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16 marzo 2013 6 16 /03 /marzo /2013 19:31

Le onde di Rossby sono note anche come “onde planetarie” poichè si manifestano su larga scala, influenzado il clima anche di regioni molto distanti dal luogo dell’evento.

Per capire come funzioni partiamo con l’esaminare la direzione dei venti prevalenti che spirano dalle alte latitudini all’equatore. il motivo di una tale suddivisione è inanzitutto data dalla presenza di 3 celle circolatorie poste per entrambi i 2 emisferi. Se la terra non ruotasse su se stessa si ricontrerebbe una risalita meridiana delle correnti che dall’equatore risalirebbero al polo in quota, per poi sprofondare ai poli e ritornare in superficie verso l’equatore. Ma come ben sappiamo la terra ruotando su se stessa produce la cosidetta forza di Coriolin che è massima all’equatore e minima ai poli per il semplice fatto che è proprio l’equatore a girare più velocemente rispetto ai poli praticamente fissi. La forza di coriolin agisce sui venti che si spostano su scala planetaria, che vengono deviati verso destra nel nostro emisfero, verso sinistra nell’emisfero opposto.

Il risultato di tutto ciò alle nostre latitudini sono le cosidette onde planetarie, meglio note come onde di Rossby, il flusso meridiano indotto il primis dalla differenza di energia termica che si crea tra l’equatore e i poli, per ovvi motivi di insolazione, subisce una deviazione Occidentale, mentre il flusso freddo discendente dalle alte latitudini dubisce una deviazione Orientale.
Tra le due grosse masse d’aria scorre in genere lo Jet Stream polare che trasporta il flusso perturbato occidentale e lo Jet Sream subtropicale.
In genere uno spostamento di grandi masse d’aria dai tropici verso le alte latitudini si traduce al suolo come potenti promontori anticiclonici che invadono latitudini normalmente soggette a ciclogenesi, mentre una grossa massa d’aria che dalle alte latitudini si sposta verso le latitudini inferiori, si traduce al suolo come una circolazione depressionaria che si sposta verso latitudini normalmente temperate.
Tali meccanismi sono fondamentali a livello climatico poichè producono grossi scambi termici tra le alte e le basse latitudini, se così non fosse i poli tenderebbero a divenire sempre più freddi, mentre i tropici sempre più caldi.
Esiste comunque un’altro genere di onda planetaria, detta onde di Bjerknes, meglio note come onde corte.
Sovrapposti ai meandri planetari del vento, esistono altre ondulazioni, leggermente più piccole, che prendono il nome di onde sinottiche. Di queste ondulazioni minori ce ne sono mediamente da sei a otto in un emisfero ed esse nascono e si sviluppano a seguito di piccole inomogeneità nella temperatura e pressione atmosferica sulle onde planetarie maggiori. Le ondulazioni sinottiche rientrano nella classe delle onde lunghe e, alcune volte, vengono anche chiamate onde di Rossby.
In genere nel nostro emisfero si presentano molto più stabili per la maggior alternanza tra oceani e continenti al suolo, il che produce contrasti termici considerevoli tra le due tipologie di aree prese qui in questione.
I motivi per cui il vortice polare dell’emisfero nord risulta più disturbato, sono dovuti alle caratteristiche topografiche su grande scala (le montagne rocciose e il complesso dell’ Himalaya) e ai contrasti terra-oceanici, fattori che generano le onde planetari.

Effetti sull’Ozonosfera delle onde planetarie:
Le onde di Rossby sono significative dell’aumento della BDC e, come spiegato prima, causano un vortice polare più debole e quindi di temperature polari più calde. Le onde planetarie stazionarie quando si propagano verticalmente fino a rompersi nella stratosfera polare, causano improvvisi riscaldamento (warming).Nella figura qui sopra si può notare come l’onda planetaria si propaghi dalla troposfera (linea bianca sottile sotto i 16km) fino alla stratosfera. Tali forcing provengono quindi dal basso verso l’alto, tramite l’aria che con l’altezza diventa meno densa, ne consegue che all’aumentare della quota l’onda planetaria aumenta la sua ampiezza. Questo spiega come ondulazioni troposferiche apparentemente piccole, in media-alta stratosfera raggiungano ampiezze ragguardevoli.
L’onda è illustrata dalla freccia nera lungo l’asse del nucleo del VP, poi si piega verso i tropici. La linea bianca rappresenta la BDC. Il riscaldamento è la conseguenza del forcing troposferico: l’onda rallenta il VPS (nella regione circondata dalla linea blu) “depositando” una circolazione orientale (moto easterly) nel VPS che logicamente possiede correnti zonali (westerly).
La dispersione dell’onda si presenta tramite un processo che ricorda l’infrangersi delle onde del mare. In modo analogo, infatti, le onde atmosferiche assumono grandi dimensioni e la conseguente rottura è frutto della miscelazione della corrente proveniente dalla zona equatoriale (line rossa). Questo scambio provoca la rottura dell’onda, apportando cambiamenti notevoli alla concentrazione dell’ozono.
E’ corretto affermare quindi che riscaldamenti stratosferici sono causati da forcing troposferici. Questi warming sono il risultato dello spostamento del vortice polare da una circolazione approssimativamente simmetrica al polo, ad una circolazione che è asimmetrica ad esso.
Nella figura qui sopra si può notare come l’onda planetaria si propaghi dalla troposfera (linea bianca sottile sotto i 16km) fino alla stratosfera. Tali forcing provengono quindi dal basso verso l’alto, tramite l’aria che con l’altezza diventa meno densa, ne consegue che all’aumentare della quota l’onda planetaria aumenta la sua ampiezza. Questo spiega come ondulazioni troposferiche apparentemente piccole, in media-alta stratosfera raggiungano ampiezze ragguardevoli.
L’onda è illustrata dalla freccia nera lungo l’asse del nucleo del VP, poi si piega verso i tropici. La linea bianca rappresenta la BDC*. Il riscaldamento è la conseguenza del forcing troposferico: l’onda rallenta il VPS (nella regione circondata dalla linea blu) “depositando” una circolazione orientale (moto easterly) nel VPS che logicamente possiede correnti zonali (westerly).

La dispersione dell’onda si presenta tramite un processo che ricorda l’infrangersi delle onde del mare. In modo analogo, infatti, le onde atmosferiche assumono grandi dimensioni e la conseguente rottura è frutto della miscelazione della corrente proveniente dalla zona equatoriale (line rossa). Questo scambio provoca la rottura dell’onda, apportando cambiamenti notevoli alla concentrazione dell’ozono.
E’ corretto affermare quindi che riscaldamenti stratosferici sono causati da forcing troposferici. Questi warming sono il risultato dello spostamento del vortice polare da una circolazione approssimativamente simmetrica al polo, ad una circolazione che è asimmetrica ad esso.

*BDC= circolazione dell’ozono.
L’ozono infatti essendo una gas, è soggetto alla dinamica dei venti zonalei stratosferici, questo produce dunque anche una circolazione generale dell’ozonosfera che può subire variazioni d’intensità indotte dall’attività solare in corrispondenza allo stato dell’indice QBO.
Variazioni di questo genere vengono in genere misurate con l’indice BDC.

Fonte di ricerca: Meteo Triveneto (solo per descrivere lo schema sovra postato).

