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26 agosto 2012 7 26 /08 /agosto /2012 10:03

http://4.bp.blogspot.com/-AlCqmA4dFEA/T4f6WAF4gOI/AAAAAAAANpY/bitl9F1TTds/s320/enzo_maiorca.jpgL'uomo che detiene lo scettro di Re dell'apnea profonda, colui che è riuscito ad ottenere lo straordinario primato di aver sondato gli abissi grazie alla sua sola forza di volontà e contro i pareri dei soloni della scienza ufficiale del tempo, i quali sentenziavano che oltre certi limiti lo scoppio della gabbia toracica era assicurato; quest'uomo, insomma, si chiama Enzo Maiorca ed è ormai una leggenda vivente. Il suo nome è indissolubilmente legato al mare e anzi ne è diventato quasi un sinonimo, così come Pietro Mennea lo è per l'atletica o Pele' per il calcio.

Questo strabiliante uomo-pesce è nato il 21 giugno del 1931 a Siracusa; ha imparato a nuotare a quattro anni e presto ha cominciato ad andare sott'acqua, anche se, secondo una sua stessa confessione, da piccolo aveva una gran paura del mare. Ma non si pensi che poi, una volta diventato campione, gli sia passata. Anzi, alle giovani leve ripete sempre quanto sia salutare temere il mare, quanto sia importante averne paura e non prenderlo mai sottogamba.

Da ragazzo ha fatto studi classici conditi sempre da un gran passione per lo sport, per lo più di quelli legati all'acqua, come è ovvio (come la subacquea o il canottaggio), anche se ha praticato pure la ginnastica. In quegli anni ha praticato anche la pesca subacquea immergendosi a 3 o 4 metri di profondità, ma la sua cultura umanitaria e di rispetto della natura e degli esseri viventi lo portarono a rinunciare a quel tipo di attività.

Un bel giorno, invece, un amico medico gli mostra un articolo in cui si parlava di un nuovo record di profondità a -41 metri strappato a Bucher da Falco e Novelli. E' l'estate del 1956 e Maiorca rimane fortemente suggestionato dal quell'impresa.

http://1.bp.blogspot.com/-9MKtnwTxO7U/T4fzN_4FtdI/AAAAAAAANnk/z11evOq2n5k/s1600/Enzo-Maiorca1.jpgDopo una breve riflessione, decide di entrare in competizione con quei grandi nelle immersioni in apnea e si impegna allo spasmo per strappare il titolo di uomo che è andato più in profondità negli abissi marini. Nel 1960 corona il suo sogno toccando -45 metri. E' l'inizio di una grande era che lo vedrà qualche anno arrivare un metro oltre i ?100 e che poi vedrà coinvolti anche altri membri della famiglia Maiorca (in particolare le due figlie, entrambe celebri nel mondo per una bella serie di record mondiali d'immersione in apnea).

Per la sua esaltante attività sportiva Maiorca ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti: nel 1964 la Medaglia d'Oro al valore atletico del Presidente della Repubblica, e poi il Tridente d'Oro di Ustica; il Premio letterario del C.O.N.I. e la Stella d'Oro al merito sportivo sempre del C.O.N.I.

Sposato con Maria, oltre alla famiglia e allo sport, Maiorca ama la campagna, gli animali e la lettura, oltre alla mitologia classica e all'archeologia fenicio-punica. Inoltre, è stato deputato per il partito di Alleanza Nazionale con cui ha cercato di difendere con costante impegno le ragioni per una salvaguardia profonda ed efficace del patrimonio marino e naturalistico.

Ha scritto tre libri: "A capofitto nel Turchino", "Sotto il segno di Tanit" e "Scuola di apnea".

 

 

 

Fonte 

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20 agosto 2012 1 20 /08 /agosto /2012 21:21

Nell'immersione in apnea il subacqueo può contare soltanto sull'ossigeno presente nel suo organismo (nei polmoni, nel sangue, nei tessuti) all'inizio dell' "APNEA" (interruzione volontaria della respirazione).
Durante l'immersione, l'ossigeno gradualmente diminuisce e parallelamente aumenta l'anidride carbonica prodotta dall'attività metabolica dei vari tessuti del corpo umano.
Sarà proprio il graduale accumularsi di C
O2 nel sangue a stimolare i centri bulbari cerebrali preposti alla respirazione, che a loro volta stimoleranno nel subacqueo la ripresa della respirazione attraverso le contrazioni diaframmatiche. Queste contrazioni del diaframma vanno dunque considerate dal subacqueo come un utilissimo campanello d'allarme: infatti il nostro organismo non può tollerare tassi troppo elevati di CO2 (ipercapnia) e tassi troppo bassi di O2 (ipossia). Al di sopra (per la CO2 ) e al di sotto (per O2 ) di questi valori si avrebbe la sincope respiratoria, con conseguente perdita di coscienza, detta appunto sincope da apnea prolungata.
Il rischio maggiore è attuare, prima dell'apnea, una iperventilazione (tecnica di respirazione forzata) troppo prolungata. L'iperventilazione può essere praticata con metodi diversi e tende comunque ad abbassare il tasso alveolare ed ematico, e di conseguenza di tutto l'organismo, dell'anidride carbonica.
Il sangue quando lascia i polmoni, anche nella normale respirazione, è pressoché saturo di
O2 : di conseguenza l'iperventilazione riesce ad aumentare la quantità di ossigeno a nostra disposizione per l'apnea di pochissimo e sono comunque sufficienti a questo fine pochi atti respiratori profondi. Continuando l'iperventilazione sarà solo la CO2 a diminuire, O2 resterà costante.
L'inutilità e soprattutto la pericolosità di un'iperventilazione prolungata sta dunque nel fatto che, senza riuscire ad aumentare ulteriormente la durata dell'apnea, ritarda l'insorgere degli stimoli respiratori, riducendo sensibilmente il tempo che intercorre tra l'inizio delle contrazioni diaframmatiche e la sincope.
La regola per immergersi in apnea in sicurezza è quella di non compiere più di 4 /5 atti respiratori profondi ricercando mentalmente la massima tranquillità psicologica. E' infatti quest'ultimo il fattore di gran lunga più importante nel determinare la durata dell'apnea. Da non dimenticare, inoltre, di avere sempre un compagno che veglia sul nostro operato: da questo ultimo aspetto può dipendere la nostra vita, che per  non deve mai essere posta nelle condizioni di pericolo.

 

In primo luogo cos'è l'apnea.


L'apnea è la sospensione degli atti respiratori. Nel caso del subacqueo l'apnea è volontaria cioè determinata dalla volontà del soggetto. Durante la sospensione del respiro, il sangue continua a circolare attraverso i polmoni eliminando CO2 e togliendo ossigeno all'aria alveolare.
Ad un certo punto però il CO2 è salito notevolmente di concentrazione nell'aria alveolare per cui non ne è più possibile l'eliminazione e questo gas comincia ad accumularsi nel sangue. Contemporaneamente l'ossigeno continua a diminuire.
L'organismo non tollera a lungo queste variazioni sia di O2 che di CO2 e reagisce con segni d'intolleranza quali il desiderio impellente di respirare e frequenti contrazioni del diaframma. Ignorando volutamente questi segni, in breve tempo si manifesta la sincope.
La sincope è la perdita della coscienza con arresto repentino della respirazione ed, a volte, anche del battito cardiaco.
Ogni subacqueo, prima di un'immersione in apnea effettua l'iperventilazione preventiva: essa consiste in una respirazione profonda e controllata che dura per un certo tempo. L'iperventilazione preventiva determina non tanto un aumento della quantità di ossigeno quanto una notevole diminuzione di C02. Aumentando O2 nell'aria alveolare dal 13 al 18% e diminuendo dal 5,5% all'1,2% la concentrazione di CO2, si allunga notevolmente il limite di insorgenza degli stimoli fisiologici all'interruzione dell'apnea. Questi stimoli sono determinati in gran parte dall'azione del CO2 sui centri nervosi sensibili del seno carotideo che stimola il centro respiratorio ad interrompere l'apnea.
Nella discesa in profondità, la pressione dell'acqua agisce su tutta la superficie corporea e determina la riduzione di volume di tutte le cavità deformabili contenenti gas, prima fra tutti la cavità toracica. Questa cavità può ridursi notevolmente con l'innalzamento del diaframma e l'abbassamento costale.
I record di profondità in apnea hanno smentito molte delle teorie formulate circa i limiti di profondità raggiungibili, per cui oggi è azzardato formulare ipotesi su questo argomento.
L'effetto dell'aumentata pressione si fa sentire anche sugli scambi gassosi tra polmoni, sangue e viceversa.
Si deve dire in primo luogo che alla pressione atmosferica il 98% dell'emoglobina è saturato: ciò significa che, nell'immersione in apnea, l'aumento di pressione non determina che un modestissimo aumento della quantità di ossigeno trasportabile dal sangue nell'unità di tempo.
In secondo luogo è da tener presente che il fattore determinante, il passaggio dell'O2 alveolare al sangue è la differenza tra pressione parziale dell'O2 alveolare e la pressione parziale O2 del sangue.
Qual è allora l'effetto dell'aumentata pressione ambiente sugli scambi respiratori se il sangue non può portare con sè più di una certa quantità di O2 che è quasi massima già in superficie?
L'aumento di pressione ambiente si traduce in un aumento della pressione parziale di O2. La pressione parziale di O2 è quella che ne determina il passaggio dall'aria alveolare al sangue. Se il sangue non può aumentare la quantità trasportata, l'aumento di pressione parziale di O2 non potrà che consentire il mantenimento della saturazione di ossigeno del sangue per un periodo più lungo. In definitiva, tutto ciò si converte in un prolungamento del tempo in apnea. In parole povere, in profondità l'apnea dura più a lungo.

