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7 novembre 2013 4 07 /11 /novembre /2013 23:10

Rischio di Impatti Meteorici è 10 Volte più Grande del Previsto

Ipotetico impatto sopra una città. Credit: SPLOID


Vi ricordate l'asteroide che ha colpito la Terra il 15 Febbraio 2013, mandando in ospedale un migliaio di persone nella città di Chelyabinsk? Si trattava del più grande impatto registrato sul nostro pianeta dai tempi dell'evento di Tunguska, in Siberia, nel 1908. Ma quello che sembrava un oggetto relativamente piccolo, dopo le nuove analisi effettuate in seguito alla scoperta dei frammenti, si è dimostrato essere un asteroide ben più massiccio e pericolo. Il nuovo impatto mischia nuovamente le carte in tavola ed adesso, alla luce di questo, la probabilità che un asteroide simile o più grande ci colpisca è 10 volte maggiore di quanto pensavamo (che già non era esattamente trascurabile).
 
Questa meteora aveva colpito la Terra esplodendo nell'atmosfera con un'energia di 500 kilotoni di TNT, diventando 30 volte più luminosa del Sole. Un'analisi delle osservazioni fornisce adesso un quadro migliore delle ultime fasi della vita dell'asteroide e svela sorprendenti dettagli sulla sua origine cosmica!

 

La roccia era un'ordinaria condrite proveniente dagli asteroidi della Fascia di Asteroidi presente tra le orbite di Marte e Giove. Questo si evince dai calcoli della sua traiettoria e dalla composizione minerale, ricca di silicati che si sono formati all'inizio della storia del Sistema Solare. Al momento dell'entrata nell'atmosfera, la massa dell'asteroide si aggirava tra 12.000 e 13.000 tonnellate metriche, cioè quasi il doppio delle stime iniziali.

L'asteroide è entrato nell'atmosfera superiore della Terra ad una velocità iniziale di 19 km al secondo, cioè oltre 50 volte la velocità del suono (Mach 50). Ad un'altitudine tra 45 e 30 km si è poi iniziato a spezzare per poi esplodere a circa 27 km di altitudine.

 

Illustrazione artistica dell'impatto sopra Chelaybinsk. Credit: Nature

"Fortunatamente, la maggior parte della sua energia cinetica è stata assorbita dall'atmosfera" spiega Jiří Borovička, ricercatore nel campo degli asteroidi, presso l'Istituto Astronomico, parte dell'Accademia delle Scienze della Repubblica Cieca. "Una roccia un po' più solida poteva esplodere solo vicino al suolo e questo avrebbe causato considerevolmente più danni."

Anche se poi migliaia di piccoli meteoriti sono stati trovati nell'aria, solo alcuni frammenti più grandi sono sopravvissuti. Un pezzo di 3.4 kg è caduto vicino al paesino di Timiryazevskiy, ed un altro ha colpito il tetto di una casa di Deputatskiy. Il pezzo più grande, di oltre 600 kg, è stato recuperato solo recentemente dal fondo del Lago Cheburkul, distante circa 60 km a sud-est da Chelyabinsk.

La cosa interessante, studiando l'orbita di questo impatto, è che sembra estremamente simile a quella di un altro asteroide conosciuto con la sigla 86039, osservato per la prima volta nel 1999. Quest'altro è grande ben 2 km in diametro.

"Questa è difficilmente una coincidenza" ha spiegato Jiří Borovička. L'insolita somiglianza orbitale suggerisce che probabilmente l'asteroide arrivato sulla Terra è un frammento di questo oggetto.
Conosciamo l'orbita e la posizione esatta dell'asteroide 86039 e conosciamo anche quasi tutti quei 1000 (circa) asteroidi più grandi di 1 km che stanno orbitando intorno al Sole, nelle nostre vicinanze. Nessun grande asteroide è attualmente in rotta di collisione con la Terra, almeno non nei prossimi due secoli. Ma sappiamo molto meno dei milioni di oggetti sotto 1 km di cui lo spazio è pieno. L'asteroide che ha colpito la Terra sopra Chelyabinsk è arrivato da una regione del cielo che non è accessibile ai telescopi terrestri. Una specie di punto cieco nei nostri occhi verso il cosmo. "Nelle sei settimane prima dell'impatto sarebbe stato visibile ma solo durante il giorno quando il cielo è comunque troppo luminoso per vedere oggetti di quella dimensione" spiega Borovička.

"Il rischio di essere colpiti, da asteroidi ancora sconosciuti, si sta spostando verso gli oggetti più piccoli" spiega Peter Brown, scienziato planetario della University of Western Ontario, London, Canada. ed autore delle ricerche a riguardo pubblicate su Nature.

