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14 aprile 2014 1 14 /04 /aprile /2014 22:00

Da domani 15 aprile alle 9 ora italiana inizierà un ciclo di 4 eclissi lunari nelle quali il nostro satellite naturale sarà totalmente oscurato dall’ombra della Terra, trasformandosi nella suggestiva luna rossa. L’eclissi lunari sono a volte chiamate “lune di sangue” perché la luce che rimbalza sulla Luna viene rifratta attraverso l’atmosfera terrestre dandole una tonalità ramata (è lo stesso meccanismo che rende i tramonti e le albe a tinte rosse).

Tetrade.
Le quattro lune rosse compongono quella che viene chiamata una tetrade: quattro eclissi totali lunari consecutive a distanza di sei mesi lunari visibili nella stessa zona. Viene considerata portatrice di sventure e alcuni ci vedono un riferimento biblico: il libro di Gioele lega le lune di sangue alla fine del mondo. Dagli studi dell’astronomo torinese dell’Ottocento Giovanni Schiapparelli si ripete circa ogni 300 anni.

Quella di domani sarà però la prima di quattro eclissi lunari consecutive in due anni, ad intervalli di sei mesi circa l’una dall’altra. Un fenomeno talvolta molto raro, che può verificarsi varie volte nell’arco di un secolo ma anche molto raramente: è la tetrade. Dopo quella di domani, vi saranno dunque altre tre eclissi totali di luna l’8 ottobre 2014, il 4 aprile 2015 e il 28 settembre 2015. Quest’ultima osservabile anche dall’Europa. L’ultima si è verificato nel 2003-2004 e la prossima tetrade avrà luogo nel 2032-2033.

Dall’Italia il fenomeno non sarà visibile ma ecco come osservarlo. La la luna verrà oscurata dalle 7.07 alle 08.25 GMT (dalle 9 alle 10.30 circa ora italiana) Per questa volta dovremmo però accontentarci di ammirarla sul web, sul Virtual Telescope, dove sarà possibile vedere in streaming il volto della luna diventare lentamente rosso.

Calendario Esoterico

Il libro di Gioele contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e nell’Antico Testamento della Bibbia cristiana, fa una profezia sulle lune di sangue e la fine del mondo.
“Il Sole sarà mutato in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il grande e terribile giorno del Signore”

L’eclissi lunare della Pasqua 2014 sarà la prima di una ‘tetrade’, ossia una sequenza di quattro eclissi lunari consecutive che, straordinariamente, avranno tutte luogo durante delle festività bibliche e saranno accompagnate da una serie di eclissi solari molto ravvicinate.

Negli ultimi 500 anni si sono verificate tre tetradi lunari coincidenti esattamente con le festività bibliche. Questa è la quarta.

Vediamo da vicino le tre precedenti in relazione ad alcuni eventi contemporanei:

Tetrade Lunare del 1493-1494

Una tetrade lunare ha avuto luogo a Pasqua e alla festa delle Capanne del 1493-94.


L’anno precedente, i sovrani spagnoli Ferdinando ed Isabella avevano firmato un editto per l’espulsione di tutti gli ebrei dalla Spagna. In quello stesso anno mandarono Cristoforo Colombo nel suo viaggio di scoperta delle americhe, evento di enorme significato per gli ebrei di Europa e Russia, poiché l’America divenne per loro un luogo di rifugio.

Nei secoli successivi non vi furono tetradi coincidenti con delle festività bibliche, ma dalla metà del ventesimo secolo, nell’arco di 70 anni, se ne verificarono ben tre, ognuna precisamente coincidente con la Pasqua e la festa delle Capanne.

Tetrade Lunare del 1949-1950

La prima ebbe luogo in un momento di grande compimento profetico: la Pasqua e la festa delle Capanne del 1949-50.

In quel periodo Israele era una nazione appena nata, dopo la fondazione del suo Stato il 15 maggio 1948 e la sua vittoria nella guerra di Indipendenza degli anni 1948-49.

Questi eventi accompagnarono la restaurazione del popolo ebraico e della loro nazione, insieme a un massiccio riversamento di ebrei da tutto il mondo, che intrapresero l’”aliya” per tornare nella loro presunta antica patria.

Tetrade Lunare del 1967-1968

Un’altra tetrade lunare cadde precisamente negli stessi giorni di festa degli anni 1967-68.

In entrambe le feste, cioè di Pasqua e delle Capanne, ci furono delle ‘lune rosse’.

Nel 1967 Gerusalemme era in stato di riunificazione, nel bel mezzo di un conflitto militare che si prospettava assai negativo. Molti territori vennero annessi ad Israele, inclusa Gerusalemme.
Marte.
In questi giorni c’è anche il pianeta Marte nel punto più vicino alla Terra Si vede con il telescopio e anche on line proprio nella notte del 15 aprile.

Liridi.
Le stelle cadenti non ci sono solo a Ferragosto, ma anche a Pasqua. Il picco massimo è tra il 22 e il 23 aprile con una media che va da 10 a 30 meteore all’ora. Sono le Liridi, particolarmente visibili grazie alla Luna nuova.

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8 aprile 2014 2 08 /04 /aprile /2014 21:46
Sarà la luce della casa di un marziano?

Sarà la luce della casa di un marziano?


