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27 giugno 2013 4 27 /06 /giugno /2013 22:38

I medici sono stati lasciati disorientati dopo una donna di 20 anni in Cile ha iniziato a piangere sangue.

Yaritza Oliva ha sviluppato la condizione all'inizio di questo mese, e ora sanguina dagli occhi più volte al giorno.

La signorina Oliva, che vive in Purranque, Cile, ha detto che il dolore è 'indescrivibile',  The Sun ha riferito.

Scorrere verso il basso per il video 

Yaritza Oliva ha recentemente iniziato a piangere sangue e ha sconcertato i medici

Yaritza Oliva ha recentemente iniziato a piangere sangue e ha sconcertato i medici

 

Il 20-year-old ha detto che il dolore nei suoi occhi è 'indescrivibile'

Il 20-year-old ha detto che il dolore nei suoi occhi è 'indescrivibile'

Quando ha visitato il medico nessuna infezione è stata trovata così lei è stato mandato a casa con un collirio.

 

 

 

 

Ma, i suoi genitori, che non possono permettersi di mandarla a un esperto medico adeguato, hanno chiesto ad amici e vicini per aiutarli a raccogliere fondi per la sua.

Padre José, ha fatto un appello su un programma di notizie locali.

 
Donna cilena piange lacrime di sangue
 

Per altri video, visita NTN24 Notizie   

 

La sua famiglia sta chiedendo aiuto finanziario in modo che possa subire un trattamento da parte di esperti del caso

La sua famiglia sta chiedendo aiuto finanziario in modo che possa subire un trattamento da parte di esperti del caso

 

I medici ritengono che possa essere un caso di haemolacria, una condizione che è stata diagnosticata solo tre volte prima di

I medici ritengono che possa essere un caso di haemolacria, una condizione che è stata diagnosticata solo tre volte prima di

 

COS'E 'HAEMOLACRIA?

Haemolacria è la condizione che rende malati piangere lacrime di sangue.

Le lacrime possono sia avere una sfumatura di rosso o di apparire come se fossero interamente in sangue.

Mentre l'impatto visivo di haemolacria è potente e può essere molto spaventoso, non è sempre motivo di preoccupazione

È un sintomo di molte malattie e può essere indicativo di un tumore del sistema che produce lacrime.

Può anche essere provocata da congiuntivite, danni ambientali o lesioni.

Ci sono stati casi di Haemolacria indotti da ormoni nelle donne adulte.

Alcuni ricercatori suggeriscono che esso è collegato a uno stress estremo o disturbi psicologici.

Il padre ha detto: 'Si prega di mettere le mani sopra il cuore, vedere la nostra situazione e aiutare mia figlia.'

Alcuni esperti hanno suggerito che la signorina Oliva ha una condizione chiamata haemolacria.

La rara condizione provoca chi soffre di piangere lacrime di sangue. 

Haemolacria può indicare una malattia più grave, come un tumore e può essere causata da alti livelli di ormoni nelle donne.

Un adolescente è stato diagnosticato un haemolacria nel 2009, dopo aver pianto sangue tre volte al giorno.

Calvino Inman, 15, del Tennessee, ha detto che non aveva alcun avvertimento quando le lacrime stavano per verificarsi.

Ha detto che a volte non riusciva a sentire loro, e gli altri era come una sensazione di bruciore.

Lui e sua madre è apparso in televisione per chiedere aiuto, ma non ha trovato una cura.

Molto poco si sa della condizione.

il 20-year-old ora piange lacrime di sangue più volte al giorno ed è in una quantità estrema di dolore

il 20-year-old ora piange lacrime di sangue più volte al giorno ed è in una quantità estrema di dolore

 

La signorina Oliva è alla disperata ricerca di aiuto da parte di medici e la sua famiglia la speranza di raccogliere i fondi necessari per inviare il suo

La signorina Oliva è alla disperata ricerca di aiuto da parte di medici e la sua famiglia la speranza di raccogliere i fondi necessari


Ci sono anche altre giovani donne che hanno avuto questo genere di fenomeno incredibile:

La giovane Delfina Cedeño, 17 anni, originaria della Repubblica Dominicana, si trovava in un centro commerciale, e stava mangiando un gelato; doveva essere evidentemente una giornata molto calda, perché la ragazza si è accorta di avere una goccia di sudore che le stava scendendo lungo il viso. L’ha asciugata con la mano… e guardandosi le dita si è resa conto che non si trattava di sudore, bensì di sangue.

 

Da quel momento, il sudore di Delfina e le sue lacrime sono di sangue. La madre, Mariana Cedeño, è comprensibilmente disperata: ‘Ho portato mia figlia a Plaza de la Salud e dei medici mi hanno detto che per la sua malattia non esiste al moneto una cura‘. Delfina ha girato infatti già cinquantasei ospedali, che le hanno dato tutti la medesima risposta.

 

Al momento la ragazza è ricoverata alla Clinica Jiminian Cruz, nella zona di Cristo Re nella capitale Santo Domingo: qui i medici hanno deciso di provare a trovare un rimedio.

 

Delfina soffre per questo problema dal diciotto novembre scorso, ed è molto spaventata da quello che le succede. La povera ragazza teme infatti di poter morire, e dice di affidarsi ‘soltanto a Dio‘.

  ED ancora:

  Se copi ogni giorno da questo sito, il tuo indirizzo IP potrebbe essere bloccato permanentemente http://www.absurdityisnothing.net/2009/11/la-donna-che-piange-sangue-rashida-kathoon/#ixzz2XSYo1gPm

Rashida Khatoon - La donne che piange sangue

I dottori locali non hanno trovato finora una spiegazione medica al fatto, mentre il capo spirituale Hindu di Patna, ha già dichiarato che quello di Rashida è un miracolo divino.

I pellegrini si prostrano ai piedi della ragazza e omaggiano i famigliari con doni e offerte.

“Non provo alcun dolore quando succede, ma è uno shock vedere sangue anzichè vere lacrime” dice Rashida.

Quale potrebbe essere la causa non è ancora chiaro, forse un tumore al cervello, forse un semplice malfunzionamento del condotto lacrimale, tutte supposizioni che al momento non hanno ancora avuto un riscontro medico attendibile.

E’ anche probabile che Rashida soffra di una rarissima malattia chiamata Emolacria, che nei casi riscontrati, produce una lacrimazione mista a sangue, anche se in proporzioni molto ridotte rispetto al caso di Rashida.

  Ed ancora:

  Lacrime di sangue: non è l'ennesima statuina della Madonna, ma una ragazza dominicana

 

  Tuttavia, un fenomeno del genere può esistere in natura: si tratta di una malattia rarissima (ne sarebbe disturbata solo una persona su otto milioni), che presenta come sintomi proprio la fuoriuscita di sangue dai pori sudoripari e dai canali lacrimali. 

La giovane Delfina Cedeño, 17 anni, originaria della Repubblica Dominicana, si trovava in un centro commerciale, e stava mangiando un gelato; doveva essere evidentemente una giornata molto calda, perché la ragazza si è accorta di avere una goccia di sudore che le stava scendendo lungo il viso. L’ha asciugata con la mano… e guardandosi le dita si è resa conto che non si trattava di sudore, bensì di sangue.

 

Da quel momento, il sudore di Delfina e le sue lacrime sono di sangue. La madre, Mariana Cedeño, è comprensibilmente disperata: ‘Ho portato mia figlia a Plaza de la Salud e dei medici mi hanno detto che per la sua malattia non esiste al moneto una cura‘. Delfina ha girato infatti già cinquantasei ospedali, che le hanno dato tutti la medesima risposta.

 

Al momento la ragazza è ricoverata alla Clinica Jiminian Cruz, nella zona di Cristo Re nella capitale Santo Domingo: qui i medici hanno deciso di provare a trovare un rimedio.

 

Delfina soffre per questo problema dal diciotto novembre scorso, ed è molto spaventata da quello che le succede. La povera ragazza teme infatti di poter morire, e dice di affidarsi ‘soltanto a Dio‘.

 

 

 


Read more: http://www.dailymail.co.uk/news/article-2349791/The-girl-cries-tears-BLOOD-Doctors-mystified-rare-condition.html#ixzz2XSWGX8ZG 

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26 giugno 2013 3 26 /06 /giugno /2013 21:29

La parola "Poltergeist" significa in tedesco "fantasma rumoroso": una definizione esauriente perché il suo comportamento è energico, malizioso e qualche volta anche terrificante. Uno di questi spiriti è in grado di scagliare oggetti da un punto all'altro di una stanza, di spostare mobili pesanti, di scomparire per riapparire in un'altra stanza. I quadri volano via dalle pareti, la gente è sbattuta giù dal letto. Nel Lancashire, in Inghilterra, una mucca fu trovata in cima a un fienile dopo una serie di azioni compiute da un Poltergeist in una fattoria. La mucca non poteva certo essere salita lassù usando la scala a pioli e per tirare giù la povera bestia si dovette usare una attrezzatura speciale. Le attività di un Poltergeist suggeriscono la presenza di un forte potere che le controlla. Infatti gli oggetti evitano di essere afferrati a mezz'aria dai presenti e, anche se atterrano con grande forza, raramente si rompono o subiscono danni. Spesso succede che non si possono toccare subito perché scottano.
Il Poltergeist sembra sfidare tutte le leggi di spazio e gravità. Un oggetto può girare e agitarsi nell'aria, o passare attraverso uno spazio molto più piccolo dell oggetto stesso. Pochissima gente è stata ferita da un Poltergeist. Può capitare che un vaso sembri diretto contro una persona; all'ultimo momento il vaso farà uno scarto, o colpirà il bersaglio, ma solo di striscio. Nei casi più preoccupanti si sono udite strane voci che ridevano, singhiozzavano o urlavano. Qualche volta i Poltergeist predicono un evento futuro, oppure
scarabocchiano messaggi sui muri.

Il tamburino fantasma di Tedworth

Uno dei più famosi casi di Poltergeist ebbe inizio nel 1661 nella cittadina di Ludgershall, nell'East Wiltshire, in Inghilterra. John Mompesson, un magistrato in visita in quella città, fece arrestare un poveraccio, tale William Drury, che si rifiutava di smettere di suonare il tamburo, turbando così la quiete pubblica. Drury fuggì di prigione e il suo tamburo fu mandato come corpo di reato a casa di Mompesson, a Tedworth. Per la famiglia di Mompesson non ci fu più pace: in tutta la casa si udivano colpi e rumori violenti, mescolati a rulli di tamburo. Ogni notte il baccano durava almeno due ore; i letti venivano sollevati fino al soffitto, le porte sbattevano; un cavallo si infilò perfino una zampa in bocca! Nel 1663 William Drury fu deportato per furto. Prima di partire dichiarò di essere stato lui a causare tutti quei guai: era personaggio noto come cultore d'arti magiche.

Teorie diverse

In realtà nessuno sa che cosa sia un Poltergeist. In passato si pensava che molte azioni - ora attribuite ai Poltergeist - fossero opera dei diavoli o di fantasmi particolarmente maligni. Ora, però, alcuni ricercatori ritengono che un Poltergeist non sia un fantasma, bensì un effetto della mente umana. La capacità di muovere oggetti con il potere della mente si chiama psicocinesi o PK. I giovani tra i 12 e i 16 anni sono spesso al centro di attacchi di Poltergeist: si pensa infatti che le persone comprese in quella fascia di età abbiano una particolare capacità di generare, inconsapevolmente, esplosioni di PK. Quando però gli scienziati controllano il PK, le persone che lo posseggono sembrano soltanto in grado di spostare piccoli oggetti, per esempio scatole di fiammiferi. Di conseguenza l'enorme quantità di energia necessaria per muovere oggetti pesanti dovrebbe esulare dall'ambito del normale PK.

 

Nel 1928, in una piantagione di caucciù di Sumatra, gli ospiti che cenavano sulla veranda assistettero a uno strano avvenimento: all'improvviso una pioggia oi ciolloli si rovesciò sulla veranda. Il padrone di casa disse agli ospiti di segnare le pietre con il gesso e di ributtarle tra i cespugli. Dopo pochi secondi quasi tutte le pietre segnate precipitarono di nuovo sulla veranda! 

 

 

  Tra le caratteristiche ricorrenti del poltergeist ci sono fenomeni vari di natura prevalentemente fisica, che vanno dai suoni (tipici i raps, i “picchi” percussivi di provenienza ignota) al movimento di oggetti (che a volte si postano nell’aria a velocità innaturale o seguendo traiettorie insolite), dai disturbi elettronici (che possono determinare il malfunzionamento di elettrodomestici, computer e altri apparecchi tecnologici) alla comparsa di fuochi o pozze d’acqua di origine indeterminata. Più di rado si registrano apparizioni o casi di vessazione (o di presunta possessione) che coinvolgono la persona al centro dei fenomeni. Un aspetto tipico del poltergeist, infatti, è la presenza del cosiddetto “soggetto focale”, una persona (spesso in età puberale o adolescenziale) in prossimità della quale sembrano verificarsi tutti o la maggior parte dei fenomeni. Quest’ultimo aspetto ha portato vari studiosi ad interpretare il poltergeist in termini di attività psicocinetica inconscia (RSPK, “Recurrent Spontaneous Psychokinesis”, psicocinesi spontanea ricorrente) da parte di un “agente” che manifesterebbe in questo modo particolari tensioni e conflitti psicologici (legati ad esempio ai primi impulsi sessuali, ad aggressività repressa o, per le ragazze, alla comparsa del menarca).
Le altre interpretazioni principali fanno riferimento all’ipotesi spiritica (i fenomeni sarebbero causati, per l’appunto, dallo spirito di un defunto o da altre entità intelligenti), a quella scettica (per la quale i casi di poltergeist sarebbero tutti riconducibili a cattiva osservazione, autosuggestione e frode) e al modello neurologico di William Roll e Michael Persinger (che collega l’attività psicocinetica ad alterazioni elettromagnetiche causate da disturbi del sistema nervoso centrale).