Nuovi risultati dell'indagine NEOWISE della NASA, mostrano la distribuzione degli asteroidi potenzialmente pericolosi (PHA), cioè quelli che si avvicinano entro 8 milioni di km dalla Terra e sono abbastanza grandi da sopravvivere all'impatto con l'atmosfera e causare danni regionali o su scala più grande. Quelli in giallo/rosso sono quelli pericolosi, quelli in blu sono quelli che si avvicinano alla Terra ma non rappresentano alcun rischio. Credit: NASA/JPL/Caltech

Si pensa che ci siano milioni di asteroidi pericolosi per la Terra, con diametri dai 10 ai 20 metri, e solo 500 tra questi sono stati catalogati. I modelli suggeriscono che un oggetto come quello di Chelyabinsk colpisce la Terra ogni 150 anni in media, spiega Brown. Ma il numero di impatti osservati con intensità maggiore di 1 kilotone, negli ultimi 20 anni, fa pensare ad un rischio di molto maggiore (almeno di un ordine di magnitudo) rispetto a quanto pensato prima. Brown ed i suoi co-autori ritengono che sarebbe estremamente prudente e sensato da parte nostra iniziare a dare la caccia a questi corpi, prima che siano loro a dare la caccia a noi.

http://www.nature.com/news/risk-of-massive-asteroid-strike-underestimated-1.14114#/b1

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3 novembre 2013 7 03 /11 /novembre /2013 22:33

 AFP

Roma 24 ott. (TMNews) - Gli astronomi dell'Università britannica di Oxford hanno scoperto un sistema extrasolare formato da sette pianeti, il più affollato mai rilevato fino ad ora.

Come spiega il sito della Bbc, la ricerca si è avvalsa dei dati - pubblici - ricavati dal telescopio spaziale "Keplero", dedicato proprio alla scoperta di esopianeti.

Il sistema in questione ha alcune somiglianza con il nostro, nel senso che i pianeti rocciosi occupano le orbite più interne e i "giganti gassosi" quelle più esterne; tuttavia, tutti e sette si trovano a distanze molto inferiori dalla loro stella (Kic 11442793, lontana circa 2.500 anni luce) rispetto alla media dei pianeti del sistema solare: di fatto, l'intero sistema ha un raggio inferiore alla distanza fra la Terra e il Sole.

Da notare il fatto che l'esistenza dei sette pianeti è sfuggita agli algoritmi di calcolo automatici che analizzano i dati di 2Keplero", forse confusi dalla molteplicità dei transiti davanti alla stella: ma in questo genere di situazioni, notano gli astronomi, l'apparato visivo degli esseri umani non ha rivali.

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23 ottobre 2013 3 23 /10 /ottobre /2013 22:03

Meteorite Lafayette

Credit: SUERC, University of Glasgow

Un tempo Marte era come la Terra, aveva un atmosfera normale e l’acqua era presente sulla sua superficie. Poi si è trasformato nell’inferno che conosciamo.Un nuovo studio, basato sui controversi meteoriti marziani, suggerisce che l'atmosfera densa di Marte di 4 miliardi fa non è sfuggita nello spazio ma sarebbe rimasta intrappolata nelle rocce.

Tim Tomkinson, autore principale della ricerca e geochimico presso l'Università di Glasgow nel Regno Unito, insieme al suo team, ha sondato la storia dell'atmosfera del Pianeta Rosso da un frammento del famoso meteorite "Lafayette", del sottogruppo delle Nakhli, cosiddetto dall'omonima città nello Stato dell’Indiana (USA) dove fu trovato nel 1931.
La roccia spaziale deve esser stata lanciata in direzione della Terra 11 milioni di anni fa, probabilmente a seguito di un impatto cometario avvenuto su un altopiano vulcanico di Marte.

I meteoriti marziani dovrebbero risalire a 1,3 miliardi di anni fa, composti per lo più da basalto, ricco di olivina.
Molto prima del loro viaggio verso la Terra, l'acqua deve aver alterato le rocce quando ancora erano sul pianeta, creando delle microfratture piene di argilla e carbonati.

Il frammento analizzato da Tomkinson, in effetti, è una roccia ricca di ferro e di minerali carbonati formatesi a seguito di un processo di carbonatazione (processo che sarebbe avvenuto anche sulla Terra).
Quando l'acqua e l'anidride carbonica si combinano con i minerali di olivina presenti nel basalto, la reazione chimica che ne segue crea carbonati e silicati, intrappolando gas (l'anidride carbonica dell'antica atmosfera marziana).

