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1 giugno 2014 7 01 /06 /giugno /2014 22:17

 

© Illustris Collaboration
Quelle nell'immagine qui sopra, le avete riconosciute di sicuro, sono galassie. Quello di cui certamente non vi sareste accorti, se non aveste letto il titolo del post, è che non sono galassie vere, ma galassie virtuali. Sono state cioè create dentro un supercomputer, in una simulazione. Chiariamo: non stiamo parlando di una rappresentazione in grafica computerizzata, ovvero di una semplice, per quanto realistica, imitazione dell'aspetto delle galassie. No, le galassie si sono proprio formate dentro il calcolatore, attraverso un processo che mira a riprodurre i meccanismi fisici che pensiamo abbiano portato alla formazione delle galassie vere, nell'universo vero. Lo scopo, confrontando i modelli teorici con le osservazioni reali, è quello di capire come sono sbucate fuori le strutture che osserviamo nell'universo, a partire dalle condizioni iniziali esistenti dopo il big bang. 
Quelle galassie pazzesche, e moltissime altre, le ha prodotte la simulazione Illustris, l'ultimo passo nella creazione di universi sintetici al calcolatore. È la più dettagliata esistente al momento: prende un cubo rappresentativo dell'intero universo (350 milioni di anni luce di lato) contenente gli ingredienti del mondo reale (materia oscura, materia atomica, radiazione, energia oscura) nelle quantità giuste, e lascia agire la fisica per un periodo che copre tutta la storia del cosmo. Alla fine della cottura, il cubo contiene decine di migliaia di galassie, di cui è possibile osservare la struttura dettagliata e il modo in cui si dispongono nello spazio, raggruppandosi in gruppi, ammassi e filamenti, in una complessa rete di strutture che ha le stesse caratteristiche che osserviamo con i nostri migliori telescopi. Naturalmente, per produrre questo risultato la simulazione non ci ha messo quanto ci ha messo davvero la natura, ovvero 13.8 miliardi di anni, ma ci è voluto comunque un tempo ragguardevole: 19 milioni di ore di CPU su 8192 processori (l'equivalente di 2000 anni di calcolo su un singolo processore). E per analizzare tutti i dati prodotti ci vorrà più o meno quanto ci vorrebbe se fossero dati veri, così che molte zone della simulazione sono ancora inesplorate.
Se volete saperne di più e vedere altre belle immagini, andate sul sito di Illustris. Se invece volete solo un riassunto in sette minuti scarsi, mettete il filmato qui sotto in alta risoluzione a tutto schermo (magari togliendo l'audio), e provate a non spalancare troppo la bocca.
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25 maggio 2014 7 25 /05 /maggio /2014 21:44

Da Curiosity arrivano i primi indizi di possibili forme di vita su Marte: 65 specie di batteri, che però, ironia della sorte, il rover della Nasa si sarebbe eventualmente portato da casa.

http://3.bp.blogspot.com/-gpr3KuCqi30/TkET8oaVR4I/AAAAAAAAAY8/J9-8FQ90nc4/s200/Brina%2Bsu%2Bmarte.bmp
Una foto di Marte coperto da ghiaccio d'acqua, e se 1+1 fa due....!



Uno studio della University of Idaho, presentato durante il congresso annuale dell’American Society for Microbiology, ha infatti analizzato per la prima volta dei tamponi prelevati dalla struttura esterna del rover prima del lancio, svelando che diverse specie di batteri sono riuscite a sfuggire all’accurata sterilizzazione operata dai tecnici della Nasa. Secondo gli scienziati, molti dei 377 ceppi batterici identificati avrebbero potuto inoltre sopravvivere al viaggio della sonda nello spazio.
La maggior parte delle specie identificate appartengono infatti al genere Bacillus, batteri Gram-positivi capaci di sopravvivere anche in condizioni ambientali estreme. Nei loro laboratori, i ricercatori hanno sottoposto i microorganismi a stress come la disidratazione, esposizioni a raggi UV, freddo intenso e Ph estremi, per simulare le condizioni presenti nello spazio e sulla superficie di Marte. Nei loro test, quasi l’11% dei batteri è sopravvissuto ad almeno una delle prove.
Quando abbiamo iniziato il nostro studio non si sapeva nulla dei batteri presenti sul Rover”, spiega sulle pagine di Nature 
Stephanie Smith, ricercatrice della University of Idaho che ha coordinato lo studio. Fino ad oggi infatti, gli unici studi svolti per valutare i possibili “clandestini microbici” a bordo di Curiosity avevano analizzato le specie presenti nelle strutture in cui è stata assemblata la sonda, e nei meccanismi di lancio. Quello della University of Hidao è quindi il primo studio in cui è stato possibile analizzare i batteri effettivamente presenti su Curiosity.
I nuovi dati raccolti dal team di Smith verranno ora utilizzati dagli scienziati della Nasa per riconoscere eventuali batteri di origine terrestre nei campioni di suolo marziano raccolti da Curiosity, e per sviluppare procedure di sterilizzazione più efficienti. In futuro infatti, sarà importante evitare il rischio di contaminare i corpi celesti visitati dalle nostre sonde con microorganismi terrestri. “Non sappiamo ancora se si tratta di un pericolo reale – conclude Smith su Naturema nel dubbio, è importante prendere delle precauzioni”.

Fonte

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22 maggio 2014 4 22 /05 /maggio /2014 22:03

marte batteri

I batteri della Terra potrebbero colonizzare la superficie di Marte. È quanto emerge da una nuova ricerca condotta a bordo della Stazione Spaziale Internazionale relativa alla colonizzazione batterica sul pianeta rosso e a come questa potrebbe conquistarlo prima dell'occupazione umana.