 

Questo vantaggio però nasconde un pericolo mortale.


Se il nostro subacqueo, infatti, attende in profondità il manifestarsi impellente del desiderio di respirare, la pressione parziale di O2 nei suoi polmoni sarà vicina al minimo indispensabile a mantenere la vita (il limite minimo non è stato ancora raggiunto perché il centro respiratorio è molto più sensibile all'aumento del CO2 che alla diminuzione dell'O2, la diminuzione di pressione dovuta alla risalita farà scendere ulteriormente il suo valore, scatenando la crisi sincopale per mancanza di ossigeno a livello cerebrale.
Di solito la sincope colpisce negli ultimi metri o in superficie al primo atto respiratorio. Infatti l'espirazione abbassa ulteriormente la tensione di O2 compromettendo un equilibrio già compromesso.
Facciamo un esempio numerico per spiegarci meglio:
Il nostro subacqueo ha effettuato un'adeguata iperventilazione preventiva facendo scendere il CO2 dal 5,5% all'l,2%.
L'O2 alveolare è salito dal 13 al 18% con circa PpO2 di 171 mbar.
Ora s'immerge e scende a -15 m di profondità;

la PpO2 sale da 171 mbar a 171x 2,5 = 423 mbar

(2,5 = 1 bar + 1,5 bar dovute ai 15 m d'acqua).

Dopo un certo tempo il CO2 ha raggiunto livelli tali da stimolare i riflessi per l'interruzione d'apnea.
La PpO2 alveolare è ancora 133 mbar più che sufficiente ai fini vitali, ma siamo a -15 m. (La press. parziale dell' O2 è scesa da 423 a 133 mbar perché l'ossigeno viene consumato in continuazione per mantenere la vita).
Il sub risale. Appena emerso è colto da sincope; infatti la PpO2 è scesa a 53 mbar insufficiente all'ossigenazione cerebrale:

PpO2 133 mbar : 2,5 = 53 mbar


La violenta inspirazione, d'altro canto, stimola le determinazioni nervose disseminate sulla pleura e nell'apparato respiratorio provocando l'inibizione riflessa del centro respiratorio. L'inibizione riflessa sommata all'anossia (Anossia = mancanza di O2 nel sangue), determinano la sincope. Perciò non si devono mai attendere in profondità i segni dell'impellente necessità di interrompere la apnea e, giunti in superficie, non respirare mai con violenza.

 
Terapia: respirazione artificiale.

 

QUESITI MEDICI - APNEA

 Domanda:
Come si manifesta la sincope da apneista,( arresto respiratorio, arresto cardiaco, ...) e come intervenire su un caso di sincope.

Risposta:
Per definizione "sincope" è un termine che significa arresto cardiorespiratorio. Se si tratta di sincope da apnea prolungata (sia da ipercapnia che da ipossia in risalita), la manifestazione iniziale è arresto respiratorio seguito rapidamente da arresto cardiaco. In questi casi non c'è annegamento (invasione d'acqua nelle vie respiratorie).
In altri e più rari casi ci può essere un intervallo maggiore fra l'arresto respiratorio e l'arresto cardiaco ed il quadro è più simile a quello del pre-annegamento.
In tutti i casi l'intervento di primo intervento è lo stesso:

Controllo ABC e sostenimento delle funzioni vitali con CPR secondo necessità. La somministrazione di ossigeno è essenziale, anche durante le fasi di CPR.
Non essendo possibile, sul campo, distinguere fra una sincope vera e propria ed un quadro di pre-annegamento è sempre indispensabile il trasporto immediato presso una struttura sanitaria per gli accertamenti e le cure del caso.

 Domanda:
 Pelizzari raccomanda tempi di espirazione doppi dell’inspirazione. Così facendo non si espelle troppa CO2, con effetto simile all’iperventilazione?

Risposta:
 L’iperventilazione forzata e prolungata è cosa diversa dalla espirazione più lenta dell’inspirazione. Il rapporto 1:2 fra tempi di inspirazione ed espirazione, consigliato da Pelizzari, è molto vicino a quello della ventilazione spontanea. L’espirazione lenta previene il raggiungimento del "volume di chiusura" (una sorta di spasmo da ipervelocità del flusso aereo, che impedisce il corretto e completo svuotamento) e garantisce un buon ricambio di gas. Naturalmente, qualsiasi tipo di ventilazione spinta, se sufficientemente prolungata, porterebbe ad un eccessivo abbassamento della CO2, con i ben noti rischi. Il punto è quanto far durante la ventilazione (o iperventilazione) pre-apnea e quanto "spingere" l’espirazione allo "spasimo".

   
 IPERVENTILAZIONE E SINCOPE  

L'immersione in apnea è il tipo di attività subacquea maggiormente praticata nel nostro paese. Infatti, assieme al gran numero di persone che praticano la caccia subacquea in apnea troviamo coloro che per diletto vanno a curiosare sotto la superficie del mare senza far ricorso all'ARA. Naturalmente, anche per il neofita, il primo approccio con l'idrospazio avviene in apnea, anche se si tratta della variante più rischiosa dell'immersione subacquea. Sappiamo infatti che la sincope rimane, purtroppo, il pericolo, maggiore nella pratica dell'apnea.