Nelle ultime ore si sta diffondendo la voce che il rover Curiosity ha fotografato una misteriosa luce extraterrestre sulla superficie di Marte! Tecnicamente è tutto vero (e la spiegazione, come vedremmo, è anche molto affascinante), ma quello che è più azzardata è l'interpretazione di questa luce, che viene attribuita a misteriose civiltà ancora presenti su Marte. In realtà simili luci sono spesso intraviste nelle fotografia di sonde planetarie, sia su Marte che altrove nel Sistema Solare. Ecco cosa sono:
 

 

Foto intera della luce visibile in uno degli scatti di Curiosity. Credit: NASA/MSSS

Foto intera della luce visibile in uno degli scatti di Curiosity. Credit: NASA/MSSS

Si tratta di raggi cosmici che hanno colpito la camera del rover mentre stava scattando. Si tratta di particelle ad altissima energia che provengono da fuori dal sistema solare e di cui sappiamo ancora molto poco. Quindi è letteralmente una luce che viene dalle profondità del cosmo! Normalmente sulla Terra non vediamo simili effetti anche perché queste particelle incontrano la spessa atmosfera del nostro pianeta e collidono con altri atomi.

La prova di questo sta anche nelle camere usate per fare le foto. Si tratta delle due NavCam (camere di navigazione), del rover Curiosity. Sono due perché servono per ottenere immagini stereo per una composizione in 3D della superficie. Quindi si scattano due foto da due prospettive diverse, nello stesso istante. Il raggio cosmico ha colpito UNA delle camere, e la prova che era una cosa che riguardava soltanto quello e non era qualcosa sulla superficie, è la foto sotto, che è stata scattata nello stesso istante, e non mostra alcuna luce.

Seconda foto NavCam di Curiosity. Credit: NASA/MSSS

Seconda foto NavCam di Curiosity. Credit: NASA/MSSS

Il rover Curiosity ha percorso già 6.1 km sulla superficie di Marte dal suo arrivo nel Cratere Gale, nell'Agosto 2012. E' in viaggio verso il Monte Sharp, al centro del cratere, per studiare alcuni depositi molto intriganti che potrebbero mostrarci indizi sulla composizione dell'acqua passata su Marte e forse tracce di composti organici complessi che ci dicano se era possibile la vita e se si è mai sviluppata.
Il deposito che sta attualmente è stato battezzato Kimberley e rappresenta una sosta momentanea per fare studi approfonditi durante il viaggio, anche per avere un quadro completo della storia geologica di questo cratere.

http://mars.jpl.nasa.gov/msl-raw-images

http://www.link2universe.net/2014-04-08/una-luce-di-origine-extraterrestre-fotografata-da-curiosity-su-marte/#more-22339

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4 aprile 2014 5 04 /04 /aprile /2014 21:56

Logo ufficiale di GAPS

Il numero di pianeti extrasolari confermati, ossia di pianeti al di fuori del nostro Sistema Solare, ha da pochi mesi superato il migliaio. Se da una parte la caccia a nuovi mondi continua, dall’altra sta crescendo l’attenzione dei ricercatori verso la caratterizzazione dei sistemi eso-planetari già scoperti, in particolare dei pianeti che transitano davanti alla loro stella. Quest’ultimi, infatti, sono interessanti in quanto permettono una determinazione diretta dei parametri fondamentali del pianeta, quali la massa e il raggio.

Un fenomeno particolarmente interessante che si può osservare durante un transito planetario è l’effetto Rossiter-McLaughlin (RM) (vedi www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/03/presskit_GAPS.docx). L’effetto RM consiste in un’anomalia che si osserva nella velocità radiale quando il pianeta si muove lungo il tratto di orbita che si proietta sul disco della stella. La sua misura permette di determinare l’angolo tra l’asse di rotazione della stella e quello dell’orbita del pianeta. Il valore di questo angolo, che per nessun pianeta del Sistema Solare supera gli 8 gradi, fornisce indicazioni preziose sui meccanismi che plasmano  la conformazione dei sistemi planetari; in particolare ci aiuta a far luce su come i pianeti migrino fino a raggiungere orbite così strette intorno alla stella centrale.

All’interno del programma GAPS (Global Architecture of Planetary Systems), che si occupa della caratterizzazione dei sistemi planetari grazie allo strumento HARPS-N montato al Telescopio Nazionale Galileo (TNG), un team di astronomi guidati da Massimiliano Esposito, attualmente in forza all’Instituto de Astrofısica de Canarias (IAC), Tenerife, Spagna, ha misurato l’effetto RM per il sistema transitante HAT-P-18, impiegando la stessa tecnica usata in precedenza per il sistema Qatar-1.

La stella HAT-P-18, attorno alla quale orbita il pianeta denominato HAT-P-18b, si trova a circa 540 anni-luce di distanza dalla Terra, in direzione della costellazione di Ercole. HAT-P-18b si muove su un’orbita circolare compiendo una rivoluzione completa in appena 5,5 giorni. Poichè le sue dimensioni sono comparabili con quelle di Giove ma la sua massa è simile a quella di Saturno, HAT-P-18b risulta avere una densità piuttosto bassa, circa 0,3 g cm-3., pari cioè a meno di un terzo della densità dell’acqua.

“La sua distanza ravvicinata alla stella, pari a circa 0,05 Unità Astronomiche (UA), ovvero quasi dieci volte più vicino di quanto lo sia il pianeta Mercurio al Sole, fa sì che HAT-P-18b sia sottoposto ad una forte azione mareale che accentua il riscaldamento del pianeta. Possiamo quindi supporre, anche se non ne abbiamo una prova diretta, che proprio questo surriscaldamento sia all’orgine del notevole raggio e quindi della bassa densità del pianeta” commenta Massimiliano Esposito.