Le onde planetarie o di Rossby sono le più grandi presenti nell’atmosfera e nel mare e, a causa della loro lentezza, sono importanti per le previsioni stagionali. Infatti la loro scala dei tempi e dell’ordine di 20-40 giorni, e spesso, nell’emisfero boreale, sono quasi stazionarie a causa dell’alternanza dei continenti con le loro montagne e dei mari che ne condizionano la fase. Queste onde sono importanti in quanto sono la guida d’onda delle perturbazioni meteo climatiche, collegando (teleconnettendo) regioni a voltemolto distanti. Mediante un modello barotropico e baroclino dell’atmosfera, si stanno studiando le ondedi Rossby nella regione Euro-Atlantica, con l’obbiettivo di studiare la propagazione ed i tempi di arrivo nella regione Mediterranea delle perturbazioni Atlantiche. Inoltre, si stanno studiando le anomalie climatiche nelle regioni tropicali e le loro possibili teleconnessioni con la regione Mediterranea, fra cui il monsone Africano, in relazione alla estensione in estate dell’anticiclone libico sul Mediterraneo.

L’obiettivo generale è quello di studiare le anomalie climatiche della regione Mediterranea indotte da anomalie in regioni remote via teleconnessioni diretta delle onde di Rossby, o indiretta di anomalie meteo climatiche che usano le onde di Rossby come guida d’onda. Nel periodo invernale, la regione Euro-Mediterranea è sotto l’influsso dell’oceano Atlantico. Nella stagione fredda, l’onda planetaria in uscita dal continente Nord Americano porta le tempeste, e quindi anche le precipitazioni, verso l’Europa nord occidentale o verso il Mediterraneo. L’intensità delle correnti atmosferiche associate a questa onda dipende dal gradiente termico tra le regioni tropicali ed le regioni polari, mentre la fase dipende dalla differenza termica tra le regioni orientali del Canada e le acque della corrente del Golfo. Per esempio, un lieve cambiamento della fase di questa onda può significare un inverno relativamente secco omolto piovoso in Mediterraneo.Nel periodo estivo il gradiente termico tra le regioni tropicali e le regioni polari è minore,per cui la circolazione planetaria è meno intensa, per cui diventano importanti le teleconnessioni della regione Mediterranea con le regioni tropicali o subtropicali. Di particolare importanza per il Mediterraneo sono il monsone Asiatico ed il monsone Africano, e le anomalie di temperatura superficiale degli oceani.
L’attività di ricerca: è stato sviluppato un modello di circolazione atmosferica planetaria sulla sfera. Il modello nella sua forma spettrale ha cinque livelli in verticale, ed è integrato numericamente per lo studio degli aspetti non lineari. Il modello ha una sua forma semplificata, in approssimazione barotropica, che è integrato analiticamente. Con questo modello si stanno studiando le strutture delle onde planetarie, e la propagazione delle perturbazioni climatiche che su di esse viaggiano.Lo studio viene effettuato con l’obiettivo di calcolare i tempi e le traiettorie di queste perturbazioni in funzione della loro dimensione e posizione in relazione alla intensità del flusso atmosferico zonale e della fase dell’onda portante.

Fonte di ricerca: Ibimet.cnr.it

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13 marzo 2013 3 13 /03 /marzo /2013 23:06

L’aria fredda proveniente da nord/est sta irrompendo proprio in queste ore nel Mediterraneo, e lo fa tramite la Valle del Rodano: proprio nella Francia centro/meridionale, infatti, si sono attivati forti venti di tramontana che stanno spingendo le masse d’aria gelide che nelle scorse ore hanno invaso l’Europa, verso il Mare Nostrum. Stasera i venti più intensi hanno raggiunto raffiche di 126km/h a Cap Bear, 106km/h a Leucate, 100km/h a Perpignan, 93km/h a Istres,  a Salon-de-Provence, 84km/h a Orange, 68km/h a Montélimar, i primi impulsi freddi sono già entrati sul bacino centro-occidentale del Mediterraneo, tramite il soffio del “mistral”, che si è appena attivato con forti raffiche lungo il delta del Rodano e il golfo del Leone. Su Marsiglia spira un intenso vento da NO e N-NO, con raffiche che superano la soglia dei 60-70 km/h, che stanno provocando un drastico calo dei valori termici. In questo momento il termometro è sceso sotto la soglia dei +4°C +3°C, segno del graduale ingresso della massa d’aria d’origine artica nei bassi strati. Aria fredda che andrà ad alimentare la giovane ciclogenesi che si sta sviluppando attorno la Sardegna. Nel corso della prossima nottata questi impulsi freddi, in uscita dal Rodano, si muoveranno molto rapidamente in direzione delle Baleari, mar di Corsica e mar di Sardegna, attivando forti venti di maestrale che assumeranno carattere di burrasca di forte intensità entro la mattinata di domani, visto il fittissimo “gradiente barico orizzontale” che si creerà sui Canali che circondano le isole maggiori. A partire dalla notte questi forti venti di maestrale investiranno anche la Sardegna, e da domani mattina la Sicilia, come abbiamo già dettagliatamente descritto nelle nostre previsioni. L’arrivo del forte vento combacerà con l’ingresso delle masse d’aria che faranno crollare le temperature.Vista dell’imminente arrivo d’aria fredda, il meteorologo Massimiliano Pasqui, dell’Istituto di Biometeorologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ibimet-Cnr) spiega nel dettaglio le modalità della nuova ondata di gelo: “un flusso di aria in arrivo dall’Atlantico ha portato sull’Italia pioggia in alternanza alle schiarite in particolare sui settori tirrenici centro meridionali, lasciando fino ad oggi le temperature nella media stagionale. Il giorno di snodo – puntualizza il ricercatore – sarà tra questa sera e la giornata di domani quando un importante perturbazione di origine subpolare investirà lo stivale portando un abbassamento significativo della temperatura e nevicate anche in bassa quota al Nord. La perturbazione poi venerdì ì si affaccerà al sud dove resterà fino a domenica.” Le prime piogge a carattere diffuso, legate al ramo caldo dell’ampio sistema frontale che sta sorgendo fra le Baleari, la Sardegna ed il Tirreno occidentale, hanno raggiunto la Sardegna, la Sicilia e le regioni del medio-basso Tirreno, dove i cieli si mantengono molto nuvolosi o coperti, con delle associate piogge e rovesci. Ma il clou del maltempo, nel corso della giornata di domani, si concentrerà sulle regioni meridionali, ed in particolare fra la Calabria tirrenica e il nord della Sicilia, dove per tutto il pomeriggio, la serata e la nottata successiva, con lo spostamento della profonda circolazione depressionaria verso la Puglia e il basso Adriatico, si succederanno piogge, rovesci e manifestazioni temporalesche, esaltate sia dallo sfondamento dell’aria molto fredda a tutte le quote che dal “forcing” orografico imposto dai rilievi calabresi e siciliani al forte flusso occidentale nei medi e bassi strati (alla base meridionale della profonda ciclogenesi, stimata sui 984 hpa).

Mari molto agitati fino a localmente grossi i Canali attorno le isole maggiori

Ma oltre alle intense precipitazioni, che assumeranno carattere temporalesco fra Calabria e Sicilia settentrionale, bisognerà fare i conti anche con venti piuttosto forti (a seguito del fronte freddo), da O-NO e Ovest, che dalla Sardegna si spingeranno molto rapidamente verso il basso Tirreno e la Sicilia, sferzando dalla serata l’intera isola, con raffiche che potranno superare la soglia dei 70 km/h, con picchi di oltre gli 80 km/h (o anche più sui litorali meglio esposti a occidente) sul trapanese, palermitano e arcipelago eoliano.

I venti piuttosto intensi, da Ovest e O-NO, che faranno seguito alla profonda ciclogenesi in allontanamento verso il nord della Grecia, continueranno a spirare in modo piuttosto intenso, oltre la soglia d’attenzione fra la Sardegna, la Sicilia e la bassa Calabria, fino alla tarda mattinata di venerdì. I mari di conseguenza si presenteranno da agitati a molto agitati, fino a localmente grossi (forza 7 sulla scala Douglas) a largo il mar di Sardegna, Canale di Sardegna e Canale di Sicilia, con onde di “mare vivo” che potranno superare i 5.0-6.0 metri di altezza. L’imponente moto ondoso provocherà l’interruzione dei collegamenti marittimi con le isole minori, in particolare con le Pelagie, Pantelleria, Ustica e le Eolie.