La datazione radiometrica indica che questi minerali si sono formati nel meteorite Lafayette, circa 625 milioni di anni fa.

Dai risultati ne consegue che l'acqua liquida scorreva su Marte negli ultimi 700 milioni anni.

Tomkinson spiega:
"Questo processo potrebbe aver giocato un ruolo ancora più importante quando Marte era ancora caldo e umido".
"Questa è la prima prova diretta di come l'anidride carbonica viene rimossa, intrappolata e memorizzata su Marte", continua Tomkinson.
"Siamo in grado di scoprire cose incredibili su Marte dalla piccola quantità di campioni che abbiamo".

I veicoli spaziali della NASA hanno già trovato depositi di carbonati diffusi su tutto il pianeta e la prossima missione, MAVEN, la cui finestra di lancio si apre il prossimo 18 novembre, sarà fondamentale per svelare i misteri dell'atmosfera del pianeta.

Il nuovo studio è dettagliato nell'edizione del 22 ottobre della rivista Nature Communications.


marte atmosfera curiosity nasa

Ma bisognerà comnunque attendere.
Gli scienziati avranno più dati per confrontare questi risultati quando la NASA lancierà la missione MAVEN a novembre 2013.
La sonda orbitante contribuirà a riempire gli spazi vuoti su come l'atmosfera di Marte si sia esaurita nel corso del tempo.


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Scritto da Elisabetta Bonora

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21 ottobre 2013 1 21 /10 /ottobre /2013 21:34

Solar Orbiter

Si è concluso ieri all’Osservatorio Astronomico di Capodimonte dell’INAF il terzo meeting tecnico scientifico dello strumento METIS che sarà uno dei dieci payload che comporranno la missione Solar Orbiter dell’ESA, nell’ambito della Cosmic Vision 2015-2025. P.I. dello strumento Ester Antonucci dell’Osservatorio Astrofisico di Torino dell’INAF, coordinatore delle operazioni scientifiche dello strumento durante la fase operativa, Vincenzo Andretta, dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte dell’INAF, al quale, come organizzatore del meeting, ci siamo rivolti per conoscere lo scopo del convegno e quali le finalità e i tempi dello strumento.

“Periodicamente, circa ogni anno – dice Andretta – il team di METIS si riunisce per discutere degli aspetti sia scientifici che tecnici, mettendo insieme sia la comunità scientifica coinvolta che quella industriale, oltre ovviamente l’Agenzia Spaziale Italiana che supporta la realizzazione dello strumento”.

Ci spiega la funzione dello strumento METIS?

METIS è un coronografo di produzione in massima parte italiana, unico strumento dei dieci previsti a guida totalmente italiana, che però vede un importante contributo scientifico sia del Max Planck Istituto per la Ricerca nel Sistema Solare (Katlenburg-Lindau) e dell’Istituto Astronomico dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca.  METIS osserverà la corona solare è il primo coronografo che otterrà immagini sia nel visibile che nell’ultravioletto della corona solare esterna, la regione in cui viene accelerato il vento solare e in cui si manifestano le eruzioni solari – le coronal mass ejections. Questo in stretto collegamento con gli altri nove strumenti a bordo. Solar Orbiter è infatti una missione interplanetaria, che giungerà ad una distanza di appena 0,28 Unità Astronomiche dal Sole. Sarà quindi fondamentale che tutti gli strumenti operino in totale sinergia.

Dal punto di vista scientifico qual è l’obiettivo?

Uno dei principali scopi della missione è lo studio della corona solare partendo dalle sue radiuci nella fotosfera, uno studio che si estende al vento solare, che giunge fino alla Terra e oltre, influenzandola, con sensori che ne misureranno la quantità di plasma presente nel vento. METIS è lo strumento che produrrà i dati sul collegamento tra la superficie del sole il vento solare.

Prossime tappe?

 In questa fase c’è una sostanziale verifica della funzionalità tecnico-scientifica del progetto degli strumenti. Per quanto riguarda METIS la consegna all’Agenzia Spaziale Europea è prevista per la fine del 2015, il lancio della missione è pianificato per la metà del 2017, l’entrata in operatività della sonda per il 2020.  

