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10 gennaio 2014 5 10 /01 /gennaio /2014 22:47

DiluvioSicuramente, fra tutte le leggende tramandate in varie parti del mondo, quella di un’immane catastrofe mondiale, sotto forma di diluvi e altri cataclismi, non solo è la più ricorrente nei quattro angoli del globo, ma anche la più affascinante, anche nel suo aspetto più catastrofico e tremendo.Cataratte di acqua che si riversano dal cielo, inondazioni che spazzano via popoli e città, terremoti, eruzioni vulcaniche, terre che sprofondano e altre che riemergono.Un intero arsenale di fenomeni degno del miglior film holliwodiano, con tanto di effetti speciali.Eppure, almeno tenendo in giusto conto tutti i miti antichi, sembra che questo scenario non sia stato solo frutto di fantasiose trame cinematografiche, ma qualcosa di più tangibile, vero e immane: un qualcosa che ha lasciato un ricordo indelebile nelle memorie storiche di tutti i popoli del mondo. Da sempre l’idea che dà il diluvio (o forse sarebbe meglio dire i diluvi, vista la gran quantità di miti su quest’argomento) è quella di un fenomeno caratterizzato da grandi precipitazioni, talmente elevate da coprire, così come sostiene la Bibbia “ le più alte vette di almeno 15 cubiti (Un cubito è circa 56 centimetri) ”.Ma se questo fosse vero dovremmo chiederci dove sia mai defluita tutta quest’acqua, riversatasi sulla Terra. Forse gli antichi osservatori, intimoriti e spaventati da un qualcosa che non seppero spiegare se non in termini di voleri divini, associarono l’effetto più spaventoso di tutta quella catastrofe, cioè un’immane inondazione che dovette percorrere il globo intero, ad uno solo di tanti eventi che dovettero concomitare in quei tempi cupi, cioè una pioggia torrenziale dovuta a cause che scopriremo dopo?In effetti potrebbe essere andata così e dopotutto la stessa Bibbia fa un riferimento esplicito ad “acque che si ritirarono”, quindi è implicito il richiamo a masse acquose che più che cercare sfoghi naturali, sembrano ritornare ai loro antichi letti.Nonostante questo punto di vista, però rimangono irrisolti i problemi che concernono un simile spostamento di una così estesa massa liquida.

image001.jpgQuali forze potrebbero permettere una simile rovina e in qual periodo potrebbe essersi verificata?In effetti, ancora una volta possiamo collegare i miti antichi a riferimenti storici, a date prestabilite, e nel nostro caso c’interessa non una data ma un arco di tempo che oscilla tra i 10000 e i 13000 anni fa.Questo periodo e questo lasso di tempo, che geologicamente e storicamente non è tanto improbo visto che spesso sia la geologia che la storia possono essere descritti in migliaia di anni, sembra ricorrere molto spesso nella nostra cronologia, andandosi speso a concatenare con altri eventi.Vediamo di analizzare bene questo lasso di tempo.

1)Circa 13000 anni fa termina l’ultima grande glaciazione, detta di Wurms.

2)Circa 12000-13000 anni fa scompare la megafauna per tutto il globo terrestre o per lo meno nelle parti in cui esisteva: animali come il mammut e la tigre dai denti a sciabola, o i cervi giganti paiono scomparire, geologicamente parlando, da un giorno all’altro.

3)Secondo alcuni studiosi sembra che l’ultimo slittamento dei poli si sia verificato per l’appunto 12000 anni fa.

4)Circa 12000 anni fa sembra essere esplosa l’ultima supernova più vicina al nostro sistema solare.

5)Circa 9000 anni fa sembra nascere, spontaneamente, in tutto il mondo, il fenomeno dell’agricoltura: fatto ancora più curioso è che sembra nascere in altura.

6)Molte mappe antiche sembrano identificare luoghi (in particolare modo l’Antartide) in condizioni tali come non è stato più possibile osservarle da circa 12000 anni a questa parte. Questo nonostante che molti di questi luoghi siano stati scoperti, esplorati e cartografati solo dal 1600 in poi!

7)Ultima annotazione, per gli amanti del mito: Platone colloca la scomparsa dell’Atlantide a 9000 anni prima di lui, quindi 11000 anni al conto d’oggi: solo coincidenze?

Possono essere solo coincidenze tutte queste date che sembrano rincorrersi per poi unirsi in un unico solo obiettivo?Cerchiamo di spiegarle dando a loro un unico filo logico, un collante e partiamo proprio dall’ultima glaciazione.Il Pleistocene è l’era a noi più vicina, benché iniziata milioni di anni fa.Quest’epoca fu caratterizzata da immense e implacabili glaciazioni che strinsero in diverso tempo tutto il globo in una tenace morsa. Ma, tra una glaciazione e un’altra, la Terra ebbe modo di verificare anche climi più miti, tant’è vero che nel Tamigi abitavano coccodrilli e sulle sue rive c’erano le palme, presupponendo, di fatto, un clima più mite, rispetto a quello odierno, di almeno una decina di gradi.

A noi interessa guardare il quadro della Terra nell’ultimo periodo del Pleistocene, quello caratterizzato dalla fine dell’ultima sua glaciazione, quella indicata col nome di Wurms.Nell’America Settentrionale i ghiacciai ricoprivano interamente il Canada orientale e si spingevano a sud, fino a lambire quella parte di costa degli odierni USA, dove oggi è collocata New York. In Europa un’unica calotta copriva la penisola scandinava, il Baltico, il Mare del Nord, gran parte della Gran Bretagna, la Germania, la Polonia e la Russia, spingendosi più a sud ancora. Anche sul nostro territorio erano visibili le tracce di questa glaciazione: le Alpi erano un immenso ghiacciaio ramificato che scendeva sino alle valli circostanti. In quasi tutti i continenti, il livello delle nevi perenni era situato a circa 1500 metri più in basso dell’attuale. Persino in Australia e in Tasmania era possibile osservare ghiacciai.

Dall’analisi di carotaggi effettuati nell’anno Geofisico del 1949, sembra che l’Antartide fosse divisa in due distinte parti e attraversata da fiumi, questo in coincidenza con quello che sembrano volerci dire alcune antiche mappe e qui possiamo collegarci al punto 5 (vedi “Cartografia Antica” dello stesso autore).Quest’immensa coltre di ghiaccio, che qualcuno ha quantificato in 9 milioni di chilometri quadrati di terre coperte, sottrasse di per sé acqua agli oceani quindi si può abbondantemente calcolare in circa 130 metri di media di livello marino più basso rispetto all’odierno.Oggi giorno la quantità di acqua inglobata nei ghiacciai polari è tale che, se arrivasse a liberarsi dal suo stato solido, provocherebbe un innalzamento dei livelli marini di circa 80 metri.Per considerare in una giusta ottica l’innalzamento dei livelli marini 12000 anni fa consideriamo che durante la glaciazione di Wurms la quantità dei ghiacci era più del doppio rispetto ad oggi!!Contrariamente ad oggi le condizioni di terre come la Siberia erano sicuramente più favorevoli alla crescita e allo sviluppo di forme di vita animali. Infatti, la stessa Siberia godeva di un clima più mite e i ghiacciai erano relativi solo alle sue catene montuose. L’abbassamento dei livelli del mare faceva sì che le isole artiche formassero con la stessa Siberia un’unica pianura in cui prosperava una delle più ricche comunità ecologiche di allora.

Comunità improvvisamente decimata circa 12000 anni fa, lì come in tutto il resto del mondo, collegandoci, di fatto, al punto 2: la scomparsa della megafauna.Ipotesi più varie tendono per una o più motivazioni per questa misteriosa quanto drammatica estinzione di un gran numero di specie di animali. Si va dalla causa batteriologica ad una meno precisata follia collettiva degli animali che avrebbero cercato spontaneamente il suicidio gettandosi in burroni e gole(?) luoghi dove vengono ancora oggi trovati ammassati numerosi resti di quella fauna animale.Paragonando l’uomo paleolitico a quello moderno si arriva persino ad incolpare di questo massacro ambientale all’estenuante caccia da parte dell’uomo, insomma una mostruosa carneficina. Migliaia di capi abbattuti per procurarsi quello che bastava per la sopravvivenza alimentare, usando il fuoco per spingere le mandrie di mammut nei burroni, colpendo, di fatto, anche tutte le altre specie presenti nell’habitat di allora. Quello che in America, con il solito esponenziale di effetto cinematografico, gli scienziati chiamano “ Pleistocene Overkill”.Ma la prova più drammatica che non sono queste le cause le abbiamo proprio dai resti che ritroviamo ancora oggi.

Così come i massi erratici sono elementi trasportati da immani inondazioni, anche in questo caso possiamo attribuire all’acqua forse la causa definitiva: milioni di animali le cui carcasse furono travolte da immani piene, portati per lunghe distanze, ammassate nelle gole dei fiumi e nei fondovalle, sepolti da una coltre di fango insieme ad alberi e piante.Nelle regioni degli odierni poli probabilmente cadde subito la neve ricoprendo questo orribile carnaio in una bara di eterno ghiaccio, facendoli diventare, ai giorni nostri, mute e dolorose testimonianze di ciò che successe.Quindi l’ipotesi migliore potrebbe essere quella di un cambiamento climatico: ma di quale portata, per avere effetti così catastrofici?Per analizzare meglio la portata di questi cambiamenti ritorniamo all’analisi della scomparsa della megafauna sopra citata e osserviamo quello che ci dicono i resti di uno degli animali più conosciuti e studiati del Pleistocene: il mammut.Ancora oggi vengono rinvenuti nei ghiacciai siberiani resti interi di corpi di mammut, congelati.

E proprio questo loro stato se da un alto ci dà delle notizie interessanti, dall’altro ci pone interrogativi inquietanti.Dall’analisi del cibo ingerito ma non ancora metabolizzato, al momento in cui il mammut viene “congelato” nella sua bara di ghiaccio, scopriamo che sicuramente il clima di quei posti era più mite, visto che nel loro stomaco spesso si ritrovano vegetali dalle più svariate forme, dai frutti maturi alle erbe, ai fiori per finire a teneri arbusti, tutti elementi che sembrano non coincidere con l’idea generalizzata che questi animali vivevano in climi freddi per non dire glaciali.Ma queste scoperte, come detto sopra, ci aprono anche inquietanti interrogativi: cosa ha potuto colpire quest’ecosistema al punto tale da “sigillarli” in una bara di ghiaccio così repentina?Infatti, è ingiurioso pensare che una semplice glaciazione, con il suo protarsi geologicamente nei secoli, abbia potuto colpire questi luoghi.

Qui bisognerebbe supporre qualcosa di più catastrofico e immediato.E l’unica teoria che ci riporta a quest’ipotesi è quella citata nel punto 3: lo slittamento dei poli.Prove per accertarsi della posizione antica dei poli possono essere estratte dalle tracce di magnetismo residuo nelle rocce. La lava che esce da un vulcano si raffredda e si magnetizza secondo la direzione del campo magnetico di quella zona, dando così, ai geologi, importanti informazioni. Ma anche la presenza di determinati esemplari di flora e fauna in determinati periodi contribuisce a darci un quadro indicativo del fenomeno. Questi sono solo due dei principali metodi per studiare e stabilire, epocalmente, la posizione dei poli.Considerando la Siberia di 12000 anni fa e il suo clima più mite dobbiamo, di fatto, considerare che questa zona fosse più lontana dall’attuale Polo Nord, il quale potremmo identificarlo nel Canada orientale, zona dalla quale nasceva una delle più grandi aree glaciali, conosciuta anche come calotta del Wisconsin.Ma mentre la calotta glaciale europea sembra formarsi e avere il suo picco massimo circa 80000 anni fa, quella canadese è relativamente più “giovane”, potendola sicuramente datare, grazie a numerose datazioni disponibili, a circa 50000 anni fa, quando invece quell’europea si era in gran parte ritirata.

Quindi dovremmo di fatto considerare più spostamenti dei poli in varie epoche.Molti scienziati, fra cui Hapgood, noto per le sue ricerche sulle antiche mappe, propendono per la tesi che questi spostamenti dei poli nascono a causa di slittamenti della crosta terrestre, dovuti ai più svariati motivi.Ma questo non basta a spiegarci la repentina nuova posizione che sembrano assumere i poli circa 12000 anni fa, l’epoca della glaciazione di zone sino allora temperate come la Siberia e della scomparsa “istantanea” della megafauna, in principal modo i mammut.Infatti, il quadro che ci si presenta innanzi è quello di uno sconvolgimento immediato, o comunque nell’ordine di giorni, settimane, mesi, non sicuramente anni, come potrebbe far giustamente propendere la tesi del dislocamento della crosta terrestre.Per cui dobbiamo propendere ad uno spostamento dei poli dovuto ad una subitanea inclinazione dell’asse terrestre.E’, infatti, l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre, il fattore predominante per l’esistenza delle stagioni e delle più svariate condizioni climatiche, inclinazione che oggi è di 23°, ma che in passato può aver avuto grani oscillazioni.Un asse terrestre verticale rispetto all’eclittica comporterebbe un‘eterna primavera, con un giorno lungo esattamente dodici ore per tutti i 365 giorni. Ma questo comporterebbe anche le condizioni ideali per una glaciazione, poiché, a fronte di queste condizioni primaverili, la neve comunque caduta al di sopra di una certa quota non si scioglierebbe mai e le precipitazioni, a tale quota, sarebbero di carattere nevoso. Fiocco dopo fiocco, neve su neve, lo spessore aumenterebbe man mano.

image003.jpgIl ghiaccio scenderebbe sempre più a valle, non trovando mai una temperatura abbastanza elevata da scioglierlo completamente e rapidamente, riuscendo così ad accumularsi ed ad aumentare lo spessore sino a trovare zone effettivamente più calde, dove la sua avanzata deve per forza arrestarsi.In tutte le zone libere dai ghiacci regnerebbe un clima costante e in quelle parzialmente interessate dai ghiacciai, l’acqua che scende a valle, procurata dal loro scioglimento parziale, contribuirebbe a formare zone rigogliose di fauna e flora.In questa prospettiva la Luna avrebbe un’attrazione gravitazionale maggiore rispetto ad oggi, ed essendo in fin dei conti la Terra come una gigantesca trottola finirebbe per avere saltuari cambiamenti dell’asse che si inclinerebbe ciclicamente di 12-15° per poi tornare in condizioni verticali.