La casa di Sauchie in cui viveva Virginia Campbell

 

Tra i poltergeist meglio documentati possiamo citare il caso di Sauchie (Scozia), che ebbe per protagonista Virginia Campbell, una ragazza che aveva allora 11 anni (siamo nel 1960). Quando Virginia andò a vivere insieme a sua madre presso la casa di uno zio, iniziarono a verificarsi strani incidenti. Scrive John Gaither Pratt (citato da Enrico Marabini):

Qui Virginia doveva dormire con la sua giovane nipote, Margaret, in un letto a due piazze. Il 22 novembre 1960, dopo essere andate a letto, le ragazze chiamarono gli adulti, che erano al pianterreno, e si lamentarono di rumori strani nella stanza. Questo fatto segnò l’inizio dei fenomeni poltergeist di Sauchie.

Ai fenomeni, che durarono per circa due o tre mesi e che comprendevano colpi, movimento di mobili e suppellettili, scosse di tipo vibratorio del letto, ecc., assistettero, tra gli altri, un prete, tre medici e l’insegnante di Virginia. Curiosi avvenimenti, infatti, sembravano accompagnare Virginia anche a scuola:

La bambina era seduta al suo banco, mentre gli altri ragazzi stavano leggendo un brano in silenzio. L’insegnante si accorse che il coperchio del banco di Virginia si apriva e si chiudeva; poi guardò Virginia, che aveva tutte e due le mani sul bordo del banco, come se cercasse di chiuderlo. La maestra e gli alunni rimasero a guardare in silenzio e fermi, finché il coperchio del banco non si chiuse definitivamente. Più tardi, il banco vuoto dietro Virginia si sollevò di qualche centimetro e si spostò uscendo dalla fila degli altri banchi. L’insegnante andò immediatamente a verificare se c’erano delle corde o qualche altro trucco: non c’era niente. Tre giorni dopo Virginia era vicina alla cattedra per un problema che non riusciva a risolvere. Ella era in piedi a lato della seggiola dell’insegnante. Questa riferì che un righello, che era sulla cattedra, cominciò a muoversi e ad agitarsi per poi raggiungere il bordo della cattedra e cadere a terra. L’insegnante mise le mani sul piano del mobile e sentì che questo vibrava. Poi la parte destra della cattedra (rispetto alla maestra seduta) cominciò ad allontanarsi e si fermò, formando un angolo rispetto alla sua posizione originale. La cattedra dovette essere trasportata di nuovo al suo posto prima che l’insegnante potesse servirsene. Il 23 gennaio, due mesi e un giorno dopo che questi fenomeni erano iniziati, un vaso di fiori che Virginia aveva portato alla maestra cominciò a muoversi sul piano della cattedra come aveva fatto in precedenza il righello…

Annemarie nello studio dell’avvocato Adam

 

Esemplare, per l’accuratezza con cui fu studiato dal parapsicologo tedesco Hans Bender, è senz’altro il caso di Rosenheim (Germania). Nel novembre del 1967, i giornali tedeschi cominciarono a diffondere la notizia di alcuni fatti inspiegabili che sembravano avere luogo nello studio dell’avvocato Adam a Rosenheim, in Baviera. Si udivano colpi, i tubi al neon saltavano e si svitavano, le valvole elettriche si disinserivano, centinaia di chiamate al servizio dell’ora esatta venivano effettuate senza che nessuno usasse il telefono (in un’occasione se ne registrarono 9 in appena 2 minuti), i quadri cadevano o ruotavano intorno ai ganci, i lampadari oscillavano, i cassetti scivolavano via dai mobili e nemmeno la grande libreria del peso di 180 kg sembrava avere pace. Insomma, il piccolo studio legale era precipitato nel caos. In un primo momento si pensò a degli sbalzi di corrente, ipotesi che sembrò confermata quando i tecnici della centrale elettrica constatarono abnormi deflessioni nella corrente. Si provvide quindi a sostituire l’intero impianto elettrico e ad installare un generatore autonomo. I fenomeni continuarono. Fu perciò interpellato il dott. Hans Bender, che si accorse ben presto dello stretto legame tra i fenomeni ed una giovane impiegata di 19 anni, Annemarie Schabel:

Ciò che disorientava i tecnici costituì per noi la chiave per l’impostazione dell’ulteriore corso dell’indagine: solo durante l’orario d’ufficio i diagrammi presentavano le straordinarie deflessioni e si verificarono gli strani fenomeni. Spesso la prima deflessione massimale veniva registrata proprio nel momento in cui Annemarie metteva piede nello studio. Anche altre osservazioni stavano ad indicare che i fenomeni dipendevano dalla sua presenza. Se la ragazza passava per il corridoio le lampade cominciavano ad oscillarle dietro, le lampadine esplodevano e i pezzi di vetro le venivano addosso (Hans Bender, cit. da Marabini).

Fu anche installata una videocamera e, per la prima volta nella storia, si riuscì a filmare un fenomeno di poltergeist.
Per confermare la sua ipotesi, Bender consultò due fisici dell’Istituto Max Planck di Monaco, il dott. F. Karger e il dott. G. Zicha, che, dopo aver escluso tutte le spiegazioni ordinarie (variazioni della tensione di rete, cariche elettrostatiche, scariche di condensatori, infrarosso, ultrasuoni, forti scosse, contatti spuri negli amplificatori e frode), conclusero: “Una descrizione dei fenomeni in base agli attuali princìpi della fisica è impossibile”.
Molti altri fenomeni vennero osservati, ma tutto cessò quando, qualche tempo dopo, Annemarie cambiò posto di lavoro e lasciò lo studio dell’avvocato Adam.

Rosenheim: la danza dei lampadari

 

 

  fonte   fonte 

 

 

 

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26 giugno 2013 3 26 /06 /giugno /2013 20:17

Quando per la prima volta in vita mia, in terza elementare, ho sentito parlare delle piramidi in Egitto, mi è stato raccontato, come a tutti noi, che le tre piramidi della piana di Giza, nel Nord dell’Egitto, sono state edificate da tre faraoni circa 4.500 anni fa per fungere da grandiosi sepolcri reali. Data la mia non più giovanissima età, la cosa accadde più di quarant’anni fa, ma fin da allora l’argomento mi è rimasto impresso nella mente; nel corso degli anni, ovviamente da archeologo non professionista, ho maturato sempre più la convinzione che ci fosse qualcosa di sbagliato nel racconto tradizionale riguardante questi colossali edifici. Obiezioni se ne potevano fare tante, come vedremo, ma mancava un argomento decisivo, qualcosa che potesse indurre anche il cosiddetto uomo della strada a pensare che c’è qualcosa di sbagliato in tutta questa storia. Si poteva obiettare che stranamente i tre faraoni avevano deciso di costruire tre piramidi di misura diversa, con la terza, quella del faraone Micerino, molto più piccola delle altre due. Perché? Nessuna delle tre piramidi è stata effettivamente usata come sepolcro reale. Perché? Come erano state edificate e quando? Mistero assoluto e mancanza di qualsivoglia testimonianza certa. Ipotesi tantissime, anche fantasiose, ma certezze nessuna. Unica certezza la pesantezza dei blocchi sollevati ad altezze di quasi cento metri. Ma perché fare tanta fatica, ammesso che siano stati davvero gli Egizi, con mezzi manuali così antichi, senza energia elettrica o macchinari industriali?

Perché non usare pietre più piccole? Perché non esiste un solo disegno, un solo papiro, una sola incisione in cui venga raffigurata la costruzione delle piramidi ? Eppure si è trovato veramente di tutto. Ma veniamo ad argomenti molto più convincenti, in merito a quanto vogliamo, e cerchiamo, di dimostrare: le tre piramidi di Giza non sono posizionate sulla stessa linea: una delle tre, quella di Micerino, (la più piccola), è fuori asse rispetto alle due più grandi. Un errore dell’architetto? Per favore non scherziamo. E allora perché? Queste le domande che mi sono sempre posto ed a cui non riuscivo a dare una soluzione convincente, finché non ebbi modo di leggere una teoria molto interessante: le tre piramidi di Giza riproducono, sul terreno, la posizione delle tre stelle della Cintura di Orione. Mi spiego meglio: la cosiddetta Cintura di Orione è la semplificazione del nome dato a tre stelle (Alnitak, Alnilam e Mintaka, di grandezza ovviamente diversa, in ordine decrescente) che fanno parte della Costellazione di Orione. Orione era un cacciatore che, secondo la leggenda, ebbe l’onore di essere mandato tra le stelle. Ora, le tre stelle descritte costituiscono la ideale cintura del cacciatore Orione. Detti tre astri sono posizionati in cielo proprio come le nostre tre piramidi, con la più piccola fuori asse rispetto alle altre due. Fin qui nulla di strano. Il problema sorse allorché mi accorsi che anche in Messico, e di preciso a Teotihuacan, esiste un complesso di tre piramidi, peraltro stranamente molto meno famoso di Giza, che a propria volta riproduce le tre stelle della Cintura di Orione. A questo punto non era più possibile, a mio avviso, parlare di pura combinazione. Che esistesse tra i Maya (a cui le piramidi Messicane vengono attribuite secondo l’archeologia tradizionale) un culto teistico-stellare come anche nell’antico Egitto passi, ma che questi due popoli abbiano edificato colossi mostruosi di questo genere solo con la forza delle mani o giù di lì mi era sembrato da subito assurdo.

Solo che, come spesso accade, l’archeologia tradizionale si trincera dietro un categorico “ci vogliono fatti incontestabili” per cambiare valutazioni stratificate da anni. Un giorno, quasi per caso, leggendo una rivista Tedesca (parlo Tedesco ed Inglese e ciò mi è stato di grande aiuto) sono venuto a conoscenza del racconto di alcuni commercianti, appunto Tedeschi, che nel 1912, in Cina, avevano potuto osservare un gigantesco agglomerato formato da decine di piramidi; dallo stato di conservazione si capiva che erano antichissime. Ho cominciato a fare tutte le ricerche possibili, cosa non facile data la tradizionale e consueta, e proprio per questo da rispettarsi al massimo, riservatezza di un Popolo che non ama fare clamore, finchè non ho potuto osservare alcune foto che riproducono il sito piramidale dell’odierna zona di Xian, nel Nord della Cina, appunto. Con mia enorme sorpresa ho notato che per l’ennesima volta veniva riprodotto sul terreno, fra tante altre costruzioni della medesima forma, anche il disegno della Cintura di Orione, con tre piramidi di diversa grandezza posizionate come ben sappiamo. Basta, non era possibile si trattasse nuovamente di un caso. Stante la mancanza di conferme ufficiali, quasi che le piramidi Cinesi e quelle Messicane siano quasi un optional rispetto alle conclamate piramidi Egizie, si continuava comunque ad attribuire ai faraoni una specie di patente o marchio di fabbrica su questo tipo di costruzioni. Purtroppo, per poter attaccare questo teorema, era necessario trovare un altro filo conduttore: ebbene, il filo conduttore c’è, ed è rappresentato da una linea retta, lunga quasi 25.000 chilometri, che congiunge i tre siti attraversando il pianeta. Detta linea retta equivale ad un arco di circonferenza ove rapportata al mappamondo.

A questo punto, dato che ciò che affermo, e che ho denominato teoria della mappatura terrestre delle piramidi, è verificabile con un planisfero, un righello ed una matita e dato che su un piano e per tre punti passa una ed una sola linea retta, non siamo più in presenza di un caso. A questo punto il cosiddetto onere della prova spetta a chi voglia tentare di dimostrare quanto segue: improvvisamente, circa 4.500 anni fa o giù di lì, tre popoli che parlano e scrivono in modo diverso (appunto Egizi, Maya e Cinesi dell’età Imperiale), che non comunicano tra loro, che non si conoscono, che non hanno energia elettrica e macchinari industriali, che non dispongono di aerei per mappature terrestri, che non dispongono di computer e telefonia o quant’altro, decidono così, tutti insieme e sempre per caso, di erigere, con la sola forza delle braccia e di macchinari rudimentali ed elementari, svariati colossi di pietra, utilizzando monoliti pesanti fino a 100 tonnellate ed elevandoli a quasi cento metri di altezza (cosa quasi impossibile anche oggi). La cosa interessante è che decidono anche, sempre per caso, di riprodurre sul terreno le tre stelle della Cintura di Orione e poi, come cosiddetta ciliegina sulla torta, edificano, sempre per caso, tali siti piramidali a Nord, (Egizi), a Nord Est, (Cinesi), ed a Sud, (Maya). Il tutto, (per un caso del destino quantificabile in uno contro infinito), fa sì che detti complessi piramidali vengano a trovarsi sulla medesima linea retta che attraversa tutto il pianeta. Ma c’è di più: detta linea retta, non parallela all’equatore, ne interseca il prolungamento, generando due angoli che, (ci credereste?), riproducono i due angoli acuti generati dalle tre stelle della Cintura di Orione (un angolo è formato dalla retta che attraversa la prima e la seconda stella, il secondo è formato dalla retta che attraversa la seconda e la terza).

Ora, se vogliamo farci una bella risata, ben venga. Ma se vogliamo parlare di archeologia il discorso cambia. Allineare tre gruppi di costruzioni così gigantesche su tutto il pianeta è frutto dell’opera di una tecnologia estremamente avanzata. Inutile parlare di UFO, Atlantide o quant’altro: si è trattato solo di una civiltà sicuramente planetaria e non frazionata come oggi, e che disponeva di una tecnologia estremamente sofisticata. Sul perché e sul come tutto ciò sia stato edificato, se ne può parlare per molto tempo: a mio avviso la retta che attraversa i tre siti potrebbe avere a che fare con l’equatore celeste, ossia un qualcosa che permette di calcolare la posizione di una stella nel cielo da qualunque posizione ci si trovi sulla Terra. Ma, ripeto, questi sono discorsi da farsi in seguito. Per adesso ciò che davvero conta, ed è moltissimo a mio modesto avviso, è l’aver dimostrato concretamente, seguendo leggi geometriche verificabili da tutti, che i faraoni Egizi non sono assolutamente i depositari terrestri dell’arte di erigere le piramidi. Anzi, si può quindi affermare che nessun faraone abbia edificato una delle tre piramidi di Giza.