Possiamo considerare l’asse di rotazione della stella come una traccia fossile della rotazione iniziale del disco proto-planetario da cui si sono formati i pianeti, mentre invece l’orientazione dell’asse orbitale del pianeta contiene informazioni su eventuali fenomeni di interazione dinamica avvenuti successivamente alla formazione. A differenza di Qatar-1, la cui orbita presenta un’obliquità praticamente nulla, il pianeta HAT-P-18b in questione è letteralmente l’opposto: la sua orbita è  così obliqua che il pianeta si trova ad orbitare in modo retrogrado, ovvero si muove in senso contrario rispetto a quello in cui ruota la stella.

infografica_orbita“La particolarità di questo sistema sta proprio nel fatto che il moto di rivoluzione del pianeta attorno alla stella centrale avviene in senso opposto a quello di rotazione della stella o, come si dice, l’orbita è retrograda. Potremmo dire che il pianeta circola contromano – sottolinea Esposito - segno questo che nell’evoluzione orbitale del pianeta hanno giocato un ruolo determinante le interazioni dinamiche con altri corpi presenti nel sistema”.

“Questo significa anche che il sistema HAT-P-18 è  un candidato molto promettente per la ricerca di ulteriori pianeti su orbite più esterne” aggiunge Elvira Covino, coautrice dello studio e responsabile del gruppo di lavoro sull’effetto Rossiter nell’ambito del progetto GAPS.

“L’altro aspetto interessante – continua Esposito -  è che mentre per stelle più calde del Sole è comune trovare pianeti con orbite molto oblique, HAT-P-18 è uno dei rarissimi sistemi individuati finora attorno a una stella più fredda del Sole, con un’orbita fortemente obliqua, e il primo ad avere un’orbita retrograda accertata, grazie all’eccellenza dei dati forniti dallo strumento HARPS-N al TNG”.

L’articolo che descrive i dettagli di questo studio è di prossima pubblicazione sulla rivista Astronomy & Astrophysics. La versione digitale è già disponibile all’ URL: http://www.aanda.org/articles/aa/pdf/forth/aa23735-14.pdf e anche all’URL: http://arxiv.org/abs/1403.6728 .

 

http://www.media.inaf.it/2014/04/04/un-saturno-contromano/

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26 marzo 2014 3 26 /03 /marzo /2014 22:36

Sorprese dal Sistema Solare: i suoi confini si ampliano grazie alla scoperta di un nuovo pianeta nano e tra i corpi celesti che lo popolano ci sono anche oggetti inediti, come il primo asteroide con un sistema di anelli simile a quello dei giganti del Sistema Solare, come Saturno, Giove Urano e Nettuno. Entrambe le scoperte sono pubblicate sulla rivista Nature. Il pianeta nano che estende i confini del Sistema Solare al momento ha soltanto una sigla, 2012 VP113, ed e’ lontanissimo, circa 80 volte la distanza che separa Terra e Sole. A scoprirlo sono stati due celebri cacciatori di pianeti come gli americani Chadwick Trujillo, dell’Osservatorio Gemini della Hawaii, e Scott Sheppard, della Canrgie Institution.
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Hanno definito il piccolo pianeta ”un altro Sedna”, riferendosi all’altro pianeta nano scoperto dieci anni fa ma distante ‘solo’ 76 volte la distanza fra Terra e Sole. Secondo i due astronomi il nuovo pianeta proviene dalla nube di Oort, il luogo ai confini del Sistema Solare celebre per essere la ”culla” delle comete. Per Sheppard ”la ricerca di questi oggetti lontani deve continuare, in quanto essi potrebbero dirci molto su come il nostro Sistema Solare si e’ formato ed evoluto“. Secondo i due autori della ricerca 2012 VP113 e Sedna potrebbero non essere affatto casi isolati: potrebbero esistere circa 900 oggetti con orbite simili e con dimensioni superiori a 1000 chilometri, alcuni perfino confrontabili a Marte o alla Terra.
astronomia pianetiE’ una giornata felice per lo studio del Sistema Solare”, ha detto l’astrofisico Gianluca Masi, responsabile del Virtual Telescope e coordinatore scientifico del Planetario di Roma. ”Sono due scoperte indipendenti, ma che insieme contribuiscono a dare una visione diversa della zona piu’ esterna del Sistema Solare”, ha aggiunto. La scoperta del primo asteroide con un sistema complesso di anelli e’ infatti altrettanto straordinaria della scoperta del nuovo pianeta nano ai confini del Sistema Solare. L’asteroide di chiama Chariklo ed e’ stato scoperto nel 1997, ma solo adesso un dispiegamento di telescopi esteso per un chilometro e mezzo e nuove telecamere hi-tech hanno permesso di scoprire i suoi anelli, ”immortalandolo” mentre passava contro il disco di una stella. Lo ha scoperto il gruppo dell’Osservatorio brasiliano di Rio de Janeiro coordinato da Felipe Braga-Ribas, che ha lavorato in collaborazione con l’americana Cornell University. L’asteroide Chariklo appartiene alla famiglia dei Centauri, gli asteroidi che si orbitano fra Giove e Nettuno anziche’ fra Marte e Giove, come fanno gli asteroidi piu’ noti.