In una statistica, elaborata sui dati relativi all'anno 1987, lo M.D.S.A., associazione di medici subacquei, ha evidenziato che il 94% delle morti durante immersione subacquea avviene per sincope anossica. Tali dati del resto coincidono con quelli presentati dal prof. Mauro Ficini nel 1978 al 2° congresso della Società Italiana di Medicina Subacquea ed lperbarica. In tale occasione fu addirittura dimostrato, dall'associazione "Stefano Cocchi", come il rapporto tra eventi mortali o di estrema gravità, tra incidenti con ARA e in apnea, sia in favore di quest'ultima in misura di 1 a 52: cioè a dire che per ogni incidente con autorespiratore se ne verificano 52 in apnea. Sempre nella comunicazione del prof. Ficini si cita una statistica americana in cui la presenza dell'uomo in acqua occupa il 1° posto, come rischio, rispetto ai traumi della strada, in funzione dei tempi di permanenza.
A distanza di tanti anni le statistiche non si sono modificate di molto, nel senso che, in base al numero di praticanti (in continuo aumento) e al perfezionamento delle didattiche, gli incidenti sono aumentati invece di diminuire.
Il termine apnea in Medicina significa arresto dei movimenti respiratori; tale arresto è in genere involontario, di carattere riflesso, conseguente a stimoli meccanici, chimico-farmacologici e neuropsichici che possono agire sia a livello delle vie respiratorie (ostacolo meccanico alla respirazione) sia a livello dei centri nervosi che controllano la respirazione (depressione respiratoria di tipo centrale).
Nel gergo subacqueo, al contrario, quando si parla di apnea ci si riferisce ad un atto volontario mediante il quale il sub smette di respirare per un periodo di tempo la cui durata è legata alle riserve di Ossigeno e al quantitativo di Anidride Carbonica che viene prodotta nel corso dell'immersione.
La volontarietà dell'atto termina nel momento in cui i livelli dei due gas avranno raggiunto valori tali da stimolare chimicamente i centri nervosi del respiro. E' ovvio che la durata dell'apnea è influenzata da alcune variabili individuali come la capacità polmonare, il consumo di ossigeno e l'adattamento ambientale.
In ogni caso il tempo di permanenza sott'acqua è sempre molto limitato per la facilità con cui si raggiunge il "breack-point" dell'apnea.
Il metodo che consente di allontanare nel tempo la comparsa dello stimolo respiratorio e di prolungare, quindi, la permanenza sul fondo prende il nome di iperventilazione. Tale metodica di respirazione si basa sull'esecuzione di una serie di atti respiratori lenti e prolungati mediante i quali, favorendo la fase espiratoria, si ottiene un "washing out" (lavaggio) ematico e polmonare a cui consegue una notevole diminuzione delle percentuali di Anidride Carbonica (CO2) ed un lievissimo incremento (meno dei 25%) della pressione parziale dell'Ossigeno (O2), oltre all'allontanamento di una parte del sangue intrapolmonare che consentirà, con l'ultimo atto respiratorio, di aumentare il volume di riempimento gassoso polmonare.
E' chiaro che per riportare i valori della CO2 a livelli tali da stimolare i centri del respiro l'organismo impiegherà un tempo più lungo, sufficiente a ritardare di svariate decine di secondi (fino a 120) la comparsa del punto di rottura dell'apnea. Contemporaneamente, però, l' O2 viene consumato per i normali processi vitali e l'organismo viene presto a trovarsi in una situazione di ipossia che si protrae fino alla riemersione.
Se la permanenza sul fondo si protrae oltre i limiti del punto di rottura dell'apnea, il sommozzatore andrà inevitabilmente incontro a quel pericoloso evento che viene comunemente definito sincope anossica da apnea prolungata.
Per meglio comprendere gli intimi meccanismi che entrano in gioco nel provocare uno stato sincopale in un subacqueo apneista è opportuno riassumere a quali modificazioni va incontro l'organismo nel corso dell'immersione.
Quando un individuo si immerge, anche se mantiene la testa fuori dall'acqua e continua a respirare, subisce delle modificazioni, o meglio, degli aggiustamenti cardiovascolari noti con il nome di riflesso d'immersione o "diving reflex".
La circolazione dei sangue si modifica quantitativamente a causa della comparsa di bradicardia (diminuzione del ritmo cardiaco) e vasocostrizione periferica (diminuzione del calibro arterioso principalmente alle estremità), quest'ultima interessa inizialmente il distretto circolatorio periferico superficiale e successivamente, per effetto dello stress termico, la muscolatura.
Se poi all'immersione si accompagna la sospensione dell'attività respiratoria, s'instaurerà una ulteriore diminuzione della frequenza cardiaca (bradicardia) e della portata ematica del cuore.
Diversi studi hanno dimostrato una relazione direttamente proporzionale tra la temperatura dell'acqua e la frequenza cardiaca. Si è visto che è sufficiente che la cute del viso entri in contatto con l'acqua fredda, indipendentemente dal fatto che il sub sia in Apnea o no, per provocare una diminuzione graduale della frequenza cardiaca. Tale evento si verifica in conseguenza della stimolazione dei recettori cutanei del nervo trigemino presenti nella regione frontale, nelle zone periorbitarie e sulle regioni zigomatiche.
La finalità degli eventi descritti è quella di ridurre marcatamente il consumo di O2 in alcuni distretti del corpo a favore delle richieste metaboliche cerebrali e cardiache (riflesso di conservazione dell'ossigeno).
Con l'aumento della pressione idrostatica interverranno poi ulteriori modificazioni a carico della circolazione per una sorta di ridistribuzione della massa ematica nel circolo polmonare e negli organi endotoracici: il blood-shift. Per controbilanciare l'incremento della pressione sul torace il sangue si "accumula" nei polmoni grazie ad una "aspirazione " dai territori periferici. Tale fenomeno accentuerà ulteriormente la bradicardia e porterà ad un aumento della gettata cardiaca.

 

ADATTAMENTI CARDIOVASCOLARI ALL'IMMERSIONE:

DIVING REFLEX: Bradicardia  aumento portata cardiaca - Aumento pressione arteriosa ·- - Vasocostrizione periferica

BLOOD SHIFT: centralizzazione della circolazione con vasocostrizione periferica per favorire il rifornimento di O2 e il metabolismo nei territori cerebrali e cardiaci. Il rallentamento della frequenza, sé da una parte provoca un notevole risparmio di O2, dall'altra espone il subacqueo al rischio di una sincope aritmica o da scarsa perfusione cerebrale.
E' evidente, da quanto finora esposto, che maggiore sarà il tempo di permanenza in immersione e maggiori saranno i rischi che il subacqueo corre. Ciò che caratterizza l'evento sincopale nell'immersione in apnea è la mancanza di O2 alle cellule nervose.
Si parla infatti oggi di sincope anossica proprio per indicare quella situazione in cui processi metabolici cerebrali vengono a mancare per deficit energetico, cioè di O2.
Al contrario non si ritiene più valida la definizione di sincope ipercapnica, in quanto l'aumento della CO2, oltre ad essere inevitabile, fa parte delle manifestazioni consequenziali nell'evoluzione del quadro clinico.
Abbiamo visto che gli adattamenti cardiocircolatori sono conseguenza, oltre che delle variazioni di pressione anche dello stress termico, delle sollecitazioni apneiche e psichiche.
A carico dei gas respiratori si hanno modificazioni in conseguenza degli aumenti pressori (legge di Boyle Mariotte) (1):
(1) A temperatura costante il volume di un gas è inversamente proporzionale alle pressioni cui è sottoposto sia per il variare dei coefficienti di diffusibilità gas/sangue durante le varie fasi dell'immersione. Infatti al termine dell'iperventilazione il subacqueo presenterà, nel suo organismo, dei valori di CO2 molto bassi (15 mmHg) e valori di O2 lievemente più alti, comunque tali da consentire un notevole miglioramento dell'ossigenazione ai tessuti. Nel corso della discesa verso il fondo, poi, per effetto della legge di Boyle i gas intrapolmonari vengono compressi e la loro pressione parziale aumenta proporzionalmente con la profondità raggiunta.

Per effetto della legge di Henry(2):
(2) Un gas si diffonde in un liquido e/o in tessuto in maniera direttamente proporzionale alla pressione che lo stesso gas esercita sulla superficie del liquido e/o del tessuto. la compressione dei gas intrapolmonari sarà seguita da un aumento della loro diffusibilità nei compartimenti a concentrazione minore.
Così l'Ossigeno, oltre ad essere legato all'Emoglobina sarà presente nel sangue in forma libera e raggiungerà i tessuti con maggiore facilità (principio su cui si basa la ossigenoterapia iperbarica), dando al subacqueo una sensazione di operatività ottimale e di possibilità di permanenza sul fondo quasi illimitata.
Contemporaneamente l'Anidride Carbonica avrà dei valori molto bassi per effetto della iperventilazione, che ha provocato una vera e propria decarbonizzazione del sangue arterioso. La permanenza sul fondo poi porterà ad una diminuzione, da consumo, dell'Ossigeno.

A questo punto si possono verificare due evenienze:

  1. L'aumento della pressione parziale dell'anidride carbonica precede quello dell'ossigeno. In questo caso il subacqueo raggiunge il "break-point" dell'Anidride Carbonica prima che l'Ossigeno scenda a valori critici, avverte le contrazioni diaframmatiche (provocate dall'aumento della CO2) e comincia la risalita. Nel corso dell'emersione la diminuzione della pressione si ripercuoterà sulle pressioni parziali dei gas del sangue, provocando la caduta dei valori dell'Ossigeno, che, inoltre, va incontro ad ulteriore consumo per il lavoro muscolare che il sub effettua per raggiungere la superficie. Così, a pochi metri dalla superficie, la concentrazione di ossigeno nel sangue raggiungerà valori talmente bassi da provocare la perdita di coscienza del sub per anossia cerebrale (sincope in risalita).
  2. La deficienza d'Ossigeno interviene prima dell'aumento dell'Anidride Carbonica ("break-point" dell' O2). In questo caso il deficit quantitativo e qualitativo dell'ossigenazione cerebrale avrà come conseguenza una diminuzione della eccitabilità delle cellule nervose, a cui seguirà una brusca perdita di conoscenza senza alcun sintomo premonitore. Proprio per la mancanza di un campanello d'allarme, come le contrazioni diaframmatiche, la perdita di coscienza avviene quasi sempre mentre il sub è ancora sul fondo.