La ricerca è stata condotta da tre team che si sono concentrati sullo studio del modo più appropriato per evitare che i microbi dalla Terra possano attaccare e minacciare il pianeta rosso, magari giungendovi a bordo dei veicoli spaziali. È quasi impossibile, infatti, rimuovere gli agenti contaminanti dalle navicelle dirette verso altri pianeti. Grazie ad una migliore comprensione di come gli organismi possono sopravvivere nello spazio o sulla superficie di altri mondi, gli scienziati si sono prefissi di conoscere quali siano le forme di vita microscopica resistenti a questi viaggi. "Se si è in grado di ridurre il numero a livelli accettabili, l'ipotesi è che le forme di vita non sopravvivano in condizioni spaziali difficili", ha spiegato Kasthuri Venkateswaran, del Jet Propulsion Laboratory.

I ricercatori hanno affrontato il problema mediante esperimenti indipendenti. Il primo ha utilizzato un esperimento a bordo della Iss. In questo caso, il team ha proceduto ad esporre gli organismi noti per essere resistenti agli habitat terrestri a 18 mesi di vita nello spazio. "Si è constatato che alcuni (di questi) sono anche parzialmente resistenti all'ambiente ancor più ostile dello spazio esterno, compreso il vuoto, gli sbalzi di temperatura, l'intero spettro di radiazione elettromagnetica solare extraterrestre e le radiazioni ionizzanti cosmiche", hanno spiegato gli scienziati.

Un secondo gruppo, composto dai ricercatori del Centro Aerospaziale Tedesco, del California Institute of Technology e, infine, del Jet Propulsion Laboratory, ha esposto i batteri alle condizioni proibitive di vita dello spazio per circa un anno e mezzo. Per condurre tale esperimento, si sono avvalsi della European Technology Exposure Facility (EuTEF) presente sulla stazione spaziale. “Dopo 18 mesi di esposizione alle condizioni dello spazio e del buio, le spore hanno dimostrato di avere il 10/40 per cento di sopravvivenza, mentre è stato osservato un tasso di sopravvivenza dell'85/100 per cento quando queste spore sono state tenute a bordo della Iss in condizioni atmosferiche marziane”, ha riferito il team scientifico.

Quando i batteri del phylum Firmicute sono sotto stress, si è constatato come questi possano formare gusci di protezione, chiamati endospore. Tali rivestimenti proteggono gli organismi dai danni derivanti da condizioni ambientali estreme come la siccità. I biologi hanno cercato di capire se queste strutture possano proteggere i batteri dai processi di risanamento e dall'ambiente dello spazio.

Infine, un'equipe internazionale, nata dalla collaborazione tra Germania, Francia e Stati Uniti, ha sottoposto i batteri a condizioni simili a quelle attese nel caso si effettuasse un viaggio alla volta della superficie di Marte. È stato dunque dimostrato che solo la luce ultravioletta è efficace ad uccidere gli organismi. "Tutti gli altri parametri ambientali incontrati dal 'viaggio su Marte' o dal 'rimanere su Marte' hanno causato pochi danni alle spore, che mostravano oltre il 50 per cento di sopravvivenza. I dati dimostrano l'elevata probabilità di sopravvivenza delle spore nel caso di una missione su Marte, se protette dall'irraggiamento solare", hanno dichiarato i ricercatori.

Federica Vitale

 

http://www.nextme.it/scienza/universo/sistema-solare/7735-batteri-colonizzeranno-marte

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18 maggio 2014 7 18 /05 /maggio /2014 21:33

L'asteroide Vesta in un'immagine del 2011. Crediti: Dawn/NASA

Una crosta di basalto con un cuore di ferro. È Vesta, luminoso asteroide della fascia principale, la cui composizione ricorda per molti aspetti quella terrestre. Tanto da aver avuto in passato una caratteristica fondamentale in comune con il nostro pianeta: l’attività vulcanica.

La conferma arriva da uno studio appena pubblicato su Geophysical Research Letters, che dimostra la presenza di tracce magmatiche in uno dei crateri principali dell’asteroide, Teia.

Ma facciamo un passo indietro. Le prime ipotesi sul vulcanismo vestano risalgono alla fine degli anni ’90, quando furono analizzate per la prima volta le cosiddette meteoriti HED, strutture asteroidali appartenenti e tre gruppi diversi (howarditi, eucriti e diogeniti, da cui il nome). E provenienti proprio da Vesta: per questo la loro composizione, prevalentemente basaltica, ha fatto pensare che anche l’asteroide principale avesse un’alta percentuale di basalto. Tipica roccia di origine vulcanica: da qui la teoria dell’attività magmatica su Vesta.

Fu così che i ricercatori iniziarono a cercare strutture morfologiche che indicassero residui di colate di lava sui pendii scoscesi dell’asteroide: ma non trovarono nulla di tutto questo.

La missione Dawn della NASA partita nel 2007 è stata la prima sonda a toccare il suolo di Vesta, raggiunto nel luglio 2011. Le sue osservazioni hanno rilevato l’assenza di strutture attribuibili in modo inequivocabile ad attività vulcanica: un dato che ha fatto pensare alla breve durata del vulcanismo vestano, che quindi non ha lasciato tracce.

