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23 marzo 2013 6 23 /03 /marzo /2013 23:15

Il corpo è anguilliforme e la sua sezione varia lungo il corpo: anteriormente è cicolare, al centro ovoidale e posteriormente appiattito ai lati.
La pelle, nuda, è ricoperta dì muco vischioso.
Nella parte superiore della testa ha una sola narice a tubicino con orli lievemente sporgenti.
L'occhio è piccolo, più alto che largo. Dispone di sette fori branchiali di forma quasi circolare.
La bocca, quasi una fessura che si sviluppa in lunghezza, nella parte posteriore è conformata in modo tale da poter aderire al fondo o al corpo dei pesci. Quando la bocca è aperta assume una forma discoidale e mette in evidenza 4 file di papille carnose, quasi sempre frangiate.

Non ha mascelle, ma in compenso ha la cavità boccale tappezzata da denti cornei acuminati, che si rinnovano periodicamente.

Non ha pinne pari e le impari sono limitate a due dorsali della stessa forma, di cui la seconda è circa lunga il doppio della prima e alla codale, che si estende di più sul lato ventrale che su quello dorsale.

  


Foto di
Anders Salesjö,
fishbase

I piccoli sono bianchi inferiormente e da grigio ardesia a nero-azzurro supermente. Gli esemplari più grossi hanno i fianchi marmorizzati in ardesia nerastro, su fondo grigio biancastro, il dorso è più scuro e a macchie più grandi e il lato ventrale è bianco sporco.
E' una specie che sopporta notevoli sbalzi di salinità e di temperatura e, pertanto, si può trovare in acque dolci o salmastre, ma, anche, in mare fino a 600 metri circa di profondità. La riproduzione, una sola volta nella vita e in primavera inizio estate, avviene in acque dolci. La femmina può avere oltre 200.000 uova, piccole e sferiche. Gli stadi larvali trascorrono da 3 a 5 anni nei corsi d'acqua, nascoste sotto le pietre o in anfratti, poi si trasformano nello stadio adulto e migrano al mare.
Gli stadi larvali si nutrono di plancton e quelli adulti sono parassiti di altri pesci. Non abboccano agli ami e vengono raramente prese con le reti. Le dimensioni massime dell'adulto raggiungono quasi il metro.
E' presente
ovunque, ma rara sulle coste italiane.Per stabilire se le lamprede siano pesci o meno, basta mettersi d'accordo sulla definizione di “pesci”. Questa parola attualmente non ha più un valore sistematico, ma ovviamente rimarrà sempre nell'uso tradizionale ad indicare, generalmente, tutti i vertebrati non tetrapodi (tutti quelli che non ha quattro zampe, in linea di massima). Gli agnati, questa è la classe di appartenenza delle lamprede, sono privi di mascelle (in greco: a-gnatos = senza mascelle), di scheletro osseo e anche di vertebre vere e proprie. Il cranio è costituito un cestello di trabecole cartilaginose che forniscono una sostegno, per quanto molto flessibile, alla regione cefalica. Ciononostante esse sono da considerare vertebrati a tutti gli effetti, per via di altre caratteristiche che non sto qui ad elencare. Le lamprede, assieme alle ancor più strane missine, discendono direttamente dai primissimi vertebrati comparsi sulla terra quasi 500 milioni di anni fa, gli ostracodermi, gli stessi che in seguito hanno dato origine agli gnatostomi (vertebrati dotati di mascelle). La bocca delle lamprede ha la forma di un disco munito di numerosi denti cornei acuminati, apparato adibito all'adesione ai pesci ospiti che ha valso loro il nome di ciclostomi, cioè “dalla bocca circolare”. Le lamprede adulte infatti conducono per lo più una vita da parassiti su grandi pesci marini.
Ai lati del capo, dietro gli occhi, si aprono sette camere branchiali in grado di pompare acqua in entrata ed in uscita.

Le lamprede in Italia
Le specie di ciclostomi presenti in Italia sono quattro:
Lampreda di mare (
Petromyzon marinus)
Lampreda di fiume (
Lampetra fluviatilis)
Lampreda di ruscello (
Lampetra planeri)
Lampreda padana (
Lethenteron zanandreai)
Le ultime due non sono parassite, il loro ciclo vitale si compie interamente in acqua dolce.
Purtroppo nessuna di queste specie se la passa bene a livello nazionale, essendo messe in crisi da inquinamento e alterazioni dell'habitat, a cominciare dagli eccessivi prelievi idrici e dalla costruzione di sbarramenti che ne impediscono la risalita dal mare ed il raggiungimento delle zone di frega. Tutte e quattro le specie risultano protette dalla Convenzione di Berna, ma ciò non implica necessariamente che siano state prese misure concrete per la loro tutela.
Mi vorrei soffermare adesso sulla più grande e spettacolare tra le specie italiche, oltre che la più rara nei nostri fiumi: la lampreda di mare.

 

Il caso dei Grandi Laghi americani
Vorrei adesso raccontare un fatto curioso, che deve far riflettere su alcuni luoghi comuni relativi alle specie alloctone invasive, nonché sui pericoli rappresentati dalle stesse. Si tratta di quanto è avvenuto nei Grandi Laghi americani nel secolo scorso. Come anticipato, la lampreda di mare è presente anche nell'Atlantico occidentale e risale regolarmente i corsi d'acqua americani nel periodo riproduttivo. Il sistema dei Grandi Laghi, al confine tra Canada e USA, è composto da cinque bacini principali: Lago Superiore, Michigan, Huron, Erie, Ontario, tutti collegati in serie dagli emissari,costituendo di fatto un unico corso d'acqua il quale prende nomi diversi a seconda dei tratti. L'ultimo tratto, quello che esce dal lago Ontario e sfocia in mare, è il fiume San Lorenzo. Il tratto che collega i laghi Ontario ed Eire prende invece il nome di Niagara, sul cui corso si trovano le celebri cascate omonime. Pertanto, le lamprede che storicamente risalivano dal mare per andarsi a riprodurre in questo bacino idrografico immenso potevano raggiungere il lago Ontario, dopodiché si trovavano la via sbarrata dalle insormontabili cascate del Niagara! Queste ultime, oltre ad essere una delle meraviglie naturali più spettacolari al mondo, rappresentavano un ostacolo non soltanto per la fauna ittica, ma anche per la navigazione, tant'è che si rese necessaria la realizzazione del canale di Welland, completato nel 1829. Da quel momento le lamprede poterono utilizzare questa via, la quale colma il dislivello esistente tra i due laghi mediante una serie di chiuse, per raggiungere tutti i potenziali letti di frega situati negli immissari dei grandi laghi. Ma non è tutto: questo immenso territorio vergine fu un'occasione per le lamprede marine di dimostrare tutta la loro versatilità e capacità di adattamento: col passare delle generazioni, un numero sempre maggiore di giovani lamprede che tornavano a valle per completare lo sviluppo non arrivavano più al mare, fermandosi bensì nelle acque dei laghi, svolgendo la fase pelagica del ciclo vitale in acque dolci e parassitando un gran numero di specie lacustri differenti: salmerini, trote, coregoni, persici, carpe, pesci gatto e quant'altro. Pertanto, nel giro di circa novant'anni costituirono, come si dice in gergo, popolazioni land-locked, cioè stanziali in acqua dolce, pur continuando a migrare negli immissari per la riproduzione (per la cronaca, alcuni studiosi ritengono che nel lago Ontario fosse già presente una popolazione stanziale originatasi naturalmente).
La comunità ittica ne risentì fortemente e con essa tutta l'economia legata al mondo della pesca. Si pensa che la lampreda abbia contribuito pesantemente all'estinzione di tre specie endemiche di coregonidi. Bisogna inoltre considerare anche aspetti economici secondari, come la vendibilità del pescato una volta sul banco del mercato: una trota che mostri sui fianchi una serie di cicatrici di forma circolare provocate dal disco orale delle lamprede, benché commestibile, non si presenta altrettanto bene come un pesce sano, pertanto il prezzo cala.

La trota di lago americana (Salvelinus namaycush) è tra le specie che maggiormente hanno subito l'invasione da parte della lampreda marina
Ciò ha comportato la necessità di tentare azioni di contenimento nei confronti di questa specie, ad esempio attraendole con feromoni o con sorgenti luminose nelle ore notturne per catturarle durante la risalita, oppure rilasciando in natura maschi sterilizzati che competano con quelli selvatici fertili. 

 

 

 

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4 marzo 2013 1 04 /03 /marzo /2013 22:13

Conosciuto in tutto il mondo, il ''Cristo degli abissi'' stupisce e rende magico un momento dove poterlo ammirare sotto il mare, avvicina un nostro stato emotivo, all' armonia e alla pace interiore. Ci sono scenari che toccano il cuore quanto la sguardo, immagini e paesaggi che non appaiono belli solo alla vista, ma che ci entrano dentro toccando qualcosa in noi che non sapremmo definire.

La Liguria è piena di luoghi del genere, più o meno conosciuti e famosi, apparentemente semplici, che richiamano tuttavia emozioni e sensazioni forti. La Liguria è terra – anche – di mare, uno spazio che va conosciuto ed esplorato tanto sopra quanto sotto la superficie, capace di regalare scenari di eccezionale bellezza. E se la costa della nostra regione è piena di aree ormai diventate mete immancabili di sub e appassionati di snorkeling, ve n’è una in particolare che ne è diventata il simbolo, in cui si intrecciano – come a volte accade con il mare – valori umani, religiosi e quel senso di rispetto per il mare, la sua bellezza e le sue genti.

Il Cristo degli Abissi

Il Cristo degli Abissi

E’ nell’Area naturale marina protetta di Portofino – istituita già nel 1999 in provincia di Genova – che troviamo il Cristo degli Abissi. La statua, posta su fondale a 15 m. di profondità nel 1954, si trova nella baia di San Fruttuoso, tra Camogli e Portofino e con la sua presenza crea sott’acqua un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, perla racchiusa all’interno di una dei più bei luoghi di tutta la Liguria.

Il Cristo nacque da un’idea di Duilio Marcante che, a seguito della morte di Dario Gonzatti durante un’immersione, promosse la posa della statua. Alta 2,50 metri e completamente in bronzo, venne realizzata dallo scultore Guido Galletti e posta con la collaborazione della Marina Militare Italiana. Le sue mani rivolte alla superficie – o al cielo – sono aperte in segno di pace.