A questo punto diventa interessante capire che cosa effettivamente abbiano fatto i faraoni con dette piramidi, dato che le avranno trovate già costruite. Purtroppo nel caso delle piramidi Messicane e Cinesi abbiamo solo leggende, che ci conforterebbero sicuramente in quanto parlano di costruttori celesti e di Maya che avrebbero trovato le piramidi ricoperte da liane e quindi molto più antiche, solo che sempre di leggende si tratta e quindi dobbiamo lasciar perdere. Per quanto riguarda quelle Egizie, invece, la cosa cambia, dato che abbiamo la testimonianza di eminenti storici, sia Greci che Latini. Per quanto strano possa sembrarvi, nessuno storico parla mai della costruzione delle piramidi: non se ne sa assolutamente nulla e si fanno solo congetture, proprio come noi al giorno d’oggi. Invece, cosa basilare, si parla eccome del rivestimento esterno: sia Erodoto, che Diodoro Siculo che Strabone, che Plinio il Vecchio (per intenderci lo storico che parlò dell’eruzione del Vesuvio che gli costò anche la vita), parlano di ciò che avvenne al di fuori delle piramidi. Addirittura, per quanto riguarda quella di Micerino, la più piccola, doveva originariamente essere ricoperta di ossidiana, ma il progetto fu interrotto sia per la morte del faraone che per la difficoltà di lavorare tale durissima pietra.

Ora, di tale ossidiana non c’è traccia eppure gli storici ne parlano, mentre della costruzione neanche una parola già allora. Semplice: perché il rivestimento esterno è stato davvero tentato, mentre la costruzione è molto ma molto anteriore. Sapete cosa dicono in sintesi gli storici antichi? Plinio il Vecchio si scaglia contro i faraoni che avrebbero speso tanto ed occupato tante persone per erigere qualcosa che non serve a niente, mentre Diodoro Siculo non riesce a spiegarsi chi abbia costruito tali colossi che, come già all’epoca si sapeva benissimo, non sono neanche serviti da sepolcri reali. Se facciamo un confronto con le opere Romane, anche per noi sono passati più o meno 2.000 anni, ma noi sappiamo benissimo chi ha costruito il Colosseo. Come mai delle piramidi non si sapeva nulla? Perché erano molto più antiche. E si tenga presente che all’epoca della presunta costruzione (2.500 circa avanti Cristo, secondo gli archeologi) in Grecia c’era già una società organizzata che viveva in città. Possibile che non si fosse saputo niente di un lavoro così grandioso ed immenso, durato decine di anni? Francamente, e lo affermo senza alcuna nota polemica, aver trovato un punto fermo da cui partire (la teoria sulla mappatura delle piramidi, appunto) ci permette di mettere al proprio posto tanti tasselli di quello che era un vero e proprio puzzle archeologico.

Un’ultima annotazione: qualora non crediate realistico pensare ad una civiltà esistita prima di noi e capace di una tecnologia forse superiore alla nostra, provate ad immaginare cosa accadrebbe se, estinta la nostra civiltà causa inquinamento (cosa purtroppo possibile), tra 10.000 anni spuntasse una nuova civiltà. Giunta nuovamente ad uno sviluppo pari al nostro, e dato che sarebbero rimaste solo le costruzioni in pietra stante la bio-degradabilità degli altri materiali, troverebbe nell’ordine: -le piramidi, su tutto il pianeta,-il Colosseo e vari altri anfiteatri, in tutto il bacino del Mediterraneo,-le autostrade, in tutto il mondo,-le piste di atterraggio degli aerei, di cui alcune nelle isole e quindi apparentemente inutili,-gli aeroporti e le linee ferroviarie prive di rotaie,-vari manufatti monolitici, come a Baalbek in Libano, di 1000 tonnellate, (già un mistero per noi),-altri siti megalitici, come Tiahuanaco, isola di Pasqua o Stonehenge, (altro mistero anche per noi).-il sito di Puma Punku in Bolivia, che rappresenta anche per noi un altro mistero, considerata la maestria, quasi impossibile anche oggi, con cui è stata lavorata la diorite, seconda per durezza solo al diamante.In pratica si troverebbero a dover fare i conti con manufatti di almeno 3 o 4 civiltà molto distanti tra loro da un punto di vista cronologico. Mi chiedo perché non sia possibile la stessa cosa anche per noi.

Comunque credo che sia importante aver cominciato a delineare un punto fermo da cui poter procedere a livello astronomico, geometrico e matematico: le piramidi di Giza non sono un fatto isolato ma appartengono ad un sistema planetario di piramidi. La linea retta, o arco di circonferenza, che congiunge tre siti distanti tra loro migliaia di chilometri ne è conferma inequivocabile.

(Archeologia planetaria e ciclicità delle civiltà)

Dopo avere esaminato le piramidi di Giza (Egitto), Teotihuacan (Messico) e Xian (Cina), tutte orientate sul terreno secondo le tre stelle della cosiddetta Cintura di Orione collegate a livello interplanetario da una medesima linea retta (trasformabile ovviamente in un arco di circonferenza) lunga quasi venticinquemila chilometri che le attraversa tutte (osservando il globo terracqueo o un planisfero), ho pensato di esaminare altre piramidi, come sempre trascurate dall’archeologia tradizionale che sembra avere stranamente ed inspiegabilmente concesso solo ai faraoni Egizi la patente di costruttori di questi edifici. Si tratta delle piramidi ricoperte da metri di terreno compatto, da detriti ed addirittura alberi, che fanno somigliare il luogo in cui sorgono questi colossi più a delle colline che non a dei solidi geometrici; eppure le piramidi ci sono e, anche questa volta, sono collegate tra loro a livello planetario, esattamente come le loro consorelle che abbiamo citato all’inizio dell’articolo. So che può sembrare strano tutto ciò, eppure vi dimostrerò che anche altre piramidi sono state edificate secondo un unico immenso progetto planetario. Se con la prima teoria della mappatura terrestre si poteva ancora avere qualche perplessità (peraltro incomprensibile dato che per tre punti su un piano passa una ed una sola linea retta comunque trasformabile, ripeto, in un arco di circonferenza, e dato che le piramidi sono sulla terra lo specchio della cosiddetta Cintura di Orione), adesso credo davvero non ci sia più niente da dire; ma procediamo con ordine.

Esistono sul nostro pianeta alcune piramidi colossali, ben più grandi di quelle di Giza. La prima è sicuramente quella di Cholùla, in Messico. Questa città, situata a 2.135 metri sul livello del mare, si trova a 15 chilometri dalla città di Puebla, nello Stato omonimo; il suo nome completo è Cholùla de Rivadàvia e sorge sul sito attribuito ad una antica civiltà precolombiana: i Mixtechi di cui ben poche notizie certe ci sono giunte. La grande collina visibile già da lontano altro non è che la più grande struttura singola mai realizzata dall’uomo sull’intero pianeta: una piramide completamente ricoperta di terra ed alberi e riportata alla luce solo in minima parte. Il resto della immensa struttura è ancora ricoperta di terreno ed addirittura sulla sua sommità è stata edificata dagli Spagnoli, nel 1594, la chiesa di Nuestra Señora de los Rimedios.

Le dimensioni di questo edificio sono impressionanti, dato che ogni lato della base quadrata è lungo circa 450 metri, mentre l’altezza è di 66 metri circa. Il volume è stimato in 4.450.000 metri cubi; se consideriamo che la grande piramide di Cheope, a Giza in Egitto, ha un volume di 2.500.000 metri cubi, ci rendiamo conto di cosa stiamo parlando. Eppure questa piramide non viene praticamente mai considerata, e gli abitanti del luogo, che la chiamano tlachihualtepetl (montagna artificiale), riferiscono che tradizionalmente l’edificio è dedicato al dio Quetzalcoatl. Il suo interno è attraversato da chilometri e chilometri di gallerie, ma certamente non è possibile stabilire se esse siano coeve alla costruzione o successive ad essa. Un colosso del genere non può essere trascurato, in quanto denota che molte migliaia di anni fa, (tante da giustificare l’accumulo di svariati metri di terreno che hanno trasformato la piramide in una collina), è esistita una civiltà in grado di edificare una vera e propria montagna artificiale. Oggi sarebbe ben difficile realizzare qualcosa del genere.

Per l’archeologia tradizionale si tratta, come al solito, del prodotto di una civiltà neolitica, e siamo alle consuete ed ormai non più tollerabili semplificazioni. Ma Cholùla non è l’unico esempio in tal senso; aVisoko, in Bosnia, nei pressi di Sarajevo, è stata scoperta la presenza, peraltro molto contestata dalla solita archeologia tradizionale, di diverse piramidi; una di esse, detta Piramide del Sole, è alta ben 213 metri, e quindi molto più della piramide di Cheope a Giza, ed è quindi la più alta del pianeta. Lo strato esterno di tale colosso è stato costruito in calcestruzzo, e precisamente in una varietà addirittura più solida di quello utilizzato dagli antichi Romani. Secondo alcuni esperti del settore, lo strato di terra che ricopre tale edificio lo fa risalire ad almeno 12.000 anni fa, e quindi all’epoca dell’ultima grande glaciazione. Lo scioglimento dei ghiacci, che ricoprivano buona parte dell’Europa, potrebbe aver ricoperto le piramidi Bosniache di materiale fangoso e detriti, poi compattatisi nel corso dei millenni, proprio come potrebbe essere successo anche a Cholula in Messico. Anche in questo caso si parla, sempre secondo le fonti ufficiali, dell’ennesimo prodotto del periodo neolitico: e siamo alle solite per l’ennesima volta. Ciò che colpisce anche qui è la grandiosità di questi edifici, entrambi più grandi della piramide di Cheope (Cholula per volume e per base, Visoko per l’altezza) ed entrambi ricoperti da uno strato molto simile di terreno e detriti.

Ma c’è un altro aspetto, a dir poco incredibile, che unisce e collega di nuovo a livello planetario (come per la prima teoria della mappatura delle piramidi), questi due siti: se tracciamo una linea retta (che anche in questo caso può diventare un arco di circonferenza) su un planisfero in modo da congiungerli, noteremo che il prolungamento di detta linea toccherà una città dell’Ucraina, Lugansk, venuta alla ribalta in questi ultimi tempi per una sensazionale scoperta: vi sono, anche in questo caso interrate, alcune gigantesche piramidi. A questo punto si impongono alcune riflessioni:-la teoria della mappatura terrestre delle piramidi è riscontrabile per la seconda volta. Quale sia poi lo scopo di queste linee rette (o archi di circonferenza) è questione da approfondirsi in futuro; forse una riproduzione dell’asse terrestre, forse l’Equatore Celeste (ovviamente all’epoca della edificazione), forse la distanza dal sole. Tante sono le soluzioni possibili. Data la differenza di inclinazione della retta rispetto all’equatore, c’è stato, tra la prima e la seconda serie di piramidi, un qualche importante cambiamento. Quale? Su questo si può ragionare. Indubbiamente lo stato di conservazione ed i metri di terriccio che ricoprono una serie di piramidi rispetto all’altra, denota una vetustà ben diversa tra le due serie di edifici. E’ da prendere in seria considerazione che quelle ricoperte di terriccio e detriti risalgano ad un periodo antecedente la fine dell’ultima glaciazione, mentre la seconda serie, non coperta di detriti (Giza, Teotihuacan e Xian) e che rispecchia la Cintura di Orione, sia di epoca successiva al 12.500 avanti Cristo, termine con cui, sempre approssimativamente, viene stabilita la fine dell’ultima glaciazione appunto.

Ne deriva che:-le piramidi ricoperte di terra sono più antiche di quelle di Giza, Teotihuacan e Xian che non sono mai state completamente ricoperte di detriti. Solo le piramidi Messicane sono state oggetto di una leggenda, tramandata da alcuni Maya, secondo cui detti edifici dovettero essere liberati dalle liane che li ricoprivano. Solo liane, e non certamente metri di terreno, in ogni caso. Ciò significa inequivocabilmente che vi sono state almeno due grandi civiltà (ma penso anche ad una terza e forse anche ad una quarta, quelle che hanno edificato Puma Punku e Balbeek, ossia altre civiltà ad oggi quasi completamente ignorate,un qualcosa di assurdo) prima di quella attuale che l’archeologia tradizionale indica come unica e sola della nostra storia. La verità è ben diversa: una grande civiltà ha edificato, su scala planetaria, le grandissime piramidi di CholulaVisoko e Lugansk. Una ulteriore civiltà, presumibilmente dopo qualche migliaio di anni, ha edificato, sempre su scala planetaria, le piramidi di GizaTeotihuacan e Xian, riproducendo sul terreno le tre stelle della Cintura di Orione. Le prime sono unite, oltre che dalla linea retta, anche dagli strati di terreno che le ricoprono; le seconde, oltre che dalla consueta linea retta, anche dalla rappresentazione della Cintura di Orione.

 

Credo di poter affermare che questi sono fatti, non teorie. L’importante è cominciare finalmente a ragionare su scala planetaria. Fino ad oggi è come se si fosse sempre considerata impossibile l’esistenza di una società unica su tutto il pianeta Terra. La stessa cosa sarebbe sicuramente successa anche per l’impero Romano. In mancanza di fonti scritte, chi avrebbe mai potuto pensare che un popolo che non conosceva l’energia elettrica, la radio e gli aeroplani sia stato in grado di creare un impero che andava dall’Inghilterra al Medio Oriente? Eppure sappiamo che è stato sicuramente così. Perché non credere allora che sia esistita una civiltà (o più di una) ancora più sviluppata dell’impero Romano? Il fatto che esistano linee planetarie che uniscono questi giganti di pietra lo conferma in pieno. Non mi stancherò mai di provare a capire come sia possibile che gli scribi Egizi non parlino MAI e poi MAI della costruzione delle piramidi nella piana di Giza, che non ci sia un solo disegno raffigurante la fase della costruzione, che non ci sia un geroglifico che parla della costruzione, che nessuno già nell’antichità sapesse come erano state edificate le grandi piramidi Egizie, benché quella di Cheope fosse considerata una delle sette meraviglie del mondo.

