Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
20 maggio 2014 2 20 /05 /maggio /2014 21:27

Il Giornale Online 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Usando la tecnologia esistente e senza il coinvolgimento di massicce particelle ad alta energia sarà possibile creare materia da un fascio di luce. Come si legge su Nature Photonics, dove è stato pubblicato lo studio, per la prima volta l'ipotesi di Breit e Wheeler formulata nel 1934 potrebbe essere stata provata

di Eleonora Ferroni

Nuovi passi in avanti verso il completo controllo della luce da parte degli scienziati. Un gruppo di fisici dell’Imperial College di Londra, Regno Unito, ha scoperto come passare dalla luce alla materia in pochi “semplici” passi, dopo 80 anni da quando, per la prima volta, venne teorizzata questa possibilità. Creare la materia dalla luce è tra gli obiettivi più suggestivi della elettrodinamica quantistica e questa volta il gruppo di fisici, in collaborazione con il Max-Planck-Institut für Kernphysik, sembra aver centrato il bersaglio, provando la teoria degli scienziati Gregory Breit e John Wheeler, i quali, nel 1934, suggerirono che poteva sarebbe stato possibile un giorno trasformare la luce in materia “semplicemente” facendo scontrare due fotoni (le particelle elementari della luce) creando così un elettrone e un positrone. Prima di allora non era mai stato teorizzato un metodo tanto semplice, anche se i due scienziati non si sarebbero mai aspettati che, 80 anni dopo, qualcuno sarebbe stato in grado di dimostrarlo fisicamente. Numerosi test in passato hanno tentato l’impresa utilizzando sempre le particelle ad alta energia ma senza mai raggiungere il risultato desiderato.


Lo studio è stato pubblicato su Nature photonics e mostra quello che gli scienziati hanno chiamato “photon-photon collider” (collisore di fotoni) , un esperimento che potrebbe ricreare un processo che è stato importante nei primi 100 secondi dell’Universo e che è presente anche nei lampi di raggi gamma (i Gamma-Ray Burst, o GRB, le più grandi esplosioni che avvengono nell’Universo). Steve Rose, del Dipartimento di Fisica dell’Imperial College ha detto: “Nonostante tutti i fisici abbiano sempre accolto la teoria come vera, quando Breit e Wheeler la proposero per la prima volta dissero che non si sarebbero mai aspettati che venisse provata in laboratorio. Oggi possiamo dire che si sono sbagliati. Ciò che è più sorprendente per noi è stato scoprire che per passare dalla luce alla materia si può utilizzare la tecnologia che abbiamo oggi nel Regno Unito”.

L’esperimento prevederà due fasi: in primo luogo, gli scienziati useranno un potentissimo laser ad alta intensità per accelerare elettroni poco sotto la velocità della luce e questi verranno sparati contro una lastra d’oro per creare un fascio di fotoni un miliardo di volte più energetici della luce visibile. Il passo successivo coinvolge un piccolo dispositivo chiamato in gergo tecnico hohlraum (che è il termine tedesco per “stanza vuota”, “cavità”), una sorta di lattina dorata. All’interno di questo dispositivo i fisici spareranno un laser ad alta energia per creare un campo di radiazione termica, generando luce simile a quella emessa dalle stelle. Il fine dell’esperimento è dirigere il fascio di fotoni dalla lastra d’oro attraverso il centro dell’hohlraum, dove impatterebbero con quelli prodotti dal riscaldamento della cavità. Gli elettroni e i positroni prodotti negli scontri fotone-fotone sarebbero poi facilmente identificabili una volta usciti dalla cavità.

Il primo autore dello studio, Oliver Pike, ha spiegato: ”Anche se la teoria è concettualmente semplice, è stato molto difficile verificarla in laboratorio. Siamo stati in grado di sviluppare l’idea per il collider molto rapidamente e il disegno sperimentale che proponiamo può essere realizzato con relativa facilità sfruttando la tecnologia esistente. Pensando a come sfruttare gli hohlraum, al di fuori delle loro applicazioni nell’ambito della ricerca sull’energia da fusione, siamo stati sorpresi di scoprire nel giro di poche ore che questi dispositivi sono ideali per creare un collisore di fotoni”. Di recente la comunità scientifica è stata molto attiva nell’abito della ricerca sul controllo della luce: un gruppo di ricercatori del MIT di Cambridge ha creato, infatti, un filtro che permette di separare la luce a seconda della direzione di propagazione, e, non molto tempo fa, un altro gruppo di fisici ha creato una nuova forma di materia, la cosiddetta “molecola di luce”, che verrà utilizzata in futuro anche in qualche forma di luce “tangibile”, come sculture di luce, spade laser o addirittura computer quantistici, il futuro della fisica.

Per saperne di più:

Leggi qui lo studio: “A photon–photon collider in a vacuum hohlraum”, di O. J. Pike, F. Mackenroth, E. G. Hill & S. J. Rose
Leggi qui le news di Media INAF: “Materia di luce” e “A un passo dal controllo totale della luce“


(INAF)
Fonte:

 

http://altrogiornale.org/news.php

Repost 0
Published by il conte rovescio - in hi-tech e scienze
scrivi un commento
18 maggio 2014 7 18 /05 /maggio /2014 21:38

protesi simil gesso stampata in 3d 02

Fratture, un guanto al posto del gesso:
le guarigioni saranno più veloci
Lo strumento stampato in 3D da un designer turco diminuirebbe il tempo di ricomposizione di una rottura ossea, fino a 10 giorni in meno per un braccio

 Più leggero e confortevole del tradizionale gesso, da sfilare in qualsiasi momento. “Osteoid” è un guanto stampato in 3D dal designer Deniz Karasahin, in grado di diminuire i tempi di guarigione di una frattura, anche di dieci giorni nel caso di una rottura al braccio. Grazie ad uno stimolatore che pulsa ultrasuoni, lo strumento in termoplastica può essere indossato solo venti minuti al giorno. Il prototipo ha vinto il concorso internazionale A’Design Award and Competition.

Comodità e velocità – “Osteoid” è un’idea del turco Deniz Karasahin, che attraverso una stampa in 3D ha creato un oggetto in termoplastica leggero e maneggevole. L’obiettivo del designer è quello di fornire un’alternativa al classico gesso e ai fastidi che questo comporta. Comodità, ma anche velocità: il guanto infatti non è solo meno ingombrante, ma anche più efficace. Uno stimolatore a ultrasuoni collegato a “Osteoid” è in grado di pulsare cariche direttamente sulla pelle e, successivamente, sull’osso. Secondo il progettista, questi ultrasuoni riducono sensibilmente i tempi di guarigione di una frattura del 38 per cento. Il tutto indossando il guanto anche solo una ventina di minuti al giorno.

Su misura – Il “calco” avvolge alla perfezione l’arto di una persona, essendo realizzato tramite un scansione della parte del corpo interessata. Il progetto ha vinto il Golden A’Design Award per le forme stampate in 3D, ma qui non si tratta solo di estetica. L’applicazione a ultrasuoni (Lipus), che nel design ricorda la conformazione spugnosa delle ossa, potrebbe avere importanti risvolti in campo medico. Senza contare la comodità di potersi lavare e non avere i pruriti del “vecchio” gesso.

da tgcom.it

Repost 0
Published by il conte rovescio - in hi-tech e scienze
scrivi un commento
16 maggio 2014 5 16 /05 /maggio /2014 22:14

Ricostruire il cervello pezzo per pezzo in un supercomputer. Questo è l’obbiettivo del progetto “Blue Brain” avviato nel maggio 2005 dalla IBM in collaborazione con Henry Markram neuroscienziato dell’École Polytechnique di Losanna in Svizzera. La portata epocale di un simile obbiettivo appare subito chiara: non solo la costruzione di un cervello virtuale metterebbe nelle mani degli scienziati uno strumento formidabile par arrivare ad una miglior comprensione della mente e dei suoi disturbi, ma coinciderebbe con la realizzazione della prima macchina potenzialmente in grado di pensare e persino di provare emozioni come noi esseri umani. La tragedia è dietro l’angolo?

 Human-Brain-Project1

Sono sempre disturbato da sentimenti di repulsione e perplessità quando si parla di questi progetti fantascientifici e di scienziati con manie megalomane come queste. Ho sempre timore che si realizzi qualche sceneggiatura di un film dell’orrore o cose del genere. È indubbio che l’umanità debba progredire e svilupparsi, finanche l’Intelligenza Artificiale è qualcosa di utile e funzionale alla vita, ma è la debolezza dell’uomo che mi spaventa, è l’uso che se ne fa di queste ricerche che rimane incontrollabile.

Ebbene, questo 2012 oltre ad essere stato un fantomatico anno di rivoluzione di coscienza come dicono le profezie, è stato probabilmente anche un anno importante per il cosiddetto Blue Brain Project. Questo progetto di ricerca dovrebbe portare, entro il 2023, alla realizzazione di una simulazione su supercomputer che, come ha affermato il suo stesso direttore, Henry Markram: «Riprodurrà integralmente un cervello umano, emozioni comprese».