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28 febbraio 2013 4 28 /02 /febbraio /2013 18:21

Nuova ERUZIONE dell'Etna, fuoriuscita di fontane di LAVA alte più di 100 metri. Resta attivo, al...

Quando un vulcano decide di dare spettacolo, l' Entna è sicuramente il più vivace e preoccupante. Nonostante ci siano misure di sicurezza e controlli accurati degli enti preposti alla sua sorveglianza, nuovamente si fà largo la sua eruzione imminente che sarà sicuramente più fragorosa e magnificente.Siamo nella fase in cui le eruzioni si susseguono ogni 5-6 giorni. Di solito questo andamento precede un’eruzione importante”. Parla con la sicurezza dello studioso Salvatore Giammanco, ricercatore della sezione di Catania dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Ricercatore e attento osservatore dei segnali emessi dalle postazioni collocate dall’INGV sul monte Etna e nella Valle del Bove, che degrada verso la costa orientale-jonica della Sicilia. “Abbiamo registrato un aumento del tremore vulcanico circa tre ore prima dell’attività stromboliana”. Intorno alle 10 di ieri il vulcano si è illuminato, con lingue di fuoco pirotecniche, visibili anche da Barcellona Pozzo di Gotto, circa 50 km a nord dell’Etna. “Le eruzioni si vedono da tutta l’isola: l’Etna è alto 3330 metri”, precisa sorridendo Giammanco.

 

DA GENNAIO DI QUEST’ANNO ERUZIONI SEMPRE PIU’ FREQUENTI
Vi è una ciclicità negli ultimi fenomeni attivi dell’Etna. “Da una al mese, nei primi sei mesi dell’anno, si è passati a una eruzione ogni 15 giorni e, ora, a una ogni 5-6 giorni e durano circa un paio d’ore. E’ il segnale evidente di una ripresa massiccia dell’azione eruttiva del vulcano, normalmente invece caratterizzata da emissioni di gas o da attività stromboliana”. ‘Attività stromboliana’ è un termine scientifico che sta ad indicare “una sequenza ritmica e continua di esplosioni all’interno del cratere”. Il magma, che fonde a una temperatura tra i 1050 e i 1100 gradi centigradi, si muove nelle viscere e genera gas che portano alla fuoriuscita di fontane di lava alte, mediamente, in eventi di questo tipo, 500-600 metri oltre la sommità del cratere in eruzione . “La ‘fontana’ più alta la misurammo il 4 settembre del 1999, quando raggiunse 2 km di altezza”, spiega Giammanco. “Le ceneri, invece, sotto la spinta termica, per effetto delle correnti convettive atmosferiche e dei gas sprigionati si spingono anche oltre i 20 km di altezza”. Fumi densi, di colore grigio nero, carichi di polvere incandescente, raffreddata a contatto con l’aria più fredda, che finiscono spesso per offuscare la visione dello spettacolo eruttivo. E che soprattutto riversano a terra tonnellate di cenere, con la conseguente chiusura dell’aeroporto di Catania e gli inevitabili disagi in città e nelle zone limitrofe, per la popolazione e le colture. Sono circa 900 mila gli abitanti interessati dall’attività dell'Etna.


LE ERUZIONI SI POSSONO PREVEDERE
“L’Etna in questi giorni scarica in media tra i 700 mila e 1 milione di metri cubi di lava per ogni eruzione”. Sono numeri grandi, che stupiscono. “Ma non è niente. Un’eruzione importante arriva a riversare varie decine e talora centinaia di milioni di metri cubi di lava fuori dal vulcano”, tiene a precisare Giammanco. Dunque quella attesa a breve avrà una portata simile? “In base alle nostre previsioni sì”. I terremoti non si possono prevedere, le eruzioni dei vulcani sì? “Certamente. Voglio sfatare una volta per tutte questa opinione: l’uomo è in grado di prevedere le eruzioni dei vulcani, magari con poche ore di anticipo, ma può farlo”, afferma con tono apodittico Salvatore Giammanco. Allora anche quella del vulcano islandese che ha paralizzato per settimane i voli di mezzo emisfero. E quando dovrebbe avvenire la prevista ,imponente eruzione dell’Etna? A giorni o tra qualche mese? La risposta giunge al termine di una serie di domande rivolte al nostro studioso per chiarire meglio l’origine di questi fenomeni e ciò che ci si deve ancora aspettare da ‘A Muntagna, come i siciliani chiamano il loro vulcano.


L’Etna nasce dallo scontro tra la placca euroasiatica che spinge da nord e la placca africana che spinge da sud.
E’ vero. Viene spesso rappresentato come uno scontro frontale, ma è anche laterale. Più esattamente, la placca africana tende ad andare sotto quella euroasiatica.


Quando c’è un’eruzione vuole dire che c’è stato o c’è contemporaneamente anche un movimento delle placche?
Non è proprio così. Il magma si forma per il movimento delle placche, ma, una volta formato, ha vita propria. Certamente, se vi è stato uno spostamento delle placche anche molto tempo prima, questo può dare le sue conseguenze sulla struttura endogena del vulcano.


Questo cosa vuol dire?
Che a seguito del movimento delle placche si possono formare fratture e spazi vuoti nella crosta terrestre, diciamo per semplificare. Il mantello terrestre, un composto semifluido e plastico, che si trova normalmente a 30 km di profondità, va a finire in questi spazi vuoti e fonde, perché da una situazione di alta pressione passa a pressioni più basse. Per dare meglio l’idea, è come una bottiglia di spumante, che resta chiusa grazie alla pressione, forte, del tappo. Una volta tolto, la pressione si abbassa e lo spumante esce. Ecco, diciamo che quando la crosta cede c’è una “stappatura” del mantello e si forma il magma.


Che a un certo punto deve uscire. Come fa?
Nel caso dell’Etna, sale dai condotti vulcanici, normalmente quelli centrali, ma occasionalmente anche da quelli eccentrici, cioè totalmente separati dai condotti centrali. I crateri sommitali sono espressione della risalita del magma dai condotti centrali. Attualmente i crateri in cima sono quattro: la Voragine e la Bocca Nuova, che si sono formate all'interno del Cratere Centrale rispettivamente nel 1945 e 1968, il Cratere di Nord-Est, che esiste dal 1911 che è attualmente il punto più alto dell'Etna (3330 m), e infine il Cratere di Sud-Est, nato nel 1971, che è quello che sta dando vita alle attuali fasi eruttive.


Se la quantità di magma non viene smaltita all’esterno che succede?
Il magma quando si accumula spinge e di solito esce dalle parti più deboli dell’Etna, qual è in particolare il versante jonico. Ma attenzione, se la quantità di magma non ce la fa ad uscire dai crateri centrali, il vulcano si può spaccare anche lateralmente. E può essere distruttivo.


Perché il versante jonico è il più debole?
L’Etna ha 500 mila anni di vita. E non è sempre stato lì. L’Etna moderno è il risultato dell’edificazione e del successivo smantellamento di una ventina di precedenti vulcani. In passato, fino a circa 12 mila anni fa, era alto 4400 metri. Poi ci fu un’eruzione devastante che distrusse mille metri della sommità del vulcano


E’ il cratere di Sud-Est che rende l’Etna più debole?
E perché in questo momento è il più attivo? Perché si colloca all’intersezione di due grosse strutture di faglia, che regolano di fatto la vita del vulcano. Mi spiego. Il magma risale attraverso due faglie principale una diretta verso sudest, l’altra verso nordest. Le due faglie si incrociano proprio sotto il cratere di Sud-Est. E dunque questa parte è più debole perché qui il magma può raggiungere più facilmente la superficie. Da considerare, che il versante di sudest dell’Etna “frana” di alcuni millimetri ogni anno verso il mare. Comunque, noi continuiamo a dire che l’Etna sta eruttando dal cratere di Sud-Est, ma si tratta in realtà di una nuova bocca eruttiva, formatasi nel 2009, e spostata più in direzione Est, verso il mare.