Eppure proprio questa è stata la più antica ed anche l’unica che sia giunta intatta fino a noi. E nessuno sa da dove sia spuntata fuori. Penso si possa cominciare a pensare a civiltà precedenti la nostra e che avevano una visione realmente planetaria della nostra Terra. L’importante è cominciare ad accettare una sorta di planetarismo archeologico contrapposto ad un localismo non più difendibile. Allo stesso modo va presa in considerazione la ciclicità delle civiltà, (basti pensare all’impero Romano, al buio che ne è seguito ed allo sviluppo della nostra nuova civiltà). Fino ad oggi si è seguita una linea evoluzionistica tanto ferrea quanto ormai indifendibile. Tutto ciò che l’archeologia tradizionale non riesce a concepire o a spiegare viene di norma ignorato o, nella migliore delle ipotesi, bollato come mistero o come eccezione o come prodotto semi-casuale del periodo neolitico: ebbene, l’eccezione la posso concepire in grammatica, ma non in archeologia. A parte le rette planetarie che collegano siti piramidali immensi, mi si spieghi come sia stato possibile, da parte di fantomatici popoli dell’età neolitica, erigere detti colossi . L’onere della prova stavolta non spetta a noi che a queste considerazioni pseudo – neolitiche non ci crediamo più. Credo sia giunto il momento di aprire realmente un dibattito su una nuova archeologia.

Fabio Garuti  fonte

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24 giugno 2013 1 24 /06 /giugno /2013 21:21

Le vetrate storiche delle chiese di tutto il mondo hanno sempre avuto un' importanza oltre che ecclesiastica, storica, misteriosa e soprattutto artistica.

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La tradizione vuole che a scoprire il vetro e a prendere coscienza di questo materiale fossero i Fenici, accendendo fuochi sulle rive del fiume Belo in Siria e provocando la fusione di blocchi di nitrato, dando origine a granuli di materiale duro e semitrasparente.
All’inizio è l’oriente la culla dello sviluppo di questo materiale che comincia a produrre oggetti in vetro diffusi poi in tutta l’area del mediterraneo da mercanti e navigatori.Ma già nell’Egitto dei Faraoni e nella Roma Imperiale era in uso rivestire le finestre con vetri,talvolta policromi,ed è documentato in numerosi testi medievali,a partire dal VI secolo.
Nel mondo islamico l’arte delle vetrate si univa a quella minuziosa degli stucchi:fu proprio la cultura islamica a diffondere quest’arte in Europa che,dall’epoca carolingia,iniziò ad assumere un carattere specifico,trasformandosi da vetrata prettamente decorativa in vetrata figurata.
E’da questa epoca che le testimonianze si moltiplicano.
Ne “La vita di S. Ludgerio” si descrivono le vetrate dell’Abazia di Werden,(Germania),nelle quali è anche raffigurato il miracolo del santo che ridona la vista ad una piccola cieca.
Ne “Le cronache di Richerio”,Abate di Leno e Montecassino (1038-1055) si accenna a vetrate “continentibus historias”.

Durante l’impero romano viene ideata la tecnica di produzione per soffiaggio dentro stampi e per la prima volta inizia la produzione di pannelli in vetro per finestre. L’impero romano diffonde la tecnica vetraia e il vetro viene inserito in ville ed edifici pubblici.La Germania ha l'onore di custodire intatte le più antiche finestre del mondo- nella Cattedrale dell'antica città di Augusta, fondata dai Romani nel I secolo d.C
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Nell’alto medioevo nella parte orientale dell’impero si sviluppa la costruzione di mosaici di vetro uniti con lo stucco, per le finestre e le cupole delle basiliche dando origine alle prime vetrate artistiche.

 
Le figure dell'antico testamento, dette dei cinque profeti nella cattedrale di Augusta Le figure dell'antico testamento, dette dei cinque profeti nella cattedrale di Augusta Le figure dell'antico testamento, dette dei cinque profeti nella cattedrale di Augusta
Le figure dell'antico testamento, dette dei cinque profeti nella cattedrale di Augusta Le figure dell'antico testamento, dette dei cinque profeti nella cattedrale di Augusta Le figure dell'antico testamento, dette dei cinque profeti nella cattedrale di Augusta


    Un sicuro esempio sono le 5 vetrate rappresentanti i Profeti,nella Cattedrale di Augusta, (Germania),databili attorno alla fine del X secolo:lo stile e la tecnica altamente professionali indicano che l’arte della pittura su vetro dovesse essere praticata già da lungo tempo.
Quando attorno a Chartres,(Francia),nel XIII secolo si raccolse il centro culturale religioso d’Europa,la tecnica vetraria si diffuse,espandendosi rapidamente,nel resto del continente. Nell’VIII sec. Si sviluppa nel mondo occidentale l’utilizzo del telaio a piombo che ne consente l’utilizzo in soluzioni architettoniche più estese.
Nel secolo successivo vi è l’introduzione della grisaglia che affina l’espressione pittorica con ombreggiature e particolari.
La creazione di vetrate artistiche in questo periodo ha temi prettamente religiosi. La vetrata induce i fedeli a seguire gli insegnamenti del cattolicesimo. Il linguaggio è figurativo in quanto siamo in un epoca dove l’analfabetismo è molto diffuso. La luce che filtra attraverso la vetrata è molto suggestiva e induce alla preghiera.Certamente i più antichi frammenti di vetrate dipinte e legate a piombo risalgono al IX-X secolo: furono rinvenuti durante gli scavi nell’Abbazia di Lorsch,(Francoforte),nel 1932.
In Francia nel corso del XII sec. Si sviluppa l’arte della vetrata artistica con straordinari risultati: cattedrale di Reims, di St. Denis e Chartes.
Il momento di massimo splendore di tale forma d’arte si ha con l’architettura gotica dove le vetrate seguendo la linea architettonica, si slanciano per tre metri d’altezza.
Nel XIV sec. Si scopre il giallo d’argento che arricchisce le tonalità cromatiche conferendo luminosità e profondità ai colori.
In Italia le vetrate artistiche si diffondono più tardi ,le troviamo nelle città di Siena, Assisi e Firenze.
Nei secoli successivi vi è la scoperta del “plaquet” e l’introduzione di smalti colorati.
Nel XVII e XVIII sec. Vi è un declino, nel XIX sec.una rinascita con il revival gotico.
Con l’art nouveau si apre una nuova e moderna stagione delle vetrate. Il suo grande esponente Louis Comfort Tiffany (1848-1933) inventa un nuovo modo di costruire vetrate ed oggetti in vetro colorato. Egli sfrutta i giochi di luce e gli effetti di iridescenza ottenuti dal vetro opalescente che si diffondeva in quel periodo.
A partire da quel momento la vetrata diviene sempre più oggetto di arredamento profano, staccandosi dall’ambito esclusivamente religioso dei secoli precedenti. La vetrata comincia ad assumere temi nuovi. Si rappresenta la natura, gli animali, figurazioni geometriche. Le linee diventano sinuose, tipicamente in stile Liberty.
Un esempio dello stile nelle vetrate lo abbiamo nel “museo della casina delle civette” a villa Torlonia (Roma) dove le vetrate decorano le innumerevoli porte e bow-windows. Realizzate con vetri policromi legati a piombo accostano composizioni geometriche a originali figurazioni. Eseguite tra il 1908 e il 1930 sono state eseguite da artisti quali : D. Cambellotti, P. Paschetto, V. Grassi, U. Bottazzi. esse offrono un campionario unico dell’evolversi dell’arte della vetrata a Roma, considerata fin d’ora un’arte minore, che in questa sede dimostra le sue valenze al confine tra arte e artigianato.
Nel XX sec. La vetrata diviene oggetto d’arredamento ed è sempre più apprezzata per il suo valore artistico. Ma vi è anche un lato molto interessante e misterioso, che si nasconde nelle vetrate delle chiese. 

 

     come ad esempio la storia dei misteri della Basilica di Sant’Ambrogio. Fondata nel 386, la basilica è l’edificio sacro più rilevante della Milano medievale. Al piano superiore su una facciata delimitata da due archi, vi è incastonata una scacchiera di sette caselle per sette, posta in diagonale. Sotto di essa compare una triplice sottolineatura. Qual è il suo significato? E’ solo un adornamento, oppure tale disegno nasconde un qualche significato simbolico esoterico a noi sconosciuto? Sta di fatto che la scacchiera ricalca la pianta radiocentrica della città che ha per centro il Duomo circondato da tre evidenti anelli di vie principali, traccia delle grandi cerchie di mura che un tempo delimitavano la città. Cosa voleva comunicarci il costruttore? Quale messaggio nasconde la scacchiera di Sant’Ambrogio? 

"La predilezione di Ambrogio per questa basilica che lui stesso fece costruire presso l'area cimiteriale cristiana dove desiderò essere sepolto è ampiamente intuibile da un passo della lettera che indirizzò alla sorella Marcellina dove afferma che era sua abitudine recarsi quotidianamente al cimitero dei martiri passando accanto al Palazzo Imperiale. Il cimitero si trovava fuori le mura della città, vicino all'attuale via san Vittore. Nei primi secoli questo cimitero era di uso pagano, ma dal IV secolo, dopo l'editto di Costantino , la situazione mutò e fu possibile anche ai cristiani seppellire i loro morti con riti pubblici. Era un luogo frequentato abitualmente tanto che ben presto si arricchì di edicole e di piccoli edifici. Ambrogio aveva fatto seppellire nel 378 il fratello Satiro. Questo edificio un secolo dopo sarà abbellito con mosaici così splendidi e ammirevoli da venir chiamato San Vittore in Ciel d'Oro (più tardi sarà incorporato nella basilica, dedicata a tutti i martiri)." [Sofia M.]

 

Costruito a partire dal 1386 sotto Gian Galeazzo Visconti sul luogo dove sorgeva il battistero di San Giovanni, dove Sant’Ambrogio aveva battezzato Sant’Agostino. Si tratta di una tarda espressione dell’arte gotica, una simmetria di ispirazione germanica comune anche alle altre cattedrali europee. Infatti, particolari numeri e figure geometriche come il triangolo e il quadrato fanno parte del segreto dei costruttori di questa grande opera architettonica. Maestoso e imponente, vero rompicapo anche per gli architetti contemporanei, il Duomo ha una lunghezza esterna di 157 m e un’area interna di 11.700 metri quadri. La guglia, con la statua dorata della “Madonnina”, è alta 109 metri.      

"Si dice che sotto il Duomo ci sia un laghetto, il quale era adorato dai Celti; infatti, il popolo Celta credeva nella Dea Belisama, che viene ricordata dalla Madonnina sulla punta del Duomo (questa Dea aveva una duplice funzionalita`,quella lunare, che ricordava la femminilita`, la madre col bambino, e quella solare, che ricordava il territorio, un tempo ricco di boschi) la quale era considerata Dea dell'acqua, cioè Dea della vita (infatti l'acqua era sinonimo di ricchezza vitale). Questa Dea, tra l'altro, a Milano veniva raffigurata (e chiamata con un nome specifico) come una scrofa pelosa (la scrofa semi lanuta di via Mercanti). Da qui cominciò tutto, i Celti edificarono un tempio o "cromlech", cioè grandi cerchi formati dai menhir (pietre erette verticalmente) e dai dolmen (camere megalitiche); dopo questi tempi Pagani, arrivarono altri templi costruiti dai Romani e, successivamente, diverse chiese Cristiane che, una sull'altra, diedero vita (dopo molti anni) al duomo di Milano." [Sofia M.]

 

Entriamo all’interno. La luce che penetra dalle vetrate gotiche produce un’atmosfera di mistica solennità. Parallela alla facciata rivolta a Ovest, notiamo sul pavimento una sottile linea d’ottone estesa per tutta la larghezza dell’edificio. A nord, la linea sale lungo la parete, in verticale, e termina con un riquadro nel quale è raffigurato il segno zodiacale del Capricorno. Altri riquadri minori seguono la linea sul pavimento e nell’ultimo, a sud, è raffigurato il segno del Cancro. Ogni giorno, a mezzogiorno, un raggio di luce penetra dal soffitto e va a colpire la linea meridiana, indicando il periodo dell’anno in cui ci si trova. Il maggior risalto dato al segno zodiacale sulla parete a nord è attribuibile alla sua sovrapposizione con il Natale Cristiano. Ma non possiamo dimenticare che il Capricorno è anche l’animale col quale viene raffigurato il diavolo. I costruttori del Duomo volevano comunicarci qualcosa? Quali segreti nasconde questa simbologia?

In ogni cattedrale gotica sono presenti elementi architettonici e simboli d’origine templare ed orientale, ed è risaputo che l’idolo adorato dai templari era il Bafometto, una sorta di demone cornuto. C’è una similitudine tra il Bafometto ed il capricorno del Duomo? Qual è il significato di tale simbolismo? 

Sulla facciata del secondo portale d'ingresso di sinistra, spicca una formella tra le tante, raffigurante un albero, precisamente una quercia, che i Druidi veneravano essendo tutt'oggi simbolo di forza, coraggio, vigore e rinascita. La quercia incarnava il Dio Celtico Dagda (per i romani impersonava Giove). La quercia è presente anche nel portone principale, infatti in mezzo all'apertura del portone vi è un albero che si dirama dando origine a formelle raffiguranti sull'ala destra del portone la nascita di Gesù e, sull'ala sinistra, la sua morte (con tutta la Passione). Si notano benissimo sul fondo del portone le radici dell'albero, questa presunta quercia allunga i suoi rami fin tutta l'altezza del portone sorreggendo la Madonna, Gesù, la Trinità e tutta una schiera d'angeli. Tale albero potrebbe essere anche la simbologia dell'albero della vita (il famoso albero proibito dal quale mangiarono Adamo ed Eva).

All'interno del Duomo, oltretutto, si ha l'impressione di essere di fronte ad un'antica foresta di querce (le colonne gotiche); infatti, i Maestri Comancini che contribuirono alla realizzazione del progetto, ben conoscevano il valore che la tradizione Celtica attribuiva a tali piante. Sempre sulla facciata del Duomo, possiamo notare varie figure di draghi e serpenti, presenti in Italia soltanto su questa cattedrale (queste figure emblematiche rappresentano simbolicamente l'energia che ci trasmette la terra sulla quale viviamo ed il potere di trasformazione). [Sofia M.]

  Ci sono inoltre decine di chiese enigmatiche e adornate da un velo di misterioso, sparse in tutto il mondo, ed ovviamente, diverrebbe troppo riduttivo, parlarne in un solo articolo.  L' articolo che avete appena visionato, è stato per merito dell' idea di Barbara, giovane restauratrice che guardacaso, si occupa di vetrate simili. Ottimo lavoro, gran soddisfazione.