Il cratere Teia, visibile nella parte sinistra dell'immagine grazie al materiale più luminoso al suo interno. Crediti: Dawn/NASA

Il cratere Teia, visibile nella parte sinistra dell’immagine grazie al materiale più luminoso al suo interno. Crediti: Dawn/NASA

Restava però da trovare una prova che giustificasse il ritrovamento dei residui magmatici nelle meteoriti staccate da Vesta. Prova che è arrivata grazie a uno studio guidato da Maria Cristina De Sanctis dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali dell’INAF: a partire dagli stessi dati raccolti dalla missione Dawn, i ricercatori hanno trovato la tanto agognata traccia del passaggio di magma nel passato dell’asteroide.

La chiave è stata puntare lo sguardo su Brumalia Tholus, una delle catene montuose in miniatura di Vesta: si tratta di una zona rialzata dalla forma allungata e disseminata di piccoli crateri. Tra questi spicca Teia, nella parte più a nord di Brumalia, al cui interno sono nascoste chiare tracce di antica attività vulcanica.

Il cratere fortunato è profondo 900 metri, decisamente poco rispetto alla media; tuttavia l’ampiezza del suo diametro fa pensare che un tempo arrivasse a una profondità di un paio di chilometri. È qui che giace un deposito di residui magmatici, e in particolare diogenite: guarda caso, uno dei tre gruppi di cui fanno parte le meteorite HED. Ecco quindi la prova che mancava, a svelare definitivamente il vestito magmatico di Vesta.

Per saperne di più:

 

http://www.media.inaf.it/2014/05/15/vesta-e-il-suo-vestito-di-magma/

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16 maggio 2014 5 16 /05 /maggio /2014 22:07

Sono serviti anni di complicato ed infinitesimale lavoro, ma le teorie di Albert Einstein hanno trovato un'altra grande conferma sperimentale.  Trattando di relatività generale e ristretta, più di un cenno deve essere fatto nei confronti del grande lavoro scoperto da questo incredibile scienziato. Un'opera durata anni è riuscita a demolire, tramite semplicissime intuizioni, le assolute convinzioni di una fisica classica e millenaria.  A distanza di moltissimi anni arrivano anche oggi straordinarie conferme sperimentali su quanto pensato dallo stesso Einstein. E' di pochi giorni fa, infatti, la conferma che le teorie di distorsione spazio-temporali pensate per i corpi in galleggiamento nell'universo sono concretamente riscontrabili anche sul pianeta Terra.  Muovendosi nei suoi moti principali di rotazione, rivoluzione e gravitazione, l'astronave sulla quale viaggiamo ubbidisce alle leggi impresse a caratteri cubitali nella storia dal grande fisico.  A dispetto di una famosa affermazione di Einstein, secondo la quale "ho imparato una cosa nella mia lunga vita, e cioè che rispetto alla realtà tutta la nostra scienza è primitiva e infantile, eppure è la cosa più preziosa che abbiamo", è stato confermato quello che era racchiuso tra esclusivi caratteri matematici.  Pur primitivamente ed infantilmente, l'esperimento Gravity Probe B gestito in collaborazione tra Stanford University e dalla NASA è riuscito appieno nella missione di misurare e quantificare la deformazione spazio-tempo attorno alla Terra. Tale missione, iniziata nel 2004, ha impiegato 7 anni per giungere ad una prima e fondamentale scoperta.  Collocando quattro giroscopi dalla precisione impeccabile in posizioni adatte, sono state quantificate ed identificate le grandezze seguenti:

  • effetto geodetico, ossia la deformazione dello spazio-tempo attorno ad un corpo massiccio;
  • effetto di trascinamento, per il quale la Terra modifica il proprio spazio temporale anche con il suo stesso moto di rotazione. 

Tralasciando le complicatissime modalità dell'esperimento compiuto, il GP-B è riuscito nell'impresa di misurare questi valori con una precisione incredibile: si tratta di uno spostamento quantificabile in pochissime migliaia di cosiddetti milliarcosecondi. "Un milliarcosecondo è lo spessore di un capello umano visto da 10 miglia di distanza, è un angolo davvero minuscolo, e questa è l'accuratezza che doveva raggiungere Gravity Probe B." è l'opinione riportata da Francis Everitt, primo firmatario dell'articolo riportato su Physical Review Letters.  E' possibile effettuare un paragone più comprensibile riguardo alla scoperta fatta? Lo stesso Everitt chiarisce con un semplice esempio l'idea complessa di distorsione spazio-temporale: "Immaginiamo come se la Terra fosse immersa nel miele. Quando il pianeta ruota attorno al proprio asse e orbita attorno al Sole, il miele si deforma e crea dei vortici, e lo stesso avviene con lo spazio-tempo."  Tra Terra e miele, comunque, un grande traguardo è stato raggiunto con numeri infinitamente precisi.  Seppur primitiva ed infantile, spesso, la scienza sa regalare grandissime ambizioni ed impensabili traguardi all'essere umano. Quali le conseguenze potenziali di questa scoperta? "GP-B ha confermato due delle più profonde previsioni dell'universo di Einstein, con notevoli implicazioni sulla ricerca astrofisica", ha detto Everitt. I ricercatori del team sono dello stesso avviso: "I risultati della missione avranno un effetto a lungo termine sul lavoro dei fisici teorici negli anni a venire. Qualsiasi futura sfida alla teoria di Einstein della relatività generale dovrà confrontarsi misurazioni più precise di quelle egregiamente eseguite da GP-B." Il meglio dell'opera, sembra, dovrà ancora venire. DISTORSIONE SPAZIO-TEMPORALE E CONFERME DAL FRONTE TERRESTRE
Fonte per la rielaborazione dei contenuti: http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/La_deformazione_dello_spazio-tempo_attorno_alla_Terra/1347784

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13 maggio 2014 2 13 /05 /maggio /2014 21:58

Nuove immagini dei recenti scavi effettuati da

 

Animazione del prima e dopo gli scavi a Kimberley, su Marte. Credit: NASA/JPL/MSL-Curiosity

Animazione del prima e dopo gli scavi a Kimberley, su Marte. Credit: NASA/JPL/MSL-Curiosity


Dopo le prime indagini esterne, il rover Curiosity ha iniziato a scavare nelle intriganti rocce trovate presso il deposito chiamato Kimberley, all'interno del Cratere Gale. Questo scavo fresco è stato effettuato in una roccia battezzata Windjiana. Il buco creato è largo 1.6 cm e profondo 6.5 cm. Vicino c'è un buco più piccolo, effettuato prima come test per la durezza e composizione della roccia.
 