Le eruzioni sono accompagnate da scosse telluriche?
Non sempre. Per esempio, nel 2001, 2002 e nel 2008, per citare i casi più recenti, abbiamo registrato anche numerose e forti scosse di terremoto, avvertite dalla popolazione, ma solo perché si è trattato di eruzioni laterali, che si hanno cioè, come dicevamo, solo quando il magma apre una nuova via di fuga sul fianco del vulcano.


Dunque, il terremoto non si può prevedere, le eruzioni dei vulcani sì.
Noi come INGV abbiamo stazioni sismiche e stazioni Gps che permettono di seguire il percorso del magma verso la superficie. Poi, ci sono le stazioni che misurano la fuoriuscita di anidride solforosa dalla cima dell’Etna, primo segnale dell’arrivo di un nuovo quantitativo di magma. Ripeto, l’uomo può prevedere le eruzioni. E in effetti, noi mandiamo dei comunicati alla Protezione civile, alle Prefetture e agli organi competenti con ore, molte ore di anticipo rispetto al fenomeno eruttivo. Quindi, parlano le carte.


In caso di eruzione importante dell’Etna, quali rischi corre la popolazione?
I rischi per la popolazione sono praticamente nulli, dato che le eruzioni etnee sono ben "annunciate" e, anche nel peggiore degli scenari, danno il tempo di prendere i necessari provvedimenti. Si tratta comunque di rischi legati essenzialmente all'invasione da parte di colate laviche, che quindi mettono a repentaglio le proprietà terriere e le abitazioni.


Quali sono i comuni più esposti?
Sono quelli del versante meridionale del vulcano (ad esempio, Ragalna, Belpasso, Nicolosi) ed alcuni del versante orientale (Zafferana Etnea, Fornazzo, Sant'Alfio), che sono cioè quelli più prossimi alla zona sommitale del vulcano (anche se ne distano circa 10-15 km). C'è poi il rischio da ricaduta di ceneri e lapilli vulcanici, che riguarda praticamente tutti i comuni del versante meridionale e di quello orientale del'Etna. In quest'ultimo caso, tuttavia, i danni sono limitati e al più si tratta di avere l'incomodo di ripulire tetti e strade.

Sarà necessario procedere all’evacuazione di alcune zone?
I piani di evacuazione vengono predisposti dal Dipartimento di Protezione Civile a vari livelli (comunale, provinciale e regionale, nonché nazionale nel caso di eventi particolarmente forti); per quanto mi risulta i piani di evacuazione esistono per tutti i centri abitati dell'area etnea già da tempo, anche se come già detto prima per fortuna negli ultimi decenni non c'è stato bisogno di metterli in pratica.

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12 febbraio 2013 2 12 /02 /febbraio /2013 22:46

L’Italia è stata colpita nei giorni scorsi dalla “Super-Nevicata” di cui abbiamo parlato a lungo (in quest’articolo foto, dati e riepilogo); il maltempo, però, non s’è ancora esaurito e anzi sta colpendo duramente il sud Italia con forti temporali e nevicate sui rilievi. Anche nei prossimi giorni avremo ancora maltempo, soprattutto al sud ma non solo: come evidenziano le mappe Beram, tra mercoledì sera e giovedì mattina anche nelle Regioni Adriatiche avremo ancora precipitazioni con nevicate fin a quote molto basse soprattutto tra Marche ed Emilia Romagna. Insomma, ancora due giorni di maltempo a causa della profonda perturbazione che da domenica sera sta sferzando il nostro Paese, dopo quello che era già stato un weekend gelido e nevoso al sud.
Insomma, l’inverno sta facendo la voce grossa e continuerà a farla anche nei prossimi giorni in cui il tempo sarà bello solo al nord/ovest dove le schiarite notturne faranno crollare le temperature fino a -10°C e oltre grazie all’effetto albedo, in quanto l’intero suolo dell’Italia settentrionale è ricoperto da neve. Neve che è abbondante anche al centro/sud nelle zone interne e fin dalle basse quote, dove il manto crescerà ancora nelle prossime 48 ore. Nel weekend, poi, il clima rimarrà fresco in tutto il Paese e anche instabile al centro/sud per l’arrivo di una nuova perturbazione di origine Atlantica, più debole ma comunque foriera di piogge sparse e nevicate sui rilievi.
Proprio nel weekend, però, si concretizzerà quel cambio di circolazione su scala continentale di cui parliamo da tempo: l’anticiclone delle Azzorre andrà a bloccare il flusso zonale atlantico e si attiverà una circolazione antizonale con un freddo respiro orientale sull’Italia. Per la prima volta dall’inizio della stagione si interromperanno le umide correnti oceaniche e saranno sostituite da un più freddo e secco respiro orientale: al momento non sembra che, almeno fino al 20 febbraio, avremo intense ondate di gelo sul nostro Paese, ma questa circolazione manterrà un freddo alito balcanico sempre attivo sull’Italia con costanti anomalie termiche negative con impulsi d’aria fredda che scenderanno da nord/est alimentando fenomeni di instabilità diffusa soprattutto nell’Adriatico e al sud. Con questa nuova situazione barica, però, è probabile che poi nella terza decade del mese il Burian Siberiano possa arrivare davvero! Occhi aperti, quindi, l’inverno è ancora nel suo periodo “clou” e freddo e neve saranno sicuramente ancora protagonisti, nonostante la stagione sia stata già molto rigida e nevosa sin dai primi giorni di dicembre e quindi ormai da due mesi e mezzo! Ecco le mappe per i prossimi giorni, con un nucleo gelido a un passo dall’Italia la prossima settimana:

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8 febbraio 2013 5 08 /02 /febbraio /2013 22:58

La tempesta di neve e vento piu’ violenta che si potrebbe abbattere sulla costa nordorientale degli Stati Uniti dal 1978, quando la ‘Great Blizzard’ fece oltre 50 morti. A New York e Boston – dove vento e pioggia mista a ghiaccio imperversano dalle prime ore del pomeriggio – le autorita’ hanno proclamato lo stato di emergenza, chiudendo scuole, uffici pubblici e parchi, e invitando la popolazione a non uscire di casa e a non mettersi in viaggio per nessun motivo. Il governatore del Massachusetts, Patrick Deval, ha chiuso tutte le strade, cosa che non succedeva dal ’78: e chi violera’ il divieto – ha scritto in un’ordinanza – rischia fino a un anno di carcere, oltre a una salatissima sanzione. Sono sette in tutto gli Stati in cui e’ scattata l’allerta: Connecticut, Massachusetts, New Hampshire, New Jersey, New York, Rhode Island e Vermont. Sono attese nevicate – spiegano i metereologi – che potrebbero seppellire interi centri abitati, con venti da 50 a 75 chilometri orari. L’ America si prepara per quella che da molti e’ stata definita la nevicata del secolo, dopo che il Servizio Metereologico Nazionale ha lanciato l’allarme per l’arrivo di Nemo, questo il nome dato dai media alla nevicata di proporzioni storiche che investera’ i sette Stati americani di New York, New Jersey, Connecticut, Massachusetts, Rhode Island, New Hampshire e Maine. Nel New Wngland sono stati cancellati piu’ di 3000 voli e sono previste nevicate che secondo i calcoli porteranno 30 cm di neve a New York e fino a 95 cm a Boston.

