattava di un sito archeologico, le ricerche furono avviate e squadre di archeologi trovarono a pochi metri altri monumenti, per poi trovarne un altro e un altro ancora. Il sito nascosto dalle acque marine si presentava come una vera città urbanizzata con: strade, piccoli vialetti, maestose scalinate, portici di grande manifattura con architettura lineare e sobri. Alla vista degli archeologi si presentava un quadro mai visto prima in quella civiltà.

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20 settembre 2012 4 20 /09 /settembre /2012 19:41

La scoperta effettuata nei laboratori di Triestehttp://www.centrometeoitaliano.it/wp-content/uploads/2012/09/otturazione-dente-uomo-lonche.jpg
Otturazione dente Uomo di Lonche. Fonte: newscientist.com

 

 

Scoperta la prima otturazione fatta ad un essere umano. Il Centro Internazionale di fisica teorica Abdus Salam di Trieste, in collaborazione con il Sincrotone (TS), ha analizzato la mandibola dell’Uomo di Lonche, resto rinvenuto in Slovenia e custodito al museo di storia naturale di Trieste. Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista Plos One, l’otturazione risalirebbe a 6.500 anni fa e sarebbe stata effettuata in prossimità del decesso dell’uomo.

Otturazione dente Uomo di Lonche. Fonte: newscientist.com

Il materiale utilizzato per l’otturazione del canino dell’uomo è la cera d’api, ma non è stato possibile sapere, dagli esami effettuati in laboratorio, se l’operazione è stata eseguita prima o dopo il decesso. Diversi sono gli strumenti utilizzati per l’analisi e per preservare l’integrità del canino, tra cui la microtomografia ai raggi X.

 

 

 

centrometeoitaliano.it

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