 

Gli istituti coinvolti:

CNR – Istituto di fotonica e nanotecnologie – Padova
CNRS – Institut d’Astrophysique Spatiale, Francia
INAF:  IASF Milano, IAPS Roma, OAC Napoli, OA Catania, OA Palermo, OA Torino, OA Trieste
Istituto di Astronomia, Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca
Laboratoire d’Astrophysique de Marseille, France,
Max-Plank-Institute für Sonnensystemforschung, Germania
Naval Research Laboratory, USA
Politecnico of Torino
Università di Firenze, Padova, Pavia (Italia), e di Atene (Grecia)

 

 

 

fonte

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13 ottobre 2013 7 13 /10 /ottobre /2013 20:54

Una strana ma affascinante nube di materiale nello spazio, vista dalla Stazione Spaziale Internazionale. Credit: Mike Hopkins/NASA


A guardar fuori dal finestrino della Stazione Spaziale Internazionale si possono vedere sempre cose incredibili, ma ieri gli astronauti hanno davvero visto qualcosa di molto strano. L'astronauta Mike Hopkins ha postato su twitter l'immagine sopra dicendo "Ho visto un lancio nello spazio oggi. Non sono sicuro di cosa fosse, ma la nube che si è lasciata dietro è molto affascinante!" Anche Luca Parmitano, l'astronauta italiano dell'ESA, è riuscito a scattare una sua immagine della nube, insieme anche alla lunga striscia che si è lasciata dietro.

Traccia di un razzo nell'atmosfera terrestre. Foto di Luca Parmitano. Credit: NASA/Luca Parmitano

Cosa potrebbe essere stato? Beh, come sapete, per via dello shutdown, la NASA è bloccata, quindi è da escludersi. Ma ovviamente al mondo non ci sono solo gli americani, e come si scopre grazie alle indagini di Nancy Atkinson, del sito universetoday.com, sul sito delle ForzeRusse, c'è un annuncio che potrebbe indirizzarci:

"Le Forze Missilistiche Strategiche hanno testato con successo il lancio di un missile Topol/SS-25, il 10 Ottobre 2013. Il missile è stato lanciato alle 13:39 UTC, da Kapustin Yar, fino al sito di lanci Sary Shagan, in Kazakistan. Secondo il rappresentante delle Forze Missilistiche, il test è stato usato per confermare le caratteristiche del missile Topol, per testare i sistemi del sito Sary Shagan, e mettere alla prova il nuovo carico da combattimento dei missili balistici intercontinentali."

I missili balistici intercontinentali erano molto comuni durante l'epoca della Guerra Fredda, ma pare che i lanci siano continuati e d oggi almeno 4 paesi sui 5 che hanno sede permanente nel consiglio di sicurezza dell'ONU, sono dotati di questo tipo di missili.

http://www.universetoday.com/105457/missle-launch-creates-weird-cloud-seen-in-space/

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12 ottobre 2013 6 12 /10 /ottobre /2013 21:53
Hebes Chasma nel mosaico di otto immagini riprese dalla High Resolution Stereo Camera di Mars Express - ESA/DLR/FU Berlin (G. Neukum)

Hebes Chasma nel mosaico di otto immagini riprese dalla High Resolution Stereo Camera di Mars Express – ESA/DLR/FU Berlin (G. Neukum)

Profondo ottomila metri, esteso per più di 300 km in una direzione e 125 nell’altra, la gigantesca vallata Hebes Chasma è una formazione unica su Marte, e porta i segni visibili del periodo più violento della vita del pianeta rosso. Si è formato infatti, probabilmente, durante il primo miliardo di anni di evoluzione di Marte, quando l’intensa attività vulcanica della vicina regione Tharsis (dove si trova l’Olympus Mons, il più grande vulcano del Sistema solare) frantumava la crosta marziana fino a creare questa spettacolare struttura e il sistema di canyon che la circonda.

Già molte volte nell’obiettivo delle sonde marziane, Hebes Chasma è ora il protagonista di un dettagliatissimo mosaico di 8 immagini riprese dagli strumenti della sonda Mars Express dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA).

Le immagini rivelano in particolare la presenza di una “mesa”, un altopiano al centro di Hebes Chasma posto più o meno alla stessa altitudine delle pianure che circondano la vallata. Su un lato però questo altopiano è interrotto da uno “scavo” a forma di ferro di cavallo, in cui il materiale roccioso sembra franato verso il fondo della valle. In molti punti si vedono tracce di frane, che fanno pensare che il materiale in tutta la regione sia debole e facilmente eroso. Le immagini di Mars Express hanno permesso anche di creare una ricostruzione in 3D della regione, visibile qui sotto.