 Anche Il Segertario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha fatto tornare a casa tutti i dipendenti della sede di New York, dopo che il Servizio Metereologico ha fatto sapere che le condizioni potebbero rivelarsi seriamente proibitive, dato l’incrociarsi di due fenomeni: alla neve potebbero infatti aggiungersi degli uragani nella costa, che riportano alla memoria degli americani la tragedia dell’uragano Sandy, che pochi mesi fa ha distrutto molte zone del New Englad uccidendo 132 persone. Nella città di New York – ha twittato la municipalità – ci sono 6.300 miglia di strade su cui stanno per essere riversate 250.000 tonnellate di sale per prevenire così il depositarsi della neve. In pratica è come se si effettuasse un viaggio di andata e ritorno da New York City a Los Angeles (California). “State lontani dalle strade, non usate l’auto, state a casa” ha detto in conferenza stampa il sindaco di New York Michael Bloomberg, pesantemente criticato nel dicembre 2010 a causa di una lenta risposta alla tempesta di neve che allora colpì la città. Persino a Wall Street, che continua a lavorare come se nulla fosse, i volumi di scambio sono più contenuti della media, segno che molti trader hanno deciso di lasciare il floor del New York Stock Exchange – la borsa – per mettersi al riparo. Immediatamente il ricordo va all’uragano Sandy, che colpì a fine ottobre scorso lasciando Wall Street chiusa per due sedute. Fu la prima volta in oltre 120 anni che gli scambi rimasero bloccati per più di un giorno a causa di motivi metereologici.

 E proprio con il triste ricordo di Sandy ancora vivido, in molti temono un déjà vu. Bloomberg ha infatti anticipato che le zone più esposte alle coste potrebbero vedere l’acqua crescere di nuovo. Interruzioni di elettricità non sono escluse. L’effetto economico della bufera di neve si è tradotto immediatamente in un rialzo dei prezzi dei carburanti, ai massimi dell’anno. Le code ai benzinai per riempire il carburante della propria auto sono diventati una scena che ancora una volta si ripete, in barba alle rassicurazioni di Bloomberg, secondo cui le scorte non mancano. Entro domani, New York City potrebbe essere ricoperta da un manto di neve spesso 25-35 centimetri ma a Boston si potrebbero toccare i 71 centimetri con venti che potrebbero sfiorare i 100 chilometri orari. Le condizioni climatiche che stanno colpendo il nord-est degli Stati Uniti sono frutto di due diverse perturbazioni che, scontrandosi, generano la forte bufera di neve. Quest’ultima potrebbe rubare il primato registrato nel 1978 in New England, quando oltre 70 centimetri di neve ricoprirono la Regione composta dagli Stati del Maine, New Hampshire, Vermont, Massachusetts, Rhode Island e Connecticut. Quella tempesta, avvenuta nel pieno della settimana, provocò decine di morti e messo al tappeto l’intera area per giorni. Questa volta le autorità competenti dicono di essere pronte ad affrontare la situazione.

E l' Italia? A quanto si è vissuto sul territorio, il clima sembra giocare con il territorio, ove sole e bel tempo si alternano con crolli termici e sfuriate invernali. Ma dopotutto...siamo ancora in inverno.

anche il nord Italia si prepara a vivere una grande nevicata: dobbiamo ancora trascorrere tutto il weekend, un weekend molto interessante in cui, come abbiamo già spiegato, si verificheranno nevicate anche abbondanti fino a bassa quota al centro/sud, ma non possiamo non parlare di quanto accadrà tra lunedì 11 e martedì 12 febbraio, quando un poderoso peggioramento Atlantico determinerà un nuovo peggioramento delle condizioni meteo su tutt’Italia, dapprima al nord/ovest, poi al nord/est e al centro e infine, martedì 12, nuovamente al sud. Il tutto con la prospettiva del burian dopo metà mese e un bel ricordo del freddo dell' anno passato. Ma andiamo con ordine e proviamo a focalizzarci sull’evento di lunedì/martedì: la profonda perturbazione rischia di provocare nevicate davvero eccezionali su gran parte del centro/nord, e soprattutto in Liguria, Piemonte, Emilia, Lombardia, Veneto e Friuli, ma anche in Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo sui rilievi appenninici, fino a bassa quota, ma anche su coste e pianure nelle prime ore della notte e della mattinata di lunedì.
Secondo gli ultimi aggiornamenti, la zona più colpita dalle precipitazioni sarà quella del nord/est, tra Veneto e Friuli, dove potrebbero verificarsi nevicate davvero storiche ed eccezionali soprattutto tra Belluno, Pordenone e Udine, che rischiano di vedere oltre 60-70cm di neve al suolo, un accumulo che sarebbe epico per queste località! Ma anche a Vicenza, Trento, Bolzano, Treviso e Gorizia nevicherà in modo copioso, con accumuli superiori ai 25-30cm, mentre Venezia e Trieste molto probabilmente rimarranno nel limbo di pioggia mista a neve con qualche sottile imbiancata. Più a ovest, la neve cadrà abbondante anche su tutta la Lombardia e su Verona. Proprio tra Bergamo, Brescia e Verona ci si possono aspettare accumuli superiori ai 50cm, anche in questo caso eccezionali, mentre Milano potrebbe sfiorare il mezzo metro, che senza ombra di dubbio verrà superato tra Varese, Como, Lecco e Monza. Invece Novara, Vercelli, Pavia e Lodi dovrebbero vedere circa 40cm di neve. In Piemonte nevicherà soprattutto nelle zone meridionali della Regione, con possibili accumuli vicini al mezzo metro su Asti e Alessandria, mentre Cuneo e Torino dovrebbero attestarsi sui 20cm. In Emilia, la neve cadrà copiosa su Parma, Piacenza e Reggio, mentre Modena e Bologna sono al limite anche se sicuramente in una prima fase vedranno la “dama”. Attenzione alla Liguria: tra Genova, Savona e Imperia si rischiano accumuli molto abbondanti, addirittura fino a 25-30cm sulla costa, ma le nevicate più importanti si verificheranno sui rilievi delle Cinque Terre e dello Spezzino, con oltre 70-80cm di neve lì dove gli accumuli saranno significativi non proprio dal livello del mare, a La Spezia, ma quasi, a partire dai 50-100 metri di quota.
Nevicate eccezionali si verificheranno anche sull’Appennino Tosco/Emiliano e soprattutto tra le province di Massa e Carrara, Lucca e Pistoia, dove sui rilievi cadranno più di due metri di neve fresca. Anche a Lucca, Pistoia e Firenze potrebbe nevicare con accumulo, specie lunedì mattina, ma la neve cadrà abbondante anche più a sud, sui rilievi di Umbria, Lazio e delle zone interne dell’Abruzzo, con accumuli abbondanti inizialmente, al mattino, anche a bassa quota, poi nel corso della giornata oltre i 600-700 metri di altitudine e localmente anche più basso in serata, intorno ai 500 metri, quando sul Lazio si verificheranno forti nubifragi che colpiranno anche Roma, la capitale.
Martedì 12 il maltempo si sposterà nuovamente al sud, con forti temporali nel basso Tirreno, tra Campania, Calabria e Sicilia, dove la neve tornerà a cadere sull’Appennino oltre gli 800-900 metri di quota, dopo le abbondanti nevicate del weekend.
Insomma, prepariamoci a vivere un evento davvero eccezionale non solo per intensità ma anche per estensione e durata; è alto il rischio di una paralisi quasi totale dei trasporti, da strade e autostrade fino ad aeroporti e ferrovie. E l’incubo potrebbe iniziare già nel weekend al sud, sull’A3 Salerno-Reggio Calabria, dove si verificheranno forti nevicate che rischiano di bloccare la principale arteria tra Campania meridionale, Basilicata e Calabria centro/settentrionale.