Panorama a est del Mount Remarkable, vicino ai depositi Kimberley esaminati in questi giorni da Curiosity. E' qui che sono stati effettuati i nuovi scavi. Credit: NASA/JPL/MSSS/Thomas Appéré

Panorama a est del Mount Remarkable, vicino ai depositi Kimberley esaminati in questi giorni da Curiosity. E' qui che sono stati effettuati i nuovi scavi. Credit: NASA/JPL/MSSS/Thomas Appéré

 

Primo piano ravvicinato della roccia scelta all'interno del deposito Kimberley, per effettuare gli scavi. Credit: NASA/JPL/MSSS

Primo piano ravvicinato della roccia scelta all'interno del deposito Kimberley, per effettuare gli scavi. Credit: NASA/JPL/MSSS

Primo scavo di prova effettuato da Curiosity. Notate i cristalli chiari nel materiale, e quanto è diverso il materiale scavato rispetto al colore rosso a cui siamo abituati sulla superficie di Marte. Credit: NASA/JPL/MSSS

Primo scavo di prova effettuato da Curiosity. Notate i cristalli chiari nel materiale, e quanto è diverso il materiale scavato rispetto al colore rosso a cui siamo abituati sulla superficie di Marte. Credit: NASA/JPL/MSSS

Animazione del braccio robotico di Curiosity al lavoro su alcune rocce di Kimberley. Credit: NASA/JPL/MSSS

Animazione del braccio robotico di Curiosity al lavoro su alcune rocce di Kimberley.

Credit: NASA/JPL/MSSS

 

 

E' interessante notare come "il materiale venuto fuori dagli scavi ha un colore molto più scuro e meno rosso rispetto agli scavi effettuati in rocce precedentemente visitate dal rover." ha spiegato Jim Bell, dell'Arizona State University, vice-investigatore principale per la Mastcam di Curiosity. "Questo suggerisce che l'analisi chimica e minerale dettagliata che stiamo per effettuare con gli altri strumenti del rover potrebbe svelarci la presenza di materiali differenti da quelli visti fino ad ora. Non vediamo l'ora!"

I due siti precedentemente analizzati presso la regione Yellowknife Bay, hanno permesso di evidenziare i resti del lago presente all'interno del cratere, e la composizione chimica indicava condizioni favorevoli alla vita, come acqua a temperatura ambiente e pH neutro. Il rover si trova ora a 4 km di distanza, sulla strada verso dei depositi molto più intriganti, al margine del Monte Sharp, al centro del cratere. Nel frattempo però, saranno effettuate alcune dettagliate analisi della roccia Windjiana, di Kimberley, nella speranza di scoprire nuovi pezzi del grande puzzle chimico e geologico che è il passato di Marte.

http://www.jpl.nasa.gov/news/news.php?release=2014-142

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10 maggio 2014 6 10 /05 /maggio /2014 21:34

Come raggiungere i lontani pianeti extrasolari. Allo studio della NASA un nuovo “propulsore” spazio-temporale in grado di annullare ogni distanza e durata del tempo di viaggio. Le anticipazioni di Bob Lazar, lo scienziato che rivelò il segreto della propulsione dell’UFO di Roswell. E se fosse vero quanto dichiarò il presunto crononauta John Titor? 

 

La NASA alla conquista delle stelle

Dopo i numerosi successi nel campo delle conquiste spaziali, adesso la NASA si trova a sviluppare piani di insediamento umano sulla Luna e sta preparando un viaggio sino a Marte. Ma il suo progetto più ambizioso rimane quello di voler conquistare anche lo spazio interstellare e far raggiungere da una delle sue navi spaziali le più vicine stelle.

Ma nonostante lo sviluppo scientifico di questi ultimi anni la NASA si trova di fronte alla difficoltà tecnologica di estendere i suoi progetti di esplorazione interstellare per via delle enormi distanze esistenti tra la Terra e gli altri corpi celesti.

Il fisico italiano Enrico Fermi ebbe a dichiarare negli anni ’50, molto ingenuamente, che erano proprio le grandi distanze interstellari a rappresentare una barriera insormontabile per l’esplorazione spaziale. Il fatto che sulla Terra non fossero mai giunte dallo spazio creature aliene in esplorazione, dato che la Terra era troppo difficile da raggiungere, costituiva una conferma alla sua affermazione.

Ignorava, nel suo tempo, la pletora di documenti su avvistamenti e atterraggi di oggetti non identificati che i governi francesi, russi e inglesi conservavano da anni nei loro archivi segreti e che solo recentemente si sono apprestati a rivelare. Ultimi quelli del transfuga ex agente della CIA, Snowden, che ha rivelato quanto era contenuto negli archivi segreti degli USA.

