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21 ottobre 2013 1 21 /10 /ottobre /2013 21:53
frequenza Metro invernale Roma

Garrett McNamara è un professionista, un surfista estremo, la cui carriera ha già raggiunto i limiti dell’incredibile, che ha nuovamente guadagnato le luci della ribalta, cavalcando lo scorso gennaio, una montagna d’acqua, alta 30 metri. Ovviamente si tratta di un record mondiale, l’ennesimo, raggiunto da Garrett.

Il dove è Nazarè, 15.000 abitanti, che si affacciano sull’Atlantico, nel centro del Portogallo. Una spiaggia tra due promontori, un porto di pescatori, oggi famoso, per le sue onde, diventate già leggendarie tra gli amanti del surf.

Non solo surfsiti, visto che Nazarè è nota anche per la spiaggia, affollata in estate, dai più normali turisti in cerca di bagni (occhio però alle forti correnti oceaniche) e mercati tradizionali (bambole). A due ore di bus da Lisbona, molto frequentata d’estate dai Portoghesi.Una delle espressioni più spettacolari della forza del mare sono le onde. Le onde si formano principalmente per effetto del vento e della circolazione atmosferica, nel mare aperto possono avere varie lunghezze ed altezze, quando raggiungono la costa la massa d'acqua trasportata dall'ondaè incontra i fondali più bassi ed inizia ad alzarsi e mostrare tutta la sua forza.

Ci sono luoghi al mondo che per caratteristiche fisiche (zone aperte all'oceano e fondali che degradano) regalano onde stratosferiche. Su queste onde si sfidano uomini coraggiosi che a cavallo di una tavola da surf provano a domare la forza della natura.

Di seguito vediamo i luoghi al mondo con le onde più alte e pericolose con i relativi video degli impavidi surfisti.

Nazare Portogallo e record del mondo

Nel paese di Praia do Norte a circa 30 chilometri a nord di Lisbona si trova la baia di Nazare, qui le onde sono altissime per effetto del Canyon di Nazare profondo 5000 metri e lungo 230 chilometri, che produce il fenomeno dell'espansione, in sostanza sarebbe come se l'acqua si caricasse prima di incontrare i fondali più bassi. Il risultato finale lo si può osservare dal video in basso.
Nazare è stato lo scenario per il record del mondo di surf estermo(Extreme Waterman Challenge), l'hawaiano Garrett McNamara ha cavalcato nel 2013 un'onda di circa 27 metri (90 piedi) di altezza.
Il video in basso mostra proprio l'onda record.

Fai partire il video e premi "F" per ingrandire oppure clicca qui

Già nel 2011 McNamara aveva solcato queste onde come documenta il video in basso.

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Jaws Beach - Hawaii

La spiaggia di Jaws si trova a nord di Maui nelle Hawaii, una zona leggendaria per il surf, teatro di molte competizioni e che regala onde bellissime come quella di oltre 20 metri cavalcata da Mike Parsons (recordman di surf estremo) nel 2003.
La bellezza dell'onda e del gesto tecnico/atletico vengono esaltati dalle riprese realizzate a bordo di un elicottero.
Guardate il video in basso e resterete senza respiro!!!

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Waimea Bay - Hawaii

In estate il mare nella zona di Waimea nelle Hawaii è calmo e tranquillo ma in inverno le tempeste del nord del Pacifico producono onde enormi sulla costa.

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Ship Stern Bluff Shipstern Bluff - Tasmania, Australia

Ship Stern Bluff si trova nel parco nazionale della Tasmania (Australia) tra Cape Roul e Tunnel Bay.

La zona è tra le più impervie e pericolose anche per la presenza di grandi squali bianchi che nuotano tra le onde insieme ai surfisti.

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Mavericks - Nord della California, USA

Oltre alle Hawaii questa è un'altra località leggendaria degli USA in fatto di onde e surf.

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Teahupoo - Thaiti

Il villaggio di Teahupoo si trova sulla costa sud ovest dell'isola di Tahiti nella Polinesia Francese.

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Video Tsunami

Il fenomeno delle onde diventa distruttivo e pericoloso per la popolazione intera quando l'energia che attiva il modo ondoso nasce da un terremoto sottomarino (oppure una frana o eruzione vulcanica sottomarina).
In questi casi si produce uno movimento di massa d'acqua improvviso che genera un maremoto anche chiamato Tsunami dal giapponese "onda contro il porto".

Le onde del maremoto raggiungono velocità impressionanti dell'ordine di 800 Km/h, come un aereo arriva in prossimità della costa ed inizia a rallentare per effetto del fondale basso trasformando la sua energia in onde alte fino a 30 metri.
L'altezza dell'onda è simile a quelle cavalcate da recordman del surf estremo con la differenza che in questo caso la massa d'acqua sottostante è molto maggiore e prosegue il suo cammino verso l'interno della costa.

I peggiori maremoti degli ultimi anni sono stati quelli dell'oceano indiano del 2004 e quello delle coste giapponesi del 2011.

Tsunami del 26 dicembre 2004 a Phi Phi Island

Phi Phi Island è una bellissima isola della Thailandia caratterizzata da due lagune blu separate da una striscia di terra ferma, come si può facilmente immaginare il maremoto ha spazzato completamente il centro dell'isola.
Non ha caso il film Hereafter aveva come ambientazione proprio l'isola di Phi Phi.

Di seguito le scene iniziali del film Hereafter con ricostruzione dello Tsunami a Phi Phi:

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Video amatoriale del maremoto del 26 dicembre 2004 da Phi Phi Island:

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Maremoto in Giappone 2011

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19 ottobre 2013 6 19 /10 /ottobre /2013 16:50

Pesa 617 kg il pesce Kaluga catturato martedì nel fiume cinese Heilongjiang, vicino alla città di Tongjiang al confine tra Russia e Cina settentrionale.

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Il Kaluga è un enorme storione predatore. Il pescatore Chen Lin, autore della mirabile impresa, ha dichiarato che questo esemplare è il più grande che lui abbia mai pescato. Chen, di comune accordo con altri pescatori, ha inviato il Kaluga in un allevamento di storioni.