Il Cristo degli Abissi di Portofino

Il Cristo degli Abissi di Portofino

Il Servizio Marittimo del Tigullio, il FAI (Fondo Ambiente Italiano) e l’Associazione La Fede sotto il mare propongono un’escursione tra spiritualità ed avventura, dove sarà possibile vivere un’esperienza straordinaria alla scoperta non solo del Cristo, ma anche di straordinari monumenti religiosi come l’Abbazia di San Fruttuoso.

In particolare, per rendere possibile a tutti la visita del Cristo, il Servizio Marittimo del Tigullio utilizza una tecnica collaudata da diversi anni per permettere la visita ai fondali dell’Area Marina Protetta di Portofino a moltissimi turisti e scolaresche. Il sistema offre ai visitatori l’opportunità unica di assistere all’immersione su questo famoso sito e di vedere le immagini in diretta, accompagnati da una guida ambientale e da un video operatore subacqueo, che porta in superficie le immagini di ciò che avviene in tempo reale a profondità comprese fra –1 e –40 metri.

Il Cristo fu realizzato dallo scultore Guido Galletti, con le braccia protese verso l'alto in segno d'invocazione. La scultura è alta 2,5 metri e pesa 260 kg. Nel crogiolo furono fuse medaglie di marinai e di atleti, campane, cannoni, elementi navali e perfino eliche di sommergibili americani donati dall'U.S. Navy. A seguito della morte di Marcante fu posta una targa sul basamento della statua in sua memoria.
La statua è stata restaurata recentemente per preservarla dalla corrosione e dalle incrostazioni e per riattaccare la mano che era stata staccata da un'ancora.

Chi fosse impossibilitato o non amasse immergersi potrà osservare il Cristo attraverso un batiscopio o una maschera subacquea, oppure ammirare la copia posta nella chiesa di San Fruttuoso. E non si tratta dell’unica copia: una si trova nel lago Palù, in Val Malenco, dove fu posta nel 1972, mentre un’altra sorge in Florida, a Key Largo. Esiste poi un altro Cristo degli Abissi, in formato ridotto, che si erge sulla banchina del porto di St. George's, capitale dell'isola caraibica di Grenada. L'originale in gesso della statua è invece conservato a Marina di Ravenna nel Museo Nazionale delle Attività Subacquee.

 

 

 

 

 

 

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19 gennaio 2013 6 19 /01 /gennaio /2013 21:01

L'uomo è un animale "terricolo". Fu Darwin ad affermare che esso non si avventura sul mare se non spintovi da necessità. Solo da pochi anni sembra che il rapporto fra uomo e mare sia cambiato, e che l'ammirazione e l'attrazione che esso suscita in noi si siano liberate da quell'oscuro terrore, da quella paura mitica che è legata al mare fin dagli albori della civiltà. La paura del mare è sepolta nell'inconscio collettivo di tutti gli uomini, i quali, per giustificarla a loro stessi, lo hanno popolato di divinità terribili e feroci. In epoche più recenti, spazzate via le divinità, rimasero i mostri la cui esistenza veniva confermata dai racconti dei navigatori e avallata dalla credulità degli uomini di scienza.

Molti di questi mostri sono interamente frutto della fantasia, altri non sono che descrizioni esagerate e tendenti al fantastico di animali allora ignoti, che più tardi furono regolarmente classificati, alcuni, infine, e contrariamente a quanto si crede, non sono affatto leggendari perché esistono autorevoli relazioni e descrizioni della loro presenza fin quasi ai nostri giorni. Tralasciando le avventure di Ulisse con la mitica Scilla, o quelle di Perseo con la Medusa (che era certamente un mostro marino) e i mostri di ogni mitologia in genere, dobbiamo riprendere un manoscritto etiopico su Alessandro Magno, quello che descrive la sua famosa immersione in una campana.

Il racconto, soffuso di cristiano misticismo, narra che un angelo avrebbe mostrato ad Alessandro le creature sconosciute del mare e i terribili mostri, uno dei quali, dopo aver addentato il barile di vetro in cui era rinchiuso, e dopo essergli sfilato innanzi per due giorni, tanto era lungo, si allontanò senza che il grande condottiero avesse potuto vederne la coda. Poi l'angelo ordinò a un altro mostro di passare alla velocità del lampo. Alessandro dovette attendere tre giorni e tre notti prima di intravederne la coda.

Ma saltiamo anche il Medio Evo, nel quale si parla confusamente di sirene, tritoni e pesci giganti; dobbiamo arrivare al Rinascimento, alle Grandi Scoperte, per avere delle descrizioni ben dettagliate. Lo scienziato Rondelet, autore dell'Universum Piscium Historia, edito nel 1554, parla per la prima volta del pesce-monaco.

Di che cosa si trattava? Riportiamo le sue stesse parole: "Nel nostro secolo, dopo una grande tempesta, è stato catturato in Norvegia un mostro marino che fu da tutti chiamato monaco per il suo viso umano, ma assai rozzo e malgrazioso. La testa era liscia e ben rasata; sulle spalle aveva una specie di cappuccio da monaco; due lunghe pinne al posto delle braccia, e il corpo finiva con una lunga coda".

Rondelet accenna per la prima volta anche al pesce-vescovo, la cui esistenza era ritenuta certa dai marinai del secolo scorso: "Nel Mar Baltico, lungo le coste della Polonia, fu preso nel 1433 un uomo marino che aveva l'aspetto di un vescovo, con tanto di pastorale e tutti gli altri ornamenti... esso permise a parecchia gente di toccarlo, specialmente ai vescovi, ai quali dimostrò di portar rispetto con i gesti. Il re voleva farlo rinchiudere in una torre, ma dimostrò di non gradire quest'ultima attenzione, allora i prelati lo riaccompagnarono in mare. Entrato in acqua salutò tutti, e, data la benedizione con un segno di croce, si tuffò in mare e scomparve".

Non è difficile per noi moderni individuare che cosa fossero questi buoni mostri. Doveva trattarsi certamente di foche sbattute a terra dalla tempesta o indebolite; quanto agli ornamenti vescovili e alla benedizione... Nel Rinascimento scienza, letteratura, fantasia e religione si fondevano armoniosamente tra loro.

C'erano anche i mostri cattivi; come la remora, che arrestava i bastimenti facendo perire di fame e di sete gli equipaggi, c'erano i mostruosi Kraken, lunghi un miglio e mezzo, c'erano le balene-isola, sulle quali i marinai sbarcavano erroneamente per accendervi il fuoco e passare la notte. La balena-isola, a questo punto, sentiva il fuoco e per spegnerlo non trovava miglior sistema dell'immersione, trascinando tutto con sé.

Gli stessi seguaci di S. Brandano, che su un curragh irlandese attraversò l'Atlantico prima ancora dei Vichinghi, furono protagonisti di un episodio del genere, dal quale però uscirono indenni, anche se certamente bagnati. I marinai scandinavi raccontavano dei feroci Springhual, che erano soliti assalire le navi ed amavano la carne umana; e dei Physeter, capaci di mettersi ritti sulle onde e di far capovolgere una nave "per grande che sia".

Questi due mostri dovrebbero essere rispettivamente l'orca e il capodoglio, anche se le loro caratteristiche, in fondo, sono meno terribili di quanto raccontassero i navigatori. Ma i mostri marini per eccellenza, celebrati in tutte le epoche e in ogni letteratura, sono due: il serpente di mare e la piovra gigante.

La storia del primo comincia nelle gelide acque dei fjords norvegesi, ma se ne hanno tracce anche in racconti mitologici di varie civiltà occidentali e orientali, nonché nella Bibbia. Olaus Magnus gli attribuisce 60 metri di lunghezza ed un pessimo carattere: "Va a terra per divorare maiali e vitelli, assale le navi e divora i marinai alle manovre sull'albero... la sua apparizione reca sfortuna e annuncia un cambiamento di regno". Il pastore Hans Egede, in viaggio per la Groenlandia, nel 1734 ne incontrò uno "la cui testa si ergeva fino alla cima degli alberi della nave, e soffiava come una balena".

Queste descrizioni impressionavano fortemente l'opinione pubblica, ma gli scienziati ne negavano l'esistenza. Finalmente, nel 1848, l'HMS Daedalus ne avvistò uno e ne diede comunicazione ufficiale. Allora molti marinai che lo avevano visto e avevano taciuto per timore del ridicolo, cominciarono a parlare, e in seguito sembrò che in alto mare non ci fossero che serpenti. Certamente la maggior parte di queste notizie erano false o errate, ma non mancavano avvistamenti da parte di gente seria, navi da guerra, marinai con grande reputazione, colti viaggiatori.

Nel 1905 fu avvistato perfino dal romanziere Kipling, nel Pacifico occidentale, e dal naturalista Nicoll, al largo del Brasile. Tutti i racconti concordavano quanto a forma e a dimensioni, ben diverse, naturalmente, da quelle di Olaus Magnus. Da un'analisi di oltre duecento descrizioni sicure, si traeva la conclusione che non si trattasse di un vero serpente, ma di un animale sconosciuto, probabilmente un mammifero, dato il suo soffio sempre osservato e proprio dei cetacei, e l'abitudine di emergere in calma piatta.

Questo fatto fu confermato autorevolmente durante la prima guerra mondiale dal comandante dell'U-28. Il 30 luglio del 1918 l'U-28 silurò il piroscafo inglese "Hiberian" carico di esplosivo. Era appena scomparso sotto le onde, che il piroscafo esplose scagliando fuori d'acqua numerosi rottami. Tra questi, le sei persone che si trovavano in torretta sull'U-boote, poterono vedere una specie di grande coccodrillo lungo una ventina di metri che si dimenava con violenza. Le sue zampe erano palmate come quelle dei cetacei.

Il serpente di mare continuò ad essere avvistato per molti anni; nel 1956 dei pescatori avvistarono un'immensa testuggine marina e nel 1958, nelle acque di Rio de Janeiro, un peschereccio lo avvistò di nuovo. Da allora tutto tace. Neanche i numerosi solitari con le loro piccole imbarcazioni a vela ne parlano più. Potrebbe trattarsi di una specie sopravvissuta fino ai nostri giorni ed estintasi recentemente, oppure c'è stato "chi l'ha visto" ed ha taciuto per paura del ridicolo? Il serpente di mare resterà certamente a cavallo tra leggenda e realtà.

