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18 febbraio 2014 2 18 /02 /febbraio /2014 22:29

I cristalli, i minerali e le pietre sono una straordinaria espressione della natura, un dono prezioso che ci viene offerto della nostra Madre Terra.

Sono validissimi alleati per il nostro benessere e racchiudono meravigliose informazioni utili alla nostra evoluzione, se solo imparassimo ad ascoltarli.

Tutti, chi più o chi meno, siamo stati affascinati da qualche pietra in particolare  e ci sarà capitato di sceglierne una  come se ne seguissimo il richiamo.

Non fa differenza che si tratti di un minerale grezzo, un burattato, un cristallo, una gemma incastonata o solamente del sassolino che troviamo e raccogliamo per strada.

Di fatto siamo entrati in contatto con la loro vibrazione, attratti dalla loro bellezza e, forse ancor di più, dalla loro forza.
 
L’utilizzo dei cristalli e delle pietre è sempre esistito in tutte le civiltà, in tutte le culture e in tutte le latitudini del Pianeta.

I cristalli, da sempre, sono considerati oggetti altamente spirituali e strumenti di guarigione e di potere.

Tra i popoli antichi era consuetudine  portare con sè una pietra per ricevere, protezione, pace, tranquillità, forza, coraggio, abbondanza

Una curiosità: i cinesi, hanno ancora l’usanza di regalare una giada al proprio medico, perche’ lui non si ammali, affinchè possa continuare  a curare gli altri.

Da qualche anno è stata riscoperta ed è sempre più diffusa la Cristalloterapia, ma ancora oggi,  molte persone, quando sentono parlare di cristalli e più precisamente dell’energia e delle proprietà dei cristalli, sono incredule e mostrano scetticismo.

Eppure, è ben noto a tutti che l’energia dei quarzi permette di far funzionare le apparecchiature, gli strumenti tecnologiche ed i congegni elettronici dei giorni nostri, come, per fare un esempio, l’orologio che portiamo al polso.

I cristalli, e i minerali, in generale funzionano allo stesso modo.

Sono canali, strumenti che veicolano energia.

In virtù di un naturale processo di riequilibrio che si instaura nell’incontro  tra due diverse forme di vita,  quando l’energia viene a contatto con gli altri Regni della Natura, esseri umani, animali o piante che siano, di volta in volta, questa energia viene assorbita, trasformata e ritrasmessa, in uno scambio amorevole.

Un metodo di armonizzazione e riequilibrio energetico piuttosto popolare è quello di usare un set di cristalli specifici per chakra.

Da un punto di vista strettamente pratico, noi che non possediamo il set specifico, come possiamo fare?

- appoggiamo il cristallo sul  punto del corpo che vogliamo trattare, possibilmente scegliendolo del colore in risonanza con il chakra in questione.

- oppure, semplicemente sentendo, a livello intuitivo e non razionale, quale  pietra o cristallo ci sembra più adatto per ogni area del corpo che si vogliamo trattare.

Nello schema che segue, vediamo quali colori sono abbinati ai chakra e come possiamo posizionare le nostre pietre.Pietre magiche, Cristalloterapia, Quarzo Citrino: la Forza dei Cristalli

1° CHAKRA = ROSSO – NERO
2° CHAKRA = ARANCIONE
3° CHAKRA = GIALLO
4° CHAKRA = VERDE E ROSA

5° CHAKRA = AZZURRO BLU
6° CHAKRA = VIOLA
7° CHAKRA = BIANCO – ORO – INDACO

- pietre rosse o arancione : tre dita sotto l’ombelico
pietre gialle : sull’ombelico
pietre verdi : sul diaframma
pietre rosa : sul cuore, in mezzo al petto
pietre blu : su gola e polmoni
pietre viola : sulla fronte o sulla fossetta alla base del collo  [es: Ametista]
pietre bianche: sopra la testa

Se non possediamo cristalli con i colori che ci servono, li possiamo sostituire con il Cristallo di Rocca (Quarzo Ialino) che racchiude in sè tutte le proprietà degli altri cristalli.

Sarà il nostro “Cristallo Jolly”.

Inoltre, possiamo disporre i nostri cristalli nell’ambiente in cui  viviamo, sopra mensole e scaffali, sulla scrivania, vicino al computer, sul comodino… sotto il cuscino.

Possiamo indossarli come ornamento, tenerli nella borsa, nel portamonete, nel portafogli.

Per chi ama e conosce il Feng Shui, si possono mettere in punti strategici della nostra casa, in un piccolo giardino zen, nell’angolo della ricchezza.

Facciamo sentire ai nostri cristalli che li amiamo e loro ci ricambieranno senza riserve.

Il Sasso della Gratitudine

Il piccolo cristallo che scegliamo di tenere in tasca, può diventare il nostro sassolino della gratitudine.

Ogni volta che mettiamo la mano in tasca e lo tocchiamo, ricordiamoci le cose per cui essere grati.

Ogni volta che siamo grati per qualcosa, andiamo a toccare il nostro sassolino nella tasca e trasmettiamogli il nostro sentimento di gratitudine.

Legge di Attrazione e Cristalloterapia:

il Quarzo Citrino

Un cristallo in sintonia con la Legge dell’Attrazione e che può essere usato per attrarre abbondanza, ricchezza e prosperità è il Quarzo Citrino.Pietre magiche, Cristalloterapia, Quarzo Citrino: la Forza dei Cristalli

Il colore del Quarzo Citrino varia dal giallo deciso al giallo pallido, dal giallo miele al giallo dorato; talvolta si trova anche con sfumature rosse e brune.

Il Citrino è il nostro miglior “complice” nel processo di manifestazione.

Collegato al III chakra, la sua vibrazione nutre l’energia creativa e la volontà, la determinazione e la concretezza, ci aiuta a mantenere una buona focalizzazione.

L’energia de Citrino ci porta ad essere più aperti e ci conduce in modo graduale alla eliminazione dei blocchi derivanti dalle nostre credenze, dalle nostre vecchie convinzioni.

Quarzo Citrino: Proprietà

Il Citrino è connesso con il nostro sè superiore e agisce da potente equilibratore spirituale.

Ha un forte effetto riscaldante e stimolante, aumenta le nostre potenzialità di autoguarigione, diminuisce le tendenze autodistruttive.

Ha azione disintossicante su tutti i corpi: fisico, emozionale, mentale e spirituale.

Infonde calore, gioia, allegria, speranza e sostegno, nel contempo ci dona una grande pace interiore.

Porta buona energia, ed energia buona, nella nostra vita e nella nostra quotidianità.

Quarzo Citrino: una curiosità

Una curiosità: Il citrino, in Medio Oriente,  era considerato la pietra dei mercanti perchè si riteneva che aiutasse sia ad accumulare denaro che a conservarlo.

I mercanti lo tenevano nei cassetti o nella borse dove erano custoditi i soldi, per evitare che venissero rubati o che, addirittura, perdessero di valore.

Marju Vecchi
[Pietre magiche, Cristalloterapia, Quarzo Citrino: la Forza dei Cristalli - Articolo di Marju Vecchi -www.gemmeecristalli.com]

http://www.ricchezzavera.com/blog/benessere/pietre-magiche-cristalloterapia-quarzo-citrino-la-forza-dei-cristalli/

 

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12 febbraio 2014 3 12 /02 /febbraio /2014 22:50
Benedict Cumberbatch in Star Trek - Into Darkness

Benedict Cumberbatch in Star Trek - Into Darkness


L'effetto 3D che vediamo al cinema, o grazie ad occhiali anaglifici, è creato per via di una sovrapposizione di fotografie percepite in maniera diversa da ogni occhio, ma ci sono anche altri modi per avere un'illusione 3D! Una delle più divertenti si basa sull'ingannare il nostro stesso cervello. Queste piccole animazioni usano principi che gli artisti conoscono da secoli e fanno riferimento alle tecniche della profondità del campo, come in molti dipinti classici. Le linee bianche definiscono il piano che il nostro cervello percepisce come divisione tra lo sfondo e noi. Insieme ad una buona costruzione ottica di profondità, il movimento oltre questo piano verrà percepito come in 3D. Ecco altri esempi meravigliosi:
 

 

Per fare sogni tranquilli... in 3D

Per fare sogni tranquilli... in 3D

Lazy white lines in 3D

Lazy white lines in 3D

'solo un morso'

'solo un morso'

Scrat, da Ice Age

Scrat, da Ice Age

Occhio di Falco in Avengers

Occhio di Falco in Avengers

'qui la zampa'

'qui la zampa'

David Tennant, Doctor Who

David Tennant, Doctor Who

Freddy Krueger, in 3D da incubo

Freddy Krueger, in 3D da incubo

Jensen Ackles in Supernatural

Jensen Ackles in Supernatural

Brave, della Disney

Brave, della Disney

http://www.link2universe.net/2014-02-12/spettacolari-illusioni-3d-ingannando-il-vostro-cervello/#more-21097

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10 febbraio 2014 1 10 /02 /febbraio /2014 23:05

leggere pensiero

In futuro saremo in grado di leggere nel pensiero altrui. Sarà il traguardo finale di un nuovo studio attraverso il quale i ricercatori hanno raccolto la prima inequivocabile evidenza che il modello di attività cerebrale visibile in qualcuno che sta svolgendo un esercizio matematico in condizioni controllate sperimentalmente è molto simile a quello osservato quando la persona si impegna in pensieri che hanno a che fare con le quantità nel corso della vita quotidiana.

Ora siamo in grado di intercettare il cervello nella vita reale” afferma Josef Parvizi, professore associato di neurologia e scienze neurologiche e direttore dello Stanford’s Human Intracranial Cognitive Electrophysiology Program. Allo studio, pubblicato nel mese di ottobre su Nature Communications, hanno collaborato anche Mohammad Dastjerdi e Muge Ozker. “E’ eccitante e allo stesso tempo pauroso” sostiene Henry Greely del comitato direttivo dello Stanford Centre for Biomedical Ethics che non ha preso parte allo studio ma ha una grande familiarità con l’argomento stesso e si è definito molto impressionato dai risultati raggiunti “Essi in primo luogo  - ha dichiarato – dimostrano che possiamo vedere quando qualcuno sta lavorando con i numeri e, in secondo luogo, che un giorno potremo essere in grado di manipolare il cervello per influenzare il modo in cui una persona tratta con i numeri"

I ricercatori hanno monitorato l’attività elettrica in una zona del cervello chiamata solco intraparietale, noto per la sua importanza nell’attenzione e nel movimento dell’occhio e della mano. Precedenti studi hanno suggerito che i grappoli di cellule nervose presenti in quest’area sono anche coinvolti in un’abilità matematica che è l’equivalente dell’alfabetizzazione in campo linguistico. Il nuovo studio rappresenta un’innovazione radicale rispetto ai precedenti.