Questo spiegherebbe il perché il Pleistocene fosse caratterizzato da più glaciazioni e più deglaciazioni.Ma quest’asse terrestre, probabilmente, 12000 anni fa deve aver subito un repentino e brusco spostamento, tale da fargli assumere la sua posizione odierna: 23° d’inclinazione sull’eclittica!Fra le cause più probabili per uno spostamento dell’asse terrestre possiamo considerare sicuramente la caduta di un grosso meteorite o di un asteroide e potremmo spiegare la sua “mancanza di tracce” col fatto che la Terra è composta di due terzi d’acqua e che quindi sia possibile che sia caduto in mare, così come il meteorite che 65 milioni di anni fa, cadendo nel Golfo del Messico, provocò l’estinzione dei Dinosauri.Ma basterebbe questa considerazione a spiegare tutto ciò? Non del tutto.Un meteorite o una pioggia di loro non è del tutto in grado di distruggere un pianeta o di modificarne l’asse. C’è bisogno di qualcosa di più grande del più grande dei pianeti stessi coinvolti.Solo un corpo celeste conosciuto corrisponde alla descrizione e ci riporta al punto 4: un massiccio frammento di stella che esplode.In tal caso è bene citare che mi limito a citare e riassumere i gli studi di scienziati sicuramente più formati di me in tale tematica, senza quindi attribuirmi meriti non miei.

Da quando l’umanità ha avviato studi astronomici, gli astronomi hanno frequentemente notato la comparsa di quelle che sembrano essere stelle nuove. La parola Nova (che significa appunto nuova) fu coniata per descriverle.Ma con l’approfondirsi della conoscenza, apparve chiaro che il termine era errato. Le così dette “stelle nuove”, non lo erano affatto. Erano semplicemente stelle troppo poche luminose per essere viste, ma che all’improvviso iniziavano a brillare. Ora si ritiene che le nove siano antiche stelle con un eccesso di elio negli strati esterni, che provoca un grado di espansione troppo rapido per essere contenuto. Quando ciò acca­de, brillano diverse migliaia di volte in più della loro luminosità originale in un tempo che va dai giorni alle ore. La causa del baglîore è un’emissione esplosiva di gas.Circa una dozzina di stelle diventano delle nove nella nostra galassia ogni anno.

Il processo è localmente distruttivo – la vita o qualsiasi pianeta orbitante non sopravvivrebbero – ma normal­mente non ci si aspetterebbe che si estendesse molto oltre il sistema della stessa stella. Le supernove sono qualcosa di diver­so.L’esplosione di una supernova è molto più spettacolare e distruttiva di quella di una nova. Mentre le nove aumentano in luminosità di un fattore di mille, le supernove brillano letteral­mente miliardi di volte in più.Gli astronomi non sono ancora sicuri del perché le supernove esplodano, eccettuato nel caso di stelle massicce in cui la pres­sione creata dai processi del nucleo centrale non è abbastanza da sopportare il peso degli strati esterni. Avviene allora un collasso gravitazionale e la stella esplode. Diversamente da una nova, quest’esplosione è generalmente più o meno totale, e scaglia detriti in tutte le direzioni, lasciando spesso poco più di un guscio gassoso.

La nebulosa di Crab, una delle molte bellezze dell’os­servazione astronomica, è il risultato dell’esplosione di una supernova avvenuta nel 1054 d.C. L’articolo riportato sopra è tratto dalla rivista Le Scienze ed è come un piccolo campanello d’allarme, ma quanti di noi lo conoscono?Molti astronomi hanno da tempo indicato i rischi della possibile esplosione di una supernova nei pressi del nostro pianeta. Secondo Narciso Benítez, della John Hopkins University, un simile evento è già successo almeno una volta, circa due milioni di anni fa, causando un’ondata di estinzioni. Gli astronomi hanno, infatti, calcolato che vicino alla Terra una, o più, supernova esplose più o meno contemporaneamente all’estinzione. L’idea, descritta sulle «Physical Review Letters», è supportata da un eccesso di ferro-60 osservato in alcuni strati sedimentari.Secondo gli astronomi, una struttura nota come Bolla Locale, una regione di plasma particolarmente caldo e rarefatto con un diametro di 490 anni luce potrebbe essere stata creata dall’esplosione di una serie di supernove. Le esplosioni, secondo i calcoli, sarebbero avvenute circa due milioni di anni fa, quando il gruppo di stelle al centro della bolla si trovava a soli 130 anni luce da noi. Ora, per via della rotazione della galassia il gruppo è molto più lontano. L’ipotesi spiegherebbe anche un inusuale deposito di ferro-60 osservato nella crosta terrestre in strati risalenti ad un periodo successivo alle esplosioni.

image005.jpgIl ferro in se non avrebbe influenzato in alcun modo la vita sulla Terra, ma potrebbe essere la firma delle supernove.”Ma nonostante queste previsioni, c’è anche chi afferma che l’esplosione di una supernova vicina alla nostra galassia sia stata molto più recente e con effetti molto più distruttivi.Nonostante solo quattro supernove sono state identificate con successo nella documentazione storica – la più recente il 24 feb­braio 1987 – queste gigantesche esplosioni stellari attualmente avvengono nella nostra galassia col ritmo di una ogni 30 anni circa. Una fu quella di Vela. In termini astronomici, Vela era situata molto vicino al nostro sistema solare a 45 anni luce di distanza. Secondo le stime più accurate, esplose tra i 14.000 e gli 11.000 anni fa.Prendendo come punto di partenza questa gigantesca esplosione stellare, diventa possibile costruire un quadro di ciò che potreb­be aver avuto luogo nel nostro sistema solare, sul nostro pianeta all’epoca del Diluvio.Verso la fine del Pleistocene, una stella esplose nella costella­zione di Vela. Enormi frammenti infuocati furono scagliati nello spazio, lasciando solo una pulsar neutronica che ruotava ad altissima velocità e che può essere ancora osservata dagli astro­nomi ai giorni nostri..Uno di tali frammenti, più grande del più grande dei pianeti conosciuti, venne scagliato dalla tremenda esplosione verso il nostro sistema solare, con una velocità eguale a quella della luce, impiegando un secolo o pochi più per raggiungerlo.

Forse si stava avvicinando quello che la tradizione biblica indica come l’Angelo dell’Apocalisse!Allora il nostro sistema solare era molto diverso dal nostro, con i pianeti che avevano orbite molto più vicine alla circonferenza esatta e magari con l’esistenza di un altro pianeta, un gigante gassoso, dove oggi vi è la fascia di asteroidi di Kuiper. Ma come collegare il tutto al mito universale del diluvio: basta semplicemente osservare gli effetti che ebbe l’intruso sul nostro sistema solare e sulla Terra e capire così perché i nostri antenati pensarono ad una punizione divina, ad una guerra combattuta nei cieli.Il primo indizio del fatto che qualcosa non andava può essere stata un’osservazione dell’intruso stesso. Come frammento supernova, il corpo potrebbe ben aver mantenuto i suoi fuochi nucleari e quindi si sarebbe presentato come una stella viaggian­te in miniatura che brillava di luce propria come il sole. Nonostante gli scienziati ora presumano che i nostri lontani antenati non possano aver sviluppato strumenti ottici che si addi­cessero ai loro interessi astronomici, le documentazioni storiche (ma la scoperta di alcune lenti ottiche sembra contraddirli) mostrano chiaramente che essi erano ben consapevoli della pre­senza dei pianeti e dei satelliti invisibili ad occhio nudo.Figura: una lente ottica trovata durante degli scavi in Mesopotamia.Gli antichi sumeri conoscevano i principi dell’ottica?Dall’uso di queste lenti per telescopi attingevano per la loro cultura astronomica?L’abilità di osservazione, con tutta probabilità, permetteva loro di indivi­duare l’intruso che si avvicinava. Il frammento di supernova, nella sua folle corsa nel nostro sistema solare dovette arrecare danni imponenti a Saturno, Uranio e Venere, colpendoli e frammentando le loro lune Ma anche se le cose non sta­vano così, gli astronomi dell’antichità non pos­sono non aver notato l’esplosione che diede vita alla Fascia di Kuiper, probabilmente impattando un pianeta allora esistente e presente in tutte le tradizioni astronomiche antiche. A quel punto, senza dubbio, una nuova stella apparve nei cieli, e ciò significava un nuovo dio.Quando un corpo celeste di grandi dimensioni si avvicina ad un altro, diverse forze entrano in gioco. Una è la forza di gravità, un’altra quell’elettrica, o, più propriamente, elettromagnetica. Nel caso che stiamo esaminando, un altro fattore può essere stato il semplice scambio di calore.

Infatti, è assolutamente possibile che il frammento di Vela bruciasse proprio come un sole.Chiaro è oramai che l’intruso deve essere alla fine giunto così vicino alla Terra da passare all’interno dell’orbita lunare. Questo è l’unico tipo di approccio che avrebbe permesso che la Luna fosse forzata all’interno di un’orbita più grande. Ma molto prima che ciò accadesse, Vela-F (come lo chiameremo d’ora in poi per comodità) avrebbe dominato i cieli notturni, per poi apparire alla luce del giorno man mano che si avvicinava.I primi ad essere stati sperimentati, con tutta probabilità, furono gli effetti gravitazionali, di quadruplice natura. Il forte campo gravitazionale dell’intruso e dei suoi nuovi compagni avrebbe:

1) disturbato l’antica orbita della Terra;

2) causato lo slittamento dell’asse planetario;

3) diminuito la velocità di rotazione;

4) creato le variazioni che sperimentiamo durante la precessione degli equinozi.

Nonostante fosse il più drammatico, il primo di questi avrebbe poi causato i minori problemi alla vita sulla Terra. Il cambia­mento nell’orbita sarebbe stato più evidente nella posizione e nella comparsa del sole, con alcune corrispondenti differenze nelle osservazioni stellari e planetarie. Ma, anche se significativo per i sacerdoti-astronomi, qualche dubbio resta su quanta attenzione la massa di persone comuni possa aver prestato a questo cambiamento. Gli altri effetti avrebbero provveduto a forni­re molte altre cose di cui preoccuparsi.Allorché l’influsso gravitazionale di Vela-F proseguiva, il guscio del nostro pianeta iniziò a spaccarsi. Le fratture furono enormi. Una è ancora visibile oggi nella Rift Valley africana: una fessura che si estende per oltre 4800 km dalla Siria al Mozambico.

La lar­ghezza della valle varia da pochi chilometri a più di 160 km.La rottura della crosta terrestre fu accompagnata da drammati­ci cambiamenti nel nucleo fuso. L’antico sistema di circolazione del calore andò completamente in panne mentre flussi di magma sotto la superficie venivano attratti sempre più verso l’intruso, allo stesso modo in cui le maree oceaniche vengono provocate dall’attrazione gravitazionale della Luna.L’astenosfera liquida non fu l’unica ad essere coinvolta. Persino la crosta rocciosa della litosfera non fu immune a questa fatale attrazione. Già sotto pressione a causa delle fratture provocate dall’inclinazione planetaria, vaste distese della litosfera iniziarono a deformarsi e collassate. Le grandi catene montuose dei giorni nostri si ripiegarono per poi risollevarsi, quasi come in un tributo di saluto al nuovo elemento comparso nei nostri cieli.L’attività vulcanica si intensificò come mai prima.

Oggi vi sono circa 1300 vulcani attivi al mondo. Allora, fiumi di lava colava­no lentamente da centinaia di migliaia di nuove fessure. I vulcani eruttavano con violenza senza precedenti. Milioni di tonnella­te di cenere bollente furono scagliati nell’atmosfera.Per darci un’idea di quello che potrebbe essere successo 12000 anni fa con un’intensa attività a livello mondiale di vulcanismo consideriamo alcuni fra i più noti casi di esplosioni vulcaniche, considerando che comunque questi sono eventi isolati e non accumulati nello stesso momento.Le esplosioni di vulcani come il Krakatoa (1883) e il Tambora, negli ultimi due secoli, hanno ricoperto di cenere l’atmosfera della terra per svariati anni, consentendoci di osservare albe e tramonti fra i più spettacolari.