 

    fonte   

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22 giugno 2013 6 22 /06 /giugno /2013 23:36

 

Mario Pincherle (da www.mariopincherle.it)

 Scavi e ritrovamenti sembrano dimostrare che all'interno della Grande Piramide di Cheope si trovino delle stanze segrete, custodi dell'esistenza di un'antichissima, perduta civiltà. Ma le autorità del Cairo mettono a tacere ogni cosa.

Nel marzo del 1993 un robot meccanizzato di fabbricazione tedesca, l'Upuaut II ('colui che apre la via', in egiziano antico) scopriva, al termine di un lungo cunicolo sotterraneo all'interno della piramide

di Cheope in Egitto, una piccola porta di marmo o calcare, con fissate sopra due maniglie di rame. In quel momento la spedizione archeologica tedesca guidata dall'ingegnere di robotica Rudolf Gantenbrink di Monaco esultò. Era stata scoperta una stanza segreta all'interno della Grande Piramide. Chissà quali misteri erano celati dietro quella porta. Si trattava di una scoperta eccezionale!

Ma ecco che, improvvisamente, le autorità egiziane revocavano agli occidentali il permesso di proseguire gli scavi, espellendoli dal Paese. "Le piramidi sono patrimonio dell'Egitto e non dell'Occidente", pare abbia dichiarato il Direttore Generale degli scavi archeologici di Giza, il dottor Zahi Hawass del Cairo, che da allora ha negato a tutti gli occidentali il permesso di scavare o di effettuare rilevamenti nelle piramidi.

"Non c'è nulla dietro la porta trovata dal robot di Gantenbrink", ha detto Hawass alla stampa. Pure, durante un viaggio in America alla ricerca di fondi, Zahi Hawass si lasciò scappare in via confidenziale: "Il ritrovamento di quella porta è la più importante scoperta della storia dell'Egitto. Abbiamo trovato dei manufatti che costringeranno l'Occidente a riscrivere la storia passata..."

Da allora più nulla si è saputo della misteriosa 'camera segreta' all'interno della Grande Piramide, che la tradizione vuole tomba del faraone Cheope (2625 a.C.). Ma si sa per certo che da quel momento l'Egitto ha vietato l'accesso a tutte le spedizioni occidentali, proibendo addirittura di filmare o fotografare nei pressi del sito, a Giza.

Ma quale sarebbe il grande segreto custodito all'interno della Grande Piramide? Forse il ritrovamento di manufatti anteriori all'origine ufficiale dell'uomo, risalenti all'epoca del mitico continente di Atlantide. Una scoperta del genere retrodaterebbe la storia dell'umanità così come noi la conosciamo, e ovviamente priverebbe l'orgoglioso Egitto del primato di 'culla della civiltà'.

TRE SCIENZIATI POCO ORTODOSSI

Di quest'idea è un team di archeologi dilettanti inglesi, particolarmente colpito dai divieti di Zahi Hawass, e scacciati dall'Egitto come indesiderabili. Costoro sono gli studiosi Robert Bauval, John West e Graham Hancock, moderni eredi di Indiana Jones, archeologi eretici e non ortodossi convinti che la culla dell'umanità non fosse affatto il Medioriente, ma l'Atlantide. Bauvall e soci sono sponsorizzati da un'associazione New Age americana legata al culto del celebre veggente Edgar Cayce (1877-1945), un profeta guaritore del Kentucky che si diceva in grado, in trance, di viaggiare a ritroso nel tempo, per scrutare la storia passata dell'umanità.

Cayce aveva profetizzato, per il 1998, la scoperta di una camera segreta all'interno della piramide di Cheope, contenente una stanza segreta dei costruttori di Atlantide. E chi si dice assolutamente convinto di quest'idea è proprio Bauval, autore del volume 'Il mistero di Orione' (Mondadori, 1997), in cui si afferma, in maniera molto seria e scientifica, che il sito di Giza sia stato edificato nel 10.500 a.C. dagli atlantidei, orientando astronomicamente le tre piramidi in direzione della costellazione di Orione. Sempre secondo Bauvall, al di sotto della Sfinge si troverebbe un'antichissima Sala delle Documentazioni di Atlantide, contenente tutta la saggezza perduta dell'immaginario continente; altrettanto curioso è l'archeologo Graham Hancock, che dopo aver visto il film di Indiana Jones è corso alla ricerca dell'arca dell'alleanza di Mosè, la cassa contenente le Tavole della Legge del popolo ebraico, scoprendola in un monastero ad Axum in Etiopia; Hancock è convinto che Il Santo Graal, il calice dell'Ultima Cena in cui bevve Cristo e alla cui ricerca si misero, nel Medioevo, i cavalieri di re Artù, altro non fosse che l'arca di Mosè. Non meno bizzarro è John West che, nel 1993, si è recato con una spedizione in Egitto ed ha analizzato la Sfinge. Risultato: essa presenta segni di un'erosione fluviale vecchia di almeno 10.000 anni. Quindi, non può essere stata edificata 4500 anni fa dagli egiziani, ma da una civiltà assai più antica. Gli atlantidei.

Queste scoperte, che se confermate toglierebbero all'Egitto qualunque paternità sul sito di Giza, non sono piaciute a Zahi Hawass, che ha prontamente espulso i tre Indiana Jones britannici.

LA PIRAMIDE SECONDO PINCHERLE

In realtà idee del genere non sono una novità, in quanto il primo a formularle in maniera seria e documentata fu un italiano (ma si sa, all'estero i nostri studi vengono costantemente ignorati).

Il bolognese Mario Pincherle, ingegnere con il pallino dell'archeologia, già negli anni Settanta si era detto convinto che la Grande Piramide fosse in stretta relazione con la civiltà l'atlantidea e che nascondesse un grande potere, quello dello zed. Lo zed era un'antichissima torre di granito, costruita da una civiltà perduta e sacra al dio egizio Osiride, capace di captare ed amplificare le energie benefiche dell'universo, ritrasmettendole su tutto il globo. "Un tempo", sostiene Pincherle, "lo zed si trovava sulla cima della piramide a gradoni di Zoser; in seguito al progressivo imbarbarimento dell'umanità, dovuto al diluvio universale ovvero alla fine di Atlantide, esso è stato nascosto ed occultato all'interno della piramide di Cheope, murato in un'intercapedine nascosta. Ciò si ricava dal fatto che la Grande Piramide è costruita con massi piccoli, alla base, e pietre più grandi, in cima, e infine edificata due volte, come a nascondere qualche cosa. La parte interna, come ho potuto notare durante una mia spedizione archeologica, è in ricco granito levigato, in onore del prezioso reperto che custodisce. All'esterno, invece, quasi a scoraggiare ladri e predatori di tombe, essa è molto misera, è in scadente pietra calcarea di fattura poco pregevole. Sappiamo che la Grande Piramide non fu mai una tomba, difatti il corpo del faraone Cheope non vi venne mai né sepolto, né trovato. Dunque, doveva servire a qualcos'altro. Probabilmente a coprire e nascondere lo zed, che un tempo si trovava in cima ad un'altra grande piramide, quella a gradoni di Zoser, molto più antica di quella di Giza. La torre zed è più antica della Grande Piramide ed è antidiluviana, e quindi atlantidea".

PROVE NASCOSTE

Questa convinzione Pincherle l'ha maturata scoprendo e decifrando un antichissimo testo etiopico, il 'Libro di Enoch', in cui si narra la storia di un patriarca ebraico antidiluviano che, giunto in Egitto, "vide un'alta e grande torre di granito duro". "Lo zed dunque esisteva", ribadisce Pincherle, "e ce lo conferma un testimone oculare. E quando ho esplorato la Grande Piramide ho scoperto, al suo interno, degli sfiatatoi nascosti, dei condotti di ventilazione che evidentemente conducono ad una camera segreta, la 'stanza di Osiride' da cui si accede allo zed".

Anche il giornalista scientifico inglese Colin Wilson condivide il fatto che la Grande Piramide non possa essere frutto della civiltà egizia, all'epoca tecnologicamente arretrata. "Come han potuto gli schiavi egizi", dichiara Wilson, "sollevare con semplici corde e bastoni blocchi di pietra di sei tonnellate? E come potevano portarli in cima alla Grande Piramide, lungo gradini che a volte non eran più grandi di 15 centimetri? Per spostare poi oltre due milioni e mezzo di mattoni in questo modo, ci sarebbero voluti almeno 150 anni. Possibile che il faraone Cheope avesse tutto questo tempo a disposizione? Negli anni Ottanta i giapponesi cercarono di costruire un modello in scala della Grande Piramide, per un'esposizione, ma anche con le più sofisticate apparecchiature dell'era moderna non vi riuscirono. E il progetto venne abbandonato..."

L’archeologo e poeta Mario Pincherle, è morto all’età di 93 anni a Bientina (Pisa), dove viveva dal 1992.Grazie alle sue ricerche, descrive il sistema utilizzato dagli egizi per sollevare gli enormi blocchi di granito con cui costruiscono le piramidi; ricostruisce il primo modello di bussola; spiega la tecnica utilizzata da Archimede per incendiare la flotta romana, ed espone addirittura il metodo utilizzato dagli antichi per ottenere la granulazione dell’oro. Tra le sue ricerche più importanti c’è quella sui ventidue archetipi, già utilizzati anche da Socrate e Platone.

 

ALFREDO LISSONI  fonte

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20 giugno 2013 4 20 /06 /giugno /2013 21:31

Il gatto: animale curioso, particolare, con molte credenze popolari che si portano avanti da millenni.

I gatti sono curiosi e complessi, addomesticati ma selvaggi, riservati, premurosi, affettuosi o lunatici. Ci appaiono misteriosi ed eleganti, giocherelloni e teneri, dolci micini o feroci cacciatori, compagni dell'uomo da millenni , spesso ispiratori di opere e di stile di vita, ma sempre fieri della propria indipendenza: sono creature superiori, meravigliose, eccezionali, specialmente i nostri.

Sino a quando l'Inquisizione decise di estirpare le religioni pagane del tutto con la bolla di papa Innocenzo III.
Molte persone innocenti furono torturate e assassinate, Donne, uomini, anziani e bambini, spesso intere famiglie.

L'Inquisizione aveva addirittura un libro da consultare, il Malleus Maleficarum, pubblicato per la prima volta nel 1486.
Insieme alle Streghe furono bruciati circa otto milioni di Gatti, perch? considerati bestie del demonio, probabilmente fu anche questo oltre ad altri motivi a fare in modo che le pestilenze che si scatenarono su tutta l'Europa fossero inarrestabili.

Nei tempi passati, sorsero in alcuni paesi europei superstizioni di ogni genere relative ai gatti. Nel medioevo questi animali erano associati a ogni sorta di malefici e diavolerie, considerati indivisibili compagni di streghe e fattucchiere, sempre implicati in tutto ci? che sapeva di magia. I gatti neri, che erano ritenuti apportatori di sventura, venivano acciuffati e arsi vivi, talvolta unitamente a coloro che erano ritenuti sospetti di stregoneria. Ancor oggi, ? radicata in molti la credenza secondo il cui vedersi attraversare la strada da un gatto nero costituisce segno di cattivo presagio.

Con la sola eccezione del Sud America, della Germania, e degli U.S.A., la figura del gatto nero viene paragonata, nel resto del mondo, come araldo di malasorte e presagio del lato oscuro della realt?.

L'Irlanda ? una vera e propria miniera di miti e leggende sui gatti neri dandogli il ruolo di aiutante di taumaturghi, esempio eccellente Muezza, il gatto di Maometto, di cui parleremo nel prossimo capitolo.

I gatti celtici del mito irlandese sono semplici miniature del demone che avanza, venuti a distruggere il mondo umano ed ad oscurare la marea con il sangue del sacrificio.

Contrariamente alla precedente apocalittica visione c'era un tempo in cui i gatti erano venerati in Europa, prima della caccia alle streghe del Medioevo.

Il gatto nero, portatore di magia era rappresentante delle tenebre; ma grazie alla pelliccia che poteva anche assumere il bagliore luminoso del chiaro di luna poteva contare su una duplice identit?. Inoltre il nero era un sottoprodotto del fuoco, che per gli antichi era una realt? positiva.Tutti questi aspetti erano, e sono ancora oggi, presenti nel gatto nero e sulle leggende che ne derivano.

Un grande legame esoterico dal punto di vista della mitologia e della religione ha sempre caratterizzato il rapporto tra uomo e gatto. Probabile ? il fatto che il gatto prima di essere addomesticato sia stato adorato, infatti nell'antico Egitto era venerata una divinità femminile chiamata Bastet, avente corpo di donna e testa di gatto, simbolo della vita della fecondità? e della maturità?. In India invece troviamo la dea Sasti, una divinità? felina simbolo di fertilit? e maternità?.

Nell' antico Egitto il gatto era ritenuto animale sacro e divino, infatti, alla loro morte venivano imbalsamati e sepolti con ogni onore. Attraverso l' Egitto il gatto giunse nei paesi arabi dove per? l' animale eletto era il cavallo, ben presto però anche il nostro amico felino venne preso in simpatia e la sua fama ben presto eguagliò quella equina.

Si narra il mito del gatto di Maometto, Muezza, il primo gatto con nove vite della storia; Questo gatto privilegiato si addormentò sulla manica del padrone quando lo stesso dovette allontanarsi e, non volendo disturbare il gatto così profondamente addormentato, tagliò la manica sulla quale dormiva il gatto. Al ritorno di Maometto, Muezza si inchinò in senso di gratitudine nei confronti del Profeta, il quale, l'accarezzò tre volte sul dorso, infatti secondo alcune leggende questo gesto consente al gatto di atterrare sano e salvo dall'alto sulle zampe. Il numero tre ha un significato importante poichè tre per tre volte indica l'infinito nella mitologia donando così al gatto una vita infinita.

Bisogna chiedersi, per comprendere fino in fondo il significato della leggenda, che cosa potesse rappresentare il taglio della manica della veste effettuato dal profeta come offerta simbolica al gatto. La manica destinata a Muezza altro non era che un dono destinato ai gatti di tutto il mondo e di tutti i tempi, che cosa vi fosse racchiuso, nessuno lo sa,  comunque apprezzabile il fatto che sia stata destinata ai domestici felini quale segno di riconoscenza, analizzato in questo contesto la sacra eredità risulta essere veramente notevole perch? conferisce al gatto dalle nove vite un'eternità di virtù : le azioni risultano essere sempre più forti delle parole.