Le tecniche utilizzate dagli altri studi, infatti, come la risonanza magnetica, sono limitate nella loro capacità di studiare l’attività del cervello nelle situazioni della vita reale. Le ricerche compiute in passato si sono focalizzate sul testare soltanto una specifica funzione in una ben determinata regione del cervello ed hanno provato ad eliminare ogni fattore che potesse generare confusione o almeno a considerarlo in maniera diversa. In più, i soggetti reclutati per l’esperimento si dovevano trovare più o meno immobili dentro una stanza tubolare, scura, il cui silenzio era punteggiato da rumori molto forti, di tipo meccanico, a cadenza costante, mentre sullo schermo di un computer venivano fatte balenare delle immagini.

Questa non è vita reale - commenta Parvizi - Uno non può trovarsi nella sua stanza, sorseggiando tranquillamente un tè e sperimentando spontaneamente gli eventi della vita reale”  Una domanda di importanza centrale, a suo avviso, è questa: In che modo una popolazione di cellule nervose che è stato dimostrato sperimentalmente essere importante in una particolare funzione si comporta nella vita reale?”.                                                         

E proprio su questo punto si è concentrata l’attenzione del gruppo di ricercatori legati a Pavizi. Il loro metodo, chiamato registrazione intracranica ha fornito una eccezionale precisione anatomica e temporale ed ha permesso agli scienziati di monitorare l’attività cerebrale quando le persone erano immerse nelle situazioni di vita reale. Parvizi e gli altri ricercatori hanno preso in esame il cervello di tre volontari ai quali era stato proposto un trattamento chirurgico  per i loro ricorrenti attacchi epilettici, resistenti alle cure farmacologiche.

La procedura prevede la temporanea rimozione di una parte del cranio del paziente ed il posizionamento di pacchetti di elettrodi sulla superficie del cervello esposta. Per una settimana, i pazienti sono rimasti allacciati all’apparato di monitoraggio mentre gli elettrodi intercettavano l’attività elettrica nel cervello.  Questo monitoraggio è continuato ininterrotto per tutto il periodo di degenza ospedaliera dei pazienti, catturando i ripetuti attacchi epilettici e consentendo ai neurologi di determinare il punto esatto del cervello in cui l’attacco epilettico ha avuto origine. Per tutto il tempo i pazienti è rimasti legati all’apparato e quasi esclusivamente lasciato nel loro letto. D’altro canto però, nei limiti di quanto ciò sia possibile in una situazione di degenza ospedaliera, i pazienti si trovavano in una realtà piuttosto confortevole, senza dolore ed erano liberi di mangiare, bere, pensare, parlare ad amici e familiari sia direttamente che a telefono, o anche di guardare la televisione. Gli elettrodi impiantati nel cervello dei pazienti intercettavano ciascuno una popolazione di diverse centinaia di migliaia di cellule nervose, riportando i dati raccolti ad un computer.

Nello studio le azioni dei partecipanti all’esperimento erano anche monitorate attraverso videocamere per tutto il tempo della degenza. Ciò ha consentito in seguito ai ricercatori di correlare le attività compiute volontariamente dai pazienti nella vita reale con il comportamento delle cellule nervose nell’area del cervello presa in esame. Come parte dello studio, i volontari rispondevano vero o falso ad una serie di domande che venivano proposte l’una dopo l’altra attraverso un computer portatile. Alcune di esse richiedevano di svolgere operazioni di calcolo – ad esempio “è vero o falso che 2+4=5?” – mentre altre presupponevano quella che gli scienziati chiamano memoria episodica – ad esempio “ho bevuto un caffè stamattina. Vero o falso?

Il gruppo di ricercatori di Pavizi ha scoperto che l’attività elettrica in un particolare gruppo di cellule nervose nel solco intraparietale aveva dei picchi quando, e solo quando, i volontari stavano svolgendo operazioni di calcolo. Parvizi e i suoi colleghi hanno analizzato la registrazione quotidiana degli elettrodi di ogni volontario, ed hanno identificato molti picchi nell’attività del solco intraparietale che si sono verificati al di fuori dei contesti sperimentali. Si sono dunque rivolti ai filmati fatti per vedere esattamente cosa i volontari stessero facendo nel momento in cui si registravano quei picchi. 

Hanno scoperto che quando un paziente menzionava un numero o comunque un riferimento ad una quantità come “ancora un po’” o “molti” o “più grande dell’altro”  c’era un picco di attività nella stessa popolazione di cellule nervose del solco intraparietale che veniva attivato quando il paziente stava svolgendo attività di calcolo in condizioni sperimentali. E’ stato un risultato inaspettato. “Abbiamo scoperto che questa regione è attivata non solo leggendo numeri o pensando ad essi – afferma Parvizi – ma anche quando i pazienti si stavano riferendo in modo  più trasversale a delle quantità. Queste cellule nervose sono molto specializzate attive solo quando il soggetto inizia a pensare ai numeri. Quando il soggetto sta ricordando, parlando o pensando, non sono attivate”. Perciò era possibile sapere, semplicemente consultando la registrazione elettronica dell’attività cerebrale dei partecipanti, se essi stessero o meno pensando a qualcosa che avesse a che fare con le quantità in condizioni non sperimentali.

La scoperta potrebbe portare ad applicazioni in grado di leggere la mente che, ad esempio, consentirebbero ad un paziente reso muto a causa di un incidente di comunicare attraverso il pensiero passivo. Si potrebbe giungere anche ad esiti più discutibili come ad esempio l’impianto di un microchip che possa controllare i pensieri delle persone. Ma si tratta di sviluppi non certo legati ad un futuro prossimo. A sgomberare il campo da ogni timore legato all’incombere di una capacità di controllo della mente interviene Greely che afferma. “Parlando molto concretamente non è la cosa più semplice al mondo andare in giro ad impiantare  elettrodi nel cervello della gente. Di certo non è un qualcosa che verrà fatto domani.” Parvizi concorda. “Siamo ancora agli inizi con questi procedimenti – spiega – se vogliamo fare un paragone con una partita di pallone possiamo dire di non essere neppure al fischio d’inizio, ma di aver semplicemnte preso il biglietto per entrare allo stadio”.

Non resta dunque che attendere il fischio d’inizio e vedere come si svolgerà la partita.          

Lo studio è stato finanziato da National Institute of Health, the Stanford NeuroVentures Program and the Gwen and Gordon Bell Family.

Francesca Di Giorgio

http://www.nextme.it/scienza/parascienza/6878-leggere-nel-pensiero

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9 febbraio 2014 7 09 /02 /febbraio /2014 21:58
          

Una delle opere di Angela Betta Casale

Una piacevole chiacchierata d'arte con la pittrice torinese Angela Betta Casale, camminando tra le sue opere, in occasione della mostra personale presso la galleria Unique di Torino

 

La pittura rappresenta da sempre uno degli strumenti creativi più dirompenti e primigeni a disposizione dell'uomo. Nel corso della storia si sono alternati diversi stili, mode e temi ricorrenti, ma in termini generali, si può dire che l'arte pittorica ha sempre vissuto in equilibrio tra due vocazioni: quella figurativa, volta a replicare il mondo circostante (un evento, una persona, un paesaggio...) e quella simbolica, che si avvale di simboli e allegorie per trasmettere un significato, sia esso filosofico, sociale o puramente emozionale.

È proprio dall'incontro tra queste due anime che sono nate molte delle opere più celebri ed apprezzate. Una su tutte la Mona Lisa: partendo da un ritratto, svela agli osservatori più attenti una serie di simboli ed enigmi che, ancora oggi, continuano ad affascinare gli appassionati d'arte di tutto il mondo. Possiamo anche citare le ninfee di Monet, in cui l'artista riproduce un elemento naturale fino ad imprimervi una propria intuizione, che va ben oltre il soggetto iniziale. O ancora i dipinti di Van Gogh, dove il colore si fa materia e i paesaggi diventano pretesto per esprimere lo stato d'animo dell'artista. E così via ogni opera può essere interpretata attraverso questa chiave di lettura.

Ovviamente questo è solo uno dei tanti punti che costituiscono l'opera creativa del pittore, ma ho scelto di sottolinearlo perché, muovendomi tra i dipinti di Angela Betta Casale, ho percepito questa dicotomia; una tensione artistica che permea le opere di questa eccezionale artista torinese.

“Dal punto di vista figurativo - ci spiega Angela Betta Casale – lavoro quasi esclusivamente sui visi, che per me sono il compendio della persona: il corpo è caduco, invecchia e appassisce, mentre il viso pur invecchiando conserva la sua vitalità.


Angela Betta Casale intervistata da Marco Petrillo

Tutta l'anima passa attraverso gli occhi e il viso.” Molti dei quadri di Angela Betta Casale propongono volti in primo piano, il cui tratto distintivo risiede nella profonda espressività dello sguardo, che porta lo spettatore a creare un vero e proprio contatto con questi personaggi, spesso mitologici, portati in vita dal tratto della pittrice. Accanto alle figure si sviluppa poi la componente più simbolica, in cui l'artista libera tutta la sua creatività, accostando intrecci di spirali, sperimentazioni cromatiche e un polimaterismo mai scontato, includendo nell'opera oggetti di ogni tipo, trasformandoli così in simboli, elementi funzionali all'espressività artistica. “Dal punto di vista artistico, fin dall'inizio della mia carriera professionale, nel 1999, ho sempre fatto grandi riferimenti all'arte celtica. Perché mi ci ritrovo e la sento mia; la simbologia celtica è, per me, la simbologia universale: la spirale e il triskel, con il suo significato di vita, morte e rinascita, corrispondono al mio modo di vedere le cose. Mi piace molto lavorare su strati diversi, un po' perché è nel mio modo di essere, un po' perché penso che sia una metafora della vita: siamo una serie di stratificazioni. Anche i nodi celtici sono una rappresentazione della vita, siamo pesantemente intrecciati gli uni agli altri: per me ogni quadro ha questo tipo di rappresentazione.”