 

http://www.meteoweb.eu/2014/03/scoperte-tante-sorprese-nel-sistema-solare-nuovi-confini-e-il-primo-asteroide-con-gli-anelli/272063/

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25 marzo 2014 2 25 /03 /marzo /2014 22:42

Meteorite -Yamato-000593Immagine ottenuta da un microscopio elettronico SEM che mostra le caratteristiche sferoidali all’interno di uno strato di iddingsite, un minerale formato dall’azione dell’acqua, nel meteorite marziano Yamato 000593: un’area con delle sfere, indicata con il cerchietto rosso, e’ stata trovata avere circa il doppio del carbonio presente nell’area priva di sferette, qui indicata con il cerchio in blu. La scala in basso a sinistra e’ di 1 micron. Crediti: White LM et al.

Un team di scienziati del Johnson Space Center della NASA di Houston e del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, California, ha trovato evidenze di un movimento di acqua passata in un meteorite marziano. Questo viene a riaprire nuovamente il dibattito sulla possibile esistenza di vita passata sul pianeta Marte all’interno della comunita’ scientifica.

Nel 1996 un gruppo di scienziati del Johnson Space Center guidati da David McKay, Everett Gibson e Kathie Thomas-Keprta pubblico’ un articolo sulla rivista Science annunciando la scoperta di evidenze di forme di vita passata nel meteorite Allan Hills 84001 (ALH 84001). In questo studio Gibson e i suoi colleghi si sono focalizzati sulla profonda struttura all’interno del meteorite marziano di 13,7 chilogrammi conosciuto come Yamato 000593 (Y000593). Questo meteorite fu trovato nel ghiacciaio Yamato in Antartide da ricercatori giapponesi nel 2000. Venne classificato come nakhlite, un sottogruppo di meteoriti marziani. Il team, in particolare, mette in luce la presenza di diverse strutture e caratteristiche nella composizione all’interno del meteorite Yamato e suggeriscono che i processi biologici avrebbero potuto essere attivi su Marte centinaia di milioni di anni fa.

alh84001_structures ALH 84001 (Allan Hills 84001), meteorite di origine marziana recuperata nella zona di Allan Hills, in Antartide nel dicembre 1984. Il microscopio elettronica mostra una struttura a catena che per molto tempo è stata pensata di origine biologica. Crediti NASA/D. McKay.

I risultati del team sono stati pubblicati nel numero di febbraio della rivista Astrobiology. Il primo autore, Lauren White, lavora presso il Jet Propulsion Laboratory, gli altri autori sono Gibson, Thomas-Keprta, Simon Clement e McKay tutti del Johnson. McKay, che ha guidato il gruppo di ricercatori del meteorite ALH 84001, e’ morto un anno fa (si veda l’articolo apparso qui).

“Mentre le missioni robotiche su Marte continuano a mettere in luce la storia del pianeta, gli unici campioni di Marte che abbiamo a disposizione sulla Terra sono le meteoriti marziane” ha affermato White. “Sulla Terra possiamo utilizzare piu’ tecniche analitiche per analizzare in modo piu’ approfondito i meteoriti e far luce sulla storia di Marte. Questi campioni offrono indizi sull’abitabilita’ in un antico passato del pianeta Marte”. Piu’ meteoriti di origine marziana vengono scoperti, piu’ la ricerca va avanti e si concentra su questi campioni per una migliore comprensione delle caratteristiche dell’ambiente marziano primitivo. “Inoltre, dato che questi studi sui meteoriti sono confrontati con le osservazioni robotiche attuali presenti su Marte, si riuscira’ anche a far luce sul passato apparentemente piu’ umido del pianeta”.

Le analisi hanno mostrato che la roccia si e’ formata circa 1,3 miliardi di anni fa da un flusso di lava sul pianeta Rosso. Circa 12 milioni di anni fa si deve essere verificato un impatto su Marte che ha espulso il meteorite dalla sua superficie, e che ha viaggiato nello spazio fino a cadere in Antartide circa 50 000 anni fa.

PIA17953Microtunnel nel meteorite Yamato. Questa immagine ottenuta con un microscopio elettronico a scansione (SEM) di una sezione sottile di un meteorite marziano mostra dei tennel e nei microtunnel curvati. Crediti NASA/JPL/JSC.

Il meteorite classificato come nakhlite e’ un sottogruppo dei meteoriti marziani. Il materiale meteoriticio marziano si distingue da altri meteoriti e da altri materiali terrestri e lunari per la composizione degli atomi di ossigeno che si trovano entro i minerali di silicato e dai gas dell’atmosfera marziana che vi sono intrappolati.

Il team ha trovato due distinte serie di caratteristiche associate con dei derivati di argilla marziana denominata iddingsite. In particolare sono state trovate delle strutture a forma di tunnel e dei micro-tunnel che appaiono curvi, cioe’ forme ondulate consistenti con variazioni di tipo biologico che si osservano nei vetri basaltici terrestri, precedentemente segnalati da ricercatori che studiano le interazioni dei batteri con materiali basaltici terrestri.

La seconda serie di caratteristiche consiste nelle sferule di dimensioni del micrometro che si trovano tra i vari strati della roccia ben distinti dal carbonato e dallo strato di silicato sottostante. Caratteristiche sferiche simili si sono osservate in precedenza nel meteorite marziano Makhla caduto nel 1911 in Egitto. Misure sulla composizione delle sferule di Y000593 mostrano che sono notevolmente arricchite di carbonio rispetto ai livelli di iddingsite circostante, argilla che si forma in presenza di acqua.

Un’osservazione interessante e sorprendente e’ che queste due serie di caratteristiche in Y000593, recuperato in Antartide dopo circa 50 000 anni, sono simili alle caratteristiche che si trovano in Nakhla, primo meteorite a suggerire segni di processi acquosi sul pianeta Marte.