Nonostante la possibile barriera costituita dalle distanze interstellari, la scoperta di nuovi pianeti extrasolari ha tuttavia stimolato l’attenzione degli scienziati della NASA sulla realizzazione di nuovi propulsori in grado di superarla.

Una delle scoperte astronomiche più recenti, che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, ha riguardato il caso del pianeta Kepler 186f, un vero e proprio gemello della Terra più o meno grande come essa. Si trova a circa 500 anni luce, nella costellazione del Cigno, ed è il primo esopianeta a trovarsi nella “zona di abitabile” intorno ad una stella che significa la posizione ottimale per cui possano comparire forme di vita paragonabili a quelle del nostro pianeta.

Gli astronomi autori della scoperta ipotizzano che sul pianeta extrasolare possano esistere grandi continenti ricoperti da immense foreste, circondati da vasti oceani.

La scoperta del pianeta extrasolare è avvenuta nell’aprile 2014 grazie al lavoro di due telescopi, tra i più grandi del pianeta, entrambi installati sulla cima del Mauna Kea alle isole Hawaii. Il primo, Gemini Nord, è un telescopio riflettore da 8 metri di diametro, mentre il secondo è il riflettore Keck II da 10 metri di diametro.

 

L’innovativo propulsore “Vasimr”


L’innovativo propulsore della NASA, “Vasimr“, potrebbe consentire a una spedizione umana un viaggio di andata e ritorno su Marte di pochi mesi

A fronte di questa ultima intrigante scoperta, che non è da meno di altre più o meno simili, un numero sempre più agguerrito di scienziati, ingegneri e appassionati dello spazio ha sentito crescere la necessità di dover sviluppare un idoneo propulsore in grado di portare esploratori umani attraverso le stelle. Il contatto con altre civiltà extraterrestri o più semplicemente con altre forme elementari di vita potrebbe arricchire il nostro mondo di nuove prospettive scientifiche e culturali.

Sono nati così vari progetti di ricerca, come “100 Year Starship”, “Tau Zero Foundation” e ”Icarus Interstellar”, che si prefiggono di attuare le basi tecnologiche per realizzare una missione interstellare entro la fine del secolo.

Attualmente è già in opera il rivoluzionario motore a ioni “VASIMR”, ovvero “Variable Specific Impulse Magnetoplasma Rocket”, collaudato dalla NASA nel 2000 dall’équipe di Franklin Chang-Diaz. Si tratta di un nuovo tipo di propulsore, non più basato sulla combustione di propellente ordinario, ma sull’emissione a impulsi di getti di plasma la cui prestazione consentirebbe di poter andare sino alla più vicina stella, rimanerci in orbita e ritornare sulla Terra, in un periodo stimato di tre-quattro anni in totale.

Nel 2003 l’agenzia spaziale giapponese ha addirittura inviato la sonda Hayabusa, dotata della spinta di ben quattro motori ionici allo xeno, sino alla fascia degli asteroidi oltre Marte. La sonda giapponese ha raggiunto, come previsto, l’asteroide 25143 Itokawa rimanendovi in prossimità per molti mesi.

La NASA già progetta di poter utilizzare questo innovativo propulsore per inviare degli astronauti sul pianeta rosso in un viaggio di andata e ritorno di pochi mesi.

 

Il propulsore “spazio-temporale” della NASA

Tuttavia anche con un propulsore con questa prestazione, a fronte di un viaggio interstellare occorrerebbero anni di viaggio costringendo gli astronauti a immaginabili disagi e portando i progettisti a optare in alternativa per una spedizione robotizzata.

Nelle rappresentazioni cinematografiche della saga di “Star Trek” l’astronave del capitano Kirk sfrecciava a velocità superluminale grazie al suo fantastico “motore a curvatura” che funzionava a “cristalli di dilitio”. Questa saga è stata premonitrice di molte innovazioni tecnologiche, come i cellulari, i tablet e il teletrasporto. Tanto che in onore al suo ideatore, Gene Roddenberry, la NASA ha battezzato con il suo nome un asteroide e un cratere sul pianeta rosso.

Sarà per questo motivo che, per non sfuggire ai pronostici tecnologici del genio cinematografico, al Johnson Space Center della NASA a Houston si sta studiando la possibilità concreta di costruire un vero e proprio motore “a curvatura” per compiere viaggi interstellari a velocità maggiori della luce e consentire agli astronauti un viaggio in tempi ridotti.

Sembra che Harold White, capo del programma del Centro di Propulsione avanzata, abbia già realizzato in laboratorio un apparato sperimentale in grado di creare piccole distorsioni nello spazio-tempo utili allo scopo. Se i suoi esperimenti avranno successo, in scala più grande porteranno a realizzare navi spaziali in grado di generare una distorsione spazio-temporale che unirà il punto di partenza con quello dell’arrivo nello spazio. Quasi istantaneamente.

Il motore, se ancora lo si vuole chiamare con questo nome, non sarebbe più un propulsore vettoriale come siamo abituati a vedere nel lancio dei moduli spaziali attuali, bensì un apparato in grado di portare la navicella della NASA contemporaneamente attraverso il tempo e lo spazio.

In realtà la navicella non andrebbe più veloce della luce. Invece di spingere la navicella, il “motore a curvatura” la dislocherebbe semplicemente da un luogo all’altro eludendo il limite della velocità della luce stabilito dalla teoria della Relatività di Einstein.

Per riuscire nel suo intento Harold White tuttavia dovrebbe avere a sua disposizione un distorsore naturale dello spazio-tempo, ovvero un mini buco nero, gestibile in laboratorio, che presentasse le stesse qualità possedute dai grandi e massicci corpi oscuri presenti al centro delle galassie.