In una mostra dedicata alle “Tracce di mondi perduti”, non possono ovviamente mancare vedute paesaggistiche, che la pittrice torinese definisce come “una parte molto particolare del mio lavoro: per dipingere un paesaggio, lo devo veramente sentire...”. Anche in queste opere la vena creativa di Angela Betta Casale mantiene i suoi elementi distintivi, pur cambiando decisamente il soggetto. Come nel bellissimo “Oblivion”, in cui un paesaggio notturno, dominato dalla luna piena che squarcia letteralmente le tenebre, diventa allegoria del labirinto esistenziale della vita dell'uomo moderno, intrappolato in città in cui gli spazi aperti sono un'aspirazione.

I “mondi lontani” non si limitano ai paesaggi, ma spuntano in ogni opera; intorno a personaggi mitici e antiche leggende si sovrappongono diversi piani di lettura, proprio come le lamine e i tessuti che l'autrice inserisce nei suoi quadri. Esempio lampante è “Il principe”, vero e proprio simbolo della mostra, che raffigura un giovane dallo sguardo duro e fiero, contornato da lamine dorate. Un simbolo di bellezza, potere e regalità, in cui però si insinuano ovunque crepe, mentre le garze applicate in strati successivi sembrano ricordare che “anche per lui ci sono alti e bassi, chiari e scuri, rappresentati anche dalle tele irregolari.”


La pittrice Angela Betta Casale illustra una delle sue opere

Niente è lasciato al caso nell'opera: tutto nasce da un'intuizione: “Cerco di lasciar fluire il più possibile uno stato d'animo profondo, non mi pongo troppe domande, non faccio quasi mai bozzetti: il quadro lo vedo nella testa e lo butto giù, poi lo modifico in corso d'opera.”

Parlando con Angela Betta Casale emerge subito la sua grande, genuina passione per il suo lavoro, non solo il lato concettuale, ma anche e soprattutto quello artigiano, di chi passa ore e ore nel proprio laboratorio, sperimentando sempre nuove soluzioni da mettere al servizio della propria creatività.

“Io adoro sperimentare – ci racconta Angela Betta Casale – fa proprio parte di me. Preferisco non usare tele tradizionali, ad esempio qui ho usato un'antica tela di lenzuolo in lino, oppure quello è un vecchio tavolino, su cui poi ho applicato delle terre d'ocra in polvere, alcuni di questi sono dipinti su teli di juta... Ma la mia vera passione è il legno, è quasi il pezzo di legno vecchio che trovo, ad ispirarmi, non sto tanto a farne un processo razionale, cerco piuttosto di rendere un'idea. Ogni cosa è messa per ottenere un certo risultato, è come piegare la materia alla mia creatività, per rendere il senso tattile dell'idea che voglio comunicare.”

In fondo lo scopo dell'arte è proprio quello di comunicare, in maniera schietta, con passione e semplicità. senza troppi fronzoli o manierismi. Godere di un'opera d'arte, significa instaurare un intimo dialogo con l'artista e la sua opera; un dialogo che io ho avuto la fortuna di svolgere di persona, ma che chiunque può intraprendere semplicemente muovendosi tra i quadri di Angela Betta Casale.


www.angelabettacasale.it

http://www.shan-newspaper.com/web/arte/1021-tracce-di-mondi-perduti.html

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30 gennaio 2014 4 30 /01 /gennaio /2014 22:33

Per suicidio (dal latino suicidium, sui occidio, uccisione di sé stessi) si intende l'atto col quale un individuo si procura volontariamente e consapevolmente la morte. Il suicidio è tipico in condizioni di grave disagio psichico, particolarmente in persone affette da grave depressione e/o disturbi della personalità di tipo psicotico.

Giuridicamente parlando, nonostante il diritto italiano si stia molto dibattendo su tale argomento, esso rappresenta un atto legittimo e comunque non può essere punito, pertanto non è prevista nessuna sanzione civile o penale.

Il Codice Penale però punisce severamente l’istigazione al suicidio, il rafforzamento del proposito suicida, nonché l'agevolazione in qualsiasi modo del suicidio altrui (articolo 580).

 

Sociologicamente invece, il suicidio è stato trattato in modo molto approfondito da Émile Durkheim, che lo categorizza in quattro diverse modalità:

il suicidio egoistico si ha quando le persone pensano solo a se stesse, e non sono in grado di raggiungere gli obiettivi che si pongono in continuazione;

il suicidio altruistico si ha quando la persona è troppo inserita nel tessuto sociale, al punto da suicidarsi per soddisfare l'imperativo sociale (ricordiamoci che per Durkheim è la società che crea gli individui, e non viceversa) come esempio c'è la vedova indiana che accetta di esser posta sul rogo che brucerà il corpo del defunto marito, o il comandante di una nave che sta per affondare, il quale decide di non salvarsi e di morire affogando insieme alla nave;

il suicidio anomico, tipico delle società moderne, sembra collegare il tasso dei suicidi con il ciclo economico: il numero dei suicidi aumenta nei periodi di sovrabbondanza come in quelli di depressione economica;

il suicidio fatalista, è tipico di un eccesso di regolamentazione, di una sorta di dispotismo morale esercitato dalle regole sociali, di un eccesso di disciplina che chiude gli spazi del desiderio, come può essere nel caso di ragazzi che si sposano troppo giovani.

In ambito filosofico, nell'Etica Nicomachea Aristotele definisce il suicidio un atto di viltà; del resto, già il suo maestro Platone non ammetteva il suicidio se non per qualche necessità assolutamente ineluttabile. Secondo Seneca invece, il saggio piuttosto che compromettere la propria integrità morale, deve essere pronto all'extrema ratio del suicidio. Proprio il noto precettore di Nerone chiuse la sua vita con un atto volontario o tecnicamente più di un atto: cicuta, taglio delle vene ed infine bagni di vapore per spossare il corpo già dissanguato. Egli spiega in più punti della sua opera che lo stoico, quando ritenga di aver compiuto la sua “missione”, può decidere di uscire dalla vita. Lo stoicismo è forse uno degli esempi più noti di filosofia che accetta il suicidio, giungendo persino a descriverlo come un atto naturale. L'accettazione di esso è la conclusione di una filosofia che insegna che i mali spesso sono tali solo in apparenza, e la morte non fa eccezione. Bisogna però ricordare sempre che il suicidio è ammesso non come fuga, ma solo quando il proprio dovere è compiuto, e anche in questo caso è chiaramente solo una libera scelta. Plotino criticò aspramente le posizioni dello stoicismo; la vita stessa, in quanto espressione dell'anima che illumina una natura inferiore, è concepita infatti in senso divino, quale prodotto ultimo della processione da Dio. "Non ti toglierai la vita, affinché l'anima non se ne vada". Il suicidio provoca, secondo questa impostazione, un danno all'anima che viene cacciata di forza e in maniera innaturale. Se il suicidio affrontato per una causa giusta, come la libertà, è giustificato da alcuni filosofi antichi, la totale condanna di questo gesto, pur nell'umana pietà, è solitamente presente nelle filosofie cristiane o che hanno subito l'influsso del Cristianesimo. Il suicidio è infatti condannato come atto immorale o vile di fronte alla vita: "contraddice la naturale inclinazione dell'essere umano a conservare e perpetrare la propria vita", recita infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica; "al tempo stesso è un'offesa all'amore del prossimo perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale ed umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi".

 

Per quanto concerne un ambito più vicino a noi (cronologicamente parlando), Schopenhauer riteneva che il suicidio rappresentasse una delle massime manifestazioni della volontà di vivere: proprio perché noi amiamo la vita e non vogliamo trascorrerla in una condizione sgradevole, desideriamo, per liberarci da questo peso, allontanarci da essa.

Secondo Martin Heidegger in “Essere e tempo”, la morte non va concepita in modo epicureo come scomparsa dell'io, né in modo inautentico come fatto. La morte è una possibilità dell'esserci, è la possibilità più propria (concerne l'essere stesso), incondizionata (l'uomo vi si trova davanti da solo), insormontabile (si eliminano tutte le altre possibilità), certa. Con l’anticipazione della morte, l'uomo comprende autenticamente sé stesso, ma ha anche la situazione emotiva dell'angoscia, che lo pone di fronte al nulla della morte, che è possibilità dell'impossibilità di possibilità.

La morte non va rifuggita, ma affrontata con la decisione anticipatrice di essa: non è il suicidio o l'attesa (forme di realizzazione che tolgono il carattere di possibilità), ma è tenere presente che questa possibilità c'è sempre: così l'uomo si considera come poter-essere e vede le cose come possibilità, vede la sua possibilità di realizzarsi.

 

 

 

 

Il suicidio e le religioni

“Chi s'abbandona al dolore senza resistenza o si uccide per evitarlo abbandona il campo di battaglia prima di aver vinto.”  Napoleone Bonaparte

 

Il concetto di suicidio è complesso e non è per niente facile darne una definizione che non sia né troppo stretta né troppo larga. Molte domande dipendono da come si definisce il suicidio in confronto ad altre forme di morte volontaria.

Per affrontare l’argomento nel modo migliore occorre effettuare un’attenta disamina di ciò che le diverse religioni (dal cristianesimo, all’islamismo, al giudaismo, per arrivare al buddismo) adducono riguardo al tema qui presentato.

 

 

Cristianesimo

 

Nell’Epistola ai Filippesi (1:23-24) san Paolo prende in seria considerazione la possibilità di togliersi la vita. Traducendo in parole i propri pensieri, egli dice:

 

“Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, e più necessario per voi che io rimanga nella carne”.

 

Se la vita dopo la morte è immensamente superiore a questa valle di lacrime e promette l’unione con Cristo, perchè allora il fedele non dovrebbe cercare di arrivarci al più presto? In questo argomento c’è una logica tanto potente, quasi schiacciante, che il cristianesimo si vede costretto a contrastarlo con tutte le sue forze. Ad esempio, lo fa con veemenza al Concilio di Arles del 452, quando il suicidio viene bollato come opera del Demonio. E un secolo dopo, al Concilio di Braga si spinge addirittura oltre, rifiutando la sepoltura cristiana ai suicidi e vietando la celebrazione di messe in suffragio delle loro anime.

Il più noto di suicidi presenti nella Bibbia si trova indubbiamente in Matteo 27:3, ed è il suicidio di Giuda Iscariota una volta tradito Gesù. Il più noto movimento cristiano a favore del suicidio fu quello donatista  (sorto in Africa nel 311 dalle idee di Donato di Case Nere, considerato scismatico dopo le persecuzioni di Diocleziano dagli ortodossi, condannato dal concilio di Cartagine del 411 ed estintosi a seguito della conquista islamica del Magreb), che sosteneva che uccidendosi i proseliti avrebbero potuto raggiungere il martirio e pertanto avvicinarsi a Dio in Paradiso.