La motivazione dichiarata del progetto è quella di costituire una piattaforma per esperimenti neuroscientificiin silico” (cioè simulati al computer) che permetta di riassumere e sintetizzare in un quadro coerente l’immensa mole di dati neurobiologici e comportamentali che la ricerca produce ogni giorno.
La potenza di calcolo necessaria per una simile impresa è notevole: ogni neurone simulato richiede la potenza di calcolo di un piccolo computer portatile. Nonostante ciò la tecnologia dei supercomputer, seguendo il trend di crescita esponenziale delle prestazioni dell’elettronica in atto ormai da decenni, si sta rapidamente avvicinando ai livelli necessari a rendere la simulazione di un intero cervello umano una possibilità concreta.

Ad oggi i ricercatori del Blue Brain Project sono già riusciti a compiere il primo passo verso il loro obbiettivo. È stata infatti completata la simulazione di una intera colonna neocorticale (la più piccola parte funzionale del cervello responsabile delle funzioni più elevate e del pensiero cosciente) del cervello di topo. Questa complessa rete neurale, costituita di 10.000 neuroni nei topi, ha le dimensioni di una punta di spillo e si ripete moltissime volte a formare l’intera neocorteccia. Il cervello umano possiede circa 2.000.000 di colonne di 100.000 neuroni ciascuna.

Human-Brain-Project3

La svolta per il progetto sarebbe immanente, il progetto, infatti, è candidato per ricevere un grosso finanziamento di ricerca dell’Unione Europea (anche questo mi preoccupa assai..) nell’ambito del programma “Future and Emerging Technologies (FET) Flagships Initiative“. I finanziamenti ammonterebbero a circa un miliardo di euro in dieci anni e permetterebbero un’accelerazione sostanziale con il raggiungimento degli obiettivi in tempi più rapidi.

In caso di vittoria nel concorso il precedente progetto “Blue Brain” verrebbe rinominato Human Brain Project, e da svizzero diventerebbe a tutti gli effetti un progetto europeo, coinvolgendo istituzioni scientifiche di tutto il continente.
Anche l’Italia potrebbe ritagliarsi un ruolo in tutto questo, con sei ricercatori nel gruppo di oltre 150 scienziati che stanno lavorando alla predisposizione della proposta di finanziamento per il progetto HBP. I rispettivi enti di appartenenza (Politecnico di Torino, Università di Pavia, Università di Firenze, LENS e CNR con gli istituti di Scienze e Tecnologie della Cognizione –Roma-, di Biofisica –Palermo- e di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali -Roma) hanno dato vita ad un “cluster” nazionale che si propone di ricoprire un ruolo di primo piano nella predisposizione e, successivamente, nell’esecuzione del progetto.

Il LENS e l’Università di Firenze ad esempio si occuperanno della messa a punto di un tomografo ottico per la ricostruzione dell’intera rete del cervello con un dettaglio mille volte superiore alle tecniche esistenti, tipo la Risonanza magnetica Nucleare. Il gruppo di ricerca dell’Università di Pavia in associazione con l’IRCCS Istituto Neurologico Nazionale C. Mondino invece, porterà alla generazione del primo modello computazionale realistico del cervelletto.

Orazio Miglino, dell’ISTC del CNR ha commentato: «Henry Markram propone una sfida che, come spesso è accaduto nell’avvio delle grandi avventure umane, è stata anticipata dalla fantascienza e dalla fantasia letteraria. In “2001 Odissea nello spazio” Stanley Kubrick illustra l’evoluzione del cammino umano nell’esplorazione dell’Universo facendola concludere con l’ultimo e più intimo luogo della sua esistenza: il cervello di un feto umano. Markram, novello Ulisse, sta raccogliendo intorno a se una ciurma di ricercatori pronti ad esplorare (e riprodurre) questo luogo. Sarà l’Impresa del XXI secolo».
Così, a detta degli “esperti”, l’iniziativa Human Brain Project affronterà almeno tre grandi sfide scientifiche rivolte a migliorare la vita delle persone: «Comprendere il cervello umano e le malattie neurologiche, definire nuove macchine computazionali più simili al cervello umano e definire nuovi modelli computazionali in grado di riconoscere e processare la complessità della realtà che è intorno a noi. Al termine del progetto le conoscenze sviluppate permetteranno, tra i vari risultati, di individuare cure per le malattie neurologiche e di realizzare macchine con le quali è possibile interagire e comunicare in modo naturale», ha concluso Fernando Ferri, dell’IRPPS del CNR.

Queste ricerche stanno indubbiamente aprendo nuovi spiragli, nuove visioni della vita e dell’essere umano, nuovi trend che stravolgeranno il costume e la società odierna. Questo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta conducendo gli scienziati verso la completa dissoluzione dell’ingenua credenza che concepisce il cervello come macchina pensante, avvicinandoci agli albori di una nuova era nella concezione dell’intelligenza!

Tuttavia, lo spettro “buono” dei cyborg, tanto caro a questo portale si sta avvicinando tanto quanto lo spettro “negativo” dei robot, che potrebbero davvero disumanizzare l’umanità intera. Il transumanesimo poi, con quell’aria di nuovo ed entusiasmante paradigma per l’evoluzione umana, mi rimane indigesto, è qualcosa di troppo vicino al limite, di cui non mi fido per un cazzo! Di fatto, la tecnologia è un mezzo, non un fine!

Se l’umanità sognerà ancora la luna… potrà raggiungerla finanche con le più sfrenate opere di cibernetica, ma in qualsiasi modo essa vorrà danzare, nulla dovrà mai intaccare il suo cuore. Per qualsiasi motivo. Se ciò non fosse… si verificherebbero cose innaturali. Nella paura che ne scaturirebbe, un cyborg collasserebbe in un’agghiacciante automa! Nel momento in cui viene oscurato il sole, ormai spoglia della natura.. l’umanità avrà sciupato da un pezzo l’occasione di essere al di là del Bene e del Male!

Se non altro, l’ansia è quella di non essere costretti un giorno a trovarci davvero di fronte le famigerate parole: «Quanto è grande e sconfinata la somma dei tuoi pensieri.. se dovessi contarli tutti.. sono molti di più dei granelli di sabbia»… la tragedia sarebbe dietro l’angolo?

Insomma, questa minaccia della simulazione, della finzione, dell’artificiale, del doppio e del “falso” è una cosa che va al di là della neuroscienza o della robotica. In sostanza la lotta tra il Bene e il Male si gioca tra il Vero e il Falso, e su tutta quella merda di logica che tutti gli azzeccagarbugli del mondo, con la scusa della “razionalità” (e non della “Ragione“, come invece amava dire Platone) ci hanno vomitato addosso ingabbiandoci in un mondo fatto di “simulacri“!
E poi… la Vita, non potrà mai essere riprodotta artificialmente. Le potenzialità sincroniche della volontà senziente e dell’arbitrio umano, saranno sempre informazioni in-potenza capaci di creare sistemi evolutivi imprevedibili. La coscienza umana non si muove per causa ed effetto, ma sono vibrazioni, energia, e-mozioni… frequenze imponderabili.. È inutile che ci si giri troppo intorno, ma la cosa triste, a proposito dell’intelligenza artificiale, è proprio che le manca l’ “art-ificio” e quindi l’intelligenza! Vi siete mai chiesti come facciano gli uccelli a virare all’unisono? Come fanno i cani a mettersi in attesa di fronte la porta di casa esattamente pochi minuti prima che noi torniamo? Come abbia fatto un tormentato Mozart a scrivere il “Requiem” in punto di morte? Cosa abbia ispirato Michelangelo nel creare la Cappella Sestina e la Cupola di San Pietro? Tutto ciò non è solo questione di “in silico”…

Fatale

 

 

Fonte:  The Human Brain Project

Repost 0
Published by il conte rovescio - in hi-tech e scienze
scrivi un commento
10 maggio 2014 6 10 /05 /maggio /2014 21:44

Nel suo libro intitolato “La barriera magnetica”, Ferlini narra come, nel corso di ricerche, si sia casualmente accorto di uno strano fenomeno visivo generato da due magneti permanenti che interagivano. Disponendo due calamite a forma di cavallo, in modo che i poli opposti si attirino, se si avvicinano molto lentamente, si addiviene ad un punto critico d’attrazione. Qualche istante prima la forza d’attrazione è piccola ma con un ulteriore piccolo movimento di avvicinamento la forza attrattiva cresce in modo molto forte. Quando ciò accade, Ferlini notò che nella zona centrale di collegamento tra le due calamite, la visione dello spazio perdeva di trasparenza e si deformava leggermente come se ci fosse una lente. A suo dire anche altre persone, con un po’ d’esercizio, riuscirono a notare tale anomalia.
A questo punto egli provò a disporre quattro potenti magneti permanenti in acciaio, in una disposizione a croce. Con opportuno sistema di leve era in grado far avvicinare micrometricamente le calamite. Arrivati nella zona critica le calamite incominciarono a vibrare violentemente, avvicinando ulteriormente di pochissimo, si cominciò a formare una nebbiolina azzurra e nell’aria si sparse un odore di ozono.

Una misteriosa nebbia!!