Va comunque sottolineato come, indipendentemente dalle definizioni (sincope in risalita, da apnea prolungata, "rendez-vous" dei sette metri etc.), il momento scatenante è sempre rappresentato dall'acuta mancanza di ossigeno nei territori cerebrali.
Infatti, il tessuto nervoso - dal punto di vista metabolico - ha un'autonomia limitata, per cui, se la portata ematica diminuisce drasticamente o vi è un deficit di ossigenazione, si andrà incontro, inevitabilmente, ad una perdita transitoria o duratura dello stato di coscienza. Se il recupero dell'infortunato non è immediato si verificherà, successivamente, un'inondazione di acqua nei polmoni, che comprometterà ulteriormente le capacità di ripresa del subacqueo. Al contrario, un soccorso immediato, una volta riportato il sub in superficie, consente quasi sempre una valida ripresa dell'attività cordiorespiratoria senza alcuna conseguenza. 

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16 agosto 2012 4 16 /08 /agosto /2012 08:04

Con questo articolo vogliamo offrire una carrellata dei diversi fucili presenti in commercio e delle loro caratteristiche, indicando anche per quali tecniche di caccia sono da preferire. Inoltre illustreremo le regole di base per una buona manutenzione che manterrà l’attrezzo sempre efficiente e in buone condizioni operative.
La scelta dell’arma ideale, comunque, passa prima dalla scelta della tecnica di caccia che si intende adottare e non dal modello più o meno avanzato tecnologicamente o per manie “esterofile”; cacciare con un attrezzo poco adatto si traduce, quasi sempre, in una deludente battuta di pesca.
Volutamente abbiamo tralasciato di parlare dei fucili a molla elicoidale che, pur se ancora in commercio, sono da considerare “cimeli storici” della pesca subacquea, visto quello che la tecnologia oggi mette a disposizione.


Arbalete
Prodotto dapprima in Francia, è stato introdotto in Italia solamente alla fine degli anni ’70. Il suo funzionamento è semplicissimo: una freccia mantiene tese una o due coppie di elastici di gomma e il suo fondello viene agganciato da un dente di arresto, collegato con il grilletto. Quando il dente si solleva liberando la freccia, questa viene proiettata in avanti dagli elastici tesi precedentemente. Ci si rende subito conto che il principio di funzionamento richiama essenzialmente quello della fionda o, per essere più precisi, quello della balestra. Comunemente utilizzato da sempre nei mari tropicali, in alcune isole non è difficile vedere anche la popolazione indigena usare arbalete artigianali, utilizzando striscie di gomma ricavate dalle camere d’aria di camion e tenute ferme da meccanismi veramente elementari. Oggi le nuove tecnologie hanno permesso di creare vari tipi di fusti e speciali mescole di gomma per gli elastici, capaci di prestazioni veramente elevate e con capacità di gittata e penetrazione un tempo inimmaginabili.
Comunemente si trovano in commercio arbalete di misure comprese tra i 60 e i 120 cm.

Vantaggi
Oltre alla semplicità costruttiva che si traduce in maggior affidabilità, il principale vantaggio dell’arbalete è il tiro lungo e preciso, con una gittata direttamente proporzionale alla lunghezza dell’arma e al tipo e numero degli elastici di trazione. Altro vantaggio è dato dall’accelerazione veramente bruciante e dall’assoluta silenziosità dello sparo.

Svantaggi
Sicuramente lo svantaggio maggiore è il brandeggio che, vista la lunghezza dell’arma, è lento e rumoroso per le vibrazioni prodotte dagli elastici durante il movimento. Altro svantaggio è l’obbligatorietà di usare l’arpione che è, a volte, parte integrante dell’asta. Inoltre l’arbalete richiede una maggior forza nel caricamento, soprattutto per le misure più lunghe.

Tecniche
Per le sue caratteristiche è l’arma ideale per l’aspetto, dove la gittata e la precisione del tiro sono elementi fondamentali. Le misure più lunghe sono richieste nella caccia ai grandi pelagici, dove è necessario avere anche una grande potenza di penetrazione. Per le misure piccole è consigliato l’uso per le tecniche di agguato e per la pesca a razzolo in ambienti marini di acqua libera o per le dighe frangiflutti.

Accessori
Accessorio indispensabile per l’arbalete è il pettorale per il caricamento, di solito smontabile, che permette di caricare l’arma appongiando il calcio al petto o allo stomaco senza che questo scivoli di lato, rendendo difficoltosa l’operazione. L’asta in dotazione può essere la “taithiana”, che ha la punta lavorata ad arpione con una o due alette di trattenimento, oppure l’asta normale, con la filettatura su cui montare l’arpione. All’arbalete viene comunemente abbinato un mulinello portasagola, soprattutto ai modelli più lunghi, utilissimo per l’aspetto e la pesca ai pelagici.

Manutenzione
L’arbalete non richiede particolare manutenzione, solo un risciacquo in acqua dolce al ritorno dal mare. Gli elastici, invece, richiedono maggiori attenzioni e vanno controllati spesso per verificare se sono ingottiti o presentano lesioni, soprattutto vicino alle boccole di aggancio della forcella metallica. È importante anche svitare, di tanto in tanto, le boccole e lubrificare con grasso al silicone le filettature, per evitare che l’ossido o la salsedine li blocchino. Quando il fucile viene riposto per la pausa invernale, conviene tenere immerso in acqua il calcio del fucile per qualche giorno, cambiando spesso l’acqua per rimuovere ogni traccia di salsedine, mentre gli elastici devono essere smontati dal fucile e separati dalla forcella metallica e conservati in un ambiente fresco, lontano da fonti di calore e dalla luce, cosparsi di borotalco.


Oleopneumatici
Queste armi si basano sullo stesso principio delle armi terrestri: un serbatoio contiene aria che viene compressa dall’azione di caricamento, tramite un pistone a tenuta che si aggancia al grilletto. Quando lo si preme, il pistone torna libero e viene spinto verso la testata dall’aria che riprende il suo volume originario. Tutto il meccanismo è in bagno d’olio, in modo da presentare il minor attrito possibile al pistone che scorre nella canna. La potenza del fucile è, anche in questo caso, proporzionale alla lunghezza, dato che il serbatoio che contiene l’aria costituisce la lunghezza stessa del fucile. L’aria viene introdotta tramite una pompa manuale nel fucile da dietro, dove è presente un’apposita valvola e permette anche di poter pre-comprimere l’aria, aumentando quindi la potenza del fucile. È importante non esagerare in questa operazione che, se eccessiva, può danneggiare irreparabilmente le guarnizioni di tenuta del fucile.
Questa categoria di fucile si trova sul mercato con un grande assortimento di misure che parte dalle “piccole pistole” di 40 cm fino ad arrivare ai “cannoni” di 100, 110 cm.

Vantaggi
La potenza di penetrazione elevatissima a distanza ravvicinata è la forza maggiore di questo fucile, oltre ad un brandeggio rapido e silenzioso. Caratteristiche che, per determinate tecniche, lo fanno preferire. Inoltre le misure medio-piccole permettono tiri con angolazioni impossibili e in ambienti angusti. Altro vantaggio è il regolatore di potenza che permette appunto di dosare la potenza del tiro, limitando la camera di compressione dell’aria ad un volume minore e di conseguenza la potenza del tiro.
Un altro vantaggio di quest’arma è lo spessore maggiore della freccia che permette di contare su una leva vantaggiosa in caso si abbia una grossa preda arroccata in tana e la si debba tirare fuori.

Svantaggi
La delicatezza del meccanismo è il suo punto debole, unito alla scarsa accelerazione e gittata nel tiro. Inoltre, se si trascura la manutenzione, può diventare un’arma inaffidabile o addirittura pericolosa; può bastare un solo granello di sabbia che si inserisca tra canna e pistone per rigare la canna irreparabilmente e abbassare sensibilmente le prestazioni del fucile.

Tecniche
L’oleopneumatico rimane il fucile ideale per la pesca in tana o in ambienti ristretti come le franate, le dighe foranee e le zone con grandi massi sul fondo. In questi ambienti la libertà d’azione, il tiro quasi sempre ravvicinato e la rapidità di brandeggio fanno preferire questo fucile ad ogni altro. A seconda delle preferenze e alle abitudini di chi lo usa, trova anche valido impiego, nelle misure medie, nella pesca a razzolo e all’agguato dove il suo variatore di potenza permette di salvare la punta di arpioni e fiocine. Le misure più lunghe possono essere impiegate per l’aspetto e per la caccia ai grandi pelagici.

