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8 luglio 2013 1 08 /07 /luglio /2013 21:49

Cina, il lavaggio della sabbia incanta i passanti

 

In Cina esiste una pulizia della sabbia molto speciale.Stare così vicini è rischioso, ma il pericolo ha il suo fascino. In questa foto l'operazione di lavaggio della sabbia nel Fiume Giallo a Jiyuan, non spaventa i passanti, che si fermano ad ammirare lo spettacolo. Una nuvola gigante mista ad acqua si sprigiona dal letto del fiume invadendo tutta l'area circostante (reuters).

 

Il lavaggio della sabbia diventa spettacolo

 

 

 

 

 

 

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27 giugno 2013 4 27 /06 /giugno /2013 22:24

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La popolazione degli Hunza non solo vive in media 130-140 anni ma non conosce neppure le nostre tanto temute patologie degenerative, il cancro, malattie del sistema nervoso, ecc..
Vivono al confine nord del Pakistan all’ interno di una valle sulla catena Himalayana e sono la popolazione in assoluto più longeva della terra. La nostra èlite medica si vanta di tenere in vita i nostri anziani fino agli 80 anni e oltre. Ebbene, gli Hunza, senza ricorrere ai prodigi della nostra scienza mendica, a cento anni sono vivi, incredibilmente attivi, lavorano ancora nei campi e curano i loro figli con estrema vivacità e vitalità. Le donne Hunza sono ancora prolifiche anche oltre i novant’anni. Chiaramente per riuscire a concepire a tale età, il loro fisico è ancora piuttosto giovanile e non ha nulla a che vedere con le nostre novantenni.
Gli strumenti indiscutibilmente più utili alla loro longevità paiono essere il lungo digiuno a cui sono sottoposti ogni anno, l’alimentazione vegetariana e l’acqua alcalina presente nelle loro terre.

Digiuno e prodotti vegetali.


Gli Hunza vivono infatti dei frutti della natura e soffrono anche un lungo periodo di carestia nei mesi invernali. Adottano forzatamente quello che i naturopati definiscono “digiuno terapeutico”. L’altopiano su cui vivono, in Pakistan, è un luogo in gran parte inospitale e non dà raccolto sufficiente per alimentare i 10.000 abitanti Hunza per tutto l’anno.
Coltivano orzo frumento, miglio, grano saraceno e la verdura da orto: pomodori, cavoli, spinaci, rape, piselli e avevano numerosi gli alberi di noci e albicocche, ciliegie, more, pesche, pere e melograni. Fino a marzo però, quando matura l’orzo, digiunano anche per settimane intere (fino a due mesi in semi digiuno) per poter razionare i pochi viveri rimasti in attesa del primo raccolto.


Il bello è che questa “bizzarra” consuetudine, che secondo vecchi concetti di nutrizionismo porterebbe a debolezza, morte e distruzione, al contrario nel corso degli anni ha prodotto nella popolazione straordinarie capacità di vigore.
Un Hunza può andare camminare tranquillamente per 200 km a passo spedito senza mai fermarsi.
Le forti doti di resistenza sono conosciute in tutto l’oriente, tanto che nelle spedizioni Himalayane, sono assoldati come portatori.

Il digiuno nel mondo animale

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Anche in molti animali il digiuno è una cosa normale per la sopravvivenza, nei periodi di carenza di prede. In autunno gli stambecchi, camosci e cervi mangiano molto di più per accumulare grasso per l’ inverno, che a causa dell’ altitudine dove vivono, non permette l’ approvvigionamento di cibo sufficiente. Il bello che i violenti scontri che i cervi hanno tra di loro per l’ accoppiamento e la successiva fecondazione avvengono proprio in pieno inverno, quindi praticamente a digiuno, che non compromette, anzi enfatizza le loro energie. Gli uccelli migratori mangiano a fine estate più del fabbisogno e quando partono verso i luoghi più caldi sono talmente grassi da pesare il doppio del normale. Ma durante la migrazione, che può arrivare anche a 5000 km, non si fermano mai e a fine corsa il loro perso ritorna normale. I lupi cacciano per giorni, ma poi possono restare per settimane senza mangiare e nello stesso tempo percorrono grandi distanze per procacciare altro cibo, vivendo con il solo grasso corporeo come del resto quasi tutti i predatori. Anche i pesci digiunano, come per esempio il salmone, che nella sua famosa risalita del fiume non ingerisce nulla, nemmeno nel successivo periodo della posa delle uova. In sostanza il digiuno è una condizione che non è quindi nata da 10.000 anni, ma da milioni di anni della storia stessa dell’uomo/animali ed è per questo che apporta molti benefici.

Acqua alcalina

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L’ultimo elemento fondamentale per la forza, e la longevità di questo popolo fu la composizione dell’ acqua. Dopo diversi studi emerse che l’acqua degli Hunza possedeva elevato pH (acqua alcalina), con notevole potere antiossidante ed elevato contenuto di minerali colloidali. Effettivamente come sperimentatore e ricercatore indipendente devo dire che digiunare con acqua alcalina è molto più semplice che digiunare con acqua di rubinetto o imbottigliata. L’acidosi metabolica innescata dal digiuno prolungato viene infatti compensata e il ph rimane più stabile. Per quanto riguarda l’alimentazione ho già spiegato che l’unico frutto a mantenere il ph umano stabile è la mela rossa; nel digiuno invece ci si può aiutare bevendo acqua alcalina, acqua con argilla verde ventilata, o facendo lavaggi interni/esterni con acqua e sale integrale.


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Oggi il territorio degli Huntza è stato intaccato dalla società “evoluta” e anche lì sono arrivati cibi spazzatura, farina 0 impoverita, zucchero bianco, sale sbiancato chimicamente, ecc… e con loro le prime carie, le prime problematiche cardiovascolari, i primi problemi reumatici che l’Occidente evoluto conosce bene. In pochi sono riusciti a scampare da questo inquinamento “evolutivo” evitando ogni forma di contagio con usanze e abitudini percepite ad istinto come innaturali e dannose.

Conclusioni

Ragioniamo con calma e chiediamoci se hanno senso le classiche chiacchiere da bar che sentiamo comunemente:
“Aveva 80 anni, per lo meno ha vissuto a lungo e ora ha smesso di soffrire”…
“Ormai ho 35 anni, mi devo sbrigare se voglio avere un bambino”…
“Ho superato i 40 anni, devo stare attento a non esagerare con l’attività fisica”…
“Ho 30 anni, ho le ginocchia a pezzi, dovrò smettere di giocare a pallone”, ecc…
“Signora, a 60 anni è normale pensare ad una dentiera” ……


Esiste veramente un orologio biologico incontrovertibile nell’uomo o sono gli stili di vita errati ad accelerare il corso delle lancette?
Hanno senso le ansie di alcune donne che toccati i 30 anni iniziano già a temere di non riuscire ad avere figli “in termpo”?
E’ veramente fisiologico avere ad una certa età menopausa, andropausa, osteoporosi, artrosi, demenza senile …. ?
E’ normale lo scatenarsi di così tante patologie senili, cronico-degenerative, o al sistema nervoso?
Ciò che è normale in una società malata potrebbe essere contro natura o senza senso per un popolo consapevole.


http://newapocalypse.altervista.org/blog/2...ne-degli-hunza/

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11 giugno 2013 2 11 /06 /giugno /2013 21:51

Non esistono culture in cui la Luna sia presenza assoluta e dominante nella mitologia e nei culti; l'esperienza umana, anche la più semplice, è infatti collegata con i fenomeni solari e astrali, oltre che con quelli lunari. Nelle mitologie antiche, e in molte primitive, l'astro del giorno e quello della notte sono quindi uniti tramite un legame di duplice sorte: fratello e sorella (come presso i Greci e i Romani) oppure marito e moglie e, insieme, fratello e sorella (come presso gli Incas e nelle religioni scandinave). Eppure la mitologia lunare sembra precedere quella solare e la Luna pare essere l'elemento che in maggior misura, e da più antica epoca, determina la formazione dei miti. 

Il più vicino e il meglio osservabile tra gli astri è divenuto, con il suo moto, le sue fasi, l'influenza esercitata sulle maree, le eclissi, una realtà estremamente significativa in ogni esperienza religiosa antica e primitiva. Le credenze arcaiche (passate nel folklore e nella cultura popolare e, in qualche caso, rimesse in discussione dalla scienza contemporanea) sull'influenza della Luna sulla vegetazione, sul tempo meteorologico, sulla mestruazione, sulla psiche umana sembrano essere un ulteriore indizio del carattere primordiale dei miti legati alla Luna.

Anche il fatto che il calendario lunare, basato su un ciclo più facilmente osservabile e più agevolmente misurabile di quello del Sole, abbia preceduto, nella storia dell'umanità, il calendario solare potrebbe confermare l'ipotesi che il culto lunare sia più antico di quello solare, almeno in molte parti del mondo. Divinizzata, come altri astri nell'antichità, la Luna presenta nella sua mitologia un carattere essenziale, quello dell'eternità. Immortale perché riappare ogni mese dopo essere momentaneamente scomparsa, essa simboleggia una eterna rinascita, una vittoria sulla morte, una garanzia, per l'uomo, di una realtà ciclica che si rinnova.

Essere femminile (la donna, la moglie del Sole), ma anche maschio in molte culture primitive e nell'antica Frigia, ove era venerato il dio lunare Men, ricordata come divinità androgina "che cresce e decresce ed è femmina e maschio" negli Inni Orfici e nel trattato De Iside et Osiride di Plutarco, la Luna è, per i popoli indoeuropei, per Greci e Latini, quasi sempre divinità femminile, sorella del Sole, divinità maschile.

Nel panteon egiziano, dopo la fondazione di Alessandria (332 a.C.) e l'ellenizzazione di molti culti egizi, Iside, rappresentata con l'immagine della Luna crescente sul petto e sul capo, è la personificazione della Luna. Nella cultura assiro-babilonese il dio della Luna è Sin; per il fenomeno delle fasi lunari è considerato l'astro che cresce e decresce, identificato come "il padre che genera", "la madre che crea"; dal nome di questa divinità deriva, secondo un'ipotesi assai probabile, il nome del monte Sinai. Un culto lunare minoico sembra attestato in Creta dalla rappresentazione della Luna su gemme e anelli.

Nella più antica religione greca, la Luna non pare essere presente; però l'astro ha un ruolo importante nel folklore, nella magia e nella poesia greca di età più arcaica. Nell'Iliade e nell'Odissea essa non è considerata una divinità ed è solo con Esiodo che viene stabilita la genealogia della divinità lunare Selene, figlia del Titano Iperione e di Theia e sorella del Sole e dell'Aurora. In Roma il culto della Luna (da una radice luc, che indica la luce) dovette essere molto antico. Introdotto dal sabino Tito Tazio, secondo Varrone (De lingua latina, V, 74) precedette l'adozione, da parte dei Romani, del culto di Selene (e di Artemide, altra divinità che assunse in Grecia caratteristiche lunari). In Roma, in età classica, la dea Luna si confuse con Diana, anch'essa venerata come divinità astrale.

Per quanto in Roma, come in Grecia, la mitologia che riguarda la Luna sia quasi inesistente (eccezione fatta per i suoi amori col pastore Endimione), essa, sia come divinità, sia come oggetto celeste, ebbe un ruolo di primo piano nel mondo romano.

Nelle civiltà antiche (come in molte culture primitive) esisteva dunque un rapporto religioso particolarmente rilevante tra esseri umani e Luna. Questo rapporto entrava drammaticamente in crisi quando la Luna si manifestava non più nella normalità delle sue fasi, ma attraverso un fenomeno come le eclissi, considerato "anormale" per la relativa rarità con cui si presentava e perché non se ne conobbero per lungo tempo le cause.

Le eclissi lunari (come quelle solari) erano dagli antichi interpretate come un segno della collera della divinità lunare, come la prova di una vicenda, di una lotta mitica che si compiva in cielo; e questo per lungo tempo, anche dopo che, come vedremo, le conoscenze astronomiche dei Greci e dei Latini avevano dato spiegazione del fenomeno. Comprensibile, quindi, che l'osservazione delle eclissi costituisca parte della storia delle civiltà del passato.

Nell'area assiro-babilonese le eclissi erano osservate in modo sistematico e venivano previste in maniera abbastanza sicura anche se non se ne conoscevano esattamente le cause. Considerate secondo Diodoro come presagi, favorevoli o funesti, al pari di quelle solari, le eclissi di Luna erano dai Caldei meglio conosciute e predette di quelle solari.

Nel mondo egiziano (come attesta anche la mitologia) le eclissi dovevano essere osservate e studiate ed è stato supposto che le conoscenze di Talete - il quale, secondo Erodoto e Cicerone, avrebbe scoperto le cause delle eclissi - siano frutto di un lungo soggiorno in Egitto del filosofo ionico. È certo, comunque, che i sacerdoti egiziani al seguito di Alessandro il Grande, conoscevano le reali cause dell'eclisse di Luna da loro osservata lungo il Tigri, prima della battaglia di Arbela, la notte del 20 settembre del 331 a.C., anche se, per Curzio Rufo che descrive l'episodio: "essi non rivelarono alla folla la scienza che avevano acquisita" e interpretarono il fenomeno come un prodigio favorevole al condottiero macedone.

Almeno al secondo millennio a.C. sembrano risalire in Cina le predizioni delle eclissi. Secondo alcune fonti, dall'imperatore Hoang-Ti sarebbe stato istituito un "tribunale matematico" per dare sviluppo all'astronomia e per favorire le previsioni delle eclissi.

Nel mondo greco, secondo la tradizione più diffusa (e nonostante il carattere piuttosto primitivo delle sue idee cosmologiche) Talete avrebbe per primo chiarito la ragione delle eclissi. Più presumibilmente, la scoperta va attribuita ad Anassagora, attorno alla metà del V secolo a.C. Le più perfezionate teorie sul moto del Sole e della Luna risalgono però a Ipparco (II secolo a.C.).

Considerate in Roma un prodigio, registrate con ogni probabilità nelle Tabulae che i Pontefici redigevano ogni anno, le eclissi furono studiate e predette, già dal II secolo a.C., da Sulpicio Gallo, il primo vero astronomo romano, che dovette utilizzare tutte le teorie in precedenza elaborate nell'ambito della cultura greca.

Conoscenze astronomiche molto complesse, derivanti da osservazioni che si fanno risalire al V secolo a.C., possedettero i Maya, che ci hanno lasciato tabelle per la previsione delle eclissi di Sole e di Luna. Restando nell'ambito del bacino del Mediterraneo e limitando l'indagine al mondo greco-romano risulta spontanea una considerazione: le cause esatte delle eclissi erano note dalla metà del V secolo a.C.; eppure, al di fuori delle cerchie ristrettissime delle persone colte, le spiegazioni che, a livello popolare, venivano date delle eclissi di Luna non tenevano conto alcuno delle teorie astronomiche elaborate ed esprimevano, piuttosto, credenze ancestrali profondamente radicate nell'animo umano.

Se in Omero l'eclisse è una "morte" dell'astro, da un passo di Plutarco (De facie in orbe lunae, 931) sappiamo che per altri poeti vissuti tra il VII e il V secolo a.C., Mimnermo, Archiloco, Stesicoro e Pindaro, l'astro era "tolto", "rubato" al cielo. Secondo una diffusa superstizione, antica quanto i miti "lunari" di Circe e di Medea (figlie di Hecate-Luna), durante le eclissi la Luna era vittima di sortilegi, di procedimenti magici grazie ai quali le donne di Tessaglia, maghe espertissime, erano in grado di "attrarre", di "tirar giù" l'astro dalle regioni celesti.

Questa credenza popolare appare in un passo di Aristofane (Le nuvole, V, 748-752) in cui Strepsiade spiega a Socrate come ha immaginato di rinviare la fine del mese, per non pagare i suoi debiti: "Se comprassi una maga tessala e se di notte facessi scendere la Luna e la chiudessi in un astuccio rotondo, come uno specchio, e la tenessi ben guardata?"

L'erudito autore di alcuni commenti agli Argonautica di Apollonio Rodio (III, 533) che cita molte opere per noi perdute, giudica molto antica questa superstiziosa convinzione e asserisce: "Apollonio fa allusione al mito... delle maghe che facevano discendere la Luna: alcuni chiamavano le eclissi di Sole e di Luna discesa (kathàiresis) degli dei... così fino all'età di Democrito, molti chiamavano le eclissi kathàiresis": Plinio (Naturalis Historia, XXX, 7) ricorda un titolo, La donna di Tessaglia, dato da Menandro (IV secolo a.C.) "a una commedia che rappresentava le cerimonie misteriose che compivano le donne per far discendere la Luna".