Il Tambora, esploso nel 1815, provocò, grazie ai suoi circa 170 km cubici di pomici espulse, gravi danni all’agricoltura sia in Europa che in America settentrionale, dato che l’estate che seguì alla sua esplosione fu documentata come fra le più fredde, causando oltre alla perdita del raccolto anche una susseguente carestia.Si pensi che la temperatura si abbassò tanto repentinamente anche fra paesi lontani come la Svizzera e l’America, tanto che quell’anno fu denominato “l’anno senza estate”. In America nevicò in giugno e il 21 agosto un freddo gelo distrusse, come sopra detto, le colture e orti dal Maine sino al Connecticut.Nel 1783, dopo l’eruzione dello Skaptar-jokùll, in Islanda, a detta dei cronisti dell’epoca, il mondo restò oscurato per diversi mesi.La Montagna Pelèe, in Martinica, quando esplose, nel 1902, provocò una nube di ceneri più pesanti che scese a valle con una velocità superiore ai 150 km l’ora, radendo al suolo e incendiando la città di Saint-Pierre. Questa nube uccise, bruciò e asfissiò tutto ciò che trovò sulla strada, demolendo costruzioni in pietre e polverizzando quelle in legno, con una temperatura stimata vicino agli 800°C!!!!I morti accertati furono quasi 40000, insomma l’intera cittadinanza di Saint-Pierre!!!Ma torniamo al nostro ospite di 12000 anni fa.Mentre l’infuocato Vela-F si avvicinava, le radiazioni di questo secondo Sole iniziarono ad innalzare la temperatura planetaria.E non è tutto; la Terra aveva ancora molto da sopportare. Il cambiamento nella rotazione planetaria scatenò tempeste di vento di violenza inaudita. Questi “tornado globali” erano in grado di radere al suolo intere foreste e sollevare tonnellate di polvere e detriti nell’atmosfera, che si andavano ad aggiungere alla cenere vulcanica già presente. Il mondo si ritrovò in un incu­bo spaventoso di buio sempre crescente, illuminato solo dai tre­mendi fuochi vulcanici.Mentre vaste aree della crosta terrestre si fratturavano, fiumi, laghi, mari e oceani del mondo cambiarono il loro corso, defluendo nelle valli appena create, nelle depressioni del terre­no, nei bassopiani.Con una coltre di ghiaccio in tutto il mondo che andava subitaneamente sciogliendosi, dovettero verificarsi immani inondazioni, come sono verificabili ancora oggi negli strati sedimentari del Wisconsin.Questo sarebbe anche provato dall’improvvisa caduta di salinità che colpì le acque del Golfo del Messico, guarda caso circa 12000 anni .Quest’acqua “sciolta”o per meglio dire “liberata” si dovette aggiungere alla massa liquida presente nel nostro pianeta (ricordiamo che durante l’ultima glaciazione, il livello dei mari era mediamente più basso di circa 130 metri), la quale, dapprima continuerebbe per inerzia la sua solita “corsa” nel senso di rotazione della Terra, ma quando questa invertirebbe il proprio moto, le masse liquide la seguirebbero, provocando lo stesso effetto che si può notare in un recipiente in cui si faccia oscillare del liquido.Mentre Vela-F si avvicinava, le acque degli oceani, già in movi­mento a causa della massiccia attività tettonica, iniziarono a flui­re verso nord grazie all’inesorabile attrazione gravitazionale esercitata dall’intruso. Si generarono quindi dei maremoti, ma con una potenza mai vista.Circa il 70,8% della superficie terrestre è coperto dalle acque, con una profondità media che non supera i 4 m.

La massa degli oceani è approssimativamente uno su 4400 del totale della massa della Terra. Questa gran quantità d’acqua forma ciò che gli oceanografi definiscono Oceano Mondiale. (La suddivisione in vari oceani e mari è puramente di comodità.). Fu sull’Oceano Mondiale nella sua interezza che Vela-F esercitò la sua minac­ciosa forza provocando maremoti e facendo defluire inimmagi­nabili quantità d’acqua verso nord.Quando l’azione gravitazionale raggiunse il culmine, avvenne un fenomeno non solo sconosciuto oggi, ma letteralmente incon­cepibile. Le acque della Terra iniziarono ad accumularsi, le une sulle altre, formando una gigantesca onda verticale, risucchiata verso l’immensa massa infuocata che allora riempiva i cieli.Il terrore provocato nell’umanità da questo caos improvviso può facilmente essere immaginato. In pochi giorni, la pacifica Terra si trasformò in un caos urlante di tempesta, oscurità, terre­moti e inondazioni.Le costruzioni di pietra crollarono come modellini fatti con i fiammiferi.

L’acqua s’inquinò, e i rifornimen­ti si seccarono. La terra si gonfiava e si deformava sotto ai piedi. Gas vulcanici soffocanti si diffondevano ovunque. Un’oscurità fatta di ceneri era impenetrabile anche alle torce. Vi era frastuo­no ovunque, giorno e notte.Mentre Vela-F si avvicinava, accadde un nuovo e terrifican­te fenomeno. Le forze di campo generate dalla Terra e dall’in­truso in arrivo, cercavano di bilanciare il potenziale nello scam­bio d’immensi fulmini luminosi elettrici. Dal punto di vista dei nostri antenati, questo era l’inizio di un temporale globale mai sperimentato. Forse proprio da qui nacque la tradizione dei ful­mini di Giove, scariche assassine che scuotevano il terreno con la loro violenza.E così le cose andarono avanti, col caos che si sovrapponeva al caos.

Non più in grado di sopravvivere nelle vecchie abitazioni. Le popolazioni preferirono abbandonare le città distrutte e rifu­giarsi nelle caverne o in qualsiasi altro luogo che offrisse un’ap­parenza di sicurezza. Alcuni si murarono all’interno, nella spe­ranza di sfuggire alle saette ed alle tempeste. E Vela-F si stava ancora avvicinando.Non ci fu una collisione diretta, altrimenti il pianeta Terra non sarebbe sopravvissuto. Una porzione di supernova in grado di distruggere un pianeta gigante oltre l’orbita di Marte non avreb­be avuto alcuna difficoltà a distruggere il nostro. Come Fetonte e il suo cocchio, la massa infuocata di Vela-F si avvicinò, in ter­mini astronomici, fino a sfiorare la Terra già torturata, e poi si precipitò avanti verso Venere e il Sole. Ma uno o più dei fram­menti che lo accompagnavano, staccatisi dal corpo del pianeta esploso oltre Marte, superarono il Limite di Roche ed esplosero. Il grande bombardamento meteoritico della Terra ebbe inizio.Il bombardamento di meteoriti può essere stato ciò cui qui ci si riferisce con grandine, anche se, come vedremo, può esser­ci stata anche una fonte propriamente letterale per questa descri­zione.

La caduta di un massiccio meteorite è certamente imper­sonata nella leggenda di un angelo che scaglia un macigno. Non sorprende il fatto che l’autore parli di un nuovo cielo e di una nuova Terra. L’antico ordine planetario del nostro sistema sola­re era stato spazzato via dall’intruso proveniente da Vela e la superficie del nostro pianeta aveva cambiato aspetto per sempre. Persino i mari conosciuti erano fluiti verso bacini diversi. Ma forse non per molto. Nell’Apocalisse 12 e 14 è scritto:E allora il serpente gettò fuori dalla gola come un fiume di acqua… e la Terra spalancò la sua bocca e divorò il fiume che il dragone aveva getta­to dalla sua gola… E udii venire dal cielo un urlo paragonabile alla voce delle grandi acque…L’apocrifo Libro di Enoch insiste che questi eventi siano accaduti in un periodo in cui «l’Arca galleggiava sulle acque». Non sarebbe possibile che il cataclisma generato da Vela-F fosse in qualche modo connesso con il diluvio biblico?L’inclinazione dell’asse tero L’estremo nord cominciava a raffreddarsi. L’inclinazione del­l’asse terrestre l’aveva improvvisamente strappato alle antiche zone temperate e al calore del Sole.

Con i vulcani di tutto il mondo che vomitavano cenere e altre sostanze inquinanti nel­l’atmosfera, il calore e la luce del Sole non riuscivano a filtrare, nonostante l’intruso stesso aggiungesse le proprie radiazioni a quelle del Sole e l’attività tettonica aumentasse localmente il calore del globo. Il risultato di quest’insolito insieme di circo­stanze – in particolare la collezione di goccioline d’acqua intor­no alle particelle atmosferiche – fu la pioggia; un diluvio immenso frustato da venti costanti che avevano la forza degli uragani. Questa pioggia, che sulle regioni settentrionali era diventata neve, è la realtà che sta dietro il familiare racconto biblico:Allora Iddio disse a Noè: «La fine di ogni mortale è giunta dinanzi a me, perché la Terra è piena di violenza per causa loro; ecco io li sterminerò insieme alla Terra… poiché fra sette giorni io farò piovere sulla Terra per quaranta giorni e quaranta notti, e sterminerò dalla faccia della terra tutti gli esseri che ho creato».Ma anche se il diluvio precedette l’inondazione, di certo non ne fu la causa.

Ciò che accadde fu infinitamente più drammatico e distruttivo di qualsiasi lento sollevarsi delle acque. Torniamo per un attimo a quanto detto sopra circa le acque del globo e il loro cammino distruttivo.Nelle terre settentrionali di un mondo spazzato dalle piogge, le acque del pianeta, intrappolate, iniziarono a liberarsi. L’onda verticale si ruppe. Come l’intruso celeste scomparve, la vera ­inondazione ebbe inizio.Immense ondate gigantesche, che, alte da poche decine a centinaia di metri, percorrerebbero tutto il globo e si abbatterebbero sulle coste e penetrerebbero sino all’interno (i famosi tsunami) abbattendo, distruggendo e ricoprendo tutto ciò che incontrano.Anche qui, come sopra per le eruzioni vulcaniche, apriamo un piccolo spiraglio analizzando gli effetti di alcuni dei maremoti più famosi, al fine di comprendere meglio quale immane disastro dovette accadere circa 12000 anni fa.I tsunami non si sollevano come creste, come fanno le onde normali, ma si spostano uniformemente come un unico muro, gigantesco, d’acqua, con acqua ancora più alta dietro di loro. Infatti, dopo la prima ondata, anche a distanza di minuti, è molto probabile che ne arrivino altre, altrettanto letali.Il tsunami che seguì il terremoto di del 1896 a Sanriku, in Giappone, fu registrato a San Francisco (a 8000 km di distanza), dieci ore dopo.

Esso si propagò ad una velocità di circa 800 km l’ora e si abbatté a Sanriku con un‘onda alta 33 metri. Milioni di tonnellate di acqua si abbatterono sulla cittadina, penetrando per centinaia e centinaia di km all’interno, uccidendo circa 27000 persone!Il 1 aprile del 1946, gli abitanti della cittadina di Lauapahoehoe (Hawaii) osservarono un fenomeno insolito: le acque dell’oceano si ritiravano. Ma non era né uno scherzo (vista la data) né un nuovo esodo biblico. Molti di loro, incuriositi, andarono sul fondo marino oramai all’asciutto, dove molti pesci agonizzavano. Ma all’improvviso un mostruoso muro d’acqua si precipitò verso loro, come una locomotiva a vapore lanciata a folle corsa, distruggendo edifici e spazzando via persone e piante come fossero fuscelli. Ancora oggi questo è indicato come il più grande tsunami di questo secolo.Una frana causata da un terremoto provocò, in Alaska, nel 1958, un’onda anomala, dovuta alla caduta di circa 80 milioni di tonnellate di materiale, alta circa 530 metri. Un effetto simile a quello che si è potuto osservare nel 2003 a Stromboli.Il terremoto in Cile nel 1960 provocò tsunami alti fra i 4 e 5 metri che inondarono le città e distrussero porti, navi e edifici, per poi ritirarsi e lasciare il posto ad una gigantesca onda alta quasi 10 metri alla velocità di 125 km l’ora.Dietro di essa arrivarono altre onde ma non trovarono più niente da distruggere.

Il numero di cileni morti venne quantificato in più di un migliaio. Ma questo è niente perché onde concentriche si irradiarono in tutto il Pacifico, spianarono Hilo (Hawaii), devastando circa 230000 km quadrati e uccidendo 6000 persone. Ancora non del tutto sazia, nella sua corsa omicida, l’onda continuò il suo percorso e, quasi un giorno dopo, andò a portare morte e distruzioni nelle isole giapponesi di Honshu e Hokkaido, uccidendo circa 180 persone.L’esplosione del Krakatoa generò onde sismiche alte fino a 40 metri che uccisero più di 40000 persone, non direttamente sull’isola, che era disabitata, ma allorquando onde gigantesche colpirono ripetutamente l’isola di Sumatra e Giava.Una nave olandese, la Berouw, fu trasportata sino ad un chilometro e mezzo all’interno dell’isola di Sumatra. La cittadina di Merak che aveva subito pochi danni alla prima serie d’ondate, venne colpita da un’onda che, all’inizio alta 15 metri, grazie al fatto che accumulò acqua su acqua, penetrando nella stretta baia, divenne ben presto alta più di 40 metri!!

Quest’immane muro d’acqua, composto di milioni e milioni di tonnellate liquide, si abbatté su Merak cancellandola completamente con tutta la popolazione.Nel 1992 il villaggio di Riangkroko fu colpito da un‘onda stimata alta circa 22 metri. Alcune delle 263 persone che morirono lì e nei villaggi limitrofi furono trovati, cadaveri, appesi sugli alberi.In tempi più recenti (1994) Giava e Bali furono colpite da un tsunami alto circa 5 metri a Giava e ben 15 a Bali, uccidendo circa 200 persone.Il terremoto di Lisbona (1755) provocò un‘onda anomala (testimonianze dicono anche alta 15 metri) che insieme al sisma contribuì ad uccidere circa 60000 persone e i cui effetti si ripercossero anche su Madeira, al nord dell’Inghilterra, a sud dell’Africa (le città di Fez e Meknes furono gravemente danneggiate), fino al Nordamerica e ai Carabi.La storia dell’inondazione, da come appare nel Corano, è più vicina ad una realtà del genere, in quanto ci dice che l’arca cer­cava di farsi strada tra onde alte «come montagne». Quando il figlio decise di cercare rifugio fuori dell’Arca, Noè lo avvertì che non avrebbe trovato riparo alcuno in nessun luogo, perché questo sarebbe spettato solo a coloro cui Dio avrebbe conces­so la grazia, e rimase a guardare impotente mentre questi veniva trascinato via da un’altra ondata. Non è questa, chiaramente, una descrizione di acque che s’ingrossano lentamente, con la furia della rabbia di Dio.Immenso flusso d’acqua che tornava dalle terre nordiche deve essere iniziato lentamente, aumentando sempre più allorché l’at­trazione onale diminuiva.