Quanto alla piovra gigante, la prima fonte storica che ne parla è Plinio il Vecchio. Egli dice che nei pressi di Gibilterra un polpo aveva l'abitudine di devastare i vivai di ostriche ed aragoste dei raffinati patrizi romani del luogo. I guardiani tentarono invano di sorprenderlo con appostamenti e barricate; il polpo le superava facilmente arrampicandosi sugli alberi. Una notte i cani da guardia lo sorpresero mentre era a terra e lo accerchiarono abbaiando furiosamente.

Egli si difendeva soffiando e scacciando a colpi di tentacoli i cani che volevano azzannarlo. Con sforzi infiniti, tridenti, lance, i guardiani, che credevano di battersi con un mostro, riuscirono infine ad ucciderlo e ne portarono la testa a Lucullo. Era grossa quanto un barile da 15 anfore, e un uomo riusciva appena ad abbracciare i suoi tentacoli. I testi scientifici attuali dicono che il polpo può raggiungere un diametro di due metri e mezzo. Ma nel 1912, a Tolone, il palombaro Lédu, che recuperava degli oggetti della corazzata "Liberté", fu aggredito da una piovra, che fu tirata a bordo del battello appoggio, attaccata alla sua vittima svenuta. Pesava 60 Kg e dicono che avesse un diametro di 8 m, e una lunghezza di 4,80.

Un palombaro del Pireo, invece, raccontò di una piovra del diametro di 12 metri, ma nessuno gli credette. A S.Francisco, nel 1912, fu preso un polpo che, misurato, diede queste dimensioni: peso 125 Kg, diametro 9,80 m e lunghezza 4,90. Misure pressoché identiche furono prese su una piovra catturata nel 1874 a Ilinluk, Unalaska, nel Pacifico. Sulla base di queste misure, il racconto di Plinio diviene quasi verosimile: egli si limita a raddoppiare la misura dell'animale e a triplicarne il peso, ma sappiamo che l'esagerazione, presso gli antichi, era quasi una regola, eppoi chi sa mai...

Le piovre giganti attaccano le navi? Gli antichi dicevano di si, ma già nel XVIII secolo si riteneva impossibile. Forse sarà opportuno precisare che i protagonisti degli spettacolari incidenti di cui stiamo per trattare non erano piovre, ma calamari giganti, una specie praticamente sconosciuta fino al secolo scorso, che in seguito fu classificata "Architeutis". Si tratta comunque di molluschi cefalopodi che rassomigliano moltissimo alla piovra, ma risaliamo ai fatti giunti fino a noi. Denys de Monfort (anno 1802) parla dell'attacco di una piovra gigante (leggi: calamaro) a una nave di St. Malo che, dalle coste africane, era diretta ai Caraibi.

Tutti gli uomini si difesero strenuamente con fiocine ed asce, ma il mostro, con il solo suo peso, rischiava di far fare scuffia alla nave; allora i marinai fecero un voto a S. Tommaso. Se S. Tommaso li aiutò non possiamo dirlo, certo è che i marinai riuscirono a recidere tutti i tentacoli del mostro, il cui tronco andò a picco, e la nave si raddrizzò immediatamente.

Lo stesso autore racconta di un altro attacco, avvenuto nelle acque di S. Elena. In piena calma piatta, due marinai verniciavano la fiancata della nave appesi fuori bordo; improvvisamente due mostruosi tentacoli li strapparono via e un terzo cercava di acchiappare sulle sartie un uomo che fuggiva a riva d'albero, e per poco non ci riuscì. L'equipaggio corse alle armi, si lanciarono cime e arpioni, ma dei due malcapitati non si ebbe più notizia, perché il mostro, vista la mala parata, scomparve con la sua preda.

Questi due racconti furono messi molto in dubbio dagli scienziati, ma che dire della goletta "Pearl", di 150 tonnellate, che nel tardo pomeriggio del 10 maggio 1872, sotto gli occhi di un'altra nave al largo di Ceylon, fu attaccata da un calamaro gigante e trascinata a fondo nel giro di pochi secondi? La nave che aveva assistito alla scena giunse a tutta forza sul luogo del naufragio, dove riuscì a ripescare sei degli otto uomini dell'equipaggio, compreso il comandante che aveva tirato una fucilata sul mostro apparso a breve distanza dalla sua nave, scatenandone l'ira.

Nel marzo del 1941, la nave "Britannia" affondò tra la Guinea e il Brasile. Dodici uomini si trovarono su una zattera così piccola che non poteva contenerli tutti, e a turno stavano in acqua. Una notte uno degli uomini fu strappato via da un calamaro gigante e il ST Cox sentì un tentacolo avvolgerglisi attorno a una gamba, e ne seguì subito dopo una grande sofferenza.

Il calamaro, non si sa perché, lasciò la presa, ma sulla gamba dell'ufficiale mancavano dei brani rotondi di pelle delle dimensioni di una moneta. L'attacco in questo caso è certo, ma l'uomo si trovava in acqua e in condizioni di inferiorità. È stato detto che il calamaro gigante assale piccole imbarcazioni, ma più che di attacchi veri e propri è probabile che si tratti della caduta del tutto fortuita del calamaro, che ogni tanto suole compiere grandi balzi fuori dall'acqua.

Ma il caso più clamoroso è certamente l'attacco di un Architeutis a una petroliera norvegese di 15000 tonnellate, lunga 150 m, che navigava a 12 nodi tra Hawaii e Samoa. Il calamaro si lanciò per ben tre volte sulla nave a una velocità di circa 20 nodi. La terza volta riuscì in qualche modo ad aggrapparsi allo scafo, ma non avendo presa sul metallo liscio, scivolò lentamente verso poppa fino ad essere preso nel risucchio dell'elica che lo fece a pezzi.

Questo fatto è spiegabile con la forma della carena, che ricorda all'Architeutis la forma del capodoglio, suo eterno nemico per ragioni di sopravvivenza, ma bisogna soprattutto osservare che l'animale da preda, specie poco evoluto come il calamaro, percepisce meglio la velocità che le dimensioni, fenomeno ben noto ai pescatori di traina. 12 nodi sono probabilmente la velocità di crociera alla quale nuota in superficie un capodoglio.

Quali dimensioni può raggiungere un Architeutis? A giudicare dai rari esemplari che è stato possibile misurare, la massima lunghezza risulta 16 metri, ma, se dobbiamo prendere in esame le braccia e le ventose ritrovate negli stomaci dei capodogli, dobbiamo concludere che alcuni di questi cetacei superano i 36 m (esclusi i due tentacoli più lunghi). Infine, se dobbiamo ammettere che le enormi cicatrici sul dorso dei capodogli (del diametro di 45 cm) sono attribuibili all'Architeutis, otteniamo una lunghezza, per il solo corpo, dell'ordine dei 60 m, cioè 150 metri con i tentacoli, ma sempre escludendone i due più lunghi.

Osservando questi dati c'è da rabbrividire, tanto più che sono calcoli effettuati da seri naturalisti, specialisti sull'argomento. E allora i racconti di Plinio, di Olaus Magnus, di Denys de Monfort, che facevano sorridere, meritano un più attento riesame. Forse, se incidenti del genere non avvengono più spesso è solo una questione di probabilità.

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2 novembre 2012 5 02 /11 /novembre /2012 23:30

Con il termine "pastinaca" si intende una famiglia di pesci (Dasyatidae) dal corpo piatto di forma romboidale e una piccola coda sottile. Ciò che a prima vista la distingue da una comune razza è la presenza di un aculeo velenifero in corrispondenza della base della coda.
In realtà, ciò che differenzia la pastinaca da una razza è anche la dimensione che può raggiungere: alcune specie, come la gigantesca Himantura chaophraya, possono superare i 2 metri di diametro per 4 metri di lunghezza, misure che le rendono tra pesci d'acqua dolce più grandi del mondo.Le pastinache sono presenti in abbondanza nelle acque costiere e poco profonde dei mari temperati. Passano buona parte del loro tempo inattive, semisepolte sotto la sabbia, muovendosi solitamente con il solo oscillamento della coda. In genere il colore della pastinaca si mimetizza con il fondale marino, nascondendola agli squali predatori e alle razze più grandi. Il suo corpo piatto, munito di pinne pettorali tra la testa e il tronco, termina con la famigerata coda posteriore. Gli occhi sporgenti della pastinaca sono posizionati sul lato dorsale, mentre bocca, narici e branchie si trovano su quello ventrale. Gli scienziati traggono da ciò la convinzione che gli occhi della pastinaca non giochino un ruolo centrale nelle sue attività predatorie.
Animali giganti: ecco quelli più noti
La pastinaca gigante asiatica (Himantura chaophraya) è un pesce d'acqua dolce che vive principalmente sul fondale dei fiumi Chao Phraya e Mekong, oltre che in alcuni dei loro affluenti più grandi.
Un esemplare femminile può raggiungere i 4,88 metri di lunghezza dalla punta della testa a quella della coda, e superare abbondantemente i due metri di diametro; i maschi, invece, sono grandi quasi la metà delle femmine, e pesano fino a 8 volte meno.
Gli esemplari più grandi possono arrivare a pesare fino a 600 kg, e sebbene si nutrano di pesci di fondale o invertebrati sono pesci da approcciare con estrema cautela.
La Himantura chaophraya, infatti, è dotata di un aculeo dentellato che può misurare quasi 40 centimetri di lunghezza. Questa arma di difesa si trova in prossimità dell'attaccatura della coda al corpo, ed è dotata di margini seghettati che ne aumentano il potere di penetrazione.
Alla base dell'aculeo si trovano alcune ghiandole velenifere che producono ittioacantossina, un veleno che attacca le cellule provocando incontrollabili contrazioni muscolari e un dolore lancinante che può durare per giorni.