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Secondo gli allevatori, il pesce catturato da Chen è un esemplare di femmina che sta attualmente trasportando con sé circa 1,2 milioni di uova. La squadra del centro di allevamento preleverà le uova per procedere all'inseminazione artificiale di altri esemplari. I pesciolini poi saranno immessi nuovamente nel fiume Heilongjiang.

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Questa specie di storione esiste da più di 130 miliioni di anni e si pensa che sia il più grande pesce d'acqua dolce sulla terra. Questa specie è a rischio d'estinzione, dato che le sue preziose uova lo hanno reso preda ambita in tutto il mondo.







yahoo.com/

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19 ottobre 2013 6 19 /10 /ottobre /2013 06:16

Un animale di origine sconosciuta è stato trovato dai bagnanti Giovedi 16 Agosto, in un pomeriggio soleggiato nella spiaggia Luis Siret, appartenente al villaggio di Cuevas del Almanzora noto come Villaricos. Un bagnante ha comunicato alla PROMAR ( la protezione animali spagnola) di aver trovato un strana creatura gigantesca in avanzato stato di decomposizione. Il responsabile del PROMAR Paco Toledano non è riuscito a identificare l'essere, che appariva con una corda legata alla pinna caudale. Il Comune di Cuevas de Almanzora ha organizzato ed eseguito la sepoltura. Ma intorno all'animale sono subito cominciati come in altri casi simili le solite speculazioni, sono spuntati draghi e mostri marini.

Le spiagge restituiscono spesso corpi in decomposizione, e con la gente al mare, la notizia arriva subito agli organi di informazione, che ricamano spesso storie bizzarre. In Italia l'ultimo caso virale si riferiva al "mostro del poetto" a Cagliari in Sardegna.


La creatura Spagnola però è molto più grande, di oltre cinque metri.Questo ha acceso la fantasia di molti internaturi e il portale Almeria 24 ha mostrato ad alcuni biologi marini le foto dell'animale. Secondo gli esperti la creatura potrebbe essere un "Peje Zorro", lo squalo volpe. E' praticamente innocuo per gli esseri umani, colpisce piccoli banchi di pesci e li stordisce per essere in grado di catturarli più facilmente. vive in profondità fino a 500 metri ed è per questo che ha gli occhi enormi che utilizza per individuare la preda nella top buio. La pinna caudale può superare i due metri.

La spiegazione non convince tutti e il comune ha disposto della analisi per la sicurezza cittadina e per paura di qualche possibile epidemia. Intanto gli spagnoli si sono rivelati più celeri degli italiani nel caso del Poetto e la carcassa è già stata rimossa.

GUARDATE IL VIDEO

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11 agosto 2013 7 11 /08 /agosto /2013 21:57

Google Street View subacqueo per la Grande Barriera Corallina [VIDEO]

Come un Google Street View che mappa i fondali, dedicandosi a flora e fauna dell’Oceania. L’obiettivo è quello di rispondere alla domanda “In che condizioni di salute è la Grande Barriera Corallina e il Mare dei Coralli“? La possibile risposta arriverà dal progetto scientifico Catlin Seaview Survey. Questa importante spedizione sarà affiancata da Google che fornirà un supporto tecnologico per un’impresa davvero straordinaria. La mappatura a 360 gradi, dunque panoramica, dei 2400 km di estensione e di 100 metri di profondità di questo fondamentale ecosistema marino. Sarà reso disponibile grazie a una sorta di fotocamera panoramica versione subacquea da sub molto simile a quella montata sulle Google Car che scorrazzano per le vie del mondo per il servizio Google Street View. La grande novità di questa spedizione scientifica non sta tanto nella volontà di mappare per esteso la Grande Barriera dei Coralli a largo dell’Australia, quanto la capacità di effettuare una sorta di versione subacquea di Google Street View. Gruppi di sub si alterneranno e lavoreranno in simultanea per fotografare a 360 gradi tutta la Barriera fino a una profondità eccezionale di 100 metri. Sarà un modo per scoprire come è cambiato l’ecosistema tra i più importanti al mondo, una sorta di polmone sottomarino che è stato profondamente danneggiato dal riscaldamento globale e dalle acque sempre più acide. E sarà un modo per mostrare e raccontare i risultati dell’osservazione in un modo facilmente fruibile, per tutti gli utenti che potranno avvalersi di una connessione al web.

seaview camera

La spedizione Catlin Seaview Survey utilizzerà una speciale videocamera chiamata SVII Camera in grado di catturare immagini a 360 gradi viaggiando a una velocità di 4 km/h. Monterà dunque un propulsore che consentirà al sub-operatore di muoversi con agilità salvando un’immagine ogni 4-6 secondi di intervallo. Un po’ come le fotocamere panoramiche delle Google Car. La progettazione dovrebbe giungere al termine il prossimo settembre 2012. Per il profilo e per l’idrodinamica è stato utilizzato il profilo perfetto dello squalo. “La spedizione Catlin Seaview Survey comprende una serie di studi che si rivolgeranno al grande pubblico per raccontare le ultime frontiere della Terra: gli oceani – spiega il capo del team di ricercatori, Ove Hoegh Guldeberg – per la prima volta nella storia possediamo la tecnologia per la diffusione dei risultati grazie a Google“.   fonte

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23 marzo 2013 6 23 /03 /marzo /2013 23:15

Il corpo è anguilliforme e la sua sezione varia lungo il corpo: anteriormente è cicolare, al centro ovoidale e posteriormente appiattito ai lati.
La pelle, nuda, è ricoperta dì muco vischioso.
Nella parte superiore della testa ha una sola narice a tubicino con orli lievemente sporgenti.
L'occhio è piccolo, più alto che largo. Dispone di sette fori branchiali di forma quasi circolare.
La bocca, quasi una fessura che si sviluppa in lunghezza, nella parte posteriore è conformata in modo tale da poter aderire al fondo o al corpo dei pesci. Quando la bocca è aperta assume una forma discoidale e mette in evidenza 4 file di papille carnose, quasi sempre frangiate.

