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28 gennaio 2014 2 28 /01 /gennaio /2014 22:11

Il Ghost Hunting è quella branca della ricerca parapsicologica che si occupa di studiare e archiviare, in modo serio e scientifico, tutti quei fenomeni definiti Paranormali o presunti tali. La figura del Ghost Hunter si perde nelle pieghe del tempo; tant’è vero che già nell’antichità si cercò di studiare questi fenomeni al di fuori della normalità, facendolo con molta cautela per evitare di incorrere nelle maglie della Santa Inquisizione, ricerca bollata dalla Chiesa come diabolica, anche se essa stessa non disdegnante indagini a questo campo!
Antesignano dei Ghost Hunter è Harry Price che visse a cavallo tra l’800 e il 900 in Inghilterra e, che grazie ai sui studi ed esperimenti, sdoganò la “caccia ai fantasmi”. Nel Tempo e a causa di una errata riproduzione di tale figura professionale da parte dei media e in specialmodo dal cinema attuale, si è perso il vero significato dei Ghost Hunter, visto nell’immaginario comune come degli accaniti cacciatori armati fino ai denti! Essi sono, però,  ”Ricercatori” seri in grado di trasmettere, nel tempo, le testimonianze di tali fenomeni.
Anche se gli inglesi vantano il primato di Ghost Hunter, l’Italia con la sua storia e con gli innumerevoli eventi di carattere paranormale, sembra essere l’indiscussa protagonista di questo campo di indagine scientifica ed essa risulta essere una delle Nazioni in cui i Ghost Hunter operano in maniera più massiccia.
Grazie alle nuove tecnologie atte a rilevare i fenomeni paranormali nell’ambiente circostante e interagendo con esso, spaziando dai campi della fotografia, delle registrazioni audio e video fino a delle vere e proprie “invenzioni” che uniscono tutti questi fattori in un’unica attrezzatura, le apparecchiature utilizzate dai Ghost Hunter sono più sofisticate e precise rispetto a quelle del passato e rendono più semplice le indagini in questo campo.
I Ghost Hunter di oggi, a differenza di quelli che operavano nel passato, i quali agivano singolarmente, effettuano le ricerca in “gruppo” in maniera da dividersi, al suo interno, i compiti stabiliti ed adatti ad ogni membro. Anche se ogni team ha un modo di operare proprio, le modalità di indagine rimangono pressoché identiche e condivise da tutti.

Lavoro e la strumentazione

Il lavoro del Ghost Hunter consiste di due momenti principali: uno preparatorio o iniziale ed uno definitivo. La fase iniziale è molto delicata, in quanto, prevede un primo sopralluogo preliminare basato sull’uso di strumenti standard e di facile trasporto, e soprattutto sulla conoscenza dei luoghi e delle persone, con le quali si instaurare un rapporto di fiducia per permettere loro di essere più precise possibile nella narrazione dei fatti.

In questa fase preparatoria non manca il solito taccuino e la solita penna come necessario è anche un registratore vocale. Innanzitutto si cerca di capire la natura del fenomeno per poi poter agire con la giusta strumentazione, dopo naturalmente, aver ricostruito, per quanto possibile, la storia dei luoghi e la biografia delle persone legate ad essi, indifferentemente dall’età del posto in cui si viene ad operare. Attraverso il colloquio con i soggetti interessati si fa emergere il problema, che spesso viene associato, erroneamente, agli edifici, trascurando gli individui e gli oggetti presenti in loco. Nella fase preparatoria, si ricorre a una strumentazione che permette al ricercatore di esaminare l’ambiente circostante alla ricerca di variazioni di campi elettromagnetici come i K2 e gli audio registratori per raccogliere velocemente le testimonianze; inoltre, vengono scattate anche delle foto dell’ambiente e, in generale,  nei punti d’interesse. Bisogna utilizzare, in questa fase, anche per  individuare punti d’accesso, le prese per l’elettricità, per esempio. Nel momento successivo, invece, si scelgono gli strumenti da portare in loco anche in base ai dati raccolti durante i momenti iniziali o preparatori. I ricercatori che indagano durante le prime fasi dell’indagine  informeranno anche il resto del équipe  che non ha  partecipato; in conseguenza di ciò, il materiale fotografico risulterà fondamentale per nel proseguo della ricerca. In questa fase, infatti, di solito  solo un paio di membri del gruppo di lavoro partecipa all’indagine, per evitare, così, di essere troppo invasivi, soprattutto nei sopralluoghi in ambienti privati. Alla fine di questi primi momenti di ricerca, lasciando da parte problemi personali legati al soggetto o ai soggetti, in questione, si passa alla fase successiva in cui vengono elaborati i dati raccolti. Nella fase successiva, invece, aumentando il numero di attrezzature da usare deve necessariamente aumentare il numero di operatori, in quanto ognuno si occupa del rispettivo campo di analisi.
Le strumentazioni possono essere fisse o mobili a seconda delle esigenze e delle situazioni, perciò, è necessario partire da coloro che hanno  che operano sul campo nella prima fase.  Essi infatti devono porre in atto delle esperienza che possono evitare di fornire loro materiale alterato o discutibile. Per evitare eventuali critiche o  contestazioni si utilizza, quindi, materiale fotografico di alta qualità e delle registrazioni vocali nelle quali si cerca di limitare i rumori di sottofondo e le voci di ambienti contigui che potrebbero alterare l’indagine. Questi sono solo alcuni  esempi che spesso portano a risultati poco chiari che danno adito a equivoci  che, in mano a persone poco competenti, diventano strumenti che potrebbero screditare il lavoro scientifico dei Ghost Hunter.

La metodologia degli HB

Il metodo di ricerca portato avanti dalla nostra équipe è quella di escludere a priori materiale poco chiaro, anche se può risultare interessante;non possiamo permetterci di  pubblicare foto ambigue ed utilizzarle solo per ottenere notorietà. Noi spieghiamo sempre tutto ai nostri amici  che ci seguono con parole semplici,  per metterli nella condizione di difendersi  da situazioni spesso banali.  Tutto il materiale audiovisivo  raccolto viene poi analizzato con cura dallo staff. Tuttavia ci sono situazioni difficili da valutare, quindi anche per avere un confronto, a volte, si ricorre alla collaborazione di professionisti che sono specialisti nel loro campo, fino al raggiungimento di un possibile risultato. Infine, dopo aver incrociato più dati possibili, si redige una relazione tecnica, da consegnare al soggetto interessato, comunicando tutto ciò che è stato riscontrato e le possibili cause. Se ci viene dato l’autorizzazione a pubblicare il risultato delle ricerche,  questo diventa un articolo, altrimenti rimane materiale classificato conservato nei nostri archivi privati.

 

http://www.hunterbrothers.it/il-ghost-hunting/


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27 gennaio 2014 1 27 /01 /gennaio /2014 22:50

photo-of-henrietta-lacks-cells-harvested-without-knowledge-or-consent-have-become-essential-to-modern-medicine.jpg

Il nome di Henrietta Lacks e' sconosciuto ai piu', eppure questa signora vissuta in Virginia e morta 60 anni fa ad appena 31 anni ha contribuito a piu' di 60 mila pubblicazioni scientifiche, cinque premi Nobel e ancora oggi partecipa a molte ricerche, soprattutto sul cancro.