Dobbiamo a Sant’Agostino la prima condanna al Cristianesimo, contenuta nel libro “La città di Dio” : egli si sofferma su due temi fondamentali: il suicidio e le conseguenze della violenza carnale. Purtroppo all’epoca in cui visse il pensatore cristiano erano frequenti le violenze carnali, soprattutto in caso di guerra. Gli assalitori non facevano distinzioni tra donne, fanciulle e persino donne consacrate. Allora Sant'Agostino volle rassicurare che tali violenze non potessero incidere sull'intento della castità e allo stesso tempo egli condannò chi pensava al suicidio con l’intento di evitare di subire tali violenze. Riportiamo ora di seguito le parole del filosofo concernenti la sua conferma che il suicidio non può mai essere giustificato:

 

16. “ Pensano anche di lanciare una pesante accusa contro i cristiani quando, per ingrandire gli aspetti dell'occupazione, aggiungono le violenze carnali commesse non solo contro donne sposate e fanciulle ma anche contro alcune persone consacrate. Qui non è in discussione la fede, la pietà e la virtù che si chiama castità. La nostra discussione si restringe per certi limiti fra pudore e ragione. E in proposito non ci preoccupiamo tanto di dare una risposta agli estranei, quanto una consolazione ai nostri. Sia dunque fermamente stabilito che la virtù morale dalla coscienza impera alle membra del corpo e che il corpo diviene santo per l'attitudine di un volere santo. Se il volere rimane stabilmente inflessibile, ogni azione che un altro compie mediante il corpo o nel corpo, se non si può evitare senza peccato proprio non è imputabile a chi la subisce. Ma nel corpo di un altro si può compiere un atto che produce non soltanto dolore ma anche piacere. Ogni atto di questa specie, sebbene non strappi via la pudicizia se conservata con animo irremovibile, tuttavia urta il pudore. Non si creda però che sia avvenuto anche con la volontà della mente ciò che forse non è potuto avvenire senza la voluttà della carne.”


17. “E perciò quale umano sentimento non si vorrebbe perdonare alle donne che si uccisero per non subire tale violenza? Però chiunque accusa quelle che non vollero uccidersi, per evitare col proprio atto l'altrui delitto, non può sfuggire all'accusa di stoltezza. Se infatti non è lecito per privato potere uccidere sia pure un colpevole poiché nessuna legge concede tale autorizzazione, certamente anche il suicida è omicida e tanto più colpevole quanto è più incolpevole nei confronti della motivazione per cui ha pensato di uccidersi. Noi condanniamo l'operato di Giuda e l'umana ragione giudica che con l'impiccarsi ha piuttosto accresciuto che espiato l'azione dello scellerato tradimento  perché pentendosi a propria condanna col disperare la misericordia di Dio non si lasciò il momento propizio per il pentimento che salva. A più forte ragione dunque si deve astenere dall'uccidersi chi non ha nulla da punire in sé con tale esecuzione. Giuda uccidendosi uccise un delinquente e tuttavia pose termine alla vita rendendosi colpevole della propria morte perché lo era anche di quella di Cristo. Così a causa d'un suo delitto si è giustiziato con un altro delitto. Ma perché un individuo che non ha fatto nulla di male dovrebbe farsi del male e uccidendosi uccidere un innocente per non subire un colpevole e compiere su di sé un proprio peccato perché in lui non se ne compia quello di un altro?” (La città di Dio – IX parte)

 

Secondo l’autore de La città di Dio (siamo all’inizio del V secolo) non solo nella Bibbia non si trova passo in cui Dio comandi o consenta di darci la morte per evitare o scongiurare qualche male o per raggiungere la vita immortale, ma il quinto comandamento «Non uccidere» concerne, oltre il nostro prossimo, anche la nostra persona. Quindi, per la legge di Dio, il suicidio è un atto assolutamente illecito.

La Bibbia parla del suicidio (senza citare mai il termine) e ne dà alcuni esempi negativi; ma emana chiaramente dal messaggio biblico che:

 

La vita è un dono di Dio;

 

Chi sceglie il suicidio viola il comandamento “Non uccidere”;

 

Le circostanze avverse non sono una ragione per uccidersi, ma per avere fede in Dio;

 

Il suicidio usurpa un diritto che appartiene solo a Dio: solo Dio può decidere il momento in   cui la nostra vita deve terminare;

 

Dio ha un piano per la nostra vita: col suicidio poniamo termine a questo piano     arbitrariamente;

 

Il suicidio è un atto di egoismo nei confronti di quelli che ci circondano e che soffriranno a causa di questa nostra scelta.

 

Cattolicesimo

 

Per il cattolicesimo il suicidio va contro l'amore di Dio. Quindi è severamente condannato.

La morte per via di un atto di suicidio liberamente scelto è considerata un grave peccato mortale. Il principale argomento cattolico è che la propria vita è proprietà di Dio, e distruggere tale vita vuol dire imporre il proprio dominio su ciò che è di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “Il suicidio contraddice l’inclinazione naturale dell’essere umano di preservare e perpetuare la sua vita. È gravemente contrario al giusto amore di sé. È lo stesso che offendere l’amore del prossimo perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la famiglia, la nazione, e le altre società umane nei confronti dei quali continuiamo ad avere degli obblighi. Il suicidio è contrario all’amore per il Dio vivente.” La Chiesa Cattolica prega per coloro che si sono suicidati, con la coscienza che Cristo giudicherà i defunti giustamente. La Chiesa prega anche per i parenti stretti del defunto, affinché il tocco amorevole e risanante di Dio possa confortare coloro che sono rimasti distrutti dall’impatto del suicidio.

Protestantesimo

I protestanti non condannano formalmente il suicidio; i cristiani conservatori hanno spesso sostenuto che, poiché il suicidio consiste in un auto-omicidio, chiunque commetta suicidio sta peccando allo stesso modo in cui peccherebbe se stesse uccidendo un altro essere umano. Un certo numero di figure bibliche hanno commesso (o tentato) il suicidio; le più note sono Saul e Giuda Iscariota. Anche se il suicidio è certamente inquadrato sotto una luce negativa nella Bibbia, non vi è tuttavia alcun verso specifico che affermi esplicitamente che il suicidio conduca direttamente all’inferno. Poiché Cristo ha preso il castigo per tutti i peccati dell’umanità, ed il suicidio è visto come un peccato, il risultato sarebbe che la persona che commette suicidio non sarebbe colpevole, e che tutti i suoi peccati (incluso l’uccisione di sé stesso) sarebbero coperti da Cristo. Di conseguenza, alcuni sostengono che ai cristiani che commettono suicidio sia concesso comunque il paradiso.

Islamismo

 

“Ognuno muore, nel momento fissato, col permesso di Dio” Corano 3ª145

 

In merito alla possibilità del ritardare o anticipare la morte l’Islamismo oppone un netto rifiuto, sostiene infatti, come le altre religioni monoteiste, che le sofferenze non giustificano né l’eutanasia né tantomeno il suicidio perché la religione ha un concetto di morte e sofferenza diverso da quello materialista.

Nel Corano leggiamo infatti La morte di ognuno di voi l’abbiamo predeterminata Noi, e Noi non dobbiamo essere anticipati”, e ancora “È Dio che dà la vita e la morte”. Per l’Islam due sono i peccati che non trovano il perdono: l’idolatria (che può trovare remissione se il peccatore si pente sinceramente) e il suicidio consapevolmente voluto, in merito a quest’ultimo il corano è rigoroso, il suicidio non è remissibile, salvo che la morte non sia immediata e il suicida il tal caso abbia il tempo di pentirsi sinceramente.

Va tuttavia sottolineato anche un altro aspetto, un Hadith sostiene che ognuno che muore a qualsiasi titolo in nome dell’Islam e del Jihad è un martire e come tale andrà in paradiso. Il termine Hadith significa "racconto, narrazione" ma ha un significato molto più importante perché è parte costitutiva della cosiddetta Sunna, la seconda fonte della Legge islamica (shari’a) dopo lo stesso Corano.

L'Hadith che si crede giustifichi gli attentati suicidi è l'824-829 riferito da Ahmad e Al Tirmidhi: I privilegi di un martire sono garantiti da Allah: "Avrà il perdono al primo fluire del suo sangue; gli verrà mostrato il suo seggio in paradiso, sarà decorato con i gioielli della fede, sposato alle più belle, protetto dalle prove nel sepolcro, garantito della sicurezza nel giorno del giudizio, un rubino più prezioso di tutto questo mondo e di tutto il suo contenuto, sposato a settantadue delle più pure urì (le più belle del paradiso) e la sua intercessione sarà accettata per conto di settanta suoi parenti".

Gli attentati suicidi, tuttavia, non sono considerati dall’Islam una forma di suicidio, ma vengono definiti “operazioni al martirio”, tutti possono diventare martiri (shaid), persino i bambini. La figura più alta del martire è l’Istishadi, ossia colui che si vota al martirio.

 

Ebraismo   

L’ Ebraismo, alla luce della sua grande attenzione per la santità della vita, ha tradizionalmente considerato il suicidio come uno dei peccati più gravi. Il suicidio è sempre stato vietato dalla legge ebraica in tutti i casi. Assistere a un suicidio e chiedere assistenza per un suicidio (creando complicità) è altresì vietato: “Non porre alcuno scoglio davanti al cieco” (Levitico 19:14). I Rabbini interpretarono il verso come proibizione di qualunque tipo di ostacolo: teologico (per esempio, convincere le persone a credere in false dottrine), economico (dare cattivi consigli finanziari) o in caso di ostacoli morali, così come fisici.

Il Comitato sulle Leggi e sugli Standard Ebraici, il corpo degli studiosi di Legge Ebraica nell’Ebraismo Conservatore, ha pubblicato un responso sul suicidio nel numero dell’Estate del 1998 del ‘’Ebraismo Conservatore’’(Vol. L, N°4).

Tale responso dichiara solennemente la proibizione, rivolgendosi poi alla tendenza crescente di Americani ed Europei che cercano assistenza per il suicidio. Il comitato crede che noi siamo obbligati a determinare le cause per le quali alcuni cercano aiuto per il suicidio e a migliorare queste circostanze.