Non ha mascelle, ma in compenso ha la cavità boccale tappezzata da denti cornei acuminati, che si rinnovano periodicamente.

Non ha pinne pari e le impari sono limitate a due dorsali della stessa forma, di cui la seconda è circa lunga il doppio della prima e alla codale, che si estende di più sul lato ventrale che su quello dorsale.

  


Foto di
Anders Salesjö,
fishbase

I piccoli sono bianchi inferiormente e da grigio ardesia a nero-azzurro supermente. Gli esemplari più grossi hanno i fianchi marmorizzati in ardesia nerastro, su fondo grigio biancastro, il dorso è più scuro e a macchie più grandi e il lato ventrale è bianco sporco.
E' una specie che sopporta notevoli sbalzi di salinità e di temperatura e, pertanto, si può trovare in acque dolci o salmastre, ma, anche, in mare fino a 600 metri circa di profondità. La riproduzione, una sola volta nella vita e in primavera inizio estate, avviene in acque dolci. La femmina può avere oltre 200.000 uova, piccole e sferiche. Gli stadi larvali trascorrono da 3 a 5 anni nei corsi d'acqua, nascoste sotto le pietre o in anfratti, poi si trasformano nello stadio adulto e migrano al mare.
Gli stadi larvali si nutrono di plancton e quelli adulti sono parassiti di altri pesci. Non abboccano agli ami e vengono raramente prese con le reti. Le dimensioni massime dell'adulto raggiungono quasi il metro.
E' presente
ovunque, ma rara sulle coste italiane.Per stabilire se le lamprede siano pesci o meno, basta mettersi d'accordo sulla definizione di “pesci”. Questa parola attualmente non ha più un valore sistematico, ma ovviamente rimarrà sempre nell'uso tradizionale ad indicare, generalmente, tutti i vertebrati non tetrapodi (tutti quelli che non ha quattro zampe, in linea di massima). Gli agnati, questa è la classe di appartenenza delle lamprede, sono privi di mascelle (in greco: a-gnatos = senza mascelle), di scheletro osseo e anche di vertebre vere e proprie. Il cranio è costituito un cestello di trabecole cartilaginose che forniscono una sostegno, per quanto molto flessibile, alla regione cefalica. Ciononostante esse sono da considerare vertebrati a tutti gli effetti, per via di altre caratteristiche che non sto qui ad elencare. Le lamprede, assieme alle ancor più strane missine, discendono direttamente dai primissimi vertebrati comparsi sulla terra quasi 500 milioni di anni fa, gli ostracodermi, gli stessi che in seguito hanno dato origine agli gnatostomi (vertebrati dotati di mascelle). La bocca delle lamprede ha la forma di un disco munito di numerosi denti cornei acuminati, apparato adibito all'adesione ai pesci ospiti che ha valso loro il nome di ciclostomi, cioè “dalla bocca circolare”. Le lamprede adulte infatti conducono per lo più una vita da parassiti su grandi pesci marini.
Ai lati del capo, dietro gli occhi, si aprono sette camere branchiali in grado di pompare acqua in entrata ed in uscita.

Le lamprede in Italia
Le specie di ciclostomi presenti in Italia sono quattro:
Lampreda di mare (
Petromyzon marinus)
Lampreda di fiume (
Lampetra fluviatilis)
Lampreda di ruscello (
Lampetra planeri)
Lampreda padana (
Lethenteron zanandreai)
Le ultime due non sono parassite, il loro ciclo vitale si compie interamente in acqua dolce.
Purtroppo nessuna di queste specie se la passa bene a livello nazionale, essendo messe in crisi da inquinamento e alterazioni dell'habitat, a cominciare dagli eccessivi prelievi idrici e dalla costruzione di sbarramenti che ne impediscono la risalita dal mare ed il raggiungimento delle zone di frega. Tutte e quattro le specie risultano protette dalla Convenzione di Berna, ma ciò non implica necessariamente che siano state prese misure concrete per la loro tutela.
Mi vorrei soffermare adesso sulla più grande e spettacolare tra le specie italiche, oltre che la più rara nei nostri fiumi: la lampreda di mare.

 

Il caso dei Grandi Laghi americani
Vorrei adesso raccontare un fatto curioso, che deve far riflettere su alcuni luoghi comuni relativi alle specie alloctone invasive, nonché sui pericoli rappresentati dalle stesse. Si tratta di quanto è avvenuto nei Grandi Laghi americani nel secolo scorso. Come anticipato, la lampreda di mare è presente anche nell'Atlantico occidentale e risale regolarmente i corsi d'acqua americani nel periodo riproduttivo. Il sistema dei Grandi Laghi, al confine tra Canada e USA, è composto da cinque bacini principali: Lago Superiore, Michigan, Huron, Erie, Ontario, tutti collegati in serie dagli emissari,costituendo di fatto un unico corso d'acqua il quale prende nomi diversi a seconda dei tratti. L'ultimo tratto, quello che esce dal lago Ontario e sfocia in mare, è il fiume San Lorenzo. Il tratto che collega i laghi Ontario ed Eire prende invece il nome di Niagara, sul cui corso si trovano le celebri cascate omonime. Pertanto, le lamprede che storicamente risalivano dal mare per andarsi a riprodurre in questo bacino idrografico immenso potevano raggiungere il lago Ontario, dopodiché si trovavano la via sbarrata dalle insormontabili cascate del Niagara! Queste ultime, oltre ad essere una delle meraviglie naturali più spettacolari al mondo, rappresentavano un ostacolo non soltanto per la fauna ittica, ma anche per la navigazione, tant'è che si rese necessaria la realizzazione del canale di Welland, completato nel 1829. Da quel momento le lamprede poterono utilizzare questa via, la quale colma il dislivello esistente tra i due laghi mediante una serie di chiuse, per raggiungere tutti i potenziali letti di frega situati negli immissari dei grandi laghi. Ma non è tutto: questo immenso territorio vergine fu un'occasione per le lamprede marine di dimostrare tutta la loro versatilità e capacità di adattamento: col passare delle generazioni, un numero sempre maggiore di giovani lamprede che tornavano a valle per completare lo sviluppo non arrivavano più al mare, fermandosi bensì nelle acque dei laghi, svolgendo la fase pelagica del ciclo vitale in acque dolci e parassitando un gran numero di specie lacustri differenti: salmerini, trote, coregoni, persici, carpe, pesci gatto e quant'altro. Pertanto, nel giro di circa novant'anni costituirono, come si dice in gergo, popolazioni land-locked, cioè stanziali in acqua dolce, pur continuando a migrare negli immissari per la riproduzione (per la cronaca, alcuni studiosi ritengono che nel lago Ontario fosse già presente una popolazione stanziale originatasi naturalmente).
La comunità ittica ne risentì fortemente e con essa tutta l'economia legata al mondo della pesca. Si pensa che la lampreda abbia contribuito pesantemente all'estinzione di tre specie endemiche di coregonidi. Bisogna inoltre considerare anche aspetti economici secondari, come la vendibilità del pescato una volta sul banco del mercato: una trota che mostri sui fianchi una serie di cicatrici di forma circolare provocate dal disco orale delle lamprede, benché commestibile, non si presenta altrettanto bene come un pesce sano, pertanto il prezzo cala.