Accessori
Accessorio indispensabile per poter caricare questo fucile con l’asta munita di arpione è il “carichino”, un traversino di plastica al centro del quale c’è un alloggiamento per la punta dell’arpione. Appoggiando le dita sul carichino è possibile avere la presa necessaria a spingere a fondo la freccia. Anche su questo tipo di fucile è possibile montare un mulinello per la sagola, utilissimo sia che si peschi in tana, sia in acque libere.

Manutenzione
La manutenzione di questo fucile richiede perseveranza, cura e attenzioni. Prima di tutto non deve essere lasciato nella sabbia senza protezione, per evitare che la stessa blocchi qualche meccanismo. Altro nemico da evitare è il sole estivo il cui calore può deformare le guarnizioni a tenuta e causare perdite di aria. Ogni volta che si va in mare, al ritorno è necessario risciacquare abbondantemente con acqua dolce e pulire con attenzione la punta del fucile da eventuali pezzi di alga o altro che potrebbero entrare nella canna. Il rimessaggio dell’arma richiede una certa pratica e conoscenza della meccanica interna e se non ci si sente preparati è meglio affidare l’arma al nostro negoziante di fiducia per il rimessaggio di fine stagione così da avere, in primavera, la nostra arma perfettamente funzionante.

 

 

 

FONTE

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15 agosto 2012 3 15 /08 /agosto /2012 07:57


 

Caratteristiche


La pesca all’aspetto, una volta riservata a pesci ben definiti e particolarmente difficili, come per esempio il Dentice, è ora adottata universalmente per quasi tutte le specie di pinnuti che frequentano le nostre coste. L’agguato risulta essere più fruttuoso anche se è difficile da mettere in pratica e se richiede una padronanza di riflessi addirittura fuori dal comune.
Nella pesca all’aspetto la pazienza e la perseveranza fanno la parte del leone: si aspetta e ci si affida al caso. Tutto questo in apparenza, perché in realtà anche questo tipo di pesca è frutto di grande esperienza e di conoscenza delle abitudini e delle reazioni delle varie specie di pesci che si tentano di cacciare. I dilaganti insediamenti urbani lungo le nostre coste e di conseguenza l’inevitabile inquinamento marino hanno reso l’acqua più torbida ed i pesci più diffidenti. A parte alcuni pesci, come la Cernia, che preferisce sempre la sicurezza delle pareti di roccia, tutti gli altri pesci hanno dimostrato di non aver rinunciato ad una loro caratteristica di base, alla curiosità. Per quanto riguarda la pesca all’aspetto, l’uomo ha sfruttato la sua conoscenza e le sue risorse, le sue armi e si è adattato all’acqua torbida, facendola addirittura una sua alleata, ci si camuffa da essere inoffensivo, si mimetizza con i fondali, finge curiosità che non ha, cerca di rendersi invisibile, si avvolge dell’opacità di cui è immerso, frena i suoi istinti, fa sfoggio delle tecniche più raffinate, dimostrando di essere arrivato a possedere una notevole conoscenza del mondo sottomarino e, soprattutto una conoscenza dei suoi abitanti.

Attrezzatura
L’attrezzatura da utilizzare è di fondamentale importanza. La maschera deve avere un minimo volume interno per eliminare qualsiasi spreco d’aria che possa contribuire alla diminuzione dell’apnea, ma deve avere, nel contempo, un ampio campo visivo laterale, che permetta di abbracciare il più grande orizzonte possibile senza muovere la testa. Il respiratore di superficie deve avere un diametro abbastanza grande e non deve avere tubi corrugati di gomma, in modo da permettere all’aria di uscire rapidamente subito dopo la capriola, in modo da non prolungare in maniera eccessiva lo scarico di bollicine che potrebbero spaventare le prede eventualmente in zona. Le pinne devono essere potenti, ma elastiche, in grado di permettere rapidi scatti con il minimo dispendio di energie. La cintura della zavorra deve essere facilmente regolabile anche stando in acqua e comunque dotata di uno sganciamento rapido di emergenza. Il coltello deve essere leggero e sottile per non dare fastidio e per poter uccidere le prede subito dopo la cattura, in modo che non sbattano nei sussulti dell’agonia. Il fucile deve essere lungo, potente e preciso. Sono consigliabili i modelli pneumatici con impugnatura a pistola, oppure quelli ad elastici. In questo tipo di pesca la mira è essenziale, sia perché di solito si spara a notevoli distanze, cioè dai due ai quattro metri, sia perché il bersaglio non è mai di grandi proporzioni ed è comunque sempre in movimento. Il tiro istintivo ed approssimativo della pesca in tana qui non va bene, perché lascia troppi margini di errore. Per tutta la giornata, un pesce che viene mancato, eviterà accuratamente qualsiasi altro incontro molesto.
I fucili con il calcio a pistola hanno il vantaggio di essere adatti a un tiro di precisione, perché la mira può essere presa con lo stesso sistema di un fucile e cioè lungo la traiettoria occhio, mirino, centro. Il fucile lungo, inoltre, fornisce altri vantaggi: minor rinculo al momento dello sparo e maggior precisione; più stabilità d’assetto, minore distanza dalla punta dell’arpione alla preda. Naturalmente, affinché tutti questi vantaggi siano giustamente apprezzati dal cacciatore è necessario che l’arma sia perfettamente equilibrata. Il fucile lungo, infine, ha ovviamente una freccia lunga e questo contribuisce molto alla precisione del tiro. La potenza dell’arma deve essere sempre piuttosto alta, indipendentemente dalla mole dei pesci che si vogliono cacciare. La sagola che collega la freccia al fucile deve essere robusta, ma sottile per non fare troppo attrito. Inoltre è consigliabile che la sagola sia avvolta sul tamburo di un mulinello assicurato saldamente sotto la canna del fucile per mezzo di un paio di morsetti, oppure integrato con il fusto del fucile stesso. Il mulinello deve essere robusto e deve scorrere senza attriti, in maniera tale da non rallentare minimamente né deviare la freccia. Una ventina di metri di sagola dovrebbero bastare in quanto una sagola lunga si ingarbuglia facilmente. Nella pesca all’aspetto è molto importante la cura dei particolari e non bisogna trascurare nemmeno il colore delle attrezzature; il sub deve apparire come parte del fondo, deve amalgamarsi agli scogli e alle alghe. Colori sgargianti non vanno bene, meglio colori opachi e scuri. Il nero delle mute è adattissimo, evitate di indossare mute di colore bianco o giallo. Eliminate, soprattutto, le canne lucide dei fucili, i cerchietti di metallo delle maschere, i foderi dei coltelli che lasciano scoperta la lama. Le prede più grosse e più furbe, come il Dentice, non si lascerebbero ingannare e se ne starebbero alla larga. Adoperate fucili neri e preferite ghiere di plastica a quelle di metallo lucido. Il pallone vi sarebbe di impiccio, meglio ancorarlo al limite della distanza consentita dalla legge e per la vostra sicurezza ricordatevi il giubbetto salvagente che si gonfia automaticamente allo scadere del tempo da voi desiderato. La regolazione si può fare di volta in volta per mezzo di un piccolo timer. Questo attrezzo è stato studiato e messo a punto per la pesca all’aspetto, perché sovente il pescatore è portato a riemergere al limite massimo dell’apnea e di conseguenza in condizioni di pericolo. Se il sub ha una barca di appoggio, questa deve starsene lontano e il rematore deve evitare inutili sciaquii. A bordo, inoltre, silenzio assoluto: i suoni delle voci in acqua si propagano con gran rapidità. L’esplorazione dall’alto ha di solito lo scopo di individuare il punto più adatto per tendere l’agguato e per stabilire, approssimativamente, quali possono essere le prede più probabili. Se l’acqua è limpida, i pesci saranno visibili pure da lontano ed allora conviene pescare a vista e organizzare il tranello in funzione del pesce che si vuole pescare.