La risposta Conservatrice dichiara:

“…coloro che commettono suicidio e coloro che aiutano altri nel compierlo agiscono al di fuori di una pletora di motivi. Alcune di queste ragioni sono ben poco nobili, comprendendo, per esempio, il desiderio dei figli di vedere il Padre e la Madre morire in fretta così da non sprecare la loro eredità in “futili” cure mediche, o il desiderio delle compagnie assicurative di spendere meno soldi possibile sui malati terminali.”

Il saggio dice che la risposta appropriata al dolore non è il suicidio, bensì un migliore controllo del dolore e un maggiore utilizzo di farmaci contro il dolore. Si afferma che molti dottori mantengono deliberatamente tali pazienti in situazioni di dolore rifiutandosi di somministrare gli antidolorifici necessari: alcuni lo fanno per ignoranza, altri per evitare una possibile dipendenza da droghe, altri ancora per un fuorviato senso di stoicismo. L’Ebraismo Conservatore considera tali forme di ragionamento come “bizzarre” e crudeli, poiché con i farmaci odierni non vi è alcuna ragione perché le persone debbano vivere in una tortura continua.

Un esempio che possiamo citare e che è stato a lungo al centro delle discussioni è sicuramente quello di Primo Michele Levi,scrittore italiano,autore di racconti,memorie,poesie e romanzi. Nel 1944 venne deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Il suo romanzo Se questo è un uomo, che racconta le sue esperienze nel lager nazista, è considerato un classico della letteratura mondiale. Primo Levi morì cadendo dalla tromba delle scale della propria casa di Torino, dando adito al sospetto che si trattasse di un suicidio. Questa ipotesi appare avvalorata dalla difficile situazione personale di Levi, che si era fatto carico della madre e della suocera malate. Il pensiero ed il ricordo del lager avrebbero, inoltre, continuato a tormentare Levi anche decenni dopo la liberazione, sicché egli sarebbe in un qualche modo una vittima ritardata della detenzione ad Auschwitz. Il suicidio di Levi rimane comunque un'ipotesi contestata da molti, poiché lo scrittore non aveva dimostrato in alcun modo l'intenzione di uccidersi e anzi aveva dei piani in corso per l'immediato futuro.

In conclusione l'ebraismo condanna il suicidio, un affronto all'amore che Dio ha dimostrato alle proprie creature, e l'accelerazione della morte di un agonizzante, anche se non c'è alcuna speranza di vita. Sono però annessi dai rabbini i farmaci antidolorifici, anche se possono affrettare la morte, purché non siano dati proprio per questo scopo.

 

Induismo

 

“Come moriremo? Commettendo suicidio? Mai. Solamente chi si tiene pronto a morire se e quando necessario, incontrerà una morte che è vita eterna” (Mohandas Karamchand Gandhi)

 

Questa citazione mette il luce il pensiero induista in merito al suicidio, tra i concetti fondamentali di questa religione vi è quello di Karma, inteso come responsabilità, ossia la possibilità di realizzare la propria natura divina attraverso l'azione consapevole e quello di Samsara, il ciclo delle incarnazioni. Samsara è il cerchio della nascita, della morte, della rinascita, della nuova vita e poi ancora della morte, e così all'infinito.

L’induismo considera il suicidio, cui è contrario in assoluto, un atto che causa impedimento alla liberazione finale, aumentando il "Karma" negativo individuale, le scritture affermano genericamente che morire per suicidio (e per ogni tipo di morte violenta) porta a diventare un fantasma, destinato a vagare sulla terra fino al momento in cui si sarebbe dovuti morire se non ci si fosse suicidati.

L’unica eccezione in merito al suicidio è la pratica sati la quale prevede che, una volta morto il marito, la vedova si immoli viva sulla pira funeraria del consorte defunto. Il rito in passato era percepito come un atto di devozione verso il marito e solo le donne virtuose erano in grado di compierlo. Il rito si diffuse in epoca medievale tra le caste dei sacerdoti e dei militari, le più elevate, in un contesto in cui le donne erano considerate dai maschi esseri inferiori. Per gli uomini appartenenti a tali caste, la moglie era vista come un peso, in quanto non contribuiva all'economia familiare, ed era ritenuta una proprietà del marito. Dunque, nel caso della morte dell'uomo, la donna diventava una nullità e la prospettiva del suicidio era l'unica logica. Oggi la pratica sati è vietata dalla legge nei paesi a maggioranza Indù: può essere arrestato sia chi la promuove, sia chi assiste passivamente all'evento. La maggior parte dell'opinione pubblica è attualmente contraria al rito sati, perciò i fenomeni di pressione sulle vedove sono molto rari, nonostante ci siano ancora donne che tentano il suicidio sul rogo funerario del marito.

Buddismo

 

Il suicidio e l'eutanasia possono essere ammessi se le motivazioni che spingono a questi atti non nascondono odio verso se stessi o verso gli altri. Il Dalai Lama si è recentemente detto favorevole al suicidio assistito:

 

“Una mente pacifica al momento della morte è essenziale e quindi, prima che il dolore divenga intollerabile, l'eutanasia è giustificabile”.

 

Secondo il Buddismo, le azioni passate influenzano pesantemente le esperienze presenti dell’individuo; le azioni presenti, a loro volta, diventano influenza per le esperienze future (la dottrina del karma). L’azione intenzionale della mente, del corpo o del linguaggio ha una reazione. Tale reazione, o ripercussione, è la causa delle condizioni e delle differenze in cui ci imbattiamo nel mondo.

Il Buddismo insegna che tutte le persone sperimentano una sofferenza sostanziale, la quale ha origine prima di tutto dalle gesta negative del passato (in modo karmico), o in quanto parte del samsara, il ciclo della nascita e della morte. Altre ragioni per la sofferenza dell’esperienza individuale sono la transitorietà (anitya) e l’illusione (maya). Poiché ogni cosa è in uno stato costante di transitorietà o di flusso, gli individui rimangono insoddisfatti dai fugaci eventi della vita. Per uscire dalla samsara, il Buddismo invoca il Nobile Ottuplice Sentiero.

Per i Buddisti, il suicidio è chiaramente una forma di azione negativa. A differenza del Cristianesimo e di altre religioni occidentali, il Buddismo non condanna però il suicidio, ma piuttosto ne annuncia le ragioni. Un’antica ideologia Asiatica simile al seppuku (hara-kiri) continua ad influenzare i Buddisti oppressi verso la scelta dell’atto del suicidio d’onore. Anche in tempi moderni, i monaci Tibetani hanno usato tale ideale per protestare contro l’occupazione cinese del Tibet e contro le violazioni dei diritti umani compiute dalla Cina contro i tibetani.

Nonostante tali opinioni sembra che il buddhismo creda che ci sia qualcosa d'intrinsecamente sbagliato nel togliersi la vita (come anzi nel togliere la vita a qualsiasi essere vivente) e che la motivazione -per quanto sia molto importante nella valutazione della moralità delle azioni- non sia il solo metro della rettitudine. Ammettere un ruolo determinante alla motivazione lascia però insoddisfatti in quanto apre la porta alla teoria etica conosciuta come soggettivismo. Il soggettivismo sostiene che il giusto e lo sbagliato esistano solamente in funzione dello stato mentale dell'agente e che gli standard morali siano una faccenda di opinioni o sensazioni personali. Per il soggettivista nulla è oggettivamente moralmente buono o moralmente cattivo e le azioni in sé stesse non hanno caratteristiche morali di rilievo. Il metodo delle "radici del male" è soggettivismo in quanto ritiene che la stessa azione (il suicidio) possa essere sia giusta che sbagliata a seconda dello stato mentale della persona che si suicida: la presenza del desiderio (o della paura) lo rende sbagliato e l'assenza del desiderio (o della paura) lo rende giusto.


 

 

Merialdi Martina, Ottonello Andrea, Pandolfo Beatrice, Valbusa Greta VC

 

 

http://www.liceograssi.it/progetto_-dialogo_intereligioso/Nuova%20cartella/documenti/Il%20suicidio%20(cristianesimo,%20ebraismo,%20islam,%20induismo,%20buddismo).htm

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29 gennaio 2014 3 29 /01 /gennaio /2014 22:43

il Sufismo. Nelle parole dei Maestri Sufi

 

Cos'è il Sufismo nelle parole dei Maestri Sufi


In verità egli (il sufi) è come la terra, calpestata dai pii e dagli empi, è come le nubi, la cui ombra si estende su ogni cosa, è come la pioggia che bagna ogni cosa (senza distinzione).
Junayd al-Baghdadi

Il Sufismo è abbandonare quello che hai nella testa, donare ciò che hai nella mano e non ritrarti da ciò che sopravviene.
Abu Said ben Abi-l-Khair
La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia solo coloro che la cercano la trovano.
Bayazid al-Bistami
Sufismo consiste nel ristabilirsi nello stato di equilibrio di prima che si entrasse nell'esistenza.
Abu Bakr ash-Shibli
Sufismo consiste nell'essere con Allah, senza attaccamenti per nulla che non sia Lui.
Junayd al-Baghdadi
Il Sufismo consiste nell’abbandonarsi a Dio in conformità con ciò che Dio vuole.
ibn Ahmad di Ruwaym


Il Tasawwuf non é un sistema costituito da regole o da scienze, ma comportamento: se fosse una regola, potrebbe essere fatto proprio con lo sforzo accanito, se fosse una scienza, potrebbe essere acquisito con l’istruzione.
E’ invece un comportamento (analogico): conformatevi all’azione di Allah! Ma è impossibile adeguarsi all’azione di Allah per mezzo di regole o di scienze.
Abu-l-Hussain an-Nuri

Sufismo consiste nel non possedere alcunché e che niente e nessuno possegga te.
Samnun

Sufismo consiste nel possedere tutte le qualità dell’eccellenza del carattere (khulq) e lasciare ogni qualità riprovevole.
Abu Muhammad Al-Jariri

Sufismo è quando in ogni momento il servitore di Allah è in accordo con ciò che è più appropriato (awla) a quel momento.
'Amr ibn 'Uthman al-Makki

Sufismo consiste nel raggiungere una stazione spirituale (nashr maqam) ed essere nell'unione costante (ittisal bi-dawam)."
'Ali ibn 'Abd al-Rahim al-Qannad

Il Sufismo è abbandonarsi all'attimo fuggente (waqt).
Abu Sa'id Kharraz

- Il tasawwuf è afferrare le verità e rinunciare a ciò che è nelle mani degli uomini.
Ma'ruf Al-Karkhi (+ 2oo E.) (R., 149, I; T.A., 1, 272).