A rendere immortale Henrietta sono state le cellule del tumore che l'ha uccisa, le prime che sia stato possibile far crescere e riprodurre in laboratorio e le cui 'figlie' ancora oggi sono usate.

La storia delle cellule HeLa inizia nell'aprile del 1951 a Baltimora, al Johns Hopkins Hospital che ha in cura Henrietta Lacks, una donna di colore discendente di schiavi liberati, e nei cui laboratori viene prodotta la prima linea 'immortale' delle cellule che saranno poi vendute in tutto il mondo.

Grazie alla loro capacita' di essere infettate dai virus queste aiuteranno a mettere a punto nel 1952 il vaccino per la poliomelite, e sono alla base degli studi che hanno portato alla clonazione, alla genomica e a molte altre aree della medicina, compresi studi sull'Aids e sul Papillomavirus.

Oltre a non poter vedere i risultati straordinari delle sue cellule, Henrietta e la sua famiglia non hanno neanche potuto godere di una minima parte delle ricchezze accumulate dalla sua commercializzazione: le cellule sono state infatti prelevate senza il consenso della paziente, e nessuna partecipazione e' stata prevista neanche per i discendenti, una situazione ben riassunta dalle parole di Deborah, la minore delle figlie, raccolte dalla giornalista Rebecca Skloot nel libro 'La vita immortale di Henrietta Lacks' che ripercorre la storia delle cellule e che e' appena stato tradotto in Italia: ''Se le cellule di nostra madre hanno fatto tanto per la medicina, com'e' che la sua famiglia non puo' permettersi di vedere un dottore?''.

Oggi la stessa giornalista ha fondato la Henrietta Lacks Foundation per cercare di risarcire sia i familiari sia tutte le vittime inconsapevoli di esperimenti medici, e anche grazie al libro la figura di Henrietta sta affiancando nell'immaginario collettivo quella, ben piu' conosciuta, delle sue cellule:

''Queste cellule sono fondamentali non solo per la scienza, ma anche perche' hanno fatto iniziare il dibattito sul consenso informato - spiega Paolo Vezzoni dell'Istituto di tecnologie biomediche avanzate (Itba) del Cnr - io le ho usate in passato, e anche se ora ci sono moltissime linee cellulari diverse e piu' specifiche, si puo' dire che quella delle cellule HeLa ha aperto la strada a tutte le altre''.

fonte ANSA

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15 gennaio 2014 3 15 /01 /gennaio /2014 22:27

L’avvocato Vitto Claut è nato a Montereale Valcellina, vive a Pordenone, ha due studi legali, uno in città e uno a Udine («Sono della vecchia scuola, faccio sia civile che penale»), è single, senza figli («Ma è come se ne avessi cinquanta sparsi per l’Italia, metà carriera l’ho passata facendo adozioni internazionali»), ha 57 anni e vorrebbe viverne almeno altri trecento: «Ma basterebbe anche un giorno in più di quanto ha stabilito il destino». Desiderio legittimo e comune a ogni mortale. Vitto Claut, però - sarà per deformazione professionale - i desideri tende a trasformarli in fatti concreti. È per questo che un mese fa ha firmato un contratto con l’Alcor Life Extension Foundation di Scottsdale, Arizona - il più importante centro di criogenesi del mondo - per essere ibernato dopo la morte.
È il primo italiano a farlo, e l’unico finora. Ed è talmente entusiasta, che è già proiettato nella fase successiva del progetto: creare anche in Italia un istituto per l’«estensione della vita», tre parole magiche che riecheggiano in decine di romanzi, film e fumetti: «Mi piacerebbe trovare un imprenditore che lavori con me per creare un centro come quello americano. Perché? Per dare una speranza in più alle persone». Speranza: la parola chiave. «Tutto è iniziato circa cinque anni fa, quando venni a sapere dell’esistenza negli Stati Uniti di un istituto dove i corpi delle persone vengono portati a temperature che arrestano il decadimento fisico fino a che la scienza riuscirà a riportarli in vita. Una speranza in più per l’umanità, insomma. “Devo andare là e capire come funziona”, mi dico».
E così, nell’estate del 2003 l’avvocato Vitto Claut vola in Arizona e si ferma una settimana alla Alcor per un sopralluogo: «Molto gentili, mi hanno spiegato le procedure, i termini del contratto e fatto visitare il centro: in quel momento si trovavano ibernate sessanta persone, oggi sono più di cento, tra i quali personaggi famosi: lo psicologo James Bedford, il primo uomo a essere criogenizzato, nel ’67, e poi senatori, industriali, il campione di baseball Ted Williams...».
L’avvocato Vitto Claut, un ottimismo inversamente proporzionale alla lunghezza di un cognome mozzato con la mannaia, non ha mai amato i romanzi o film di fantascienza - «semmai i western» -, ha girato 160 Paesi, dal Cile all’Australia, un po’ per necessità («Facevo la guida turistica per pagarmi gli studi»), un po’ per lavoro («Come avvocato per anni ho accompagnato all’estero le famiglie che adottavano bambini») e un po’ per piacere («Da studente accompagnai un amico a Londra a riscuotere dei soldi che il papà, fabbricante di scarpe, non riusciva a riavere. Gli riportammo la somma, 20 milioni, e ce ne regalò uno a testa») e soprattutto, da buon avvocato, è un tipo molto scrupoloso: «Mi sono preso un anno per decidere. Ho voluto sapere tutto, studiarmi ogni clausola del contratto, capire le conseguenze giuridiche per quanto riguarda i beni personali in Italia, che andranno ai miei eredi mentre io semplicemente pago una rata annuale perché la Alcor dopo morto mi tenga ibernato nei suoi laboratori fino a quando si troverà il metodo di riportarmi in vita. Quando mi è stato tutto chiaro, sono tornato in America e ho firmato. Naturalmente dopo aver fatto tutte le visite mediche di rito, per via dell’assicurazione».
Assicurazione, esatto. Perché la Alcor non accetta clienti affetti da Aids, o malati terminali o comunque con una prospettiva di vita troppo breve. Perché la Fondazione possa disporre del denaro necessario a mantenersi, occorre che i soci paghino, da vivi, un certo numero di quote. «La Alcor non è una società, ma un’associazione senza scopo di lucro. Se muoio prima, smetto di pagare e godo comunque del servizio di ibernazione. Se invece precipito con l’aereo e il mio corpo è irrecuperabile, allora niente criogenesi e la Fondazione si tiene tutto quello che ho già versato usandolo per la ricerca. Questo è più difficile da immaginare, ma la Alcor, che non per nulla è stata inventata da americani, notoriamente gente pragmatica, oltre al servizio di «criogenesi totale», offre anche la possibilità (a prezzi decisamente più contenuti: 80mila dollari) della «neurosospensione». A essere ibernata cioè è solo la testa, l’unico organo, a pensarci bene, davvero insostituibile, perché quando ci si risveglierà - se ci si risveglierà - la scienza avrà trovato il modo di innestare il cervello in un nuovo corpo.
A oggi, sono già un centinaio i «pazienti» conservati sotto zero all’interno della Alcor in attesa di risorgere e circa 800 le persone in lista di attesa per essere sottoposte al trattamento al momento della loro morte. Per farlo, però, hanno solo sei ore di tempo. «Il processo di ibernazione deve iniziare subito, nel giro di poche ore. E se io muoio in Italia? Addio criogenesi, ho fatto tutto per nulla. È per questo, capisce, che è importante aprire un centro anche qui da noi. Comunque, se invece mi viene diagnosticata una malattia “controllabile”, quando sono al limite mi trasferisco in Arizona in un ospedale convenzionato con la Fondazione e rimango lì in attesa...». In attesa del trapasso, della certificazione medica di morte avvenuta, poi della sostituzione del sangue con glicerina, del raffreddamento progressivo del corpo, infine dell’incapsulamento, avvolto in un foglio metallico e a testa in giù («Dicono serva a conservare meglio il cervello») in un contenitore blindato che viene portato a 200 gradi sotto zero. «Li ho visti. Sono dei contenitori di acciaio alti cinque metri, sembrano dei barilot, così li chiamiamo in friulano. L’istituto, invece, più che un ospedale sembra un’università: un edificio basso, molto grande, con sale conferenze, laboratori, uffici...».
Vitto Claut, detto per inciso, da anni sovvenziona un istituto per bambini sordo-muti in Congo, a Brazzaville, città fondata nel 1880 da un suo compaesano, Pietro Savorgnan di Brazzà. È per loro che ogni settimana gioca all’Enalotto: spera di vincere la somma necessaria per ingrandire l’ospedale. «Capisce adesso perché mi faccio ibernare? È come fare la schedina. Anche se ho una sola possibilità su un miliardo di essere riportato in vita, io me la gioco. Sono fatto così». Dell’avvocato Claut i colleghi dello studio dicono che solo a lui possono venire in mente certe idee... farsi ibernare, questa poi! La madre, 85 anni e una fede di ferro, dice semplicemente che è matto, ma lo dice ridendo. «Mamma è cattolicissima, io invece sono... non voglio dire ateo, ma indifferente all’altra vita. Credo solo in questa, che mi piace troppo peraltro. È la ragione per la quale voglio provare a viverne un altro pezzo tra un paio di secoli. Anche solo un giorno, o un mese chissà. Cosa farò se riescono a riportarmi in vita nel futuro? Bella domanda... Tutto quello che non sono riuscito a fare nel passato. E se l’uomo sarà andato su Marte, andrò a farmi un bel viaggio». Detto da uno che non ama la fantascienza.Ogni anno paga una rata di 3.600 dollari alla Alcor Life Extension Foundation di Scottsdale (Arizona), fino a un totale di 175mila dollari.