 

 

 

 

 

 

 

 Il Mars Reconnaissance Orbiter  è una sonda spaziale polifunzionale della NASA lanciata il 12 agosto 2005. Il suo obiettivo è l'analisi dettagliata del pianeta Marte allo scopo di individuare un potenziale luogo di atterraggio per future missioni sul pianeta. La sonda è progettata anche per fornire alle future missioni un canale trasmissivo a banda larga tra la Terra e Marte. È progettato per eseguire osservazioni di Marte ad altissima risoluzione.

Tanto i dati raccolti da Mars Express quanto quelli della sonda della NASA Mars Reconnaissance Orbiter rivelano la presenza di minerali che possono formarsi solo in presenza di acqua: in qualche momento della sua storia, quindi, il canyon potrebbe aver ospitato un lago.

I principali obiettivo del Mars Reconnaissance Orbiter è la ricerca e l'individuazione di acqua, l'analisi dell'atmosfera e della geologia del pianeta.

Sei strumenti scientifici sono inclusi nella sonda insieme a due strumenti complementari che utilizzeranno dati delle sonda per raccogliere dati scientifici. Tre tecnologie sperimentali sono inserite nella sonda, questa verrà utilizzata quindi anche per verificare il funzionamento di nuove soluzioni tecniche.

 

ESA/DLR/FU Berlin (G. Neukum)

ESA/DLR/FU Berlin (G. Neukum)

 

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10 ottobre 2013 4 10 /10 /ottobre /2013 21:39

Un team internazionale di astronomi ha scoperto un giovane pianeta esotico che non orbita intorno a nessuna stella. Questo pianeta – che ad una prima osservazione sembra del tutto libero di fluttuare nello spazio- è stato battezzato PSO J318.5-22, ha una massa sei volte quella di Giove e si trova soli 80 anni luce dalla Terra. Secondo le prime stime, questo pianeta si sarebbe formato solo 12 milioni di anni fa; è un pianeta praticamente neonato.PSO J318.5-22 è, invece, uno degli oggetti che fluttuano liberamente e che ha la massa più piccola fino ad ora nota. Ma il suo aspetto più singolare è il colore e la produzione di energia. ” I pianeti trovati dall’imaging diretta sono incredibilmente difficili da studiare, dal momento che sono proprio accanto alla loro stella che è molto più brillante e ne rende difficile l’individuazione. Visto che PSO J318.5 -22 non è in orbita intorno a nessuna stella, sarà molto più facile studiarlo.

 

Il Nouvelle Observateur ci parla della scoperta di un pianeta solitario che svolazza indisturbato nell’Universo.

pianeta-solitario (2)

LA PRIMA VOLTA DI UN PIANETA SOLITARIO - L’esoplaneta gassosso si trova a soli 80 anni luce dalla Terra, quindi a 756.800.000.000.000 di chilometri. La sua massa è sei volte quella di Giove ed è nato da “soli” 12 milioni di anni. Si tratta di un pianeta appena nato che rappresenta una novità anche perché, come spiega Michael Liu, dell’istituto di astronomia dell’Università delle Hawaii a Manoa, principale autore della scoperta, è la prima volta che è stato rinvenuto un pianeta privo della sua stella che veleggia indisturbato nello spazio. Può essere che il pianeta possieda la massa più bassa mai misurata su un oggetto fluttuante ma allo stesso tempo le sue caratteristiche in termini di massa, colore ed energia emessa, corrispondono a quelli dei pianeti in orbita.UN’OCCASIONE UNICA - Nel corso dell’ultimo decennio le scoperte di esoplaneti si sono moltiplicate con un milioni di segnalazioni figlie di metodi indiretti come l’ombra prodotta sulla stella di riferimento. Sono invece pochi i pianeti osservati direttamente perché la maggior parte di loro ruotano intorno a stelle appena nate di “soli” 200 milioni di anni e quindi molto brillanti. Secondo Niall Deacon dell’istituto per l’astronomia tedesco Max Planck e co-autore di questa ricerca, l’esoplaneta in questione fornirà un’occasione unica per verificare come cresce un pianeta gassoso come Giove. Ma quello che hanno trovato è qualcosa di sensibilmente diverso da una nana bruna: gli spettri infrarossi intercettati con l’Infrared Telescope Facility della NASA e il telescopio Gemini Nord hanno confermato che ha una massa più piccola ed è molto più giovane delle nane brune a noi note. Non solo. PSO J318.5 – 22 ha un colore rosso più acceso di quanto ci si aspetterebbe anche dalla più fredda nana bruna. “Ci descrivono spesso la ricerca di oggetti celesti rari come le nane brune come la ricerca di un ago in un pagliaio. Così abbiamo deciso di cercare all’interno del più grande pagliaio che esiste in astronomia, l’insieme di dati raccolti da PS1″, ha precisato Eugene Magnier dell’Istituto di Astronomia dell’Università delle Hawaii e co-autore dello studio .(Photocredit Ifa Hawaii)