Nella letteratura latina sono numerosissimi i passi che attestano lo stesso convincimento circa le eclissi, di Luna come effetto di incantesimi magici che possono distogliere l'astro dalla sua vita celeste e attirarlo sulla terra. Virgilio (Bucoliche, VIII, 69) sa che i "carmi possono tirar giù (deducere) la Luna dal cielo" e Orazio (Epodi, V, 45-46) ricorda la riminese Folia "quella che con i suoi tessali incantesimi / tira giù gli astri e la Luna". Tibullo (I, 8, 21-22) afferma che "gli incantesimi tentano di far discendere la Luna dal suo carro". Nell'omonima tragedia di Seneca (vv. 750-752), Medea così si rivolge alla Luna: "E ora, evocata dai miei incantesimi, vieni, o astro delle notti, con il tuo aspetto più sinistro e la minaccia della tua triplice fronte". Silio Italico (VIII, 498-501), infine, ricorda che fu Angizia "la prima che fece conoscere le piante velenose, imparò a domare col tocco i veleni, a staccare la Luna dal cielo, a fermare il corso dei fiumi".

E a questa atavica superstizione che si riconnette (evidentemente come reazione rituale) l'abitudine di produrre violenti rumori, battendo su oggetti di bronzo suonando corni o trombe durante le eclissi di Luna.

Plinio ricorda che prima della scoperta delle cause naturali del fenomeno gli uomini "credevano la Luna vittima di malefìci" e le venivano in aiuto con ogni sorta di rumori. Lo scopo doveva essere quello di liberare l'astro dall'influsso delle parole magiche, di impedire che queste arrivassero fino ad esso. È forse possibile però un'altra interpretazione dei "rumori dissonanti" che i Romani producevano durante le eclissi di Luna. Luna laborat: "la Luna soffre, prova pena" era l'espressione più comunemente usata dagli scrittori latini. Nei rumori originati per venire in aiuto all'astro può essere visto un tentativo analogo a quello compiuto, anche in epoche recenti, dai popoli più diversi (dagli indigeni delle Salomone agli Eschimesi, dai Mauritani ai Cinesi e agli Indonesiani, dagli antichi Peruviani alle tribù dell'America settentrionale) i quali ritenevano, producendo suoni acuti, di spaventare il "mostro" che minaccia di divorare (o sta divorando) la Luna.

Che nei primordi della loro storia i Romani abbiano avuto un mito circa un mostro divoratore della Luna e che abbiano fatto ricorso alla stessa reazione rituale è probabile per quanto di ciò non resti traccia nei testi letterari. Anche in area assiro-babilonese, del resto uno dei rituali religiosi più importanti durante le eclissi di Luna era il suono del timpano sacro, accompagnato da lamentazioni fino al termine del fenomeno, fino a quando la luce non fosse tornata. Possediamo anche descrizioni di un cerimoniale cinese risalente a quattro millenni a.C.; accanto ad altri riti, si percuoteva violentemente un tamburo "per liberare l'astro" dal cane o dal drago che lo stava divorando.

Nello spirito romano, comunque, non dovevano sussistere tracce del mito (evidentemente non solo indoeuropeo) del mostro divoratore della Luna e, almeno a partire dal I secolo a.C, i rumori rituali provocati dai Romani durante le eclissi di Luna erano destinati a combattere l'effetto di incantesimi piuttosto che a mettere in fuga un qualche mostro divoratore dell'astro. Lo dimostrano i versi in cui Tibullo (1,8,21-22) afferma: "l'incantesimo tenta di trarre giù la Luna dal suo carro / e la trarrebbe senza il rumore dei bronzi percossi". 

Le cause delle eclissi di Luna, come si è detto, erano state indagate nel mondo greco a partire dal V secolo e, a Roma, almeno dal II secolo a.C. Ai soldati romani che, durante l'eclisse di Luna nella notte tra il 21 e il 22 giugno del 168 a.C. "si misero a battere oggetti di bronzo e alzarono verso il cielo tizzoni e torce in grande quantità" fu Sulpicio Gallo a chiarire le origini naturali del fenomeno (Plinio, II, 53). Eppure, a livello di religiosità popolare, nonostante le spiegazioni astronomiche del fenomeno, le eclissi di Luna continuavano a restare cariche di significati nefasti e identiche rimasero le reazioni rituali. Così Tacito (Annali, I, 28) ricorda l'eclisse di Luna verificatasi nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 14 d.C. in Pannonia: "si vide infatti oscurarsi improvvisamente la Luna nel cielo sereno. I soldati, ignari della causa di tale fenomeno, interpretarono l'avvenimento come presagio della sorte presente, paragonando l'impallidire dell'astro ai propri travagli e ritenendo che avrebbero conseguito il successo nell'azione intrapresa se la dea fosse riapparsa nel suo fulgido splendore. Fanno dunque strepito con cimbali, tube e corni, presi dal giubilo e dall'angoscia a seconda che la Luna diviene più luminosa o più oscura; e quando infine le nubi levatesi ne impedirono la vista e fu creduta sepolta nelle tenebre, facili come sono le menti alla superstizione, quando siano a un tratto colte dal timore, scoppiano in lamenti pronosticando eterni travagli e l'ostilità degli dei ai loro misfatti" (trad. di A.R. Barrile). 

Da un'omelia di S. Massimo, vescovo di Torino, sappiamo che gli stessi cristiani non si erano ancora liberati da questa superstizione nel V secolo d.C. e numerosi altri testi ricordano i clamores e rumores fatti in Occidente, ancora in età medievale, durante le eclissi di Luna. Il filo che lega l'umanità a questa primordiale superstizione, a questo rituale primitivo e assai diffuso scende però ben più giù, ben oltre il Medio Evo, sino ai nostri giorni. I soldati che, a Pnom-Phen, in Cambogia, furono visti esplodere raffiche di mitragliatrice e lanciare granate verso la Luna nel corso di un'eclisse, senza rendersene conto compivano un gesto che riportava ad ancestrali (e universali) timori non ancora del tutto vinti.

 

fonte 

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7 giugno 2013 5 07 /06 /giugno /2013 22:46

 

Circa 50 milioni di anni fa, l'Antartide non era il deserto di ghiaccio che conosciamo, ma una distesa verde e rigogliosa di piante.
A quel tempo, la calotta polare antartica era del tutto sciolta, e il polo sud non era altro che una foresta pluviale popolata da animali, dinosauri inclusi. Un vero e proprio clima sub-tropicale in cui, per diversi mesi all'anno, regnava la quasi oscurità. Un clima tropicale. Con palme, foreste e una vegetazione rigogliosa simile a quella che oggi si può ammirare nel Queensland, in Australia. E, ancora, una mite temperatura estiva che sulla costa oscilla tra i 20 e i 27 gradi. Nessun paradiso reale. O almeno non in Antartide, dove invece oggi si vedono solo ghiacci e neve con temperature che scendono in media anche sotto i -50°C. Eppure, assicurano gli scienziati, in un'era molto remota, definita 'epoca serra', il Polo Sud doveva presentarsi proprio come appena descritto: lussureggiante, come si trattasse di una terra dell'America meridionale o centrale. A rivelare l'inedito volto della terra dei ghiacci è l'Istituto governativo di scienze Geologiche e Nucleari (Gns Science) della Nuova Zelanda.

Per scoprire i segreti di questa antica foresta pluviale oggi tramutatasi in un deserto di ghiaccio, Jane Francis, dell'Università di Leeds, ha speso gli ultimi 10 anni in Antartide a raccogliere fossili di piante .Altri caratteri distintivi sono la presenza di rocce antichissime e di altissima temperatura (1000 °C) che risalgono ai primordi della storia della Terra, il complesso di subduzione che ha determinato la aggregazione dei microcontinenti che formano l'Antartide occidentale e le locali concentrazioni di meteoriti sulla superficie del ghiaccio. L'Antartide costituisce quindi un grande laboratorio dove è possibile studiare i cambiamenti globali che hanno interessato il nostro pianeta dalla formazione dei primi nuclei continentali (circa 4 miliardi di anni fa) fino alla glaciazione attuale e che ha avuto importanti riflessi non solo nella geologia ma anche nella evoluzione degli organismi viventi.

"Credo che l'idea che l'Antartide fosse un tempo una foresta sia assolutamente allucinante" dice la Francis. "Diamo per scontato che l'Antartie sia sempre stato un deserto ghiacciato, ma la calotta di ghiaccio è apparsa solo recentemente nella storia geologica".
Alcuni dei fossili di piante più interessanti, e che ci mostrano come fosse vasta ed estesa la foresta antartica, sono stati trovati sulle Montagne Transantartiche, e consistono in foglie e rametti di faggio datati a 3-5 milioni di anni fa, un periodo relativamente molto recente se si parla di tempi geologici.
Questi fossili mostrano che una vera foresta tropicale è esistita quando i livelli di anidride carbonica nell'atmosfera erano più elevati di quelli attuali, e la Terra era sotto l'effetto di un enorme effetto serra globale.

"Se si va indietro di 100 milioni di anni, l'Antartide era ricoperta da una lussureggiante foresta pluviale simile a quelle che si possono trovare oggi in Nuova Zelanda" spiega Vanessa Bowman, collega della Francis. "Troviamo comunemente interi tronchi fossilizzati che devono provenire da alberi davvero grandi".

Una delle caratteristiche più bizzarre di questa foresta polare era il regime luminoso a cui era sottoposta: notte per tutto l'inverno, e luce per tutta l'estate.
Questo regime ha costretto le piante ad adattarsi a lunghi periodi di oscurità in cui il cibo scarseggiava per via dell'impossibilità di compiere la fotosintesi.
"Durante questi prolungati periodi di calda oscurità invernale, gli alberi consumavano le loro riserve di cibo" spiega David Beerling, professore dell'Università di Sheffield.

antartide il  fossile della  pianta
Beerling ha studiato come alcune piante si siano potute adattare all'ambiente antartico di qualche milione di anni fa. Una di queste piante è il ginkgo, un vero e proprio fossile vivente le cui origini risalirebbero a circa 250 milioni di anni fa.
"Quello che abbiamo fatto è stato far crescere questi alberi in serre oscurate in cui abbiamo potuto simulare le condizioni luminose dell'Antartide. Abbiamo inoltre aumentato temperatura e la concentrazione di anidride carbonica per farle combaciare con le antiche condizioni di crescita".

Gli esperimenti di Beerling hanno dimostrato come gli alberi possano adattarsi molto bene a queste condizioni. Durante l'inverno, impossibilitati ad effettuare la fotosintesi per via dell'oscurità, consumavano le riserve di cibo accumulate durante l'estate, periodo in cui potevano eseguire processi fotosintetici per ben 24 ore al giorno. "Abbiamo scoperto che gli alberi producevano così tanto cibo durante l'estate...da causare un rallentamento della fotosintesi. Come risultato, non potevano sfruttare completamente la fotosintesi durante le lunghe estati calde".

Ma uno degli aspetti più interesanti dell'Antartide di milioni di anni fa è il fatto che i dinosauri si adattarono perfettamente alle condizioni bizzarre della foresta pluviale polare. Thomas Rich, del Victoria Museum australiano, ha speso gli ultimi 20 anni a portare alla luce fossili di dinosari nell'Australia meridionale, regione posizionata giusto ad est della costa antartica circa 100 milioni di anni fa, e direttamente connessa con il polo sud.

"Il solo scheletro di dinosauro che abbiamo trovato appartiene al Laellynasaurus. Quello che è veramente insolito in questa specie è il cranio. Indica che l'animale aveva lobi ottici allargati". Questo suggerisce che i dinosauri polari potrebbero aver posseduto una visione notturna molto sviluppata, ed essersi adattati alla perfezione ai lunghi periodi di oscurità.

Il clima del sistema antartico sta velocemente cambiando, scaldandosi sempre più ogni anno che passa. Ritornerà l'antica foresta pluviale dove ora ci sono chilometri di ghiaccio? Nessuno può dirlo con certezza, anche per via del fatto che mancano i collegamenti tra Antartide e resto del mondo che, milioni di anni fa, consentirono a specie animali e vegetali di spostarsi verso la penisola. Di certo, l'Antartide custodisce ancora numerosissimi segreti sul suo passato tropicale, segreti che progressivamente stanno venendo alla luce.

Il continente antartico è solitamente diviso in due province geologiche fisiograficamente e geologicamente separate da una catena montuosa, le Montagne Transantartiche, che si estendono per oltre 3 000 Km dal mare di Ross al mare di Weddell. La prima provincia, l'Antartide orientale, è la più estesa essendo compresa fra le longitudini 40°W e 155°E, mentre la seconda, l'Antartide occidentale, si affaccia sull'oceano Pacifico, e comprende la penisola Antartica. Le rocce esposte costituiscono meno del 5% dell'area del continente e sono concentrate lungo le zone costiere, le Montagne Transantartiche e la Penisola Antartica. L'Antartide orientale è un tipico "cratone continentale" costituito da rocce cristalline (metamorfiche e magmatiche) di età che vanno dall'Archeano (> 2500 milioni di anni (Ma)) al Proterozoico (>600 Ma) sormontate da rocce più giovani di origine sedimentaria e vulcanica. Lungo il margine occidentale del cratone si sviluppa l'orogene di Ross – una fascia di rocce metamorfiche e deformate, abbondantemente intruse da corpi granitici - di età Cambro-Ordoviciana (c. 500 Ma). L'Antartide occidentale è il risultato dell'aggregazione di microcontinenti ed è composto da rocce metamorfiche e magmatiche di età non precedente al Cambriano. Attualmente, sulla base della distribuzione spazio-temporale delle rocce, vengono distinte due fasce orogeniche sub-parallele al margine pacifico: l'orogene Ellsworth/Weddell di età tardo paleozoico-mesozoica (c. 230-180 Ma) e l'orogene andino di età mesozoico-cenozoica (<100 Ma). In definitiva sulla base dei caratteri strutturali ed età, spostandoci da oriente ad occidente si riconoscono: una zona stabile e molto antica (cratone Antartico orientale), tre fasce di rocce metamorfiche e magmatiche di età decrescente dalle Montagne Transantartiche alla costa dell'Antartide occidentale (Orogene di Ross , Orogene di Ellsworth e Orogene Andino) e una provincia vulcanica Cenozoica nella penisola Antartica. In Antartide quindi l'attività geologica si è progressivamente spostata nel tempo da oriente verso occidente ed in particolare il bordo pacifico del continente ha costituito un margine continentale attivo dal tardo Precambriano sino al Cenozoico.