Gli autori sottolineano il fatto che non e’ possibile escludere la possibilita’ che le regioni ricche di carbonio in entrambi i set di caratteristiche possano essere il prodotto  di meccanismi abiotici. Tuttavia, le somiglianze strutturali e della composizione nei campioni terrestri, che sono stati interpretati come biogenici, implicano la possibilita’ che le caratteristiche marziane si siano formate da attivita’ biotica.

“Le caratteristiche uniche osservate all’interno della meteorite marziana Yamato 000593 sono evidenze di alterazioni acquose, come si e’ anche osservato nei minerali argillosi, e la presenza di materiale carbonaceo associato con le fasi di argilla dimostrano che Marte e’ stato un corpo molto attivo nel suo passato” ha affermato Gibson.

“La natura e la distribuzione del carbonio marziano e’ uno dei principali obiettivi del Mars Exploration Program della NASA. Poiche’ abbiamo trovato carbonio nelle meteoriti di Marte, non si puo’ sopravvalutare l’importanza di avere dei campioni marziani a disposizione per studiarli nei nostri laboratori terrestri. Inoltre, le piccole dimensioni delle caratteristiche carbonacee all’interno del meteorite Yamato 000593 presentano maggiori sfide di qualsiasi altra analisi tentata da tecniche remote su Marte” ha afffermato Gibson.

“Questa non e’ una pistola fumante” ha affermato White del JPL. “Non possiamo mai eliminare la possibilita’ di contaminazione in nessun meteorite, ma queste caratteristiche sono comunque interessanti e dimostrano che gli studi su questo meteorite dovrebbero andare avanti.”

Astrobiology- articolo:
WhiteLauren M., GibsonEverett K., Thomas-KeprtaKathie L., ClemettSimon J., and McKayDavid S.. Putative Indigenous Carbon-Bearing Alteration Features in Martian Meteorite Yamato 000593, Astrobiology. February 2014, 14(2): 170-181. doi:10.1089/ast.2011.0733.
Disponibile su: http://online.liebertpub.com/doi/abs/10.1089/ast.2011.0733

Sci-News.com: Yamato-000593: Meteorite Provides More Evidence that Water Once Flowed on Mars -

http://www.sci-news.com/space/science-yamato000593-meteorite-water-mars-01789.html

Fonte: NASA Scientists Find Evidence of Water in Meteorite, Reviving Debate Over Life on Mars – http://www.jpl.nasa.gov/news/news.php?release=2014-065

Altre informazioni su ALH 84001:
Un meteorite marziano ricco di storia: http://tuttidentro.wordpress.com/2012/03/03/alh84o01-un-meteorite-marziano-ricca-di-storia/
Il riconoscimento delle caratteristiche della vita terrestre:

http://tuttidentro.wordpress.com/2012/03/04/alh84001-il-riconoscimento-caratteristiche-vita-terrestre/

ALH84001: le ultime news: http://tuttidentro.wordpress.com/2012/03/05/alh84001-le-ultime-news/

McKay, il ricercatore di ALH 84001, ci ha lasciati: http://tuttidentro.wordpress.com/2013/02/24/mckay-il-ricercatore-di-alh84001-ci-ha-lasciati/

Sabrina

 

tratto da: http://tuttidentro.wordpress.com/2014/03/09/scienziati-nasa-trovano-evidenze-di-acqua-in-un-meteorite-si-rilancia-il-dibattivo-sulla-vita-su-marte/#comments

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21 marzo 2014 5 21 /03 /marzo /2014 23:06

Credit: NASA

Qualche anno fa, potevamo avere il classico ragionevole dubbio, in quanto l' impatto con questo roccione spaziale,  avrebbe creato molti problemi al genere umano. L’asteroide 2003 QQ47, scoperto nel 2003, fece parlare di sè a causa della probabilità di impatto con la Terra nel corso del 2014, tanto da essere valutato a 1 sulla scala Torino (che comprende valori da 1 a 10).Gli asteroidi sono blocchi di roccia, resti della formazione del sistema solare circa 4,5 miliardi di anni fa; se ne conoscono circa 5.000 ma molti ancora sono ignoti perché troppo piccoli o non ancora catalogati.

La maggior parte di loro forma l'omonima fascia compresa tra Marte e Giove e ruota attorno al Sole secondo un'orbitaparagonabile a quella di un pianeta in frammenti; tuttavia l'influenza gravitazionale dei grandi corpi celesti può trascinarne alcuni fuori dalla solita traiettoria e dirigerli altrove, ad esempio verso la Terra.  Con l’approssimarsi dell’evento, però, i calcoli stabilirono che la roccia spaziale era probabilmente destinata a transitare ben oltre l’orbita della Luna, mettendo fine alla paura di un’eventuale catastrofe. Le probabilità di collisione sino allo scorso anno erano di 1 su 250.000, come calcolato dal sistema di monitoraggio del Jet Propulsion Laboratory della NASA, ma lo scorso Settembre, tuttavia, nuove misurazioni sulla sua posizione hanno permesso agli scienziati di escludere totalmente la pur piccola eventualità.