Un wormhole ricavato artificialmente nel tessuto dello spazio-tempo consentirebbe a una astronave di spostarsi istantaneamente dalla Terra sino a qualsiasi altra stella dello spazio

Ma per realizzare un mini buco nero occorre necessariamente possedere e utilizzare un acceleratore di particelle dove acquisendo velocità prossima a quella della luce queste aumentano la loro massa in maniera esponenziale. Poiché la NASA non possiede strutture del genere si potrebbe pensare che le voci di qualche tempo fa riguardanti l’avvenuta creazione di mini buchi neri nel Large Hadron Collider del CERN di Ginevra e nell’acceleratore Rhich di Long Island, New York, possano anche essere incredibilmente vere.

Al momento, benché gli esperimenti stiano procedendo positivamente, l’équipe di Harold White è oggetto delle critiche d’uopo degli skeptics americani che, data la loro propensione conservatoristica, affermano che è impossibile alterare lo spazio-tempo, soprattutto con questo utilizzo.

 

Il propulsore “spazio-temporale” del caso Roswell

In questo campo di prospettive scientifiche possiamo citare anche un fatto singolare che ha il sapore di fantascienza e che, se veritiero, potrebbe supportare il progetto in atto presso la NASA e smentire Enrico Fermi sulla sua affermazione che le distanze interstellari potevano impedire i contatti ravvicinati tra diverse civiltà planetarie.

L’8 luglio 1947 si verificò il caso dell’UFO che sarebbe precipitato in New Mexico vicino alla cittadina di Roswell. Una circostanza confermata dai rapporti presenti negli archivi dell’FBI che confermerebbero il racconto dei molti testimoni, militari e civili, dell’epoca.

Qualche tempo dopo Bob Lazar, uno scienziato dell’équipe del Dr. Teller, l’inventore della bomba H americana, cooptato da un gruppo di ricercatori che doveva studiare i resti dell’oggetto venuto dallo spazio, dichiarò che l’UFO in questione era stato portato di nascosto presso la base militare di Edwards, dentro ad un hangar super vigilato dall’esercito americano. Seguì ancora una sua dichiarazione in cui affermava che, secondo la sua percezione di scienziato, l’UFO possedeva un “propulsore” in grado di muoversi attraverso lo spazio-tempo e con questo mezzo poteva superare le inevitabili grandi distante interstellari.

Da ciò si poteva spiegare, se l’informazione era veritiera, il fatto che durante gli avvistamenti di “oggetti non identificati” molti testimoni affermavano di aver avuto problemi di anomalie temporali.

 

Un propulsore che viene dal futuro

Ma oltre al caso Roswell possiamo fare un ulteriore accenno a un evento ancora più fantascientifico che potrebbe essere in relazione al nuovo progetto della NASA.

Accadde che nel 2000 fece la sua comparsa sul web un personaggio, un certo John Titor, che dichiarò di essere un viaggiatore del tempo che giungeva da un prossimo futuro per approdare al nostro secolo allo scopo di recuperare un chip dell’IBM che possedeva facoltà mantenute segrete dalla ditta costruttrice ma che servivano per qualche scopo nel futuro. Un evento che ha tutto per essere un episodio inventato da qualche buontempone, ma che recentemente ha trovato conferma in una dichiarazione di un ristretto team di dirigenti dell’IBM che ha affermato che nessuno oltre a loro era a conoscenza della cosa e che era stato mantenuto sino ad allora come un segreto di portata industriale.

Il presunto crononauta ritornò quindi nel suo tempo, posto a distanza dal nostro di una manciata di decine di anni, ma ebbe il tempo di rilasciare agli incuriositi frequentatori del web un bel po’ di eventi che secondo lui sarebbero accaduti dopo il 2000. Eventi che egli ricordava di aver studiato sui libri di scuola.


L’interno di un acceleratore di particelle. La velocità delle particelle lanciate a quella prossima della luce consentirebbe l’accrescimento della loro massa sino a divenire dei mini buchi neri

Tra le chicche storiche rilasciate da John Titor possiamo ricordare l’affermazione che le due torri gemelle di New York sarebbero crollate a seguito di un attentato. Oppure che sarebbe stata scatenata una guerra dagli USA contro l’Iraq col pretesto di rimuovere presunte armi di distruzione di massa che non erano assolutamente in possesso di Saddam Hussein, anzi non esistevano affatto.

Disse inoltre, sbagliando di un anno, che nel 2009 negli USA sarebbe stato eletto un nuovo presidente ovvero l’inesperto e idealista Barak Obama che non sarebbe stato in grado di riparare completamente la situazione politica ed economica interna degli USA, né di provvedere a contenere la forza bellica della Russia, lasciando così che si accentuassero tensioni internazionali.

Aggiunse inoltre che il suo tempo era caratterizzato dal post bellico di una guerra sanguinosa che però aveva portato ad uno sviluppo tecnologico, medico e culturale molto avanzato, anche se la maggior parte della popolazione viveva in una condizione di tipo rurale, avvalendosi però di internet e di altre meraviglie della scienza. Solo l’Europa si sarebbe trovata dal 2014 in un caos politico che faticava a consentire il suo progresso sociale e tecnologico.
Ma la rivelazione più interessante di John Titor fu la sua affermazione che il CERN di Ginevra avrebbe fatto importanti esperimenti sulla massa delle particelle sino a sperimentare la realizzazione di un mini buco nero che nei secoli a venire sarebbe stato utilizzato per fare viaggi nel tempo e nello spazio. Disse che lui stesso si avvaleva di questa tecnologia sviluppata nel futuro dalla Westinghouse per viaggiare attraverso il tempo.
Come credergli? Al CERN di Ginevra hanno smentito che ststessero lavorando alla realizzazione di un mini buco nero in laboratorio, dichiarando che era una impresa impossibile. Anche se pochi mesi dopo giungeva dal Giappone la notizia che in un acceleratore di particelle del KEK di Tsukuba, inferiore a quello svizzero, erano riusciti a creare una serie di mini buchi neri.
John Titor era un crononauta che giungeva dal futuro oppure si è trattato di un formidabile veggente?