Schema geologico-strutturale dell'Antartide

 

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6 giugno 2013 4 06 /06 /giugno /2013 21:36
Quando si sono formati i continenti? Esistono da sempre? Nei miliardi di anni di storia della Terra hanno subito modificazioni o si sono conservati sempre simili a quelli originari? L’ipotesi della deriva dei continenti viene giustamente attribuita ad Alfred Wegener, ma egli non fu il primo ad ipotizzare che il mondo non è sempre stato così come oggi lo si vede.
    I grandi viaggi di esplorazione del XVI secolo avevano consentito il disegno delle prime rudimentali carte geografiche del mondo su cui saltò subito all’occhio la strana concordanza del profilo costiero dell’Africa e del Sud America che si affacciano sull’Atlantico. Già nel lontano 1620 il filosofo e saggista inglese Francesco Bacone nel suo trattato Novum Organum, in riferimento a questa osservazione, pur ammettendo che la circostanza non poteva essere “un fatto del tutto casuale”, tuttavia non faceva cenno ad una eventuale separazione fra Africa e America Meridionale.
    Alcuni anni più tardi il moralista francese François Placet avanzava l’ipotesi che anticamente Vecchio e Nuovo Continente fossero uniti e che il Diluvio Universale li avesse separati. All’inizio dell’Ottocento l’esploratore tedesco Alexander von Humboldt si dimostrò sorpreso della corrispondenza esistente fra la parte orientale dell’America Meridionale e le coste occidentali dell’Africa che andava molto al di là della similitudine del loro profilo comprendendo anche una spiccata somiglianza fra gli strati geologici e congetturò che l’Atlantico altro non fosse che un’immensa valle scavata dal mare. 
    La prima chiara indicazione dello smembramento e della deriva dei continenti venne da un certo Antonio Snider-Pellegrini, un italo-americano che viveva a Parigi, il quale nel 1858 pubblicò un libro in cui, accettando l’ipotesi che anticamente il nostro pianeta fosse allo stato fuso, sosteneva che con il raffreddamento i continenti si erano addensati tutti da una parte e che il Diluvio Universale smembrò questo unico blocco di terra determinando lo spostamento successivo dei suoi frammenti. La sua intuizione, corretta, non venne però presa in considerazione dalla comunità scientifica anche perché proprio in quegli anni si andavano affermando le teorie evoluzionistiche di Hutton e Lyell e nessuno era più disposto ad accettare l’antica idea dei catastrofismi di origine biblica.
    James Hutton, medico e naturalista scozzese, vissuto nella prima metà dell’Ottocento, viene considerato il fondatore della geologia moderna. Partendo dall’osservazione attenta delle formazioni rocciose della sua Scozia dedusse che la Terra era in continua trasformazione per l’erosione e il disfacimento di alcune zone e l’accumulo di materiali erosi su altre parti del globo e questi fenomeni dovevano durare da tempi immemorabili. L’evoluzione della Terra non poteva quindi essere spiegata mercé l’utilizzazione di forze che non fossero connaturali al pianeta o con l’intervento di avvenimenti eccezionali, ma semplicemente con l’analisi dei processi naturali come quello dei ruscelli che dilavano le colline e trasportano il materiale eroso nei laghi e nel mare dove i detriti si vanno accumulando. Da queste osservazioni dedusse che a lungo andare non sarebbe rimasta più terra a meno che nuove formazioni rocciose non si fossero create in sostituzione di quelle erose.
    Le idee di una sostanziale uniformità della natura non trovarono immediata accoglienza in seno alla comunità scientifica ma vennero riprese da un giovane avvocato inglese, Charles Lyell, il quale fin da studente dimostrò più interesse per la geologia che per i testi giuridici. L’indebolimento della vista che gli rendeva difficile la lettura lo spinse a dedicare sempre più tempo alla geologia che studiava recandosi direttamente ad osservare i fenomeni naturali. Come Hutton egli pensava che ogni configurazione morfologica della Terra fosse il risultato di processi naturali del passato, ma ancora attivi. Per cercare sostegno e convalida delle sue teorie viaggiò molto e durante il suo lungo peregrinare fu particolarmente affascinato dall’Etna che osservò attentamente e a lungo fino a convincersi che quel monte non poteva essersi formato in seguito ad un’unica esplosione, ma grazie ad una lunga serie di eruzioni che sarebbe continuata anche in futuro. La teoria dell’uniformismo di Hutton divenne così la teoria dell’attualismo di Lyell che può essere sintetizzata nel modo seguente: “I fenomeni del passato si possono spiegare osservando quelli del presente”.
    Nonostante che nuove idee si stessero affermando l’ipotesi di uno spostamento di masse continentali associata a fenomeni catastrofici persisteva. Nel 1879 George Darwin, il figlio dello scopritore della teoria evoluzionistica, ipotizzò che la Luna si sarebbe originata dalla Terra quando questa era ancora in uno stato primordiale e che si sarebbe lasciata dietro un’enorme cicatrice rappresentata dall’Oceano Pacifico. Una probabile conseguenza di questo evento catastrofico avrebbe potuto essere il frammentarsi della crosta granitica dei continenti.
    Frattanto, insieme a nuove teorie, si andava anche affermando l’idea che sotto la crosta solida vi fosse del materiale fluido sul quale galleggiavano i continenti. Su queste idee innovative si sviluppò l’ipotesi di Wegener. 
 
 
 
3. LA TERRA PRIMA DI WEGENER
    Prima di parlare della teoria rivoluzionaria di questo meteorologo di professione e geologo per passione è opportuno spendere due parole per delineare il modello della struttura della Terra a quel tempo universalmente accettato. Questo nasce dalla convinzione che il nostro pianeta sia stato soggetto ad un processo di lento e graduale raffreddamento e conseguente contrazione a partire da una massa fusa. La Terra sarebbe quindi nata calda, anzi rovente, e durante il raffreddamento i materiali più leggeri si sarebbero spostati verso la superficie dove avrebbero dato origine a rocce che Eduard Suess, un geologo austriaco che fu uno dei maggiori sostenitori di questa idea, complessivamente chiamò sial perché ricche di silicati di alluminio nonché di altri elementi leggeri come sodio e potassio. Queste rocce, prevalentemente di tipo granitico, con i sedimenti ad esse associati, poggiavano su materiali di tipo basaltico che Suess, sinteticamente, chiamò sima, cioè silicati di magnesio e unitamente ad essi altri elementi pesanti come ferro e calcio. Le catene montuose e le depressioni si sarebbero quindi formate per contrazione susseguente al raffreddamento della parte interna che, a mano a mano che si ritirava, costringeva la crosta superficiale ad adattarsi all’area sottostante rimpicciolita fratturandosi e corrugandosi in modo simile a quello che succede alla buccia di una mela che si disidrata e raggrinzisce.
    Lo strato più esterno della crosta terrestre, quello sialico, non è continuo e i continenti possono essere considerati come enormi zattere di roccia leggera galleggianti su uno strato continuo di basalto, più pesante, che si estende a formare anche il pavimento dei fondi oceanici. Questo strato sottostante alla crosta continentale è anch’esso solido, ma si comporta come tale solo di fronte a improvvise sollecitazioni (per esempio scosse sismiche), mentre si comporta come un corpo plastico di fronte a forze meno intense ma più persistenti. Per descrivere le caratteristiche di questo materiale di solito si usa l’analogia con una sbarretta di ceralacca che si frantuma sotto i colpi di un martello, ma quando viene poggiata a sbalzo, fra due sostegni, in modo che su di essa agisca in continuità la forza di gravità dopo qualche tempo appare stabilmente incurvata sotto l’azione del proprio peso.
    La crosta solida e leggera che forma i continenti viene perciò a trovarsi in uno stato di equilibrio di gravità sul sima plastico sottostante, in cui le altezze dei diversi settori variano inversamente alla densità delle rocce che le formano. Il fenomeno è spiegato dal famoso principio di Archimede in virtù del quale la forza di sollevamento esercitata da un fluido (spinta idrostatica) è equivalente al peso della quantità di fluido spostata dal corpo galleggiante. Il termine scientifico per indicare questo fenomeno di galleggiamento dei continenti sul materiale plastico sottostante è “isostasia” (dal greco isos = uguale e stasis = stare, quindi “uguale posizione” o equilibrio) e consiste in un movimento verticale della crosta sialica in risposta ad un aumento o a una diminuzione del carico sovrastante. Una buona analogia con l’equilibrio isostatico della crosta continentale è offerto dal ghiaccio che galleggia nei mari polari. In questa similitudine i continenti sono rappresentati da estese masse di ghiaccio tabulari e le montagne da iceberg, mentre il basalto plastico sottostante corrisponde all’acqua marina più densa rispetto al ghiaccio. Il ghiaccio che galleggia, come si sa, è sommerso per nove decimi e quanto più esso si innalza sul livello del mare tanto maggiore è la parte sommersa; allo stesso modo la parte inferiore di una zona continentale si espande verso il basso nel substrato basaltico a profondità che sono proporzionali alle altezze dei rilievi.
    La scoperta del galleggiamento della crosta terrestre sul sima sottostante venne fatta verso la metà del 1800 quando misure della gravità indicavano che l’Himalaya esercitava un’attrazione gravitazionale molto inferiore a quella che ci si sarebbe aspettati a giudicare dalle sue dimensioni. “Era come se l’interno di quei monti fosse vuoto” fu il commento di George Everest la guida inglese che poi dette il nome alla cima più alta del mondo. Se l’Himalaya fosse semplicemente un ammasso di rocce poggiate sul substrato più pesante il valore della gravità avrebbe dovuto essere più alto di quello osservato. Se così non era voleva dire che esisteva qualche cosa di più leggero del substrato che compensava la massa della montagna. George Airy, un astronomo inglese, spiegò quella anomalia con l’ipotesi che le montagne, fatte di rocce leggere, avevano radici profonde che si spingevano nel materiale sottostante più pesante finché la spinta idrostatica non avesse uguagliato la massa della parte emersa. Quelle radici avevano densità minore rispetto al materiale circostante e quindi compensavano abbondantemente l’eccesso di massa della parte visibile della catena montuosa.
     L’equilibrio, come abbiamo detto, non è definitivo. L’ammassarsi di grandi quantità di materiale roccioso sopra qualche regione della crosta terrestre o viceversa la rimozione di grandi masse da queste regioni disturba l’equilibrio e le zone liberate dal peso tendono a salire mentre la pianura sovraccaricata di sedimenti tende ad abbassarsi. Il sollevamento postglaciale della penisola scandinava, in atto da alcune migliaia di anni, è una prova evidente dell’innalzamento isostatico conseguente all’alleggerimento di quella regione per la fusione del ghiaccio sovrastante.  
 
4. LA TEORIA DI WEGENER
    Se i continenti potevano muoversi in senso verticale - pensò Wegener - potevano anche spostarsi di lato. Si racconta che la prima idea della deriva dei continenti gli venne osservando le lastre di ghiaccio galleggianti sul mare che si spezzavano allontanandosi le une dalle altre, ma questo racconto non trova conferma negli scritti dell’autore. Egli invece racconta di aver letto dell’esistenza di un antico collegamento fra Brasile e Africa che avrebbe dovuto spiegare la somiglianza di alcuni reperti paleontologici raccolti sulle due sponde. Il collegamento fra Africa e America meridionale si poteva ottenere in due soli modi: attraverso un ponte di terra poi sprofondato o attraverso il contatto diretto che poi sarebbe cessato per l’aprirsi di una profonda frattura fra i continenti.
    Ai tempi di Wegener la prima ipotesi era la più diffusa e non si trattava affatto di una ipotesi ridicola: in tempi non molto lontani anche fra Francia ed Inghilterra vi era una striscia di terra che avrebbe potuto essere percorsa a piedi e la stessa Siberia era collegata all’Alaska da un tratto di terra emersa. Ma in questo caso il collegamento non poteva consistere in una stretta lingua di terra lunga migliaia di kilometri: la larghezza, infatti, avrebbe dovuto essere dello stesso ordine di grandezza della lunghezza, quindi avrebbe dovuto trattarsi di un vero e proprio continente. Ma le rocce che costituiscono i continenti sono del tutto diverse da quelle che formano i fondi oceanici e l’ipotesi che dovevano essere esistiti altri continenti, là dove ora si trovano gli oceani profondi, si scontrava con il modello dell’isostasia perché un continente formato di materiale leggero non poteva sprofondare nel materiale più pesante su cui galleggiava; se poi qualche forza misteriosa lo avesse spinto in giù esso avrebbe dovuto riemergere, come un pezzo di legno immerso nell’acqua torna a galla appena lo si libera.
    L’idea di un continente sprofondato traeva origine dal mito di Atlantide, la terra piena di favolose ricchezze citata da Platone, ma il mito di Atlantide è un’assurdità geologica e la leggenda del continente scomparso probabilmente si spiega con l’eruzione vulcanica di enormi proporzioni che 1.500 anni prima di Cristo demolì l’isola greca di Santorini provocando un’onda di maremoto che si abbatté su Creta e distrusse la fiorente civiltà minoica. Scartata l’idea di un collegamento terrestre non rimaneva che prendere in considerazione la seconda ipotesi.
     Wegener, anziché riferirsi direttamente ai profili complementari delle coste del vecchio e nuovo mondo, per convalidare la sua ipotesi mosse dal presupposto che il modello di una Terra calda in via di contrazione presentava molti punti deboli. Innanzitutto non veniva chiarito il motivo per il quale le rughe, ossia le catene montuose, non sono distribuite uniformemente su tutto il pianeta (come avrebbero fatto le grinze di una mela secca) ma vengono limitate a fasce ristrette. Poi c’era il problema dell’età delle montagne le quali, se si fossero formate in seguito ad una Terra in via di raffreddamento e contrazione avrebbero dovuto essere tutte più o meno coeve, mentre i fossili e le recenti tecniche di datazione attraverso l’uranio radioattivo mettono in luce che ad esempio gli Appalachi sono molto più antichi delle Montagne Rocciose e i monti del nord Europa lo sono assai più rispetto alle Alpi.
    Un altro motivo di contraddizione era la recente scoperta sulle Alpi delle cosiddette falde di ricoprimento, ossia di enormi masse rocciose che apparivano sovrascorse su materiali geologicamente più recenti. L’esistenza di queste enormi coltri di ricoprimento poteva essere spiegata in modo più chiaro e convincente invocando titaniche spinte laterali piuttosto che un raggrinzimento generale della Terra. Infine la scoperta dei materiali radioattivi che sprigionavano calore sufficiente a compensare la perdita termica nello spazio per irraggiamento, dimostrava che la Terra non si stava affatto raffreddando.
    Wegener suppose quindi che all’inizio del Mesozoico, ossia circa 200 milioni di anni fa, esistesse un supercontinente che egli chiamò Pangea (cioè tuttoterra) circondato da un unico grande oceano chiamato Panthalassa (cioè tuttomare). Per effetto di forze dovute alla rotazione terrestre il supercontinente in seguito si sarebbe fratturato e i frammenti si sarebbero allontanati gli uni dagli altri. Lo studioso naturalmente portava a sostegno della sua idea molte prove che non si limitavano al profilo dei continenti che si affacciano sull’Atlantico: esse infatti erano di tipo paleontologico, morfologico, geologico e climatologico.
 
5. LE PROVE A SOSTEGNO DELLA TEORIA
    L’argomento paleontologico viene considerato uno dei punti forti della teoria. I continenti meridionali, ora separati dall’Oceano Atlantico, hanno in comune molti fossili di animali e piante che da vivi non avrebbero potuto attraversare quel tratto di mare. Oggi sui due continenti vivono animali e piante con caratteristiche diverse perché le mutate condizioni ambientali hanno sviluppato in essi nuove strutture che li mettono in grado di sopravvivere in un ambiente modificato. La spiegazione del ponte continentale naturalmente non convinceva il giovane assistente universitario anche perché le misure che avrebbero dovuto indicare dei deficit gravitativi sugli oceani non esistevano. Si conosceva in verità un lungo rilievo sottomarino, la dorsale medio-atlantica, che secondo Wegener era un accumulo di detriti lasciati dai continenti nel loro tragitto attraverso l’oceano, ma era fatto di materiale pesante e poi correva parallelamente e non perpendicolarmente alle coste.
    Wegener dava molta importanza ad un piccolo rettile fossile, il Mesosaurus, vissuto alla fine del Paleozoico e ritrovato solo in Brasile e Sud Africa: a suo avviso era estremamente improbabile che il Mesosaurus si fosse sviluppato contemporaneamente in queste due zone così distanti, e soltanto in esse, mentre era molto più probabile che il rettile fosse comparso in un’unica località che successivamente si sarebbe bipartita. Vi era inoltre la cosiddetta flora a Glossopteris, anche quella rigogliosa nello stesso periodo e diffusa soltanto nei continenti meridionali e in India, cioè in quel blocco di continenti antichi che Suess chiamò Terra di Gondwana dal nome di una regione dell’India centro-orientale dove per primi furono rinvenuti i fossili comuni a tutta la parte meridionale del globo.
    Gli argomenti morfologici e geologici riguardavano l’evidente somiglianza delle rocce sui due lati dell’Atlantico, il che faceva pensare ad una loro contiguità nel passato. Peraltro non solo il tipo di rocce, ma anche i ripiegamenti combaciavano e Wegener sapeva che le catene montuose più antiche dell’Europa avevano il corrispettivo diretto in quelle della parte orientale dell’America del Nord: i due tronconi formavano evidentemente in origine una catena continua spezzatasi soltanto quando si aprì l’Atlantico. Per chiarire il concetto egli portava ad esempio la ricomposizione del giornale stracciato la quale non doveva limitarsi a far combaciare i profili dei frammenti, ma doveva preoccuparsi di far coincidere anche le righe stampate in modo da permettere la lettura di frasi di senso compiuto. Poi c’erano le misurazioni eseguite personalmente dallo scienziato in Groenlandia le quali dimostravano che quella terra si stava allontanando dall’Europa ad una velocità compresa fra i 20 e i 30 centimetri all’anno. Oggi si sa che quello spostamento effettivamente esiste, ma è molto minore.
    Vi era infine l’argomento paleoclimatico che si basava su una tipica distribuzione di rocce e fossili la quale non si sarebbe potuta giustificare se i continenti avessero mantenuta invariata la loro posizione nel tempo. Ad esempio le tilliti, che sono dei ciottoli originati dalla fusione di coltri di ghiaccio, le quali si trovano attualmente in continenti meridionali a clima caldo e depositi di salgemma ossia di un minerale che precipita dalla soluzione in condizioni di grande caldo e aridità si rinvengono altresì in zone con condizioni climatiche opposte, come ad esempio in quella di Salisburgo (il “borgo del sale”). Wegener aveva anche scoperto che le Isole Spitsbergen, attualmente sepolte sotto i ghiacci perenni, conservavano nelle rocce fossili di pioppi, faggi, querce ed altre piante che testimoniano di un clima temperato e, più in profondità, egli rinvenne anche fossili di felci e palme. Si doveva quindi ritenere che quelle isole si fossero spostate dai tropici sino alle zone polari da esse occupate attualmente.
    Il punto debole della teoria, un fatto di cui Wegener era consapevole, riguardava le forze motrici: pur ammettendo che la soluzione era ancora lontana, ciò non di meno azzardava alcune supposizioni parlando di fuga dai poli per spiegare il movimento dei continenti verso l’equatore e di una forza di marea per giustificare la deriva verso ovest dei continenti americani. La forza centrifuga conseguente alla rotazione terrestre avrebbe dovuto fare allontanare i continenti dal centro di rotazione cioè dai poli e l’attrazione gravitazionale esercitata da Sole e Luna, che causa il flusso e il riflusso delle maree, avrebbe dovuto spingere i continenti dalla parte opposta al senso di rotazione. Secondo Wegener il fronte di un continente in movimento prima o poi avrebbe incontrato la resistenza del fondo dell’oceano subendo una compressione e un ripiegamento fino a formare catene montuose. Le due Americhe, andando alla deriva verso ovest, originarono sulle loro coste occidentali le imponenti catene delle Montagne Rocciose e delle Ande lasciando indietro, dalla parte opposta, alcuni frammenti rappresentati dagli arcipelaghi giapponesi, filippini, delle Antille e delle isole Aleutine. I corrugamenti tettonici che vanno dall’Africa settentrionale attraverso le Alpi e il Caucaso fino all’Himalaya si sarebbero invece formati in seguito alla discesa delle masse continentali verso l’equatore.
 