L'aculeo è così resistente da poter scalfire anche le ossa, e può facilmente raggiungere organi interni o vasi sanguigni vitali nel caso dovesse perforare il corpo umano. Se si dovesse rompere, inoltre, la pastinaca riuscirà a rigenerarlo al ritmo di circa 1 centimetro al mese, ripristinando completamente il suo sistema di difesa.
Per chi non avesse mai avuto la gioia di partecipare ad una battuta di pesca, è difficile immaginare gli sforzi necessari per portare a galla un pesce così grande. Le esche utilizzate per attirare le pastinache giganti devono pesare almeno un chilogrammo, e devono essere rigorosamente vive; una volta agganciata all'amo, la H. chaophraya può ricoprirsi di una massa di fango pari al suo peso corporeo, rendendola quasi impossibile da sollevare anche con una canna specificamente realizzata per la pesca di grossi pesci oceanici.
La pastinaca gigante ha dimostrato più volte di essere capace di trascinare per chilometri imbarcazioni in grado di ospitare fino a 6-7 persone, o addirittura affondare barche più piccole. Se anche si riuscisse a trascinarla in superficie dopo ore e ore di battaglia, è necessario l'aiuto di diverse persone e di almeno una rete per portarla a riva.
La vita della pastinaca gigante d'acqua dolce è ancora avvolta dal mistero. Questa specie è stata descritta per la prima volta solo nel 1989, e nessuno conosce ancora i dettagli del suo ciclo vitale.
E' possibile che questo pesce possa sopravvivere anche in acqua salata, ma la sua "timidezza" lo rende particolarmente difficile da seguire e analizzare.
Nel suo habitat naturale, la H. chaophraya è considerata a serio rischio di estinzione. Negli anni '90, il governo tailandese ha iniziato un programma di ripopolamento per ripristinare la popolazione di pastinache giganti nei corsi d'acqua dolce del Paese; il programma è stato tuttavia sospeso pochi mesi dopo per mancanza di fondi.
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14 ottobre 2012 7 14 /10 /ottobre /2012 21:35

Le dimensioni dell' occhio di un pescespada ha dell' incredibile: le sue dimensioni, raggiungono quelle di un grosso pompelmo! Ritrovato su una spiaggia della Florida a Pompano Beach, vicino a Fort Lauderdale , la notizia ha incuriosito molte persone che non hanno mai visto un occhio di quelle dimensioni, soprattutto quelle di un pescespada con queste dimensioni.

 Le alternative che riguardano un occhio del genere, si orientano anche in queste possibilità: calamaro gigante, pesce vela e uno squalo volpe. Le dimensione del pesce, si orienterebbero in 10 piedi di lunghezza, almeno: il portavoce della FWC,  Carli Segelson ha detto al Guardian che i biologi marini presso la Florida Fish and Wildlife Research Institute di St Petersburg, potrebbero rilasciare i loro risultati ufficiali entro i prossimi giorni, dopo i test genetici. Sempre in zone limitrofe, proprio l' anno scorso, è stato ritrovato morto un calamaro gigante delle dimensioni di 23 piedi!

L' esperto Burgess ha detto una tale scoperta non è rara lungo le spiagge del sud-est della Florida, dove un forte flusso del Golfo porta spesso nelle più profonde zone oceaniche creature a terra, anche se ha detto che i pesci erano generalmente intatti e non sezionati come in questo caso: si potrebbe già escludere la possibilità di uno squalo, poiche' attorno all' occhio sono stati rinvenuti anche frammenti di osso, mentre gli squali hanno della cartilagine.In questo caso, non vi era una "chiara l'interazione umana",quando probabilmente i pescatori a bordo di una barca hanno sezionato il pesce morto per tagliare fuori l'occhio, con l'intenzione di tenerlo come ricordo. Ricordo macabro, certo,

 

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26 agosto 2012 7 26 /08 /agosto /2012 17:19

COSA SIGNIFICA SOGNARE IL MARE IN TEMPESTACOSA    

http://www.univ-aut.org/wp-content/uploads/2011/07/tempesta.jpg
"Ho sognato il mare mosso, il mare calmo, in tempesta". Chi non ha mai sognato il mare durante un sonno ristoratore ? Il mare è uno degli elementi più frequenti nel mondo onirico e sognare un mare calmo, in tempesta oppure in cui nuotiamo o affoghiamo può portarci messagi importanti. Il sogno, con i suoi simbolismi e le sue mille sfaccettature può veramente essere portatore di importanti consigli da parte del nostro subconscio. Cosa vuol dire sognare di fare il bagno in un mare bello, cristallino, limpido ?

COSA SIGNIFICA SOGNARE IL MARE IN TEMPESTA
Se associamo, come la maggior parte di molti psicanalisti fa, il mare alla nostra coscienza e personalità, allora dobbiamo pensare che sognare un mare agitato possa indicare turbamenti che riguardano la nostra vita nella realtà. Preoccupazioni che ci agitano o periodi prossimi che potrebbero giungere e scombussolarci la vita quotidiana. Il nostro subconscio, durante l'esperienza onirica ci manda segnali evidenti attraverso mari agitati. Se poi, nel sogno, ci ritrovaimo a dover nuotare in un mare in tempesta senza la possibilità di rimanere a galla, allora questo è indice del fatto che non siamo ancora pronti ad affrontare situazioni presenti o future e che, probabilmente, ne saremo vittima. Se riusciamo a starci a galla e a raggiungere magari la riva allora, forse, abbiamo tutte le capacità per affrontare le situazioni.

COSA SIGNIFICA SOGNARE IL MARE CALMO

http://tropeaperamore.fotoblog.it/photos/00/01/553512984.jpg


E' ovvio che il sogno in cui un mare ha le sue acque calme può significare che siamo in pace ed in completa simbiosi con il nostro subconscio e che la nostra vita presenta risvolti positivi. Se il mare è limpido e riusciamo a vederne il fondale è davvero ottima cosa perchè siamo in simbiosi con la nostra anima e riusciamo ad essere in perfetto accordo con tutti gli aspetti della nostra vita. Se nuotiamo, andiamo giù e raggiungiamo la riva senza difficoltà significa che siamo padroni della nostra vita.

Mai sottovalutare i messaggi che vengono dal nostro mondo onirico. Anche se la maggior parte dei simboli che in esso incontriamo sono personali (da qui la relativa utilità dei dizionari dei sogni), alcuni simboli hanno, bene o male, significati uguali per tutti, come sognare, appunto, il mare in tempesta o calmo, perchè la collettività lo percepisce come simbolo unversale.

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26 agosto 2012 7 26 /08 /agosto /2012 10:03

http://4.bp.blogspot.com/-AlCqmA4dFEA/T4f6WAF4gOI/AAAAAAAANpY/bitl9F1TTds/s320/enzo_maiorca.jpgL'uomo che detiene lo scettro di Re dell'apnea profonda, colui che è riuscito ad ottenere lo straordinario primato di aver sondato gli abissi grazie alla sua sola forza di volontà e contro i pareri dei soloni della scienza ufficiale del tempo, i quali sentenziavano che oltre certi limiti lo scoppio della gabbia toracica era assicurato; quest'uomo, insomma, si chiama Enzo Maiorca ed è ormai una leggenda vivente. Il suo nome è indissolubilmente legato al mare e anzi ne è diventato quasi un sinonimo, così come Pietro Mennea lo è per l'atletica o Pele' per il calcio.

Questo strabiliante uomo-pesce è nato il 21 giugno del 1931 a Siracusa; ha imparato a nuotare a quattro anni e presto ha cominciato ad andare sott'acqua, anche se, secondo una sua stessa confessione, da piccolo aveva una gran paura del mare. Ma non si pensi che poi, una volta diventato campione, gli sia passata. Anzi, alle giovani leve ripete sempre quanto sia salutare temere il mare, quanto sia importante averne paura e non prenderlo mai sottogamba.

Da ragazzo ha fatto studi classici conditi sempre da un gran passione per lo sport, per lo più di quelli legati all'acqua, come è ovvio (come la subacquea o il canottaggio), anche se ha praticato pure la ginnastica. In quegli anni ha praticato anche la pesca subacquea immergendosi a 3 o 4 metri di profondità, ma la sua cultura umanitaria e di rispetto della natura e degli esseri viventi lo portarono a rinunciare a quel tipo di attività.

Un bel giorno, invece, un amico medico gli mostra un articolo in cui si parlava di un nuovo record di profondità a -41 metri strappato a Bucher da Falco e Novelli. E' l'estate del 1956 e Maiorca rimane fortemente suggestionato dal quell'impresa.

http://1.bp.blogspot.com/-9MKtnwTxO7U/T4fzN_4FtdI/AAAAAAAANnk/z11evOq2n5k/s1600/Enzo-Maiorca1.jpgDopo una breve riflessione, decide di entrare in competizione con quei grandi nelle immersioni in apnea e si impegna allo spasmo per strappare il titolo di uomo che è andato più in profondità negli abissi marini. Nel 1960 corona il suo sogno toccando -45 metri. E' l'inizio di una grande era che lo vedrà qualche anno arrivare un metro oltre i ?100 e che poi vedrà coinvolti anche altri membri della famiglia Maiorca (in particolare le due figlie, entrambe celebri nel mondo per una bella serie di record mondiali d'immersione in apnea).

Per la sua esaltante attività sportiva Maiorca ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti: nel 1964 la Medaglia d'Oro al valore atletico del Presidente della Repubblica, e poi il Tridente d'Oro di Ustica; il Premio letterario del C.O.N.I. e la Stella d'Oro al merito sportivo sempre del C.O.N.I.

Sposato con Maria, oltre alla famiglia e allo sport, Maiorca ama la campagna, gli animali e la lettura, oltre alla mitologia classica e all'archeologia fenicio-punica. Inoltre, è stato deputato per il partito di Alleanza Nazionale con cui ha cercato di difendere con costante impegno le ragioni per una salvaguardia profonda ed efficace del patrimonio marino e naturalistico.

Ha scritto tre libri: "A capofitto nel Turchino", "Sotto il segno di Tanit" e "Scuola di apnea".