Quando l’onda verticale si ruppe, il flusso divenne Fu proprio il muro d’acqua a sollevare gli erratici. Nel 1877, una tempesta nella Scozia settentrionale sollevò onde abbastan­za potenti da trascinar via un molo del peso di 2600 t, perciò sono pochi i dubbi sulla capacità di quest’incommensurabile massa d’acqua di spostare immensi carichi per grandi distanze. Questa gigantesca inondazione non aveva il problema fisico dei ghiacciai nell’arrampicarsi su per colline e montagne: le som­merse semplicemente come un’onda immensa, depositando detriti sulle facce settentrionali e spesso mimando l’erosione del ghiaccio sugli strati rocciosi. Allorché le acque fluivano a riempire nuovi mari e nuovi ocea­ni nei bacini appena formatisi su una Terra tormentata, l’umanità emerse dal peggior incubo mai vissuto e si ritrovò in un mondo desolato e distrutto. I miti dei popoli scandinavi, del Vicino Oriente, del Nordamerica, ricordano l’avvenimento. Vi era fango ovunque. La lussureggiante e abbondante vegetazione dell’Età dell’Oro non esisteva più. La maggior parte della Terra era stata resa sterile dalla lava. Intere foreste erano state rase al suolo dall’uragano planetario. Neanche il fango era fertile.

Mentre le acque si prosciugavano, i sopravvissuti notarono il bianco manto di sale.Il diluvio che inzuppò le latitudini meridionali cadde sotto forma di neve nelle terre settentrionali. Lo slittamento dell’asse terrestre aveva portato le antiche zone temperate, con le foreste ampie, le pianure fertili e la cacciagione, nella fredda oscurità della notte artica. La transizione fu brutale. In Siberia, i mammut furono congelati in un batter d’occhio sul posto, con l’erba del loro ultimo pasto ancora mezzo digerita nello stomaco.Quando i mari e gli oceani del globo furono inesorabilmente tra­scinati verso nord, il volume d’acqua e il calore latente che conser­vavano garantirono che non gelassero. Ma una volta che Vela-F passò oltre, che l’onda verticale si ruppe e l’Oceano Mondiale defluì di nuovo verso sud, i resti settentrionali della grande pri­mordiale inondazione si solidificarono subito sotto forma di ghiaccio.Quando le acque dell’alluvione si ritirarono, il nuovo ambiente era estraneo e brutalmente ostile all’uomo. Nei climi più freddi, il naturale congelamento trasformava il paesaggio in un frigori­fero di carcasse da mangiare, ma nelle regioni temperate questa moltitudine di cadaveri – animali e umani – sparpagliati per il nudo e fangoso paesaggio iniziò presto a putrefarsi con un conseguente insopportabile fetore e un sempre maggior rischio di diffusione di malattie. Solo il drammatico calo nelle presenze umane, ed animali, impedì la diffusione della peste come nel Medioevo. L’umanità ora si stipava in piccole ed isolate comu­nità.

La mancanza di una vera e propria fauna animale che consentisse sia la cacciagione che una sorta di nomadismo costrinse le poche comunità createsi a cercare maggior sostentamento dalla terra stessa, scavando radici e piantando nuove colture. La presenza, per molto altro tempo ancora, di acque nelle pianure e il susseguente impoverimento delle stesse, dovuto al massiccio fangoso sulle terre colpite dall’inondazione, costrinse gli uomini a sviluppare l’agricoltura nelle zone alte dei monti, fatto incontestabilmente bizzarro se non si vede da quest’ottica, ricollegandoci così al punto 5.Infatti, inizialmente, la zona di sviluppo dei vegetali più coltivati è situata nella zona compresa fra i 20 e i 45° di latitudine Nord, zona in cui sono presenti le maggiori catene montuose, dall’Himalaya all’Hindu Kush, dai Balcani agli Appennini, mentre nel continente americano corrisponde ad una zona longitudinale comunque conforme alla direzione delle grandi catene montuose.

Nelle piccole comunità, formatisi dopo la tragedia, forse la sera ci riuniva intorno ai fuochi, che servivano a scaldarsi soprattutto nelle fredde stagioni invernali che mai prima l’uomo aveva conosciuto, e i vecchi solevano raccontare e tramandare oralmente quello che loro o i loro antenati avevano visto in quei terribili giorni e alle domande dei giovani che, curiosi, chiedevano il perché, essi, non potendo dare una certa risposta, alzando gli occhi al cielo, non potevano far altro che affermare che era stato il volere degli dei. Dei irati che avevano voluto punirli per non meglio precisate colpe, forse perché all’apice della loro civiltà avevano cercato di sostituirsi agli stessi dei o quanto meno li avevano ignorati, chiusi in un guscio di superbia.La grande civiltà marittima ipotizzata da Hapgood e da Platone era scomparsa, forse, come lo stesso Platone affermava, nelle nuove profondità di un Atlantico postdiluviano, o semplicemente sommersa sotto le coltri di ghiaccio che intrappolavano terre un tempo ricche e rigogliose.Ma era nato il mito del Diluvio Universale.

[ via LeonardoDaVinci ]

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Published by il conte rovescio - in catastrofico
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4 gennaio 2014 6 04 /01 /gennaio /2014 23:05

President Barack Obama speaks to the media after meeting with House Speaker John Boehner at the White House, March 1, 2013 in Washington, DC. President Obama said that no agreement was reached with Republicans to avoid the sequester that will trigger automatic domestic and defense cuts. (Photo by Mark Wilson/Getty Images)

Ad un anno dal super-uragano Sandy che colpì la costa nordoccidentale degli Usa, il primo novembre il presidente Barack Obama ha istituito  una  Task Force on Climate Preparedness and Resilience per aiutare la sua amministrazione ed il governo federale a rispondere alle esigenze delle comunità che hanno a che fare con gli impatti del cambiamento climatici. Della  Task Force fanno parte gli Stati Usa, leader tribali e locali che  «Che utilizzeranno le loro esperienze di prima mano nella costruzione della  preparazione climatica e del la resilienza nelle loro comunità per informare con  le loro raccomandazioni l’Amministrazione».

Lo scorso primo novembre (2013) è arrivato uno dei più importanti ordini esecutivi nazionali del Presidente americano Barack Obama. Il testo preso direttamente dalla Casa Bianca è importante ed interessante perché inizia spiegando i cambiamenti climatici attuali e che ci aspetteranno da qui a poco. Al suo interno si parla di acidificazione dei mari, aumento di temperature calde, siccità in alcune aree, piogge torrenziali in altre, si parla persino di scioglimento del permafrost, ovvero del ghiaccio che si trova sotto terra (ovvia conseguenza dello scioglimento di quello di superficie). Insomma una catastrofe planetaria senza precedenti, che coinvolgerà non solo l’America del Nord, ma l’intero Pianeta.

Nel documento non si parla di Fukushima e la catastrofe del Pacifico, né delle isole di spazzatura galleggiante che hanno di fatto reso l’Oceano Pacifico una distesa desolata di morte nella sua zona centrale o sulla giusta via per divenirlo. A seguire l’intero documento copiato, ed il link diretto alla pagina della Casa Bianca.

Ordine Esecutivo

——-

PREPARAZIONE DEGLI STATI UNITI PER GLI IMPATTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI

Con l’autorità conferitami come Presidente dalla Costituzione e le leggi degli Stati Uniti d’America, e al fine di preparare la nazione per gli impatti dei cambiamenti climatici intraprendendo azioni per migliorare la preparazione e la resilienza climatica, si è così ordinato come segue:

Sezione 1. Politica. Gli impatti dei cambiamenti climatici – tra cui un aumento di periodi prolungati di temperature troppo elevate, acquazzoni più pesanti, con un incremento di incendi, più gravi siccità, scioglimento del permafrost, l’acidificazione degli oceani, e l’aumento del livello del mare – stanno già interessando le comunità, naturale risorse, gli ecosistemi, le economie e la salute pubblica in tutta la nazione. Questi impatti sono spesso più significativo per le comunità che già devono affrontare sfide economiche o di salute, e per le specie e gli habitat che stanno già affrontando altre pressioni. La gestione di questi rischi richiede preparazione deliberata, una stretta collaborazione, e la pianificazione coordinata dal governo federale, come pure dalle parti interessate, per facilitare federali, statali, locali, tribali, del settore privato, senza scopo di lucro e gli sforzi del settore per migliorare la preparazione del clima e la resilienza; contribuire a salvaguardare la nostra economia, le infrastrutture, l’ambiente e le risorse naturali, e di assicurare la continuità del potere esecutivo e di agenzia (agenzia), operazioni, servizi e programmi.

A fondamento di un’azione coordinata sul cambiamento climatico preparazione e capacità di recupero attraverso il governo federale è stato istituito con l’Ordine Esecutivo 13514 del 5 ottobre 2009 (Leadership federale nel ambientale, Energia, e risultati economici), e la Interagency Climate Change Task Force Adattamento guidato dal Council on Environmental Quality (CEQ), l’Office of Science and Technology Policy (OSTP), e la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA). Inoltre, attraverso il Global Change Research Program statunitense (USGCRP), istituito dalla sezione 103 del Global Change Research Act del 1990 (15 USC 2933), e programmi e attività di agenzia, il governo federale continuerà a sostenere la ricerca scientifica, le capacità di osservazione e le valutazioni necessarie per migliorare la nostra comprensione e risposta al cambiamento climatico e le sue conseguenze sulla nazione.

Il governo federale deve costruire sui recenti progressi e perseguire nuove strategie per migliorare la preparazione della Nazione e la resilienza.

In tal modo, le agenzie dovrebbero promuovere:

(1) impegnato e forti partnership e la condivisione delle informazioni a tutti i livelli di governo,

(2) il rischio decisionale informato e gli strumenti di agevolazione;

(3) adattativo di apprendimento, in cui le esperienze servono come opportunità per informare e regolare le azioni future,

(4) pianificazione della preparazione.

Sez. 2. Modernizzare i programmi federali per appoggiare Climate Investment resiliente.

(A) Per sostenere gli sforzi delle regioni, gli Stati, le comunità locali, e tribù, tutte le agenzie, coerenti con le loro missioni e in coordinamento con il Consiglio sul Clima preparazione e resilienza (Consiglio) stabilito nel paragrafo 6 della presente ordinanza, deve:

(1) individuare e cercare di eliminare o riformare le barriere che scoraggiano gli investimenti o altri interventi per aumentare la resistenza della nazione di cambiamenti climatici, garantendo nel contempo la continuità della protezione della salute pubblica e dell’ambiente;

(2) le politiche di riforma e dei programmi federali di finanziamento che potrebbero, forse involontariamente, aumentare la vulnerabilità dei sistemi naturali o da incasso, settori economici, le risorse naturali, o le comunità a cambiare i rischi legati al clima;

(3) identificare le opportunità per sostenere e incoraggiare più intelligenti, più investimenti resistenti ai cambiamenti climatici da parte degli Stati, le comunità locali e le tribù, tra cui, fornendo incentivi attraverso la guida dell’agenzia, borse di studio, assistenza tecnica, misure di performance, questioni di sicurezza, e di altri programmi, tra cui in contesto di sviluppo delle infrastrutture, come riflesso in ordine esecutivo 12893 del 26 gennaio 1994 (Principi per gli investimenti federali Infrastructure), la mia nota del 31 agosto 2011 (sviluppo delle infrastrutture attraverso l’accelerazione più efficiente ed efficace autorizzazione e di Analisi Ambientale), Executive Order 13604 del 22 marzo 2012 (Miglioramento delle prestazioni del Federal Permitting e revisione di progetti di infrastrutture), e la mia nota del 17 maggio 2013 (rinnovamento della valutazione federale Infrastrutture e permettendo regolamenti, politiche e procedure) e

(4) relazione sui loro progressi nel raggiungimento dei requisiti sopra individuati, tra cui pietre miliari compiuto e pianificato, in Adaptation agenzia prevede sviluppato ai sensi del comma 5 del presente ordine.

(B) Nello svolgimento di questa sezione, le agenzie dovrebbero anche prendere in considerazione le raccomandazioni della statale, locale, e tribali Leader Task Force on Climate preparazione e resilienza (Task Force) stabilito nella sezione 7 della presente ordinanza e il National Infrastructure Advisory Council istituito Ordine Esecutivo 13231 del 16 ottobre 2001 (protezione delle infrastrutture critiche nell’era dell’informazione), e proseguito con l’Ordine Esecutivo 13652 30 settembre 2013 (Continuazione di taluni comitati consultivi federali).

(C) gruppi di collegamento incaricati di coordinare e modernizzare i processi federali relativi allo sviluppo ed integrazione di entrambe le infrastrutture antropiche e naturali, valutazione di questioni di equità sociale e di salute pubblica, la salvaguardia delle risorse naturali, e di altre questioni influenzati dai cambiamenti climatici – tra cui il Comitato direttivo per le infrastrutture federale Permitting e Review Process Improvement stabilito da Ordine Esecutivo 13604, la Task Force sui porti stabilito il 19 luglio 2012, il Gruppo di Lavoro Interministeriale di Coordinamento per lo sviluppo energetico nazionale e permettendo in Alaska istituito con Ordine Esecutivo 13580 del 12 luglio 2011, e la Federal Interagency Working Group on Giustizia ambientale istituito con Ordine Esecutivo 12898 del 11 febbraio 1994 – è responsabile di assicurare che il cambiamento climatico rischi connessi sono rilevati in tali processi e devono lavorare con le agenzie in possesso dei requisiti previsti avanti in sottosezioni (a) e (b) di questa sezione.