Il prossimo 26 Marzo l’asteroide, stimato mediamente di 1,4 chilometri, transiterà a ben 19 milioni di chilometri dal nostro pianeta, pari a quasi 50 volte la distanza che ci separa dalla Luna. Secondo i più recenti dati il punto più vicino lungo la sua orbita avverrà alle 13:36 (ora italiana), quando la roccia spaziale avrà una velocità di 32,41 Km/s. Tempo permettendo, il Virtual Telescope, gestito dall’astrofisico Gianluca Masi, trasmetterà a partire dalle 20:30 le immagini in tempo reale dell’evento.Nel frattempo, nella migliore tradizione britannica, l'allibratore inglese William Hill è pronto ad accettare scommesse: se il 26 marzo 2014 l'asteroide 2003 Qq47 centrerà effettivamente la Terra con il conseguente annientamento di qualsiasi forma di vita sul pianeta, chi avrà giocato 1 euro ne guadagnerà ben 909.000. «Un cliente ha già piazzato una scommessa,» ha annunciato un portavoce della casa di scommesse: «Ha detto che se vincerà riscuoterà i soldi in Paradiso».

 

http://www.meteoweb.eu/2014/03/il-26-marzo-il-passaggio-di-2003-qq47-lasteroide-che-nel-2003-allarmo-la-comunita-scientifica/270767/

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20 marzo 2014 4 20 /03 /marzo /2014 22:37

Uno studio appena pubblicato su Science mette in luce un’incongruenza in quello che si pensava essere il processo di produzione dell’apatite lunare, il minerale in cui in passato sono state trovate tracce d’acqua.

Apatite terrestre. Secondo il nuovo studio, la sua formazione sarebbe diversa da quella dell'apatite lunare. Crediti: Wikimedia Commons

Apatite terrestre. Secondo il nuovo studio, la sua formazione sarebbe diversa da quella dell’apatite lunare. Crediti: Wikimedia Commons

Science intitola proprio così uno dei suoi articoli usciti oggi: The Lunar Apatite Paradox, rompicapo sull’apatite lunare con cui gli astronomi si scontrano da diverso tempo. E legato a una domanda cruciale: sulla Luna c’è o non c’è traccia di acqua?

Questa ipotesi è stata avanzata a partire dall’analisi di un minerale di origine vulcanica, portato sulla Terra dalla missione Apollo 14 del 1971. La teoria però è molto più recente: nel 2010 uno studio pubblicato su Nature ha rivelato che questo minerale basaltico formato sotto la superficie del nostro satellite sarebbe entrato un tempo a contatto con l’acqua.

In questi ultimi anni, osservazioni sperimentali hanno fatto pensare che l’apatite lunare e quella terrestre fossero prodotte in condizioni molto simili: anche sul nostro pianeta è infatti presente questo minerale (ad esempio, fanno parte della famiglia delle apatiti la clorapatite, la fluorapatite e l’idrossiapatite).

Ma il nuovo studio appena pubblicato su Science sembra smentire questa ipotesi, rivelando che la formazione di apatite sul suolo lunare potrebbe essere molto più complessa di quello che si pensava. E soprattutto, potrebbe non essere del tutto chiaro.

Partiamo dalle cose certe: l’apatite (sulla Luna o altrove) deriva da minerali idrati, ovvero con presenza di acqua al loro interno. Per poter diventare idrate, però, le rocce hanno bisogno di un elemento fondamentale: l’idrogeno. E qui iniziano i problemi. È quanto ha rilevato un modello costruito da un gruppo internazionale di ricercatori, capitanati da Jeremy Boyce dell’Università della California. Che ha scoperto una quasi totale assenza di idrogeno (il principale responsabile dell’acqua nell’apatite) nei minerali cosiddetti anidri (che invece sono poveri d’acqua).

In altre parole, non è più chiaro da dove venga l’acqua dell’apatite: minerali poveri d’acqua non sono in grado di “lavorare” l’idrogeno in modo adeguato per “costruire” apatite ricca di idrogeno.

Per scovare questo paradosso, Boyce e colleghi hanno preso in considerazione altri due elementi oltre all’idrogeno, il fluoro e il cloro. Dimostrando che nei minerali poveri d’acqua l’idrogeno non riesce a separarsi dal fluoro e dal cloro per produrre l’apatite.

Occorrerà quindi costruire una nuova ipotesi sulla provenienza di questo misterioso minerale lunare. Almeno per scoprire definitivamente se davvero un tempo c’era acqua sul nostro satellite.

 

giovedì 20 marzo 2014 @ 20:04

 

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18 marzo 2014 2 18 /03 /marzo /2014 23:13

La notizia  di ieri sulla prima rilevazione diretta delle onde gravitazionali, nello specifico quelle  prodotte dal BIG BANG,  hanno messo in subbuglio il mondo scientifico, almeno  quello di  coloro che riescono a comprendere le implicazioni della scoperta.

Di fatto è l’ennesima conferma della teoria della relatività di Einstein, che delle onde gravitazionali ne aveva prevista l’esistenza già un secolo fa. Ed è inoltre un’altra conferma della  teoria del BIG BANG o dell’inflazione (intesa come gonfiamento repentino, nella  fattispecie, del cosiddetto brodo primordiale) che portò alla nascita dell’universo.

onde gravitazionaliAnni fa fu scoperta la  radiazione cosmica di fondo  CMBR (cosmic microwave background radiation),  che era stata rilevata dalla sonda WMAP (Wilkinson Microwave Anisotropy Probe), radiazione creata oltre 13 miliardi di anni fa e  che vene indentificata come testimonianza del Big bang.