 

 

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19 settembre 2013 4 19 /09 /settembre /2013 22:05

 

Ciao a tutti gli amici del blog, approfitto dell’ultimo oggetto ripreso per mostrarvene altri catturati nelle settimane passate: in ordine cronologico troviamo NGC6781, una nebulosa planetaria di magnitudine 11,4 visibile nella costellazione dell’Aquila:

 

 

 

 

seguita da M74, galassia a spirale compresa nei confini della costellazione dei Pesci di magnitudine 8,4 circa. Segnata dall’incrocio delle due linee, è visibile la supernova scoperta il 25 Luglio 2013:
Le tre foto seguenti sono state scattate con un obiettivo tradizionale con la fotocamera solidale al telescopio, che a sua volta compiva il movimento necessario per compensare la rotazione della Terra: in questo modo è stato possibile eseguire scatti della durata di 5 minuti avendo stelle immobili. Enorme è stata la sorpresa visionando le immagini ottenute dall’elaborazione:


 

 

 

Nella seconda di esse è visibile uno stupendo triangolo estivo dove è abbastanza facile individuare le tre stelle che lo formano: Vega (appartenente alla Lira), Deneb (della costellazione del Cigno) e Altair (facente parte dell’Acquila). Inoltre nella foto è presente un oggetto ritratto in precedenza, la cosiddetta Gruccia (ammasso di Brocchi). Non voglio rovinarvi la ricerca quindi… aguzzate la vista e provate! :-)
Relativamente facile è scorgere il Delfino, piccola ma simpatica costellazione visibile nella foto circa a metà strada fra Altair ed il bordo sinistro della foto.

È leggermente più difficoltoso trovare il Cigno, perso in mezzo alle altre centinaia di milioni di stelle:

 

 

 

La foto seguente mostra la galassia visibile più vicina a noi, Andromeda a circa 2,5 mln di anni luce di distanza, incastonata in un nugolo di stelle indescrivibile (appartenenti alla nostra via Lattea) e sapere che in quel piccolo batuffolo ovattato all’apparenza immobile agiscono forze incredibili (come d’altronde nella nostra amata Galassia che ci “ospita”) fa nascere un senso di rispetto nei suoi confronti ma più in generale verso la natura:




 

 

L’ultimo scatto è stato ripreso qualche giorno fa con la strumentazione dell’osservatorio di Monteromano: rappresenta una galassia a spirale (nominato NGC6946 di magnitudine 8,9) dalla buona dimensione apparente poiché l’oggetto si trova ad “appena” 10 mln di anni luce da noi.
 

Dimenticavo una foto della stella più luminosa che ci accompagna nel periodo estivo, realizzata da Alfredo al fuoco del Newton, Vega:




Grazie ad Enrico, Alfredo e Mirko per il prezioso supporto e lo “sprono” fornito in occasione di queste serate.
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14 settembre 2013 6 14 /09 /settembre /2013 22:43

Le peculiari caratteristiche della meccanica quantistica consentono di generare nello spazio effetti chimici altrimenti impossibili sulla Terra. In questo senso possiamo ben dire che lo spazio interstellare è un vero e proprio laboratorio quantistico per manipolare molecole organiche. Ma come avviene la produzione e la distruzione delle molecole? Dal momento che le temperature molto basse condizionano in negativo l’energia disponibile, si pensava che i processi chimici avvenissero con frequenze abbastanza basse.

Un nuovo studio, pubblicato su Nature Chermistry, dimostra che questa non è affatto una regola. Alcuni esperimenti condotti in laboratorio hanno, infatti, dimostrato che il radicale metossile ha un tasso di produzione 50 volte maggiore di quello che si registra a temperatura ambiente. A cosa è dovuta questa eccezionale prestazione? Al quantum tunnelling, naturalmente. L’effetto tunnel consente ad una particella di superare senza l’intervento di una causa esterna una barriera di potenziale anche se non ha l’energia sufficiente per farlo – cosa fantascientifica per la meccanica classica, pena la violazione della legge di conservazione dell’energia.