La trota di lago americana (Salvelinus namaycush) è tra le specie che maggiormente hanno subito l'invasione da parte della lampreda marina
Ciò ha comportato la necessità di tentare azioni di contenimento nei confronti di questa specie, ad esempio attraendole con feromoni o con sorgenti luminose nelle ore notturne per catturarle durante la risalita, oppure rilasciando in natura maschi sterilizzati che competano con quelli selvatici fertili. 

 

 

 

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4 marzo 2013 1 04 /03 /marzo /2013 22:13

Conosciuto in tutto il mondo, il ''Cristo degli abissi'' stupisce e rende magico un momento dove poterlo ammirare sotto il mare, avvicina un nostro stato emotivo, all' armonia e alla pace interiore. Ci sono scenari che toccano il cuore quanto la sguardo, immagini e paesaggi che non appaiono belli solo alla vista, ma che ci entrano dentro toccando qualcosa in noi che non sapremmo definire.

La Liguria è piena di luoghi del genere, più o meno conosciuti e famosi, apparentemente semplici, che richiamano tuttavia emozioni e sensazioni forti. La Liguria è terra – anche – di mare, uno spazio che va conosciuto ed esplorato tanto sopra quanto sotto la superficie, capace di regalare scenari di eccezionale bellezza. E se la costa della nostra regione è piena di aree ormai diventate mete immancabili di sub e appassionati di snorkeling, ve n’è una in particolare che ne è diventata il simbolo, in cui si intrecciano – come a volte accade con il mare – valori umani, religiosi e quel senso di rispetto per il mare, la sua bellezza e le sue genti.

Il Cristo degli Abissi

Il Cristo degli Abissi

E’ nell’Area naturale marina protetta di Portofino – istituita già nel 1999 in provincia di Genova – che troviamo il Cristo degli Abissi. La statua, posta su fondale a 15 m. di profondità nel 1954, si trova nella baia di San Fruttuoso, tra Camogli e Portofino e con la sua presenza crea sott’acqua un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, perla racchiusa all’interno di una dei più bei luoghi di tutta la Liguria.

Il Cristo nacque da un’idea di Duilio Marcante che, a seguito della morte di Dario Gonzatti durante un’immersione, promosse la posa della statua. Alta 2,50 metri e completamente in bronzo, venne realizzata dallo scultore Guido Galletti e posta con la collaborazione della Marina Militare Italiana. Le sue mani rivolte alla superficie – o al cielo – sono aperte in segno di pace.

Il Cristo degli Abissi di Portofino

Il Cristo degli Abissi di Portofino

Il Servizio Marittimo del Tigullio, il FAI (Fondo Ambiente Italiano) e l’Associazione La Fede sotto il mare propongono un’escursione tra spiritualità ed avventura, dove sarà possibile vivere un’esperienza straordinaria alla scoperta non solo del Cristo, ma anche di straordinari monumenti religiosi come l’Abbazia di San Fruttuoso.

In particolare, per rendere possibile a tutti la visita del Cristo, il Servizio Marittimo del Tigullio utilizza una tecnica collaudata da diversi anni per permettere la visita ai fondali dell’Area Marina Protetta di Portofino a moltissimi turisti e scolaresche. Il sistema offre ai visitatori l’opportunità unica di assistere all’immersione su questo famoso sito e di vedere le immagini in diretta, accompagnati da una guida ambientale e da un video operatore subacqueo, che porta in superficie le immagini di ciò che avviene in tempo reale a profondità comprese fra –1 e –40 metri.

Il Cristo fu realizzato dallo scultore Guido Galletti, con le braccia protese verso l'alto in segno d'invocazione. La scultura è alta 2,5 metri e pesa 260 kg. Nel crogiolo furono fuse medaglie di marinai e di atleti, campane, cannoni, elementi navali e perfino eliche di sommergibili americani donati dall'U.S. Navy. A seguito della morte di Marcante fu posta una targa sul basamento della statua in sua memoria.
La statua è stata restaurata recentemente per preservarla dalla corrosione e dalle incrostazioni e per riattaccare la mano che era stata staccata da un'ancora.

Chi fosse impossibilitato o non amasse immergersi potrà osservare il Cristo attraverso un batiscopio o una maschera subacquea, oppure ammirare la copia posta nella chiesa di San Fruttuoso. E non si tratta dell’unica copia: una si trova nel lago Palù, in Val Malenco, dove fu posta nel 1972, mentre un’altra sorge in Florida, a Key Largo. Esiste poi un altro Cristo degli Abissi, in formato ridotto, che si erge sulla banchina del porto di St. George's, capitale dell'isola caraibica di Grenada. L'originale in gesso della statua è invece conservato a Marina di Ravenna nel Museo Nazionale delle Attività Subacquee.