 

 

 

Fonte 

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20 agosto 2012 1 20 /08 /agosto /2012 21:21

Nell'immersione in apnea il subacqueo può contare soltanto sull'ossigeno presente nel suo organismo (nei polmoni, nel sangue, nei tessuti) all'inizio dell' "APNEA" (interruzione volontaria della respirazione).
Durante l'immersione, l'ossigeno gradualmente diminuisce e parallelamente aumenta l'anidride carbonica prodotta dall'attività metabolica dei vari tessuti del corpo umano.
Sarà proprio il graduale accumularsi di C
O2 nel sangue a stimolare i centri bulbari cerebrali preposti alla respirazione, che a loro volta stimoleranno nel subacqueo la ripresa della respirazione attraverso le contrazioni diaframmatiche. Queste contrazioni del diaframma vanno dunque considerate dal subacqueo come un utilissimo campanello d'allarme: infatti il nostro organismo non può tollerare tassi troppo elevati di CO2 (ipercapnia) e tassi troppo bassi di O2 (ipossia). Al di sopra (per la CO2 ) e al di sotto (per O2 ) di questi valori si avrebbe la sincope respiratoria, con conseguente perdita di coscienza, detta appunto sincope da apnea prolungata.
Il rischio maggiore è attuare, prima dell'apnea, una iperventilazione (tecnica di respirazione forzata) troppo prolungata. L'iperventilazione può essere praticata con metodi diversi e tende comunque ad abbassare il tasso alveolare ed ematico, e di conseguenza di tutto l'organismo, dell'anidride carbonica.
Il sangue quando lascia i polmoni, anche nella normale respirazione, è pressoché saturo di
O2 : di conseguenza l'iperventilazione riesce ad aumentare la quantità di ossigeno a nostra disposizione per l'apnea di pochissimo e sono comunque sufficienti a questo fine pochi atti respiratori profondi. Continuando l'iperventilazione sarà solo la CO2 a diminuire, O2 resterà costante.
L'inutilità e soprattutto la pericolosità di un'iperventilazione prolungata sta dunque nel fatto che, senza riuscire ad aumentare ulteriormente la durata dell'apnea, ritarda l'insorgere degli stimoli respiratori, riducendo sensibilmente il tempo che intercorre tra l'inizio delle contrazioni diaframmatiche e la sincope.
La regola per immergersi in apnea in sicurezza è quella di non compiere più di 4 /5 atti respiratori profondi ricercando mentalmente la massima tranquillità psicologica. E' infatti quest'ultimo il fattore di gran lunga più importante nel determinare la durata dell'apnea. Da non dimenticare, inoltre, di avere sempre un compagno che veglia sul nostro operato: da questo ultimo aspetto può dipendere la nostra vita, che per  non deve mai essere posta nelle condizioni di pericolo.

 

In primo luogo cos'è l'apnea.


L'apnea è la sospensione degli atti respiratori. Nel caso del subacqueo l'apnea è volontaria cioè determinata dalla volontà del soggetto. Durante la sospensione del respiro, il sangue continua a circolare attraverso i polmoni eliminando CO2 e togliendo ossigeno all'aria alveolare.
Ad un certo punto però il CO2 è salito notevolmente di concentrazione nell'aria alveolare per cui non ne è più possibile l'eliminazione e questo gas comincia ad accumularsi nel sangue. Contemporaneamente l'ossigeno continua a diminuire.
L'organismo non tollera a lungo queste variazioni sia di O2 che di CO2 e reagisce con segni d'intolleranza quali il desiderio impellente di respirare e frequenti contrazioni del diaframma. Ignorando volutamente questi segni, in breve tempo si manifesta la sincope.
La sincope è la perdita della coscienza con arresto repentino della respirazione ed, a volte, anche del battito cardiaco.
Ogni subacqueo, prima di un'immersione in apnea effettua l'iperventilazione preventiva: essa consiste in una respirazione profonda e controllata che dura per un certo tempo. L'iperventilazione preventiva determina non tanto un aumento della quantità di ossigeno quanto una notevole diminuzione di C02. Aumentando O2 nell'aria alveolare dal 13 al 18% e diminuendo dal 5,5% all'1,2% la concentrazione di CO2, si allunga notevolmente il limite di insorgenza degli stimoli fisiologici all'interruzione dell'apnea. Questi stimoli sono determinati in gran parte dall'azione del CO2 sui centri nervosi sensibili del seno carotideo che stimola il centro respiratorio ad interrompere l'apnea.
Nella discesa in profondità, la pressione dell'acqua agisce su tutta la superficie corporea e determina la riduzione di volume di tutte le cavità deformabili contenenti gas, prima fra tutti la cavità toracica. Questa cavità può ridursi notevolmente con l'innalzamento del diaframma e l'abbassamento costale.
I record di profondità in apnea hanno smentito molte delle teorie formulate circa i limiti di profondità raggiungibili, per cui oggi è azzardato formulare ipotesi su questo argomento.
L'effetto dell'aumentata pressione si fa sentire anche sugli scambi gassosi tra polmoni, sangue e viceversa.
Si deve dire in primo luogo che alla pressione atmosferica il 98% dell'emoglobina è saturato: ciò significa che, nell'immersione in apnea, l'aumento di pressione non determina che un modestissimo aumento della quantità di ossigeno trasportabile dal sangue nell'unità di tempo.
In secondo luogo è da tener presente che il fattore determinante, il passaggio dell'O2 alveolare al sangue è la differenza tra pressione parziale dell'O2 alveolare e la pressione parziale O2 del sangue.
Qual è allora l'effetto dell'aumentata pressione ambiente sugli scambi respiratori se il sangue non può portare con sè più di una certa quantità di O2 che è quasi massima già in superficie?
L'aumento di pressione ambiente si traduce in un aumento della pressione parziale di O2. La pressione parziale di O2 è quella che ne determina il passaggio dall'aria alveolare al sangue. Se il sangue non può aumentare la quantità trasportata, l'aumento di pressione parziale di O2 non potrà che consentire il mantenimento della saturazione di ossigeno del sangue per un periodo più lungo. In definitiva, tutto ciò si converte in un prolungamento del tempo in apnea. In parole povere, in profondità l'apnea dura più a lungo.

 

Questo vantaggio però nasconde un pericolo mortale.


Se il nostro subacqueo, infatti, attende in profondità il manifestarsi impellente del desiderio di respirare, la pressione parziale di O2 nei suoi polmoni sarà vicina al minimo indispensabile a mantenere la vita (il limite minimo non è stato ancora raggiunto perché il centro respiratorio è molto più sensibile all'aumento del CO2 che alla diminuzione dell'O2, la diminuzione di pressione dovuta alla risalita farà scendere ulteriormente il suo valore, scatenando la crisi sincopale per mancanza di ossigeno a livello cerebrale.
Di solito la sincope colpisce negli ultimi metri o in superficie al primo atto respiratorio. Infatti l'espirazione abbassa ulteriormente la tensione di O2 compromettendo un equilibrio già compromesso.
Facciamo un esempio numerico per spiegarci meglio:
Il nostro subacqueo ha effettuato un'adeguata iperventilazione preventiva facendo scendere il CO2 dal 5,5% all'l,2%.
L'O2 alveolare è salito dal 13 al 18% con circa PpO2 di 171 mbar.
Ora s'immerge e scende a -15 m di profondità;

la PpO2 sale da 171 mbar a 171x 2,5 = 423 mbar

(2,5 = 1 bar + 1,5 bar dovute ai 15 m d'acqua).

Dopo un certo tempo il CO2 ha raggiunto livelli tali da stimolare i riflessi per l'interruzione d'apnea.
La PpO2 alveolare è ancora 133 mbar più che sufficiente ai fini vitali, ma siamo a -15 m. (La press. parziale dell' O2 è scesa da 423 a 133 mbar perché l'ossigeno viene consumato in continuazione per mantenere la vita).
Il sub risale. Appena emerso è colto da sincope; infatti la PpO2 è scesa a 53 mbar insufficiente all'ossigenazione cerebrale:

PpO2 133 mbar : 2,5 = 53 mbar


La violenta inspirazione, d'altro canto, stimola le determinazioni nervose disseminate sulla pleura e nell'apparato respiratorio provocando l'inibizione riflessa del centro respiratorio. L'inibizione riflessa sommata all'anossia (Anossia = mancanza di O2 nel sangue), determinano la sincope. Perciò non si devono mai attendere in profondità i segni dell'impellente necessità di interrompere la apnea e, giunti in superficie, non respirare mai con violenza.

 
Terapia: respirazione artificiale.

 

QUESITI MEDICI - APNEA

 Domanda:
Come si manifesta la sincope da apneista,( arresto respiratorio, arresto cardiaco, ...) e come intervenire su un caso di sincope.

Risposta:
Per definizione "sincope" è un termine che significa arresto cardiorespiratorio. Se si tratta di sincope da apnea prolungata (sia da ipercapnia che da ipossia in risalita), la manifestazione iniziale è arresto respiratorio seguito rapidamente da arresto cardiaco. In questi casi non c'è annegamento (invasione d'acqua nelle vie respiratorie).
In altri e più rari casi ci può essere un intervallo maggiore fra l'arresto respiratorio e l'arresto cardiaco ed il quadro è più simile a quello del pre-annegamento.
In tutti i casi l'intervento di primo intervento è lo stesso:

Controllo ABC e sostenimento delle funzioni vitali con CPR secondo necessità. La somministrazione di ossigeno è essenziale, anche durante le fasi di CPR.
Non essendo possibile, sul campo, distinguere fra una sincope vera e propria ed un quadro di pre-annegamento è sempre indispensabile il trasporto immediato presso una struttura sanitaria per gli accertamenti e le cure del caso.

 Domanda:
 Pelizzari raccomanda tempi di espirazione doppi dell’inspirazione. Così facendo non si espelle troppa CO2, con effetto simile all’iperventilazione?

Risposta:
 L’iperventilazione forzata e prolungata è cosa diversa dalla espirazione più lenta dell’inspirazione. Il rapporto 1:2 fra tempi di inspirazione ed espirazione, consigliato da Pelizzari, è molto vicino a quello della ventilazione spontanea. L’espirazione lenta previene il raggiungimento del "volume di chiusura" (una sorta di spasmo da ipervelocità del flusso aereo, che impedisce il corretto e completo svuotamento) e garantisce un buon ricambio di gas. Naturalmente, qualsiasi tipo di ventilazione spinta, se sufficientemente prolungata, porterebbe ad un eccessivo abbassamento della CO2, con i ben noti rischi. Il punto è quanto far durante la ventilazione (o iperventilazione) pre-apnea e quanto "spingere" l’espirazione allo "spasimo".

   
 IPERVENTILAZIONE E SINCOPE  

L'immersione in apnea è il tipo di attività subacquea maggiormente praticata nel nostro paese. Infatti, assieme al gran numero di persone che praticano la caccia subacquea in apnea troviamo coloro che per diletto vanno a curiosare sotto la superficie del mare senza far ricorso all'ARA. Naturalmente, anche per il neofita, il primo approccio con l'idrospazio avviene in apnea, anche se si tratta della variante più rischiosa dell'immersione subacquea. Sappiamo infatti che la sincope rimane, purtroppo, il pericolo, maggiore nella pratica dell'apnea.