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14 gennaio 2014 2 14 /01 /gennaio /2014 22:36

Auto americane da sogno, foto

  • Cadillac Eldorado 1959
  • Cadillac Eldorado 1955
  • Cadillac Eldorado Seville 1959
  • Cadillac Eldorado 1976
  • Chevrolet Camaro ZL1
  • Chevrolet Camaro 1975

 

Avete sempre desiderato guidare le mitiche auto da sogno americane, sia d’epoca che moderne, che di solito si vedono solo nei film? In questo articolo vi mostriamo quelle che secondo noi sono le migliori e (soprattutto tra quelle d’epoca) quelle che hanno scritto e scriveranno la storia.
La selezione non è stata facile: i costruttori americani dal dopoguerra in avanti hanno realizzato un lungo elenco di capolavori a quattro ruote, caratterizzati da soluzioni all’avanguardia e dalle motorizzazioni mastodontiche rispetto ai motori europei. Naturalmente nella lista non mancherà la Ford Mustang, vettura simbolo della tradizione americana e protagonista in molti film come Bullit con Steve McQueen.

 

 

Cadillac Eldorado

Cadillac Eldorado

Costruita dal 1953 al 2003, la Cadillac Eldorado venne realizzata in versione berlina, coupé e cabriolet. Modello più lussuoso del marchio Cadillac, nel corso degli anni ‘50 la sua linea innovativa creò un nuovo stile copiato da tutti i costruttori americani. Tra i modelli più ricercati dai collezionisti, troviamo la versione realizzata in collaborazione con Elvis Presley: verniciata con 40 mani di tinta color oro e personalizzata nell’abitacolo con dischi d’oro e due chitarre in sostituzione delle alette parasole, la Cadillac Eldorado del 1965 appartenuta ad Elvis è stata venduta a 120.000 dollari.
La parte più caratteristica di questa vettura forse sono le pinne posteriori che la rendono unica, ma non bisogna dimenticarsi delle dimensioni: girando per le strade del nostro Paese è impossibile non farsi notare vista la lunghezza e la larghezza che la rendono molto difficile da manovrare nel traffico e nelle strade non molto larghe.

Ford Mustang

Ford Mustang Shelby

La Ford Mustang è il sogno dei giovani automobilisti americani. Venduta da sempre ad un prezzo concorrenziale, la Ford Mustang debuttò nel 1964 a New York: ad oggi ancora in produzione, è arrivata alla sesta serie. Realizzata in versione coupé e cabrio, la Mustang è stata utilizzata in moltissimi film: leggendo la lunga lista troviamo Bullit, la saga di Fast and Furios, Fuori in 60 Secondi e molti altri.
Nella gallery allegata a questo articolo la trovate in diverse versioni tra cui spiccano soprattutto le varie Shelby (in particolare la GT500, probabilmente la migliore oltre che la più conosciuta).

Dodge Charger

Dodge Charger

Da piccoli non vi perdevate mai una puntata di Hazzard ma avete sempre ignorato che modello fosse il Generale Lee, la macchina utilizzata dai fratelli Duke? Si tratta di una Dodge Charger R/T del 1969, spinta dal possente HEMI da ben 7.000 centimetri cubici, con 350 cavalli di potenza e tanta ma tanta coppia. Ambita dai collezionisti di automobili, le Dodge Charger R/T utilizzate nel telefilm Hazzard possono superare il valore di 100 mila euro.
Ancora in produzione, la Dodge Charger viene prodotta con carrozzeria berlina a 4 porte e in alcune versioni può arrivare a potenze superiori ai 400 cavalli.

Chevrolet Corvette

Chevrolet Corvette

Ci troviamo davanti ad un’altra pietra miliare dell’automobilismo americano: la Chevrolet Corvette rappresenta la vettura sportiva a stelle e strisce per eccellenza. Prodotta dal 1953 ed ancora in produzione in versione coupé, cabrio e roadster, la ‘Vette ha venduto milioni di esemplari lungo la sua carriera. Oltre alla versione stradali, la Chevrolet Corvette è utilizzata del campionato GT FIA e ha partecipato all’ultima edizione della 24 Ore di Le Mans.