 

 

 

 

 

 

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19 gennaio 2013 6 19 /01 /gennaio /2013 21:01

L'uomo è un animale "terricolo". Fu Darwin ad affermare che esso non si avventura sul mare se non spintovi da necessità. Solo da pochi anni sembra che il rapporto fra uomo e mare sia cambiato, e che l'ammirazione e l'attrazione che esso suscita in noi si siano liberate da quell'oscuro terrore, da quella paura mitica che è legata al mare fin dagli albori della civiltà. La paura del mare è sepolta nell'inconscio collettivo di tutti gli uomini, i quali, per giustificarla a loro stessi, lo hanno popolato di divinità terribili e feroci. In epoche più recenti, spazzate via le divinità, rimasero i mostri la cui esistenza veniva confermata dai racconti dei navigatori e avallata dalla credulità degli uomini di scienza.

Molti di questi mostri sono interamente frutto della fantasia, altri non sono che descrizioni esagerate e tendenti al fantastico di animali allora ignoti, che più tardi furono regolarmente classificati, alcuni, infine, e contrariamente a quanto si crede, non sono affatto leggendari perché esistono autorevoli relazioni e descrizioni della loro presenza fin quasi ai nostri giorni. Tralasciando le avventure di Ulisse con la mitica Scilla, o quelle di Perseo con la Medusa (che era certamente un mostro marino) e i mostri di ogni mitologia in genere, dobbiamo riprendere un manoscritto etiopico su Alessandro Magno, quello che descrive la sua famosa immersione in una campana.

Il racconto, soffuso di cristiano misticismo, narra che un angelo avrebbe mostrato ad Alessandro le creature sconosciute del mare e i terribili mostri, uno dei quali, dopo aver addentato il barile di vetro in cui era rinchiuso, e dopo essergli sfilato innanzi per due giorni, tanto era lungo, si allontanò senza che il grande condottiero avesse potuto vederne la coda. Poi l'angelo ordinò a un altro mostro di passare alla velocità del lampo. Alessandro dovette attendere tre giorni e tre notti prima di intravederne la coda.

Ma saltiamo anche il Medio Evo, nel quale si parla confusamente di sirene, tritoni e pesci giganti; dobbiamo arrivare al Rinascimento, alle Grandi Scoperte, per avere delle descrizioni ben dettagliate. Lo scienziato Rondelet, autore dell'Universum Piscium Historia, edito nel 1554, parla per la prima volta del pesce-monaco.

Di che cosa si trattava? Riportiamo le sue stesse parole: "Nel nostro secolo, dopo una grande tempesta, è stato catturato in Norvegia un mostro marino che fu da tutti chiamato monaco per il suo viso umano, ma assai rozzo e malgrazioso. La testa era liscia e ben rasata; sulle spalle aveva una specie di cappuccio da monaco; due lunghe pinne al posto delle braccia, e il corpo finiva con una lunga coda".

Rondelet accenna per la prima volta anche al pesce-vescovo, la cui esistenza era ritenuta certa dai marinai del secolo scorso: "Nel Mar Baltico, lungo le coste della Polonia, fu preso nel 1433 un uomo marino che aveva l'aspetto di un vescovo, con tanto di pastorale e tutti gli altri ornamenti... esso permise a parecchia gente di toccarlo, specialmente ai vescovi, ai quali dimostrò di portar rispetto con i gesti. Il re voleva farlo rinchiudere in una torre, ma dimostrò di non gradire quest'ultima attenzione, allora i prelati lo riaccompagnarono in mare. Entrato in acqua salutò tutti, e, data la benedizione con un segno di croce, si tuffò in mare e scomparve".

Non è difficile per noi moderni individuare che cosa fossero questi buoni mostri. Doveva trattarsi certamente di foche sbattute a terra dalla tempesta o indebolite; quanto agli ornamenti vescovili e alla benedizione... Nel Rinascimento scienza, letteratura, fantasia e religione si fondevano armoniosamente tra loro.

C'erano anche i mostri cattivi; come la remora, che arrestava i bastimenti facendo perire di fame e di sete gli equipaggi, c'erano i mostruosi Kraken, lunghi un miglio e mezzo, c'erano le balene-isola, sulle quali i marinai sbarcavano erroneamente per accendervi il fuoco e passare la notte. La balena-isola, a questo punto, sentiva il fuoco e per spegnerlo non trovava miglior sistema dell'immersione, trascinando tutto con sé.

Gli stessi seguaci di S. Brandano, che su un curragh irlandese attraversò l'Atlantico prima ancora dei Vichinghi, furono protagonisti di un episodio del genere, dal quale però uscirono indenni, anche se certamente bagnati. I marinai scandinavi raccontavano dei feroci Springhual, che erano soliti assalire le navi ed amavano la carne umana; e dei Physeter, capaci di mettersi ritti sulle onde e di far capovolgere una nave "per grande che sia".

Questi due mostri dovrebbero essere rispettivamente l'orca e il capodoglio, anche se le loro caratteristiche, in fondo, sono meno terribili di quanto raccontassero i navigatori. Ma i mostri marini per eccellenza, celebrati in tutte le epoche e in ogni letteratura, sono due: il serpente di mare e la piovra gigante.

La storia del primo comincia nelle gelide acque dei fjords norvegesi, ma se ne hanno tracce anche in racconti mitologici di varie civiltà occidentali e orientali, nonché nella Bibbia. Olaus Magnus gli attribuisce 60 metri di lunghezza ed un pessimo carattere: "Va a terra per divorare maiali e vitelli, assale le navi e divora i marinai alle manovre sull'albero... la sua apparizione reca sfortuna e annuncia un cambiamento di regno". Il pastore Hans Egede, in viaggio per la Groenlandia, nel 1734 ne incontrò uno "la cui testa si ergeva fino alla cima degli alberi della nave, e soffiava come una balena".

Queste descrizioni impressionavano fortemente l'opinione pubblica, ma gli scienziati ne negavano l'esistenza. Finalmente, nel 1848, l'HMS Daedalus ne avvistò uno e ne diede comunicazione ufficiale. Allora molti marinai che lo avevano visto e avevano taciuto per timore del ridicolo, cominciarono a parlare, e in seguito sembrò che in alto mare non ci fossero che serpenti. Certamente la maggior parte di queste notizie erano false o errate, ma non mancavano avvistamenti da parte di gente seria, navi da guerra, marinai con grande reputazione, colti viaggiatori.