La scienza utile è quella i cui raggi si dispiegano nel petto e con la quale dal cuore è tolto il suo velo
Ibn 'Atà Allàh

- Il tasawwuf è questo: che le azioni (del sufi) non tengano conto del sùfì: esse sono note soltanto ad Alláh; che egli sia sempre con Alláh in un modo conosciuto soltanto da Alláh.
Abu Sulayman Ad-Darani (+ 215 E.) (T.A., I, 233).

- Sufi è colui che conserva un cuore puro nei confronti di Alláh.
Bishr Al-Hafi (+ 227 E.)(T.A., 1, 112).

- Gli fu chiesto del tasawwuf, ed egli rispose: « Sono gente che hanno preferito Alláh a qualsiasi altra cosa, perciò Alláh li ha preferiti a qualsiasi altra cosa».
Dhul-L-Nun (+ 245 E.) (R., 149, 20; T.A., 1, 133).

- Il sufi è tale che, quando parla, il suo linguaggio è l'essenza del suo stato, ciò significa che quando parla non dice nulla senza essere egli stesso quel qualcosa; e quando tace il suo comportamento esprime il suo stato e traduce all'esterno il distacco di esso. (T.A. 126).

- Il sufi non è insozzato da nulla e tutto è da lui purificato.
Abu Turab Al-Nakshabi (+ 245 E.)(R., 149).

- Il tasawwuf è un nome che include tre concetti.
Il sufi è colui in cui la luce della conoscenza divina non spegne la luce della pietà;
è colui che non manifesta all'esterno dottrine esoteriche in contraddizione con il significato letterale del Corano e con la Sunna;
e il potere di compiere miracoli non gli fa violate gli obblighi sacri imposti da Alláh.
Sari As-Saqati (+ 257 E.)(R., 12; T.A., ->82).

- Il tasawwuf è tutto disciplina.
Abu Hafs Al-Haddad (+ circa 265 E.) (T.A., 1, 33I)

- Il sufi è colui che si è purgato da ogni lordura ed è diventato un ricettacolo di meditazione, e in Prossimità di Allàh è escluso dal genere umano; ai suoi occhi l'oro e la terra sono di egual valore.
Sahl B. Adullah At-Tustari (T. A., I, 264).

-Il tasawwuf è: nutrirsi parcarnente, riposarsi in Alláh e fuggire dagli uomini. (T.A., 264).

Abu Sa 'id al-Kharraz (+ 286 E.)
- Gli dornandarono cosa fosse il tasawwuf. Rispose: « Il súfi è reso puro dal suo Signore ed è riempito di splendori, ed è immerso nella quintessenza delle delizie grazie alla pratica dell' " incantazione" (dhikr) ».

Summun al Muhlbb (+ 297 E.)
- Interrogato a proposito del tasawwuf, rispose: «Consiste in ciò: che non possederai nulla e nulla ti possiederà ». (R., 148).

'Amr Ben 'Uthman Al-Makki (+ 291 E.)
- Gli fu domandato cosa fosse il tasawwuf. Rispose: « (Si applica) a qualcuno che è sempre occupato di ciò che è piú adatto a lui in quel rnomento ». (R., -148).

Abu-L Hussayn An-Nuri (+ 295 E.)
- E' un attributo del súfi esser sereno quando non ha nulla, e non esser egoista quando gli vien dato qualcosa. (R., -149).

- I sufi sono coloro che si sono liberati dalle sozzure dello stato umano e si sono purificati dalla macchia dell'ego e liberati dalle brame; perciò sono in pace con Allàh e sono situati nei primi ranghi della prossimità e nel grado piú elevato; sfuggiti da tutto ciò che non sia Lui, non sono né padroni né schiavi. (T.A.).

- Il sufi è colui a cui nulla è attaccato, e non si attacca a nulla. (T.A.).

- Il tasawwuf non è un sistema costituito da regole o da scienze, ma comportamento: (ciò equivale a dire che) se fosse una regola, potrebbe esser fatto proprio con lo sforzo accanito, e se fosse una scienza, potrebbe essere acquisito con l'istruzione; è invece un comportamento (analogico). Formatevi sull'azione di Alláh! Ma è impossibile adeguarsi all'azione di Allàh per mezzo di regole o di scienze. (T.A.).

- Il tasawwuf è libertà, generosità, assenza di autorepressione, e liberalità. (T.A.).

- Il tasawwuf è rinunciare a ogni acquisizione egoistica per conquistare la Verità. (T.A.).

- Il tasawwuf è odio per il mondo e desiderio del Signore. (T.A.).

Sheikh Ansari
- L'occhio pieno della visione di questo mondo non può vedere gli attributi dell'altro mondo. L'occhio pieno degli attributi dell'altro mondo sarà privato della Bellezza dell'Unicità (Kashf al Asrar, Vol. 7, p. 511)

Sufi non è chi porta sempre il tappeto da preghiera, né chi indossa vestiti rattoppati, né chi mantiene certe abitudini e apparenze; ma Sufi è colui che attira l'attenzione di tutti, pur nascondendosi. Sufi è colui che durante il giorno non necessita di sole e di notte non ha bisogno della luna. L'essenza del Sufismo è l'inesistenza assoluta che non necessita di esistenza, dato che non c'è esistenza oltre a quella di Allah." Abul Hassan Ali ibn Jafar Al Kharqani, il grande Naqshbandi sheikh, possa Allah santificare la sua anima e benedire il suo segreto.
Abul Hassan Ali ibn Jafar Al Kharqani

Legenda:

R.: Tratto dalla Risalat al Qushairiyya di Imam Qushairi

T.A.:tratto dalla Tadhkiratu-l-Awliyya di Fariduddin 'Attar

Dalle Fatawa di Sheykh 'Abd al-Halim Mahmud: Sul Sufismo

Shaykh 'Abd al-Halim Mahmud, il capo dell'autorità religiosa in Egitto (Shaikh al-Azhar) fino alla sua morte nel 1978, nel suo libro di dichiarazioni legali (Fatawa) mise in chiaro la natura del Sufismo nel modo seguente:

Abu Bakr al-Kattani affermò nella sua defnizione di Sufismo (at-Tasawwuf) che (esso) consiste in comportamenti [di qualità elevata] (kuluq). Perciò chi assume un comportamento che migliora in qualità, anche la sua purezza aumenterà.

Abu al-Hasan al-Nawawi affermava, "il Sufismo non consiste né in particolari usi, né nella conoscenza. Ma è costituito da un comportamento [di qualità elevata] (kuluq). Là dove è costituito da consuetudini particolari, può essere ottenuto attraverso lo sforzo (al-mujahada) e là dove è costituito dalla conoscenza, può essere raggiunto attraverso l'istruzione, Il Sufismo, tuttavia, consiste nell'assumere le qualità di Dio (aklaq-Allah).

Shibli ha definito il Sufismo dicendo che il suo inizio è la gnosi di Dio; e il suo punto finale è la Sua affermazione di unità. E la definizione comprensiva è nelle parole di Abu Bakr al-Kattani, il Sufismo è purità e testimonianza.

E il Sufismo cominciò immediatamente con [l'avvento de] l'Islam. Questo è perché l'Islam è costituito da un comportamento nobile così come da un'armonizzazione a Dio sia nelle faccende semplici che in quelle di enorme importanza. Trai primi Sufi dopo i Compagni [del Profeta] e i Seguaci [che sono succeduti a loro] ci fu Ibrahim ibn Ad'ham e Fudayl ibn'Ayyad.

Come conseguenza della confusione della gente tra i termini asceta (zahid), adoratore ('abid), e Sufi, possiamo affermare quel che segue: l'asceta è colui che si allontana dai beni del mondo e dalle sue cose piacevoli.. L'adoratore è colui che pone attenzione nell'osservare gli atti di adorazione, come alzarsi di notte per pregare (al-qiyam), compiere le preghiere canoniche (al-salat), e così via. Il Sufi è sia un asceta che un adoratore. Così il Sufi si astiene dal mondo, visto che è al di là del punto in cui niente può distrarlo da Dio. Ma il Sufi è anche un adoratore per la sua costanza con Dio e il suo legame con Dio (possa Egli essere esaltato). Egli adora Dio perché Dio è "adorabile", non per desiderio, né per paura.

La santa donna Sufi Rabi'ah al-'Adawiya- possa Allah essere compiaciuto di lei- disse, "Oh Dio, se io Ti adorassi per paura del Tuo fuoco infernale, gettamici dentro. E se Ti adorassi per il desiderio del Tuo paradiso, impediscimi di entrarvi. E se Ti adorassi per amore del Tuo nobile volto, non proibirmi di vederTi." (Dalla Fatwa dell'Imam 'Abd al-Halim Mahmud, p. 334)
FONTE: Sufi.it
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28 gennaio 2014 2 28 /01 /gennaio /2014 23:09

A cose nuove parole nuove: così richiede la chiarezza del linguaggio, per evitare la confusione che nascerebbe dall'attribuire diversi significati ad una stessa parola. Le parole spirituale, spiritualista, spiritualismo hanno un significato ben definito, e quindi se si volesse attribuirne loro uno nuovo per applicarlo alla dottrina degli Spiriti, si moltiplicherebbero gli equivoci.allan-kardec

Lo Spiritualismo è l'opposto del Materialismo, per la qual cosa coloro che credono di avere in sé qualche cosa di diverso dalla materia sono spiritualisti; ma da questo non consegue che essi credano all'esistenza degli Spiriti, e molto meno alla possibilità delle loro comunicazioni col mondo visibile. Per designare quindi questa credenza noi, invece delle parole spirituale e spiritualismo, adoperiamo quelle di spiritico e spiritismo, che hanno il pregio di essere assai chiare, lasciando alla parola spiritualismo il suo significato comune.

Noi dunque diremo che la dottrina spiritica, cioè lo Spiritismo, ha come principio la credenza nelle relazioni fra il mondo materiale e il mondo invisibile, cioè fra gli uomini e gli spiriti, e chiameremo spiritisti coloro che accettano questa dottrina.

Alan Kardec (Il libro degli Spiriti)


Dottrina: Insieme delle cognizioni apprese mediante studio approfondito. Complesso dei dogmi e dei principi della fede cristiana.

Codificare: Raggruppare norme secondo un ordine sistematico.