Ford GT40

Ford GT

Nata per celebrare le quattro vittorie alla 24 Ore di Le Mans dal 1966 al 1969, la Ford GT40 rappresenta uno degli esemplari d’epoca più costosi del costruttore americano. Realizzata in quattro versioni, la GT40 MKI era spinta dalla motorizzazione 4.7L prelevato dalla Shelby Cobra.
Quanto costa entrare in possesso di una Ford GT40? Se trovate un modello in vendita originale – sul mercato ci sono tantissime repliche – preparatevi a firmare un assegno superiore al milione di euro.

Plymouth Barracuda

Plymouth Barracuda

La Plymouth Barracuda viene considerata una tra le Muscle Car più famose. Prodotta dalla sezione Plymouth della Chrysler dal 1964 al 1974, la Barracuda è stata realizzata in versione coupé e abbinata a motori V6 e V8 con potenze superiori ai 200 cavalli. Alla fine degli anni ‘60 fu realizzata anche in versione da gara e pronta per partecipare alle gare d’accelerazione.

Ford Gran Torino

Ford Gran Torino

Resa celebre dal telefilm Starsky e Hutch, la Ford Gran Torino deve il suo nome all’omonima città italiana. Evoluzione del modello Torino, la Ford Gran Torino fu prodotta a partire dal 1972 per soli due anni. Spinta dal motore V8 da 5800 cc, era in grado di raggiungere la velocità massima di 185 km/h. Anche in questo caso le valutazioni restano alte a causa del limitato periodo di vendita. E’ stata vista al cinema anche in uno degli ultimi film di Clint Eastwoot, intitolato proprio come la vettura: Gran Torino.

Shelby Cobra

Shelby Cobra

Difficilissima da trovare originale, la Shelby Cobra (quella in foto è una 427) è un’auto che non è per niente avara nel regalare emozioni molto forti ed intense. Prodotta dal 1962 al 1967, con la cura di Carrol Shelby la Cobra sotto il cofano ha ricevuto un mostruoso V8 di 7 litri che le consente di accelerare da 0 a 100 in meno di 4 secondi ma di farlo con una brutalità incredibile. Le auto sportive in genere hanno un telaio rigido per evitare al minimo le flessioni torsionali, la Cobra è tutto il contrario invece: il suo telaio è fatto in modo tale da piegarsi per tenere le ruote aggrappate al suolo. Accoppiato alle ruote larghe permetteva alla Shelby Cobra di stravincere in qualsiasi competizione. E’ un’auto che ha scritto la storia, se ne volete una cominciate a cercare e preparatevi a sborsare cifre astronomiche ma per lei qualsiasi cifra va bene perché non fa pentire mai.

Chevrolet Camaro

Camaro

In produzione dal 1966, la Chevrolet Camaro è arrivata ai giorni d’oggi caratterizzata da una linea aggressiva e motorizzazioni capaci di incollare il guidatore al sedile. In Italia, dopo essere stata richiesta gran voce dagli appassionati è finalmente in vendita – in versione coupé e cabriolet – a partire da 39 mila euro. La nuova Chevrolet Camaro è stata utilizzata anche nel terzo episodio del film Transformer.

Dodge Viper

Dodge Viper

Nata nel 1992, la Dodge Viper è stata realizzata in due versioni, fino alla sua sparizione dai listini del 2010. Realizzata in versione coupé e cabrio, la Dodge Viper è sempre stata caratterizzata da prestazioni da vera supercar: l’ultimo esemplare prodotto, spinto dal V10 da 600 cavalli, era in grado di accelerare da 0 a 100 km/h in 3.6 secondi e raggiungere la velocità massima di 325 km/h.

Saleen S7

Saleen S7

Prodotta dalla piccola factory americana Saleen, la S7 è una supercar prodotta dal 2001 al 2007. Realizzata in diverse versioni, il modello più potente è rappresentato dalla versione Twinturbo da 760 cavalli, capace di superare di slancio i 300 km/h di velocità massima

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5 gennaio 2014 7 05 /01 /gennaio /2014 22:36

Immagine di una Befana

La Befana è una vecchia brutta e gobba, con il naso adunco e il mento aguzzo, vestita di stracci e coperta di fuliggine, perchè entra nelle case attraverso la cappa del camino.

Infatti la notte tra il 5 e il 6 gennaio, mentre tutti dormono infila doni e dolcetti nelle calze dei bambini appese al caminetto.

Ai bambini buoni lascia caramelle e dolcetti, a quelli cattivi lascia pezzi di carbone.

La Befana si festeggia nel giorno dell'Epifania, che di solito chiude le vacanze natalizie.

Il termine “Befana” deriva dal greco “Epifania” che significa “apparizione, manifestazione”.

Avvenne nella notte tra il 5 ed il 6 gennaio che i Re Magi fecero visita a Gesù per offrirgli oro, incenso e mirra.

Anche la Befana apparve nei cieli, a cavallo della sua scopa, ad elargire doni o carbone, a seconda che i bambini siano stati buoni o cattivi.

Una leggenda spiega la coincidenza così:

una sera di un inverno freddissimo, bussarono alla porticina della casa della Befana tre personaggi elegantemente vestiti: erano i Re Magi che, da molto lontano, si erano messi in cammino per rendere omaggio al bambino Gesù.

Le chiesero dov’era la strada per Betlemme e la vecchietta indicò loro il cammino ma, nonostante le loro insistenze lei non si unì a loro perché aveva troppe faccende da sbrigare.

Dopo che i Re Magi se ne furono andati sentì che aveva sbagliato a rifiutare il loro invito e decise di raggiungerli.

Uscì a cercarli ma non riusciva a trovarli.

Così bussò ad ogni porta lasciando un dono ad ogni bambino nella speranza che uno di loro fosse Gesù.

Così, da allora ha continuato per millenni, nella notte tra il 5 ed il 6 gennaio a cavallo della sua scopa…

La figura della Befana ha origini più antiche dell’Epifania dalla quale ha preso il nome!

La sua origine si perde nella notte dei tempi discendendo da tradizioni magiche precristiane, prima di fondersi con elementi folcloristici e cristiani.

Una tradizione dei popoli celtici, che erano insediati in tutta la pianura padana e su parte delle Alpi.

I Celti, insediati anche nella pianura padana e su parte delle Alpi, celebravano strani riti officiati da maghi -sacerdoti chiamati druidi, durante i quali grandi fantocci di vimini venivano dati alle fiamme per onorare divinità misteriose e crudeli, se in epoche antiche i vimini imprigionavano come vittime sacrificali, animali e, talvolta, prigionieri di guerra.

 

 


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2 gennaio 2014 4 02 /01 /gennaio /2014 23:05

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Una rivoluzionaria scoperta di un team di scienziati dell’Università di Firenze mette in relazione l’intossicazione da Cadmio con la Sindrome da Affaticamento Cronico

Il sito Ambientebio.it ha recentemente pubblicato un interessante studio medico-scientifico che evidenzia il legame fra inquinamento da metalli pesanti, in particolare il cadmio, alla Sindrome da Affaticamento Cronico, una patologia sempre più diffusa e per certi versi ancora oscura. Ne ha dato ampio risalto questa settimana il sito Tanker Enemy, da sempre molto attento a queste ricerche.