Sez. 3. Gestione di terre ed acque per climatici preparazione e resilienza. Entro 9 mesi dalla data di questo ordine e in coordinamento con gli sforzi descritti nella sezione 2 della presente ordinanza, i capi dei Dipartimenti della Difesa, degli Interni, e l’agricoltura, l’Environmental Protection Agency, NOAA, la Federal Emergency Management Agency, l’Army Corps of Engineers, e di altre agenzie, come raccomandato dal Consiglio stabilito nella sezione 6 della presente ordinanza devono lavorare con la Cattedra di QVC e il direttore dell’Ufficio di Gestione e Bilancio (OMB) per completare un inventario e valutazione della proposta e modifiche completate al loro politiche legate all’acqua, programmi e regolamenti necessari per rendere spartiacque della Nazione, le risorse naturali e gli ecosistemi e le comunità e le economie che dipendono da loro, più resistenti di fronte a un clima che cambia terra-e. Inoltre, riconoscendo i molti benefici infrastrutture naturali della nazione fornisce, le agenzie devono, ove possibile, concentrarsi sulle regolazioni di programma e di politica che promuovono il duplice obiettivo di una maggiore adattabilità ai cambiamenti climatici e il sequestro del carbonio, o di altre riduzioni alle fonti del cambiamento climatico. La valutazione comprende una timeline e un piano per apportare modifiche alle politiche, programmi e regolamenti. Agenzie si basano sulle iniziative già realizzate o in corso, come indicato in piani di adattamento delle agenzie, come discusso nella sezione 5 della presente ordinanza, così come recenti interdipartimentale clima strategie di adattamento, come il Piano di Azione Nazionale: Priorità di gestione delle risorse d’acqua dolce in un clima che cambia , pubblicato 28 ottobre 2011, il National Fish, Wildlife and Plants Clima strategia di adattamento , pubblicato 26 marzo 2013, e il piano di attuazione della politica di Ocean Nazionale , pubblicato 16 aprile 2013.

Sez. 4. Fornendo informazioni, dati e strumenti per il cambiamento climatico preparazione e resilienza.

(A) A sostegno di Federal, gli sforzi regionali, statali, locali, tribali, del settore privato e senza scopo di lucro del settore per prepararsi agli impatti dei cambiamenti climatici, i Dipartimenti della Difesa, degli Interni, Agricoltura, Commercio, Salute e Servizi Umani, Housing and Urban Development, Trasporti, Energia e Sicurezza Nazionale, l’Environmental Protection Agency, la National Aeronautics and Space Administration, e tutte le altre agenzie, come raccomandato dal Consiglio stabilito nella sezione 6 della presente ordinanza, devono, sostenuto da USGCRP, lavorano insieme di sviluppare e fornire dati autorevoli, facilmente accessibile, usabile, e tempestiva, informazioni e strumenti di supporto alle decisioni in materia di preparazione del clima e la resilienza.

(B) Nel quadro della politica dei dati aperti più ampio, CEQ e OSTP, in collaborazione con OMB e coerente con l’ordine esecutivo 13642 del 9 maggio 2013 (Fare aperto e leggibile macchina il nuovo valore predefinito per l’Informazione del governo), supervisiona la creazione di un portale web-based su “Data.gov” e il lavoro con le agenzie di identificare, sviluppare, e l’integrazione di dati e strumenti attinenti alle tematiche del clima e decisionali. Agenzie coordinano il loro lavoro su questi dati e gli strumenti con i relativi consigli fra agenzie e comitati, come la Nazionale della Scienza e della Tecnologia e quelli che supportano l’attuazione della direttiva presidenziale Politica-21 del 12 febbraio 2013 (sicurezza delle infrastrutture critiche e la resilienza).

Sez. 5. Pianificazione Agenzia federale per il cambiamento climatico relativo rischio.

(A) In linea con l’ordine esecutivo 13514, le agenzie hanno sviluppato piani di adattamento di agenzia e li fornite CEQ e OMB. Questi piani di valutare il cambiamento più significativo i rischi legati al clima, e le vulnerabilità, attività di agenzia e missioni sia nel breve e lungo termine, e le azioni di struttura che le agenzie dovranno adottare per gestire tali rischi e vulnerabilità. Sulla base di questi sforzi, ogni agenzia deve sviluppare o continuare a sviluppare, implementare e aggiornare i piani completi che integrano considerazione dei cambiamenti climatici nelle attività di agenzia e gli obiettivi generali di missione e di presentare i piani per QVC e OMB per la revisione.

Ogni piano di adeguamento dell’Agenzia comprendono:

(1) identificazione e valutazione dei cambiamenti climatici relativi impatti, nonché rischi per la capacità dell’agenzia per compiere le sue missioni, operazioni e programmi;

(2) una descrizione dei programmi, le politiche e piani che l’agenzia ha già messo in atto, così come altre azioni, l’Agenzia assumerà, per gestire i rischi climatici a breve termine e costruire la resilienza a breve e lungo termine;

(3) una descrizione di come ogni cambiamento relativo rischio climatico individuato ai sensi del paragrafo (i) del presente comma che viene ritenuto così importante che ostacola la missione statutaria di un ente o operazione sarà affrontato, anche attraverso altre disposizioni esistenti dell’agenzia;

(4) una descrizione di come l’agenzia prenderà in considerazione la necessità di migliorare l’adattamento del clima e la resilienza, tra i costi ei benefici di tale miglioramento, rispetto ai fornitori di agenzia, supply chain, di investimenti immobiliari e acquisti di beni strumentali come l’aggiornamento di agenzia politiche per il leasing, aggiornamenti costruzione, spostamento degli impianti e delle attrezzature esistenti, e la costruzione di nuovi impianti, e

(5) una descrizione di come l’agenzia contribuirà agli sforzi coordinati tra agenzie per sostenere la preparazione del clima e la resilienza a tutti i livelli di governo, compreso il lavoro di collaborazione tra gli uffici e gli hub regionali delle agenzie, e attraverso lo sviluppo coordinato di informazioni, dati e strumenti, coerente con la sezione 4 del presente ordine.

(B) Agenzie riferiranno sui progressi compiuti nei loro piani di adattamento, così come tutti gli aggiornamenti apportati ai piani, attraverso il processo di Piano di Performance annuale Strategico di Sostenibilità. Agenzie aggiornano regolarmente i loro piani di adattamento, completando il primo aggiornamento entro 120 giorni dalla data della presente ordinanza, con ulteriori aggiornamenti regolari successivamente, dovuto non oltre il 1 ° anno dopo la pubblicazione di ciascuna relazione di valutazione del clima Quadriennale Nazionale previsto dalla sezione 106 del Global Cambiare Research Act del 1990 (15 USC 2936).

Sez. 6. Consiglio il Clima preparazione e resilienza.

(A) l’istituzione. Si stabilisce un Consiglio interministeriale sul clima preparazione e resilienza (Consiglio).

(B) di appartenenza. Il Consiglio sarà co-presieduto dal Presidente del CEQ, il direttore di OSTP, e l’Assistente del Presidente per la Sicurezza Nazionale e antiterrorismo.

Inoltre, il Consiglio include alti funzionari (segretario o funzionario equivalente) da:

(I), il Dipartimento di Stato;

(Ii) del Dipartimento del Tesoro;

(Iii) il Dipartimento della Difesa;

(Iv) il Dipartimento di Giustizia;

(V) il Dipartimento degli Interni;

(Vi) il Dipartimento dell’Agricoltura;

(Vii) il Dipartimento del Commercio;

(Viii) il Dipartimento del Lavoro;

(Ix) del Dipartimento di Salute e Servizi Umani;

(X), il Dipartimento della Casa e dello sviluppo urbano;

(Xi) il Dipartimento dei Trasporti;

(Xii) il Dipartimento per l’energia;

(Xiii) il Ministero della Pubblica Istruzione;

(Xiv) il Department of Veterans Affairs;

(Xv) del Department of Homeland Security;

(Xvi) l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale;

(Xvii) il Corpo degli Ingegneri dell’Esercito;

(Xviii) l’Agenzia per la protezione ambientale;

(Xix) la General Services Administration;

(Xx) il Millennium Challenge Corporation;

(Xxi) la National Aeronautics and Space Administration;

(Xxii) la US Small Business Administration;

(Xxiii) la Corporation per Servizio nazionale e comunitario;

(Xxiv) l’Ufficio del Direttore della National Intelligence;

(Xxv) il Consiglio dei consulenti economici;

(Xxvi) il Consiglio Economico Nazionale;

(Xxvii) il Consiglio di politica nazionale;

(Xxviii) l’Ufficio di Gestione e Bilancio;

(XXIX) della Casa Bianca di impegno pubblico e degli affari intergovernativi;

(Xxx), gli Stati Uniti Rappresentante commerciale, e

(XXXI) tali agenzie o uffici come il Presidente o copresidenti membri designano.

(C) Amministrazione. CEQ fornisce il supporto amministrativo e risorse aggiuntive, a seconda dei casi, per il Consiglio, nella misura consentita dalla legge e nell’ambito degli stanziamenti esistenti. Agenzie devono assistere e fornire informazioni al Consiglio, in conformità alla legge, nella misura necessaria per svolgere le sue funzioni. Ogni agenzia si fa carico delle spese per la partecipazione al Consiglio.

(D) Struttura del Consiglio. I copresidenti membri designano un sottoinsieme dei membri del Consiglio di servire su un comitato direttivo, che deve contribuire a determinare le priorità e la direzione strategica del Consiglio. I Co-Presidenti e del Comitato Direttivo può istituire gruppi di lavoro, se necessario, e possono recharter gruppi di lavoro del Interagency Climate Change Task Force adattamento, a seconda dei casi.

(E) Missione e funzionamento del Consiglio. Il Consiglio si adopera attraverso agenzie e uffici, e in collaborazione con statali, locali e tribali governi (così come la Task Force istituita nella sezione 7 della presente ordinanza), le istituzioni accademiche e di ricerca, e il settore privato e senza scopo di lucro per:

(1) sviluppare, raccomandare, coordinare gli sforzi interagenzia su, e monitorare l’attuazione delle azioni prioritarie del governo federale in materia di predisposizione clima e la resilienza;

(2) sostenere le azioni regionali, statali, locali e tribali per valutare i cambiamenti e le vulnerabilità legate al clima conveniente aumentare la preparazione del clima e la resilienza delle comunità, settori economici critici, infrastrutture naturale e costruito, e delle risorse naturali, anche attraverso le attività come delineato nelle sezioni 2 e 3 della presente ordinanza;

(3) facilitare l’integrazione di scienza del clima nelle politiche e nei piani di agenzie governative e del settore privato, promuovendo lo sviluppo di prodotti innovativi, fruibili e accessibili informazioni federale cambiamenti climatici connessi, i dati e gli strumenti su scale adeguate per i decisori e la distribuzione di queste informazioni attraverso un portale web-based a livello governativo, come descritto nella sezione 4 della presente ordinanza, e

(4) le altre funzioni che possono essere decise dai copresidenti, tra cui attuazione, se del caso, le raccomandazioni della task force istituita nella sezione 7 della presente ordinanza.

(F) Cessazione del Interagency Climate Change Task Force adattamento. L’Interagency Climate Change Task Force Adattamento (Adaptation Task Force), istituito nel 2009, ha creato il quadro di riferimento per l’azione coordinata federale sulla preparazione del clima e la resilienza, la guida di pianificazione e di azione a livello di agenzia. La Task Force adattamento deve terminare a non più tardi di 30 giorni dopo la prima riunione del Consiglio, che deve continuare e sviluppare il lavoro della Task Force di adattamento.

Sez. 7. Capi di stato, locale, e tribali Task Force on Climate preparazione e resilienza.

(A) l’istituzione. Per informare gli sforzi federali per sostenere la preparazione del clima e la resilienza, si stabilisce una statale, locale, e tribali Leader Task Force on Climate preparazione e resilienza (Task Force).

(B) di appartenenza. La task force sarà co-presieduto dal Presidente del CEQ e il direttore dell’Ufficio della Casa Bianca degli Affari intergovernativi. Inoltre, i suoi membri devono essere tali Stato eletto, locali, tribali e funzionari che potranno essere invitati dai copresidenti a partecipare. I membri della Task Force, che agiscono in veste ufficiale, possono designare i dipendenti con l’autorità di agire per loro conto.

(C) Missione e funzione.

Entro 1 anno dalla data della presente ordinanza, la Task Force deve fornire, attraverso i suoi co-presidenti, consigli al Presidente e al Consiglio per quanto il governo federale può:

(1) rimuovere gli ostacoli, creare incentivi, e in caso contrario modernizzare i programmi federali per incoraggiare gli investimenti, le pratiche, e le partnership che facilitano una maggiore resistenza agli impatti climatici, comprese quelle associate a condizioni climatiche estreme;

(2) fornire utili strumenti di preparazione del clima e le informazioni utili per gli Stati, le comunità locali, e tribù, anche attraverso la collaborazione tra agenzie, come descritto nella sezione 6 della presente ordinanza, e

(3) in caso contrario sostenere la preparazione di Stato, locali e tribali e la resilienza al cambiamento climatico.

(D) Tramonto. La Task Force deve terminare a non più tardi di 6 mesi dopo aver fornito le sue raccomandazioni.

Sez. 8. Definizioni.

Come utilizzato in questo ordine:

(A) “preparazione” indica le azioni intraprese per pianificare, organizzare, attrezzare, in treno, e di esercitare per costruire, applicare e sostenere le capacità necessarie per prevenire, proteggere, migliorare gli effetti di, rispondere, e recuperare da cambiamenti climatici legati danni alla vita, la salute, i beni, i mezzi di sussistenza, gli ecosistemi e la sicurezza nazionale;

(B) “adattamento” significa messa in sistemi naturali o umani o in previsione di risposta a un ambiente che cambia in un modo che utilizza efficacemente opportunità benefiche o riducono gli effetti negativi, e

(C) “resilienza”: la capacità di anticipare, preparare, e adattarsi alle mutevoli condizioni e resistere, reagire e riprendersi rapidamente da interruzioni.