E diamo una curiosa occhiata alle nuvole: in questi ultimi periodi...sembrano giocare con i colori. Viola, grigio, nero, filamenti di nuvole e nuvole lavorate dal vento. Curiose, davvero curiose. Se avete delle foto molto speciali, speditemele...le pubblicheremo e faremo un articolo!

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1 gennaio 2013 2 01 /01 /gennaio /2013 22:53

Previsioni meteo inverno neve 2012-2013 romagna

 

Il Febbraio 2012 ha mostrato il lato più crudo dell'Inverno, come non accadeva dalla famoso 1985 o andando ancor più a ritroso dal febbraio del 1956, con una discesa di aria gelida direttamente dalla Siberia che ha determinato nevicate record (con accumuli in pianura in due settimane di precipitazioni anche superiore al metro) favorite anche dal richiamo di aria umida per la presenza di un nucleo di bassa pressione sul Tirreno centrale.

Ci sono elementi, che fanno "pensare ad un inverno con maggiori episodi freddi per l'Europa e per l'Italia, non necessariamente cruenti, ma con molte più precipitazioni rispetto al passato".
Complessivamente il quadro generale vede adesso un cambio di rotta. La fascia anticiclonica sub tropicale subisce un fisiologico arretramento e sull'Italia si apre una fase maggiormente attiva. C'è da attendersi periodi anche perturbati soprattutto al Nord e con clima decisamente più freddo. Già da questo fine settimana avverrà un drastico cambiamento per via di correnti artiche che dilagheranno verso il Mediterraneo; da una quasi estate degli ultimi giorni assaporeremo i primi rigori del generale inverno. Novembre alternerà fasi miti a quelle più fresche e piovose.

Dalla mezzamanica al cappotto nel giro di poche ore. Piogge sempre più intense e trombe d'aria. Perchè gli eventi sono sempre più estremi?
Questo quadro di un clima che diviene più estremo è sotto osservazione. Il surplus di energia in atmosfera, dovuto ad un mondo più caldo, viene "consumato" o attraverso fenomeni precipitativi intensi oppure tramite le ondate di calore che risultano più forti e durature. Si fa così più evidente l'estremizzazione climatica con il passaggio dal caldo al freddo in maniera repentina e brusca. Estati più calde ma anche inverni con episodi gelidi intensi. Si pensa inoltre che vi possa essere un collegamento tra i ghiacci artici al minimo storico ed una maggiore probabilità di avere eventi estremi, quali siccità, ondate di calore, fenomeni alluvionali ed ondate di freddo.

I modelli matematici indicano un anno di Nino moderato lievemente positivo (+0,5°C). Quale effetto avrà sulle temperature e precipitazioni?
El Nino che è un fenomeno principalmente Pacifico dovrà "confrontarsi" con altri indici climatici quali i venti stratosferici in fase negativa, le anomalie di temperature positive in oceano Atlantico, i ghiacci artici e l'intensità del flusso solare. Con questi elementi si può pensare ad un inverno con maggiori episodi freddi per l'Europa e per l'Italia, non necessariamente cruenti, ma con molte più precipitazioni rispetto al passato.

Abbiamo la fortuna quest' anno di trovarci di fronte 2 opzioni che sono una in opposizione con l' altra:

 Gli studiosi ci mettono in guardia: nel momento in cui la prepotente attività del sole cesserà, il pianeta potrebbe, come dire, andare “in letargo”, in ibernazione!(Certo lo so che in questo ultimo periodo dicembre-gennaio l' attività del sole non è così vivace) Lo rivelano tre differenti studi dissociati sulla superficie del sole e sulla sua atmosfera; tutti concordano sul fatto che il prossimo ciclo solare sarà significativamente ritardato. Ovviamente, per prossimo ciclo, s’intende quello che inizierà nel 2020, quindi ci sarà tempo per allarmarsi!

La combinazione dei dati in nostro possesso ci fa credere che sia imminente quel fenomeno chiamato grand mimimum, ossia un lasso di tempo con una bassissima ed inusuale attività solare. Questo futuro “letargo” solare è stato comparato al più forte minimum mai registrato, verificatosi fra il 1645 e il 1715. Il periodo di circa settantanni ha coinciso con una stagione molto fredda, detta Piccola Era Glaciale: i canali europei gelarono e la neve alpina invase i villaggi di montagna. Dean Pesnell, del Solar Dynamics Observatory, ha dichiarato:

C’è una correlazione tra il nostro clima e l’attività solare, ma non ne sono ancora chiare le dinamiche.

Lo scienziato ritiene però che oggi la minima attività solare non dovrebbe provocare un’ondata anomala di freddo come accadde a cavallo tra Seicento e Settecento.

Contemporaneamente il National Solar Observatory di Frank Hill ha monitorato i cicli solari tramite la tecnica denominata eliosismologia; si tratta, in pratica, di sfruttare le vibrazioni superficiali ottenute tramite onde acustiche. Gli studiosi hanno notato le bande che scorrono vicino ai poli del sole e migrano verso l’equatore. Queste potrebbero svolgere un’azione sul campo magnetico del sole. Sappiate che le macchie solari si verificano lungo i sentieri sotterranei di queste bande superficiali. Costituiscono quindi un buonissimo indicatore d’attività del sole! L’oscillazione torsionale (delle bande in questione) si è verificata nel 1997 e ciò avrebbe fatto presagire l’inizio del 25° ciclo solare nel 2008 o 2009, ma così non è stato. Secondo i dati recenti, l’inizio di tale ciclo potrebbe aver luogo nel 2022 o, addirittura, non verificarsi mai!

Richard Altrock ha studiato, invece, la debole atmosfera superiore della corona solare. Il fatto che “la corsa ai poli”, cioè il rapido movimento magnetico oltre la latitudine della corona solare, sia più di una scansione fa presagire che nel 2013 ci sarà un massimo solare molto debole che potrebbe ritardare o addirittura impedire l’inizio del prossimo ciclo.

La tregua solare, però, non sarebbe rischiosa per il nostro pianeta. Gli scienziati sostengono con forza che è già avvenuta in passato e, anzi, si dicono eccitati all’idea. Inoltre, la diminuzione delle macchie solari non significa necessariamente un calo, ad esempio, delle protuberanze solari. Essi si dicono poi certi che, con i satelliti che sono in loro possesso al momento, se il sole cambierà tendenza, potranno monitorare il tutto e osservarlo alla perfezione!

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22 dicembre 2012 6 22 /12 /dicembre /2012 23:24

Il confine di stato tra Cile ed Argentina è una frontiera vulcanica ( le Ande) con circa 1800 vulcani di cui solo una trentina sono da considerare attivi. Il vulcano Copahue é uno stratovulcano con un cono a struttura mista, situato nell'alta Patagonia esattamente sulla linea di confine i due stati dista circa 650 Km dalla capitale cilena Santiago. Il vulcano è al margine NordOvest in una caldera larga 8 km formatasi 600.000 anni fa. In cima al Copahue vi è un cratere che contiene in sé, nella parte orientale, un piccolo lago salato ed acido che manifesta un'intensa attività fumarolica. A 50 metri dal cratere, da una fenditura nella roccia, sgorga il fiume Agrio in cui scorre un liquido iperacido di colore giallo saturo di zolfo. Il fiume scende sul fianco Nord-Est del vulcano riversandosi nel sottostante, vicino, lago di Caviahue. Alla base del vulcano (a soli 8 km.) in territorio argentino a 2000 mt.s.l.m., vi è Caviahue, importante centro termale e sciistico sorto agli inizi degli anni '80 per potenziare il turismo in zona. Il Copahue è un vulcano calmo con eruzioni poco frequenti solitamente di tipo esplosivo con emissione di cenere e gas. Il vulcano non ha segni di colate laviche in tempi storici. Si ricordano le eruzioni del 1750, del 1937, le ultime peraltro molto brevi, si sono avute nel 1992 e 1995. Per durata, quantità di materiale vulcanico emesso, sebbene possa sembrare eccessivo, l'ultima eruzione del Giugno-Luglio 2000 è la più imponente che il Copahue ricordi da circa 10.000 anni .