Di certo i tecnici della NASA per affrontare un viaggio interstellare avranno bisogno di un marchingegno tecnologico proprio come quello di Star Trek, descritto anche da John Titor, per superare in pochi istanti le enormi distanze esistenti da stella a stella.

Potrebbe essere che presso i vari acceleratori di particelle del pianeta si stiano già realizzando i mini buchi neri da utilizzare per il progetto della NASA. E in quel momento la NASA si troverà a disporre, inaspettatamente, anche di una vera e propria macchina del tempo con cui poter esplorare, non solo lo spazio, ma anche le epoche passate e future della Terra.

Ma se veramente è possibile realizzare questa prospettiva scientifica, allora si può pensare che ci siano già dei visitatori nella nostra epoca provenienti dalla NASA del futuro.

E qui si apre un fondamentale e inquietante paradosso. Se noi, per gli abitanti del futuro, siamo presenti ormai solo nei loro libri di storia e per loro siamo già defunti da un pezzo, chi siamo noi veramente, visto che siamo certi di essere vivi? Perlomeno ci parrebbe così.

Che senso e ruolo potrebbe avere la nostra esistenza? Di certo l’universo non è inscrivibile in alcun luogo comune ideologico dovuto all’apparenza dei sensi, che molti sono abituati a vivere nonostante tutto, ignorando le sue potenzialità segrete.

 

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30 aprile 2014 3 30 /04 /aprile /2014 21:40

 Marte ha due piccole lune, Phobos e Deimos. Uno di questi satelliti è condannato. Phobos orbita così vicino a Marte - circa 5.800 chilometri sopra la superficie rispetto ai 400.000 km che ci separano dalla nostra Luna - che le forze mareali gravitazionali la stanno trascinando verso il basso . In 100 milioni di anni o meno Phobos sarà probabilmente distrutto dagli effetti di marea e i detriti potrebbero andare formando un anello intorno a Marte .
Con il ticchettio del conto alla rovescia nelle orecchie, l'astrofotografo Peter Rosen era determinato a fotografare la luna marziana e il 24 aprile è riuscito nel suo intento come si evince dalle immagini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Il mio precedente tentativo di fotografare Phobos e Deimos ha catturato solo Deimos, così ho provato di nuovo ieri sera, cambiando leggermente la mia configurazione", spiega Rosen. "Questa volta sono riuscito ad catturare l'ancor più sfuggente Phobos a mag. 11.8, separato soltanto da 11 secondi d'arco dall'accecante Marte di mag. -1,28 . "
"Ho inserito il percorso orbitale di entrambe le lune per mostrare quanto è più vicino Phobos al pianeta rispetto a Deimos"
"
Deimos non si mostra in questa animazione di 2 frame in quanto era invisibile."

 

http://antaresnotizie.blogspot.it/

 

 

 

 

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27 aprile 2014 7 27 /04 /aprile /2014 22:00

 

Illustrazione artistica della nana bruna WISE J085510.83-071442.5, la più fredda mai scoperta. Non solo ma è anche la quarta più vicina al nostro Sole, a 7.2 anni luce da noi. Credit: Penn State University/NASA/JPL-Caltech

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ustrazione artistica della nana bruna WISE J085510.83-071442.5, la più fredda mai scoperta. Non solo ma è anche la quarta più vicina al nostro Sole, a 7.2 anni luce da noi. Credit: Penn State University/NASA/JPL-Caltech


I due osservatori spaziali ad infrarossi della NASA, Spitzer e WISE, hanno scoperto insieme la più fredda nana bruna di sempre ed anche la quarta più vicina a noi con una distanza di soli 7.2 anni luce (Alpha Centauri si trova a 4 anni luce). "E' molto eccitante scoprire un nuovo membro del Sistema Solare così vicino" ha spiegato Kevin Luhman, astronomo della Pennsylvania State University, del Centro per la Ricerca di Esopianeti e Mondi Abitabili. "E data la sua temperatura estrema, dovrebbe poterci insegnare molto anche sulle atmosfere di altri pianeti che spesso hanno temperature simili."
 
La nane brune sono oggetti davvero unici perché iniziano la loro vita con processi interni tipici delle stelle, e nascono dal collasso di grandi nubi di gas di idrogeno ed elio, ma la massa non è abbastanza alta da arrivare alla fusione nucleare ed emanare luce stellare. Questa nuova nana bruna, chiamata WISE J085510.83-071442.5 ha temperature che oscillano tra -48°C e 13°C, e batte ogni record conosciuto a riguardo. Il precedente record era di nane brune a temperatura ambiente.

 

Il telescopio WISE è riuscito a scoprire questo raro oggetto perché ha esaminato l'intero cielo per ben due volte in luce infrarossa, osservando alcune parti persino tre volte. Oggetti molto freddi e pallidi come le nane brune possono essere invisibili quando visti in luce ottica, ma il loro calore, rispetto al mezzo interstellare, può essere rilevato in luce infrarossa. Inoltre, più un corpo è vicino a noi, più il suo movimento diventa apparente in fotografie scattate a distanza di qualche mese.