Portali Spazio-Temporali: “la Barriera magnetica del Prof. Ferlini” Ripetendo tale esperimento in grande con potenti magneti del peso di svariati quintali, il fenomeno si ripeté. Questa volta, a causa di un incidente, lo stesso Ferlini venne avvolto della nebbia e sparì dalla vista, egli sostiene, sia nel libro che in un’intervista a Rai 3, di aver visto un altro posto. L’esperimento nel frattempo prosegue e gli assistenti osservarono la nebbia espandersi notevolmente e cambiare colore passando per tutta la gamma dell’arcobaleno. Finalmente egli ricomparve alla vista degli assistenti esterrefatti.
Curiosamente la maschera antigas che aveva con se, sparì e non fu più possibile trovarla. Del racconto esiste anche una registrazione sonora, in una intervista fatta a Rai 3 con il compianto Pietro Cimatti.  Il portale dimensionale di Ferlini o come lo definì lui stesso “barriera magnetica” è un vero e proprio sistema di phase shifting che permette di collegare la dimensione che per convenzione definiamo “fisica” con altre dimensioni del multiverso olografico.

Ferlini la definì barriera magnetica perchè fondamentalmente è questo ciò che è…un muro magnetico che vibra a una specifica frequenza e che costituisce uno squarcio dimensionale.  La costruzione del portale alla Ferlini è molto semplice concettualmente e non richiede di circuiti pilota ne elettronica…si basa solamente su quattro magneti permanenti posizionati trà loro sui quattro punti cardinali. In questa rappresentazione potete vedere il setup del portale.

i magneti sono fissati su dei supporti a slitta mossi da una vite senza fine in modo che sia possibile regolarne finemente la distanza reciproca. Nell’esperimento Ferlini usò magneti molto grandi di acciaio che pesavano diversi quintali ciascuno…in teoria la dimensione dei magneti dipende dalla dimensione dell’area che si vuole influenzare e quindi per aree più piccole basta usare magneti più piccoli e pratici. Questo significa che in teoria non servono grosse potenze per creare un portale in una zona piccola e lo deduciamo dallo stesso racconto di Ferlini sulla sperimentazione che fece con questi magneti ad U.

 

 

 

Giovanni Battista Ferlini iniziò la sua avventura studiando le piramidi di Giza. Inizialmente non era interessato allo studio dei portali e nemmeno ne sospettava la fattibilità pratica. In questa sede non tratteremo tutti gli studi antecedenti di Ferlini che poco hanno a che vedere con il portale ma ci concentreremo sulla sperimentazione. Ad ogni modo durante i suoi esperimenti con le riproduzioni delle piramidi si accorse che l’energia di tipo magnetico emessa dalle piramidi aveva una forte influenza su diverse variabili come ad esempio la schermatura dai raggi cosmici. Oggi dopo numerose sperimentazioni sappiamo bene come agisce l’effetto di forma delle piramidi sull’etere e la loro azione magnetica che è solo una risultante del campo torsionale emesso dalla punta della piramide stessa. A quel tempo però gli esperimenti con le piramidi fecero riflettere molto Ferlini il quale si accorse che la forma e la disposizione dei materiali usati creavano interazioni più o meno forti con svariati effetti.

La geniale idea che ebbe Ferlini fù quella di simulare il campo energetico della piramide usando dei magneti permanenti, in fondo dalle sue sperimentazioni era evidente che c’era un collegamento diretto trà l’energia delle piramidi e il magnetismo. Con i suoi collaboratori smontò un motore elettrico e ne estrasse quattro magneti permanenti ad “U” che stavano nello statore, li dispose su quattro angoli e mentre regolava le reciproche distanze mantenendo i poli alternati notò che c’era una distanza critica in cui si manifestava una forza di attrazione molto brusca e se regolava la distanza in modo che tale forza fosse “sul confine” trà debole e forte si formava una barriera offuscata al centro che impediva di vedere il tavolo sottostante. Capì quindi che la sua teoria era giusta e che l’esperimento doveva essere riprodotto su una scala maggiore. Ordinò quindi quattro magneti ad U molto grossi fatti di acciaio dolce successivamente magnetizzato, ognuno pesava diversi quintali e furono trasportati con un camion.

 

Portali Spazio-Temporali: “la Barriera magnetica del Prof. Ferlini”

 

Lì dispose su delle slitte, regolabili con viti senza fine, sul pavimento del laboratorio e iniziò la sperimentazione con i suoi colleghi. Avvicinando i quattro magneti arrivò a una distanza critica, un confine molto sottile e preciso in cui la forza di attrazione reciproca diventava improvvisamente da debole a molto intensa. La vite senza fine era molto precisa e ci volevano molti giri per spostare i magneti..in questo modo potè regolare la distanza critica finemente studiando quale posizione dava i migliori risultati. Raggiunta la posizione ottimale delle forti vibrazioni scossero tutto il laboratorio e i magneti iniziarono a vibrare molto probabilmente per l’intensa attrazione.

Una nebbiolina grigiastra\azzurrognola iniziò a formarsi nella zona circoscritta dai poli dei magneti e Ferlini dedusse che poteva essere ozono perciò si dotarono di maschere antigas per evitare le esalazioni velenose, la nebbiolina diventava di colore sempre più intensa e verso il verde a mano a mano che si raggiungeva la posizione critica. Mentre i suoi assistenti stavano più a distanza Ferlini si avvicinò al portale appoggiandosi su uno dei magneti per scrutare più da vicino la barriera magnetica, siccome la maschera gli limitava la vista e i movimenti decise di togliersela e la appoggiò su uno dei magneti. Avvicinandosi alla barriera si ritrovò catapultato di fronte alle piramidi di giza ma non quelle odierne…bensì nell’epoca in cui le piramidi erano intere con la punta di quarzo rivestita in metallo, ossia prima del grande cataclisma che sconvolse la terra 12.000 anni fà. Ad un certo punto si sentì chiamare da lontano e si ritrovò nel laboratorio con la macchina spenta, si avvicinò ai suoi assistenti allarmati i quali asserivano che il dott. Ferlini l’avevano visto scomparire trà i magneti per diverso tempo per poi rivederlo in piedi davanti a loro non appena disattivarono il portale allontanando i magneti trà loro. Consultandosi con i colleghi scoprì che decisero di interrompere l’esperimento quando si accorsero che c’era stata una brusca variazione di flusso tra due dei quattro magneti, riguardo la sua assenza non gli diedero peso inizialmente perchè pensarono che si era solo allontanato momentaneamente, non potendo spiegare perchè all’improvviso non lo vedevano più con loro pensarono che forse non si erano accorti dei suoi spostamenti nel laboratorio.

Ferlini raccontò quello che vide durante il “viaggio” attraverso la barriera magnetica e scoprirono che la maschera antigas di Ferlini era scomparsa e non riuscivano più a trovarla nonostante nessuno era uscito dal laboratorio e le maschere fossero state indossate tutte tranne quella di Ferlini che appoggiò su uno dei magneti. Scoprirono successivamente che la variazione di flusso tra i due magneti era situata nella posizione vicina a quella dove Ferlini appoggiò la maschera sul magnete stesso. Ipotizzarono giustamente che nel momento in cui Ferlini si sporse nella barriera dovette far cadere la maschera nella barriera finendo chissà dove. Sulla maschera c’erano riportate le iniziali con l’indirizzo di Ferlini…mesi dopo la maschera arrivò per posta a Ferlini e il mittente era in egitto precisamente al Cairo! La maschera era stata teleportata in egitto e chi la trovò pensò gentilmente di rispedirgliela! Altra nota importante sull’esperimento è che l’ozonometro posto vicino al portale non rivelò tracce di ozono e che anche quando ci si avvicinava alla nebbiolina si poteva respirare bene non come quando ci si trova in un gas.  E ora le considerazione teoriche.

Considerazioni teoriche

Il portale di Ferlini può sembrare molto diverso da altri sistemi di phase shifting che usano l’interazione rotante trà campi magnetici ed elettrici ad alto voltaggio o quelli basati su campi elettromagnetici rotanti con frequenze specifiche…in realtà pur usando un metodo un pò diverso sfrutta per forza di cose gli stessi principi. Per aprire un portale o realizzare il phase shifting si deve isolare una zona di spazio e si và a modificare la frequenza di vibrazione dell’etere di quella zona stessa…siccome siamo in un ologramma è normale che tutto dipende dalla frequenza della portante olografica scelta, cambiamo portante e cambiamo dimensione. Nei sistemi tipo “philadelphia experiment” si usano delle bobine pulsate trà loro in sequenza a formare un campo rotante ed alimentate a specifiche frequenze di risonanza dimensionale, in altri sistemi invece si usa l’interazione trà un campo magnetico rotante e un campo elettrico che vibra a una certa frequenza. In entrambi i casi avremo un campo di etere rotante che vibra una frequenza specifica. Già qui è possibile notare l’analogia dei suddetti metodi con quello di Ferlini, infatti un campo magnetico non è altro che un flusso di etere ricircolante in una zona di spazio (flusso che si chiude su di sè) e il trucco usato da Ferlini è stato quello di far interagire diversi magneti in modo che il loro flusso si concatenasse creando un flusso rotatorio…infatti Ferlini lo definiva “campo unificato”. Ecco perchè i poli devono essere alternati ed ecco anche perchè c’è una distanza critica precisa…perchè geometricamente quando le calamite sono alla distanza precisa creano un flusso tondo rotatorio che si rafforza.