Benché le regole che governano i processi chimici nello spazio non siano affatto chiare, gli studiosi confidavano in una certezza: la chimica classica decreta senza riserve l’impossibilità della formazione e la distruzione di molecole di alcool nello spazio interstellare. Se consideriamo come non determinante l’unico fattore che potrebbe deporre in favore di queste reazioni, ossia i granelli di polveri che fanno da supporto fisico alle stesse reazioni e che permettono per questo che i diversi reagenti restino in contatto, le difficoltà sono numerose. Solo per citare quella più macroscopica, le condizioni di freddo quasi assoluto, con temperature che arrivano a -210 gradi Celsius, risultano proibitive per la maggior parte delle reazioni.
Il Giornale Online
Lo scenario sembra cambiare già grazie ad alcune scoperte dell’anno scorso. Gli scienziati hanno individuato una molecola reattiva – il radicale metossile (CH3O-), un gruppo funzionale presente tipicamente negli alcool – la cui formazione non può essere spiegata solo con l’aiuto fornito dalle polveri. Inoltre, in passato, alcune sperimentazioni effettuate in laboratorio hanno mostrato che questi radicali non vengono prodotti quando un’intensa radiazione colpisce una miscela ghiacciata contenente metanolo, l’alcool più semplice (CH3OH), costituito da un gruppo metossile legato a un atomo di idrogeno, che è la molecola organica più abbondante nello spazio.

Come spiegare la presenza di questo elemento nello spazio? Ecco che interviene la meccanica quantistica e, in particolare, una delle sue peculiarità: la non assolutezza del limite imposto dal superamento dell’energia di attivazione della reazione. “Le reazioni chimiche diventano sempre più lente via via che la temperatura diminuisce: c’è sempre meno energia disponibile per superare la cosiddetta ‘barriera di attivazione’ della reazione”, ha spiegato Dwayne Heard, che ha coordinato il gruppo di ricerca. “La meccanica quantistica spiega che il sistema può ‘attraversare’ questa barriera per effetto tunnel”.

Come raccogliere evidenze in favore di questa ipotesi? In laboratorio sono state ricreate le condizioni che caratterizzano lo spazio profondo in modo da verificare, ad una temperatura di -210 gradi Celsius, le reazioni tra il metanolo e un agente chimico ossidante, il radicale ossidrile (OH). Gli scienziati hanno così scoperto che le due molecole reagiscono eccome, producendo radicali e che la velocità di reazione è, incredibilmente, 50 volte maggiore che a temperatura ambiente. Il motivo? Con ogni probabilità, nel primo stadio della reazione si forma un prodotto intermedio che sopravvive solo per il tempo strettamente necessario al verificarsi dell’effetto tunnel.

Se i risultati fossero confermati, cosa ne deriverebbe? Una radicale revisione dei tassi di formazione e di distruzione delle molecole complesse nello spazio, visto che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, risultano molto sottostimati rispetto alle proiezioni su larga scala del “caso metossile”.

Fonte:

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12 settembre 2013 4 12 /09 /settembre /2013 22:04

Uno spettacolo stellare ci attende da novembre a gennaio: la scia di Ison, una delle comete più luminose che si sia mai avvicinata alla Terra. E proprio a Natale passerà nel punto più vicino al nostro pianeta, precisamente a 60 milioni di km. Il perielio, punto più vicino al Sole, si avrà il 28 novembre 2013, e la stella potrà disintegrarsi a causa delle forti interazioni. Se però sopravviverà, la rivedremo ancora per tutto il primo mese del 2014.ISON è stata scoperta il 21 settembre 2012 da due astronomi russi dell’International Scientific Optical Network (ISON) in Russia, Vitali Nevski e Artyom Novichonok, quando si trovava tra le orbite di Giove e Saturno. “Questa osservazione ci dà una buona immagine di una parte della composizione di ISON e dell’estensione del disco protoplanetario da cui si sono formati i pianeti“, ha detto Lisse.

cometa Ison Ison, a Natale arriva la cometa più luminosa dellanno

 

Al momento, infatti, le osservazioni non confermano le migliori previsioni sulla sua visibilità. ''La magnitudine in questi giorni è 12, quindi è molto, molto bassa - spiega Marco Galliani, astrofisico dell'Inaf, a Ign, testata on line del Gruppo Adnkronos -. Quello che ci aspettiamo è che nei prossimi mesi la sua visibilità vada aumentando. A ottobre si sposterà verso la costellazione della Vergine e sarà molto bello il suo passaggio, il 18 novembre, vicino alla stella Spica, la più brillante della costellazione. In quel periodo ci aspettiamo che possa essere già visibile a occhio nudo, comunque, al peggio con un piccolo binocolo''. ''Quello che più ci preoccupa è il passaggio vicino al Sole, previsto per il 28 novembre in cui la cometa passerà a circa 1 milione e 800mila chilometri dal Sole. Sarà un momento molto delicato - dice Galliani - perché c'è il rischio che questo passaggio così ravvicinato crei problemi alla struttura del nucleo della cometa e che, nel caso peggiore, si possa disintegrare: la cometa potrebbe così non riuscire a sorpassare il Sole''.