Nel 1905 fu avvistato perfino dal romanziere Kipling, nel Pacifico occidentale, e dal naturalista Nicoll, al largo del Brasile. Tutti i racconti concordavano quanto a forma e a dimensioni, ben diverse, naturalmente, da quelle di Olaus Magnus. Da un'analisi di oltre duecento descrizioni sicure, si traeva la conclusione che non si trattasse di un vero serpente, ma di un animale sconosciuto, probabilmente un mammifero, dato il suo soffio sempre osservato e proprio dei cetacei, e l'abitudine di emergere in calma piatta.

Questo fatto fu confermato autorevolmente durante la prima guerra mondiale dal comandante dell'U-28. Il 30 luglio del 1918 l'U-28 silurò il piroscafo inglese "Hiberian" carico di esplosivo. Era appena scomparso sotto le onde, che il piroscafo esplose scagliando fuori d'acqua numerosi rottami. Tra questi, le sei persone che si trovavano in torretta sull'U-boote, poterono vedere una specie di grande coccodrillo lungo una ventina di metri che si dimenava con violenza. Le sue zampe erano palmate come quelle dei cetacei.

Il serpente di mare continuò ad essere avvistato per molti anni; nel 1956 dei pescatori avvistarono un'immensa testuggine marina e nel 1958, nelle acque di Rio de Janeiro, un peschereccio lo avvistò di nuovo. Da allora tutto tace. Neanche i numerosi solitari con le loro piccole imbarcazioni a vela ne parlano più. Potrebbe trattarsi di una specie sopravvissuta fino ai nostri giorni ed estintasi recentemente, oppure c'è stato "chi l'ha visto" ed ha taciuto per paura del ridicolo? Il serpente di mare resterà certamente a cavallo tra leggenda e realtà.

Quanto alla piovra gigante, la prima fonte storica che ne parla è Plinio il Vecchio. Egli dice che nei pressi di Gibilterra un polpo aveva l'abitudine di devastare i vivai di ostriche ed aragoste dei raffinati patrizi romani del luogo. I guardiani tentarono invano di sorprenderlo con appostamenti e barricate; il polpo le superava facilmente arrampicandosi sugli alberi. Una notte i cani da guardia lo sorpresero mentre era a terra e lo accerchiarono abbaiando furiosamente.

Egli si difendeva soffiando e scacciando a colpi di tentacoli i cani che volevano azzannarlo. Con sforzi infiniti, tridenti, lance, i guardiani, che credevano di battersi con un mostro, riuscirono infine ad ucciderlo e ne portarono la testa a Lucullo. Era grossa quanto un barile da 15 anfore, e un uomo riusciva appena ad abbracciare i suoi tentacoli. I testi scientifici attuali dicono che il polpo può raggiungere un diametro di due metri e mezzo. Ma nel 1912, a Tolone, il palombaro Lédu, che recuperava degli oggetti della corazzata "Liberté", fu aggredito da una piovra, che fu tirata a bordo del battello appoggio, attaccata alla sua vittima svenuta. Pesava 60 Kg e dicono che avesse un diametro di 8 m, e una lunghezza di 4,80.

Un palombaro del Pireo, invece, raccontò di una piovra del diametro di 12 metri, ma nessuno gli credette. A S.Francisco, nel 1912, fu preso un polpo che, misurato, diede queste dimensioni: peso 125 Kg, diametro 9,80 m e lunghezza 4,90. Misure pressoché identiche furono prese su una piovra catturata nel 1874 a Ilinluk, Unalaska, nel Pacifico. Sulla base di queste misure, il racconto di Plinio diviene quasi verosimile: egli si limita a raddoppiare la misura dell'animale e a triplicarne il peso, ma sappiamo che l'esagerazione, presso gli antichi, era quasi una regola, eppoi chi sa mai...

Le piovre giganti attaccano le navi? Gli antichi dicevano di si, ma già nel XVIII secolo si riteneva impossibile. Forse sarà opportuno precisare che i protagonisti degli spettacolari incidenti di cui stiamo per trattare non erano piovre, ma calamari giganti, una specie praticamente sconosciuta fino al secolo scorso, che in seguito fu classificata "Architeutis". Si tratta comunque di molluschi cefalopodi che rassomigliano moltissimo alla piovra, ma risaliamo ai fatti giunti fino a noi. Denys de Monfort (anno 1802) parla dell'attacco di una piovra gigante (leggi: calamaro) a una nave di St. Malo che, dalle coste africane, era diretta ai Caraibi.

Tutti gli uomini si difesero strenuamente con fiocine ed asce, ma il mostro, con il solo suo peso, rischiava di far fare scuffia alla nave; allora i marinai fecero un voto a S. Tommaso. Se S. Tommaso li aiutò non possiamo dirlo, certo è che i marinai riuscirono a recidere tutti i tentacoli del mostro, il cui tronco andò a picco, e la nave si raddrizzò immediatamente.

Lo stesso autore racconta di un altro attacco, avvenuto nelle acque di S. Elena. In piena calma piatta, due marinai verniciavano la fiancata della nave appesi fuori bordo; improvvisamente due mostruosi tentacoli li strapparono via e un terzo cercava di acchiappare sulle sartie un uomo che fuggiva a riva d'albero, e per poco non ci riuscì. L'equipaggio corse alle armi, si lanciarono cime e arpioni, ma dei due malcapitati non si ebbe più notizia, perché il mostro, vista la mala parata, scomparve con la sua preda.

Questi due racconti furono messi molto in dubbio dagli scienziati, ma che dire della goletta "Pearl", di 150 tonnellate, che nel tardo pomeriggio del 10 maggio 1872, sotto gli occhi di un'altra nave al largo di Ceylon, fu attaccata da un calamaro gigante e trascinata a fondo nel giro di pochi secondi? La nave che aveva assistito alla scena giunse a tutta forza sul luogo del naufragio, dove riuscì a ripescare sei degli otto uomini dell'equipaggio, compreso il comandante che aveva tirato una fucilata sul mostro apparso a breve distanza dalla sua nave, scatenandone l'ira.