Immaginate le linee di flusso che escono da ogni polo che vanno a fluire nel polo opposto e così via unificandosi….in tale situazione si avrà una campo rotante unificato o per meglio dire un flusso di etere rotante proprio come illustrato in questa figura:

Portali Spazio-Temporali: “la Barriera magnetica del Prof. Ferlini”

Portali Spazio-Temporali: “la Barriera magnetica del Prof. Ferlini”

Un giroscopio spaziale

Ora una volta creato il campo rotante bisogna impostare una frequenza di risonanza che ci ricolleghi a una specifica dimensione o punto spazio-temporale dell’ologramma multiverso. Nel caso di Ferlini tale vibrazione può essere stata indotta sia dalle vibrazioni meccaniche dei magneti per semplice attrazione che dalle vibrazioni indotte da lui stesso quando ci si appoggiò. Sicuramente non era un sistema preciso perchè soggetto a molte vibrazioni spurie, ogni vibrazione meccanica sui magneti produceva una increspatura sul campo della zona critica. C’è però un indizio molto interessante, Ferlini non vagò a caso ma fù portato proprio dove a lui desiderava andare sia consciamente che inconsciamente…ossia nel tempo delle piramidi su cui era basata tutta la sua ricerca scientifica.

Questo indica che una volta aperto il varco la mente stessa è libera di scegliere dove e in che tempo spostarsi, nelle proiezioni extracorporee solo il corpo astrale (corpo olografico come quello fisico ma che vibra su una portante più alta) è libero di andare dove vuole ma nel phase shifting tutto il corpo compreso quello “fisico” si innalza di vibrazione rendedolo facile da spostare dove si vuole. La maschera invece fù sempre portata in egitto ma non nello stesso tempo…evidentemente la variazione di flusso indotta dal suo passare attraverso la zona critica ha spostato la variabile tempo facendola arrivare nei tempi moderni.

Chiaramente si dovrà fare molta sperimentazione in tal senso per poter stabilire meglio come agiscono le variabili nel phase shifting. Altro elemento importante è la famosa “nebbiolina”. Quando si interagisce con l’etere spostandone la frequenza o addensandolo in una zona di spazio esso diventa visibile sotto forma luminescente che a prima vista è come una nebbiolina il sui colore dipende dalla densità raggiunta. Questo lo si osserva anche nelle sperimentazioni con sistemi antigravitazionali tipo le repulsine di Schauberger, il SEG di Searl e altri…quello che ci interessa è che è ben visibile anche nei casi phase shfting. Nel celebre Philadelphia Experiment la nave veniva avvolta da una nebbiolina azzurrognola che virava verso il verde prima di scomparire…anche nel triangolo delle bermuda le navi prima di sparire o sortire certi effetti particolari entrano in una nebbiolina grigiastra a volte verdastra…sono entrambi casi di phase shifting e combaciano ovviamente con l’esperimento di Ferlini.

Un’altra considerazione che voglio fare è che per realizzare la zona critica dovrebbero in teoria bastare anche solo tre magneti ad U disposti a 120° l’uno dall’altro e inoltre non penso sia necessario usare per forza magneti ma invece gli elettromagneti che sono più pratici ed economici. Ferlini preferì i magneti perchè voleva usare una fonte magnetica “pura” ma gli elettromagneti potrebbero svolgere lo stesso lavoro perchè quello che conta è solo il campo magnetico generato e la disposizione geometrica.

tratto dal libro:

La Barriera Magnetica

Read more http://bit.ly/1iGqYHt

Repost 0
Published by il conte rovescio - in hi-tech e scienze
scrivi un commento
4 maggio 2014 7 04 /05 /maggio /2014 21:52

 

Il 1 Novembre abbiamo riportato la notizia riferitaci da Nancy; la testimonianza di un locale capitano di nave impiegato nell’ambito turistico dell’avvistamento delfini, all’oscuro del lavoro svolto dai due ricercatori, che ha riferito di avere notato un cambiamento nell’acqua e nel comportamento dei delfini stessi, definendoli felici. Questo accadeva in una baia vicina.
Ora sappiamo che anche un altro scienziato ha prodotto dati che confermano che il generatore di frequenze Hutchison-Lazaryan “altera la composizione chimica dei solidi disciolti nell’acqua di mare”. Riportano inoltre che “i più piccoli elementi sembrano essere stati rimossi, e la composizione del sale alterata in modo da purificare i componenti maggiori nell’acqua (cloruro di sodio)”.

Gli studi sono stati eseguiti da Steve Colbern, che è stato ospite del “Coast to Coast AM radio show” il 5 Novembre, sul tema dei recenti risultati ottenuti dall’analisi su impianti alieni. Colbern è un chimico e scienziato dei materiali, con vent’anni di esperienza nell’ambito industriale. Attualmente sta lavorando nell’ambito dei nano tubi al carbonio.
Di seguito potete vedere una comparazione prima/dopo della composizione chimica dei campioni di acqua del Golfo, presi dalla stessa zona.
Notate come numerosi elementi chimici presenti nei primi dati risultino invece ridotti o spariti nei secondi, specialmente O, Mg, Al, Si, S, K, e Ca, mentre Na e Cl (sale da tavola) aumentano.

 

Sotto, un’immagine della scansione al microscopio elettronico dell’acqua. Nella versione “prima” si può chiaramente notare il materiale, mentre nel “dopo” non c’è nulla. Non sono un esperto, ma penso la prima immagine sia caratteristica del petrolio o indicativa del Corexit.
Sulla destra vengono mostrati dati dell’analisi elementale ottenuti col microscopio a raggi x. L’immagine mostra la differenza tra la composizione originaria e quella dopo il trattamento dei campioni. Ancora una volta Mg, Si, K e Ca sono assenti nei dati del dopo trattamento, e si può notare una riduzione di O e S. Il campione post trattamento è quasi puramente composto da cloruro di sodio, cioè sale, come dovrebbe essere l’acqua di mare. Egli continua: “I magnesio, silicio, potassio e calcio osservati nel campione di controllo sono spariti, viene ora invece evidenziata una piccola quantità di fosforo (P). Questo elemento era anche presente nell’elemento di controllo, mascherato da un maggiore picco sulfureo.



Le sue ultime dichiarazioni sono le più interessanti.

“Bisogna intraprendere un’analisi del meccanismo di azione di questo metodo. È mia opinione che gli ioni e idrocarburi rimossi dall’acqua siano stati dematerializzati e divenuti parte del vuoto quantico/punto a energia zero”.
Notate come in questa analisi Colbern confermi l’interpretazione di quanto è già stato concluso dal chimico Bob Naman nei test precedenti, i quali hanno dimostrato che “L’esposizione ravvicinata alle radio frequenze emesse dall’apparato ha ridotto la quantità di idrocarburi di petrolio grezzo presenti nei campioni trattati da 7 ppm a una quantità irrilevante”.

In settimana John mi ha mandato il link di un video postato da Nancy, che mostra il loro lavoro nel Golfo.



Link

Repost 0
Published by il conte rovescio - in hi-tech e scienze
scrivi un commento
26 aprile 2014 6 26 /04 /aprile /2014 22:16
Se lo spaziotempo fosse un liquido, avrebbe una viscosità bassissima, come i "superfluidi". Uno studio condotto da due ricercatori italiani ha mostrato come dovrebbero comportarsi gli “atomi” che, secondo alcuni modelli di gravità quantistica, compongono il fluido dello spaziotempo
Crediti immagine: Jason Ralston (CC BY 2.0)

Crediti immagine: Jason Ralston (CC BY 2.0)

Attualmente uno dei problemi più pregnanti in fisica teorica è l’armonizzazione della teoria della relatività generale, che descrive la gravità applicata alle grandi masse (stelle, pianeti, galassie), con la meccanica quantistica che descrive le altre tre forze fondamentali della natura (elettromagnetica, debole e forte) che agiscono su scala microscopica. Nella relatività generale, l’interazione gravitazionale è vista come una conseguenza della curvatura dello spaziotempo – la struttura quadridimensionale dell’universo – creata dalla presenza di corpi dotati di massa o energia. Mentre la fisica classica prevede che lo spaziotempo sia continuo, secondo alcuni modelli di gravità quantistica (come, ad esempio, la teoria delle stringhe) nel regno dell’infinitamente piccolo (alla scala di Planck, 10-33cm) lo spaziotempo avrebbe una natura discreta, quantizzata. Una struttura di questo tipo implica in generale, ad altissime energie, violazioni della relatività speciale di Einstein, che è parte integrante della relatività generale.