 

Azione di pesca
La tattica pressappoco è la seguente: il cacciatore nuota silenzioso in superficie ed esplora il fondo dall’alto. A un certo punto scorge al limite della scogliera un branco di Dentici, o un gruppo di grossi Saraghi, o una coppia di Orate.
Sappiamo per esperienza che l’attacco diretto non riuscirebbe, il sub finge indifferenza alla presenza dei pinnuti e cerca il punto dove appostarsi. In genere è meglio allontanarsi dai pesci presi di mira di almeno una decina di metri, in maniera da non destare sospetti. Trovato un posto, che può essere un canalone, la cresta di uno scoglio, un ciuffo di alghe verdi, un sasso di notevoli proporzioni, il cacciatore si immerge. La profondità non sarà impegnativa in quanto la pesca all’aspetto si basa su lunghe apnee e sulla possibilità di stare il più possibile fermi sul fondo. Un’immersione a quote limite non ci permetterebbe di attendere la preda per il tempo necessario, costringendoci a risalire. Si consiglia di praticare la tecnica all’aspetto a cinque metri di profondità per poi scendere sempre più giù man mano che l’allenamento e la tecnica si perfezionano. Saranno tante le volte che vi capiterà di dover risalire per respirare proprio nel momento in cui il pesce si era deciso a venirvi incontro.
Dopo la capriola, il sub si allontana dalla superficie con un paio di falcate, quindi rimane fermo e si lascia trascinare sul fondo dal peso della zavorra, raggiungendo il posto prescelto per l’agguato. A questo punto è indispensabile cercare di integrarsi con il fondale circostante, rimanendo in perfetto silenzio ed immobilità. La preda si chiede che cosa sarà mai quella “cosa” arrivata da lassù… Penserà che forse è il caso di dargli un’occhiata più da vicino, ma con prudenza però! La preda o le prede si inizieranno ad interessare al pescatore e si avvicineranno guardinghe. Saltare fuori dal vostro nascondiglio, imbracciando il fucile “tipo Rambo”, avrebbe come unico risultato la smaterializzazione dei pesci che diventerebbero un piacevole ricordo in pochi attimi. Bisogna aspettare ancora qualche secondo, per farli avvicinare rimanendo comunque immobili. Quando saranno a tiro, spostiamo millimetricamente la punta dell’arpione verso la preda più vicina (e non la più grossa!) e quando siamo pronti, spariamo… se non è venerdì 13 e se il nostro bioritmo è in fase positiva potremo anche fare centro, nel qual caso, con una pinnata potente, metteremo le mani sulla preda tanto ambita. Se invece mancate la preda non imprecate e non agitatevi come degli ossessi… i pesci saranno scattati in ordine sparso allo scoccare della freccia ma si saranno già radunati poco distante. Recuperate l’arpione e risalite in superficie seguendo una direzione opposta a quella dei pesci. Seguite dall’alto l’evolversi della situazione. Se i pesci rimangono nei paraggi, potrete tentare un altro agguato più in là, in cerca di maggior fortuna. Se, al contrario i pesci hanno capito le vostre intenzioni, conviene cambiare zona e non insistere.
Alcune prede, come il Muggine e la Spigola, possono essere stimolate maggiormente delle altre nella curiosità, muovendo leggermente le pinne, facendo finta di grufolare sul fondo o altre azioni poco aggressive. In determinati tipi di fondale, è possibile sperimentare diversi tipi di appostamento: le franate, ad esempio, permettono di mettere in atto tecniche di aspetto meno statiche, passando da un ricovero ad un altro, seguendo una direzione parallela a quella delle prede. Spesso i pesci, rassicurati dal vostro disinteresse per loro, vi si affiancheranno, dandovi la possibilità di scoccare una freccia; altro ambiente interessante sono le dighe frangiflutti dove è possibile pescare all’aspetto anche senza immergersi, ma rimanendo immobili al riparo di qualche grosso cubo di cemento e aspettando che qualche grosso Muggine o una bella Salpona passino a tiro. La Spigola, in questo ambiente è molto frequente e vederla materializzarsi davanti al vostro arpione non è un evento straordinario. Starà alla vostra prontezza di riflessi e alla vostra mira sparare in tempo utile e colpirla. Le fasi di recupero, sono difficilmente un problema, se la preda rimane presa dall’arpione; non è raro che la preda venga solo ferita e non trattenuta, in questo caso può essere estremamente pericoloso buttarsi all’inseguimento, prolungando oltre l’apnea già alla linea rossa. Ricordate che nessuna preda può valere una vita umana, soprattutto la vostra!

 

 

 

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9 agosto 2012 4 09 /08 /agosto /2012 21:51

http://diving.divingrosadeiventi.it/custom/archivio/image/pesca%20in%20apnea/intro_apnea.jpgLa pesca subacquea in apnea, detta anche caccia subacquea, è un'attività di pesca praticata con la tecnica dell'immersione senza l'ausilio di attrezzature autonome di respirazione, quindi con il trattenimento del respiro (apnea), generalmente con uso di maschera subacquea, boccaglio, pinne e fucile subacqueo o fiocina con asta, e per la protezione dal freddo spesso con l'ausilio di muta e relativa zavorra per la compensazione d'assetto, è una delle varie attività di pesca sportiva ma è anche inquadrata e praticata per le attività di pesca subacquea professionale.

Origini 

La pesca subacquea in apnea è stata praticata dall'uomo inizialmente in forme primitive per procurarsi sia il cibo che per raccogliere specie essenziali per svolgere le sue attività, vedi conchiglie per colorare i tessuti, spugne per la pulizia e perle per scambi commerciali quindi per ottenere generi utili generalmente per la cosmesi o per il commercio. Fino agli anni '40 è stata quasi sempre praticata a corpo libero senza e con strumenti, anche rudimentali, quali occhialini, coltello e/o lunghe aste, soprattutto dai pescatori di ostriche nell'Oceano Pacifico e di spugne nel Mediterraneo. L'evoluzione nella sua forma moderna è avvenuta però soprattutto nell'ultimo secolo, grazie alle innovazioni nelle tecniche e nelle attrezzature subacquee. Verso gli anni cinquanta ha quindi avuto un costante e notevole sviluppo tanto che la FIPS, (poi FIPSAS) allora federazione di sola pesca sportiva dalla superficie, dette inizio ad una lunga serie di competizioni di pesca subacquea, e per forza di cose si occupò anche dello sviluppo delle attività subacquee in generale. Ad oggi viene ancora praticata prevalentemente per sport e attività ricreativa, ma anche come attività professionale, con il rilascio di licenze di pesca subacquea specifiche da parte delle regioni. Storicamente denominata "pesca subacquea", oggi il termine più in uso è pesca in apnea per sottolinearne il valore sportivo e la radicale differenza rispetto a quella effettuata in passato con l'ausilio di autorespiratori ed oggi vietata tranne che per i professionisti ma solo per corallo ed echinodermidi. La pesca subacquea in apnea viene anche praticata a livello professionale con la differenza di non avere limiti di cattura in peso e numero di specie.


Caratteristiche 

http://www.ilovepescasub.com/wp-content/uploads/pesca-sub-corvina.jpgLa pesca subacquea in apnea è riconosciuta dalla normativa nazionale e comunitaria al pari di altre forme di pesca sportiva di superficie. La sportività e la particolarità di tale disciplina è determinata dal fatto che l'immersione si svolge in apnea, cioè trattenendo il fiato per pochi minuti (massimo 2-3 per i migliori atleti), cercando la preda libera nel suo habitat naturale. Questa condizione richiede una preparazione atletica specifica, un buon livello generale di fitness e uno stato di salute dell’apparato cardio-circolatorio ottimale. Sebbene l’azione di pesca possa essere macroscopicamente schematizzata in poche fasi: preparazione in superficie, discesa, appostamento (o avvicinamento, o ingresso in tana), tiro, risalita, la pesca in apnea è in realtà un’attività ad alto grado di complessità. Per ottenere risultati è necessario, oltre ad avere una buona apnea, possedere la capacità di gestirla. Il pescatore deve avere, allo stesso tempo, un particolare adattamento all'ambiente marino e una profonda conoscenza delle abitudini delle specie bersaglio che si acquisisce con l'esperienza di moltissime ore trascorse in acqua. Una caratteristica esclusiva di questa tecnica di pesca è la capacità selettiva di scegliere il tipo e le dimensioni delle prede. Una calzante definizione è Release and Catch dove il rilascio si esprime nella decisione a monte della cattura. Il release and catch sostituisce la pratica del catch and release propria della pesca con ami dalla superficie, il pesce viene "rilasciato" senza alcuna ferita, poiché il pescatore, in via preventiva, sceglie di non colpirlo, riservandosi esclusivamente la cattura del pesce che vorrà consumare. Si predilige la cattura, anche singola, di pesci di maggiori dimensioni e con un coefficiente di difficoltà più alto. I fondali adatti a questa pratica sono prevalentemente rocciosi, o di coralligeno di piattaforma comunemente identificato con il termine grotto, ma si ottengono lusinghieri risultati anche in zone meno ricche di anfratti o con prevalenza di posidonia. In genere una rottura della monotonia di un fondale come può essere una roccia solitaria, un relitto, una tubatura sono richiami irresistibili per molte specie. Le batimetriche più usuali sono comprese tra la superficie e i primi 15-20 metri. Ma un ristretto numero di atleti particolarmente dotati è in grado di pescare con continuità oltre i 30 metri e raggiungere profondità vicine a 40-50