Nel marzo del 1941, la nave "Britannia" affondò tra la Guinea e il Brasile. Dodici uomini si trovarono su una zattera così piccola che non poteva contenerli tutti, e a turno stavano in acqua. Una notte uno degli uomini fu strappato via da un calamaro gigante e il ST Cox sentì un tentacolo avvolgerglisi attorno a una gamba, e ne seguì subito dopo una grande sofferenza.

Il calamaro, non si sa perché, lasciò la presa, ma sulla gamba dell'ufficiale mancavano dei brani rotondi di pelle delle dimensioni di una moneta. L'attacco in questo caso è certo, ma l'uomo si trovava in acqua e in condizioni di inferiorità. È stato detto che il calamaro gigante assale piccole imbarcazioni, ma più che di attacchi veri e propri è probabile che si tratti della caduta del tutto fortuita del calamaro, che ogni tanto suole compiere grandi balzi fuori dall'acqua.

Ma il caso più clamoroso è certamente l'attacco di un Architeutis a una petroliera norvegese di 15000 tonnellate, lunga 150 m, che navigava a 12 nodi tra Hawaii e Samoa. Il calamaro si lanciò per ben tre volte sulla nave a una velocità di circa 20 nodi. La terza volta riuscì in qualche modo ad aggrapparsi allo scafo, ma non avendo presa sul metallo liscio, scivolò lentamente verso poppa fino ad essere preso nel risucchio dell'elica che lo fece a pezzi.

Questo fatto è spiegabile con la forma della carena, che ricorda all'Architeutis la forma del capodoglio, suo eterno nemico per ragioni di sopravvivenza, ma bisogna soprattutto osservare che l'animale da preda, specie poco evoluto come il calamaro, percepisce meglio la velocità che le dimensioni, fenomeno ben noto ai pescatori di traina. 12 nodi sono probabilmente la velocità di crociera alla quale nuota in superficie un capodoglio.

Quali dimensioni può raggiungere un Architeutis? A giudicare dai rari esemplari che è stato possibile misurare, la massima lunghezza risulta 16 metri, ma, se dobbiamo prendere in esame le braccia e le ventose ritrovate negli stomaci dei capodogli, dobbiamo concludere che alcuni di questi cetacei superano i 36 m (esclusi i due tentacoli più lunghi). Infine, se dobbiamo ammettere che le enormi cicatrici sul dorso dei capodogli (del diametro di 45 cm) sono attribuibili all'Architeutis, otteniamo una lunghezza, per il solo corpo, dell'ordine dei 60 m, cioè 150 metri con i tentacoli, ma sempre escludendone i due più lunghi.

Osservando questi dati c'è da rabbrividire, tanto più che sono calcoli effettuati da seri naturalisti, specialisti sull'argomento. E allora i racconti di Plinio, di Olaus Magnus, di Denys de Monfort, che facevano sorridere, meritano un più attento riesame. Forse, se incidenti del genere non avvengono più spesso è solo una questione di probabilità.

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2 novembre 2012 5 02 /11 /novembre /2012 23:30

Con il termine "pastinaca" si intende una famiglia di pesci (Dasyatidae) dal corpo piatto di forma romboidale e una piccola coda sottile. Ciò che a prima vista la distingue da una comune razza è la presenza di un aculeo velenifero in corrispondenza della base della coda.
In realtà, ciò che differenzia la pastinaca da una razza è anche la dimensione che può raggiungere: alcune specie, come la gigantesca Himantura chaophraya, possono superare i 2 metri di diametro per 4 metri di lunghezza, misure che le rendono tra pesci d'acqua dolce più grandi del mondo.Le pastinache sono presenti in abbondanza nelle acque costiere e poco profonde dei mari temperati. Passano buona parte del loro tempo inattive, semisepolte sotto la sabbia, muovendosi solitamente con il solo oscillamento della coda. In genere il colore della pastinaca si mimetizza con il fondale marino, nascondendola agli squali predatori e alle razze più grandi. Il suo corpo piatto, munito di pinne pettorali tra la testa e il tronco, termina con la famigerata coda posteriore. Gli occhi sporgenti della pastinaca sono posizionati sul lato dorsale, mentre bocca, narici e branchie si trovano su quello ventrale. Gli scienziati traggono da ciò la convinzione che gli occhi della pastinaca non giochino un ruolo centrale nelle sue attività predatorie.
Animali giganti: ecco quelli più noti
La pastinaca gigante asiatica (Himantura chaophraya) è un pesce d'acqua dolce che vive principalmente sul fondale dei fiumi Chao Phraya e Mekong, oltre che in alcuni dei loro affluenti più grandi.
Un esemplare femminile può raggiungere i 4,88 metri di lunghezza dalla punta della testa a quella della coda, e superare abbondantemente i due metri di diametro; i maschi, invece, sono grandi quasi la metà delle femmine, e pesano fino a 8 volte meno.
Gli esemplari più grandi possono arrivare a pesare fino a 600 kg, e sebbene si nutrano di pesci di fondale o invertebrati sono pesci da approcciare con estrema cautela.
La Himantura chaophraya, infatti, è dotata di un aculeo dentellato che può misurare quasi 40 centimetri di lunghezza. Questa arma di difesa si trova in prossimità dell'attaccatura della coda al corpo, ed è dotata di margini seghettati che ne aumentano il potere di penetrazione.
Alla base dell'aculeo si trovano alcune ghiandole velenifere che producono ittioacantossina, un veleno che attacca le cellule provocando incontrollabili contrazioni muscolari e un dolore lancinante che può durare per giorni.