Conosciuta in ambito scientifico internazionale come Chronic Fatigue Syndrome,  è un disturbo dalle origine ancora non bene chiarite, che causa una spossatezza prolungata e debilitante nonché molteplici sintomi quali cefalea, faringite ricorrente, dolori muscolari ed alle articolazioni, disturbi del sonno, perdita di memoria, difficoltà di concentrazione e uno stato di malessere generale. Esserne colpiti, infatti, è un po’ come ritrovarsi all’improvviso con le batterie a terra, e non essere minimamente in grado di ricaricarle. I sintomi di questa patologia si protraggono in genere almeno per sei mesi, ma spesso nella realtà possono anche durare anni. Il più evidente di essi è proprio una soglia di affaticamento bassissima anche a fronte di sforzi fisici e mentali minimi. Chi soffre di questa sindrome prova, come ha evidenziato Paola Fantaguzzi in un suo articolo del 2012, un senso di spossatezza costante che non si riesce ad alleviare con il riposo, che si accentua dopo qualunque sforzo e che conduce, in tempi rapidi, a dover modificare radicalmente il proprio stile di vita. L’autorevole scienziato canadese Donald Scott, scomparso nel 2011, ipotizzò che la principale causa di questa sindrome fosse un determinato micoplasma geneticamente modificato e molto aggressivo, ma quasi sicuramente le cause ed i cofattori di una simile affezione sono molteplici. É comunque assodato che i metalli pesanti (in particolare alluminio, bario, stronzio, ferro, manganese) sono all’origine di molte patologie neurodegenerative, come del resto è altamente probabile che la dispersione di nanoparticolato metallico, attraverso le quotidiane e letali operazioni di geoingegneria clandestina,  sia la principale causa dell’incremento esponenziale e della sempre maggiore diffusione di queste affezioni e dell’abbassamento dell’età delle persone che ne vengono colpite.

Importanti novità scientifiche sono emerse recentemente proprio dall’Italia, in particolare per quanto riguarda il legame fra la Sindrome da Affaticamento Cronico ed i metalli pesanti. Uno studio internazionale, promosso dall’Università di Firenze ha infatti presentato nuove importanti ipotesi riguardo questa correlazione. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

Un gruppo di ricerca della Facoltà di Medicina dell’Università di Firenze, guidato dai Professor Gulisano e Ruggiero, ha recentemente pubblicato un articolo scientifico sulla prestigiosa rivista Medical Hypotheses dove si ipotizza per la prima volta una relazione tra esposizione al cadmio e questa sindrome, che è nota anche come Encefalomielite Malgica. Come hanno evidenziato questi scienziati, questa sindrome neurologica invalidante colpisce milioni di persone nel mondo e si calcola che in Italia i malati siano nell’ordine delle centinaia di migliaia, anche se purtroppo in molti di loro la patologia non è correttamente diagnosticata. Infatti la diagnosi risulta incerta, lunga e complessa e spesso i malati sono costretti a subire esami diagnostici per mesi e mesi prima di arrivare alla diagnosi. Come per molte affezioni neurodegenerative, le cause non sono note e la terapia, spesso soltanto palliativa, ha scarsi risultati. Il gruppo di ricerca fiorentino, nell’articolo pubblicato, ipotizza per la prima volta un legame tra la malattia ed esposizione al cadmio. Il cadmio è un metallo pesante cancerogeno molto diffuso nei paesi industrializzati, che deriva dall’inquinamento urbano, dal’incenerimento dei rifiuti, dai processi industriali, dal fumo di tabacco, e soprattutto dalla geoingegneria clandestina. I ricercatori fiorentini, dopo aver dimostrato i danni indotti dal cadmio sui neuroni umani, hanno messo a punto una tecnica ecografica semplice e priva di rischi che permette di studiare la corteccia cerebrale senza l’uso di radiazioni, in modo da evidenziare fenomeni di infiammazione o di danno encefalico nei pazienti affetti da Sindrome da Affaticamento Cronico e nei soggetti esposti al cadmio. In questa maniera, sarà possibile diagnosticare precocemente i danni neurotossici conseguenti all’esposizione al cadmio (ad esempio, nei fumatori o nelle persone che vivono in prossimità di aree inquinate, di impianti industriali o inceneritori) ed individuare i sintomi della patologia in modo da intervenire in modo tempestivo. Sarà anche possibile monitorare la malattia e la risposta alle diverse terapie in via di sperimentazione nel mondo, con l’auspicio di poter osservare una reversione del danno cerebrale. Il prestigio internazionale della rivista dove i ricercatori fiorentini hanno pubblicato lo studio è testimoniato dalla presenza nel comitato editoriale dei Premi Nobel Arvid Carlsson, John Eccles, Frank Macfarlane Burnet e Linus Pauling, e del pioniere della Filosofia della Scienza, Sir Karl Popper. L’articolo, reperibile sul sito della rivista Medical Hypotheses  è inoltre stato immediatamente inserito nel database della National Library of Medicine del Governo degli Stati Uniti d’America.

Come Fiorentino e come Italiano mi sento particolarmente orgoglioso del fatto che questo importante studio sia avvenuto nel mio Paese e nella mia Città e mi auguro che il lavoro di questi scienziati possa contribuire va sensibilizzare la popolazione sui seri rischi che un’esposizione ai metalli pesanti comporta per la nostra salute.

Nicola Bizzi

Come cercare di trovare un rimedio a tale intossicamento?

Esiste già in commercio(chissà perchè) qualcosa che può aiutarci a riguardo:

zeolite

La zeolite è un minerale di origine vulcanica

 

che, grazie alla sua struttura microporosa, può essere utile al nostro organismo per disintossicarsi dalle sostanze dannose che circolano al suo interno, dovute al metabolismo delle cellule o a fattori esterni come alimentazione e respirazione.

La zeolite, infatti, soprannominata “lo spazzino dell’organismo” possiede la grande capacità di assorbire tossine, metalli pesanti, pesticidi e micotossine.

Una volta entrata nel nostro organismo e arrivata nel tratto gastro-intestinale non solo non è tossica ma non viene neppure assorbita, svolge infatti il suo lavoro all’interno dell’intestino, grazie ad un reazione chimica. La zeolite possiede una struttura cristallina a carica negativa e quindi assorbe i cationi, ovvero le sostanze che hanno carica positiva, tra queste appunto metalli pesanti, nitrosamine e ammonio. 

Ottime potenzialità ha poi la zeolite nel preservare l’organismo dai danni dei radicali liberi grazie alle sue doti antiossidanti ed inoltre, grazie alla riduzione di ioni ammonio all’interno del corpo, assumere zeolite favorisce la concentrazione, diminuisce il senso di stanchezza, aumenta la resistenza fisica e riduce l’acido lattico. Ecco perché spesso la assumono gli sportivi.

Oltre all’uso interno della zeolite, questo minerale è ottimo anche per applicazioni topiche in caso di acne, pruriti, dermatiti, psoriasi e altre problematiche della pelle. In questo caso bisogna prendere una puntina di polvere e tamponarla sulle zone interessate con un batuffolo imbevuto d’acqua, massaggiando delicatamente.