6. LE CRITICHE ALLA TEORIA
    La quasi totalità dei geologi si scagliò con furia selvaggia contro il meteorologo tedesco bocciando senza mezzi termini la sua teoria. Wegener venne accusato di allungare, distorcere e ripiegare i profili dei continenti nel tentativo poco onesto di farli combaciare. Se si distorcono le forme dei pezzi di un incastro - affermò indignato uno dei tanti detrattori - è facile poi farli combaciare, ma con ciò non si dimostra affatto che i pezzi siano stati disposti nella posizione giusta.
    Il geofisico inglese Harold Jeffreys, noto fra l’altro per avere formulato insieme al collega James Jeans un’ipotesi sull’origine del sistema solare, attaccò la teoria nel punto più debole: la sua dipendenza dalla rotazione terrestre e dalla attrazione gravitazionale. Con semplici calcoli dimostrò che la crosta terrestre era troppo resistente per cedere sotto la spinta delle forze individuate da Wegener e che una forza in grado di spostare i continenti avrebbe invece fermato la rotazione terrestre in meno di un anno. Inoltre, se i continenti sono in grado di spostarsi attraverso il sima come una nave in navigazione si sposta attraverso il mare come è possibile che poi lo stesso sima deformi la prua della nave, ossia il bordo dei continenti, fino a sollevare le montagne? Come può essere che il materiale che forma il fondo degli oceani sia nello stesso tempo più debole e più rigido della crosta continentale?
     Nel 1928 Wegener fu invitato a New York per partecipare ad un congresso internazionale sulla deriva dei continenti patrocinato dalla Associazione Americana dei Geologi del Petrolio. Egli accettò con entusiasmo l’invito, però una volta giunto sul posto dovette constatare con rammarico che non solo venivano messe in dubbio le sue idee, ma veniva nutrito anche qualche sospetto sulla sua stessa figura di scienziato. Un paleontologo americano, certo E.W. Berry, fece notare che il metodo adottato da Wegener nelle sue ricerche non era il metodo scientifico indicato da Galilei in quanto si fondava su un’idea iniziale che poi veniva sostenuta da prove a favore, mentre ignorava la maggior parte dei dati in contrasto con l’idea stessa: un procedimento del tutto opposto al metodo scientifico. In molti fecero anche presente che l’erosione delle terre che durava da milioni di anni avrebbe alterato i profili costieri dei continenti fino a distruggere la configurazione originale e quindi l’attuale apparente similitudine dell’Africa e del Sudamerica era una pura coincidenza.
     C’era un motivo recondito di tanta animosità da parte degli scienziati contro le tesi di Wegener e risiedeva nel fatto che quando si va ad incrinare un sistema di idee ormai consolidato non è facile evitare pregiudizi. Un geologo presente al congresso invitò i colleghi alla prudenza facendo notare che un continente il quale si muovesse sulla superficie terrestre era un fenomeno così inusitato quanto, qualche secolo prima, il movimento della Terra intorno al Sole: tutte le apparenze infatti erano e sono contro questi movimenti. La resistenza verso le nuove idee dipendeva quindi fondamentalmente dal fatto che se queste fossero state accettate si sarebbe dovuto rinunciare a 70 anni di studi e di ricerche dirette in senso diametralmente opposto. La storia del progresso scientifico insegna che ogni ipotesi in contraddizione con l’opinione dominante in genere viene accantonata con la speranza che dopo un po’ si riveli infondata, ma in questo caso non si era trattato solo di mettere in disparte una teoria: si era tentato di renderla ridicola.
    Alle ostilità incontrate da Wegener nel mondo scientifico contribuì anche il fatto che egli non era un geologo né un paleontologo né un biologo, eppure le sue idee sconfinavano in tutti questi campi del sapere che non erano di sua stretta pertinenza calpestando l’istituzione scientifica dominante. E invece oggi, quello che appariva una limitazione delle conoscenze di Wegener, viene considerato un vantaggio proprio per il fatto che il suo cervello era sgombro dalle teorie convenzionali. Wegener non fu un dilettante, ma un ricercatore interdisciplinare di talento che merita un posto importante fra i grandi della scienza.
    In verità oltre a quella già ricordata vi fu anche un’altra timida presa di posizione a favore della teoria: il geologo svizzero Emile Argand, spirito libero e versatile, che aveva studiato a lungo la tettonica delle Alpi, si convinse che solo con la deriva dei continenti sarebbe stato possibile spiegare la formazione delle falde di ricoprimento che lui stesso aveva individuato su quelle montagne, rigettando la teoria della contrazione per raffreddamento alla quale aveva in precedenza aderito. 
     Anche il geologo americano Reginald Daly accettò l’ipotesi di Wegener però con una sostanziale modifica: la rotazione del pianeta, anziché spingere i continenti, avrebbe prodotto dei rigonfiamenti. I continenti sarebbero poi scivolati, spinti dalla gravità, lungo i pendii di quei rigonfiamenti producendo anche lente frane che avrebbero originato le catene montuose. Egli sosteneva inoltre che la stessa Pangea si sarebbe formata per aggregazione di masse continentali in movimento (un argomento, quello della situazione precedente la Pangea, che Wegener non trattò).
     Il geologo inglese Arthur Holmes rafforzò considerevolmente la teoria della deriva proponendo un meccanismo per il movimento dei continenti molto più plausibile di quelli avanzati da Wegener. Le sue ricerche sulle rocce ignee e sugli effetti termici della radioattività lo avevano portato a concludere che sotto la crosta solida vi doveva essere uno strato di consistenza pastosa e privo di tenacità che chiamò astenosfera (dal greco, asthenés = debole e sfera, quindi “zona di debolezza”). Inoltre aveva calcolato che solo una parte del calore prodotto dalla radioattività veniva disperso attraverso l’attività vulcanica, mentre il rimanente avrebbe riscaldato il substrato. In questo modo si sarebbero create delle correnti convettive risalenti sotto i continenti dove la temperatura è più alta a causa di una maggiore concentrazione di materiale radioattivo e discendenti verso le zone periferiche, stirando e indebolendo la crosta in corrispondenza del punto di risalita. In altri termini, sotto la crosta solida si formerebbero dei giganteschi rimescolamenti di magma concettualmente analoghi ai movimenti convettivi che si generano nell’acqua di una pentola posta sul fornello.
     Colui che difese senza incertezze fino alla morte le idee di Wegener fu il geologo sudafricano Alex du Toit. Egli presentò numerose nuove evidenze a favore della teoria, ma è ricordato soprattutto per aver supposto due continenti primordiali al posto dell’unico congetturato da Wegener e chiamò quello settentrionale “Laurasia” combinazione di Laurentia (nome che Suess dava a Groenlandia e nord America) e Asia, mentre a quello meridionale riservò il nome di Terra di Gondwana. I due supercontinenti sarebbero stati separati da un mare profondo che Suess chiamò Tetide (dal nome della dea greca del mare, madre di Achille) o Mare Mesogeo, destinato a scomparire quando l’Africa e l’India si fossero spinte a nord contro il continente eurasiatico.
    Le nuove evidenze geologiche portate da valenti e affermati ricercatori, anziché rafforzare l’idea di una deriva dei continenti, la peggiorarono. Nel 1940 praticamente tutti i paleontologi erano concordi nell’affermare che i mammiferi fossili rappresentavano la prova che i continenti erano rimasti fissi per tutto il periodo connesso con l’evoluzione di quella classe di vertebrati.
 
7. LA SOLUZIONE VENNE DAGLI ABISSI
    La ragione per cui nell’anteguerra le discussioni sulla teoria della deriva dei continenti si erano dimostrate tanto polemiche e inconcludenti risiedeva fondamentalmente nel fatto che a quei tempi non si conosceva nulla o quasi nulla di ciò che si trovava sotto gli oceani; questi tuttavia coprono ben due terzi dell’intera superficie terrestre e lo studio di una parte tanto rilevante della litosfera era indispensabile per conoscere in modo completo la struttura del nostro pianeta.
    Nei primi anni Trenta aveva preso piede una nuova scienza, la sismologia, che avrebbe potuto essere utilizzata nel campo della ricerca geologica. Analizzando i sismogrammi di esplosioni provocate ad arte entro sedimenti di varia natura e consistenza era possibile risalire alla composizione di quei terreni e alla loro struttura. Esperto nell’interpretazione dei sismogrammi generati da sismi artificiali era un giovane laureto in fisica di nome Maurice Ewing e a lui venne affidato, nel 1935, il compito di studiare la natura della piattaforma continentale, cioè della parte sommersa più vicina alla costa. Le ricerche portarono alla scoperta che quel fondo marino era ricoperto da spessi sedimenti i quali potevano arrivare a due o tremila metri e quindi non era, come si pensava, una formazione geologica permanente. L’indicazione suggeriva che forse quei terreni contenevano giacimenti petroliferi, però di petrolio ve ne era tanto a portata di mano sulla terra ferma che non c’era motivo di andarlo a cercare anche in mare.
    Le esplorazioni, nonostante l’inconsistenza dei primi risultati, ben presto si spostarono in mare aperto dove le nuove tecniche delle esplosioni sottomarine permisero la raccolta di tutta una serie di nuove informazioni nemmeno sospettate in precedenza. Esse, ad esempio, segnalarono che al largo i depositi sedimentari erano molto sottili mentre i calcoli mostravano che nel corso dei miliardi di anni di storia della Terra sul fondo dell’oceano si sarebbe dovuto formare uno strato di sedimenti spesso alcuni kilometri. Erano state misurate invece solo alcune centinaia di metri di sedimenti che si sarebbero potuti accumulare in non più di 100 o 200 milioni di anni, cioè ad iniziare dall’era geologica che va sotto il nome di Mesozoico. Quando la nave oceanografica arrivò in prossimità della dorsale medio-atlantica gli scandagli sismici segnalarono la presenza di uno strato inconsistente di sedimenti mentre la draga, trascinata sul fondo per alcuni kilometri, raccolse frammenti di lava di recente formazione. Lo studio del fondo marino confermò che la crosta oceanica era diversa da quella continentale e che sotto ad entrambe si estendeva una zona di materiale più denso, probabilmente di tipo ultrabasico, che da quel momento venne chiamata “mantello”, invece che substrato come si diceva in precedenza.
    Le ricerche oceanografiche dovettero essere abbandonate per lo scoppio della seconda guerra mondiale, ma alla fine delle ostilità ripresero con maggior vigore e con tecniche d’avanguardia rese possibili dall’utilizzo di nuove e più sofisticate apparecchiature che erano state perfezionate proprio durante il conflitto. E ulteriori sorprese non si fecero attendere. Si scoprì, ad esempio, attraverso le prospezioni sismiche, che la crosta oceanica, formata di basalti, è spessa in alcuni punti solo 5 km, mentre la crosta continentale, essenzialmente granitica, ha uno spessore medio di circa 40 km.
    Frattanto Bruce Heezen, un geologo dell’osservatorio geologico dell’Università della Columbia, coadiuvato dalla cartografa Marie Tharp, ebbe l’incarico di riportare i profili batimetrici eseguiti durante i rilevamenti condotti nell’Atlantico, su una mappa del fondo oceanico. La configurazione che ne risultò mostrava la presenza di una depressione, detta in inglese rift, cioè spaccatura, larga circa 15 kilometri e profonda qualche centinaio di metri, che correva lungo la cresta della dorsale in direzione nord-sud. Essi interpretarono questa fossa tettonica, caratterizzata da terremoti e continue emissioni di lava, come una spaccatura profonda della crosta oceanica. Un’ulteriore sorpresa si ebbe quando si scoprì che dorsali sottomarine analoghe a quella medio-atlantica esistevano in ogni oceano e non si trattava di strutture isolate, ma delle componenti di un’unica catena montuosa lunga più di 60.000 kilometri (una volta e mezzo il giro della Terra) che si snodava attorno ai continenti. La prova che queste dorsali medio-oceaniche avessero qualche origine comune risiedeva nei numerosi terremoti che erano stati registrati e nella presenza di profonde fratture trasversali, dette faglie trasformi, che disarticolavano quelle strutture in tanti segmenti indipendenti. Il ruolo di queste fratture trasversali che affettavano l’asse della dorsale spostando i tronconi adiacenti sarebbe stato quello di consentire loro di muoversi a velocità diverse. La maggior parte di queste faglie è nascosta sotto gli oceani ma una si esse, la famosa faglia di San Andreas, emerge dall’oceano Pacifico in corrispondenza di San Francisco in California e attraversa per centinaia di kilometri il territorio generando di frequente terremoti molto violenti.
    Inoltre, la misura del flusso di calore lungo la rift valley risultava otto volte superiore alla media. Questa temperatura eccezionalmente alta in corrispondenza della cresta delle dorsali era evidenziata anche dalla velocità piuttosto bassa delle onde sismiche. La velocità di propagazione delle onde sismiche dipende dalle proprietà elastiche del materiale attraversato, proprietà che a loro volta sono determinate dalla temperatura. Alte velocità indicano zone dove le rocce sono più fredde e quindi più rigide e compatte e basse velocità corrispondono a zone calde e quindi più elastiche e meno dense.
     L’esteso sistema delle dorsali medio-oceaniche tagliate longitudinalmente da una spaccatura assiale con intensa attività sismica ed elevato flusso di calore legato al vulcanismo locale non poteva avere che un’unica giustificazione: la Terra si stava dilatando e non contraendo come si era sempre pensato. Se però si voleva escludere che la Terra aumentasse di volume nel tempo, si doveva ammettere che mentre al centro delle dorsali usciva del materiale che poi veniva traslato lateralmente doveva esistere anche una zona in cui quel materiale veniva distrutto.
 