Il segnale rilevato allora  faceva parte del comunissimo spettro elettromagnetico, con il quale ormai da decenni l’uomo ha molta dimestichezza;   quello rilevato adesso  appartiene ad un’altra forma di energia, quella gravitazionale.  Un’energia la cui esistenza era ben nota dai tempi di Newton,  di cui Einstein  ne aveva  concepito un modello matematico, i cui effetti erano ben noti e ripetutamente riscontrati, ma che di fatto non nera mai stata ancora “misurata”.

Come la tecnologia ha  consentito la creazione di dispositivi in grado di rilevare e produrre onde elettromagnetiche, prossimamente (sono già in costruzioni sistemi  terrestri ed anche in orbita) saremo in grado di rilevare onde gravitazionali. E chissà, forse anche di sfruttarle.

Per la prima volta si e’ riusciti a catturare l’eco gravitazione del Big Bang. L’esperimento BICEP2 (Background Imaging of Cosmic Extragalactic Polarization) e’ riuscito a scorgere il segnale delle onde gravitazionali nelle perturbazioni della radiazione cosmica di fondo dell’Universo. La scoperta di questa sorta di ‘eco’ dei primissimi istanti di vita dell’Universo potrebbe confermare definitivamente la Teoria dell’Inflazione, che prevede un’espansione vertiginosa dell’Universo subito dopo il Big Bang, e che servirebbe a spiegare perche’ l’Universo e’ cosi’ ‘uniforme’ da un punto all’altro.
Early UniverseL’annuncio e’ stato dato durante una conferenza stampa che si e’ tenuta presso l’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, una delle numerose istituzioni scientifiche coinvolte nel progetto, da parte del team guidato da John Kovac, che ha presentato due manoscritti che saranno poi sottoposti alle riviste peer-reviewed. Si tratta di una teoria che, tuttavia, finora non ha mai avuto una consistente credibilita’ nella comunita’ scientifica. ”Le onde gravitazionali primordiali – spiega il fisico Hiranya Peiris, dello University College London – sono sempre state considerate come una possibile ‘pistola fumante’ dell’Inflazione”, perche’ i cosmologi pensano che solo l’Inflazione avrebbe potuto amplificare le lievissime onde gravitazionali primordiali fino a renderle strumentalmente rilevabili. Riuscire a captarle, rimuovendo i vari fenomeni di disturbo dovuti al viaggio di queste onde attraverso l’Universo e gli ammassi di galassie, a detta di molti scienziati potrebbe anche valere un Nobel.
Early UniverseBICEP2 rappresenta la seconda generazione dell’esperimento Background Imaging of Cosmic Extragalactic Polarization, ed e’ un telescopio americano operativo in Antartide che, dal punto di vista tecnico, e’ sensibile alla polarizzazione della radiazione cosmica di fondo a microonde, in particolare nelle bande 100 e 150 GHz. Gli scienziati, nel nuovo studio, hanno distinto le onde gravitazionali dalle fluttuazioni di densita’ dell’Universo usando la polarizzazione della radiazione cosmica di fondo. In particolare, i ricercatori hanno sfruttato la diversa forza delle onde gravitazionali a differenti lunghezze d’onda. Questo studio potrebbe rivelare molti dettagli dell’Inflazione, fra cui il valore della ‘densita’ d’energia’ dell’Universo durante il periodo inflattivo, un parametro cruciale per il destino ultimo dell’Universo, dato che permette di capire se continuera’ a espandersi per sempre oppure no.

SmithsonianCONFERMATA LA TEORIA DELL’INFLAZIONE COSMICA - Già sostanzialmente consolidata dalla rilevazione della radiazione cosmica di fondo, la teoria del Big Bang ha ricevuto un’altra importante conferma dopo la scoperta da parte degli astronomi di Harvard delle onde gravitazionali prodotte dalla nascita dell’universo. Per essere esatti le onde gravitazionali – la cui presenza era prevista dalla teoria della relatività – confermano non tanto il Big Bang in sé quanto una sua particolare versione, la teoria dell’inflazione cosmica: la fase di espansione rapidissima attraversata dall’universo nei primi istanti della sua esistenza. La teoria era già avvalorata dall’uniformità della radiazione di fondo e dall’evidenza osservativa che l’universo, almeno quello visibile, appare più o meno uguale nelle sue proprietà fisiche in qualunque direzione lo si guardi: il che implica che l’universo primordiale dovesse essere estremamente omogeneo, condizione che solo l’inflazione (che “gonfia” in tempi rapidissimi una regione piccolissima) è in grado di garantire in modo soddisfacente.  Dato infatti che qualsiasi cambiamento si propaga a velocità finita (non oltre quella della luce) una regione di spazio sufficientemente piccola non ha “tempo” di essere influenzata da regioni più lontane se l’inflazione avviene in tempi sufficientemente rapidi: va tenuto infatti conto che l’inflazione non avviene “nell’universo” ma riguarda tutta la struttura dello spazio-tempo e non è quindi soggetta alla relatività e al limite massimo della velocità della luce. In particolare la teoria calcola per l’inflazione una durata che va dai 10^-36 secondi (1 su 10 seguito da 36 zeri) dopo il Big Bang ai 10^-33 secondi, periodo durante il quale la “bolla” di universo è aumentata in volume di un fattore 10^78; a permettere la formazione delle galassie sono state le imperfezioni di natura quantistica che anche in tali condizioni hanno permesso l’esistenza di minuscole differenze di densità gravitazionale. La scoperta è stata effettuata grazie al telescopio Bicep2, sito in Antartide e dedicato all’osservazione della radiazione cosmica di fondo; particolarmente soddisfatto l’ideatore della teoria dell’inflazione, il fisico statunitense Alan Guth, che ha definito la scoperta “certamente degna del Premio Nobel”.