COME UTILIZZARLA

Per quanto riguarda la zeolite in polvere, come prevenzione si può prendere la punta di 1 cucchiaino 2 volte al giorno prima dei pasti, mentre se si vuole fare una disintossicazione dai metalli pesanti la posologia consigliata è di 1 cucchiaino (5 grammi) mezz’ora prima di ogni pasto principale. Se si assume in capsule, solitamente la dose consigliata è di 3 al giorno. L’unica accortezza da avere quando si assume zeolite è quella di bere molta acqua, dato infatti il potere assorbente di questo minerale la possibile controindicazione è quella di iniziare ad avere problemi di stitichezza.

DOVE TROVARLA

La zeolite è un prodotto non ancora molto diffuso e quindi non è sempre facilmente reperibile in erboristerie e negozi di alimentazione e rimedi naturali. Spesso però, su richiesta, è possibile ordinarla ed è un servizio che offrono anche le tradizionali farmacie. L'alternativa è quella di acquistare la polvere di zeolite o le capsule a base di questo minerale direttamente online.

Francesca Biagioli

 

La zeolite è uno strano materiale. Basta spruzzarci sopra un po' d'acqua e immediatamente comincia a emanare calore. Arriva fino a 80 gradi, per poi asciugarsi e tornare rapidamente allo stato di partenza, pronta a surriscaldarsi di nuovo. Non per niente il suo nome significa "pietra che bolle". Si comporta così per il modo in cui è fatta, perché ha al proprio interno minuscole cavità che intrappolano le particelle d'acqua e, frenandole, fanno sì che l'energia che le molecole possiedono si trasformi in calore.

 


 

 

 

 

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30 dicembre 2013 1 30 /12 /dicembre /2013 23:08

Il circo Zoppis senza animali sta mietendo successi in tutto il mondo

Il circo senza animali che sta conquistando il mondo 

 

Il circo Zoppis è stato definito la risposta europea al Cirque du Soleil. Quello che lo distingue dagli altri circhi è la scelta di non usare nessun tipo di animali e di puntare tutti i suoi spettacoli esclusivamente sull’abilità degli artisti. Ma oltre alla grande capacità degli acrobati e alla spettacolarità delle scenografie, c’è una componente filosofica che permea le rappresentazioni: il rispetto per la natura e per tutte le specie viventi.

In questi giorni il Circo Zoppis è a Torino con lo spettacolo “Magnifico Acquatico”. La scelta dell’amministrazione comunale di ospitare un circo senza animali è stata accolta con grande entusiasmo non solo dalle associazioni animaliste ma dal pubblico in generale, come dimostra la folla che ogni giorno si accalca per partecipare agli spettacoli. Un pubblico eterogeneo composto da bambini e adulti, che si diverte un mondo e rimane affascinato dalla spettacolarità di questo grande show.

Nella valutazione del circo per le feste natalizie, il Comune di Torino è andato incontro alle tante richieste arrivate dalle associazioni ambientaliste e dalla Consulta del volontariato animalista, che già gli anni scorsi aveva caldeggiato per il circo Zoppis.

La scelta della famiglia Zoppis di puntare sull’abilità degli acrobati e sulle scenografie anziché sullo sfruttamento degli animali fa sì che la rappresentazione sia infinitamente più spettacolare di quanto normalmente ci si aspetti da un circo.


Una delle tante esibizioni degli artisti del Magnifico Acquatico

Coreografie studiate nei minimi particolari, scenografie grandiose, scelta musicale e tempi perfetti, acrobati di altissimo livello, soluzioni tecniche che lasciano a bocca aperta... tutto questo non è ancora sufficiente per spiegare l’effetto che il Magnifico Acquatico riesce a produrre nello spettatore. Una scelta innovativa e coraggiosa, che precorre i tempi e proietta verso quello che sarà inevitabilmente il futuro dei circhi.

Abbiamo incontrato la produttrice, Heidi Zoppis, che ci ha permesso di assistere alle prove. Heidi  proviene da una famiglia circense, era trapezista ed ha trasmesso la sua passione alle figlie. Pian piano, attraverso le sue parole e l’atmosfera che regnava tra i giovani artisti nel backstage, prendeva corpo in noi l’idea che stessimo assistendo a qualcosa di straordinario, di cui lo show è in fondo la parte più manifesta, la risultante di una magia che si crea ogni giorno e che sfocia nell’esplosione dello spettacolo. Un processo alchemico di cui alcuni ingredienti sono evidenti, come l’abilità e la bravura degli acrobati, altri invece sono la parte nascosta che dà anima al tutto.

La grande famiglia del Circo Zoppis vive come in una bolla, una realtà parallela fatta di armonia, di amicizia e di mutua assistenza, e purtuttavia questa grande famiglia sembra essere più radicata nella realtà di quanto non lo sia chi vive legato alla “normale” routine quotidiana.


I virtuosismi sull’acqua sono la costante di questo spettacolo

Effettivamente la vita circense tanto normale non è, se per “normale” si intende andare a lavorare al mattino, guardare la TV alla sera e fare un viaggio una volta l’anno.

Ma se mai qualcuno pensa che fare la vita da circense sia una fuga dalla vita reale, a contatto con il clan Zoppis si renderà conto che si sbaglia di grosso.

Innanzitutto colpisce l’istruzione di tutti i membri. Tutti parlano perfettamente sei o sette lingue, il meno poliglotta ne conosce almeno quattro. Il circo è seguito dal Ministero dell’Educazione spagnolo, tutti i ragazzi frequentano la scuola itinerante fino al liceo con maestri al seguito e con il supporto di internet che li mantiene in contatto con la scuola a Madrid. Tutti i giorni dalle 8 alle 2 di pomeriggio i ragazzi vanno a scuola. Ogni trimestre arrivano gli ispettori spagnoli per gli esami, mentre  l’esame di maturità viene invece sostenuto a Madrid.

L’altra cosa che colpisce è l’aspetto multiculturale. Ci sono artisti cinesi, russi, rumeni, francesi, italiani, spagnoli, tante persone di diverse etnie, differenti religioni, e nazionalità che si rispettano l’un l’altro e si accettano come fratelli senza nessuna discriminazione. Sono ragazzi che crescono a contatto con persone e luoghi di tutto il mondo, e forse proprio a causa di questo confronto culturale danno l’idea di essere molto più maturi dei loro coetanei non circensi.

La parola che viene più spesso in mente, a contatto con questa realtà, è “rispetto”. Rispetto per la natura, per gli animali, per gli altri, per tutte le culture e le religioni, come emerge dalle parole di Heidi Zoppis. Le chiediamo che cosa li ha spinti alla scelta dello spettacolo senza animali: “Per fare qualcosa di nuovo, di diverso, perché il nostro spettacolo è innovativo. E nonostante non ci siano gli animali piace agli adulti, ai piccoli. E’ stato creato per non avere gli animali e i bambini e gli adulti vedendo il nostro spettacolo non ne sentono la mancanza.