In tale quadro di riferimento teorico è stata avanzata l’idea di considerare lo spaziotempo come un fluido. In questo senso la relatività generale sarebbe l’analogo dell’idrodinamica per i liquidi: questa infatti descrive il comportamento del fluido a livello macroscopico, ma non dice nulla sugli atomi/molecole che lo compongono. Nello stesso modo, secondo alcuni modelli, la relatività generale non direbbe nulla sugli “atomi” che compongono lo spaziotempo, ma descriverebbe la dinamica di quest’ultimo come oggetto intrinsecamente “classico”. Lo spaziotempo sarebbe dunque un fenomeno  “emergente” da entità più fondamentali, proprio come l’acqua è ciò che noi percepiamo dell’insieme di molecole di H2O che la costituiscono.

In uno studio appena pubblicato su sulla rivista Physical Review Letters, due ricercatori italiani, Stefano Liberati, professore della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste, e Luca Maccione, ricercatore dell’Università Ludwig Maximilian di Monaco, usando in maniera innovativa strumenti della fisica delle particelle elementari e dell’astrofisica delle alte energie, hanno descritto  gli effetti che si dovrebbero osservare se lo spaziotempo avesse una natura fluida. Liberati e Maccione hanno anche proposto le prime verifiche osservative di questi fenomeni, un elemento importante per discriminare tra i molti modelli di gravità quantistica proposti finora, che risultano al di fuori della portata degli esperimenti di laboratorio.

Stefano Liberati

Stefano Liberati

Nei modelli in cui lo spaziotempo emerge da oggetti più fondamentali, in analogia con i fluidi, sono stati previsti e studiati in passato effetti che implicano modifiche nella propagazione dei fotoni, i quali viaggerebbero a velocità diversa a seconda della loro energia. Ma non basta. “Se si segue l’analogia con i fluidi non ha senso aspettarsi solo questo tipo di modifiche” spiega Liberati. “Se lo spaziotempo è un tipo di fluido, allora bisogna tenere conto anche della sua viscosità e di altri effetti dissipativi, cosa che nessuno aveva mai considerato in dettaglio finora”.

Liberati e Maccione hanno catalogato questi effetti e mostrato che la viscosità tenderebbe a far svanire molto velocemente fotoni e altre particelle nel loro tragitto. “Eppure noi possiamo vedere fotoni provenienti da oggetti astrofisici a milioni di anni luce da noi”, continua Liberati. “Se lo spaziotempo è un fluido, allora, secondo i nostri calcoli, deve trattarsi per forza di un superfluido. Questo significa che il valore della sua viscosità è bassissimo, prossimo allo zero”.

“Abbiamo inoltre previsto altri effetti dissipativi più deboli, che potrebbero essere rilevati con future osservazioni astrofisiche. Se questo accadesse, si tratterebbe di un forte indizio a supporto dei modelli dello spaziotempo emergente”, conclude Liberati. “Con la tecnologia attuale in astrofisica, i tempi sono ormai maturi per portare la gravità quantistica da un piano meramente speculativo a uno più prettamente fenomenologico. Non si può immaginare un momento più interessante per dedicarsi alla gravità”.

 

di Stefano Parisini

http://www.media.inaf.it/2014/04/24/un-tuffo-nello-spaziotempo/

Repost 0
Published by il conte rovescio - in hi-tech e scienze
scrivi un commento
24 aprile 2014 4 24 /04 /aprile /2014 21:25

Molte volte abbiamo sentito parlare dell’ eventuale danno cerebrale che erano in grado di fare i nostri semplici cellulari, cosi piccoli e utili ormai, ma tutti i più famosi medici ed esperti del settore, si sono lanciati in queste discussioni per dimostrare quasi l’impossibile. Ma dopo anni di ricerca, tutto è stato smentito, messo a tacere. Ma non è tutto. Immaginate un campo disseminato di antenne…

Presso Gakona, circa 200 km a Nord-Est del Golfo del Principe Guglielmo, un terreno di proprietà del Dipartimento della Difesa USA fu scelto il 18 ottobre 1993 da funzionari dell’Air Force e a partire dall’anno seguente venne disseminato di piloni d’alluminio alti 22 metri, il cui numero è cresciuto di anno in anno fino ad arrivare a 180. Ognuno di questi piloni porta doppie antenne a dipoli incrociati, una coppia per la banda bassa da 2.8 a 7 MegaHerz e l’altra per la banda alta da 7 fino 10 MegaHerz. Tali antenne sono capaci di trasmettere onde ad alta frequenza fino a quote di 350Km, grazie alla loro grande potenza. A pieno regime, l’impianto richiede 3.6 MegaWatt, assicurati da 6 generatori azionati da altrettanti motori diesel da 3600 cavalli l’uno. Scopo ufficiale di queste installazioni è studiare la ionosfera per migliorare le telecomunicazioni. Come si sa, questo strato è composto da materia rarefatta allo stato di plasma, cioè di particelle cariche (ioni), e ha la proprietà di riflettere verso terra le onde hertziane, in particolare nelle ore notturne.

Guerra senza limiti, un libro scritto da due colonnelli dell’aeronautica Cinese, Qiao Liang e Wang Xiansui. Nel testo i due militari cinesi esaminano l’impatto delle nuove tecnologie sul pensiero strategico, sul terrorismo e su tutto ciò che concerne la guerra in questo XXI secolo. Essi accennano due volte alla possibilità che un Paese possa scatenare artificialmente le forze della Natura, usandole come armi non tradizionali per mettere in ginocchio il nemico. Per esempio sconvolgendo il clima e il regime delle piogge.
Un inquietante articolo, scritto dal deputato ucraino Yuri Solomatin, in cui si esprime preoccupazione per gli esperimenti condotti dagli americani in Alaska, dove dal 1994 si sta portando avanti il programma HAARP, High Frequency Active Auroral Research Program, cioè programma di ricerca attiva aurorale con alta frequenza. In pratica, una selva di enormi antenne eretta nel bel mezzo della foresta boreale nordamericana. Quelle antenne sono forse il prototipo di un’arma geofisica americana, capace di condizionare il clima di continenti alterando con microonde la temperatura o l’umidità? Il deputato ucraino dà credito al sospetto che i disastri naturali intensificatisi ultimamente siano da imputare ai sempre più assidui test del sistema HAARP.

 

La Russia aveva dato l’allarme come riporta l’agenzia Interfax dell’8 agosto 2002, ben 90 parlamentari della Duma di Mosca avevano firmato un appello indirizzato all’ONU in cui si chiedeva la messa al bando di questi esperimenti elettromagnetici. Un mese più tardi erano saliti a 220 i deputati russi a favore dell’appello. D’altronde vi era stato un rapporto della Duma che accusava esplicitamente l’America.
Parole schiette e scomode: Sotto il programma HAARP, gli USA stanno creando nuove armi geofisiche integrali, che possono influenzare gli elementi naturali con onde radio ad alta frequenza.

 

Comunque, un uso militare dell’HAARP è ammesso dalla Federazione Scienziati Americani. Un uso, tuttavia, non distruttivo, ma solo di ricognizione. Modulando i segnali in frequenze bassissime, cioè onde ELF o VLF, si potrebbe vedere ciò che succede nel sottosuolo, individuando bunker, silos di missili, e altre installazioni sotterranee di Stati avversi.
Ritornando al libro di Qiao Liang e Wang Xiansui, c’è da rabbrividire alle loro frasi: Utilizzando metodi che provocano terremoti e modificando le precipitazioni piovose, la temperatura e la composizione atmosferica, il livello del mare e le caratteristiche della luce solare, si danneggia l’ambiente fisico della terra o si crea un’ecologia locale alternativa.
di Mirko Molteni - tratto da "La Padania" 15 e 16 giugno 2003
Repost 0
Published by il conte rovescio - in hi-tech e scienze
scrivi un commento
24 marzo 2014 1 24 /03 /marzo /2014 22:55

 

 

Fonte: Coscienza
Sentimenti di amore intenso e appassionato possono alleviare il dolore in modo straordinariamente efficace, analogamente agli antidolorifici o alle droghe illegali come la cocaina, secondo un nuovo studio della Stanford University School of Medicine. "Quando le persone si trovano in questa fase appassionante e divorante dell’amore, si verificano alterazioni significative nel loro stato d'animo che incidono sulla loro percezione del dolore", ha detto Sean Mackey, Dottore in Medicina, Dottorato di Ricerca, Direttore della Divisione di Terapia del Dolore, professore associato di anestesia e autore senior dello studio, pubblicato online il 13 ottobre su PLoS ONE, Public Library of Science One. "Stiamo iniziando a esaminare alcuni di questi sistemi di ricompensa nel cervello e come influenzano il dolore. Sono centri molto profondi e vecchi che coinvolgono la dopamina - un neurotrasmettitore primario che influenza l'umore, la ricompensa e la motivazione."


Gli scienziati non sono ancora pronti a dire ai pazienti che soffrono di dolore cronico di eliminare gli antidolorifici e sostituirli con una relazione amorosa appassionata; piuttosto, la speranza è che una migliore comprensione di questi percorsi neuronici di ricompensa attivati dall’amore possa portare a nuovi metodi per la produzione di antidolorifici. "Sembra che le aree del cervello attivate dall'amore intenso siano le stesse utilizzate dai farmaci per ridurre il dolore," ha detto Arthur Aron, Dottorato di Ricerca, professore di psicologia alla State University di New York a Stony Brook, e uno degli autori dello studio. Aron ha studiato l’amore per 30 anni. "Quando pensiamo all’amato, c’è un’intensa attivazione nell’area della ricompensa - la stessa che si accende quando assumiamo cocaina, o vinciamo molti soldi.”