Secondo quanto riportano diverse testate locali, il vulcano Copahue avrebbe, negli ultimi giorni, mostrato diversi segni di attività eruttiva. Il cratere, che si trova a confine tra Cile ed Argentina, avrebbe infatti emesso diversi pennacchi di fumo tanto da far intervenire i vulcanologi dell'area.

Nella medesima zona, nota per la sua attività vulcanica, si trovano diversi crateri secondari in un raggio di una manciata di chilometri. L'ultima importante eruzione risale all'anno 2000, quando diverse abitazioni vennero evacuate per l'importante espansione del materiale magmatico.Ed infine si è risvegliato al confine tra Cile e Argentina il vulcano  che sorge nella provincia di Neuquen, in territorio argentino ma molto vicino al confine con il Cile. Proprio stamattina una forte esplosione (vedi immagine affianco) ha determinato l’inizio di una nuova eruzione, che inizia a preoccupare le autorità. Il sindaco dell’omonimo villaggio che sorge ai piedi del vulcano e che ha lo stesso nome, Copahue, Oscar Mancegosa, non ha ufficialmente emanato alcun ordine di evacuazione, ma ha spiegato che alcune persone vogliono già scappare e che bisogna essere pronti, nell’eventualità in cui l’eruzione dovesse intensificarsi, ad abbandonare il paese. Il primo cittadino ha detto che è impossibile prevedere l’evolversi dell’eruzione, e che ai cittadini sono stati distribuiti dei piccoli kit con maschere e occhiali per salvaguardarsi dall’arrivo di cenere e lapilli. Gli abitanti del villaggio che sorge molto vicino al vulcano sono circa un migliaio.Le autorita’ argentine hanno portato da ‘giallo’ ad ‘arancione’ l’allerta decisa qualche ora fa a seguito dell’eruzione del vulcano Copahue, nella provincia patagonica di Neuquen, sulla cordigliera delle Ande alla frontiera con il Cile, che ha in queste ore lanciato un allarme simile. Gli esperti locali sottolineano che l’attivita’ del Copahue sta aumentando e alcuni abitanti della zona hanno gia’ provveduto ad evacuare. Oltre alle autorita’ argentine, a seguire la situazione ci sono anche gli esperti del Servizio di geologia e minerario del Cile. ”Per ora, l’attivita’ del vulcano e’ evidente soprattutto sul fronte argentino”, ha precisato il governatore della regione cilena di Bio Bio, Victor Lobos. ”Ci sono importanti rumori sotterranei e l’emissione di gas, nell’ambito di una complessiva attivita’ sismica”, ha precisato. Gli esperti di Santiago ricordano che l’ultima attivita’ significativa del Copahue risale al 1600 e – precisano – ”il Copahue ‘si attiva’ all’incirca ogni 400 anni”.

 

 

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5 dicembre 2012 3 05 /12 /dicembre /2012 07:31

Si tratta di correnti d'aria molto umida larghe oltre 200 miglia e lunghe 2 mila, che scorrono dalle regioni Tropicali dell'Oceano Pacifico in direzione della West Coast Americana. Giusto per capire. Possono trasportare vapore d'acqua a sufficienza, in un giorno solo, tale da inondare un'area delle dimensioni del Maryland sino ad una profondità di 30 cm. O ancora, sono in grado di trasportare, spesso, una quantità d'acqua di circa sette volte la portata media giornaliera del fiume che scorre dal Mississippi verso il Golfo del Messico. Il fenomeno è stato oggetto di un recentissimo studio, condotto dal US Geological Survey e denominato "ARkStorm", che ha riprodotto scenari d'emergenza sulla possibilità che una serie di forti fiumi atmosferici colpiscano la California determinando danni superiori a quelli dell'uragano Katrina .

Ma i fiumi atmosferici possono avere anche degli impatti positivi, ad esempio un aumento del manto nevoso nelle aree interessate dal fenomeno. L'esempio più eclatante è dato dalle forti tempeste invernali che hanno colpito la West Coast Statunitense nel periodo 10-22 dicembre 2010, producendo 28-64 centimetri (11-25 pollici) di pioggia in alcune zone.

Per cercare di comprendere come i fiumi atmosferici si formano e si comportano si è valutato l'uso di velivoli senza pilota. La ricerca vede la collaborazione della NASA e del NOAA e il primo volo - della durata di 24 ore - è stato effettuato venerdì 11 Febbraio. Studierà un fiume atmosferico che si sta sviluppano nell'Oceano Pacifico al largo delle Hawaii e che, secondo le previsioni, dovrebbe raggiungere la costa dell'Oregon, California, questo fine settimana. A bordo del Global Hawk, questo il nome del velivolo, sono stati montati nuovi apparecchi sonda sviluppati dal National Center for Atmospheric Research, che rileveranno temperatura, vento e altri dati sensibili. Il tutto accompagnato da un sensore per il vapore acqueo - denominato High-Altitude Monolithic Microwave Integrated Circuit Sounding Radiometer, o HAMSR - creato dalla NASA's Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, in California

Lo strumento di telerilevamento HAMSR analizza la radiazione di calore emessa da molecole di ossigeno e acqua in atmosfera per determinare la loro densità e temperatura. Funziona a frequenze di microonde, in grado di penetrare attraverso le nubi così da determinare la temperatura, l'umidità e la struttura delle nubi in tutte le condizioni atmosferiche. Queste misurazioni sono fondamentali per lo studio dei processi atmosferici associati al cattivo tempo.

"La campagna WISPAR è destinata a studiare la concentrazione di flussi di umidità tropicale che spesso si uniscono ai fronti freddi in discesa dall'Artico generando autentiche tempeste invernali. Questi flussi vengono definiti, a volte, Pineapple Express, dal momento che spesso traggono origine in prossimità delle Hawaii e possono condurre ad eventi piovosi molto intensi", sostiene lo studioso Lambrigtsen.

Il Global Hawk della NASA, è una piattaforma ideale per condurre la campagna WISPAR perché è in grado di volare per lunghe distanze, stare in volo per più di 24 ore e viaggiare sia ad alta che a bassa quota. I voli a bassa quota, è giusto sottolinearlo, sarebbero estremamente pericolosi se eseguite anche dai piloti più esperti.

 

 

La paura reale, tuttavia, è che i fiumi atmosferici veramente enormi che causano inondazioni catastrofiche sembrano colpire lo stato circa una volta ogni 200 anni, secondo le prove di recente messo insieme (e descritto nell'articolo indicato in precedenza). La megaflood ultimo è stato nel 1861, piogge arrivato per 43 giorni, cancellando Sacramento e bancarotta dello Stato. Il disastro è in gran parte dimenticato, ma la regione stessa è ora sede di più di sei milioni di persone. Simulazioni di un 23 giorni di tempesta ci indicano che più di $ 400 miliardi di dollari di danni e perdite si sarebbe verificato, superando i 60 miliardi dollari le stime per gli effetti dell'uragano di Sandy. Una nuova ricerca mostra anche che il cambiamento climatico può rendere queste tempeste più probabile che si verifichi.

 

 

 

 

 

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4 dicembre 2012 2 04 /12 /dicembre /2012 19:21

Grazie alle perturbazioni che ultimamente stanno interessando il nord Italia, una notevole imbiancata la hanno già regalata per la gioia degli sciatori e degli impianti sciistici: dal 7 dicembre avremo la neve anche in pianura, con notevoli nevicate che interesseranno buona parte dell' Italia.