Sabine Zoppis è trapezista, discendente da una famiglia di trapezisti

Solo l’anno scorso abbiamo fatto un tour europeo che ha toccato otto nazioni e abbiamo avuto un grande successo sia in Spagna che in Italia, in Austria, in Grecia, da tutte le parti è piaciuto moltissimo sia ai grandi che ai bambini. Penso che questo sia inevitabilmente il futuro del circo. Noi vogliamo rispettare la natura, così come rispettiamo tutte le differenti etnie e le diverse religioni che fanno parte di questa famiglia circense.”

Lo spettacolo non è basato solo sulla spettacolarità e sull’abilità degli acrobati. Contiene anche un messaggio, da non sottovalutare, rivolto sia ai bambini che ai grandi. Lo show segue infatti una linea narrativa basata sulle avventure di un marinaio (il clown che fa da filo conduttore nel susseguirsi delle scene) che non sapendo nuotare si inabissa nelle profondità marine e incontra dei  fantastici personaggi, gli animali che abitano gli abissi. Qui impara a rispettare gli esseri marini, l’ambiente, il mare e nel suo percorso, che è la durata dello spettacolo, conosce degli esseri diversi da lui e da ognuno di loro impara qualcosa di nuovo ed interessante, ma soprattutto impara a rispettare le altre culture, a qualunque specie appartengano. Con questa nuova conoscenza decide di tornare in superficie portando con sé il valore dell’amicizia e del reciproco rispetto.

Un messaggio educativo che non può che far onore a questo circo innovativo anche dal punto di vista pedagogico. Far divertire i bambini (ma anche i grandi) dando un messaggio morale edificante credo sia il massimo risultato per uno spettacolo.


Il gran finale con tutti gli artisti

La scelta coraggiosa della Zoppis Production è ampiamente premiata dai risultati: non solo Magnifico Acquatico è stato visto da più di due milioni di persone, ma la produzione ha dato vita ad altri spettacoli altrettanto grandiosi, come il “Circo de los Horrores” che debutta il 20 dicembre a Madrid e gli show spettacolari del parco dei divertimenti Rainbow Magicland di Roma, tutti rigorosamente senza animali.

Entrare un po’ più da vicino nella vita quotidiana del circo Zoppis è come entrare in una vita da sogno, di quelle che si sognano da bambini. Un mondo coloratissimo con clown, grandi pupazzi, animali rigorosamente finti e animati da umani, trapezisti che si esercitano e gruppi di ragazzi che in contemporanea si allenano eseguendo numeri acrobatici complicatissimi. Il tutto condito con l’armonia che emana chi si diverte davvero e fa la cosa che più gli piace.

Sabine Zoppis, 18 anni, figlia di Heidi, è la trapezista che esegue il suo numero sospesa sopra un cerchio costituito da centinaia di fontane con zampilli d’acqua che si innalzano verso di lei, creando un effetto affascinante. Sabine, che presto intraprenderà gli studi universitari, dice: “La vita circense è una opportunità bellissima di conoscere tante culture, tanti posti e non ti annoi mai,  non c’è tempo di annoiarsi.”

Ivelise Zoppis, l’altra figlia di Heidi, che nello spettacolo fa acrobazie con la moto d’acqua, conosce perfettamente il cinese sia scritto che parlato avendolo imparato dagli artisti cinesi che fanno parte di questa “famiglia” circense.


Rosalba Nattero intervista Heidi Zoppis, produttrice dello spettacolo

“Questo è uno dei lati positivi del circo, - ci racconta Heidi Zoppis - conoscere il mondo, ma non come un turista bensì come un cittadino del luogo. In questo momento siamo tutti cittadini di Torino, e quando saremo in un’altra città saremo cittadini di quella città. Siamo cittadini del mondo.

Il nostro mondo è una proiezione nel futuro, i nostri giovani hanno la possibilità di conoscere il mondo e le usanze di ogni luogo. I ragazzi circensi di oggi sono avvantaggiati rispetto alla mia generazione perchè tramite internet rimangono collegati con i loro amici, fanno amicizia nei luoghi che incontrano e poi con i social network, con le mail, rimangono in contatto continuo, cosa che noi prima non potevamo fare.”

“Il nostro non è solo un lavoro – dice Heidi Zoppis - è una scelta di vita. Siamo sempre in viaggio, si cambiano città, e in qualunque città si arrivi siamo come una grande famiglia, ci proteggiamo a vicenda. Qualunque cosa abbia bisogno chi ci sta vicino, non è solo il nostro collega artista, è il nostro compagno di viaggio, è il nostro vicino di casa, è il nostro amico. Viaggiamo tutti insieme come una  grande famiglia unita che viaggia per il mondo.”

Sentendo queste parole, e respirando l’aria della quotidianità di questa grande famiglia, una punta d’invidia nasce dentro di noi insieme a un pensiero folle:  l’assurda voglia di mollare tutto e unirsi a loro.

 

Il Magnifico Acquatico rimarrà al Parco della Pellerina di Torino fino al 6 gennaio.

Info: www.circoacquatico.net

 

http://www.shan-newspaper.com/web/societa/992-magnifico-acquatico-il-circo-del-futuro.html

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26 dicembre 2013 4 26 /12 /dicembre /2013 22:41

anticipazioni mistero 2014Marco Berry, JaneAlexander, Daniele Bossari ed Andrea G. Pinketts saranno appoggiati dalle due new entry: Elenoire Casalegnola suobrette che sostituirà Lucilla Agosti (in dolce attesa) e il famosissimo pugile Clemente Russo. La bella Casalegno non compare in televisione da molto tempo, sicuramente sfrutterà l'occasione forte di una personalità forte che combacia con le caratteristiche del programma. Per il vincitore della medaglia d'oro nella categoria dei pesi massimi sarà un dolce ritorno nel piccolo schermo, ricordiamo che Clemente ha partecipato alla Talpa (nel 2008) ed è stato protagonista del reality Fratello Maggiore (nel 2012).

 

I due volti nuovi arricchiranno una trasmissione già consolidata dal grande successo ottenuto nelle passate edizioni, in attesa dei nuovi Misteri ci chiediamo: riusciranno ad eguagliare, almeno, il successo ottenuto negli anni scorsi ? Che impatto avranno le due new entry? Conoscendo il cast, le premesse sono di tutto rispetto, quindi non ci resta che attendere gennaio.

La conduttrice Lucilla Agosti (in dolce attesa) verrà sostituita da Eleonoire Casalegno che, dopo molte ospitate TV avrà nuovamente un posto in prima fila. Riconfermato il resto del cast formato da Marco Berry (attualmente impegnato anche con Lucignolo 2.0 insieme ad Enrico Ruggeri), Daniele Bossari (diviso tra misteri e il salotto pomeridiano del sabato di Canale 5, Verissimo), Jane Alexander e lo scrittore e giornalista Andrea Pinketts. Ovviamente, non potranno mancare anche i servizi di Adam Kadmon.