 

 

 

 

 

"Allan Kardec - è il nome con cui è conosciuto uno dei grandi pensatori del Cristianesimo spiritista. Si Chiamava in realtà Hippolyte Lèon Denizard Rivail. Nato a Lyon in Francia(1804) da famiglia borghese che lo educa a principi forti, di onestà e virtù. Dopo i primi studi a Bourg, i genitori nel 1814 lo mandano a studiare nel prestigioso Istituto Pedagogico di Jean Henry Pestalozzi a Yverdon, sul lago di Neuchatel, in Svizzera. Nell'istituto si seguivano i principi naturalistici del grande filosofo Jean Jacques Rousseau: i giovani vi venivano educati senza il ricorso, a quel tempo abituale, a punizioni corporali.

 

Nel 1818 Lèon si diploma brillantemente: conosce, oltre al francese, l'inglese, il tedesco, e l'olandese e possiede una straordinaria preparazione etica e culturale. Fonda a Parigi una scuola ispirata alla Pedagogia di Pestalozzi. Nel 1831 pubblica il fondamentale studio " Qual è il sistema di studio più in armonia con le necessità dell' epoca? " grazie al quale ottiene il Premio dell' Accademia reale di Arras. Si dedicò alla pedagogia fino al 1848, quando iniziò a studiare lo Spiritismo. La sua piena conversione avvenne perô solo tra il 1854 ed 1855.

Le prime esperienze medianiche osservate da Lèon Denizard si verificarono in una non meglio precisata sera del maggio 1855 nella casa parigina della signora Plainemaison. Decise cosi di studiare razionalmente le legge che presiedono ai fenomeni spiritisti . Il 25 marzo 1856, dopo mesi di studi indefessi, aveva raccolto gran parte del materiale che andrà a costituire Il Libro degli Spiriti, diventando così il codificatore di quei fenomeni. Poco più di un mese dopo, il 30 aprile, seppe della sua missione dalla medium Aline C. Scelse lo pseudonimo Allan Kardec per i misteriosi legami che lo vincolavano a vite anteriori, ma soprattutto per non mischiare la sua opera di docente con il suo lavoro di codificatore spiritista.

Con straordinaria passione scrive Il Libro degli Spiriti, pubblicato nel 1857, conteneva 501 quesiti, stampati su doppia colonna, una per le domande, l'altra per le risposte degli spiriti.

Dal 1857 al 1869 si dedicò completamente al spiritismo: fondò nell' aprile 1858, la Società parigina per gli Studi Spiritisti e, poco dopo, la Rivista Spiritista. Via via diede vita a un poderoso sistema di corrispondenza con diversi paesi, viaggiando e tenendo conferenze per stimolare la formazione di nuovi centri e per completare la sua missione di codificatore. Pubblicò altri quattro libri, che con il Libro degli Spiriti formano il cosiddetto Pentateuco Kardequiano: Libro dei Medium(1861)/Il Vangelo secondo lo Spiritismo(1864)/Il Cielo e l'Inferno(1865)/La Genesi(1868).

Nel pieno dell'attività quando non aveva ancora 65 anni, Allan Kardec disincarnò il 31 marzo 1869, per un aneurisma cerebrale."

Frasi di Allan Kardec che sono i principi della Dottrina Spiritista:

 

 

1- Senza carità, nessuna salvezza.

2- Nascere, morire e ancora rinascere e progredire senza sosta:questa è la legge.

3- Non esiste fede incrollabile se non quella che può guardare la ragione faccia a faccia in tutte le epoche dell'Umanità.

Lo Spiritismo è simultaneamente scienza d'osservazione e dottrina filosofica. Come scienza pratica, consiste nelle relazioni che si possono stabilire cogli Spiriti, come filosofia comprende tutte le conseguenze morali che emanano da queste relazioni.

E lo si può definire così:

Lo Spiritismo è una scienza che tratta della natura, dell'origine e del destino degli Spiriti e dei loro rapporti col mondo corporeo.

Dal libro "Che cos'è lo Spiritismo", Allan Kardec.

 

http://www.vitaoltrelavita.it/allan-kardec/3-allan-kardec-e-la-dottrina-dello-spiritismo.html

 

 

 

 

 

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28 gennaio 2014 2 28 /01 /gennaio /2014 22:11

Il Ghost Hunting è quella branca della ricerca parapsicologica che si occupa di studiare e archiviare, in modo serio e scientifico, tutti quei fenomeni definiti Paranormali o presunti tali. La figura del Ghost Hunter si perde nelle pieghe del tempo; tant’è vero che già nell’antichità si cercò di studiare questi fenomeni al di fuori della normalità, facendolo con molta cautela per evitare di incorrere nelle maglie della Santa Inquisizione, ricerca bollata dalla Chiesa come diabolica, anche se essa stessa non disdegnante indagini a questo campo!
Antesignano dei Ghost Hunter è Harry Price che visse a cavallo tra l’800 e il 900 in Inghilterra e, che grazie ai sui studi ed esperimenti, sdoganò la “caccia ai fantasmi”. Nel Tempo e a causa di una errata riproduzione di tale figura professionale da parte dei media e in specialmodo dal cinema attuale, si è perso il vero significato dei Ghost Hunter, visto nell’immaginario comune come degli accaniti cacciatori armati fino ai denti! Essi sono, però,  ”Ricercatori” seri in grado di trasmettere, nel tempo, le testimonianze di tali fenomeni.
Anche se gli inglesi vantano il primato di Ghost Hunter, l’Italia con la sua storia e con gli innumerevoli eventi di carattere paranormale, sembra essere l’indiscussa protagonista di questo campo di indagine scientifica ed essa risulta essere una delle Nazioni in cui i Ghost Hunter operano in maniera più massiccia.
Grazie alle nuove tecnologie atte a rilevare i fenomeni paranormali nell’ambiente circostante e interagendo con esso, spaziando dai campi della fotografia, delle registrazioni audio e video fino a delle vere e proprie “invenzioni” che uniscono tutti questi fattori in un’unica attrezzatura, le apparecchiature utilizzate dai Ghost Hunter sono più sofisticate e precise rispetto a quelle del passato e rendono più semplice le indagini in questo campo.
I Ghost Hunter di oggi, a differenza di quelli che operavano nel passato, i quali agivano singolarmente, effettuano le ricerca in “gruppo” in maniera da dividersi, al suo interno, i compiti stabiliti ed adatti ad ogni membro. Anche se ogni team ha un modo di operare proprio, le modalità di indagine rimangono pressoché identiche e condivise da tutti.

Lavoro e la strumentazione

Il lavoro del Ghost Hunter consiste di due momenti principali: uno preparatorio o iniziale ed uno definitivo. La fase iniziale è molto delicata, in quanto, prevede un primo sopralluogo preliminare basato sull’uso di strumenti standard e di facile trasporto, e soprattutto sulla conoscenza dei luoghi e delle persone, con le quali si instaurare un rapporto di fiducia per permettere loro di essere più precise possibile nella narrazione dei fatti.

In questa fase preparatoria non manca il solito taccuino e la solita penna come necessario è anche un registratore vocale. Innanzitutto si cerca di capire la natura del fenomeno per poi poter agire con la giusta strumentazione, dopo naturalmente, aver ricostruito, per quanto possibile, la storia dei luoghi e la biografia delle persone legate ad essi, indifferentemente dall’età del posto in cui si viene ad operare. Attraverso il colloquio con i soggetti interessati si fa emergere il problema, che spesso viene associato, erroneamente, agli edifici, trascurando gli individui e gli oggetti presenti in loco. Nella fase preparatoria, si ricorre a una strumentazione che permette al ricercatore di esaminare l’ambiente circostante alla ricerca di variazioni di campi elettromagnetici come i K2 e gli audio registratori per raccogliere velocemente le testimonianze; inoltre, vengono scattate anche delle foto dell’ambiente e, in generale,  nei punti d’interesse. Bisogna utilizzare, in questa fase, anche per  individuare punti d’accesso, le prese per l’elettricità, per esempio. Nel momento successivo, invece, si scelgono gli strumenti da portare in loco anche in base ai dati raccolti durante i momenti iniziali o preparatori. I ricercatori che indagano durante le prime fasi dell’indagine  informeranno anche il resto del équipe  che non ha  partecipato; in conseguenza di ciò, il materiale fotografico risulterà fondamentale per nel proseguo della ricerca. In questa fase, infatti, di solito  solo un paio di membri del gruppo di lavoro partecipa all’indagine, per evitare, così, di essere troppo invasivi, soprattutto nei sopralluoghi in ambienti privati. Alla fine di questi primi momenti di ricerca, lasciando da parte problemi personali legati al soggetto o ai soggetti, in questione, si passa alla fase successiva in cui vengono elaborati i dati raccolti. Nella fase successiva, invece, aumentando il numero di attrezzature da usare deve necessariamente aumentare il numero di operatori, in quanto ognuno si occupa del rispettivo campo di analisi.
Le strumentazioni possono essere fisse o mobili a seconda delle esigenze e delle situazioni, perciò, è necessario partire da coloro che hanno  che operano sul campo nella prima fase.  Essi infatti devono porre in atto delle esperienza che possono evitare di fornire loro materiale alterato o discutibile. Per evitare eventuali critiche o  contestazioni si utilizza, quindi, materiale fotografico di alta qualità e delle registrazioni vocali nelle quali si cerca di limitare i rumori di sottofondo e le voci di ambienti contigui che potrebbero alterare l’indagine. Questi sono solo alcuni  esempi che spesso portano a risultati poco chiari che danno adito a equivoci  che, in mano a persone poco competenti, diventano strumenti che potrebbero screditare il lavoro scientifico dei Ghost Hunter.

La metodologia degli HB

Il metodo di ricerca portato avanti dalla nostra équipe è quella di escludere a priori materiale poco chiaro, anche se può risultare interessante;non possiamo permetterci di  pubblicare foto ambigue ed utilizzarle solo per ottenere notorietà. Noi spieghiamo sempre tutto ai nostri amici  che ci seguono con parole semplici,  per metterli nella condizione di difendersi  da situazioni spesso banali.  Tutto il materiale audiovisivo  raccolto viene poi analizzato con cura dallo staff. Tuttavia ci sono situazioni difficili da valutare, quindi anche per avere un confronto, a volte, si ricorre alla collaborazione di professionisti che sono specialisti nel loro campo, fino al raggiungimento di un possibile risultato. Infine, dopo aver incrociato più dati possibili, si redige una relazione tecnica, da consegnare al soggetto interessato, comunicando tutto ciò che è stato riscontrato e le possibili cause. Se ci viene dato l’autorizzazione a pubblicare il risultato delle ricerche,  questo diventa un articolo, altrimenti rimane materiale classificato conservato nei nostri archivi privati.