 

 

Al momento, la cometa ''si trova vicino a Marte e con un buon telescopio si può trovare la mattina all'alba verso Est''. Per l'osservazione a occhio nudo dovremo aspettare qualche giorno prima di Natale. ''Noi ci aspettiamo che tutto vada per il meglio e che quindi poi il periodo più bello per osservarla sia dopo il suo passaggio ravvicinato al Sole, quindi nel periodo di dicembre. Nella prima metà del mese sarà visibile all'alba in direzione Est, sempre bassa sull'orizzonte, e dovrebbe cominciare a mostrare la sua bella coda. Passando le settimane si alzerà sempre più sull'orizzonte e potrà essere visibile anche la sera nella seconda metà di dicembre, subito dopo il tramonto, ma questa volta verso Nordovest'', prosegue lo scienziato. Così ''da fine dicembre a tutta la metà di gennaio continuerà ad alzarsi la sera sull'orizzonte fino a lambire la Stella Polare, per cui sarà anche facile da osservare nel cielo, sperando che la sua luminosità sia secondo le nostre aspettative''.

 

 

Il problema è che ''contrariamente a quanto ci si aspettava - prosegue l'esperto - la cometa si sta mostrando un po' pigra: sembra poco luminosa rispetto alle previsioni fatte con le simulazioni. Potremo capire meglio osservandola nelle prossime settimane: potrebbe restare al di sotto delle aspettative o aumentare in maniera improvvisa la sua luminosità''. ''Nelle previsioni iniziali si sperava che la cometa potesse essere brillante quanto la luna piena e che nei giorni successivi al suo passaggio al perielio la sua coda fosse visibile anche di giorno. Alla luce delle osservazioni attuali sembra difficile, però non abbiamo certezza sia dell'ipotesi più positiva che di quella negativa'', continua Galliani.

 

 

Così la ''cometa del secolo'' (come era stata battezzata alla luce delle migliori aspettative sulla sua visibilità) ancora non svela le sue 'carte'. ''La speranza è che si riscatti nelle prossime settimane'' e si mostri al suo meglio. Il ''punto critico'' sarà alla fine di novembre quando sarà vicino al Sole. Allora sarà possibile fare un aggiornamento delle previsioni e stimare la sua visibilità a occhio nudo.

 

 

Spettacolo a parte, per la comunità scientifica la cometa è comunque oggetto di studio. Osservazioni sono state fatte attraverso il telescopio spaziale Hubble e altri strumenti puntati per ''capirne i segreti'. Considerato che questi oggetti ''provenendo dai confini del sistema solare possono raccontarci tante informazioni anche sul passato del nostro sistema solare. Non ultima la possibilità che possano portare i cosiddetti mattoni della vita, delle catene anche elementari di amminoacidi che possono aver raggiunto nel passato la Terra'', spiega Galliani.

 

 

Ma cosa sono questi corpi celesti? ''Le comete vengono considerate grosse palle di neve sporca, in realtà sono dei grossi blocchi composti essenzialmente da ghiaccio d'acqua, monossido di carbonio poi, un po' meno, anidride carbonica, metano, ammoniaca mescolati a grani di polveri e rocce'', spiega Galliani. Quanto alle dimensioni del nucleo, per ''la parte più solida siamo intorno a qualche chilometro fino a quelle più grandi misurate nell'ordine di qualche decina di chilometri, anche 50''. Poi ci sono la ''chioma e la coda che si sviluppano quando le comete si avvicinano al Sole. E' il Sole che le 'accende': il calore della nostra stella fa sublimare, cioè fa passare dallo stato solido a quello gassoso gli strati esterni della cometa e quindi anche le polveri che vi sono mischiate''. Quindi ''evaporando diventano molto più brillanti e si crea questa coda che si estende anche per centinaia di migliaia di chilometri, addirittura milioni di chilometri e che, se le posizioni lo consentono, si può osservare anche dalla Terra''.

La cometa Ison in avvicinamento al Sole (simulazione Inaf)

 

La 'nostra' Ison, racconta l'astrofisico, ''è stata scoperta il 21 settembre 2012 da due astronomi russi. Il nome completo è C 2012 ISON S1. Ison deriva dall'acronimo di International Scientific Optical Network, cioè il nome del telescopio dal quale è stata osservata la prima volta''.

 

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Published by il conte rovescio - in astronomia
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