Di recente, la trasmissione aveva fatto “capolino”, con quattro appuntamenti, per l’esattezza a settembre ed ottobre con degli speciali con protagonista proprio Adam Kadmon e le sue interessanti teorie, da Lady Diana a Michael Jackson per poi spaziare indagando anche sulla questione legata agli Illuminati e le scie chimiche. Come ben sapete, grande parte del successo di Kadmon, sicuramente è dovuta al “mistero” che gira intorno alla sua persona, in quanto nessuno ne conosce la vera identità.

 

Dopo Natale le due new entry insieme alla vecchia e conosciuta truppa inizieranno a registrare le prime puntate del programma che andrà in onda su Italia 1. Abbandonata la vecchia location, Teatrino di Corte della villa Reale di Monza, le registrazioni saranno effettuate su un battello sospeso sulle acque del Lago di Como.

 

La trasmissione con ogni probabilità andrà in onda di mercoledì sera.

 


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25 dicembre 2013 3 25 /12 /dicembre /2013 23:02

Il Silbervogel fu un prototipo nazista dalle dubbie provenienze che sarebbe dovuto diventare un bombardiere sub-orbitale con tanto di motore a razzo in grado di portarlo nella stratosfera.Il progetto non venne mai eseguito,gli scenziati nazisti non si spinsero oltre il modellino della "Galleria del Vento".A tale proposito sono scaturiti infiniti dubbi su come i tedeschi potessero riuscire a creare aerei del genere,pensando dunque a delle scoperte sensazionali di origine ufologica e/o aliena con relativa tecnologia.


Il progetto ero molto innovativo in quanto incorporava la nuova tecnologia del motore a razzo ed il principio fisico del corpo portante, anticipando il futuro sviluppo di spazioplani come lo X-20 Dyna-Soar degli anni sessanta e lo Space Shuttle degli anni settanta. Alla fine fu considerato troppo complesso e costoso da produrre. Il progetto non andò mai oltre il test del modellino nella galleria del vento.

Il Silbervogel era progettato per raggiungere lunghissime distanze grazie ad una serie di corti rimbalzi (concetto che poi si è sviluppato nell'attuale Skip reentry). L'aereo avrebbe iniziato la missione su di una rotaia lunga circa 3 km spinto da una slitta alimentata da 12 razzi dotati dello stesso motore dei V2, fino a raggiungere una velocità di circa 1900 km/h; a quella velocità le ali lo avrebbero fatto decollare. Una volta in aria si sarebbe alzato con un'angolazione di 30° fino a raggiungere l'altitudine di 1.50 km, ad una velocità di 1850 km/h (1149 miglia orarie). A quel punto avrebbe usato il proprio motore, per continuare così a salire ad un'altitudine di 145 km (90 miglia) a cui avrebbe raggiunto una velocità di circa 22 100 km/h (13 800 miglia orarie). Quindi l'aereo sarebbe disceso nella stratosfera fino ad un'altitudine di 40 km, dove l'aumento della densità dell'aria avrebbe generato una portanza sulla pancia piatta dell'aereo che gli avrebbe permesso di riprendere nuovamente quota e ripetere il processo. A causa della resistenza fluidodinamica, ogni balzo sarebbe risultato più basso del precedente, ma secondo i calcoli il Silbervogel sarebbe stato in grado di attraversare l'oceano Atlantico con una bomba da quasi 4 000 kg e raggiungere l'interno degli Stati Uniti.

Benché i tedeschi non disponessero di bombe nucleari, avrebbero equipaggiato il bombardiere con una bomba radioattiva; una volta raggiunta la città o l'obiettivo designato, il bombardiere avrebbe sganciato la bomba, che sarebbe caduta libera fino ad un'altitudine di circa 300 m, dove sarebbe esplosa liberando della silice radioattiva, che cadendo come neve avrebbe provocato intossicazione e morte. L'aereo avrebbe poi continuato a volare verso un sito d'atterraggio nell'oceano Pacifico sotto il controllo del Giappone, un viaggio totale che poteva variare dai 19 000 ai 24 000 km (12 000-15 000 miglia).

Secondo analisi condotte nel dopoguerra, il calore sviluppato dall'attrito contro l'atmosfera durante la fase di rientro avrebbe innalzato la temperatura del Silbervogel ben al di sopra del valore calcolato da Sänger e Bredt, superando il limite di resistenza termica dei materiali con cui era costruito il velivolo, comportando di conseguenza la sua distruzione. Il problema è stato affrontato e risolto nei moderni shuttle con il ricorso agli scudi termici.





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24 dicembre 2013 2 24 /12 /dicembre /2013 22:32

Tutti conoscono le renne di Babbo Natale, ma...i nomi spesso sono del tutto ignorati. Ecco a come sopperire a tale mancanza, cari amici:

Cometa, Ballerina, Fulmine, Donnola, Freccia, Saltarello, Donato, Cupido e per finire, la preferita di Babbo Natale: Rudolph.

Non solo fanno la slitta volare
e in ciel galoppano senza cadere
Ogni renna ha il suo compito speciale

 

per saper dove i doni portare

 

 

Cometa chiede a ciascuna stella
Dov’è questa casa o dov’è quella.
Fulmine guarda di qui e di là
Per sapere se la neve verrà.
Donnola segue del vento la scia
Schivando le nubi che sbarran la via.
Freccia controlla il tempo scrupoloso
Ogni secondo che fugge è prezioso.
Ballerina tiene il passo cadenzato
Per far che ogni ritardo sia recuperato.
Saltarello deve scalpitare
Per dare il segnale di ripartire.
Donato è poi la renna postino
Porta le lettere d’ogni bambino.
Cupido, quello dal cuore d’oro
Sorveglia ogni dono come un tesoro.

 

 


Quando vedete le renne volare

 

 

Babbo Natale sta per arrivare.


 

Tornando a Rudolph, lui non ha un naso nero umidiccio come tutte le altre, ma ha una grosso rosso luccicante naso che in passato gli è costato molte sofferenze.  Il suo naso andava d'accordo col cuore: appena il suo cuore batteva un pochino più forte per l'emozione, la paura, la gioia, la timidezza era proprio in quel momento che il suo naso cominciava a brillare forte forte.Per questo a scuola e in paese tutti lo prendevano in giro e si facevano beffe di lui. Un giorno la fortuna girò. Il caro vecchio Babbo Natale, che non aveva selezionato la renna Rudolph proprio per il suo naso rosso brillante, alla Vigilia del Santo Natale si rese conto che non sarebbe andato lontano: tempaccio all'orizzonte. Nebbia, neve fittissima e un freddo polare facevano in modo che Babbo non vedesse oltre il proprio naso. Che fare? fu allora che si ricordò del piccolo Rudolph e del suo naso luminoso. Quando Rudolph seppe che era stato scelto da Babbo Natale per la sua slitta, e non come semplice renna, ma come guida, a capo di tutte le renne, fu la renna più felice del mondo e nella notte il suo naso brillò come non aveva mai fatto prima, portando doni a tutti i bimbi del mondo. Brillò così tanto che quella fu la prima volta in cui alcuni bambini dicono di aver visto Babbo Natale volare sui tetti delle case del mondo. Però si tratta di una renna aggiunta successivamente come trovata pubblicitaria di un grande magazzino.

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