In una statistica, elaborata sui dati relativi all'anno 1987, lo M.D.S.A., associazione di medici subacquei, ha evidenziato che il 94% delle morti durante immersione subacquea avviene per sincope anossica. Tali dati del resto coincidono con quelli presentati dal prof. Mauro Ficini nel 1978 al 2° congresso della Società Italiana di Medicina Subacquea ed lperbarica. In tale occasione fu addirittura dimostrato, dall'associazione "Stefano Cocchi", come il rapporto tra eventi mortali o di estrema gravità, tra incidenti con ARA e in apnea, sia in favore di quest'ultima in misura di 1 a 52: cioè a dire che per ogni incidente con autorespiratore se ne verificano 52 in apnea. Sempre nella comunicazione del prof. Ficini si cita una statistica americana in cui la presenza dell'uomo in acqua occupa il 1° posto, come rischio, rispetto ai traumi della strada, in funzione dei tempi di permanenza.
A distanza di tanti anni le statistiche non si sono modificate di molto, nel senso che, in base al numero di praticanti (in continuo aumento) e al perfezionamento delle didattiche, gli incidenti sono aumentati invece di diminuire.
Il termine apnea in Medicina significa arresto dei movimenti respiratori; tale arresto è in genere involontario, di carattere riflesso, conseguente a stimoli meccanici, chimico-farmacologici e neuropsichici che possono agire sia a livello delle vie respiratorie (ostacolo meccanico alla respirazione) sia a livello dei centri nervosi che controllano la respirazione (depressione respiratoria di tipo centrale).
Nel gergo subacqueo, al contrario, quando si parla di apnea ci si riferisce ad un atto volontario mediante il quale il sub smette di respirare per un periodo di tempo la cui durata è legata alle riserve di Ossigeno e al quantitativo di Anidride Carbonica che viene prodotta nel corso dell'immersione.
La volontarietà dell'atto termina nel momento in cui i livelli dei due gas avranno raggiunto valori tali da stimolare chimicamente i centri nervosi del respiro. E' ovvio che la durata dell'apnea è influenzata da alcune variabili individuali come la capacità polmonare, il consumo di ossigeno e l'adattamento ambientale.
In ogni caso il tempo di permanenza sott'acqua è sempre molto limitato per la facilità con cui si raggiunge il "breack-point" dell'apnea.
Il metodo che consente di allontanare nel tempo la comparsa dello stimolo respiratorio e di prolungare, quindi, la permanenza sul fondo prende il nome di iperventilazione. Tale metodica di respirazione si basa sull'esecuzione di una serie di atti respiratori lenti e prolungati mediante i quali, favorendo la fase espiratoria, si ottiene un "washing out" (lavaggio) ematico e polmonare a cui consegue una notevole diminuzione delle percentuali di Anidride Carbonica (CO2) ed un lievissimo incremento (meno dei 25%) della pressione parziale dell'Ossigeno (O2), oltre all'allontanamento di una parte del sangue intrapolmonare che consentirà, con l'ultimo atto respiratorio, di aumentare il volume di riempimento gassoso polmonare.
E' chiaro che per riportare i valori della CO2 a livelli tali da stimolare i centri del respiro l'organismo impiegherà un tempo più lungo, sufficiente a ritardare di svariate decine di secondi (fino a 120) la comparsa del punto di rottura dell'apnea. Contemporaneamente, però, l' O2 viene consumato per i normali processi vitali e l'organismo viene presto a trovarsi in una situazione di ipossia che si protrae fino alla riemersione.
Se la permanenza sul fondo si protrae oltre i limiti del punto di rottura dell'apnea, il sommozzatore andrà inevitabilmente incontro a quel pericoloso evento che viene comunemente definito sincope anossica da apnea prolungata.
Per meglio comprendere gli intimi meccanismi che entrano in gioco nel provocare uno stato sincopale in un subacqueo apneista è opportuno riassumere a quali modificazioni va incontro l'organismo nel corso dell'immersione.
Quando un individuo si immerge, anche se mantiene la testa fuori dall'acqua e continua a respirare, subisce delle modificazioni, o meglio, degli aggiustamenti cardiovascolari noti con il nome di riflesso d'immersione o "diving reflex".
La circolazione dei sangue si modifica quantitativamente a causa della comparsa di bradicardia (diminuzione del ritmo cardiaco) e vasocostrizione periferica (diminuzione del calibro arterioso principalmente alle estremità), quest'ultima interessa inizialmente il distretto circolatorio periferico superficiale e successivamente, per effetto dello stress termico, la muscolatura.
Se poi all'immersione si accompagna la sospensione dell'attività respiratoria, s'instaurerà una ulteriore diminuzione della frequenza cardiaca (bradicardia) e della portata ematica del cuore.
Diversi studi hanno dimostrato una relazione direttamente proporzionale tra la temperatura dell'acqua e la frequenza cardiaca. Si è visto che è sufficiente che la cute del viso entri in contatto con l'acqua fredda, indipendentemente dal fatto che il sub sia in Apnea o no, per provocare una diminuzione graduale della frequenza cardiaca. Tale evento si verifica in conseguenza della stimolazione dei recettori cutanei del nervo trigemino presenti nella regione frontale, nelle zone periorbitarie e sulle regioni zigomatiche.
La finalità degli eventi descritti è quella di ridurre marcatamente il consumo di O2 in alcuni distretti del corpo a favore delle richieste metaboliche cerebrali e cardiache (riflesso di conservazione dell'ossigeno).
Con l'aumento della pressione idrostatica interverranno poi ulteriori modificazioni a carico della circolazione per una sorta di ridistribuzione della massa ematica nel circolo polmonare e negli organi endotoracici: il blood-shift. Per controbilanciare l'incremento della pressione sul torace il sangue si "accumula" nei polmoni grazie ad una "aspirazione " dai territori periferici. Tale fenomeno accentuerà ulteriormente la bradicardia e porterà ad un aumento della gettata cardiaca.

 

ADATTAMENTI CARDIOVASCOLARI ALL'IMMERSIONE:

DIVING REFLEX: Bradicardia  aumento portata cardiaca - Aumento pressione arteriosa ·- - Vasocostrizione periferica

BLOOD SHIFT: centralizzazione della circolazione con vasocostrizione periferica per favorire il rifornimento di O2 e il metabolismo nei territori cerebrali e cardiaci. Il rallentamento della frequenza, sé da una parte provoca un notevole risparmio di O2, dall'altra espone il subacqueo al rischio di una sincope aritmica o da scarsa perfusione cerebrale.
E' evidente, da quanto finora esposto, che maggiore sarà il tempo di permanenza in immersione e maggiori saranno i rischi che il subacqueo corre. Ciò che caratterizza l'evento sincopale nell'immersione in apnea è la mancanza di O2 alle cellule nervose.
Si parla infatti oggi di sincope anossica proprio per indicare quella situazione in cui processi metabolici cerebrali vengono a mancare per deficit energetico, cioè di O2.
Al contrario non si ritiene più valida la definizione di sincope ipercapnica, in quanto l'aumento della CO2, oltre ad essere inevitabile, fa parte delle manifestazioni consequenziali nell'evoluzione del quadro clinico.
Abbiamo visto che gli adattamenti cardiocircolatori sono conseguenza, oltre che delle variazioni di pressione anche dello stress termico, delle sollecitazioni apneiche e psichiche.
A carico dei gas respiratori si hanno modificazioni in conseguenza degli aumenti pressori (legge di Boyle Mariotte) (1):
(1) A temperatura costante il volume di un gas è inversamente proporzionale alle pressioni cui è sottoposto sia per il variare dei coefficienti di diffusibilità gas/sangue durante le varie fasi dell'immersione. Infatti al termine dell'iperventilazione il subacqueo presenterà, nel suo organismo, dei valori di CO2 molto bassi (15 mmHg) e valori di O2 lievemente più alti, comunque tali da consentire un notevole miglioramento dell'ossigenazione ai tessuti. Nel corso della discesa verso il fondo, poi, per effetto della legge di Boyle i gas intrapolmonari vengono compressi e la loro pressione parziale aumenta proporzionalmente con la profondità raggiunta.

Per effetto della legge di Henry(2):
(2) Un gas si diffonde in un liquido e/o in tessuto in maniera direttamente proporzionale alla pressione che lo stesso gas esercita sulla superficie del liquido e/o del tessuto. la compressione dei gas intrapolmonari sarà seguita da un aumento della loro diffusibilità nei compartimenti a concentrazione minore.
Così l'Ossigeno, oltre ad essere legato all'Emoglobina sarà presente nel sangue in forma libera e raggiungerà i tessuti con maggiore facilità (principio su cui si basa la ossigenoterapia iperbarica), dando al subacqueo una sensazione di operatività ottimale e di possibilità di permanenza sul fondo quasi illimitata.
Contemporaneamente l'Anidride Carbonica avrà dei valori molto bassi per effetto della iperventilazione, che ha provocato una vera e propria decarbonizzazione del sangue arterioso. La permanenza sul fondo poi porterà ad una diminuzione, da consumo, dell'Ossigeno.

A questo punto si possono verificare due evenienze:

  1. L'aumento della pressione parziale dell'anidride carbonica precede quello dell'ossigeno. In questo caso il subacqueo raggiunge il "break-point" dell'Anidride Carbonica prima che l'Ossigeno scenda a valori critici, avverte le contrazioni diaframmatiche (provocate dall'aumento della CO2) e comincia la risalita. Nel corso dell'emersione la diminuzione della pressione si ripercuoterà sulle pressioni parziali dei gas del sangue, provocando la caduta dei valori dell'Ossigeno, che, inoltre, va incontro ad ulteriore consumo per il lavoro muscolare che il sub effettua per raggiungere la superficie. Così, a pochi metri dalla superficie, la concentrazione di ossigeno nel sangue raggiungerà valori talmente bassi da provocare la perdita di coscienza del sub per anossia cerebrale (sincope in risalita).
  2. La deficienza d'Ossigeno interviene prima dell'aumento dell'Anidride Carbonica ("break-point" dell' O2). In questo caso il deficit quantitativo e qualitativo dell'ossigenazione cerebrale avrà come conseguenza una diminuzione della eccitabilità delle cellule nervose, a cui seguirà una brusca perdita di conoscenza senza alcun sintomo premonitore. Proprio per la mancanza di un campanello d'allarme, come le contrazioni diaframmatiche, la perdita di coscienza avviene quasi sempre mentre il sub è ancora sul fondo.