Nella leggenda non è molto chiara il tipo di razza a cui appartenesse Muezza, pare potesse essere un' Abissino perch? gatto sacro ufficiale dell' antico Egitto.

Un animale così leggendario deve conoscere verità che noi non saremo mai in grado di percepire, infatti, un detto africano dice che "Quello che ignori è più saggio di te".

Anche Etruschi e Romani conoscevano ed apprezzavano il gatto e si servivano delle sue doti per debellare i topi portatori di malattie.

Il periodo medievale non è stato buio solo per l' uomo ma anche per il gatto, nella mentalit? popolare erano infatti considerati animali demoniaci, in quanto tali subirono infatti torture e sevizie.

Successivi studi medici effettuati sul gatto nel 1800 stabilirono che esso era un' animale non portatore di malattie trasmettibili all'uomo, come tale venne successivamente accolto anche nei salotti più esclusivi.

Si narra che il Birmano discenda da un' antica popolazione di gatti sacri ospitati in un tempio Khmer di Myanmar. Durante un assalto al medesimo tempio, il gran sacerdote venne mortalmente ferito ed il suo fedele gatto Birmano si accucciò sopra di lui rivolgendo lo sguardo alla divinità del tempio stesso, mentre ciò accadeva, il suo mantello divenne dorato e gli occhi blu, quando si voltò verso la porta del tempio le sue zampe si tinsero di marrone ad eccezione delle zampe posteriori ancora appoggiate sul padrone morente le quali rimasero bianche candide.Guidati dallo sguardo del gatto ancora rivolto alle porte del tempio, i monaci si precipitarono a chiuderle, salvandosi cos? dal saccheggio e dalla distruzione.

Il gatto non abbandon? il suo padrone, e mor? sette giorni dopo di lui; quando i monaci si riunirono per eleggere il nuovo successore del sacerdote videro accorrere tutti i gatti del tempio trasformati nelle sembianze di Sinh, il gatto Birmano del sacerdote defunto.

Da ciò deriva il nome della razza, Gatto Sacro di Birmania.

Un' antica leggenda di origine Polacca narra di una gatta che, disperata per la fine che avrebbero presto fatto i propri cuccioli, gettati al fiume dal proprio padrone, stava manifestando tutto il suo struggente dolore con pietosi e strazianti miagolii.

I Salici, presenti sulla sponda del fiume, impietositi dalla scena atroce, tesero i loro rami verso il fiume per permettere ai gattini di aggrapparsi, cos? facendo li salvarono dalla triste fine.

Da allora, ogni primavera i Salici non fioriscono ma, in ricordo di quanto accaduto, si ricoprono di una morbida infiorescenza lanuginosa e di colore bianco, simile al pelo dei gattini, tali infiorescenze vengono chiamate proprio "gattini".

Gli animali sentono, "vedono", comunicano con altri sensi (l'ESP) Testo di Bill Schul, tratto da "Anche gli animali vanno in Paradiso", S.Apuzzo - M.D'Ambrosio, Edizioni Mediterranee, giugno 2001

Un esperimento incruento dimostra, tra i tanti che sono stati condotti, come gli animali percepiscano in modo nitido gli avvenimenti anche se "privati" dei normali sensi:
un boxer fu collegato a un elettrocardiografo in una stanza, mentre la sua proprietaria si trovava in un' altra stanza.
Senza avvisare la donna, un estraneo si precipit? dentro insultandola e minacciandola di percosse.
Essa raccont? di essersi veramente spaventata, come si pu? ben pensare.
Il suo cane che si trovava nell' altra stanza insonorizzata deve aver percepito che la sua padrona era in pericolo, perch? in quel preciso istante il suo battito cardiaco divenne violento.
In un recente viaggio a Denver dovetti far revisionare la mia macchina; il meccanico not? parecchi libri di parapsicologia sul sedile e mi chiese se credevo a 'quel genere di cose', e aggiunse in fretta che lui stesso non vi credeva molto.
Il mio tentativo di parlargli di alcune serie ricerche in quel campo fu presto interrotto dall'uomo, che mi raccont? di tutti gli incidenti capitati al suo grosso Labrador che gli leggeva nel pensiero e di un cavallo che sapeva sempre quando nascondersi quando qualche membro della famiglia voleva cavalcarlo.

Vi sono montagne di prove che indicano le capacità extra-sensoriali degli animali: animali domestici che sanno quando il padrone muore o è in pericolo anche se è lontano centinaia di chilometri;
capacit? di leggere nella mente;
predizioni di terremoti, temporali e perfino bombardamenti molto tempo prima che abbiano luogo:
capacità di attraversare un continente alla ricerca del padrone perduto;
il loro ritorno dall' aldil? per avvisare i padroni di un pericolo;
perfino preveggenza, come nello strano caso di Missie, il Boston terrier che sapeva contare e dialogare con gli esseri umani secondo un linguaggio convenzionale.

Strani racconti di poteri che pochi di noi, la razza 'superiore' del pianeta, possiedono.
Parecchi anni fa, il nostro vicino tenne per qualche tempo presso di se un grosso gatto persiano che apparteneva a sua madre, che si era recata in Inghilterra per visitare degli amici.
Il gatto e l'anziana signora avevano vissuto insieme in un appartamento per quattro anni e non si erano mai separati per pi? di un giorno.
Quindi fu comprensibile che il gatto fosse sconvolto per parecchi giorni per essere stato lasciato solo, ma presto si abitu? al nuovo ambiente e sembr? ragionevolmente sereno.
Ma un mese dopo che la sua padrona se ne era andata, il gatto sedette in un angolo della stanza miagolando pietosamente, rifiutando di mangiare e ignorando tutte le attenzioni.
Il pomeriggio del secondo giorno il gatto cominci? a emettere dei miagolii strazianti.
Dopo un'ora il mio vicino ricevette una telefonata che lo avvisava che sua madre era morta per un attacco cardiaco mentre la portavano all'ospedale.

Forse gli animali fanno uno sforzo maggiore per comunicare con noi di quanto noi ne siamo consapevoli e la maggior parte dei loro messaggi non ricevono mai la nostra attenzione.
La nota psicologa degli animali Beatrice Lydecker la pensa così.
Ha dimostrato alla televisione nazionale, con piena soddisfazione di molti studiosi di animali, la sua capacità di comunicare con gli animali.
Riassume i risultati delle sue ricerche in What the Animals Teli Me, affermando che gli animali non comunicano verbalmente, bens? per mezzo dell'ESP.
La Lydecker cita i risultati di test che dimostrano come una persona può comunicare coll'animale preferito attraverso un linguaggio non verbale e visualizzando ciò che vuole.

Ai padroni di cani e gatti si dà il seguente consiglio:
"Per abituare il vostro beniamino a capire la parola 'seduto' per esempio, ditegli di sedere mentre lo visualizzate in quella posizione.
Presto l'animale risponder? al comando mentre riceve l'immagine da voi.
Mentre viene dato questo tipo di istruzione, avviene un tipo di comunicazione ESP.
Si conversa nel linguaggio degli animali.
Quando diventerete abili, diventer? naturale chiacchierare col vostro gatto (attraverso le immagini ESP)".

Mentre molti avranno difficoltà a credere a ciò, gli zoologi Maurice e Robert Burton osservano nella loro nuova enciclopedia sul comportamento degli animali Inside the Animai World che "sarebbe molto difficile convincere il proprietario di un cane che il suo animale non comunica telepaticamente".
La loro enciclopedia riporta degli esempi straordinari di telepatia animale.

Infine lo psicologo J.B. Rhine, noto per le sue ricerche in questo campo, riferisce che esperimenti ben controllati sull' ESP degli animali confermano l'evidenza di ci? suggerendo che la capacit? degli animali, a trasmettere e a ricevere messaggi telepatici, è una proprietà acquisita dell'organismo animale che precede la coscienza sensoriale.

La telepatia potrebbe spiegare l'improvviso cambio di direzione di uno stormo d'uccelli che volano assieme, e potrebbe anche aiutarci a capire come mai cani e gatti sono in grado di ritrovare i loro padroni anche a grandi distanze, in luoghi dove non sono mai stati.
Parecchi anni fa alcuni ricercatori dell' Istituto di Parapsicologia del North Carolina verificarono la storia di un gatto che era andato da New York fino in California per ritrovare il suo padrone.
Sembra che il padrone, un veterinario, affidasse il gatto a degli amici quando era in viaggio.

Cinque mesi pi? tardi, un gatto entr? dalla porta principale della sua casa.
Egli rimase stupito di fronte alla somiglianza del gatto che aveva innanzi col suo gatto di prima e fu ancora pi? sorpreso quando l'animale entr? in casa e and? a mettersi direttamente su quella che era stata la sua sedia favorita.
Un esame del gatto cancell? ogni dubbio perch? anch' esso aveva una vertebra pi? larga delle altre.
La sopravvivenza degli animali dopo la morte ? stata confermata da coloro che si sono trovati in stati particolari dove hanno potuto verificarlo.
Racconti di esperienze fatte fuori dal corpo sono stati divulgati largamente dai media.

Spesso i racconti sono stati fatti da persone che hanno sub?to una morte clinica, hanno lasciato il corpo e a quanto si dice hanno sperimentato altri piani di esistenza e poi sono ritornati nei loro corpi ed hanno riferito ci? che ? loro accaduto durante quel periodo.
Esperienze fuori dal corpo tuttavia non sono limitate all'improvviso arresto delle funzioni vitali.
Quando all' universit? parlo di stati alterati di coscienza talvolta chiedo che alzino la mano coloro che in qualche modo hanno avuto l'esperienza di essere separati dal loro corpo fisico e sono rimasto stupito nel vedere che circa un terzo degli studenti rispondeva affermativamente.
Vi sono anche stati coloro che hanno sviluppato quest'abilit? o talento al punto che possono volontariamente separare la coscienza dal corpo.
Mantenendo piena consapevolezza, possono viaggiare mentalmente in altri luoghi dentro il nostro piano di realt? e pi? tardi confermare l'accuratezza delle loro osservazioni.
Spesso affermano di aver raggiunto vari livelli di esistenza e uno di questi, probabilmente, è il livello astrale dove può darsi che vivano coloro che sono morti.

Uno di questi visitatori di molteplici piani di esistenza è un mio carissimo amico.
Gli ho chiesto che ne pensa della sopravvivenza degli animali dopo la morte fisica. Mi ha detto molte volte di aver contattato sul piano astrale persone che aveva conosciuto da vive sulla terra.
Quando gli chiesi se avesse anche incontrato degli animali che aveva conosciuto, mi rispose senza esitazione:
"Oh, s?. Spesso vedo animali, talvolta in compagnia di altri animali, come alcuni cani che giocano o corrono insieme, oppure in compagnia di persone. Non ? insolito che io veda qualcuno giocare con un cane o accarezzare un gatto".
"Ma siamo sicuri che gli animali che vedi l? hanno vissuto su questa terra?", chiesi.
"Be', naturalmente molti animali non li ho mai visti prima", mi rispose, "ma non dimenticher? mai la volta che ho visto chiaramente Flip, il mio vecchio airdale che era morto qualche mese prima.
Era veramente eccitatissimo nel vedermi, scodinzolava e si gettava su di me.
Io l'ho accarezzato e gli ho parlato a lungo e non ho mai dubitato che fosse realmente lui".

Il Gatto magico dagli Egizi alla mitologia.
Presso gli Egizi, l'uccisione del gatto era punita pi? severamente di quella di qualsiasi altro animale, sia che avvenisse inavvertitamente o che fosse provocata di proposito.
Chi uccideva un gatto era sempre criminale, e tale crimine si espiava solo col supplizio.
Ma quando un gatto moriva naturalmente, dice Erodoto, le persone della casa piangevano il lutto come se fosse scomparso un membro della famiglia.
Il gatto veniva imbalsamato e degnamente seppellito.

Gli Egizi lo chiamavano Myou, con un'evidente onomatopea, e lo onoravano in parecchie regioni, ma principalmente a Bubastis, citt? del Basso Egitto dove si adorava Bastet, la dea dalla testa di gatto.
Il gatto, come la dea Bastet, era il nemico dei serpenti, e in un papiro funerario ? raffigurato nell'atto di mozzare la testa di un rettile.
Il culto di Bastet era diffuso a Tebe e a Menfi, e nei dintorni di queste due citt? sono stati trovati dei cimiteri di gatti contenenti circa duecentomila mummie.
Pare infine che, mentre il gatto era sacro al Sole e a Osiride, la gatta era sacra alla Luna e a Iside.
Il gatto, la cui pupilla subisce delle variazioni che ricordavano le fasi della luna, veniva paragonato alla sfinge per la sua natura segreta e misteriosa e per la sensibilit? alle manifestazioni magnetiche ed elettriche.
Inoltre la sua abituale posizione raggomitolata e la facolt? di dormire per giornate intere ne facevano, agli occhi degli ierofanti, l'immagine della meditazione, mostrata come esempio ai candidati all'iniziazione rituale.
Nel Libro dei Morti egizio, il gatto ? chiamato Matou allorch? combatte contro Apophis, il serpente pitone della paludi, simbolo delle forze malvage. Si affermava infine che il gatto possedesse nove anime, e godesse di nove vite successive.

La prima donna, quando ancora Eva non era nata, la pura, la ribelle, Lilith, 1' incontrollabile, l'imprevedibile, la vergine selvaggia, sovrana delle ombre, scelse per compagno lo spirito stesso della notte e del mistero: il gatto.

I Greci, al contrario, ignorarono i gatti.
Per cacciare i topi dalle loro case, si servivano delle donnole e dei colubri.
I cristiani, dal canto loro, videro il gatto di mal occhio, e lo accusarono di portare con s? tutti i malefici.
Gi? a opinione degli gnostici, nel XVI secolo, il gatto era legato a tutti gli aspetti diabolici della femminilità.
Il gatto sta al cane, dicevano, come la donna sta all'uomo.
La sua natura, la sua volutt?, la sua dolcezza, la sua astuzia sono simili a quelle della donna.

Per di pi?, il gatto fu molto presto collegato al folklore della stregoneria; le streghe amavano trasformarsi in gatte.
E sicuro che, dice Duchaussoy nel suo Bestia ire Divine:
"Quando i rituali e i culti lunari furono ufficialmente abbandonati e relegati al rango di stregoneria, il gatto nero, immagine della notte buia in cui brillava la divina Febe, divenne il compagno classico delle streghe".