L’idea della ricerca ebbe origine diversi anni fa a una conferenza di neuroscienze quando Aron, esperto nello studio dell’amore, incontrò Mackey, esperto nella ricerca del dolore, e iniziarono a conversare. "Art parlava di amore," ha detto Mackey. "io parlavo di dolore. Lui parlava dei sistemi cerebrali coinvolti con l'amore, io parlavo dei sistemi cerebrali coinvolti con il dolore. Capimmo che c'era un incredibile sistema di sovrapposizione. Abbiamo iniziato a chiederci, 'E' possibile che i due si influenzino l'un l'altro?'” Dopo la conferenza, Mackey tornò alla Stanford e collaborò con Jarred Younger, studente post-dottorato, Dottorato di Ricerca, ora professore assistente di anestesia, anche lui affascinato dall'idea. Insieme, i tre misero a punto uno studio che avrebbe richiesto l'esame delle immagini del cervello di studenti universitari che affermavano di essere "in quella prima fase di intenso amore".

"Abbiamo affisso volantini intorno alla Stanford University e nel giro di poche ore avevamo studenti che bussavano alla nostra porta", ha detto Mackey. I volantini richiedevano coppie nei primi nove mesi di una relazione romantica. “E' stato senza dubbio il reclutamento più semplice che il centro sul dolore alla Stanford abbia mai fatto,” ha detto Mackey. “Quando sei innamorato vuoi parlarne a tutti.” “Ci siamo volutamente concentrati su questa fase iniziale di amore passionale,” ha aggiunto. “Non stavamo intenzionalmente cercando relazioni di lunga durata, o nelle fasi più mature. Volevamo dei soggetti che si sentissero euforici, energici, che pensassero ossessivamente al loro amato, bramando la sua presenza.

“Quando l'amore passionale è descritto in questo modo, per certi versi suona come una dipendenza. Abbiamo pensato, 'Magari coinvolge proprio sistemi cerebrali simili a quelli coinvolti nelle dipendenze che sono strettamente legate alla dopamina'. La dopamina è il neurotrasmettitore del nostro cervello strettamente correlato al sentirsi bene.” I ricercatori hanno reclutato per lo studio 15 studenti universitari (otto donne e sette uomini). Ad ognuno di loro è stato chiesto di portare foto del loro amato ed altre di qualcuno che conoscevano altrettanto attraente. Quindi, hanno mostrato velocemente le immagini ai soggetti, mentre riscaldavano uno stimolatore termico telecomandato posto nel palmo della loro mano al fine di causare un leggero dolore. Allo stesso tempo, i loro cervelli venivano sottoposti a scansione in una macchina a risonanza magnetica funzionale per immagini.

Gli studenti furono esaminati per i livelli di sollievo del dolore anche mentre venivano distratti da compiti di associazioni di parole come “Pensa a sport che non coinvolgono l'uso della palla”. Nel passato le prove scientifiche hanno dimostrato che la distrazione causa sollievo dal dolore, e i ricercatori volevano esser sicuri che l'amore non stesse solo lavorando come distrazione. I risultati hanno mostrato che sia l'amore che la distrazione hanno egualmente alleviato il dolore, ed a livelli molto superiori rispetto a quelli ottenuti concentrandosi sulla foto di un conoscente attraente, ma, cosa interessante, i due metodi di riduzione del dolore hanno usato percorsi cerebrali molto differenti. “Con il test sulla distrazione, i percorsi del cervello che portavano al sollievo dal dolore erano principalmente cognitivi,” ha detto Younger. “La riduzione del dolore era associata a parti corticali e superiori del cervello. L'analgesia provocata dall'amore è maggiormente associata ai centri della ricompensa. Sembra coinvolgere aspetti più primitivi del cervello, attivando strutture profonde che potrebbero bloccare il dolore ad un livello spinale – in modo simile a come funzionano gli analgesici a base di oppiacei.

“Una delle aree chiave dell'analgesia indotta dall'amore è il nucleus accumbens (evidenziato nell'immagine), un centro della ricompensa chiave per la dipendenza dagli oppioidi, cocaina e altre droghe di abuso. La regione dice al cervello che hai davvero bisogno di continuare a farlo,” ha detto Younger. “Questo ci dice che fare affidamento sulle droghe o farmaci non è il solo modo di ridurre il dolore,” ha detto Aron. “Le persone possono provare intense gratificazioni senza gli effetti collaterali delle droghe”. Tra coloro che hanno contribuito alla ricerca della stanford ricordiamo anche gli assistenti ricercatori Sara Parke e Neil Chatterjee.

Fondi per lo studio sono stati ricevuti dal Chris Redlich Pain Research Fund (Fondo per la ricerca sul dolore Chris Redlich). Informazioni riguardo al Department of Anesthesia, che ha supportato la ricerca, sono disponibili.

 

 

 

Repost 0
Published by il conte rovescio - in hi-tech e scienze
scrivi un commento
9 marzo 2014 7 09 /03 /marzo /2014 00:08

L'elemento 115 di Bob Lazar NON E' quello che potrebbe essere sintetizzato presumibilmente tra poco tempo nei grandi laboratori di ricerca internazionale. In realtà è un suo isotopo "esotico" incredibilmente molto più pesante, ed è presumibile che non verrà sintetizzato sulla Terra per parecchi anni ancora.


 

Un gruppo di ricerca dell’università di Lund, Svezia ha ottenuto una nuova evidenza sperimentale dell’elemento 115, che porta il nome provvisorio di Ununpentium. Nel 2003 era stato già osservato dagli scienziati di Dubna Russia, ma si trattava di un singolo evento, quindi non conclusivo.Son passati più di dieci anni da quando Bob Lazar raccontò la sua incredibile storia. Ora il team svedese ha osservato una trentina di nuclidi, ottenuti facendo interagire nuclei di Calcio con un sottile film di Americio. Unupentium è una creatura molto effimera, poiché il suo tempo di dimezzamento è dell’ordine del decimo di secondo. Questo lo accomuna a tutti gli elementi con numero atomico superiore al 100 la cui emivita varia da qualche secondo a pochi giorni.

La ricerca di nuovi elementi superpesanti non è soltanto una curiosità scientifica, o una gara tra i laboratori nucleari; l’obiettivo è la ricerca della cosiddetta isola di stabilità, cioè di un gruppo di elementi superpesanti con isotopi stabili o di lunga vita, grazie alla particolare ocnfigurazione dei livelli energetici di protoni e neutroni.

Agli scettici, questa poteva sembrava null'altro che un ben confezionato pezzo di finction, completo di tutti gli ingredienti necessari per apparire "scientificamente" fondato. E' in effetti non so perché nessuno lo abbia ancora fatto ma la storia di Lazar, senza neanche modificare troppe cose, potrebbe essere facilmente tradotta in un eccellente film.

La trama tra l'altro non avrebbe bisogno nemmeno di appartenere al genere della fantascienza, ma potrebbe benissimo rientrare nel novero di quei film con sfondo scientificamente altamente credibile, imperniati sulla vicenda di un cittadino-scienziato coinvolto senza averlo chiesto nelle attività dei laboratori supersegreti di una grande potenza. Il pezzo forte del film avrebbe potuto essere lo sconcerto che questa persona avrebbe provato nello scoprire che il mondo è effettivamente molto diverso da come lui lo aveva sempre creduto, e che perciò per tutta la vita fino a quel momento lui era stato vittima di un colossale raggiro come d'altronde il resto del mondo, tra cui noi. Certo che con un regista molto bravo sarebbe stato un successone. E poi, ve la immaginate la scena dove il protagonista si trova per la prima volta davanti ad una macchina non fabbricata da esseri umani? Vi immaginate il suo genuino stupore e la sua incredibile eccitazione nel poter esaminare da vicino una cosa fatta da mani non umane, per essere usata da mani non umane, da una cultura che non è la nostra, e che magari è completamente diversa dalla nostra, anche mettendo da parte l'enorme divario scientifico e tecnologico? E che dire poi della scena di quella in cui assiste al test di volo? Chi di noi non sarebbe disposto a tutto pur di trovarsi in una situazione simile?

Bene, da quando Lazar andò al pubblico sono accadute molte cose e molte di quelle informazioni che lui aveva rilasciato in televisione si sono andate rivelate corrette. Ad esempio nel 1994 è stato pubblicato sulla rivista scientifica "Classical and Quantum Gravity" un lavoro dal titolo "The Warp Drive: Hyper-fast Travel Within General Relativity". In questo lavoro il Dr. Miguel Alcubierre descriveva con grande rigore scientifico il metodo che teoricamente avrebbe consentito ad un'astronave di spostarsi tra le stelle a velocità incredibili al punto che persino i fotoni avrebbero potuto considerarsi al pari delle lumache. Il tutto veniva giustificato nell'ambito dello stesso formalismo della teoria della relatività generale di Einstein.