Va comunque sottolineato come, indipendentemente dalle definizioni (sincope in risalita, da apnea prolungata, "rendez-vous" dei sette metri etc.), il momento scatenante è sempre rappresentato dall'acuta mancanza di ossigeno nei territori cerebrali.
Infatti, il tessuto nervoso - dal punto di vista metabolico - ha un'autonomia limitata, per cui, se la portata ematica diminuisce drasticamente o vi è un deficit di ossigenazione, si andrà incontro, inevitabilmente, ad una perdita transitoria o duratura dello stato di coscienza. Se il recupero dell'infortunato non è immediato si verificherà, successivamente, un'inondazione di acqua nei polmoni, che comprometterà ulteriormente le capacità di ripresa del subacqueo. Al contrario, un soccorso immediato, una volta riportato il sub in superficie, consente quasi sempre una valida ripresa dell'attività cordiorespiratoria senza alcuna conseguenza. 

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16 agosto 2012 4 16 /08 /agosto /2012 08:04

Con questo articolo vogliamo offrire una carrellata dei diversi fucili presenti in commercio e delle loro caratteristiche, indicando anche per quali tecniche di caccia sono da preferire. Inoltre illustreremo le regole di base per una buona manutenzione che manterrà l’attrezzo sempre efficiente e in buone condizioni operative.
La scelta dell’arma ideale, comunque, passa prima dalla scelta della tecnica di caccia che si intende adottare e non dal modello più o meno avanzato tecnologicamente o per manie “esterofile”; cacciare con un attrezzo poco adatto si traduce, quasi sempre, in una deludente battuta di pesca.
Volutamente abbiamo tralasciato di parlare dei fucili a molla elicoidale che, pur se ancora in commercio, sono da considerare “cimeli storici” della pesca subacquea, visto quello che la tecnologia oggi mette a disposizione.


Arbalete
Prodotto dapprima in Francia, è stato introdotto in Italia solamente alla fine degli anni ’70. Il suo funzionamento è semplicissimo: una freccia mantiene tese una o due coppie di elastici di gomma e il suo fondello viene agganciato da un dente di arresto, collegato con il grilletto. Quando il dente si solleva liberando la freccia, questa viene proiettata in avanti dagli elastici tesi precedentemente. Ci si rende subito conto che il principio di funzionamento richiama essenzialmente quello della fionda o, per essere più precisi, quello della balestra. Comunemente utilizzato da sempre nei mari tropicali, in alcune isole non è difficile vedere anche la popolazione indigena usare arbalete artigianali, utilizzando striscie di gomma ricavate dalle camere d’aria di camion e tenute ferme da meccanismi veramente elementari. Oggi le nuove tecnologie hanno permesso di creare vari tipi di fusti e speciali mescole di gomma per gli elastici, capaci di prestazioni veramente elevate e con capacità di gittata e penetrazione un tempo inimmaginabili.
Comunemente si trovano in commercio arbalete di misure comprese tra i 60 e i 120 cm.

Vantaggi
Oltre alla semplicità costruttiva che si traduce in maggior affidabilità, il principale vantaggio dell’arbalete è il tiro lungo e preciso, con una gittata direttamente proporzionale alla lunghezza dell’arma e al tipo e numero degli elastici di trazione. Altro vantaggio è dato dall’accelerazione veramente bruciante e dall’assoluta silenziosità dello sparo.

Svantaggi
Sicuramente lo svantaggio maggiore è il brandeggio che, vista la lunghezza dell’arma, è lento e rumoroso per le vibrazioni prodotte dagli elastici durante il movimento. Altro svantaggio è l’obbligatorietà di usare l’arpione che è, a volte, parte integrante dell’asta. Inoltre l’arbalete richiede una maggior forza nel caricamento, soprattutto per le misure più lunghe.

Tecniche
Per le sue caratteristiche è l’arma ideale per l’aspetto, dove la gittata e la precisione del tiro sono elementi fondamentali. Le misure più lunghe sono richieste nella caccia ai grandi pelagici, dove è necessario avere anche una grande potenza di penetrazione. Per le misure piccole è consigliato l’uso per le tecniche di agguato e per la pesca a razzolo in ambienti marini di acqua libera o per le dighe frangiflutti.

Accessori
Accessorio indispensabile per l’arbalete è il pettorale per il caricamento, di solito smontabile, che permette di caricare l’arma appongiando il calcio al petto o allo stomaco senza che questo scivoli di lato, rendendo difficoltosa l’operazione. L’asta in dotazione può essere la “taithiana”, che ha la punta lavorata ad arpione con una o due alette di trattenimento, oppure l’asta normale, con la filettatura su cui montare l’arpione. All’arbalete viene comunemente abbinato un mulinello portasagola, soprattutto ai modelli più lunghi, utilissimo per l’aspetto e la pesca ai pelagici.

Manutenzione
L’arbalete non richiede particolare manutenzione, solo un risciacquo in acqua dolce al ritorno dal mare. Gli elastici, invece, richiedono maggiori attenzioni e vanno controllati spesso per verificare se sono ingottiti o presentano lesioni, soprattutto vicino alle boccole di aggancio della forcella metallica. È importante anche svitare, di tanto in tanto, le boccole e lubrificare con grasso al silicone le filettature, per evitare che l’ossido o la salsedine li blocchino. Quando il fucile viene riposto per la pausa invernale, conviene tenere immerso in acqua il calcio del fucile per qualche giorno, cambiando spesso l’acqua per rimuovere ogni traccia di salsedine, mentre gli elastici devono essere smontati dal fucile e separati dalla forcella metallica e conservati in un ambiente fresco, lontano da fonti di calore e dalla luce, cosparsi di borotalco.


Oleopneumatici
Queste armi si basano sullo stesso principio delle armi terrestri: un serbatoio contiene aria che viene compressa dall’azione di caricamento, tramite un pistone a tenuta che si aggancia al grilletto. Quando lo si preme, il pistone torna libero e viene spinto verso la testata dall’aria che riprende il suo volume originario. Tutto il meccanismo è in bagno d’olio, in modo da presentare il minor attrito possibile al pistone che scorre nella canna. La potenza del fucile è, anche in questo caso, proporzionale alla lunghezza, dato che il serbatoio che contiene l’aria costituisce la lunghezza stessa del fucile. L’aria viene introdotta tramite una pompa manuale nel fucile da dietro, dove è presente un’apposita valvola e permette anche di poter pre-comprimere l’aria, aumentando quindi la potenza del fucile. È importante non esagerare in questa operazione che, se eccessiva, può danneggiare irreparabilmente le guarnizioni di tenuta del fucile.
Questa categoria di fucile si trova sul mercato con un grande assortimento di misure che parte dalle “piccole pistole” di 40 cm fino ad arrivare ai “cannoni” di 100, 110 cm.

Vantaggi
La potenza di penetrazione elevatissima a distanza ravvicinata è la forza maggiore di questo fucile, oltre ad un brandeggio rapido e silenzioso. Caratteristiche che, per determinate tecniche, lo fanno preferire. Inoltre le misure medio-piccole permettono tiri con angolazioni impossibili e in ambienti angusti. Altro vantaggio è il regolatore di potenza che permette appunto di dosare la potenza del tiro, limitando la camera di compressione dell’aria ad un volume minore e di conseguenza la potenza del tiro.
Un altro vantaggio di quest’arma è lo spessore maggiore della freccia che permette di contare su una leva vantaggiosa in caso si abbia una grossa preda arroccata in tana e la si debba tirare fuori.

Svantaggi
La delicatezza del meccanismo è il suo punto debole, unito alla scarsa accelerazione e gittata nel tiro. Inoltre, se si trascura la manutenzione, può diventare un’arma inaffidabile o addirittura pericolosa; può bastare un solo granello di sabbia che si inserisca tra canna e pistone per rigare la canna irreparabilmente e abbassare sensibilmente le prestazioni del fucile.

Tecniche
L’oleopneumatico rimane il fucile ideale per la pesca in tana o in ambienti ristretti come le franate, le dighe foranee e le zone con grandi massi sul fondo. In questi ambienti la libertà d’azione, il tiro quasi sempre ravvicinato e la rapidità di brandeggio fanno preferire questo fucile ad ogni altro. A seconda delle preferenze e alle abitudini di chi lo usa, trova anche valido impiego, nelle misure medie, nella pesca a razzolo e all’agguato dove il suo variatore di potenza permette di salvare la punta di arpioni e fiocine. Le misure più lunghe possono essere impiegate per l’aspetto e per la caccia ai grandi pelagici.

Accessori
Accessorio indispensabile per poter caricare questo fucile con l’asta munita di arpione è il “carichino”, un traversino di plastica al centro del quale c’è un alloggiamento per la punta dell’arpione. Appoggiando le dita sul carichino è possibile avere la presa necessaria a spingere a fondo la freccia. Anche su questo tipo di fucile è possibile montare un mulinello per la sagola, utilissimo sia che si peschi in tana, sia in acque libere.

Manutenzione
La manutenzione di questo fucile richiede perseveranza, cura e attenzioni. Prima di tutto non deve essere lasciato nella sabbia senza protezione, per evitare che la stessa blocchi qualche meccanismo. Altro nemico da evitare è il sole estivo il cui calore può deformare le guarnizioni a tenuta e causare perdite di aria. Ogni volta che si va in mare, al ritorno è necessario risciacquare abbondantemente con acqua dolce e pulire con attenzione la punta del fucile da eventuali pezzi di alga o altro che potrebbero entrare nella canna. Il rimessaggio dell’arma richiede una certa pratica e conoscenza della meccanica interna e se non ci si sente preparati è meglio affidare l’arma al nostro negoziante di fiducia per il rimessaggio di fine stagione così da avere, in primavera, la nostra arma perfettamente funzionante.