Sez. 9. Disposizioni generali.

(A) Nessuna disposizione della presente ordinanza è interpretata da compromettere o influenzare altrimenti:

(1) l’autorità concessa dalla legge, per un reparto esecutivo, agenzia, o il capo della stessa, oppure

(2) le funzioni di direttore di OMB relative proposte di bilancio, amministrativa o legislativa.

(B) Tale ordine deve essere attuato in conformità con gli obblighi degli Stati Uniti nel quadro di accordi internazionali e del diritto statunitense applicabile, ed è soggetto alla disponibilità di stanziamenti.

(C) Questo ordine non intende, e non lo fa, crea alcun diritto o beneficio, sostanziale o procedurale, esecutiva per legge o secondo equità da qualsiasi parte contro gli Stati Uniti, i suoi dipartimenti, agenzie o enti, i suoi funzionari, i dipendenti, o agenti, o qualsiasi altra persona.

BARACK OBAMA

Per attuare queste azioni, l’Executive Order istituisce un Council on Climate Preparedness and Resilience composto da più di 25 agenzie federali che dovrà tener conto delle raccomandazioni della State, Local, and Tribal Leaders Task Force on Climate Preparedness and Resilience.Secondo Frances Beinecke , presidente del Natural Resources Defense Council,  «Venendo nel primo anniversario dell’uragano Sandy, l’ordine del presidente non poteva essere più tempestivo. Questo è anche un invito ad agire  ai  governi statali e locali, nonché alle aziende ed ai  privati. Dobbiamo lavorare tutti insieme per affrontare la più grande sfida ambientale del nostro tempo. Come abbiamo imparato tutti,  dalle spiagge battute dalle tempeste del Nord-Est  alle  “bone-dry farms” del sud-ovest, dobbiamo affrontare il cambiamento climatico per il bene delle nostre comunità e dei nostri figli. Il cambiamento climatico non conosce confini, né aspetterà che il nostro Paese risponda».

 


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28 dicembre 2013 6 28 /12 /dicembre /2013 22:15

Il riscaldamento globale e quelli che pagano miliardi per negarlo

Un network di aziende e miliardari legati all'industria dei combustibili fossili, finanzia ogni genere di lavoro s'opponga alla necessità di ferire i loro interessi.

Il nemico è chiunque si batta per la riduzione delle emissioni e per contrastarlo ogni anno quasi un miliardo di dollari finisce nelle tasche di persone che formano un contro-movimento, che prima ha negato il cambiamento climatico e che ora suggerisce di spendere per ripararne i danni.

climate-change-2

QUELLI CONTRO - «Lo chiamo il contro-movimento del cambiamento climatico», così Robert Brulle, autore di una ricerca pubblicata sul Climatic Change, ha spiegato a the Guardian. «Non sono solo un paio d’individui malvagi a far questo. C’è uno sforzo politico di larga scala». Brulle ha setacciato i conti dei think tank statuninitensi, visto che è Washington che detta la linea, e ha scoperto 91 think tank o gruppi dediti all’esercizio negazionista, 80 dei quali registrati come organizzazioni caritatevoli, che negli ultimi 7 anni hanno speso un miliardo di dollari all’anno per opporsi a ogni ipotesi di riduzione delle emissioni.

UN SISTEMA RODATO - In prima fila giganti come l’American Enterprise Institute o la Heritage Foundation, prestigiose istituzioni che ufficialmente «non hanno una posizione sul Climate Change», ma che poi… «Questo è il modo nel quale i ricchi e le corporation traducono il loro potere economico in potere politico e culturale». I prodotti di quanti think tank producono poi a cascata articoli sulle principali testate mondiale e ispirano i loro giornalisti nel seguire e riproporre narrazioni false.

LA MACCHINA DEL FANGO - E quando non bastano le parole, ecco soggetti come lo Heartland Institute, chje si dedica a minare le sessioni dell’ONU sul tema o il Competitive Enterprise Institute, che ha denunciato uno scienziato del clima, Michael Mann, accusandolo di frode scientifica e poi finendo malamente in tribunale. Veri e propri atti criminali finanziati attraverso fondi anonimi da miliardari conservatori come i fratelli Koch o aziende come EXXON Mobil

QUELLI NEUTRALI - Whitney Ball, il president del Donors Trust e di Donors Capital Fund, ha spiegato a The Guadian che la sua organizzazione non mette bocca sui progetti che ricevono fondi. Tuttavia ha detto di poter assicurare ai finanziatori che il loro denaro non andrà mai a a Greepeace o ai «liberali». David Kreutzer, della Heritage Foundation, ha detto che  Brulle ha mescolato scorrettamente il negazionismo climatico con la posizione di chi semplicemente si oppone a misure che ridurrebbero le emissioni: «Crediamo che la CO2 sia un gas ad effetto serra, ci opponiamo a tagli obbligatori delle emissioni». Ma non perché i finanziatori ne sarebbero danneggiati, perché sarebbe un’insopportabile invasione governativa in affari privati, dicono.

NEGANO L’EVIDENZA - La Hoover Institution, invece ha risposto che non non produce lavori sul cambiamento climatico, anche se nella home del suo sito ha proprio un articolo che tratta questi temi. Articolo nel quale si discute di cambiamento climatico e di fraking e nel quale l’autore scrive: «Molti democratici e liberali fanno negazionismo quando s’arriva alla realtà della politica sull’energia e il clima, sostenendo sia la fantascienza che la fantapolitica». La politica vere, la fanno i soldi di quelli che alla Hoover Institution hanno versato 45 milioni di dollari in un anno, gli altri non contano niente.

 

http://www.giornalettismo.com/archives/1279255/il-riscaldamento-globale-e-quelli-che-pagano-miliardi-per-negarlo/


 

 

 

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27 dicembre 2013 5 27 /12 /dicembre /2013 23:00

Quest'anno Resolve per essere pronto campagna si concentra su 'Connection Family' per rafforzare l'importanza dei genitori e dei loro figli nelle conversazioni e di preparazione in anticipo potenziali disastri. Il Pronto campagna fa una risoluzione di preparazione alle emergenze facile da mantenere dalle famiglie che raccomandano di considerare queste tre idee quando si deve fare un piano di emergenza: chi chiamare, dove incontrare e cosa mettere in valigia.

La campagna include strumenti e risorse adeguate all'età, di introdurre conversazioni circa la preparazione alle catastrofi per bambini su www.ready.gov / figli , tra cui un piano di emergenza familiare scaricabile, un kit di emergenza, liste di controllo e le linee guida su come fare la preparazione di una attività di famiglia per tutto l'anno. Scopri i materiali che è possibile utilizzare nella vostra comunità per ottenere famiglie preparate nel 2014.

  • Preparazione dei messaggi social media
  • # Prepared2014 Thunderclap messaggio
  • Bambini pronti servizio pubblico annuncio e di emergenza video di preparazione
  • Modelli di piano di emergenza familiare Scaricabile, kit di emergenza, liste di controllo e fogli disastro fatto per i bambini
  • Facebook foto di copertina, banner, grafica e piazza
  • Ulteriori informazioni su questi strumenti in spagnolo: Propóngase estar listo en el año 2014
Tuono da DE-DE Group, LLC

Circa la metà di tutti gli americani fanno risoluzioni del nuovo anno. Nel 2014, la FEMA e il Consiglio annunci sono incoraggianti e ritengono di risolverequesti dubbi, per essere pronti per eventuali emergenze impegnandosi a fare la preparazione di una attività di famiglia per tutto l'anno.

Abbiamo arruolato la piattaforma' Rombo di Tuono'  per raggiungere quante più persone possibile con il messaggio # Prepared2014. Vi preghiamo di aiutarci aggiungendo il vostro sostegno e la promozione # Prepared2014 alle vostre comunità di social media.

Ecco come fare:

  • Iscriviti alla nostra Thunderclap con un messaggio e condividi la risoluzione del nuovo anno di preparazione con i tuoi seguaci. Come funziona Rombo di Tuono? Una volta che ti iscrivi, Rombo di Tuono sincronizzerà i tuoi account di social media per rilasciare un messaggio automatico di Facebook, Tweet o entrambi gennaio, 1, 2014 12:30 ricordando ai vostri amici e seguaci di fare un piano di emergenza familiare.
  • Utilizzare # Prepared2014 nella tua messaggistica social media in tutto 2014 per ricordare amici e seguaci di essere preparati per le emergenze tutto l'anno.
  • Condividi la messaggistica di preparazione dal Pronto Facebook e Twitter feed.

TWITTER

  •  non è un piano di emergenza. Decido di assicurarsi che la mia famiglia è # Prepared2014 . (Iscriviti per avere questo messaggio inviato automaticamente ai seguaci e amici sul Capodanno)
  • Dov'è la tua famiglia luogo di incontro durante un'emergenza? Fare un piano: www.ready.gov / figli / make-a-plan # Prepared2014
  • . Assicurati che la tua famiglia ha un piano di emergenza: www.ready.gov / kids # Prepared2014 [Includi allega un'immagine]
  • Chi chiamare. Dove incontrare. Cosa mettere in valigia. Decidono di fare un piano di emergenza familiare questo nuovo anno. Sii # Prepared2014 [inserire Resolve per essere pronti Foto]
  • Se il piano di emergenza prevede il volo dalla sede dei pantaloni, è il momento di ripensare:www.ready.gov/prepared2014 # Prepared2014
  • Chi chiamare. Dove incontrare. Cosa mettere in valigia. Fare un piano di emergenza familiare questo nuovo anno. Be # Prepared2014

Una semplice precauzione per quale disastro incombente?

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27 dicembre 2013 5 27 /12 /dicembre /2013 22:56

Dopo Capodanno, fino al 4 Gennaio 2014 è prevedibile un aumento dell’attività meteorica o, adirittura, di una pioggia di meteore.I telegiornali di oggi hanno dato notizia che ISON si è frantumata ed è scomparsa. O quasi.

Per poter rispondere al quesito occorrerebbe prima conoscere se Ison stia percorrendo l’orbita prestabilita, calcolata dagli Enti ufficiali preposti ( Jpl e Mpc ) oppure, a causa della “trasformazione” assunta durante la fase di post-perielio, stia percorrendo un’orbita differente.

La questione é resa piu’ complicata se si prova a comparare la lettura dei dati sia nel sito Jpl che nel sito Mpc; infatti l’orbita calcolata dal Jpl ( http://ssd.jpl.nasa.gov/sbdb.cgi?sstr=ison;orb=0;cov=0;log=0;cad=1#cad )presenta una eccentricità (e) = 1.000201003833968, mentre l’orbita calcolata da MPC ( http://www.minorplanetcenter.net/mpec/K13/K13W16.html ) presenta una eccentricità (e) = 0.9999947.

Questa differenza di calcolo orbitale, tra i due Enti ufficiali, é molto importante perché evidenza una semplice, ma chiara, constatazione é cioè che, secondo Mpc, la nuvola di detriti di Ison presenta un’orbita non Iperbolica ( e<1 ); mentre per Jpl la stessa nuvola di detriti presenta un’orbita Iperbolica ( e>1 ).

In pratica il Jpl ha mantenuto il calcolo di un’orbita Iperbolica ( e>1 ), anche dopo la fase di perielio ( il 29 novembre ), ma questo é molto “singolare” perché Ison ha subito un evento drammatico, durante questa fase; il nucleo risultava pluri frammentato, mentre la coda si presentava sotto forma di nube allungata.

Cio’ significa che Ison non si é disintegrata, come invece avevano confermato alcune fonti autorevoli, ma si era risolta in un cloud molto esteso.

Il cambiamento di morfologia in Ison ha senz’altro influito anche sul suo cambiamento orbitale, non a caso nel sito Mpc, Ison presenta un assetto orbitale simile a quello asteroidale e piu’ precisamente della famiglia degli asteroidi Atens (e<1 ).

Praticamente, secondo Tisserand parameter,  il limite che distingue la classe degli asteroidi Atens ( e<1 ) dagli asteroidi Apollo ( e>1) é molto sottile ma ben definito.

Questo supporta ulteriormente il fatto che Ison rientri nella categoria dei Neo, o asteroide pluri – frammentato; infatti se il suo nucleo non presenta piu’ un degasamento si puo’ considerare una “cometa” estinta.

Esiste il fondato sospetto che le ”comete estinte” sono presenti nella “popolazione” degli oggetti vicini alla Terra (NEO) e si trovino, generalmente, su orbite che dovrebbero appartenere invece a quelle delle comete.

Dal momento che non si nota attività su di loro, questi sono considerati “asteroidi”.

Nel seguente grafico, aggiornato alla data 13 Dicembre 2013, é ben descritta la separazione orbitale nella popolazione delle differenti categorie: Neo’s / Comete; Ison rientra sotto il limite di ( e<1 ) e quindi compare nella popolazione Atens ( colore rosso ).

NEOS / COMETS 2013 DIAGRAM

La frammentazione del nucleo di ISON puo’ causare un forte rallentamento; il suo cloud potrebbe raggiungere il perigeo con la Terra con una settimana di ritardo, quindi non il 26 Dicembre, ma bensi il 2 Gennaio 2014.