 Attrezzatura 

http://www.nauticamancini.com/images/fucile_arbalete_cressi_comanche.jpgL’attrezzatura è costituita da: fucile subacqueo, muta, pinne, maschera e aeratore, zavorra, boa segnasub. I fucili subacquei, annoverati tra gli attrezzi consentiti per la pesca sportiva dall’art. 138 lett.e del D. P. R. 1639/68, possono essere ad aria compressa oppure a propulsione elastica (arbaléte) e consentono un unico tiro a distanze relativamente modeste, contenute nel migliore dei casi entro 3–4 m. È preferibile per lunghe permanenze in acqua l’utilizzo di una muta umida con particolari caratteristiche di coibentazione, aderenza ed elasticità. Le mute normalmente utilizzate hanno spessori compresi tra 3,5 e 7–8 mm. e sono da preferire senza cerniere e monofoderate, di colore scuro o mimetiche per meglio dissimulare la presenza del pescatore. Le pinne sono generalmente lunghe con pala in tecnopolimero o nelle versioni più moderne in composito (fibra di carbonio o fibra di vetro). La maschera deve garantire buona vestibilità, ottimo campo visivo e volume contenuto. Questa ultima caratteristica assume maggiore importanza nel caso di immersioni profonde nelle quali è necessario compensare l'aumento della pressione con l’immissione di piccole, preziose, quantità d’aria, per evitarne lo schiacciamento e l’effetto ventosa che ne deriva. Maschere di dimensioni estremamente contenute consentono di ridurre in modo significativo la quantità d’aria necessaria ma limitano la visuale e possono essere poco confortevoli da indossare. L’aeratore è un tubo, preferibilmente corto e largo, che permette la respirazione al subacqueo in superficie. La zavorra è costituita da una cintura che trattiene saponette di piombo, mediamente di 1 kg. l’una, in quantità relativa alla profondità d’esercizio e allo spessore della muta. La boa segnasub è un galleggiante, gonfiabile o rigido, recante una bandiera rossa con striscia diagonale bianca, segnale di uomo immerso. È forse l’accessorio più essenziale di un corredo per la pesca in apnea, oltre che obbligatorio a norma di legge. Possibilmente di dimensioni generose che ne permettano l’avvistamento da grande distanza. Il pescatore deve operare in un raggio di 50 m dalla verticale della boa e le imbarcazioni possono transitare a non meno di 100 m dalla stessa per evidenti ragioni di sicurezza.

Impatto biologico 

Sebbene il nostro paese abbia una lunga tradizione di campioni, la pesca in apnea è esercitata da un numero esiguo di appassionati, rispetto alla totalità dei pescatori ricreativi, valutato in circa il 3% da studi effettuati in altri paesi come la Spagna, paese simile all’Italia per diffusione della pesca in apnea, e California USA. Il gravoso impegno fisico necessario per catturare le prede che ne limita il numero di praticanti, il fatto che la caccia in apnea sia condotta in ambiente ostile per l'uomo, l'affermarsi di tecniche di pesca all'aspetto e all'agguato che premiano la difficoltà della cattura singola o di esemplari di dimensioni in genere superiori alle prede di molti tipi di pesca di superficie, rendono la pesca in apnea una forma di pesca meno aggressiva. Nella piramide delle responsabilità del prelievo ittico alla pesca professionale è attribuito il 93%, a quella di superficie il 6,3%, e alla pesca in apnea lo 0,3%. La caratteristica capacità di selezionare le prede ne fa un sistema di pesca, se praticato in termini di legge, compatibile con le esigenze di tutela di alcune specie ittiche ove necessaria o con una eventuale regolamentazione della pesca in determinate aree a differenza di sistemi di pesca a maggiore impatto e minor selettività come ad esempio il palamito o le reti da posta. Questo concetto: "La pesca subacquea è l'attività più selettiva tra i diversi tipi di RF -Soliva, 2006” è espresso al paragrafo 2.2.2 pag. 8 di uno studio della FAO. La caratteristica di alcune specie come la cernia o le corvine che adottano come strategia difensiva il rifugio in tana negli agglomerati rocciosi le espone in modo maggiore a questa tecnica di pesca inducendone un allontanamento dalla zone più vicine alla superficie. L’allontanamento e la riduzione di queste specie non è, però, imputabile alla sola pesca in apnea ma alla pressione complessiva di tutta la pesca sia amatoriale che professionale[8][9]. Una recente pubblicazione dimostra che queste specie si riducono anche in zone dove questa è proibita[10]. Lo stesso studio rileva nelle zone a riserva parziale, dove sono consentiti diversi tipi di pesca professionale e ricreativa di superficie ad eccezione della pesca in apnea, una equivalenza in termini di quantità e taglia di specie bersaglio come il sarago maggiore, il sarago puntazzo, la cernia bruna e le corvine rispetto alle zone esterne non protette[10]. Altri lavori rilevano un aumento sia di quantità che di taglia delle specie presenti ma esclusivamente nelle zone a riserva totale. Diversamente dalla pesca in apnea amatoriale, le gare di pesca possono comportare un maggiore impatto sulla popolazione dei tratti interessati. È probabile che la concentrazione di atleti di alto livello, la frequenza delle competizioni in determinati tratti di costa comporti una riduzione sensibile di numero e taglia della cernia[17][18]. In Italia, da qualche anno, la FIPSAS ha abolito la cernia dalle competizioni agonistiche. La riduzione della presenza di questo serranide nel Mediterraneo è comunque generale, per questo alcuni paesi (Francia) ne hanno vietato la pesca sia con la lenza che subacquea .

                                                       

                                                      Pesca all'agguato

La pesca all'agguato è una delle tecniche utilizzate per la pesca in apnea.

La tecnica consiste nel muoversi silenziosamente sul fondo o in superficie nel tentativo di cogliere di sorpresa il pesce. Oltre che muoversi nel cono d'ombra visivo della sua preda, il pescatore apneista deve anche fare i conti con un altro organo di senso del pesce, la linea laterale. Quest'ultima consente alla preda di sentire le onde di pressione prodotte dalle vibrazioni sonore, quindi il movimento di un potenziale aggressore. Pertanto il pescatore subacqueo dovrà muoversi sempre lentamente e riparato da rocce che schermino le onde di pressione tra lui e la preda. È considerata una vera arte, anche perché si dovrà allenare molto la capacità apneistica dell'alteta che deve essere in grado di avere una buona autonomia, oltre ad una buona mobilità che la flora marina richiede.

Probabilmente la pesca all'agguato è la più difficile tra tutte le discipline che riguardano la pesca in apnea; la capacità di avvicinare i pesci la si ottiene solo dopo anni di esperienza. Infatti all'inizio si rimane sorpresi dalla scarsità delle prede, mentre in realtà queste ci hanno percepito e si sono allontanate prima del nostro sopraggiungere. Solo con il tempo si riesce a portare a termine un'azione di pesca efficace.

Per la difficoltà oggettiva legata all'avvicinamento alla preda e per quella ancora più palese dell'azione, che si svolge rigorosamente in apnea (se non effettuata dalla superficie), la pesca all'agguato, come del resto la pesca in apnea in generale, è da considerarsi tra le forme di prelievo più selettive (il pescatore vede la preda a cui sta per sparare) che esistono. Questo ci garantisce uno sport sano per se stessi e per la natura, infatti a differenza di tutti gli altri tipi di pesca esso è il più divertente (in quanto si ha uno scontro faccia a faccia con la preda) inoltre sprona la mente a compiere movimenti semplici capaci di fruttare una buona preda. Il fucile subacqueo consigliato per questa tecnica è sicuramente un arbalete da 80 – 90 cm, in modo da essere sicuri di riuscire a centrare il bersaglio anche a un buona distanza qualora il pesce avesse già avvertito la nostra presenza, garantendo al tempo stesso una buona manualità e un brandeggio sufficientemente comodo, oltre all'imprevedibilità del tipo di cattura. 