Più o meno le zone interessate dalla neve, saranno queste:

 

La traiettoria del minimo risulterà fondamentale per comprendere l’entità del coinvolgimento dellaValpadana in termini di areale. Al momento sembrano rimanere lievemente in ombra le fasce pedemontane piemontesi con nevicate a partire soprattutto dai settori centrali della regione verso est. Neve su Lombardia e Veneto interno. Nevicate al pomeriggioanche in Emilia sino al bolognese (al limite), più ad est prevarrà il respiro più temperato prefrontale con neve a quote molto basse ma difficilmente sino al piano. Stesso discorso per il delta polesine e laguna veneta. Nevicate su tutto l’arco alpino sino ai fondovalle. Dalla sera, ed ancor più in nottatamiglioramento a partire da Ovest. Residue nevicate su alte pianure venete e friulane.Valori termici molto bassi, anche inferiori ai -33°C a 5300 metri, rende il quadro sinottico complesso e dagli effetti molto difficili da prevedere. Possibili rovesci di neve tonda al Centro a quote basse.

 

 

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30 novembre 2012 5 30 /11 /novembre /2012 19:15

«L'Italia sta ruotando in senso antiorario». Ad affermarlo il geologo del Cnr Giovanni Gregori che commenta il nuovo sisma di magnitudo 4.5 che questa mattina all'alba ha colpito Ravenna.Parla di spostamento antiorario dell'Italia anche il presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia Stefano Gresta: «E' un fenomeno su una scala di centinaia di migliaia, milioni di anni, un movimento tettonico che è in moto da milioni di anni ed è tutto ricondotto alla placca africana che spinge la placca europea, con un movimento dinamico sulla penisola in senso antiorario».

Una nuova faglia. Gli esperti, commentando il terremoto di questa mattina, spiegano che il sisma che scosso Ravenna è stato causato da una faglia diversa rispetto a quelle responsabili dei sismi del 20 e del 29 maggio in Emilia, sebbene la struttura geologica interessata sia la stessa. Secondo il funzionario di sala sismica dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), Francesco Mele. Anche questo terremoto, di magnitudo 4.5 e avvenuto in mare, è legato all'attività del margine settentrionale dell'Appennino, sepolta sotto la Pianura Padana. «È stato generato - ha spiegato il sismologo - dalla struttura di Malalbergo-Ravenna, che costituisce l'estremità più orientale dell'arco di Ferrara», ossia la struttura geologica all'origine dei terremoti delle scorse settimane nel ferrarese e nel modenese. 

Le informazioni radar ottenute consentono di studiare i movimenti co-sismici che rilasciano energia durante i terremoti, i movimenti lenti che accumulano energia nelle faglie (fasi intersismiche) e i movimenti post-sismici che possono durare mesi. Se ben mappati con modelli matematici, danno un indizio della disposizione del sottosuolo della zona colpita dal sisma. Il terremoto dell’Aquila aveva per esempio provocato un allontanamento dei margini della faglia e di conseguenza uno sprofondamento a forma di cucchiaio della piana su cui poggia la città. Nel caso del sisma emiliano del 20 maggio è avvenuto l’opposto: la faglia, essendo di tipo compressivo, ha provocato un sollevamento di circa 15 centimetri dell’Appenino sulla pianura Padana. Le informazioni radar consentono anche di individuare la geometria della faglia, dove è dislocata, quali sono le sue caratteristiche di rottura e come si è propagata. Danno inoltre l’opportunità di riprodurre le deformazioni della crosta viste dal satellite e di costruire una mappa dello spostamento del suolo. «Il risultato è il cosiddetto interferogramma, cioè una mappa di deformazione espressa in cicli di colore. Ogni ciclo, o frangia, rappresenta uno spostamento del suolo di 1,5 centimetri in incremento o decremento rispetto a quella successiva», spiega Salvi. «Consente di effettuare un’analisi di ciò che è successo prima e dopo e di creare un modello del terremoto».

 L’Inaf (Istituto Nazionale di Astrofisica) da 27 anni a questa parte sta misurando con estrema precisione la distanza esistente tra due radiotelescopi che si trovano il primo a Medicina, una località vicino Bologna, il secondo a Wettzel, in Germania a circa 500 km di distanza. “Circa”, perché nell’arco di tempo durante il quale sono state eseguite misure la distanza si è ridotta di 5 centimetri.

Il radiotelescopio di Medicina (BO).

Nel 1987, le due radioantenne distavano 522 chilometri 461 metri e 12 centimetri l’una dall’altra. Oggi quella distanza si è ridotta a 522 chilometri 461 metri e 7 centimetri. Forse 5 centimetri  sembrano pochi ai più, ma se si pensa alledimensioni dell’area in gioco, forse si riesce a capire meglioquali sono le forze in gioco all’interno della Terra e come il terremoto dell’Emilia Romagna del 20 maggio e dei giorni seguenti sia facilmente spiegabile.

Spiega Pierguido Sarti sul sito dell’Inaf: «Utilizziamo i segnali che vengono emessi dalle radio-sorgenti extragalattiche, in particolare le quasar. Ciò che facciamo è misurare il ritardo con il quale il segnale proveniente dalle quasar arriva a un’antenna rispetto all’altra. Ritardo che è collegato in maniera diretta alla distanza fra i radiotelescopi. Ripetendola nel tempo a intervalli regolari, riusciamo a capire quanto varia. In realtà, non usiamo due antenne, ma di più, anche sei o sette. E questo ci mostra come le placche tettoniche sulle quali le antenne sono situate si avvicinano o si allontanano l’una rispetto all’altra».

La mappa degli spostamenti dei radiotelescopi.

Radiotelescopi semoventi
Nell’immagine a sinistra (clicca per ingrandirla) si vede come siano proprio i radiotelescopi italiani (oltre a quello di Medicina, misure sono state eseguite anche con il radiotelescopio di Matera e di Noto) a muoversi verso nord, nord-est, mentre quelli europei sono praticamente immobili. E se il radiotelescopio di Medicina si muove di circa 2,2 mm all’anno, quello di Noto si muove di ben 5 mm all’anno.
Le ultime misure sono state eseguite il 17 maggio scorso, tre giorni prima del terremoto dell’Emilia Romagna, mentre la prossima misura è prevista per il 20 giugno. Forse si riuscirà a rilevare un ulteriore raccorciamento prodotto dalterremoto.

 

 

 

 

 

 

L’interferogramma (Figura 1), relativo alle date 27-05 e 04-06 mostra un’area con fasce di colore (frange) concentriche che indicano uno spostamento del suolo dovuto allo movimento in profondità di una faglia sismogenetica. La deformazione prodotta dal terremoto appare continua nello spazio e non mostra discontinuità: ciò sta ad indicare che il piano di faglia non ha raggiunto la superficie terrestre. Siamo quindi in presenza di una faglia cosidetta “cieca”, cioè una faglia che disloca la crosta terrestre in profondità, ma non “taglia” la superficie topografica. Questi dati concordano con quelli sismologici. Infatti la deformazione misurata dal satellite risulta essere compatibile con un piano di rottura principale immergente verso Sud lungo il quale la parte meridionale di questo settore della Pianura Padana si è accavallato sul settore settentrionale (faglia di sovrascorrimento), come messo in evidenza dai dati sismologici. Cosa aspettarsi da questi terremoti allora? Potrà essere una continua serie di terremoti a basso livello che continueranno ad interessare le zone dell' Appennino, senza concedere situazioni più tranquille, alla popolazione, senza grossi danni ma con una preoccupazione continua. Fino a quando i terremoti finiranno per molti anni, sistemandosi definivamente per qualche altro centinaio di anni.

 

 

 

 

 

 

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