 

 

 


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14 dicembre 2013 6 14 /12 /dicembre /2013 22:31

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 Dopo che la Cina ha fatto sapere cosa intende per sua zona di identificazione di difesa aerea (ADIZ) nel Mare Cinese Orientale, che per una gran parte si sovrappone alla distesa di territorio che anche il Giappone rivendica, i media giapponesi, come scrive The Japan Times , hanno reagito drammaticamente ipotizzando subito i vari scenari di ripresa delle ostilità. Da domenica scorsa i quotidiani giapponesi scrivono sulla "guerra cino-giapponese che comincerà a gennaio (Mainichi) o "simulazioni di guerra alle isole Senkaku" (Flash) e il nazionalismo si riaccende.

Da quale parte, si chiede Shukan Gendai minacciosamente , arriverà una provocazione che farà sparare il primo colpo ? Il gioco del pollo schiacciato tra due grandi superpotenze è cominciato.

Cinque su nove settimanali usciti tra lunedì e martedì scorso parlavano di possibili scenari di guerra.

Per primo guardiamo i titoli di “Flash” del 17 dicembre, che simula gli scenari di una guerra sulle isole Senkaku " intervistando Mamoru Sato , un ex generale della Difesa aerea giapponese. Lo scenario che racconta "Flash" ha gli stessi toni tesi dei dialoghi di un thriller di Tom Clancy: In una giornata di agosto 2014, un addetto ai radar fa “decollare urgentemente” una pattuglia di F - 15J fino a 65.000 piedi per intercettare un aereo sospetto intruso che arriva da nord.

Domenica Mainichi (15 dic.) ha pubblicato un articolo intitolato "La guerra cino-giapponese comincia a gennaio." Il giornalista politico Takao Toshikawa racconta alla rivista che la chiave di tutto quello che succederà da qui in poi dipende solo dall'economia cinese.

"La situazione economica in Cina è piuttosto critica in questo momento, e dall'inizio del prossimo anno è destinata a peggiorare", dice Toshikawa. " Il boom immobiliare è stato seguito da un crollo totale e le disparità economiche tra le regioni costiere e quelle dell'interno continuano ad aumentare. Non vedo segnali dal Comitato Centrale del partito che possano risolvere queste questioni. "

Una fonte diplomatica anonima ha anche prospettato l’ipotesi che i cinesi potrebbe benissimo scatenare un incidente "Accidentally on Purpose": "Mi preoccupa la possibilità che potrebbero costringere all'atterraggio un aereo civile e prendere i passeggeri in ostaggio".

In un articolo che sembra essere il "peggior caso di simulazione" l'autore Osamu Eya ha ipotizzato su Shukan Asahi Geino (12 dic.) che i cinesi potrebbero sparare sulle superpetroliere dirette in Giappone.

"Il Giappone dipende completamente dal petrolio e da altre risorse materiali che arrivano via mare ", ha detto Eya . "Se la Cina dovesse colpire le navi, nessuno scenario potrebbe essere peggiore."

In una battaglia aerea sopra le isole Senkaku, continua l'articolo di Geino, la superiorità delle comunicazioni radar sarebbe un fattore chiave per determinarne l'esito. Le forze giapponesi hanno cinque stazioni radar fisse a Kyushu e quattro in Okinawa. La Cina certamente le colpirebbe per prime e questo significherebbe che tutte le comunità circostanti diverrebbero facilmente più vulnerabili.

Una domanda che sembra aleggaire ovunque, l'esercito USA si farà coinvolgere?

Shukan Gendai (14 dic.) ha ipotizzato che il leader cinese Xi Jinping potrebbe ordinare di abbattere un aereo civile giapponese, con il risultato che una portaerei della US Navy potrebbe venire in aiuto del Giappone e mandare i suoi soldati a vedersela con i cinesi .

"A differenza del Giappone, l'esercito americano risponderebbe immediatamente a una minaccia di blocco-radar, abbattendo gli aerei cinesi " - dice l'analista militare Mitsuhiro Sera. "Naturalmente sarebbe un aereo di passaggio, considerato ostile. Comunque gli sparerebbero anche se questo dovesse rischiare di screditare l'amministrazione Obama."

Con la creazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale del Giappone il 4 dicembre, il patto di solidarietà Giappone-Usa è "entrato in una nuova era"- ha detto una fonte diplomatica anonima a Shukan Gendai. "Se si verificasse uno scontro tra Stati Uniti e Cina, sarebbe naturale che le Forze di Auto-Difesa (giapponesi) offrano il loro appoggio logistico. Come è stato confermato nella riunione “ 2+2” del il 3 ottobre."

"La Cina è intenzionata a strappare al Giappone le isole Senkaku, e se il Giappone invierà le sue forze di autodifesa, la Cina risponderà con forze navali e aeree " ha predetto Saburo Takai su Flash. "Nel caso di un'incursione di forze irregolari, sarebbe più difficile coinvolgere gli USA. Il Ministero degli Affari Esteri giapponese presenterebbe le sue proteste per via diplomatica, ma la Cina potrebbe considerare la sua occupazione come un fatto ormai compiuto.

"La Cina teme un confronto militare diretto con gli Stati Uniti, " - aggiunge Takai - "Pochi giorni fa, due B-52 americani hanno sorvolato la zona ADIZ rivendicata dalla Cina, ma gli aerei non avevano nessun motivo per transitare in quella zona. Suppongo che i cinesi abbiano seguito le tracce dei voli sul radar, ma i B- 52 hanno una funzione speciale di rilevamento elettronico che può identificare frequenze radar, lunghezza d'onda e fonte dei segnali. Questi voli sono in grado di mettere a nudo i sistemi di difesa aerea della Cina, tanto che colpisce davvero che i cinesi, a casa loro, non possano mostrare tutta la loro potenza militare. "

Da quale parte- si chiede Shukan Gendai - scatterà la provocazione che farà sparare il primo colpo? Il gioco del pollo schiacciato tra due grandi superpotenze sta per iniziare.

Fonte: http://www.zerohedge.com
Link: http://www.zerohedge.com/news/2013-12-08/japan-press-china-japan-war-break-out-january
8.12.2013

DI TYLER DURDEN
zerohedge.com

 

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11 dicembre 2013 3 11 /12 /dicembre /2013 22:17

La fratturazione idraulica, spesso denominata con i termini inglesi fracking o hydrofracking, è lo sfruttamento della pressione di un fluido, in genere acqua, per creare e poi propagare una frattura in uno strato roccioso. La fratturazione, detta in inglese frack job (o frac job), viene eseguita dopo una trivellazione entro una formazione di roccia contenente idrocarburi, per aumentarne la permeabilità al fine di migliorare la produzione del petrolio o del gas da argille contenuti nel giacimento e incrementarne il tasso di recupero.

Le fratture idrauliche possono essere sia naturali che create dall'uomo; esse vengono create e allargate dalla pressione del fluido contenuto nella frattura. Le fratture idrauliche naturali più comuni sono i dicchi e i filoni-strato, oltre alle fessurazioni causate dal ghiaccio nei climi freddi. Quelle create dall'uomo vengono indotte in profondità in ben precisi strati di roccia all'interno dei giacimenti di petrolio e gas, estese pompando fluido sotto pressione e poi mantenute aperte introducendo sabbia, ghiaia, granuli di ceramica come riempitivo permeabile; in questo modo le rocce non possono richiudersi quando la pressione dell'acqua viene meno.Dimostrata una relazione tra fracking e terremoti in Texas

Uno studio della South Methodist University correla 50 terremoti avvenuti tra il 2009 e il 2010 con l’inizio delle attività di fracking nell’area a Nord di Dallas nel 2005, in una zona che prima non aveva mai registrato attività sismiche.Se ce fosse bisogno, dal Texas arriva un ulteriore conferma del legame tra fracking e attività sismica dopo analoghi studi effettuati in Ohio, New Mexico e Colorado.


La South Methodist University ha analizzato circa 50 terremoti di piccola magnitudo (ma percepiti dalla popolazione) avvenuti tra il 2009 e il 2010 non lontano da Dallas in prossimità di pozzi di ri-iniezionedelle acque di scarto usate per il fracking. Un singolo pozzo di ri-inieizione può ricevere circa 300000 barili al mese di acqua salata di scarto.

Prima del 2008 in questa zona non c’era mai stata attività sismica e questo fa propendere i ricercatori ha pensare che sia stato proprio il fracking a indurre i terremoti.

Il ritardo di quattro anni tra l’inizio dell’attività petrolifera e il movimento delle faglie viene spiegato con un modello probabilistico: la presenza di acqua salata iniettata a forza nelle faglie crea una sorta di lubrificante tra gli strati di roccia che rende più probabile i movimenti tettonici quando venga applicata una forza appropriata.

Questo può accadere anche anni o decenni dopo, visto che la geologia ha i suoi tempi, che sono un po’ diversi da quelli della quotidinatià. L’USGS ha rilevato una significativa crescita dell’attività sismica nel sud degli Stati Uniti.

Questo al momento non fermerà di certo le attività di trivellazione, perchè le correlazioni trovate dagli scienziati non rappresentano ancora una “prova” nel senso forense del termine. Anche se agli scienziati e agli amministratori locali non sembra una buona idea continuare a bucherellare il territorio intorno alle città di Dallas e Fort Worth, molto probabilmente tutto continuerà come prima finché “non ci scapperà il morto”.

Papa Francesco no fracking

Lunedì 11 novembre il Santo Padre ha posato – in Vaticano – mostrando diverse T-shirt “ambientaliste”. Alcune riportavano gli slogan “L’acqua vale più dell’oro” e “No al fracking”. È di qualche giorno fa la notizia – riportata sul quotidiano La Stampa – che Papa Francesco ha chiesto a un gruppo di esperti di lavorare a un testo sulla difesa dell’ambiente, tema che occuperà una parte importante della seconda enciclica del suo Pontificato.



Fonte: http://www.ecoblog.it/post/118919/dimostrata-una-relazione-tra-fracking-e-terremoti-in-texas
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30 novembre 2013 6 30 /11 /novembre /2013 22:22
La cometa Ison è distrutta? A quanto pare, no. E a destare nuove preoccupazioni sono le spiegazioni che ne derivano da esperti che studiano queste comete, in particolare la cometa Ison. Il video che vi presentiamo è una intervista fatta al Dr. Gareth Williams un astronomo che asserisce che la Cometa ISON potrebbe avvicinarsi “pericolosamente” alla Terra. Rammentiamo che Gareth Williams è uno scienziato che lavora con il Minor Planet Center, è responsabile di tenere traccia degli asteroidi, comete e satelliti naturali. Ultimamente è stato intervistato insieme al suo collega Dr. Karl Battams nella trasmissione di National Geographic che è andata in onda il 27 novembre 2013, alle ore 10:00 e in questa intervista Gareth ha confermato la sua teoria che riguardano alcuni modelli dell’orbita della cometa ISON che potrebbe colpire la Terra.


”ISON, dichiara l’astrono a National Geographic, è una cometa che presenta delle orbite insolite e dopo l’uscita indenne dal Sole, mostra un nuovo percorso. La sua massa è della dimensione di una città!”
Gareth Williams è un astronomo e lavora presso il Minor Planet Center, dove ha presentato i suoi risultati delle ricerche su orbite degli oggetti spaziali che potrebbero rappresentare un pericolo per la Terra e ha cominciato a osservare ISON nel dicembre 2011, un anno prima della sua scoperta! Nella sua intervista, che potete ascoltare nel video sotto, dice che alcuni calcoli dell’orbita, terminano con ISON che colpisce la Terra.
Se alcuni modelli delle orbite di ISON mostrano la possibilità che questa possa colpire la Terra, spiegherebbe alcune delle incongruenze della NASA, le immagini mancanti e i preparativi del governo per qualche disastro enorme sconosciuto. [fonte]

Peace! According to Beforeitsnews reporter Susan Duclos in this linked story and expert Gareth Williams in this video, there is no guarantee that Comet ISON will NOT strike Earth. In fact, he says, Comet ISON may come dangerously close to striking planet Earth. Facts or fear porn? You be the judge! Story at http://b4in.info/rPmv

FBI WARNING
Federal law allows citizens to reproduce, distribute or exhibit portions of copyright motion pictures, video tapes, or video disks under certain circumstances without authorization of the copyright holder. This infringement of copyright is called FAIR USE......and is allowed for purposes of criticism, news reporting, teaching and parody.


NASA: Comet ISON May Have SurvivedINAF: Comet ISON is goneBrutte notizie per chi aspettava un Natale con la cometa. La tanto attesa ISON non è più riapparsa al termine del suo passaggio ravvicinato dietro al Sole. Non c'è più traccia (o almeno sembra) né della coda né del nucleo. Ison, composta da ghiaccio e detriti, è passata ad appena 1,2 milioni di chilometri dalla superficie solare, ad una temperatura di circa 5.000 gradi ed è sparita.


LA CRONOSTORIA del PERIELIO
Giornata decisamente movimentata, quella di ieri, per la cometa ISON: le ore di maggior tensione sono iniziate intorno alle 12:45 UT quando la cometa era ormai prossima al perielio e dalle sonde in orbita intorno al Sole arrivavano le ultime immagini.
La ISON, dopo un'attività improvvisa che aveva risollevato gli animi, aveva manifestato, tra il 21 e il 23, novembre un cambiamento importante: la produzione molecolare era scesa drasticamente, mentre era aumentata esponenzialmente la produzione di polveri, lasciando ipotizzare una completa rottura del nucleo. Le aspettative erano state decisamente ridimensionate. Ma nonostante questo, quando la ISON è sparita dietro il coronografo della sonda SOHO, che occulta il disco solare, è aumentata l'apprensione e in rete è iniziato un concitato tam tam di notizie.




Nelle ultime immagini SOHO LASCO C2 e C3, la cometa sembrava essere lentamente sbiadita. Alle 18:25 UT ha raggiunto il perielio. Tra tutti gli scatti un dettaglio aveva suscitato qualche perplessità: un punto della traiettoria della ISON appariva più luminoso, lasciando ipotizzare una disintegrazione del nucleo.