L'aculeo è così resistente da poter scalfire anche le ossa, e può facilmente raggiungere organi interni o vasi sanguigni vitali nel caso dovesse perforare il corpo umano. Se si dovesse rompere, inoltre, la pastinaca riuscirà a rigenerarlo al ritmo di circa 1 centimetro al mese, ripristinando completamente il suo sistema di difesa.
Per chi non avesse mai avuto la gioia di partecipare ad una battuta di pesca, è difficile immaginare gli sforzi necessari per portare a galla un pesce così grande. Le esche utilizzate per attirare le pastinache giganti devono pesare almeno un chilogrammo, e devono essere rigorosamente vive; una volta agganciata all'amo, la H. chaophraya può ricoprirsi di una massa di fango pari al suo peso corporeo, rendendola quasi impossibile da sollevare anche con una canna specificamente realizzata per la pesca di grossi pesci oceanici.
La pastinaca gigante ha dimostrato più volte di essere capace di trascinare per chilometri imbarcazioni in grado di ospitare fino a 6-7 persone, o addirittura affondare barche più piccole. Se anche si riuscisse a trascinarla in superficie dopo ore e ore di battaglia, è necessario l'aiuto di diverse persone e di almeno una rete per portarla a riva.
La vita della pastinaca gigante d'acqua dolce è ancora avvolta dal mistero. Questa specie è stata descritta per la prima volta solo nel 1989, e nessuno conosce ancora i dettagli del suo ciclo vitale.
E' possibile che questo pesce possa sopravvivere anche in acqua salata, ma la sua "timidezza" lo rende particolarmente difficile da seguire e analizzare.
Nel suo habitat naturale, la H. chaophraya è considerata a serio rischio di estinzione. Negli anni '90, il governo tailandese ha iniziato un programma di ripopolamento per ripristinare la popolazione di pastinache giganti nei corsi d'acqua dolce del Paese; il programma è stato tuttavia sospeso pochi mesi dopo per mancanza di fondi.
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14 ottobre 2012 7 14 /10 /ottobre /2012 21:35

Le dimensioni dell' occhio di un pescespada ha dell' incredibile: le sue dimensioni, raggiungono quelle di un grosso pompelmo! Ritrovato su una spiaggia della Florida a Pompano Beach, vicino a Fort Lauderdale , la notizia ha incuriosito molte persone che non hanno mai visto un occhio di quelle dimensioni, soprattutto quelle di un pescespada con queste dimensioni.

 Le alternative che riguardano un occhio del genere, si orientano anche in queste possibilità: calamaro gigante, pesce vela e uno squalo volpe. Le dimensione del pesce, si orienterebbero in 10 piedi di lunghezza, almeno: il portavoce della FWC,  Carli Segelson ha detto al Guardian che i biologi marini presso la Florida Fish and Wildlife Research Institute di St Petersburg, potrebbero rilasciare i loro risultati ufficiali entro i prossimi giorni, dopo i test genetici. Sempre in zone limitrofe, proprio l' anno scorso, è stato ritrovato morto un calamaro gigante delle dimensioni di 23 piedi!

L' esperto Burgess ha detto una tale scoperta non è rara lungo le spiagge del sud-est della Florida, dove un forte flusso del Golfo porta spesso nelle più profonde zone oceaniche creature a terra, anche se ha detto che i pesci erano generalmente intatti e non sezionati come in questo caso: si potrebbe già escludere la possibilità di uno squalo, poiche' attorno all' occhio sono stati rinvenuti anche frammenti di osso, mentre gli squali hanno della cartilagine.In questo caso, non vi era una "chiara l'interazione umana",quando probabilmente i pescatori a bordo di una barca hanno sezionato il pesce morto per tagliare fuori l'occhio, con l'intenzione di tenerlo come ricordo. Ricordo macabro, certo,

 

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26 agosto 2012 7 26 /08 /agosto /2012 17:19

COSA SIGNIFICA SOGNARE IL MARE IN TEMPESTACOSA    

http://www.univ-aut.org/wp-content/uploads/2011/07/tempesta.jpg
"Ho sognato il mare mosso, il mare calmo, in tempesta". Chi non ha mai sognato il mare durante un sonno ristoratore ? Il mare è uno degli elementi più frequenti nel mondo onirico e sognare un mare calmo, in tempesta oppure in cui nuotiamo o affoghiamo può portarci messagi importanti. Il sogno, con i suoi simbolismi e le sue mille sfaccettature può veramente essere portatore di importanti consigli da parte del nostro subconscio. Cosa vuol dire sognare di fare il bagno in un mare bello, cristallino, limpido ?

COSA SIGNIFICA SOGNARE IL MARE IN TEMPESTA
Se associamo, come la maggior parte di molti psicanalisti fa, il mare alla nostra coscienza e personalità, allora dobbiamo pensare che sognare un mare agitato possa indicare turbamenti che riguardano la nostra vita nella realtà. Preoccupazioni che ci agitano o periodi prossimi che potrebbero giungere e scombussolarci la vita quotidiana. Il nostro subconscio, durante l'esperienza onirica ci manda segnali evidenti attraverso mari agitati. Se poi, nel sogno, ci ritrovaimo a dover nuotare in un mare in tempesta senza la possibilità di rimanere a galla, allora questo è indice del fatto che non siamo ancora pronti ad affrontare situazioni presenti o future e che, probabilmente, ne saremo vittima. Se riusciamo a starci a galla e a raggiungere magari la riva allora, forse, abbiamo tutte le capacità per affrontare le situazioni.

COSA SIGNIFICA SOGNARE IL MARE CALMO

http://tropeaperamore.fotoblog.it/photos/00/01/553512984.jpg


E' ovvio che il sogno in cui un mare ha le sue acque calme può significare che siamo in pace ed in completa simbiosi con il nostro subconscio e che la nostra vita presenta risvolti positivi. Se il mare è limpido e riusciamo a vederne il fondale è davvero ottima cosa perchè siamo in simbiosi con la nostra anima e riusciamo ad essere in perfetto accordo con tutti gli aspetti della nostra vita. Se nuotiamo, andiamo giù e raggiungiamo la riva senza difficoltà significa che siamo padroni della nostra vita.

Mai sottovalutare i messaggi che vengono dal nostro mondo onirico. Anche se la maggior parte dei simboli che in esso incontriamo sono personali (da qui la relativa utilità dei dizionari dei sogni), alcuni simboli hanno, bene o male, significati uguali per tutti, come sognare, appunto, il mare in tempesta o calmo, perchè la collettività lo percepisce come simbolo unversale.

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