 

 

 

                                                  Pesca all'aspetto 

La pesca all'aspetto (o aspetto profondo) è una tecnica utilizzata per la pesca in apnea.

Essa consiste nell'appostarsi sul fondo, parzialmente occultati, ed aspettare che i pesci vengano a tiro.

Ovviamente il difficile sta nel trovare il posto giusto ed il momento giusto, infatti nell'imprevedibilità dei pesci potrà capitare che gli stessi arrivino dalla parte opposta dell'appostamento che risulterà a quel punto scoperto e determinerà la fuga del pesce. L'idea su cui si basa tale tecnica è la naturale curiosità e territorialità di tutte le specie (più o meno accentuate a seconda di molte variabili: periodi riproduttivi, fame, e altro ancora). Infatti il pesce tende ad avvicinarsi al pescatore subacqueo per verificare cosa esso sia (curiosità) o nel caso dei predatori (Pelagici, spigole..) per avvisarlo che sta occupando la sua zona (territorialità). Inoltre quest'ultimi a differenza degli altri, tendono ad avvicinarsi molto più velocemente non badanti del pericolo.

L'aspetto profondo si differenzia dall'aspetto generico per la profondità alla quale viene praticato: dai 15 ai 30 metri e oltre, per insidiare prede di rango difficilmente reperibili in acque basse, come dentici e ricciole. Richiede grande esperienza, preparazione fisica e soprattutto molta coscienza, poiché prevede tuffi impegnativi con lunghe apnee, durante le quali può capitare di dover combattere con pesci di dimensioni ragguardevoli.

Per l'aspetto profondo è preferibile usare attrezzatura specifica, come pinne con pala in materiale composito (i più diffusi sono quelli in fibra di carbonio) che hanno un'elevata elasticità, fucili lunghi e potenti (come arbalete dai 100 ai 150 cm o oleopneumatici dai 90 ai 130 cm) per colpire prede distanti (anche 4-5 metri) e maschere a volume interno ridotto (per ridurre i volumi d'aria da insufflarvi, indispensabili per compensare lo schiacciamento provocato dall'alta pressione). Tecnicamente si predilige l'uso di fucili più potenti che veloci, dato che le prede classiche sono grossi dentici, ricciole, orate e corvine, quindi vengono scartati a priori fucili che montano aste da 6 mm, elastici del 16 e tutte quelle attrezzature più indicate per la ricerca del pesce bianco. Si prediligono arbalete in legno con doppie gomme e aste medio-pesanti, fucili in monoscocca di carbonio con gomme potenti o addirittura oleopneumatici caricati ad elevatissima pressione

 

 

                                                   Pesca in tana 

La pesca in tana è una tecnica utilizzata nella pesca in apnea.

Si tratta della pesca mirata alla cattura di alcune specie il cui habitat tipico è in tane, ricavate in genere in anfratti di rocce sottomarine. È il principale tipo di pesca sub, insieme alla pesca all'aspetto e alla pesca all'agguato, mentre la pesca in acqua aperta non è molto diffusa, a causa della difficoltà nel conseguimento di risultati apprezzabili.

Si effettua in genere in siti in cui la preda possa nascondersi: il caso più frequente è costituito da anfratti di roccia di vario genere, ma vi sono specie che si rintanano in composti algali o comunque vegetali, oppure all'interno di relitti o di altre opportunità di ricovero. A seconda del tipo di pesce che si vuole insidiare cambia il tipo di tana da cercare.
La pesca alla cernia [modifica]

La "regina" della pesca in tana è la cernia, che ha i suoi rifugi a diverse profondità, sempre più spesso elevate a causa dell'intensificazione delle attività marine umane, che allontanano progressivamente gli esemplari adulti dalla superficie (rarissimamente ormai si trova a meno di 15 metri).

Il pescatore in apnea moderno è consapevole della necessità di tutelare questa specie cercando di prelevare esemplari di peso superiore ai quattro chilogrammi, poiché solo quando raggiunge tali dimensioni la cernia perviene alla maturazione sessuale ed è in grado di riprodursi. La selettività della pesca in apnea permette facilmente di stimare le dimensioni della preda prima di decidere di scoccare il tiro.

In qualche caso, ed in acque sufficientemente tranquille, la cernia potrebbe anche trovarsi a gironzolare intorno all'apertura della tana, talvolta ponendosi in verticale ("a candela"), ma è circostanza più frequente che si trovi rifugiata, magari per aver avvertito la presenza umana da qualche distanza.

La tana della cernia è tipicamente una spaccatura verticale della roccia, e molti pescatori segnalano che secondo le loro esperienze prediligerebbe tane provviste di più uscite (non necessariamente dei labirinti, ma spesso divise in almeno 3 canali di sbocco), ma allontanandosi dalla superficie apprezzerebbe anche tane senza uscita purché più comode.

Il riconoscimento della tana non è agevole, anche per una preferenza che parrebbe riscontrarsi per zone di penombra nelle quali è più arduo scorgere quelle aperture che per dimensioni o per conformazione richiamino le caratteristiche della tana tipica. Prima del tentativo alla tana, è sempre consigliabile effettuare una discesa silenziosa ad una certa distanza, se le condizioni lo consentono, anche ad una quota minore (ai due terzi), onde verificare se sia possibile rifugio del serranide e per cercare di intuire se l'apertura sia larga o tale da consentire vie di fuga.

Accertato che possa essere una potenziale tana abitata, si effettua la discesa, il più silenziosamente possibile, lungo un lato dell'imboccatura (il lato sinistro è in genere preferito per la più agevole rotazione del fucile al momento dell'exploit); è preferibile che la discesa sia effettuata al minimo di sforzo ed a seguito di buona ventilazione, dovendosi prevedere la possibilità di lunga durata dell'immersione. Giunti all'altezza dell'apertura, se possibile sfruttando un appiglio in parete, si ruota velocemente per affacciarvi contemporaneamente lo sguardo e l'arma, eventualmente dovendo sparare d'istinto. Un certo esercizio aiuta ad effettuare la manovra, presentando l'arma già in buon allineamento, necessario per il tiro istintivo.

La mira ottimale dovrebbe dirigere al centro del muso (in genere la cernia sta in tana col muso verso l'apertura), al fine di una maggior efficacia del colpo; ove per caso la si incontrasse di fianco, il bersaglio ideale sarebbe la branchia.

Se l'apertura è solo vestibolare rispetto ad una tana più interna, l'allarme eventualmente già destato richiede che la si esplori il prima possibile, facendo attenzione a contemperare le esigenze di sicurezza (le stesse delle immersioni in grotta) con l'urgenza di confrontarsi con la preda. Per il tipo di tane in genere utilizzate, però, gli esperti ed i veterani di questo tipo di pesca usano limitare severamente l'esplorazione lasciando sempre i piedi fuori dell'apertura, e non procedendo oltre la misura del corpo, così da poter eventualmente rinculare in tutta sicurezza ed evitare l'intralcio delle pinne nell'arretramento.

Una volta colpita, la cernia immediatamente si gonfia e si incastra alle (generalmente ruvide) pareti della tana, opponendo una fortissima resistenza e tentando di arretrare verso l'interno della tana, costringendo quindi il pescatore ad un recupero molto impegnativo, a meno che l'animale non sia stato colpito mortalmente (in genere con un preciso colpo frontale). Questa è la fase più pericolosa della cattura, ed è quella che la ha resa tristemente celebre a causa dei tanti incidenti subacquei causati dallo sforzo e dal prolungamento dell'apnea; oltre allo sforzo, poi, anche le emozioni della cattura possono indurre alterazioni peggiorative della gestione della riserva d'aria.

Mentre il pesce resiste, se si dispone di un mulinello per il fucile, è opportuno effettuare una risalita per organizzare una o più discese per la cattura; altrimenti occorre cercare di finire l'animale con il coltello. Per questo può essere necessario estrarlo aiutandosi con la mano libera (mentre una mantiene in tensione la sagola della fiocina); è sempre sconsigliata la presa per le branchie, peraltro assai taglienti. La cernia è una delle specie cui il pescatore apneista tenta di catturare durante la sua uscita in mare, ma non sempre ciò accade per via della scarsità dell'animale perciò ci si consolerà nel catturare altre specie che troveremo in tana come sarago, corvina. Per questa pesca è consigliato un fucile molto potente in grado da assicurare se non una morte del pesce sul colpo, la sua precoce morte proprio per questo sarà utile un fucile oleopneumatico caricato a dovere in modo da facilitare il compito. 

 

 

 

 

FONTE WIKIPEDIA 

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