Ci si aspettava, quindi, di riuscire a seguire la corsa della ISON con le immagini SDO ma così non è stato e nelle foto, della cometa nessuna traccia. Comunque, se sopravvissuta, sarebbe dovuta sbucare di nuovo dal coronografo della sonda SOHO ma i minuti passavano senza alcun segno e tutti pensavamo che la ISON fosse stata inghiottita dal Sole
Ma quando ormai, l'avevamo data per spacciata, ecco i primi segnali comparire nei scatti SOHO LASCO C2.


Inizialmente, non è stato dato troppo peso a quella leggera scia perché spesso uno sbuffo di polvere è tutto ciò che resta di una cometa Sungrazer inghiottita dal Sole.





La cometa ISON è sopravvissuta al perielio o almeno lo è una parte.
Ora, ci sono diversi scenari ancora da valutare:
- il nucleo della ISON potrebbe essersi frammentato in tanti piccoli pezzi e questi mini-nuclei continuano a sublimare, lasciando una coda più diffusa. La cometa potrebbe quindi esistere ancora per giorni o settimane prima di scomparire
- la cometa ISON era formata per la maggior parte da particelle di polvere che sono state annientate dall'intenso calore del Sole
- potremmo non avere una chiara percezione dell'attuale struttura della cometa a causa della visuale
- stiamo assistendo a qualcosa di nuovo, mai osservato prima

Ci vorranno almeno un paio di giorni per analizzare i dati e capire se questa bizzarra cometa si sta prendendo gioco di noi. Ancora un po' di pazienza.

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27 novembre 2013 3 27 /11 /novembre /2013 22:42

 Il Vesuvio è un vulcano monitorato 24/24. Ci sono molti segnali che possono indicare il risveglio del vulcano, e quindi la messa in allerta della popolazione.Una eruzione futura del Vesuvio è più probabile di quanto tutti gli italiani pensino.
La storia eruttiva del Vesuvio è ben conosciuta, e tutti gli studi portano a supporre che prima o poi (purtroppo non è prevedibile quando), il Vesuvio erutterà di nuovo, più o meno violentemente.
Un altro fatto che molti non conoscono, è che nella zona di Napoli non c'è solo il complesso del Somma-Vesuvio, ma ci sono anche i Campi Flegrei, che sono quello che rimane di un enorme vulcano che dopo un'eruzione fortissima avvenuta 20.000 anni fa, è sprofondato dentro la sua camera magmatica, formando la particolare struttura chiamata Caldera, ben visibile dalle foto aereeGli studi sul rischio Vesuvio si moltiplicano ma nessuno riesce a dare un vero allarme, con date e previsioni accurate. E’ quanto si evince da uno studio Made in USA che vuole il Vesuvio esplodere ed in 15 minuti portare alla completa devastazione di tutto il golfo di Napoli, inghiottendo qualsiasi cosa si possa trovare avanti la sua violenza eruttiva. Nell’articolo de Ilfattovesuviano.it si parla dello studio dell’ingegnere Dobran che minuziosamente approfondisce le conseguenze di quella che potrebbe essere una delle peggiori eruzione della storia del vulcano campano.

Di tutti gli allarmi lanciati negli ultimi anni sul rischio Vesuvio, quello più terrificante giunge da Flavio Dobran, esperto di vulcani e docente della New York University. “Il Vesuvio che “dorme” dal 1944 esploderà con una potenza mai vista ed in appena quattro minuti inghiottirà già 5 o 6 Comuni della zona rossa”. È quanto afferma l’ingegnere fluidodinamico nella sua ultima relazione che ricalca, e rende ancora più tremenda, rispetto a quella dello scorso anno in cui gli orizzonti per gli abitanti del Vesuviano non erano già affatto buoni. “Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere – dice l’esperto – Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo con una temperatura di 1.000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani in appena 15 minuti”.

Si tratta di un’ipotesi documentata, frutto di studi approfonditi con la sola incognita della data in cui tutto ciò si verificherà: “Questo purtroppo non possiamo prevederlo - precisa il professor Dobran - Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto arriverà. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei uccidendo più di duemila persone”.

Dobran ha progettato un simulatore vulcanico globale: si tratta di un modello informatico in grado di ricostruire le passate eruzioni dei vari vulcani, e quindi anche del Vesuvio, per descrivere quelle future. “Il simulatore vulcanico globale – continua il vulcanologo – dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata“.
 
 
Sotto il Vesuvio e i Campi Flegrei c'è una camera magmatica immensa, di circa 50 km3, che si sta riempiendo piano piano di magma.
Ora, il tipo di eruzione di un vulcano, dipende dal tipo di magma che si trova al suo interno.
Il Vesuvio alterna eruzioni di tipo stromboliano/vulcaniano, ovvero colate di lava, fontanamenti di lava, lancio di balistici (palle di magma solidificato), ad eruzioni di tipo pliniano/subpliniano, con formazione di una nube eruttiva e di colate piroclastiche.

Gli eventi pliniani, come quello di Pompei per intenderci, si sono susseguiti sempre più frequentemente nella storia del Vesuvio, ovvero sono passati sempre meno anni da un evento pliniano all'altro.

http://www.ov.ingv.it/volcanology/vesuvi…

L'ultimo evento di questo tipo è una subpliniana, ed è avvenuta nel 1693.

I vulcanologi hanno stabilito che, nella peggiore dell'ipotesi, se il Vesuvio dovesse riprendere la sua attività, l'eruzione più pericolosa che potrebbe fare è di tipo subpliniano.

Le zone attorno al vesuvio, sono state classificate in base al rischio che corrono nell'eventualità di un'eruzione.

Le zone più vicine alla sommità del vulcano, sono quelle che potranno essere interessate dalle colate di lava.
Tutte le sone in un raggio di vari chilometri, saranno invece interessate dalla caduta di cenere e pomici, che possono causare crolli di tetti, difficoltà respiratorie.
C'è poi la zona rossa, che è quella a rischio maggiore, ovvero quella interessata dalle colate piroclastiche, ovvero flussi di materiale incandescente, a velocità di 300 chilometri orari, che portano con sè, blocchi, alberi, e non lasciano nulla sul loro cammino,
E' stato stimato che una colata piroclastica impiega 5 MINUTI ad arrivare dalla sommità del vulcano al mare.

E' quindi molto importante la prevenzione, e lo studio dei fenomeni vulcanici.
Non si può prevedere il giorno e l'ora, ma si può capire quando potrà iniziare a risvegliarsi, e a far evacuare la gente.
 
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27 novembre 2013 3 27 /11 /novembre /2013 22:15
   Quando le causalità diventano sempre più alte, non dovremmo parlare di eventi isolati e ''normali''. Meteoriti che sfrecciano nei nostri cieli, che illuminano a giorno la notte, boati in grado di rompere  i vetri...oppure nella peggiore dele ipotesi, un cratere in grado di essere provocato da un meteorite;  In serata, intorno alle ore 20.30, una grande palla di fuoco ha attraversato i cieli del Sud per più di 10 secondi, avvistata da migliaia di persone in modo particolare nelle zone Joniche da dove abbiamo avuto centinaia di segnalazioni da Calabria e Sicilia. Catanzaro, Reggio Calabria, Messina, Catania, Siracusa, Ragusa: sono queste solo alcune delle città da cui la meteora è stata avvistata, ovunque con le stesse fattezze, di colore verde  ntenso e ha illuminato il cielo quasi a giorno. Nel catanese qualcuno ha addirittura avvertito un forte boato. E’ stato senza ombra di dubbio l’ennesimo bolide, definito scientificamente meteoroide o meteora, è un frammento di roccia delle dimensioni di un piccolo sasso, che entra nella nostra atmosfera a velocità molto elevata, che in talune circostanze può arrivare a superare i 260.000 Km/h. La visione di questi corpi è caratterizzata da una palla di fuoco che cade velocemente dal cielo, lasciando dietro di sè una scia di luce della durata di qualche secondo. Questi bolidi possono assumere varie colorazioni: dal bianco al rosso, dal verde all’arancione.

BolideIn alcune circostanze possono addirittura esplodere, dando vita a lampi di luce spettacolari (denominati flare) e/o cambiare colorazione, originando uno spettacolo memorabile per i fortunati osservatori, proprio come è accaduto stasera nel mar Jonio. Questi fenomeni infatti non possono essere previsti, ed essendo imprevedibili hanno spesso osservatori del tutto occasionali. Ci sono inoltre circostanze molto rare dove i bolidi producono anche un boato dovuto all’esplosione, simile ad un tuono lontano. Meteore poco luminose possono essere osservate in qualsiasi notte dell’anno, a patto di essere in luoghi bui e lontani da inquinamento luminoso. La scia si rende visibile in quanto l’attrito con le molecole dell’aria li riscalda sino all’incandescenza, generando luce. Bruciano generalmente ad una quota di 80 Km nella nostra Ionosfera e quando assumono una luminosità molto elevata si definiscono “bolidi”, un termine utilizzato comunemente dagli appassionati ma non accettato dalla comunità scientifica, la quale non classifica questi oggetti a seconda della loro luminosità.

bolideNon tutte le meteore sono associate a veri e propri sciami, ed in questo caso si parla di meteore sporadiche, granelli di polvere casuale che orbitano nel sistema solare intorno al Sole, e che in modo imprevedibile possono finire sul cammino del nostro pianeta. Eppure, gran parte dei meteoroidi che raggiungono il suolo, e che quindi prendono la denominazione di meteoriti, appartengono proprio a questa categoria. Probabilmente questo accade in quanto questi frammenti appartenevano ad asteroidi ormai disgregati, mentre gli sciami rappresentano i resti di antiche comete periodiche che viaggiano lungo il nostro Sistema Solare. Ogni giorno l’atmosfera della Terra riceve milgiaia di corpi rocciosi, delle dimensioni di granelli di sabbia e rocce un pò più grandi, che vengono attratte dall’attrazione gravitazionale terrestre. Affinchè si possa tracciare un quadro più completo, è necessario fornire alcune indicazioni di base, come la data precisa e l’ora, la località e la luminosità dell’evento, la traiettoria, la morfologia, il colore, la durata, la persistenza dell’eventuale scia, eventuali flare o boati uditi. L’osservazione di grandi bolidi andrebbe sempre riferita a centri di raccolta o ai gruppi astrofili più vicini, in modo da fornire elementi preziosi per il loro studio.   

 

E non sono solo casi isolati e rari:

Enorme meteorite esplode nei cieli della Crimea – il video

 

Alle 03:50 del 21 Novembre 2013,  il cielo sopra il Mar Nero in Crimea, si è illuminato dopo che un corpo cosmico sconosciuto è esploso a contatto con l’atmosfera. Il filmato che vi mostriamo è una raccolta di video registrati in Crimea dalle videocamere di sorveglianza. Uno dei fotogrammi presi da una videocamera a bordo di una automobile, mostra il forte bagliore della meteorite che secondo gli scienziati doveva avere un peso inferiore a 100 tonnellate.

 

La minaccia dei meteoriti, infatti, potrebbe essere maggiore del previsto e per questo servono più studi e programmi di sorveglianza: è quanto mostrano i dati relativi a origine, traiettoria e potenza del meteorite che nel febbraio scorso è esploso sulla città russa di Chelyabinsk. 

I nuovi dati, contenuti in tre studi pubblicati contemporaneamente da Nature & Science, suonano come un campanello di allarme e costringono a rivedere i modelli teorici sulla probabilità di impatto dei meteoriti sulla Terra. Secondo gli autori il numero di oggetti con diametro superiore ai 10 metri potrebbe essere dieci volte maggiore di quanto si pensi. Le analisi sono state coordinate da Jiri Borovicka dell'Accademia delle Scienze Ceca, Peter Brown dell'università canadese Western Ontario e Olga Popova dell'Accademia di Scienze Russa. L'asteroide di Chelyabinsk, è stato il maggiore impatto noto di questo tipo, da Tunguska del 1908.
Poichè si è verificato in una zona molto popolata e in un periodo in cui telefoni cellulari e videocamere sono all'ordine del giorno è stata un'occasione unica che ha permesso di raccogliere una quantità di informazioni senza precedenti sull'evento. «Finora la fisica della caduta dei meteoriti è stata solo teorica, per la prima volta un evento di questo tipo è stato ripreso in diretta da moltissime persone e da più angolazioni» spiega Ettore Perozzi responsabile delle operazioni del Centro Neo (Near Earth Object) dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa). I dati prodotti, ha aggiunto, «sono migliori dei test che si possono fare in laboratorio e ci permettono di compiere un grosso balzo di conoscenza su questi eventi». Dalle informazioni raccolte è stato calcolato che l'onda d'urto della detonazione si è formata a un'altezza di circa 90 chilometri. La palla di fuoco è diventata più luminosa e calda a una altitudine di 30 chilometri quando l'oggetto si è frantumato. L'asteroide era una condrite ordinaria e aveva un diametro di 19,8 metri. Quando è esploso, l'oggetto viaggiava alla velocità di circa 18,6 chilometri al secondo. L'energia dell'evento è stata equivalente a un'esplosione di circa 500 kilotoni (circa 30 volte la bomba che distrusse Hiroshima). Un parte della comunità scientifica è però perplessa: «dire che il numero oggetti con diametro superiore ai 10 metri potrebbe essere dieci volte maggiore di quanto si pensi mi lascia un pò perplesso, è un dato che va certificato attentamente» osserva Andrea Milani, dell'università di Pisa e responsabile del gruppo NeoDyS, specializzato nel calcolare le orbite degli asteroidi più vicini alla Terra.

 

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