In pratica il trucco consisteva nel creare una bolla di spazio-tempo curvo intorno ad un'astronave, ma non mi soffermerò sui dettagli perché questa è un'altra storia, che merito uno spazio a sé. Faccio soltanto notare che da allora molta altra gente ha lavorato sulla stessa questione, e che di questo argomento si parla da parecchio tempo ormai anche su alcuni siti Internet della NASA. La cosa, infine è andata agli occhi del grande pubblico con il numero di Gennaio 2000 (simbolico, no?) della rivista Scientific American, a cui è seguita la produzione italiana sul numero di Marzo 2000 di Le Scienze. Molti non hanno mancato di osservare, anche ovviamente sulla rivista che avete in mano, che il principio di propulsione basato sulla bolla spazio-temporale confermava in pratica cose che Lazar aveva già detto prima di Alcubierre e aveva anche illustrato a colori sul suo sito Internet. Allo stesso tempo, meraviglia delle meraviglie, sullo stesso numero di Gennaio di Scientific American, e quindi anche sul numero di Marzo di Le Scienze in Italia, compariva l'articolo sull'Isola di Stabilità che è stata finalmente trovata nel "mare" degli elementi transuranici. E il pensiero di tutti è andato di nuovo a Lazar, che aveva anche dichiarato che il combustibile del fantascientifoco reattore nucleare che forniva una quantità enorme di energia al disco volante alieno allo studio del quale lui lavorava, l'oramai leggendario elemento 115, era un transuranico stabile. Ci siamo tutti chiesti: possibile che sia stato solo un caso la contemporanea comparsa di questi due articoli proprio sul numero di Gennaio 2000 di Scientific American che proprio per la sua data di pubblicazione rivestiva in un certo senso il carattere "simbolico" di apertura di una nuova era? Non ci è dato, purtroppo, di conoscere la risposta a questa domanda. Tuttavia sento che è importante in questa fase far conoscere qual è la situazione reale per quel che riguarda questo "santo Graal" degli ufologi. Dal tempo in cui Lazar fece le sue rivelazioni, l'attenzione degli ufologi veniva frequentemente rivolta ai progressi fatti dai vari laboratori mondiali come Berkeley, Darmstadt e Dubna nel campo della sintesi degli elementi oltre l'uranio. Dopo la notizia della sintesi dell'elemento 114 nel Dicembre 1999 a Dubna, oramai si pensava vicino il momento in cui sarebbe stata annunciata la sintesi del 115, e confermata definitivamente la sostanza delle affermazioni di Lazar. Ritengo tuttavia che nella realtà le cose potrebbero non andare esattamente così. Permettetemi un momento di darvi alcune informazioni di base prima di entrare nel vivo dell'argomento. Quello che distingue un elemento da un altro nella tavola periodica è praticamente il numero dei protoni contenuti nel nucleo: così l'idrogeno è il primo di tutti (1 solo protone), mentre l'uranio si trova al posto 92 (92 protoni).

Elementi con oltre 92 protoni non si trovano sulla Terra e devono essere prodotti artificialmente. Poiché questi elementi stanno sulla tavola periodica dopo l'uranio, si chiamano tutti...transuranici. Oltre ai protoni, nei nuclei degli atomi ci sono anche i neutroni, ma mentre i protoni sono carichi elettricamente, i neutroni non lo sono; sono appunto...neutri.

 

COSA È UN ISOTOPO?

 

 

Prendiamo un atomo di Carbonio. Questo ha sempre 6 protoni, e in genere ha anche 6 neutroni; ma non sempre ha 6 neutroni. C'è una piccola percentuale di atomi di carbonio che hanno meno di 6 neutroni o più di 6 neutroni. I più conosciuti sono quelli che hanno 7 oppure 8 neutroni. Sotto ogni punto di vista questi sono sempre atomi di carbonio esattamente come gli altri. Possono formare anche loro l'anidride carbonica, il metano o qualunque altro composto di questo elemento; soltanto sono un poco più pesanti perché hanno 1 o 2 protoni in più. Ma in ogni caso occupano sempre il posto numero 6 della tavola periodica (perché il posto dipende solo dal numero dei protoni). I fisici dicono che tutti gli atomi che occupano lo stesso posto nella tavola periodica si chiamano isotopi (e infatti in greco isotopo significa stesso posto). In particolare il carbonio con 6 neutroni si chiama carbonio 12, metre gli atoòi di carbonio con sette e otto neutroni si cjiamano rispettivamente carbonio 13 e carbonio 14. I numeri 12,13,14 sono evidentemente la somma dei protini più i neutroni. Come si può vedere abbiamo definito in poche parole cos'è un isotopo, senza usare troppi termini tecnici; spero che i lettori me ne saranno grati.

Ultime note: mentre come detto le proprietà chimiche sono le stesse per tutti gli isotopi di uno stesso elemento,così non è per le proprietà nucleari: ad esempio, il carbonio 12 è stabile, mentre il carbonio 14 è radiottivo, cioè instabile! Nella tavola periodica questo è un fatto abbastanza comune. Il variare del numero dei neutroni,(non importa se in più o in meno) può dare luogo ad isotopi instabili o a isotopi radiottivi. E inoltre l'affermazione che faccio qui sotto è molto importante per capire l'enormità di quelloche dirò nel seguito a proposito del 115 di Lazar: in genere gli isotopi di un certo elemento sono pochi e si differenziano solo per pochissimi neutroni in più o in meno che in genere si posssono contare sulla punta delle dita. Se sapete un po' di Inglese e volete entrare nel mondo degli elemnti, e sapere un mucchio di cose interranti non solo sulla loro stabilità e su tutti i loro isotopi , ma anche sulla loro storia, su che aspetto ha, etc, vi consiglio di andare a vedere il sito: http//www.webelements.com/webelements/scholar/index.html.

 

L'ISOLA DI STABILITÀ

 

 

Allora veniamo al punto: Cos'è questa storia dell'isola di stabilità di cui si parla su Scientific American? Diciamo subito che fino ad ora non è stato sintetizzato sulla Terra un solo atomo, dico uno solo, di un elemento transuranico che sia stabile. Gelo tra l'Uditorio... ma allora ? niente paura:

Oganessian e colleghi (gli autori dell'articolo pubblicato su Le Scienze) sono sicuri di avere trovato l'Isola di Stabilità perché hanno ottenuto un isotopo dell'elemento 114 dalla vita lunghissima...ben 30 secondi. Ma allora se vive solo 30 secondi non è stabile! E' infatti io che avevo detto? Dovete sapere che, teoricamente, l'isotopo stabile del 114, quello che da parecchie decine di anni faceva immaginare ai fisici che ci fosse l'Isola di stabilità, a un totale di 298 tra protoni e neutroni. Quindi il suo nucleo contiene 114 protoni e 184 neutroni. Oganessian e colleghi hanno sintetizzato soltanto l'isotopo 289, quindi l'isotopo che ha 9 neutroni in meno di quanto sarebbe necessario. Questo, come già detto, ha una vita media di circa 30 secondi. La cosa grossa è che un isotopo del 114 con 2 neutroni in meno, il 287, anch'esso sintetizzato a Dubna, aveva vita media di 5 secondi, mentre il 285 (4 neutroni in meno), che era stato sintetizzato nel 1999 negli esperimenti di Nivov, Gregorich e colleghi a Berkeley (www.ibl.gov/Science-Articles/ Archive/elements-116-118.html ) aveva una vita media di soli 0,58 millisecondi [Phys. Rev. Lett. 83, 1104 (1999)]. 4 neutroni in più avevano allora fatto aumentare la vita media dell'elemento 114 di più di 10.000 volte! E mancano ancora altri 9 neutroni!

Si presuppone pertanto che aumentando i neutroni la vita media si allunghi a dismisura fino ad ottenere la totale stabilità. Un fatto analogo e forse ancora più spettacolare nei numeri è accaduto anche per l'elemento 112. Questi risultati hanno convinto tutti che: la stabilità è a portata di mano, ma a patto di riuscire infilare più neutroni in quei benedetti nuclei.

(Ricordatevi questa affermazione perché è molto importante nel seguito). Pertanto l'isotopo 298 dell'elemento 114 sarà stabile con certezza quasi assoluta.

Perdonatemi se vi sto a riempire la testa di numeri e paroloni, tuttavia ho scoperto che nell'Ufologia è molto importante conoscere un po' di Fisica. Nel mio caso addirittura, dopo aver avuto un incontro ravvicinato del 1° tipo con un UFO qualche anno fa, è d'obbligo cercare d'applicare la Fisica per spiegare cose che so con certezza che esisitono, per averle viste. Magari sbaglierò e la nostra fisica è ancora lontanissima anche dai concetti più semplici utilizzati dagli ET, tuttavia io credo che noi abbiamo già le conoscenze di base per capire molte cose, e perciò quello che vorrei sinceramente è stimolare una discussione che porit a ridurre le molte zone in ombra.