Esaminando il racconto intitolato Il gatto nero di Edgar A. Poe, si pu? scorgere un ruolo erotico-simbolico del gatto.

Ma cosa vediamo, osservando da vicino un gatto?

Occhi vivaci, un corpo snello, lucido, forte, un animo affettuoso e fiducioso, indipendenza, raffinatezza e uno spirito saggio e saccente al contempo. Che il gatto accanto a noi abbia il pelo lungo o corto, che sia soriano o color tartaruga, la nostra reazione ? sempre la stessa: ne restiamo affascinati.

Misteriosi ed eleganti, giocherelloni e teneri, i gatti sono le creature pi? ingannatrici che la nostra specie abbia mai addomesticato. Ma, nel corso dei tempo, tutte le civiltà? hanno faticato a capire i gatti.

Dolci o riservati? Solitari o socievoli? Meditativi o funerei? Fisicamente i gatti sono cambiati ben poco, ma qualcosa è cambiato il nostro modo di vederli. Diversamente - e quanto diversamente - dal cane, uno dei primi animali domestici, i gatti si sono avvicinati all'uomo relativamente tardi. Ma si sono rifatti dei tempo perduto ed hanno occupato ben presto un posto non solo nelle nostre case, ma anche nei nostri cuori.

E di questo dobbiamo ringraziare i roditori. E stato l'avvento dell'agricoltura, e quindi delle provviste di grano, a condurci questi amici sofisticati e predatori, probabilmente pi? di tremila anni fa. Si ritiene che il gatto selvatico africano venisse impiegato nell'antico Egitto per uccidere i topi e i roditori della valle dei Nilo che depredavano il grano raccolto e immagazzinato. Gli antichi egizi non ebbero pi? scelta dopo aver vissuto con queste splendide creature: ne rimasero affascinati. I gatti adorati dagli antichi egizi erano pi? o meno i gatti che adoriamo ancor oggi.
Gi egizi veneravano una divinità? felina, Bastet, che guidava un carro trainato da altri gatti (molti di noi riescono ad immaginare i nostri amici che scelgono fra i gatti dei vicini quelli da imbrigliare: "Quel piccolo curioso con le macchie della strada accanto ... iI grosso Tom dei prato dietro casa..."). Bastet era una dea potente strettamente collegata a Ra, il dio dei sole. I gatti vagavano in un tempio in pietra costruito in suo onore e i fedeli studiavano il loro comportamento per trarne auspici e segni della dea stessa.  In vita i gatti erano molto amati, nella morte erano pianti. Se moriva il gatto di casa, tutta la famiglia egizia si rasava le sopracciglia.

Ma essere venerati non  sempre poteva essere piacevole come si potrebbe pensare, soprattutto nel ventesimo secolo. Negli Stati Uniti cinquantacinque milioni di gatti viziati hanno una casa, mentre milioni di altri, non desiderati, vengono uccisi ogni anno. In Egitto, anche se il gatto era sacro, ne vennero sacrificati e mummificati migliaia. In un grande tempio sono state scoperte alla fine dei secolo scorso oltre trecentomila mummie di gatti con accanto una sorta di pasto per l'aldil?: topi mummificati.

Nel corso dei secoli Bastet divenne sempre pi? popolare e potente e attir? centinaia di migliaia di pellegrini da ogni parte in occasione delle celebrazioni in suo onore, durante le quali si beveva, si banchettava e ci si dava a orge sfrenate. Questa storia, insieme ai vagabondaggi notturni, alle retine riflettenti che fanno "brillare" gli occhi al buio, e all'istintivo orgoglio dei gatto (leggete pure superbia), possono essere state fra le cause che hanno portato i gatti a vedere i tempi bui dell'Europa medioevale, quando venivano collegati alla magia e alla stregoneria. A causa di questa associazione, i gatti vennero perseguitati per secoli. Anche se questo atteggiamento contro i gatti ebbe inizio gi? nel decimo secolo, l'ultimo gatto giustiziato in Inghilterra per stregoneria mor? nel 1712. Oggi sappiamo bene quanto i gatti possano essere di compagnia e di conforto per le persone anziane, ma questa preziosa intesa venne male interpretata e distrutta nel corso dei Medioevo. Una donna anziana che viveva con i suoi gatti veniva sempre sospettata di stregoneria.

Durante la caccia alle streghe erano presi di mira soprattutto i gatti neri, che tuttora sono circondati da un'aura di superstizione. Negli Stati Uniti un gatto nero che attraversa la strada si ritiene porti sfortuna, ma in Inghilterra vale l'opposto: i guai sono passati senza sfiorarli, quindi ? segno di buona fortuna.

Anche nei momenti pi? bui gli scrittori rimasero i migliori alleati dei gatti, condividendo con loro una vita solitaria e tranquilla. Fedeli fino in fondo all'amore per il loro compagno felino furono, per esempio, il Petrarca, che fece incidere sulla lapide dei suo gatto la frase "Sono stato la pi? grande passione, seconda solo a Laura", e il saggista francese dei XVI secolo Michel de Montaigne, che scrisse: "Quando gioco con la mia gatta, chi pu? dire se si diverte pi? lei a scherzare con me o io a giocare con lei?". E questo rapporto ? proseguito per intere generazioni. I gatti hanno assistito tranquilli alla transizione dalla penna d'oca al computer portatile. Keats, Tennyson, Hardy, Twain, Kipling e Colette amarono molto i gatti e scrissero di loro con amore. Nessuno che abbia assistito alle strabilianti evoluzioni di un gatto comune potr? sorprendersi sapendo che un uomo "duro" come Ernest Hemingway fosse un vero amante dei gatti.

E non ? il solo. E' il loro fisico snello ad attrarci. Pur essendo diventati domestici, i gatti sono cambiati relativamente poco: non si notano in loro marcate differenze fisiche fra le razze domestiche e le razze selvatiche, come per esempio negli "animali da soma" (provate ad applicare questa definizione al vostro gatto!).

Molto pi? di altre specie addomesticate, i nostri piccoli Muffy e Lulu riescono a sopravvivere da soli. La palla di pelo che vi fa le fusa in grembo sa perfettamente come procurarsi un pasto fuori casa, sia che si trovi in un prato o per le strade di Manhattan.

In quei profondi occhi blu, verde smeraldo o color ambra riusciamo ancora a percepire il senso dei selvatico. Con la loro sviluppata visione notturna, con il loro udito in grado di percepire i suoni acuti, e con un senso dell'olfatto trenta volte pi? sviluppato dei nostro, i gatti sono animali predatori. Di citt? o di campagna, qualsiasi gatto che possa uscire liberamente delimita il suo territorio e utilizza gli odori per marcare i confini, facendo poi conto sui suoi muscoli per consolidarli, anche se spesso le minacce sono sufficienti.

Anche i gattini pi? indifesi nascono con l'istinto della caccia: ? un impulso naturale che si affina giocando con i fratellini. Se li osservate mentre lottano e si mordono sapete che stanno esercitandosi per catturare dei deliziosi topolini vivi. Osservando i genitori imparano la pazienza, la tecnica dell'attacco improvviso e come afferrare la preda per il collo. L'istinto della caccia è molto forte: in mancanza di topi sarà sufficiente una mano sotto una coperta, una pantofola che batte sul pavimento o una stringa trascinata in giro.

Alcuni gatti domestici sentono il richiamo della vita selvatica e, se tornano selvatici, sono perfettamente in grado di nutrirsi catturando uccellini e roditori. Spesso sono molto prolifici, ma la loro vita media è circa la metà di quella di un viziato micione casalingo. In molte città vi sono gruppi di assistenza che operano per sterilizzare e stabilizzare la popolazione di gatti selvatici.

E' molto controversa la questione se lasciare o meno uscire liberamente i nostri gatti. La maggior parte delle associazioni per la protezione degli animali insiste sul fatto di tenere sempre i gatti in casa, citando le statistiche che dimostrano di quanto si riduca la sua vita media da quando varca la soglia di casa. Ma i padroni dei gatti si pongono sempre la stessa domanda: "Che cosa rende felice il mio gatto?". Sappiamo che sono sensibili al tocco e che reagiscono con tutto il corpo alle carezze. Fremono di piacere e si strusciano con la testa, la schiena e la coda sul palmo della mano. Molti gatti vanno in estasi per l'erba gatta, vi si rotolano e vi si sfregano in modo assolutamente sfrenato. Sembrano trarre piacere dalle cose pi? semplici: un angolino di stanza inondato dal sole, un sacchetto di carta, la gioia di piantare le unghie nella tappezzeria, lunghissimi sonnellini, il rispetto, o meglio la venerazione, da parte degli altri.

I gatti sono curiosi e complessi, affettuosi ma indipendenti, addomesticati ma selvatici, riservati e premurosi. I felini sono cos? tante cose insieme che l'unico sistema per catalogare le loro storie sono le immagini: non importa di che razza siano o dove ? stata scattata la foto, riconoscerete il vostro gatto, la sua essenza felina universale, in ogni figura. Con le sue immagini Gatti in primo piano ? un'autentica celebrazione della felinit?.

Un Gatto in casa e' una gioia, una carezza nei momenti di sconforto, una giornaliera scoperta di un comportamento incomprensibile ed assurdo......un Gatto e' un mistero....il tuo Gatto e' il tuo mistero personale.
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18 giugno 2013 2 18 /06 /giugno /2013 21:55

La conseguenza dell'esplosione di un asteroide entrato nell'atmosfera terrestre nel 1908 La teoria di un accademico russo e l'ipotesi della caduta di un Ufo: una teoria che ancora oggi, a distanza di  anni, crea ancora un suo fascino e una certa familiarità con quanto accade nel mondo per via di un clima sempre più estremo. Certamente gli eventi più significativi li abbiamo quest' anno 2013 in particolare, piuttosto lontanucci dall' evento in questione.  Assistiamo a quello che potremmo definire un effetto domino, su scala mondiale, quindi non ci saremmo mai potuti aspettare un radicale cambiamento climatico, ma lento e inesorabile. 

Il 30 giugno del 1908 alle ore 7,17 (ora locale) precipitò al suolo nel distretto di Evenkia, situato nella Siberia centrale (a nord ovest del lago Baikal e a 5.700 km da Mosca) un meteorite: il meteorite Tungus che provocò la distruzione di 60 milioni di alberi su circa 20mila ettari di taiga (la foresta siberiana). Prima della sua caduta al suolo fu udita dalle popolazioni locali una esplosione spaventosa, come di una bomba termonucleare. Nelle successive 5 ore che seguirono questo tremendo boato, l'osservatorio di Irkutsk, in Siberia, registrò forti variazioni del campo magnetico terrestre. 
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 Ebbene quell'evento, secondo uno scienziato russo: Vladimir Shaidurov, membro dell'Accademia russa delle scienze ed esperto di modellistica numerica, è all'origine del cambiamento climatico che successivamente si è generato e che comincia appunto nel 1908 e non dalla metà del 1800, e che prosegue fino ai giorni nostri. L'annuncio di questa nuova, ed inaspettata, teoria del riscaldamento climatico globale attuale è stato fatto dallo stesso prof. Shaidurov, in un seminario tenuto all'Università di Leicester in Gran Bretagna, teoria che intende ora pubblicare in un articolo da inviare alla rivista «Science».

In pratica il prof. Shaidurof afferma che non è vero quello che i climatologi hanno accertato sul riscaldamento climatico attuale. L'aumento dei gas di serra nell'atmosfera a causa delle aumentate emissioni provenienti dalle attività umane (ed in particolare dal crescente uso dei combustibili fossili) non sono affatto responsabili dei cambiamenti climatici attuali. Il responsabile è stato un evento del tutto naturale: la polvere e i minutissimi aghetti di ghiaccio provenienti dall'asteroide o dalla cometa che ha impattato con l'alta atmosfera e da cui si è poi separato un pezzo e precipitato al suolo, e cioè il meteorite Tungus. 
tunguska
 Questo asteroide, ha avuto un impatto molto violento e con potenza dissipata pari a quella di 15 bombe atomiche da un megaton. A seguito dell'impatto con l'alta atmosfera sono state rilasciate enormi quantità di polveri che, proprio perché rilasciate a notevoli altezze, hanno via via invaso e contaminato tutta l'atmosfera terrestre ad alta quota, dove la radiazione solare è stata riflessa e diffusa verso lo spazio. Ne è seguito, di conseguenza un raffreddamento della mesosfera e della stratosfera che a sua volta ha causato una controreazione in termini di aumento della temperatura della bassa atmosfera ed in particolare della troposfera.

L'aumento della temperatura della troposfera è stato, tra l'altro, amplificato dal concomitante aumento del vapor d'acqua che si è condensato, sotto forma di minutissimi aghetti di ghiaccio, attorno alle polveri di disintegrazione dell'asteroide e, come noto, il vapor d'acqua è un potente gas di serra. Basta, infatti un aumento dell'1% della concentrazione del vapor d'acqua per causare un aumento della temperatura terrestre di ben 4°C, secondo i calcoli del prof. Shaidurov.

L'originale teoria del prof. Shaidurov sarà ora da analizzare e da approfondire in dettaglio, non dimenticando di tener conto anche di altre ipotesi diverse da quelle del meteorite sganciato da un asteroide o da una cometa. Infatti, il 29 luglio del 2004, come riferisce il quotidiano la Pravda, era stata organizzata, sotto la guida dell'ufologo: Yuri Labvin, una spedizione scientifica, nella taiga siberiana dove è avvenuto l'impatto del «presunto» meteorite, per dimostrare che a causare le variazioni magnetiche registrate dall'osservatorio di Irkutsk non era, in realtà, un meteorite ma un Ufo. Anche se non si hanno ancora notizie dell'esito di quella spedizione, l'ipotesi Ufo, come causa dei cambiamenti climatici non si può a priori scartare.  Tutte le testimonianze raccolte nei decenni successivi indicarono che la causa dell'esplosione era stata la caduta di un corpo celeste, con un diametro fra i 50 e i 100 metri e dotato di una velocità di alcune decine di chilometri al secondo rispetto al nostro pianeta. Ma c'erano delle evidenti stranezze. Come mai sul terreno non si trovava un grosso cratere, simile al Meteor Crater dell'Arizona, formato circa 50.000 anni fa da un proiettile celeste di dimensioni analoghe? E come mai non fu possibile rintracciare meteoriti, neppure in piccoli frammenti, nonostante le molte accurate ricerche? Fino a pochi anni fa, il corpo celeste all'origine dell'esplosione di Tunguska sembrava essere svanito nel nulla. Solo di recente sono stati analizzati in laboratorio campioni estratti dalla resina degli alberi sopravvissuti alla catastrofe, raccolti da una spedizione di fisici dell'Università di Bologna, su suggerimento del professor M. Galli. Questo esame ha mostrato che molte particelle microscopiche incorporate nella resina risalente all'anno 1908 hanno una probabile origine extraterrestre.A partire dagli anni Settanta il dibattito si è incentrato piuttosto sull'alternativa cometa-asteroide: soprattutto fra i ricercatori russi, veniva preferita l'ipotesi di una mini-cometa, che si riteneva potesse essere friabile e ricca di composti volatili, a differenza degli asteroidi rocciosi e metallici, come quello che aveva formato il Meteor Crater e quelli da cui provengono le meteoriti.