 

http://www.hunterbrothers.it/il-ghost-hunting/


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27 gennaio 2014 1 27 /01 /gennaio /2014 22:50

photo-of-henrietta-lacks-cells-harvested-without-knowledge-or-consent-have-become-essential-to-modern-medicine.jpg

Il nome di Henrietta Lacks e' sconosciuto ai piu', eppure questa signora vissuta in Virginia e morta 60 anni fa ad appena 31 anni ha contribuito a piu' di 60 mila pubblicazioni scientifiche, cinque premi Nobel e ancora oggi partecipa a molte ricerche, soprattutto sul cancro.

A rendere immortale Henrietta sono state le cellule del tumore che l'ha uccisa, le prime che sia stato possibile far crescere e riprodurre in laboratorio e le cui 'figlie' ancora oggi sono usate.

La storia delle cellule HeLa inizia nell'aprile del 1951 a Baltimora, al Johns Hopkins Hospital che ha in cura Henrietta Lacks, una donna di colore discendente di schiavi liberati, e nei cui laboratori viene prodotta la prima linea 'immortale' delle cellule che saranno poi vendute in tutto il mondo.

Grazie alla loro capacita' di essere infettate dai virus queste aiuteranno a mettere a punto nel 1952 il vaccino per la poliomelite, e sono alla base degli studi che hanno portato alla clonazione, alla genomica e a molte altre aree della medicina, compresi studi sull'Aids e sul Papillomavirus.

Oltre a non poter vedere i risultati straordinari delle sue cellule, Henrietta e la sua famiglia non hanno neanche potuto godere di una minima parte delle ricchezze accumulate dalla sua commercializzazione: le cellule sono state infatti prelevate senza il consenso della paziente, e nessuna partecipazione e' stata prevista neanche per i discendenti, una situazione ben riassunta dalle parole di Deborah, la minore delle figlie, raccolte dalla giornalista Rebecca Skloot nel libro 'La vita immortale di Henrietta Lacks' che ripercorre la storia delle cellule e che e' appena stato tradotto in Italia: ''Se le cellule di nostra madre hanno fatto tanto per la medicina, com'e' che la sua famiglia non puo' permettersi di vedere un dottore?''.

Oggi la stessa giornalista ha fondato la Henrietta Lacks Foundation per cercare di risarcire sia i familiari sia tutte le vittime inconsapevoli di esperimenti medici, e anche grazie al libro la figura di Henrietta sta affiancando nell'immaginario collettivo quella, ben piu' conosciuta, delle sue cellule:

''Queste cellule sono fondamentali non solo per la scienza, ma anche perche' hanno fatto iniziare il dibattito sul consenso informato - spiega Paolo Vezzoni dell'Istituto di tecnologie biomediche avanzate (Itba) del Cnr - io le ho usate in passato, e anche se ora ci sono moltissime linee cellulari diverse e piu' specifiche, si puo' dire che quella delle cellule HeLa ha aperto la strada a tutte le altre''.

fonte ANSA

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15 gennaio 2014 3 15 /01 /gennaio /2014 22:27

L’avvocato Vitto Claut è nato a Montereale Valcellina, vive a Pordenone, ha due studi legali, uno in città e uno a Udine («Sono della vecchia scuola, faccio sia civile che penale»), è single, senza figli («Ma è come se ne avessi cinquanta sparsi per l’Italia, metà carriera l’ho passata facendo adozioni internazionali»), ha 57 anni e vorrebbe viverne almeno altri trecento: «Ma basterebbe anche un giorno in più di quanto ha stabilito il destino». Desiderio legittimo e comune a ogni mortale. Vitto Claut, però - sarà per deformazione professionale - i desideri tende a trasformarli in fatti concreti. È per questo che un mese fa ha firmato un contratto con l’Alcor Life Extension Foundation di Scottsdale, Arizona - il più importante centro di criogenesi del mondo - per essere ibernato dopo la morte.
È il primo italiano a farlo, e l’unico finora. Ed è talmente entusiasta, che è già proiettato nella fase successiva del progetto: creare anche in Italia un istituto per l’«estensione della vita», tre parole magiche che riecheggiano in decine di romanzi, film e fumetti: «Mi piacerebbe trovare un imprenditore che lavori con me per creare un centro come quello americano. Perché? Per dare una speranza in più alle persone». Speranza: la parola chiave. «Tutto è iniziato circa cinque anni fa, quando venni a sapere dell’esistenza negli Stati Uniti di un istituto dove i corpi delle persone vengono portati a temperature che arrestano il decadimento fisico fino a che la scienza riuscirà a riportarli in vita. Una speranza in più per l’umanità, insomma. “Devo andare là e capire come funziona”, mi dico».
E così, nell’estate del 2003 l’avvocato Vitto Claut vola in Arizona e si ferma una settimana alla Alcor per un sopralluogo: «Molto gentili, mi hanno spiegato le procedure, i termini del contratto e fatto visitare il centro: in quel momento si trovavano ibernate sessanta persone, oggi sono più di cento, tra i quali personaggi famosi: lo psicologo James Bedford, il primo uomo a essere criogenizzato, nel ’67, e poi senatori, industriali, il campione di baseball Ted Williams...».
L’avvocato Vitto Claut, un ottimismo inversamente proporzionale alla lunghezza di un cognome mozzato con la mannaia, non ha mai amato i romanzi o film di fantascienza - «semmai i western» -, ha girato 160 Paesi, dal Cile all’Australia, un po’ per necessità («Facevo la guida turistica per pagarmi gli studi»), un po’ per lavoro («Come avvocato per anni ho accompagnato all’estero le famiglie che adottavano bambini») e un po’ per piacere («Da studente accompagnai un amico a Londra a riscuotere dei soldi che il papà, fabbricante di scarpe, non riusciva a riavere. Gli riportammo la somma, 20 milioni, e ce ne regalò uno a testa») e soprattutto, da buon avvocato, è un tipo molto scrupoloso: «Mi sono preso un anno per decidere. Ho voluto sapere tutto, studiarmi ogni clausola del contratto, capire le conseguenze giuridiche per quanto riguarda i beni personali in Italia, che andranno ai miei eredi mentre io semplicemente pago una rata annuale perché la Alcor dopo morto mi tenga ibernato nei suoi laboratori fino a quando si troverà il metodo di riportarmi in vita. Quando mi è stato tutto chiaro, sono tornato in America e ho firmato. Naturalmente dopo aver fatto tutte le visite mediche di rito, per via dell’assicurazione».
Assicurazione, esatto. Perché la Alcor non accetta clienti affetti da Aids, o malati terminali o comunque con una prospettiva di vita troppo breve. Perché la Fondazione possa disporre del denaro necessario a mantenersi, occorre che i soci paghino, da vivi, un certo numero di quote. «La Alcor non è una società, ma un’associazione senza scopo di lucro. Se muoio prima, smetto di pagare e godo comunque del servizio di ibernazione. Se invece precipito con l’aereo e il mio corpo è irrecuperabile, allora niente criogenesi e la Fondazione si tiene tutto quello che ho già versato usandolo per la ricerca. Questo è più difficile da immaginare, ma la Alcor, che non per nulla è stata inventata da americani, notoriamente gente pragmatica, oltre al servizio di «criogenesi totale», offre anche la possibilità (a prezzi decisamente più contenuti: 80mila dollari) della «neurosospensione». A essere ibernata cioè è solo la testa, l’unico organo, a pensarci bene, davvero insostituibile, perché quando ci si risveglierà - se ci si risveglierà - la scienza avrà trovato il modo di innestare il cervello in un nuovo corpo.
A oggi, sono già un centinaio i «pazienti» conservati sotto zero all’interno della Alcor in attesa di risorgere e circa 800 le persone in lista di attesa per essere sottoposte al trattamento al momento della loro morte. Per farlo, però, hanno solo sei ore di tempo. «Il processo di ibernazione deve iniziare subito, nel giro di poche ore. E se io muoio in Italia? Addio criogenesi, ho fatto tutto per nulla. È per questo, capisce, che è importante aprire un centro anche qui da noi. Comunque, se invece mi viene diagnosticata una malattia “controllabile”, quando sono al limite mi trasferisco in Arizona in un ospedale convenzionato con la Fondazione e rimango lì in attesa...». In attesa del trapasso, della certificazione medica di morte avvenuta, poi della sostituzione del sangue con glicerina, del raffreddamento progressivo del corpo, infine dell’incapsulamento, avvolto in un foglio metallico e a testa in giù («Dicono serva a conservare meglio il cervello») in un contenitore blindato che viene portato a 200 gradi sotto zero. «Li ho visti. Sono dei contenitori di acciaio alti cinque metri, sembrano dei barilot, così li chiamiamo in friulano. L’istituto, invece, più che un ospedale sembra un’università: un edificio basso, molto grande, con sale conferenze, laboratori, uffici...».
Vitto Claut, detto per inciso, da anni sovvenziona un istituto per bambini sordo-muti in Congo, a Brazzaville, città fondata nel 1880 da un suo compaesano, Pietro Savorgnan di Brazzà. È per loro che ogni settimana gioca all’Enalotto: spera di vincere la somma necessaria per ingrandire l’ospedale. «Capisce adesso perché mi faccio ibernare? È come fare la schedina. Anche se ho una sola possibilità su un miliardo di essere riportato in vita, io me la gioco. Sono fatto così». Dell’avvocato Claut i colleghi dello studio dicono che solo a lui possono venire in mente certe idee... farsi ibernare, questa poi! La madre, 85 anni e una fede di ferro, dice semplicemente che è matto, ma lo dice ridendo. «Mamma è cattolicissima, io invece sono... non voglio dire ateo, ma indifferente all’altra vita. Credo solo in questa, che mi piace troppo peraltro. È la ragione per la quale voglio provare a viverne un altro pezzo tra un paio di secoli. Anche solo un giorno, o un mese chissà. Cosa farò se riescono a riportarmi in vita nel futuro? Bella domanda... Tutto quello che non sono riuscito a fare nel passato. E se l’uomo sarà andato su Marte, andrò a farmi un bel viaggio». Detto da uno che non ama la fantascienza.Ogni anno paga una rata di 3.600 dollari alla Alcor Life Extension Foundation di Scottsdale (Arizona), fino a un totale di 175mila dollari.

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