 

 

 

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15 agosto 2012 3 15 /08 /agosto /2012 07:57


 

Caratteristiche


La pesca all’aspetto, una volta riservata a pesci ben definiti e particolarmente difficili, come per esempio il Dentice, è ora adottata universalmente per quasi tutte le specie di pinnuti che frequentano le nostre coste. L’agguato risulta essere più fruttuoso anche se è difficile da mettere in pratica e se richiede una padronanza di riflessi addirittura fuori dal comune.
Nella pesca all’aspetto la pazienza e la perseveranza fanno la parte del leone: si aspetta e ci si affida al caso. Tutto questo in apparenza, perché in realtà anche questo tipo di pesca è frutto di grande esperienza e di conoscenza delle abitudini e delle reazioni delle varie specie di pesci che si tentano di cacciare. I dilaganti insediamenti urbani lungo le nostre coste e di conseguenza l’inevitabile inquinamento marino hanno reso l’acqua più torbida ed i pesci più diffidenti. A parte alcuni pesci, come la Cernia, che preferisce sempre la sicurezza delle pareti di roccia, tutti gli altri pesci hanno dimostrato di non aver rinunciato ad una loro caratteristica di base, alla curiosità. Per quanto riguarda la pesca all’aspetto, l’uomo ha sfruttato la sua conoscenza e le sue risorse, le sue armi e si è adattato all’acqua torbida, facendola addirittura una sua alleata, ci si camuffa da essere inoffensivo, si mimetizza con i fondali, finge curiosità che non ha, cerca di rendersi invisibile, si avvolge dell’opacità di cui è immerso, frena i suoi istinti, fa sfoggio delle tecniche più raffinate, dimostrando di essere arrivato a possedere una notevole conoscenza del mondo sottomarino e, soprattutto una conoscenza dei suoi abitanti.

Attrezzatura
L’attrezzatura da utilizzare è di fondamentale importanza. La maschera deve avere un minimo volume interno per eliminare qualsiasi spreco d’aria che possa contribuire alla diminuzione dell’apnea, ma deve avere, nel contempo, un ampio campo visivo laterale, che permetta di abbracciare il più grande orizzonte possibile senza muovere la testa. Il respiratore di superficie deve avere un diametro abbastanza grande e non deve avere tubi corrugati di gomma, in modo da permettere all’aria di uscire rapidamente subito dopo la capriola, in modo da non prolungare in maniera eccessiva lo scarico di bollicine che potrebbero spaventare le prede eventualmente in zona. Le pinne devono essere potenti, ma elastiche, in grado di permettere rapidi scatti con il minimo dispendio di energie. La cintura della zavorra deve essere facilmente regolabile anche stando in acqua e comunque dotata di uno sganciamento rapido di emergenza. Il coltello deve essere leggero e sottile per non dare fastidio e per poter uccidere le prede subito dopo la cattura, in modo che non sbattano nei sussulti dell’agonia. Il fucile deve essere lungo, potente e preciso. Sono consigliabili i modelli pneumatici con impugnatura a pistola, oppure quelli ad elastici. In questo tipo di pesca la mira è essenziale, sia perché di solito si spara a notevoli distanze, cioè dai due ai quattro metri, sia perché il bersaglio non è mai di grandi proporzioni ed è comunque sempre in movimento. Il tiro istintivo ed approssimativo della pesca in tana qui non va bene, perché lascia troppi margini di errore. Per tutta la giornata, un pesce che viene mancato, eviterà accuratamente qualsiasi altro incontro molesto.
I fucili con il calcio a pistola hanno il vantaggio di essere adatti a un tiro di precisione, perché la mira può essere presa con lo stesso sistema di un fucile e cioè lungo la traiettoria occhio, mirino, centro. Il fucile lungo, inoltre, fornisce altri vantaggi: minor rinculo al momento dello sparo e maggior precisione; più stabilità d’assetto, minore distanza dalla punta dell’arpione alla preda. Naturalmente, affinché tutti questi vantaggi siano giustamente apprezzati dal cacciatore è necessario che l’arma sia perfettamente equilibrata. Il fucile lungo, infine, ha ovviamente una freccia lunga e questo contribuisce molto alla precisione del tiro. La potenza dell’arma deve essere sempre piuttosto alta, indipendentemente dalla mole dei pesci che si vogliono cacciare. La sagola che collega la freccia al fucile deve essere robusta, ma sottile per non fare troppo attrito. Inoltre è consigliabile che la sagola sia avvolta sul tamburo di un mulinello assicurato saldamente sotto la canna del fucile per mezzo di un paio di morsetti, oppure integrato con il fusto del fucile stesso. Il mulinello deve essere robusto e deve scorrere senza attriti, in maniera tale da non rallentare minimamente né deviare la freccia. Una ventina di metri di sagola dovrebbero bastare in quanto una sagola lunga si ingarbuglia facilmente. Nella pesca all’aspetto è molto importante la cura dei particolari e non bisogna trascurare nemmeno il colore delle attrezzature; il sub deve apparire come parte del fondo, deve amalgamarsi agli scogli e alle alghe. Colori sgargianti non vanno bene, meglio colori opachi e scuri. Il nero delle mute è adattissimo, evitate di indossare mute di colore bianco o giallo. Eliminate, soprattutto, le canne lucide dei fucili, i cerchietti di metallo delle maschere, i foderi dei coltelli che lasciano scoperta la lama. Le prede più grosse e più furbe, come il Dentice, non si lascerebbero ingannare e se ne starebbero alla larga. Adoperate fucili neri e preferite ghiere di plastica a quelle di metallo lucido. Il pallone vi sarebbe di impiccio, meglio ancorarlo al limite della distanza consentita dalla legge e per la vostra sicurezza ricordatevi il giubbetto salvagente che si gonfia automaticamente allo scadere del tempo da voi desiderato. La regolazione si può fare di volta in volta per mezzo di un piccolo timer. Questo attrezzo è stato studiato e messo a punto per la pesca all’aspetto, perché sovente il pescatore è portato a riemergere al limite massimo dell’apnea e di conseguenza in condizioni di pericolo. Se il sub ha una barca di appoggio, questa deve starsene lontano e il rematore deve evitare inutili sciaquii. A bordo, inoltre, silenzio assoluto: i suoni delle voci in acqua si propagano con gran rapidità. L’esplorazione dall’alto ha di solito lo scopo di individuare il punto più adatto per tendere l’agguato e per stabilire, approssimativamente, quali possono essere le prede più probabili. Se l’acqua è limpida, i pesci saranno visibili pure da lontano ed allora conviene pescare a vista e organizzare il tranello in funzione del pesce che si vuole pescare.

 

Azione di pesca
La tattica pressappoco è la seguente: il cacciatore nuota silenzioso in superficie ed esplora il fondo dall’alto. A un certo punto scorge al limite della scogliera un branco di Dentici, o un gruppo di grossi Saraghi, o una coppia di Orate.
Sappiamo per esperienza che l’attacco diretto non riuscirebbe, il sub finge indifferenza alla presenza dei pinnuti e cerca il punto dove appostarsi. In genere è meglio allontanarsi dai pesci presi di mira di almeno una decina di metri, in maniera da non destare sospetti. Trovato un posto, che può essere un canalone, la cresta di uno scoglio, un ciuffo di alghe verdi, un sasso di notevoli proporzioni, il cacciatore si immerge. La profondità non sarà impegnativa in quanto la pesca all’aspetto si basa su lunghe apnee e sulla possibilità di stare il più possibile fermi sul fondo. Un’immersione a quote limite non ci permetterebbe di attendere la preda per il tempo necessario, costringendoci a risalire. Si consiglia di praticare la tecnica all’aspetto a cinque metri di profondità per poi scendere sempre più giù man mano che l’allenamento e la tecnica si perfezionano. Saranno tante le volte che vi capiterà di dover risalire per respirare proprio nel momento in cui il pesce si era deciso a venirvi incontro.
Dopo la capriola, il sub si allontana dalla superficie con un paio di falcate, quindi rimane fermo e si lascia trascinare sul fondo dal peso della zavorra, raggiungendo il posto prescelto per l’agguato. A questo punto è indispensabile cercare di integrarsi con il fondale circostante, rimanendo in perfetto silenzio ed immobilità. La preda si chiede che cosa sarà mai quella “cosa” arrivata da lassù… Penserà che forse è il caso di dargli un’occhiata più da vicino, ma con prudenza però! La preda o le prede si inizieranno ad interessare al pescatore e si avvicineranno guardinghe. Saltare fuori dal vostro nascondiglio, imbracciando il fucile “tipo Rambo”, avrebbe come unico risultato la smaterializzazione dei pesci che diventerebbero un piacevole ricordo in pochi attimi. Bisogna aspettare ancora qualche secondo, per farli avvicinare rimanendo comunque immobili. Quando saranno a tiro, spostiamo millimetricamente la punta dell’arpione verso la preda più vicina (e non la più grossa!) e quando siamo pronti, spariamo… se non è venerdì 13 e se il nostro bioritmo è in fase positiva potremo anche fare centro, nel qual caso, con una pinnata potente, metteremo le mani sulla preda tanto ambita. Se invece mancate la preda non imprecate e non agitatevi come degli ossessi… i pesci saranno scattati in ordine sparso allo scoccare della freccia ma si saranno già radunati poco distante. Recuperate l’arpione e risalite in superficie seguendo una direzione opposta a quella dei pesci. Seguite dall’alto l’evolversi della situazione. Se i pesci rimangono nei paraggi, potrete tentare un altro agguato più in là, in cerca di maggior fortuna. Se, al contrario i pesci hanno capito le vostre intenzioni, conviene cambiare zona e non insistere.
Alcune prede, come il Muggine e la Spigola, possono essere stimolate maggiormente delle altre nella curiosità, muovendo leggermente le pinne, facendo finta di grufolare sul fondo o altre azioni poco aggressive. In determinati tipi di fondale, è possibile sperimentare diversi tipi di appostamento: le franate, ad esempio, permettono di mettere in atto tecniche di aspetto meno statiche, passando da un ricovero ad un altro, seguendo una direzione parallela a quella delle prede. Spesso i pesci, rassicurati dal vostro disinteresse per loro, vi si affiancheranno, dandovi la possibilità di scoccare una freccia; altro ambiente interessante sono le dighe frangiflutti dove è possibile pescare all’aspetto anche senza immergersi, ma rimanendo immobili al riparo di qualche grosso cubo di cemento e aspettando che qualche grosso Muggine o una bella Salpona passino a tiro. La Spigola, in questo ambiente è molto frequente e vederla materializzarsi davanti al vostro arpione non è un evento straordinario. Starà alla vostra prontezza di riflessi e alla vostra mira sparare in tempo utile e colpirla. Le fasi di recupero, sono difficilmente un problema, se la preda rimane presa dall’arpione; non è raro che la preda venga solo ferita e non trattenuta, in questo caso può essere estremamente pericoloso buttarsi all’inseguimento, prolungando oltre l’apnea già alla linea rossa. Ricordate che nessuna preda può valere una vita umana, soprattutto la vostra!

 

 

 

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