8. LA TERRA E’ UN MAGNETE
    Fin dalla scoperta della calamita da parte dei cinesi ci si è resi conto che la Terra è essa stessa una calamita, ma da dove tragga origine il magnetismo terrestre ancora oggi non è chiaro. Si sa che il centro della Terra è formato quasi esclusivamente di ferro, ma ritenere che questo nucleo metallico possa comportarsi come un enorme magnete è sbagliato. La calamita, al di sopra della temperatura di 580 °C, detta “punto di Curie”, perde le sue proprietà magnetiche e questa temperatura nella Terra è raggiunta già alla profondità di 15 o 20 kilometri, mentre nel centro si calcola vi siano temperature di migliaia di gradi. Il magnetismo però può essere creato anche da una corrente elettrica in movimento e la Terra potrebbe quindi essere una specie di elettrocalamita, cioè una dinamo molto semplice generata dal moto rotatorio del nucleo di ferro fuso.
    Dinamo o non dinamo rimane il fatto che la Terra è un magnete e non serve conoscere la natura di un fenomeno per poterlo sfruttare. Gli antichi marinai, ad esempio, senza conoscere niente sulle cause del magnetismo, sapevano tuttavia che la loro bussola puntava costantemente verso il nord. Sapevano anche che l’estremità rivolta a nord di un ago calamitato libero di oscillare nello spazio si inclinava verso il suolo nell’emisfero boreale e che l’angolo formato dall’ago con l’orizzonte, detto inclinazione magnetica, aumentava in prossimità del polo. Nell’altro emisfero succedeva la stessa cosa, ma con l’estremità dell’ago magnetico rivolta a sud.
    Da più di un secolo erano state individuate alcune rocce che avevano le stesse proprietà di un magnete, ma questa scoperta fino a poco tempo prima non aveva trovato applicazione. La magnetizzazione delle rocce è, in pratica, un magnetismo fossile permanente che potrebbe servire come una sorta di bussola per determinare la direzione del campo magnetico antico (o campo paleomagnetico). A partire dagli anni Cinquanta si assiste ad un rinnovato interesse per il paleomagnetismo anche perché si era scoperto che dalla direzione della magnetizzazione di alcune rocce vulcaniche si sarebbe potuto risalire all’eventuale spostamento delle grandi masse continentali. Quando una lava, dopo essere stata eruttata da un vulcano, si espande in superficie, alcuni minerali del ferro in essa contenuti, sensibili alla presenza del campo magnetico terrestre, si magnetizzano per induzione e, divenuti piccole calamite, si dispongono nella direzione del campo magnetico esistente in quel momento. Quando la roccia si raffredda la magnetizzazione diviene permanente e si conserva tale per milioni di anni anche se il campo magnetico terrestre dovesse nel frattempo cambiare. Anche alcune rocce sedimentarie presentano una certa magnetizzazione dovuta ai granuli di magnetite che si sono depositati dopo essere stati asportati dalla roccia vulcanica originaria e trasportati da un fiume o da una corrente marina.
    Conoscendo quindi l’età di una roccia magnetica gli scienziati avrebbero potuto determinare la posizione occupata dai poli magnetici all’epoca della formazione di quella roccia. Si scoprì così che l’orientamento magnetico di alcune rocce deviava in modo evidente dalla posizione attuale dei poli e, fatto ancora più sorprendente, che anche l’inclinazione magnetica in alcuni casi era di molto inferiore a quella che avrebbe dovuto essere. Ciò induceva a ritenere che quelle rocce avessero cambiato posizione e si fossero formate ad una latitudine inferiore a quella alla quale attualmente si trovavano. Ad esempio, l’America settentrionale e l’Europa presentavano due curve diverse di migrazione del polo nord magnetico nel passato geologico, come se la Terra avesse avuto, in tempi lontani, due poli nord contemporaneamente. Ma questa anomalia era solo apparente perché qualora si fossero fatti ruotare leggermente i due continenti riunendoli in un'unica struttura le due curve avrebbero finito per coincidere e rappresentare semplicemente la deriva relativa dei due blocchi dal momento in cui si erano separati.
    Ma la scoperta più sorprendente si ebbe intorno agli anni Sessanta, quando alcuni ricercatori americani e giapponesi, in navigazione nelle vicinanze delle dorsali oceaniche atlantica e indiana, osservarono un fenomeno già registrato a terra: l’inversione del campo geomagnetico. In precedenza si era osservato infatti che alcune colate basaltiche formatesi in un lungo periodo di tempo, mostravano l’orientazione del campo magnetico opposta a quella attuale (il polo nord era al posto del polo sud): ora la stessa scoperta veniva fatta a quattromila metri sotto il livello del mare sulle rocce del fondo oceanico. Parallelamente alle dorsali venivano registrate anomalie magnetiche positive (con il polo nord nella stessa direzione di quello attuale) e negative (con il polo nord nella direzione opposta) alternativamente disposte in bande da una parte e dall’altra della dorsale stessa che testimoniavano di un campo magnetico terrestre il quale nel tempo era passato più volte da normale a inverso. Contemporaneamente l’osservazione evidenziava il fatto che la crosta oceanica non si era formata tutta insieme. Lo studio sul magnetismo delle rocce portò quindi ad una radicale modificazione della nostre conoscenze tanto da trasformare la visione fissista del pianeta in una ancor più mobilista di quella ipotizzata da Wegener.   
 
9.  L’ESPANSIONE DEI FONDI OCEANICI
      I numerosi dati acquisiti negli anni seguenti l’ultimo conflitto mondiale tramite scandagli, sondaggi con impiego di sonar e di radar, riprese televisive, misurazioni del flusso di calore attraverso la crosta terrestre e rilevamento dei campi magnetici sottomarini, avevano ora bisogno di un’unica e coerente interpretazione.
    Il primo a intuire che tutte quelle osservazioni mostravano come gli oceani fossero in continua espansione fu il geologo americano Harris Hess, il quale rese pubblica la sua ipotesi nel 1960, in occasione dell’assemblea annuale della Società Geologica Americana. Egli immaginava, sotto la crosta terrestre, delle grandi correnti di materiale fuso (già ipotizzate dall’inglese Holmes) che saliva dal fondo del mantello verso la superficie in corrispondenza delle dorsali medio-oceaniche, dove in parte fuoriusciva attraverso la fessura centrale e in parte ripiegava lateralmente, per poi, una volta raffreddatosi e appesantitosi, ritornare verso il basso. Appena uscite sul fondo del mare le lave, solidificate con la tipica forma “a cuscino” (in inglese, pillow), prodotta dal brusco raffreddamento a contatto con l’acqua, si spostavano lateralmente allontanandosi dall’asse della dorsale come trascinate da un nastro trasportatore. La spaccatura centrale che veniva così ad allargarsi, era riempita man mano da altro materiale magmatico proveniente dal basso. Questo processo dava origine alla litosfera oceanica e spiegava anche il motivo per il quale le lave del pavimento oceanico fossero sempre più vecchie a mano a mano che ci si allontanava dalla dorsale mediana e ci si avvicinava ai continenti. Se però al centro dell’oceano si formava continuamente nuova crosta e si voleva evitare che la Terra si gonfiasse come un pallone, era necessario prevedere che una identica quantità di crosta scomparisse. Secondo Hess ciò avrebbe potuto avvenire nelle fosse oceaniche che si trovano al margine dei continenti dove la crosta oceanica vecchia si sarebbe immersa, sotto la zolla con cui entrava in collisione, lungo il cosiddetto piano di Benioff, dal nome del sismologo russo Hugo Benioff che per primo lo mise in evidenza nel 1955. Si tratta di un piano che scende in profondità con un’inclinazione variabile da 30 a 70 gradi rispetto alla superficie terrestre e lungo il quale gli ipocentri dei terremoti diventano via via più profondi.
    A sostegno della sua tesi Hess portò una scoperta da lui stesso effettuata quando durante la guerra era comandante di un sottomarino della Marina statunitense. Si tratta dei vulcani sottomarini dalla sommità piatta detti guyot dal nome del geografo svizzero Arnold Guyot che per primo li descrisse. Essi erano interpretati come isole vulcaniche che erano state spianate dall’azione delle onde del mare e che in seguito erano sprofondate per migliaia di metri. All’inizio anche Hess pensava che quei vulcani fossero antichissimi, ma quando nel dopoguerra dalla cima vennero dragati dei fossili piuttosto recenti e comunque non anteriori al Mesozoico, si convinse che in realtà quei vulcani “senza testa” erano sorti in prossimità della dorsale dalla quale si erano allontanati comodamente adagiati su di un tappeto mobile rappresentato dal fondo oceanico in espansione. Egli ipotizzò quindi che il fondo oceanico si formasse in corrispondenza delle dorsali si espandesse verso i continenti e poi scendesse sotto di essi all’interno del mantello.   
    Gli stessi continenti piuttosto che essere considerati come tante navi rompighiaccio che si aprono la strada entro un sima poco resistente, come supponeva Wegener, ora apparivano semplicemente come enormi lastroni di roccia leggera adagiati sulle placche e trasportati passivamente “a rimorchio” dal movimento del magma sottostante. Le idee di Hess avevano bisogno di integrazioni e verifiche che tuttavia, con le nuove tecniche disponibili, non fu difficile acquisire.
 
10. LA TETTONICA A PLACCHE
    Negli anni 1967-68 l’imponente sforzo di ricerca innescato dall’ipotesi di Hess dette i suoi frutti generando un modello che tendeva a rappresentare l’attività del nostro pianeta come un tutt’uno: terremoti, vulcani, formazione delle montagne, isole vulcaniche e altre strutture secondarie non erano altro che la conseguenza di un’unica causa connessa con il movimento relativo di tratti di crosta terrestre. La teoria, per il suo carattere onnicomprensivo, venne chiamata “tettonica globale” (dal greco tekton = carpentiere, costruttore), ma anche, con riferimento alle porzioni di litosfera in cui era stata divisa la crosta terrestre, “tettonica a zolle (o, più propriamente, a placche)”. Questa teoria può, a ragione, essere considerata una rivoluzione nelle scienze della Terra (come la teoria evoluzionistica rappresentò una rivoluzione nelle scienze biologiche), proprio perché offre una visione nuova, unitaria e completa della superficie del pianeta. 
    Dopo che si definirono le aree di distensione (le dorsali medio-oceaniche), le aree cosiddette di subduzione (le fosse oceaniche) e le aree limite di contatto, la litosfera venne divisa in una ventina di zolle, cioè di frammenti di crosta fra loro indipendenti, generalmente molto estese ma poco spesse, in cui solo i margini sono attivi mentre la parte centrale non è interessata se non eccezionalmente da terremoti o attività vulcanica. Ciascuna placca è limitata quindi da tre tipi di margine: i margini divergenti che coincidono con le dorsali oceaniche dove vi è una continua produzione di crosta, mentre la porzione già formata tende ad allontanarsi; i margini convergenti che coincidono con le fosse oceaniche o con le grandi catene montuose continentali dove la crosta più vecchia sprofonda e viene distrutta; infine i margini a carattere conservativo lungo i quali le zolle adiacenti semplicemente scivolano l’una accanto all’altra generando faglie trasformi analoghe a quelle che si formano sulle dorsali. Le placche di più grandi dimensioni contengono oltre ad una parte di litosfera oceanica, anche un continente, e solo la placca pacifica, fra quelle di grandi dimensioni, è costituita esclusivamente di crosta oceanica. 
    Il problema del motore che fa muovere il complesso meccanismo delle placche non è ancora chiaro nei dettagli e la sua comprensione non sarà facile nemmeno in futuro anche perché, per scoprire cosa c’è sotto una zolla tettonica, si dovrebbe procedere a perforazioni profonde che per il momento sono irrealizzabili. Per la verità un tentativo di raggiungere il mantello venne fatto in passato, ma poi fu abbandonato in seguito ad una serie di errori e di difficoltà organizzative che fecero lievitare considerevolmente i costi dell’impresa. Nel 1957, in coincidenza con l’anno geofisico internazionale, un gruppo di geologi americani avviò un progetto di perforazione della crosta oceanica, che prese il nome di “progetto Mohole” (da Moho e hole = buco). La Moho (abbreviazione di discontinuità di Mohorovicić) è una superficie di separazione di rocce di diversa natura individuata dal geologo croato Andrjia Mohorovicić studiando le onde sismiche emesse in occasione del terremoto di Zagabria del 1909. Essa segna il limite fra crosta e mantello ed è molto profonda sui continenti mentre è a solo 5 o 6 km di profondità sotto gli oceani. Dopo un primo tentativo con il quale vennero raggiunte le lave basaltiche perforando 170 metri di sedimenti sotto 3.500 metri di mare, il progetto nel 1966 venne abbandonato anche per mancanza di fondi che il governo americano aveva dirottato verso l’esplorazione della spazio. Proprio nel 1957 i russi avevano infatti messo in orbita il primo satellite artificiale lanciando la sfida per la conquista dello spazio a cui gli USA non potevano mancare.
    L’esplorazione dei fondali oceanici tuttavia continuò, anche se con obiettivi meno ambiziosi, grazie a finanziamenti di privati. Le nuove ricerche, condotte da una nave appositamente costruita, la Glomar Challenger, furono indirizzate alla raccolta di campioni di roccia in tutti gli oceani: “not Mohole, but more holes” (non un unico grande buco, ma più buchi) fu il motto del nuovo programma di perforazione negli oceani.
    Oggi è abbastanza evidente che esiste un sistema di celle convettive, all’interno del mantello, provocate da squilibri termici causati, a loro volta, dal calore liberato da processi radioattivi. Flussi convettivi in risalita con apporto di materiale caldo e leggero sarebbero presenti al di sotto delle dorsali medio-oceaniche, mentre nelle zone di subduzione scenderebbero i materiali del mantello freddi e densi. Non tutto comunque è chiaro; non si sa, ad esempio, quante celle siano in attività, né si conoscono con precisione le relazioni che intercorrano fra le placche in spostamento e il flusso convettivo.
 