Ho avuto in questi anni dopo l'IR 1 molte interazioni con varie persone sull'argomento, e devo dire che i più scettici sono stati i non scienziati. In effetti gli scettici più accaniti erano le persone con meno conoscenze scientifiche, quelle per intenderci, che per credere a qualche cosa hanno bisogna che glielo dica il Prof. Zichichi alla televisione.

Mi piacerebbe parlare un giorno di quello che si può ipotizzare oggi sul principio della propulsione degli UFO partendo dalla fisica conosciuta, per far vedere a tutti in maniera scioccante che perfino George Adamski sapeva particolari intorno alla propulsione di un disco volante che in realtà non avrebbe dovuto sapere, sia per via della sua personale cultura di base, sia per il periodo storici in cui viveva.

 

L'ELEMENTO 115 STABILE

 

Dopo aver letto la notizia della sintesi dell'isotopo 289 dell'elemento 114, mi sono subito detto: allora l'elemento 115 stabile dovrebbe essere all'incirca l'isotopo 300 o 301 (cioè un protone più 1 o 2 neutroni in più dell'isotopo 298 teoricamente stabile del 114). Possibile che arrivati a questo punto la materia atomica consenta una "svolta" così straordinaria, sempre secondo quanto diceva Lazar? Forse siamo vicini ad un salto gigantesco della nostra fisica? Stiamo per sintetizzare l'elemento fondamentale per avere il volo interstellare? Mi è venuta subito la curiosità di vedere il suo sito (www.boblazar.com) quale isotopo del 115 usavano gli ET. E qui ho avuto la sorpresa: non era riportato l'isotopo. Guardate la tabella più sotto, che riporta gli stessi dati forniti da Lazar: la voce "peso atomico" che è quella importante per avere un'idea abbastanza precisa dell'isotopo, semplicemente non c'è. Dopo un primo attimo di smarrimento ho notato tuttavia che venivano dati gli elementi per calcolarlo, nelle voci densità e volume atomico.

(*) il 115 non è ancora stato ufficialmente sintetizzato: la data indicata da Lazar si riferisce alla scoperta di questo elemento durante la retroingegnerizzazione del reattore nucleare di un disco volante.

Senza che vi stia a fare tutti i conti si può da questi dati calcolare il peso dell'atomo 115 di Lazar in termini di unità di massa atomica, e cioè di neutroni e protoni contenuti. Il risultato non è 300 o giù di lì, ma...420!!! Che vuol dire questo? Che il nucleo peso l'equivalente di ben 120 neutroni in più di quanto ci si aspetterebbe.

Non vorrei per ora stare a commentare o fare dietrologie sul significato di questo punto. Mi interessa tuttavia stimolare delle discussioni: perciò mi limiterò a mettere luce soltanto alcuni punti rilevanti che sicuramente sono utili per ogni discussione successiva.

Prima di tutto: Lazar si è sbagliato?

La mia opinione è no. Il peso atomico è un dato molto importante ed è sicuramente uno dei primi numeri che sono stati calcolati. Lui è sicuramente a conoscenza del fatto che questo isotopo del 115 è assolutamente esotico.

Allora perché non lo ha voluto riportare espressamente nella tabella, anche se ha dato lo stesso i parametri per calcolarlo?

Non lo so, ma di certo questo è stato fatto deliberatamente.

Ma perché è così eccezionale il fatto che questo sia l'isotopo 420 dell'elemento 115?

Per capirlo tenete presenti le due affermazione che ho fatto prima:

- in genere gli isotopi di un certo elemento sono pochi e si differenziano solo per pochissimi neutroni in più o in meno, che si possono contare sulla punta delle dita.

- la stabilità è a portata di mano, ma a patto di riuscire infilare più neutroni in quei benedetti nucle.

Bene, la prima mette in evidenza che la nostra esperienza accumulata nell'arco del ventesimo secolo con tutti gli elementi finora conosciuti, non contiene in alcuna maniera evidenza di isotopi con un numero enorme di neutroni, e quindi rende rivoluzionarie, se sono vere, queste dichiarazioni di Lazar nel campo della fisica atomica. La seconda mette in evidenza il fatto che noi già abbiamo oggi difficoltà a creare nuclei transuranici con un numero normale di neutroni (perché questi nuclei vengono ottenuti facendo urtare e fondere assieme due nuclei più leggeri, che in proporzione hanno però meno neutroni di quelli pesanti: il risultato è perciò che siamo sempre a corto di neutroni). Quindi riuscire ad ottenere un nucleo con addirittura 120 neutroni in più del normale è aldilà delle possibilità attuali. Probabilmente questi esperimenti di sintesi dovrebbero essere fatti vicino a una sorgente brillante di neutroni, per poter migliorare le cose. In ogni caso, 120 neutroni in più sono tanti e la conclusione è una sola: che siamo ancora veramente molto lonatni dal poter sintetizzare quel tipo di nucleo.

E' plausibile che esista un nucleo simile?

Perché no?

Ed e' plausibile che questo nucleo abbia le proprietà descritte da Lazar?

Perché no? E se fosse un plasma di quark e gluoni stabile? (spero che vi riuscirò a parlare in seguito di questo nuovo stato della materia). In questo caso potrebbe, sotto forte eccitazione nucleare, emettere per emissione stimolata un fascio molto intensa di mesoni carichi con la carica del quanto della forza nucleare forte? Fascio che costituirebbe a tutti gli effetti l'onda della cosidetta "gravità A" di cui parla Lazar? (non si dimentichi che Lazar nella sua parentesi lavorativa a contatto con i dischi volanti aveva lavorato proprio al laboratori mesoni).

Visto che il 115 stabile di Lazar è l'isotopo 420, potrebbe allora accadere che il più normale isotopo 300 (cioè quello che potrebbe essere sintetizzato da qui a poco tempo) NON SIA STABILE?

Certo, potrebbe anche accadere che l'isotopo 300 o 301 dell'elemento 115 NON SIA STABILE! Con gravi conseguenze sull'Ufologia. Tutti superficialmente direbbero che il 115 di Lazar non è stabile e che lui è stato quindi un impostore. Per tale motivo ritengo sia molto importante prendere coscienza di questo fatto dell'isotopo 420.

E cosa accadrebbe invece se anche l'isotopo 300 o 301 del 115 fosse stabile?

Nulla; almeno in un primo momento non accadrebbe nulla. Tutti direbbero che le affermazioni di Lazar sono state confermate definitivamente, anche se da quello che avete letto più sopra capite subito che non sarebbe la verità. I problemi salterebbero fuori dopo molto tempo, una volta sintetizzata una quantità significativa di questo isotopo, quando si scoprirebbe che non ha nessuna delle proprietà attribuitegli da Lazar. Anche in questo caso sarebbe un grosso colpo per l'Ufologia se si arrivasse impreparati a questo momento.

In realtà si capisce adesso che l'affermazione più forte del nostro Bob non è assolutamente, come tutti credono, la stabilità del banale isotopo 300 o 301 dell'elemento 115. Alla luce di quanto abbiamo infatti visto in questo articolo, lui non ha proprio detto nulla relativamente a questo isotopo 300 o 301. Lui ha sempre e soltanto parlato dell'isotopo 420 anche se non lo ha fatto capire mai chiaramente. Pertanto si può dire che la sua affermazione più forte (e pertanto la sua predizione da verificare) è la seguente:

"Possono esistere transuranici stabili con un numero enorme di neutroni nel nuclueo. Ad esempio può esistere l'isotopo 420, stabile, dell'elemento 115."

In conclusione ora sappiamo che il 115 di Lazar non è l'isotopo che tutti credono, e che potrebbe essere sintetizzato tra poco tempo. In realtà è un oggetto molto più sofisticato, e per comprederne le proprietà in termini di fisica terrestre sono ancora necessari parecchi anni.

 

di Francesco Casadei, CUN Taranto

Repost 0
Published by il conte rovescio - in hi-tech e scienze
scrivi un commento
7 marzo 2014 5 07 /03 /marzo /2014 23:15

 

Le repliche forniranno dati sul riscaldamento intorno ai motori e la temperatura a cui sarà sottoposto l'ambiente intorno a loro durante il lancio. Una volta completato, il vettore più grande del SLS sarà il più potente e grande razzo mai costruito, sorpassando persino lo storico Saturn V che la NASA usò per mandare astronauti sulla Luna. Tanta sarà la potenza di questo razzo, che missioni interplanetarie verso Giove potranno arrivare in appena 2 anni!

I razzi, insieme alla nuova navicella spaziale chiamata Orion, permetteranno alla NASA di intraprendere nuove missioni interplanetarie nel prossimo decennio, con missioni verso asteroidi, la Luna e Marte.

http://www.link2universe.net/2014-03-07/nuovi-spettacolari-test-per-i-motori-dei-futuri-razzi-sls-della-nasa/#more-21605


Repost 0
Published by il conte rovescio - in hi-tech e scienze
scrivi un commento

 FORUM

Cerca

VIDEO IN EVIDENZA

http://www.loguardoconte.info/video/esperimenti-umani-condotti-da-alieni-154833/

Testo Libero

statistiche accessi

IL CONTE E IL DUCA

 

      thumbnail

 http://i.imgur.com/53qQJ.jpg