Dopo aver notato il rapido movimento della nana bruna WISE J085510.83-071442.5, nel Marzo del 2013, Luhman ha passato diverso tempo analizzando ulteriori immagini raccolte con Spitzer ed il Gemini South, presso Cerro Pachon, in Cile. Le ottiche infrarossi di Spitzer, che osservano il cielo ad una lunghezza d'onda un po' di versa da WISE, hanno permesso di determinare la temperatura glaciale di questa nana bruna. Combinando le osservazioni fatte, ed ottenute da quattro diverse posizioni intorno al Sole (durante la rivoluzione terrestre) è stato possibile calcolare la distanza usando i principi della parallasse.

Immagini del movimento della nana bruna WISE J085510.83-071442.5, Credit: NASA

Immagini del movimento della nana bruna WISE J085510.83-071442.5, Credit: NASA

"E' incredibile che anche dopo molti decenni di studi del cielo, non abbiamo ancora un inventario completo dei vicini più stretti del nostro Sole" ha spiegato Michael Werner, scienziato della missione Spitzer, della NASA. "Questi nuovi eccitanti risultati dimostrano la forza dell'esplorare l'universo con questi strumenti infrarossi come WISE e Spitzer."

WISE J085510.83-071442.5 ha una massa stimata tra 3 e 10 volte quella di Giove (molto bassa). Potrebbe anche essere un gigante gassoso molto grande espulso dal proprio sistema stellare. Ma gli scienziati stimano che è probabilmente una nana bruna perché i pianeti orfani sono più rari. Si tratterebbe nel caso anche della nana bruna meno massiccia mai scoperta.

Le stelle più vicine a noi e dove si trova l'appena scoperta nana bruna. Credit: wikimedia

Le stelle più vicine a noi e dove si trova l'appena scoperta nana bruna. Credit: wikimedia

Le ricerche di Luhman avevano già portato a grandi risultati nel Marzo del 2013 quando le sue analisi di immagini di WISE avevano portato alla scoperta di una coppia di nane brune molto più calde ma ad una distanza di appena 6.5 anni luce, il che le rende il terzo sistema più vicino al Sole. La sua ricerca riguardo a corpi che si muovono rapidamente ha dimostrato però anche che nelle vicinanze strette del Sistema Solare non ci sono tracce di giganti gassosi o nane brune, spesso chiamate come Tycho, Nemesis o Pianeta X.

http://www.nasa.gov/press/2014/april/nasas-spitzer-and-wise-telescopes-find-close-cold-neighbor-of-sun/#.U1t9s_l_t8F

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17 aprile 2014 4 17 /04 /aprile /2014 22:08

Scoperto il primo pianeta roccioso di dimensioni del tutto simili a quelle della Terra sul quale potrebbe scorrere acqua allo stato liquido: una condizione fondamentale, questa, per poter ospitare forme di vita. Si trova nel nostro stesso ‘angolo’ della Via Lattea ed e’ stato identificato dall’occhio del piu’ celebre ”cacciatore di pianeti” della Nasa, il telescopio spaziale Kepler. Le sue caratteristiche sono riassunte in una dettagliata ‘carta d’identita” pubblicata sulla rivista Science. Chiamato Kepler-186f, il nuovo pianeta e’ piu’ grande del 10% rispetto alla Terra ed e’ il piu’ esterno di cinque pianeti che ruotano intorno ad una nana rossa (una stella piu’ piccola e fredda del nostro Sole) distante 500 anni luce.
Kepler-186fSecondo i calcoli della Nasa, Kepler-186f completa la sua orbita in 130 giorni, e la distanza che lo separa dalla sua stella e’ pari a quella che c’e’ tra il Sole e Mercurio: si trova dunque nella cosiddetta ‘zona abitabile’, ossia nella regione in cui riceve luce e calore tali da poter mantenere acqua liquida sulla sua superficie. Per la coordinatrice della ricerca, Elisa Quintana, dell’istituto Seti e del Centro di ricerche Ames della Nasa, il pianeta potrebbe ricevere dalla sua stella la ”giusta” dose di luce e calore, ”non troppo ne’ troppo poco”, perche’ l’acqua possa esistere allo stato liquido. Per questo motivo Kepler-186f e’ molto diverso dagli altri pianeti simili alla Terra finora scoperti. Questi ultimi sono infatti troppo vicini alla loro stella per poter avere acqua liquida.
Kepler-186f _ 02Kepler-186f e’ il primo pianeta roccioso identificato nella zona abitabile ad avere dimensioni del tutto simili a quelle della Terra. In ogni caso, poiche’ il pianeta ruota intorno ad una stella piccola e piuttosto fredda viene considerato piu’ come un cugino della Terra che non un suo gemello. Le nane rosse sono molto numerose nella Via Lattea e hanno caratteristiche che le rendono particolarmente interessanti agli occhi dei ‘cacciatori’ di vita nello spazio, come la loro longevita’: cio’ significa che c’e’ piu’ tempo disponibile affinche’ sulla superficie dei pianeti circostanti avvengano le reazioni biochimiche necessarie alla nascita e all’evoluzione della vita. D’altro canto, pero’, le stelle piu’ piccole sono in genere piu’ attive ed emettono quantita’ maggiori di radiazioni.

 

http://www.meteoweb.eu/2014/04/tutto-su-kepler-186f-il-pianeta-abitabile-gemello-della-terra-scoperto-dalla-nasa/277204/

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