bigbang immagine di anateprima“RISULTATO STUPENDO” - Un risultato ”fantastico”, ”stupendo”: il presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) Giovanni Bignami non lesina sugli aggettivi nel commentare con euforia (e anche un pizzico di prudenza) la scoperta dei primi ‘tremori’ del Big Bang, annunciata oggi dall’universita’ di Harvard. Nell’attesa che ulteriori dati confermino la scoperta, l’astrofisico incrocia le dita: ”speriamo che sia vero”. ”Finalmente – afferma Bignami in una nota – abbiamo un’idea di come ha fatto l’Universo a diventare cosi’ grande cosi’ in fretta. Tutti hanno sempre creduto alla inflazione come l’unica soluzione possibile, ma averne una prova osservativa, anche se indiretta, e’ fantastico. Speriamo che sia vero, anche perche’, per buona misura, abbiamo avuto la conferma che le onde gravitazionali sono il modo di vedere l’Universo quando era invisibile, cioe’ opaco alla luce con la quale facciamo da sempre astronomia”. Sempre che i dati di Harvard vengano confermati da ulteriori ricerche, quello di oggi e’ un ”risultato stupendo – aggiunge Bignami – degno coronamento del lavoro europeo ed italiano con la missione spaziale Planck”, il satellite dell’Agenzia spaziale europea (Esa) andato in pensione lo scorso autunno dopo aver studiato per oltre quattro anni la radiazione cosmica di fondo per migliorare le nostre conoscenze sull’origine dell’Universo.

 

http://www.meteoweb.eu/2014/03/ecco-le-onde-primordiali-del-big-bang-catturati-i-primi-vagiti-delluniverso-scoperta-eccezionale/269864/


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9 marzo 2014 7 09 /03 /marzo /2014 23:35

 

Un video incredibile di un’eruzione su Io, terza luna di Giove, considerato il luogo più vulcanico del sistema solare, è stato rilasciato dall’agenzia spaziale statunitense.

Il video, catturato dalla sonda New Horizons, diretta verso Plutone, dopo aver viaggiato per oltre 6,2 milioni di chilometri dalla Terra (la sonda è partita nel 2007), attraverso la NASA, la sonda ha scattato qualche immagine spettacolare di IO la terza luna di Giove. L’Ente spaziale americano ha reso pubblica questa settimana una serie di immagini in cui si vede una eruzione vulcanica di Io, dove appuanto ci sono 400 vulcani attivi. Uno di questi vulcani ha prodotto colonne di massa d’aria, dovute appunto all’eruzione, fino a 500 chilometri sopra la superficie lunare. L’ultima eruzione catturata dalla sonda ha rilevato colonne alte oltre 300 miglia, secondo il sito web della NASA.

 

GUARDATE IL VIDEO

 


 

 

 

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25 febbraio 2014 2 25 /02 /febbraio /2014 22:32

Come avevamo già anticipato ieri pomeriggio in quest’articolo, è stato osservato in diretta lo schianto di un asteroide sulla Luna: e’ il piu’ grande mai registrato sul nostro satellite. A individuarlo e’ stato l’astronomo spagnolo Jose Maria Madiedo, dell’universita’ di Huelva che lo descrive sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. Il bagliore prodotto dall’impatto sul suolo lunare e’ durato otto secondi ed e’ stato luminoso quasi quanto la stella polare. Secondo la Societa’ di Astronomia britannica dovrebbe essere stato visibile ad occhio nudo dalla Terra. L’asteroide, secondo i calcoli, pesava circa 400 chilogrammi e aveva un diametro compreso tra 60 centimetri e 1,40 metri e ha colpito la Luna ad una velocità impressionante di oltre 60.000 km/h.
lunar-impactUna velocita’ tale che la roccia cosmica si e’ immediatamente vaporizzata al momento dello schianto, scavando un cratere di 40 metri di diametro. La collisione e’ avvenuta pochi mesi fa, l’11 settembre 2013 nel Mare delle Nubi ed e’ stata catturata da due telescopi nel Sud della Spagna nell’ambito del progetto di monitoraggio della superficie lunare Midas. ”Continueremo a osservare la Luna. In questo modo – rileva Madiedoci aspettiamo di identificare asteroidi minacciosi anche per la Terra”. Un avvistamento ”molto importante”, lo ha definito l’astrofisico Gianluca Masi, responsabile del Virtual Telescope e curatore scientifico del Planetario di Roma. ”I crateri lunari – prosegue l’astrofisico – ci raccontano che la Luna dall’alba dei tempi e’ colpita dagli asteroidi. Ma e’ molto raro registrare questi impatti perche’ bisogna trovarsi ad osservare specificamente la regione colpita”. Osservare questi eventi sulla Luna, dice ancora Masi, aiuta a comprendere meglio il rischio che oggetti simili e piu’ grandi colpiscono la Terra. Secondo Madiedo e il suo gruppo, asteroidi del diametro di circa un metro possono colpire il nostro pianeta dieci volte piu’ spesso rispetto alle stime precedenti. Fortunatamente l’atmosfera terrestre ci protegge dai ‘sassi’ cosmici di queste dimensioni, disintegrandoli e dando origine solo a spettacolari meteore.

 

 

 

http://www.meteoweb.eu/2014/02/mega-asteroide-si-schianta-sulla-luna-le-straordinarie-immagini-foto-e-video/265204/

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