11. LA DANZA DEI CONTINENTI
    Con l’aiuto di un calcolatore i geologi hanno tentato di ricostruire i numerosi e multiformi cambiamenti del profilo delle terre emerse e della disposizione degli oceani nel corso della lunga storia del pianeta.
     Duecento milioni di anni fa, come abbiamo visto, esisteva un solo grande continente che Wegener aveva chiamato Pangea. Quest’unico ampio e compatto blocco di terre emerse non era tuttavia una struttura piatta e monotona, ma comprendeva pianure solcate da fiumi, montagne, deserti, laghi salati e una ricca vegetazione fatta di prati e di boschi in cui trovavano riparo e sostentamento molte varietà di animali compresi i primi dinosauri. Sulle sue coste frastagliate si infrangevano le onde del grande oceano chiamato Panthalassa. Si calcola che la Pangea, comprensiva anche di quelle che oggi sono le piattaforme continentali e parte delle scarpate, cioè i bordi sommersi da mare poco profondo, coprisse quasi il 40 per cento della superficie terrestre mentre il fondo oceanico occupava il resto. La Panthalassa, circa all’altezza della fascia equatoriale, si insinuava nella Pangea formando un enorme golfo, detto “Mare della Tetide”. La zona a nord di questo grande mare interno era la Laurasia, una terra che in seguito si spaccherà per formare l’America del nord, l’Europa e l’Asia, mentre a sud vi era la Terra di Gondwana che inglobava quelle che sarebbero diventate l’America del sud, l’Africa, l’India, l’Australia e l’Antartide. 
    La Pangea non è stato il primo supercontinente formatosi sulla Terra. I rilievi paleomagnetici, lo studio delle più antiche catene montuose e la distribuzione dei fossili mostrano che le zolle hanno continuato a vagare per il globo avvicinandosi e allontanandosi più volte negli ultimi due miliardi di anni formando almeno due o tre supercontinenti precedenti la Pangea. Nel meccanismo della tettonica a placche il protagonista principale, come abbiamo visto, è la crosta oceanica, ma quella continentale, la “schiuma” di rocce leggere che costituisce le terre emerse, non è stata spettatrice passiva così da limitarsi a farsi portare a spasso dalle placche in movimento.
    Per esempio, quando un continente adagiato su di una placca, finiva a ridosso di una fossa oceanica, era costretto ad arrestarsi perché la litosfera continentale più leggera di quella oceanica non poteva sprofondare sotto di essa. In questo caso era la crosta oceanica a infilarsi sotto quella continentale che comunque continuava ad avanzare corrugando i sedimenti oceanici che finivano per aggiungersi al margine del continente e formare una nuova striscia di crosta continentale sotto forma di catena montuosa. In questo modo si sarebbero formate le Ande, montagne ricche di andesiti cioè di rocce eruttive, che prendono il nome da queste montagne, e che si sarebbero formate proprio in seguito alla subduzione della placca oceanica sotto quella continentale.
      Ma se la placca in subduzione comprendeva anch’essa un continente, la collisione fra i due continenti era inevitabile. Ciò è quanto sarebbe avvenuto ad esempio nello scontro fra l’India e l’Asia che portò alla formazione della catena dell’Himalaya o fra Africa ed Europa con formazione delle Alpi. In tale processo alcuni lembi del pavimento basaltico vennero strappati nell’atto della collisione e ora si ritrovano in mezzo alle montagne dove formano rocce particolari, a volte metamorfosate, che prendono il nome di rocce verdi o ofioliti.
    Circa cinquanta milioni di anni dopo che si era assestato l’enorme continente di Pangea alcune profonde fratture avviarono la sua demolizione. Come abbiamo visto, non è del tutto chiaro che cosa abbia provocato l’enorme flusso di magma basaltico che risalendo dal mantello dilaniò il supercontinente, tuttavia è certo che un lento cedimento lungo punti di sutura più deboli consentì a masse di lava sempre più voluminose di salire in superficie. La prima frattura spaccò la Pangea all’incirca lungo l’equatore separando definitivamente la Laurasia dalla Terra di Gondwana: a questa prima frattura ne seguirono altre entro cui risaliva copiosa la roccia fusa che solidificando appesantiva la crosta facendola sprofondare e creando una serie di bacini temporanei entro i quali l’acqua si raccoglieva ed evaporava a più riprese. Cento milioni di anni fa il frazionamento della Pangea era in uno stadio avanzato ed una delle faglie più profonde aperte al suo interno raggiunse la costa consentendo all’acqua del grande oceano di penetrare fra sud America e Africa: si formò così un mare lungo e stretto simile al Mar Rosso che oggi divide la penisola arabica dall’Africa. Quella insenatura rappresentò il precursore dell’attuale oceano Atlantico e la fossa tettonica divenne in seguito la dorsale medio-atlantica.
    Frattanto, due frammenti di litosfera, staccatisi dal continente di Gondwana, avevano iniziato una navigazione autonoma: l’India che si dirigeva verso nord e l’Antartide e l’Australia unite insieme che si spostavano verso sud. Settanta milioni di anni dopo l’inizio della deriva che mandò in pezzi la Pangea, l’India nel suo viaggio veloce (qualche centimetro all’anno) incontrò un punto caldo (hot spot, in inglese) da cui fuoriusciva basalto fuso che - solidificandosi - andò a formare quello che oggi è lo scudo del Deccan.
    I punti caldi sono delle zone profonde del mantello da cui partono delle colonne di roccia incandescente chiamate pennacchi (o plume, in inglese) che procedono verso l’alto e sbucano sia sotto i continenti, sia sotto gli oceani, generando un’intensa attività vulcanica. La posizione dei punti caldi resta fissa nel tempo mentre le zolle litosferiche vi scorrono sopra. Quella dei punti caldi è un’ipotesi necessaria per completare la teoria delle celle convettive che da sole non spiegherebbero lo spostamento dei fondi oceanici. Abbiamo visto che l’energia la quale alimenta il moto delle zolle è costituita dal calore derivante dai processi radioattivi che si svolgono nel mantello: a questa fonte di calore si aggiungerebbe la risalita di materiale caldo sotto forma di enormi pennacchi. Questi pennacchi non hanno energia sufficiente per alimentare il movimento delle placche però, quando vengono a trovarsi in corrispondenza di una dorsale oceanica in espansione, provocano un aumento notevole di flusso di magma che va a formare in quel punto una crosta più spessa rispetto a quella che si trova lungo il resto della dorsale. Questo è ad esempio il caso dell’Islanda che nel suo moto di deriva molto probabilmente si è trovata in corrispondenza di un pennacchio ascensionale e dell’India che, come abbiamo detto, viaggiando verso l’Asia, si trovò anch’essa a passare sopra un punto caldo.
     Cinquanta milioni di anni fa il mare della Tetide si era ridotto di dimensioni a causa dell’avvicinamento del continente africano a quello europeo e al suo interno ora si potevano individuare gli abbozzi delle penisole che in seguito sarebbero diventate Grecia, Italia e Spagna.
    Avvicinandosi ai giorni nostri il pianeta andava assumendo l’aspetto che conosciamo: l’Atlantico era ormai diventato un vero e proprio oceano, il Madagascar si era separato dall’Africa; l’India era ormai a ridosso dell’Asia e quello che diventerà il Mediterraneo aveva troncato il collegamento con l’Oceano Indiano, mentre rimaneva ancora aperto verso l’Atlantico. Entro pochi milioni di anni il pianeta avrebbe assunto l’assetto definivo: l’India avrebbe urtato contro l’Asia sollevando la catena dell’Himalaya, l’Australia sarebbe andata alla deriva verso l’equatore abbandonando l’Antartide al suo destino e l’Africa avrebbe ruotato su se stessa chiudendo in tal modo il Mediterraneo che comunque sarebbe rimasto in comunicazione con l’Atlantico attraverso il piccolo passaggio dello Stretto di Gibilterra. Frattanto si completava la frattura del continente del nord: la Groenlandia si rese indipendente rompendo il legame esistente fra Europa, Nord America e Asia.
    L’ultima profonda trasformazione della fisionomia terrestre, che indirettamente ebbe anche conseguenze sull’evoluzione dell’uomo riguardò il Mediterraneo il quale, circa 5 milioni di anni fa, evaporò completamente lasciando sul fondo una coltre di mille metri di sale. Il fenomeno fu conseguenza del sollevamento della soglia di Gibilterra che isolò il Mediterraneo dall’Oceano Atlantico e lo ridusse ad un lago che l’evaporazione essiccò. Questo episodio provocò un profondo cambiamento del clima che, fra le altre conseguenze, indirizzò i preominidi verso le forme che avrebbero portato direttamente all’uomo moderno. Lo stesso fenomeno, abbassando il livello di base, produsse una profonda escavazione della roccia da parte dei fiumi che scendevano dalle Alpi e di conseguenza creò profonde depressioni oggi colmate dai grandi laghi delle Prealpi. Questo radicale cambiamento del paesaggio mediterraneo durò circa un milione di anni poi la soglia di Gibilterra si abbassò consentendo alle acque dell’Atlantico di tornare a riversarsi nel bacino riempiendolo rapidamente.
 
12. IL FUTURO
    Cosa succederà in futuro? Difficile dirlo, ma noi tenteremo lo stesso di immaginare l’evoluzione della superficie terrestre sicuri di non essere smentiti dai fatti. E’ probabile che in un lontano futuro esseri viventi più evoluti dell’uomo assisteranno alla formazione di nuovi oceani e di nuove montagne nati dal continuo frammentarsi e riaggrupparsi di blocchi continentali.
     Se il modello della tettonica delle placche è esatto l’Oceano Pacifico in futuro dovrebbe ridursi di dimensioni fino a diventare, entro una cinquantina di milioni di anni, un semplice lago anche se di notevoli dimensioni, mentre l’Atlantico assumerà il ruolo di maggiore oceano della Terra. Il progredire della rift valley africana produrrà un mare e staccherà la parte nord orientale dal resto del continente come in precedenza si era staccato il Madagascar. Altri movimenti delle placche separeranno un lembo della California dall’America del nord che diventerà un’isola abbandonata alla deriva nel Pacifico. L’Australia si staccherà dall’Antartide ed inizierà a viaggiare verso l’Asia sud orientale dove schiaccerà le isole indonesiane che si trasformeranno in catene montuose.
     Cambieranno le cose, e in modo non positivo, anche vicino a casa nostra. La zolla Africana, spingendo verso nord ridurrà le dimensioni del Mediterraneo e ripiegherà l’Italia fino a farle assumere una posizione quasi parallela all’equatore. La Grecia sarà compressa fino ad essere portata a ridosso della Turchia e il mare Egeo diventerà un lago. In compenso si allargherà il mar Rosso da cui è destinato ad originarsi un nuovo oceano.
    In un lontano futuro nuove fosse di subduzione si formeranno lungo le Americhe e intorno all’Australia quando vecchi fondali carichi di sedimenti sprofonderanno nel mantello. Frattanto il movimento delle zolle in subduzione consumerà la crosta oceanica costringendo gli oceani Atlantico e Indiano a restringersi. Forse nuove fosse tettoniche torneranno ad espandere l’oceano Pacifico mentre il viaggio della California verso nord finirà contro la costa dell’Alaska e verrà incorporata in una nuova catena montuosa. L’Africa penetrando nell’Europa chiuderà definitivamente il Mediterraneo e si formerà un unico continente a nord comprendente Africa, Europa, Asia e Australia, preludio ad una futura Pangea. Il ciclo quindi si ripeterà anche se la sua storia sarà ben diversa da quella già vissuta.
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3 giugno 2013 1 03 /06 /giugno /2013 21:53

In tutti i casi  di avvicinamento con dei ragni, non ho mai avuto un timore, una paura sulla sua grandezza, fino a quando...non ho visto questo. Non parlo di ragni nel mio blog, ma questo esemplare, ha il mio interesse: Il suo nome scientifico è: Heteropoda dagmarae. E ha una apertura di zampe di 30 centimetri!

Il ragno fa parte delle 1000 e più specie (1068 per l'esattezza) che sono state identificate e catalogate dai ricercatori nell'ultimo decennio nel bacino del fiume Mekong, ritenuto uno degli habitat con più ampia bio-diversità del mondo intero.Questa specie è diffusa nei territori settentrionali e centrali del Laos; ha abitudini notturne e vive nelle foreste. Caccia da arbusti, alberi e dal bambù, appostandosi per prendere le sue prede in luoghi rialzati dal terreno

Molte delle nuove specie scoperte sono state rintracciate in posti assolutamente impensati, come i banchi di sperduti mercatini del Laos o della Thailandia.

Ma forse una foto non rende molto bene, quindi, eccone un' altra che rende giustizia al ragno.

 

image

 

 

Ovviamente ragni che raggiungono queste dimensioni, sono spaventosi, ma...non temete, ne sistono anche altrisimili a questo.

 

Catturare gli Heteropoda in natura è come catturare un cobra, perchè schizzano e balzano che fai fatica a vederli e non sai mai se ti finiscono sul braccio o addirittura in faccia.

Li chiamano anche ragni granchio perchè sanno muoversi lateralmente, sono di una velocità fulminante ! a mio parere non esiste ragno più veloce degli Heteropodi. Fanno scatti che sembrano dei balzi fulminei in realtà con le loro lunghe e potenti zampe riescono a sfuggire per poco all'occhio umano quando cambiano improvvisamente direzione.

Il veleno non è granchè potente ma fa molto male, tipo una grossa vespa, facciamo due...

Però dubitate di questi guinnes... l'Heteropoda dagmarae è forse il ragno con l'apertura di zampe più ampia ma il corpo è piccolo, è un ragno leggero che punta sulla velocità di attacco e balzi fulminei.

 Il ragno più imponente è pesante è invece la Theraphosa leblondii dell'Amazzonia con i suoi 28-30 cm, il solo addome è grosso più di un uovo e poi c'è la "testa" (prototorace), i cheliceri (uncini della bocca) sono di 2,5 cm.


E a dire il vero se la gioca con la Pseudotheraphosa apophysys, con i suoi 33 cm di apertura di zampe anche se è un pò meno pesante della Theraphosa. Questo anche un ragno incredibilmente bello, appena cambia la pelle rimane per qualche mese di un colore nero velluto come la Theraphosa ma ha le punte delle zampe sono dorate.

Queste due specie sudamericane hanno un veleno non troppo potente, tipo un calabrone... la loro difesa sta in una prima fase intimidatoria in cui sfregando gli uncini della bocca (cheliceri) emettono un suono tipo serpente a sonagli, alzano le zampe in aria e mostrano questi cheliceri facendo uscire qualche goccia di veleno... se il nemico insiste allora sfregano l'assome su dei piccoli aculei delle zampe e liberano una nuvola di peli terribilmente urticanti. So di gente che ha avuto per anni problemi respiratori e agli occhi dopo un incontro simile.

 Sono tutte creature della natura, tutte affascinanti se le si conosce e si ha voglia di comprenderle senza badare ai luoghi comuni e ai film. E se le si conosce si capisce che le paure nei loro confronti sono inutili.
Gli aracnidi esistono sulla terra da 400 milioni di anni, c'è stato il tempo in cui erano loro a dominare la terra prima dei dinosauri, scorpioni acquatici di due metri e quelli terrestri grossi come cani... rispettiamoli e apprezziamone la bellezza delle loro evoluzioni del tempo.

Grosso ragno dal carattere particolarmente aggressivo, presenta una colorazione uniforme che varia dal marrone scuro al nero.

 

Noto per la sua aggressività, oltre ad infliggere morsi abbastanza traumatici (in relazione anche con la discreta grandezza dei denti), utilizza la ormai nota arma di difesa di lanciare i peli urticanti.

I suoi peli sono risultati essere fra i peggiori tra le varie specie; appena lanciati producono un’irritante eruzione cutanea che può durare per diversi giorni e ciò dimostra che il veleno presente è abbastanza potente e quindi potenzialmente pericoloso. 

Tutto ciò è piuttosto insolito perché normalmente la difesa attuata con i peli urticanti è una caratteristica di quei ragni che non possiedono un veleno potente e non “attaccano” in altro modo.

 

Le sacche d’uova sono estremamente grandi (alcune come una pallina da tennis) e generalmente producono da 75 a 125 piccoli ragni.

I "piccoli" si presentano subito di grosse dimensioni, già particolarmente “lanuginosi”  (e pronti per lanciare i peli) e di un bellissimo colore blu scuro con le estremità delle zampe rosa-arancio.

Le theraphose appena nate misurano già un paio di cm., e possono essere nutrite con piccoli grilli, drosophile, larve di mosca carnaria, ed altri insetti di dimensioni adeguate, importate è che si abbia la certezza che gli insetti non siano contaminati da pesticidi o altro. Ad un esemplare giovane si può offrire il cibo anche quotidianamente se lo accetta, man mano che cresce si darà sempre ad intervalli più lunghi. Man mano che il ragno cresce andrà nutrito con grilli sempre più grandi, camole della farina e del miele, tenebrio molitor (Kaimano) nella forma larvale e adulta, mentre un esemplare adulto femmina può mangiare senza problemi un topolino bianco, piccoli sauri, (possibilmente uccisi) ogni 10 giorni.

 

 

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31 maggio 2013 5 31 /05 /maggio /2013 22:07


Il riscaldamento globale ha provocato una serie di fenomeni naturali di ogni tipo, dallo scioglimento dei ghiacciai all’innalzamento dei mari, fino all’incremento delle tempeste e degli uragani. Ma questa non l’avevamo mai vista. Siamo in Canada, nella regione dell’Alberta, la quale ospita un lago che per colpa del clima che cambia potrebbe prendere fuoco. È il lago Abraham, un bacino artificiale molto ricco di metano.
Abraham Lake è uno specchio d'acqua di origine artificiale nato nel 1972 a seguito della costruzione della diga Bighorn Dam, sul fiume North Saskatchewan. La diga, alta 90 metri, ha creato un bacino lungo 33 km il cui livello delle acque fluttua di ben 40 metri durante l'arco dell'anno.
Ciò che rende il Lago Abraham differente dagli altri laghi artificiali del mondo è il fatto che, trovandosi in Canada ed essendo sottoposto a particolari condizioni ambientali, tende a congelare durante l'inverno dando luogo ad un fenomeno chiamato "bolle ghiacciate".

bolle di ghiaccio
"Durante i mesi invernali, l'acqua viene lentamente ricondotta nel fiume per creare energia idroelettrica" spiega il fotografo Darwin Wiggett. "E dato che Abraham Lake si trova in una zona con scarsità di pioggia, riceve ben poca neve. Questa combinazione di poca neve e venti incessanti lascia il ghiaccio privo di una copertura nevosa, e il continuo abbassamento del livello dell'acqua causa la rottura del ghiaccio in modo simile alle placche tettoniche terrestri. E' in quel momento che il lago diventa il sogno di ogni fotografo".
In febbraio, infatti, quando le temperature possono oltrepassare i -40°C (con medie intorno ai -12/-20°C), le bolle di gas rilasciate dal fondale congelano in prossimità della superficie, creando uno spettacolo unico nel suo genere.
Le bolle di ghiaccio nascono per via del rilascio di gas metano da parte della flora che popola il fondale del lago. Il metano rilasciato forma piccole bolle che tendono a concentrarsi man mano che salgono verso la superficie, più fredda rispetto al fondale; a determinate temperature, questi ammassi di bolle congelano in piccole sacche ricche di gas, costringendo le bolle successive ad accumularsi sotto queste sacche e a formare i "piloni" visibili nelle fotografie.
"Anche se ho già camminato prima su un lago ghiacciato, il Lago Abraham mi ha fatto sentire completamente a disagio perché non era ricoperto da neve. Era troppo freddo per nevicare, sotto i -30°C" spiega il fotografo Fikret Onal. "Anche se la superficie ghiacciata era spessa circa 20 centimetri, mi ha terrorizzato non solo per il fatto che potevo vedere fratture in ogni direzione e vedere l'oscurità del lago attraverso la superficie trasparente, ma perché sentivo anche i rumori delle fratture che venivano da sotto il ghiaccio". Ma c’è anche un lato positivo: secondo gli esperti si potrebbe utilizzare il metano del lago per la produzione di energia.
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20 maggio 2013 1 20 /05 /maggio /2013 20:50

 

 

 

Il lago Vostok è il più grande lago subglaciale dell’Antartide. È un lago di acqua dolce nell’Antartide orientale, il luogo dove sono state rilevate le temperature più basse sulla Terra con -89 gradi Celsius. La superficie di acqua liquida è a circa 4.000 metri sotto la superficie del ghiaccio. A causa di queste condizioni, è possibile che sia rimasto isolato per vari milioni di anni. C'è forse qualcosa di strano nel lago Vostok, il bacino di acqua dolce sigillato da un antichissimo strato di ghiaccio in Antartide? I campioni di acqua raccolti dalla spedizione russa e poi analizzati dai biologi avrebbero mostrato la presenza di un batterio che non sembra appartenere a nessun gruppo già noto. Anche se sulla scoperta aleggia lo scetticismo della comunità scientifica internazionale. La missione, dopo tanti inutili tentativi, lo scorso anno era riuscita a penetrare lo scudo gelato, spesso oltre tre chilometri e mezzo, che da 14 milioni di anni protegge lo specchio d'acqua e lo ha trasformato in una specie di "capsula del tempo"; nel lago Vostok vivono batteri diversi da quelli conosciuti. Che arrivano da un tempo remoto, sopravvissuti fino a oggi. E che potrebbero rappresentare anche un pericolo per le specie del pianeta, non dotate di anticorpi adatti. E' ancora da verificare se si tratti effettivamente di nuove forme di vita, di sicuro per ora c'è l'incapacità di ricondurre quanto identificato alle categorie conosciute.La presenza di batteri, anche di tipi sconosciuti, in un lago dell’Antartide non sarebbe una novità visto che l’anno scorso è stato pubblicato uno studio sui batteri trovati nel lago Vida. Tuttavia, le condizioni sono diverse perché una delle caratteristiche del lago Vida è l’elevata salinità. Il lago Vostok è di acqua dolce e una delle sue caratteristiche è l’elevata quantità di ossigeno.

Per evitare che la trivella contaminasse il lago, gli scienziati russi hanno deciso di fermarla a pochi metri dalla superficie, in modo che la pressione sottostante spezzasse lo strato rimasto facendo uscire quell'acqua preistorica che a contatto con l'aria gelida si è subito solidificata. Il lago è rimasto intatto, ma non quel blocco di ghiaccio: gli studiosi vi hanno trovato abbondanti tracce di lubrificante, usato appunto per la perforazione. "Era molto sporco", conferma Sergey Bulat, ricercatore dell'Istituto di Fisica Nucleare di San Pietroburgo. "Conteneva cherosene, microrganismi provenienti dal macchinario stesso e anche batteri che normalmente vivono sulla pelle umana", ha spiegato. Ma ce ne era anche uno un pò diverso, con un DNA non corrispondente alle sequenze genetiche conservate nei database. Per questo, durante un convegno scientifico, Bulat ha fatto una clamorosa affermazione. "Quel batterio possiede meno dell'86 per cento di somiglianza con il maggior gruppo conosciuto di batteri. Ciò potrebbe significare che si tratta di una specie del tutto nuova e sconosciuta sulla Terra" , ha detto ai colleghi increduli. E infatti gli altri ricercatori hanno definito quanto meno prematuro quell'annuncio, in considerazione della presenza di agenti contaminanti. "I Russi devono smetterla di giocare con l'acqua sporca di cherosene, vadano a prendere un campione pulito", ha ad esempio commentato John Priscu, glaciologo dell'Università del Montana che a gennaio ha guidato una simile esplorazione nel lago antartico Whillans. Eppure, nonostante le critiche, lo studioso russo pochi giorni fa ha ribadito i risultati della sua ricerca: "Abbiamo preso provvedimenti per evitare ogni potenziale contaminazione. E siamo sicuri di aver trovato un microbo non classificato. Sembra appartenere ad un tipo di batteri ambientali mai analizzati finora." "Non stupisce che abbiano trovato forme viventi, gli organismi fanno di tutto per sopravvivere in qualsiasi condizione, anche in quelle più estreme"- ha replicato il ricercatore britannico David Pierce, del British Antarctic Survey di Cambridge. "Sarebbe più interessante capire come appaiono le forme di vita del Lago Vostok e quanto differenti esse siano da qualsiasi altra sulla Terra." Pierce ha studiato i campioni prelevati dal Lago Hodgson, che giace sotto uno strato di ghiaccio antartico spesso solo pochi metri. E sostiene che il 25 per cento delle sequenze genetiche che ha trovato non ha alcuna corrispondenza nei database. "Ma avere un DNA anomalo non significa aver scoperto una nuova specie", dice lo scienziato. [Leggi: Vita 'aliena' nel Lago Via in Antartide] Il microrganismo del Lago Vostok dovrà ora essere sottoposto ad una lunga serie di esami e di verifiche, prima di poterne stabilire con certezza la sua unicità. Ma se tutti i test lo confermassero, la domanda sorgerebbe spontanea: se non è terrestre, allora da dove arriva? Se lo chiede anche Martin Siegert, biologo dell'Università di Bristol che ha condotto, senza successo, un tentativo di perforare un altro lago subglaciale, quello di Ellworth. "Di solito riteniamo che sia più probabile trovare organismi sui fondali, dove c'è più cibo. Nel caso del lago Vostok, bisognerebbe scendere fino a 700 metri di profondità. È necessario prendere un altro campione, ma questa volta, usando un robot che possa arrivare fin sul fondo e raccogliere i sedimenti insieme all'acqua. " Gli scienziati russi non hanno ancora stabilito la fisiologia e la biochimica dell'anomalo microrganismo e non sanno da dove possa aver ricavato l'energia necessaria per vivere, in quell'ambiente privo di luce e di nutrimenti. "Ulteriori esami, molto più sofisticati, inclusa l'intera sequenza del genoma, daranno risposte a questi interrogativi", chiosa Bulat. Ma non prima di maggio, quando arriverà il secondo campione prelevato all'inizio del 2013. Nella speranza che sia meno contaminato e più ricco di vita microscopica. [Sabrina Pieragostini su panorama.it].  fonte
 
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14 maggio 2013 2 14 /05 /maggio /2013 22:26

 I cambiamenti climatici in corso, le anomalie stagionali, e le inversioni di tendenza del clima, per molti, sono da mettere in relazione ad un fenomeno poco conosciuto ma che sembra essere avvenuto diverse volte nel passato: 'Lo spostamento dei poli terrestri', geografici e quindi anche magnetici.

Il riscaldamento globale sta cambiando la posizione dei poli geografici della Terra, secondo un nuovo studio in Geophysical Research Letters .

I ricercatori della University of Texas, Austin, rapporto che ha aumentato scioglimento della calotta di ghiaccio della Groenlandia - e, in misura minore, la perdita di ghiaccio in altre parti del mondo - hanno contribuito a spostare il polo nord est di alcuni centimetri ogni anno a partire dal 2005.

Vi sono evidenze scientifiche riportate dalle analisi effettuate dal Dott. Richard Gautier (Ac. Ratnesh), dal gennaio 1984 al luglio del 1987, 31 mesi, in collaborazione con l'Istituto dell'Ora di Parigi, per determinare lo spostamento relativo dei poli terrestri rispetto all'asse di rotazione. Vi è infatti un movimento sia lineare che rotatorio (Chandler wobble), di spostamento dell'asse, che determina due coni con base al polo sud e polo nord. Questo movimento di scostamento (16 mt dall'asse ideale) dell'asse geografico di rotazione della Terra aumentò significativamente nel 1990, raddoppiando la sua velocità di spostamento e le dimensioni dello spostamento stesso.
Vi sono diversi autori (tra cui Michael Towsey) i quali sostengono che lo spostamento dei poli terrestri è stata una componente normale della storia della Terra e della evoluzione umana e biologica. In molte discussioni si è affrontato il tema dell'idea catastrofica ed uniformistica dell'evoluzione. In questo caso si potrebbe affermare che la storia viaggia tra questi due momenti, una grossa metamorfosi, evento catastrofico iniziale a cui segue un lungo periodo di uniformismo ed espressione della nuova situazione evoluzionistica. "C'è stato un grande cambiamento," dice l'autore Jianli Chen, un geofisico.

 

Dal 1982 al 2005, il palo alla deriva sud-est verso nord del Labrador, in Canada, a una velocità di circa 2 milliarcosecondi-ovvero circa 6 centimetri - per anno. 

Ma nel 2005, il polo cambiato rotta e ha iniziato al galoppo verso est della Groenlandia a una velocità di più di 7 milliarcosecondi all'anno.Gli scienziati sanno da tempo che le posizioni dei poli geografici della Terra non sono fissi. Nel corso dell'anno, si spostano stagionalmente come distribuzioni della Terra di neve, la pioggia, e il cambiamento di umidità. 

"Di solito [spostamento] è circolare, con una oscillazione", dice Chen.

Ma alla base del movimento stagionale è un movimento annuale che è pensato per essere guidato in parte dalla deriva dei continenti. E 'stato il cambiamento di quel movimento che ha catturato l'attenzione di Chen ei suoi colleghi, che ha utilizzato i dati raccolti dalla NASA Gravity Recovery e Climate Experiment (GRACE) per determinare se la perdita di ghiaccio si era spostato e accelerato la deriva polare annuale.

Sonde gemelle misurano i cambiamenti di grazia nel campo gravitazionale della Terra, che possono essere utilizzati per monitorare spostamenti nella distribuzione di acqua e ghiaccio.Squadra di Chen utilizzato i dati GRACE di modello come calotte polari si sciolgono influenzano la distribuzione di massa della Terra. Essi hanno scoperto che la recente perdita di ghiaccio accelerato e innalzamento del livello marino associato rappresentato più del 90% del post-2005 spostamento polare.

I risultati suggeriscono che il monitoraggio turni polari può servire a controllare su stime attuali della perdita di ghiaccio, dice Erik Ivins, geofisico del Jet Propulsion Laboratory della NASA a Pasadena, in California. Quando la massa è perso in una parte di una sfera che gira, il suo asse di rotazione si inclina direttamente verso la posizione della perdita, egli dice - esattamente come la squadra di Chen ha osservato per la Groenlandia. "E 'un indicatore unico del punto in cui la massa è perso", dice Ivins.

Gli scienziati possono individuare i poli nord e sud entro 0.03 milliarcosecondi utilizzando misurazioni globali di sistema di posizionamento per determinare l'angolo di rotazione della Terra. Conoscendo il moto dei poli vincola stime della perdita di ghiaccio fatta da altri metodi, Chen dice.

E che potrebbe aiutare gli scienziati a guardare ponte di ghiaccio della Terra un divario dati probabile tra la grazia e la sua sostituzione, GRACE II, che la NASA ha in programma per il lancio nel 2020. I ricercatori possono anche essere in grado di utilizzare i record di lunga data di deriva polare per migliorare le stime di perdita di ghiaccio e di crescita prima dell'avvento di monitoraggio satellitare.  

Chen ritiene che i dati su turni polari risale all'incirca un secolo, ben prima dell'avvento dei satelliti Terra-di monitoraggio. "Non abbiamo una lunga tradizione di misurazione della calotta di ghiaccio polare," dice. "Ma per il movimento polare, abbiamo una lunga storia."

E’ iniziato lo spostamento dei poli geografici.

Stiamo vivendo un momento epocale: cambiamenti del clima, della geologia, la siccità, le gelate, lo scioglimento dei ghiacciai, lo sconvolgimento delle stagioni. Quale regia dietro i mutevoli eventi climatici e geologici dei giorni nostri?

P.R. Sarkar, filosofo e umanista indiano, nel suo articolo del 1986 intitolato, “The poles shift their respective positions”, “I poli cambiano le loro rispettive posizioni”, indicava che, come è avvenuto altre volte nella storia, i poli terrestri hanno iniziato il processo di spostamento delle loro rispettive posizioni geografiche e come il drastico cambiamento delle stagioni e del clima sia da imputare, per una grossa percentuale, a questo iniziato spostamento delle loro rispettive posizioni. Questo evento porterà il polo nord e il polo sud forse nella zona equatoriale.

Dal laboratorio International Earth Rotation Service si evidenzia uno spostamento annuale del polo geografico, di 10 cm verso l’emisfero ovest, tutt’ora in atto. Nel 1990 il raggio di spostamento (wobble) dell’asse e la sua velocità di spostamento è raddoppiata.

Nella descrizione di P.R. Sarkar, dall'articolo: 'The Poles Shift their respective position'
Nel passato lo spostamento dei poli geografici, è avvenuto molte volte – negli annali di questo pianeta e nella storia di molti altri pianeti. Come risultato di questo spostamento, le persone dicono che alcune masse [satelliti] si sono staccate o si sono unite alla terra quando la sua crosta o litosfera non era solida come lo è ora. Qualcuno è anche dell’opinione che dal distacco di queste masse, ‘satellitari’ dalla litosfera terrestre, si generò l’oceano pacifico.
Secondo l’antica astronomia e astrologia, Marte è stato generato dalla litosfera terrestre, ma non ha orbitato attorno alla terra come un suo satellite. E per questo il nome di Marte in lingua sanscrita è Kuja. Ku significa ‘terra’ e Kuja significa ‘nato dalla terra’. Perciò questi mutamenti sono avvenuti nel passato e avverranno anche nel futuro.

I poli cambiano le loro rispettive posizioni. Come risultato di questi spostamenti di posizione dei poli, il tempo necessario per una rotazione attorno al proprio asse è variato e il tempo di rivoluzione attorno al sole, vale a dire l’anno solare, è cambiato. Il giorno e la notte assieme non erano di 24 ore e l’anno solare non era di 365/366 giorni.

La relazione della terra col pianeta Marte.

Come risultato del cambiamento della posizione dei poli, le stagioni cambiarono e cambiò anche la relazione della terra con Marte. Il sistema del calendario dovette cambiare diverse volte nel passato.
Se i poli cambiano la propria posizione, il tempo di rotazione della terra attorno al proprio asse potrà diminuire od aumentare e allo stesso modo il tempo di rivoluzione attorno al sole potrà diminuire o aumentare.

Cambiamenti stagionali
Quando osserviamo che l’ordine stagionale non è in grado di mantenere il parallelismo con i mesi, ciò dimostra che il momento dell’effettivo cambiamento della posizione dei poli terrestri si sta avvicinando rapidamente.

Cambiamenti nelle strutture biologiche
Come risultato di questo cambiamento non solo verrà disturbato il parallelismo tra le stagioni e i mesi, ma sarà distrutto anche l’equilibrio ambientale ed ecologico della Terra. Come risultato di questo impatto avverranno dei cambiamenti nella struttura fisica di tutti i corpi viventi, degli esseri viventi, incluse le piante.
Le piante del Terziario non sono state trovate nel Cretaceo. Le piante e gli animali del Cretaceo non furono trovati nelle ere più recenti, nel Pliocene e Miocene, Oligocene, Mesozoico e Cenozoico, perché la loro esistenza, la loro nascita e morte dipende dall’equilibrio ecologico.

Come avverrà lo spostamento dei Poli?
Come risultato dello spostamento della posizione dei poli terrestri, qualcuno asserisce che il Polo Nord si muoverà da nord a sud nell’emisfero orientale e che nell’emisfero occidentale il Polo Sud si muove da sud a nord, ma non è detto che la loro distanza relativa rimanga la stessa.

Perciò dovremmo essere preparati per il futuro, dovremmo essere preparati ad affrontare gli effetti di questi cambiamenti di posizione dei poli, dell’ordine ambientale e della struttura ecologica.

Gli effetti dei cambiamenti magnetici sugli esseri umani.
Come risultato di questo cambiamento la struttura magnetica di questa Terra muterà, e di conseguenza anche gli altri pianeti e satelliti del sistema solare andranno incontro a profonde metamorfosi.
Se l’equilibrio elettromagnetico andrà perduto, allora avverranno alcuni mutamenti rimarchevoli nella struttura del campo elettromagnetico della terra e dell’intero sistema solare. Come risultato del cambiamento del campo elettromagnetico, verrà influenzato anche il pensiero umano (la mente / il cervello lavorano con onde elettromagnetiche - n.d.t.)

Il nostro progresso nel campo della scienza dipende molto dalle nostre conoscenze nel campo dell’elettromagnetismo e delle emanazioni elettromagnetiche. Il nostro progresso e la scienza ne risentiranno molto a causa di questi cambiamenti. Dovremmo essere preparati a tali cambiamenti che potrebbero avvenire in tempi molto brevi.

 

 

 

 

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10 maggio 2013 5 10 /05 /maggio /2013 21:56
Esistono molteplici fattori che regolano il clima terrestre però solo l’attività vulcanica può generare cambiamenti climatici tanto repentini e drastici. Le eruzioni vulcaniche possono immettere nella stratosfera quantità impressionanti di aerosol vulcanico in grado di ridurre drasticamente la radiazione solare e di incrementare notevolmente la nuvolosità .
 

 

Le eruzioni vulcaniche possono essere descritte in funzione del loro indice di esplosività vulcanica (VEI=Volcanic Explosivity Index).
L’indice è un sistema semi qualitativo adottato per descrivere e stimare le varie eruzioni vulcaniche susseguitasi. I principali fattori presi in esame sono il volume del materiale eruttato l’altezza della colonna il tipo di eruzione, la durata e la possibile iniezione di materiale in Troposfera e in Stratosfera.

 

Si ritiene generalmente che un VEI5 (Monte Sant Elena 1980) possano generare anomalie termiche dell’ordine di 0,1-0,5 gradi celsius mentre un VEI 6 (Krakatau 1883, Pinatubo 1991)  anomalie superiori ai 0,5 gradi Celsius (wikipedia).
Conoscere l’indice di esplosività (VEI) e  il volume di tefriti (wikipedia) prodotto non è sufficiente per comprendere le modificazioni prodotte a livello climatico. Il fattore fondamentale è la quantità di aerosol vulcanico immesso in stratosfera.
Faccio l’esempio di due eruzioni VEI 6 avvenute nel 20° secolo il Pinatubo del 1991 che espulse circa 10 km cubici di materiale e il Katmai (Novarupta) del 1912 che produsse dai 13 ai 15 km cubici di materiale.
Ora se confrontiamo le due eruzioni con il primo grafico l’eruzione del Katmani fu meno rilevante per l’aerosol immesso in stratosfera  sia del Pinatubo che del San Elena (VEI5).
Le eruzioni con un alto indice VEI ( 7 o 8 ) sono ritenute le più catastrofiche. Ragionando esclusivamente in termini di materiale eruttato i VEI 7 e VEI 8 possono essere descritti come i supervulcani (wikipedia).
Con la seguente immagine mostro in termini visivi le differenze che ci sono in volume di tefriti eruttato espresso in kilometri cubici (KM³) di alcune delle principali eruzioni avvenute nella storia recente.

Se dovessimo analizzare la frequenza delle eruzioni in base al VEI otteniamo la seguente tabella:
VEI Tipo di eruzione Altezza della nube Frequenza Esempio
0 non esplosiva < 100 m ogni giorno Kilauea
1 moderata 100-1000 m ogni giorno Stromboli
2 esplosiva 1-5 km settimanale Galeras, 1992
3 violenta 3-15 km annuale Ruiz, 1985
4 catastrofica 10-25 km decennale Galunggung,1982
5 parossistica > 25 km secolare Mt Sant Elena 1980
6 colossale > 25 km secolare Krakatoa, 1883
7 super-colossale > 25 km millenaria Tambora, 1815
8 mega-colossale > 25 km Ogni 10.000 anni Yellowstone, 2 milioni anni fa
Il più recente dei fenomeni VEI 7 fu l’eruzione del Monte Tambora (Indonesia) avvenuta nel 1815 (Wikipedia). L’anno successivo (1816) viene ricordato come l’ anno “senza estate” o “l’anno morto di freddo”.

Le polveri fini eruttate dal Monte Tambora raggiunsero la stratosfera dove, trasportate dalle correnti d’aria, si sparsero su tutto il pianeta impedendo a una parte della radiazione solare di raggiungere il suolo.  Si ebbero conseguenze drammatiche per la scarsità dei raccolti  sia in Europa e che negli Stati Uniti d’America.
Una delle ultime attività vulcanica VEI 8 risale a circa  ~ 26500 anni fa l’eruzione Oruanui avvenuta al lago  Taupo, Taupo Volcanic Zone, North Island, Nuova Zelanda  in cui furono eruttati circa 1170 Km³ di materiale (Wikipedia).
Come esempio di VEI 8 porto l’eruzione del lago Toba ,a Sumatra, Indonesia -avvenuta circa  ~ 74000 anni fa (con un volume di  circa~ 2.800 km ³) . Questa eruzione immerse la Terra in un inverno vulcanico durato diversi anni.
Sul quando avverrà il prossimo VEI7 o VEI 8 nessuno scienziato può fare delle ipotesi certe ma si può ipotizzare dove si  svilupperà. Allego alcune delle zone in cui si potranno riscontrare fenomeni tanto distruttivi:

- Mount Aniakchak(Alaska,USA):
- Aso (Kyushu,Giappone):
L’isola è prevalentemente montuosa, e il più alto vulcano attivo giapponese, il Monte Aso (1592 m), si trova su Kyushu. Ci sono molti altri segni dell’attività tettonica, incluse numerose aree ricche di sorgenti calde. La più celebre di queste si trova a Beppu, lungo la costa orientale, e attorno al Monte Aso, nella zona centrale di Kyushu.
 
- Campi Flegrei (Campania, Italia)
I Campi Flegrei sono una vasta area di origine vulcanica situata a nord-ovest della città di Napoli; la parola “flegrei” deriva dal greco flègo che significa “brucio”, “ardo”. Nella zona sono tuttora riconoscibili almeno ventiquattro tra crateri ed edifici vulcanici, alcuni dei quali presentano manifestazioni gassose effusive (area della Solfatara) o idrotermali (ad Agnano, Pozzuoli, Lucrino), nonché sono causa del fenomeno del bradisismo (molto riconoscibile per la sua entità nel passato nel cd. tempio di Serapide a Pozzuoli).
Nel 2003, in attuazione della Legge Regionale della Campania n. 33 del 1.9.1993, è stato istituito il Parco Regionale dei Campi Flegrei.
Di seguito un elenco delle principali eruzioni, dei crateri spenti, dei vulcani e delle zone ancora attive, e dei picchi più facilmente riconoscibili nella morfologia dei luoghi, elencati in ordine cronologico di formazione:
  • Datazione dai 35.000 ai 10.500 anni fa:

     

     

    • Posillipo – Collina dei Camaldoli – Monti San Severino – Monte di Cuma – Monte di Procida
    • Capo Miseno (Bacoli)
    • Bacoli e Punta Pennata (Bacoli)
    • Monte Gauro (Pozzuoli)
    • Quarto Flegreo
  • Datazione dai 10.500 agli 8.000 anni fa:

     

     

    • Isola di Nisida (Napoli)
    • Montagna Spaccata (Quarto Flegreo)
    • Fondi di Baia e Golfo di Baia (Bacoli) [8.400 a.f.]
  • Datazione dai 8.000 ai 500 anni fa:

     

     

    • La Starza (Pozzuoli)
    • Monte Cigliano (Pozzuoli)
    • Agnano (Napoli) [4.400 a.f.]
    • Monte Olibano (Pozzuoli)
    • duomo trachitico dell’Accademia Aeronautica
    • Solfatara (Pozzuoli) [3.900 a.f.]
    • Lago d’Averno (Pozzuoli) [3.800 a.f.]
    • Cratere degli Astroni (Napoli) [3.700 a.f.]
    • Cratere Senga [3.700 a.f.]
    • Monte Nuovo (Pozzuoli) [1538]
  • Isole [da precisare]

     

     

    • Monte Epomeo (Isola d’Ischia)
    • Isolotto di San Martino (Monte di Procida)
    • Procida (diversi crateri: Chiaia, Carbonchio, Pozzovecchio)
    • Isola di Vivara
    • Golfo di Genito — tra Procida e Vivara
  • Piane indifferenziate:

     

     

    • Fuorigrotta (Napoli)
    • Pianura (Napoli)
    • Pisani (Napoli)
    • Soccavo (Napoli)
- Kikai Caldera (Ryukyu Islands,Giappone)
- Long Valley Caldera (California,USA)
 
- Monte Mazama (Oregon,USA) ora Crater Lake
- Lago Taupo(North Island, Nuova Zelanda)
Molti vulcani sono visibili presso il lago Taupo, il lago di grandi dimensioni in alto a destra, in questa immagine ortorettificate della Nuova Zelanda Isola del Nord. Seguendo il fiume Tongariro, uno dei principali affluenti del lago, a monte l’estremità inferiore del lago, si arriva ad un lago più piccolo noto come Lago di Rotoaira.
Tra i due laghi è il Monte Pihanga, un picco 1325m vulcanica a nord dell’isola vulcanica di Plateau. Un altro corpo d’acqua inferiori, il lago Rotopounamu, si trova al nord-ovest, ai piedi della montagna. Mt. Pihanga e il lago di Rotopounamu fanno parte del 5129 ha Pihanga Scenic Reserve, che nel 1975 è stato aggiunto al Tongariro National Park.
A sud del Monte Pihanga è il Monte Tongariro, un complesso vulcanico situato a 20 chilometri a sud-ovest del lago Taupo. E ‘la più settentrionale delle tre vulcani attivi che dominano il paesaggio della centrale di North Island. Questo massiccio vulcanico, spesso ci si riferisce come Tongariro, ha un’altezza di 1.978 metri.
Il vulcano è costituito da almeno 12 coni; Ngauruhoe, mentre spesso considerata come una montagna separata, è geologicamente uno sfogo di Tongariro. È anche il più attivo, dopo aver spuntato più di 70 volte dal 1839.
Proseguendo a sud di Ngauruhoe è Mount Ruapehu, uno stratovulcano attivo alla fine meridionale della Taupo Volcanic Zone. Si tratta di 23 chilometri a nordest di Ohakune e 40 chilometri a sudovest della riva meridionale del lago Taupo, in Tongariro National Park. Ruapehu è uno dei vulcani più attivi del mondo e il più grande vulcano attivo in Nuova Zelanda. E ‘il punto più alto dell’Isola del Nord e comprende tre picchi principali: Tahurangi (2.797 m), Te Heuheu (2.755 m) e Paretetaitonga (2.751 m). [http://www.eosnap.com/?tag=volcanoes&lang=it]
- Lago Toba (Sumatra, Indonesia)

 

Nel 1949 il geologo olandese Rein van Bemmelen dimostrò che il lago Toba è il risultato di una caldera vulcanica, completamente ricoperta di ignimbrite. Ulteriori ricerche dimostrano che le ceneri di riolite che l’eruzione emise si trovano sparse in un raggio di 3000 km. Esse interessano oltre all’isola di Sumatra anche la Malesia e l’India inoltre se ne trovano anche sul fondo dell’oceano Indiano e nel golfo del Bengala.
L’eruzione del supervulcano viene fatta risalire a 70-78mila anni fa. Essa è ritenuta una delle più catastrofiche degli ultimi 500 mila anni. Nella scala Volcanic Explosivity Index viene classificata con una magnitudo di 8. Secondo i ricercatori Bill Rose e Craig Chesner del Michigan Technological University, il volume del materiale eruttato era all’incirca di 2800 km³ di cui circa 2000 km³ di ignimbrite e 800 km³ di ceneri che seppellirono l’intera regione sotto numerosi metri di depositi. Si calcola che nella regione attorno al vulcano esse raggiunsero un’altezza superiore ai 400 metri e sedimenti di oltre 4 m sono presenti in molte regioni indiane.
L’eruzione ebbe luogo su più settimane e alla fine l’intera regione collassò lasciando un grande cratere che si riempì d’acqua e al centro una nuova montagna che oggi raggiunge i 1600 metri di altitudine e che forma l’isola di Samosir.

 

Sicuramente un simile evento lasciò delle ferite tremende in tutto l’ecosistema mondiale del tempo. Molti organismi vennero spinti sull’orlo dell’estinzione e da studi sul mitocondrio umano alcune ricerche suggeriscono che circa 75.000 anni or sono la specie umana fu ridotta a poche migliaia di individui. Questo collo di bottiglia nella numerosità della popolazione umana spiega in parte la scarsa variabilità genetica nella nostra specie. Alcuni ricercatori fanno risalire all’eruzione del Toba la causa scatenate di quella drastica riduzione. Questa teoria per ora non appare in contraddizione con le datazioni matrilineari dell’Eva mitocondriale e patrilineari dell’Adamo Y-cromosomale (Y-mrca). [http://it.wikipedia.org/wiki/Lago_Toba]
 

- Valle Grande (Nuovo Messico, USA) 

- Monte Warning (Nuovo Galles del Sud, Australia)
 
- Yellowstone Caldera (Wyoming, USA)
La Caldera di Yellowstone è un elemento di tipo vulcanico che si trova sotto il parco nazionale di Yellowstone. La caldera si trova a nord-ovest del Wyoming, in cui è situata la maggior parte dell’area del parco. Le misure della zona considerata vulcanica sono grandissime: 55 per 72 chilometri di estensione. La caldera è anche meglio conosciuta negli stati uniti come il supervulcano di Yellowstone, dopo che un documentario della BBC le attribuì questo nome.

Yellowstone, come le Hawaii, si pensa si trovi su una vasta area che in geologia viene denominata punto caldo, in cui lo strato di roccia fusa sottostante la crosta terrestre tende ad uscire fuori, molto similmente all’attività dei vulcani veri e propri. Si attribuisce a questo “supervulcano” la causa della formazione dello Snake River Plain, una sorta di Canyon situato tra lo stato del Wyoming, l’Idaho e l’Oregon. Nel corso di 17 milioni di anni la caldera ha generato una successione di violente eruzioni e colate di lava basaltica che hanno dato vita alla parte orientale dello Snake River Plain. Almeno una dozzina di queste eruzioni furono talmente violente da essere considerate supereruzioni. In realtà il supervulcano non è formato da una sola caldera, ma da più caldere vicine tra di loro. La più antica di queste è quella a cavallo tra McDermitt, Nevada e Oregon. Progressivamente si vanno estendendo alcune caldere di più recente formazione, e comprendono parte del Nevada, dell’Oregon e l’area orientale dello Snake River Plain, per terminare nello Yellowstone Plateau. Di queste, la Bruneau-Jarbidge caldera, nel sud dell’Idaho, si è venuta a formare tra i 10 e i 12 milioni di anni fa. L’eruzione che ne determinò la nascita uccise un altissimo numero di rinoceronti e altri animali che oggigiorno si trovano nell’area protetta di Ashfall Fossil Beds, a nord-est del Nebraska. Da allora si conta che almeno
Sebbene il termine “supervulcano” sembra si possa riferire alla grandezza del vulcano, in realtà è usato per descrivere la potenza di un’eruzione. Le tre più grandi eruzioni avvenute nell’area del parco di Yellowstone sono avvenute 2.1 milioni, 1.3 milioni e 640,000 anni fa. Da queste si formarono rispettivamente la Henry’s Fork Caldera, Island Park Caldera a la Yellowstone Caldera. Quella più potente in assoluto fu quella da qui si sviluppò la Island Park Caldera e la Huckleberry Ridge Tuff (un grande deposito di Tufo situato nel centro del Nord America).

- caldera del Mar Mediterraneo (Sicilia, Italia)

Sinceramente spero di non vedere nella mia vita la forza distruttiva di un VEI 7 o di un VEI 8.

A cura di Andrea B. 


link: http://daltonsminima.wordpress.com/2010/03/15/vulcani-e-clima/

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