    Oggi gli astronomi ne sanno molto di più rispetto a qualche decennio fa sul ruolo degli impatti extraterrestri nella storia del nostro pianeta. L'esplorazione della Luna e di molti altri pianeti e satelliti naturali ha mostrato che l'urto con corpi interplanetari vaganti, e la conseguente formazione di grandi crateri, è un evento relativamente comune nel sistema solare. Diciotto anni fa una nuova scoperta ha indicato che sulla Terra i maggiori tra questi impatti hanno probabilmente causato vere e proprie catastrofi climatiche ed ecologiche, come quella che 65 milioni di anni fa provocò l'estinzione in massa dei dinosauri e di circa i due terzi delle altre specie viventi. L'indizio decisivo era poco evidente ma convincente per gli scienziati: nel sottile strato di argilla che su tutta la Terra segna il confine temporale fra l'epoca dei dinosauri (il Cretaceo) e quella successiva (il Terziario) si trovava una quantità anomala di iridio, elemento chimico raro nella crosta terrestre ma relativamente abbondante nelle meteoriti. All'inizio degli anni 90 la scoperta dell'enorme cratere di Chicxulub (circa 200 chilometri di diametro), sepolto sotto un chilometro di sedimenti fra lo Yucatan e il Golfo del Messico e di età pari proprio a 65 milioni di anni, ha fornito un argomento decisivo a favore del rapporto di causa ed effetto tra i grandi impatti e le catastrofi climatiche ed ecologiche nella storia della Terra.

    Se l'iridio era stato la chiave per decifrare l'estinzione dei dinosauri, molti ricercatori pensarono che forse esso poteva risolvere anche l'enigma di Tunguska. Negli ultimi dieci anni, quindi, in molti laboratori sono state realizzate analisi chimiche, sia di particelle raccolte sul luogo dell'esplosione, sia degli strati di ghiaccio polare formatisi intorno all'anno 1908. Risultati? Ancora una volta, stranezze e contraddizioni. Alcuni ricercatori hanno rilevato un eccesso di iridio (e di altri elementi rari) in particelle di torba raccolte nelle paludi della Tunguska; altri non hanno rilevato alcuna anomalia significativa. I dati sui ghiacci antartici hanno mostrato discrepanze di un fattore 20 fra le diverse misure. Ed è recente la pubblicazione di un lavoro di un gruppo di scienziati danesi che ha analizzato i ghiacci della Groenlandia: qui non è stata trovata alcuna traccia di un'abbondanza anomala di iridio corrispondente all'anno 1908. 
Come si spiegano queste contraddizioni? Nell'estate del 1996 il problema è stato a lungo dibattuto in un workshop tra un centinaio di studiosi sia russi che occidentali, organizzato dall'Università di Bologna, ma le opinioni sono ancora discordi. Una possibilità è che il materiale extraterrestre ricco di iridio non si sia diffuso su tutta la Terra, ma sia ricaduto solo nella zona dell'esplosione. Questa spiegazione però è in contrasto con l'alta quota dedotta per l'esplosione stessa, e con gli effetti atmosferici (per esempio i tramonti dai colori inusuali) che furono registrati nel 1908 anche in zone molto lontane. Più plausibile è forse l'idea che il proiettile di Tunguska fosse un corpo celeste particolare: un frammento di cometa formato quasi integralmente da ghiacci, oppure un grosso meteorite proveniente dalla crosta di un asteroide dotato di un nucleo metallico, in cui si sarebbe concentrato quasi tutto l'iridio. Dopo tutto, sul nostro pianeta vi sono parecchi grandi crateri da impatto in corrispondenza dei quali non è stata trovata alcuna abbondanza anomala di iridio.

    Quanto sono frequenti gli eventi come quelli di Tunguska? Le stime sia osservative sia teoriche presentate a Bologna da Eugene Shoemaker (purtroppo scomparso l'anno scorso) e da uno degli scriventi (P. F.) concordano entro un fattore tre. In media un impatto di questo tipo si verifica ogni 100-300 anni. Va sottolineato però che si tratta solo di una media: niente impedisce che gli impatti avvengano anche a intervalli più brevi (o più lunghi). Gli effetti dipendono naturalmente da dove si verifica la collisione: se essa avvenisse sul cinque per cento della superficie terrestre dove la densità di popolazione è relativamente elevata, o anche in una zona marina ma vicina alle coste (su cui arriverebbe un violento maremoto, o tsunami) le vittime potrebbero essere numerose. E almeno per ora, data la debole luminosità dei corpi interplanetari di questo tipo quando non sono molto vicini alla Terra, sarebbe molto improbabile che il "proiettile" fosse scoperto in anticipo, in modo da poter prevedere l'impatto ed evacuare la zona in pericolo.  Non è forse una continua coincidenza che si vedano proprio in quest' anno, scie di bolidi, meteore che creano un boom sonico e nel caso russo, una pioggia di piccoli corpi spaziali?

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17 giugno 2013 1 17 /06 /giugno /2013 22:11

E se tutto - noi, il mondo, l'universo - non fosse reale? Se tutto ciò che siamo, sappiamo e speriamo fosse solo la simulazione al computer di qualcuno? L'idea che la nostra realtà possa essere il frutto di un videogame di simulazione giocato da un ragazzino sul divano di casa sua, della quale noi siamo i suoi personaggi, in verità, non è del tutto nuova.

Ma ora, un gruppo di fisici crede di aver trovato il modo per verificare se questa idea ha un qualche fondamento o è solo una fantasia di gente appassionata di Simcity.Martin Savage, professore di fisica presso l'Università di Washington, Zohreh Davoudi, uno dei suoi studenti laureati, e Sila Beane della University of New Hampshire, stanno cercando di capire se è possibile scoprire tracce di questa simulazione studiando i raggi cosmici presenti nel nostru universo. Il lavoro è stato pubblicato su arXiv, un archivio online per le bozze di articoli di ricerca accademica.

L'idea che la realtà possa essere molto diversa da come ce la immaginiamo, ha radici molto antiche. Platone, filosofo della Grecia classica, con il suo mito della Caverna, voleva esprimere il fatto che la realtà che abbiamo sotto gli occhi è solo un'ombra sbiadita della vera natura delle cose.
Anche Renato Cartesio ha affrontato questo tipo di problema. Il suo "Cogito ergo sum" (Penso, quindi sono), nasce dall'esigenza di trovare un punto reale sul quale è impossibile dubitare. Siccome la realtà che abbiamo sotto gli occhi è mutevole ed è causa di dubbio, l'unica realtà sicura è il fatto che "io penso" e che quindi "esisto".
Poi, nel 2003, un filosofo britannico, Nick Bostrom, dell'Università di Oxford, ha pubblicato un documento che ha messo un vero tarlo nella mente di alcuni filosofi e informatici. Bostrom ha suggerito tre possibilità: "Le probabilità che una specie intelligente abbia raggiunto e superato il nostro attuale livello di sviluppo tecnologico, tanto da sviluppare una simulazione di noi e del nostro universo, è del tutto trascurabile"; "quasi nessuna civiltà tecnologicamente avanzata e matura sarebbe interessata a sviluppare un universo al computer nel quale simulare le nostre menti"; "quasi certamente viviamo in una simulazione".

Tutte e tre le possibilità potrebbero essere ugualmente vere, scrive Bostrom, ma se le prime due sono false, la terza è certamente vera. Il ragionamento del filosofo inglese nasce da fatto che in un futuro non tanto lontano, i nostri discendenti avranno la capacità di sviluppare simulazioni informatiche tanto complesse, così complesse da creare dei cervelli capaci di autocoscienza, e che sarà possibile programmare milioni di universi con miliardi di cervelli simulati al loro interno.
Le riflessioni di Bostrom sono nate dopo quattro anni dall'uscita del famoso film "The Matrix", nel quale gli esseri umani scoprono di essere imprigionati in una simulazione prodotta da macchine malevoli. Ma ancora più vicino alle riflessioni di Bostrom è il film "Il tredicesimo piano", nel quale i protagonisti scoprono di vivere in un universo simulato da un potente computer. Non c'è dubbio che la popolarità di queste pellicole abbia influenzato la riflessione di Bostrom."Ha sistematizzato in modo logico queste idee ed è venuto fuori ciò che potrebbe essere probabile e ciò che potrebbe non esserlo", dice Savage. Nei film e nella proposta di Savage, la scoperta che la realtà è frutto di una simulazione, arriva quando gli "errori del sistema" si presentano sotto gli occhi dei sims (noi), rivelando le imperfezioni della simulazione.
Savage e i suoi colleghi suppongono che i "nostri programmatori" utilizzino alcune delle stesse tecniche utilizzate attualmente dagli "scienziati simulati" per eseguire, a loro volta, delle simulazioni, con gli stessi vincoli. I "nostri programmatori" dovrebbero mappare l'intero universo su una griglia matematica, costituita da punti e linee. Si tratterebbe di un vero e proprio "ipercubo" composto da quattro dimensioni, tre per lo spazio e una per il tempo.
Un esempio in questo senso è offerto dalla "cromodinamica quantistica", disciplica che esplora gli effetti della forza nucleare forte, una delle quattro forze fondamentali dell'universo, sulle minuscole particelle elementari come i quark e i gluoni. In questo approccio, le particelle sono in grado di saltare da un punto a un altro senza percorrere lo spazio tra i due punti, in maniera istantanea.

A livello cosmico, invece, l'universo si presenta come un continuum spazio-temporale e simulare un unverso del genere richiederebbe ingenti risorse hardware, quindi è probabile che il programmatore del nostro universo, per creare una simulazione più snella, abbia camuffato l'istantaneità delle particelle elementari, sotto le mentite spoglie di un continuum spazio-tempo.
Poichè Savage e i suoi colleghi danno per scontato che i simulatori usino un approccio simile al nostro, credono di poter trovare le prove della simulazione studiando il comportamento delle particelle ad altissima energia dei raggi cosmici: "Tutto il nostro universo sembra come se fosse in un continuum spazio-tempo", spiega Savage. "Ma non ci sono prove per dimostrarlo. Noi siamo alla ricerca di qualche elemento che indichi che non il nostro universo non dispone di un continuum spazio-temporale".
In effetti, Savage e colleghi, cercano un qualche "errore" nel comportamento dei raggi cosmici, i quali, se viaggiano lungo una griglia rettilinea è improbabile che ci troviamo in una simulazione, ma se presentano "deviazioni" in diagonale, la realtà nella quale ci troviamo potrebbe essere un programma per computer.

Argomenti contro la simulazione
La prospettiva nella quale si sono avventurati Bostrom e Savage è sicuramente affascinante, ma anche del tutto inquietante. Cosa potrebbe significare per noi scoprire di essere esseri simulati in una neuroprogrammazione? La nostra vita "simulata" avrebbe lo stesso valore di quella reale? Qual è lo scopo della nostra esistenza?
Primo: perchè creare un intero universo?
Se siamo frutto di una simulazione, allora perchè creare un intero universo? Non sarebbe stato più facile creare un micromondo (la Terra) senza sprecare intere linee di programmazione e ingenti risorse hardware per far funzionare miliardi di miliardi di miliardi di sistemi stellari organizzati in galassie?
Secondo: perchè un universo limitato?
Avendo voluto creare miliardi di stelle sul nostro capo, le quali suscitano in noi il desiderio di raggiungerle, perchè mai imporre il limite invalicabile della velocità della luce che ci impedisce di esplorare questo immenso spazio simulato? Non sarebbe stato più "divertente" consentorci di aggirarci per il cosmo e di impiantare numerose colonie ovunque?
Terzo: perchè un universo vuoto?
Tutto questo sforzo di programmazione per fare di noi le uniche "menti simulate" di tutto il cosmo? Perchè non ci sono altre forme di vita simulate intelligenti? Perchè solo noi in questo immenso vuoto simulato?
Quarto: perchè il male?
Perchè il programmatore del nostro universo simulato avrebbe previsto le malattie, le catastrofi, la morte? Non era più facile creare un universo senza "problemi" da risolvere? E perchè siamo liberi di scegliere, cioè, perchè non eseguiamo un programma predefinito come gli altri animali (il cane non può non essere cane, mentre l'uomo può decidere di non essere uomo")?
Quinto: la coscienza
Uno dei grandi misteri della scienza attuale è la coscienza, cioè la consapevolezza di se stessi e le domande che ne seguono: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, cosa c'è dopo la morte. E' possibile programmare una realtà tanto complessa e misteriosa come la coscienza? E se pure fosse, perchè mai il "programmatore" ci avrebbe fornito la capacità di porci le "domande esistenziali", fino a scoprire di essere parte di una simulazione informatica? A queste domande cerca una risposta la teoria biocentrica.

La natura della realtà
La vera sfida non è tanto capire la "natura" dell'Universo, che potrebbe pur essere di tipo informatico. Il problema è capire qual è lo scopo della vita. Dire che l'universo è "olografico", o "informatico" o di "pasta frolla" è solo un modo per descrivere in categorie a noi comprensibili il modo di funzionamento della realtà.
Dire però come funzione l'universo, cioè di cosa sia fatto e come va avanti, non significa spiegare "perchè ci sia un universo". Questa mi sembra la domanda più radicale e fondamentale della vita umana. Anche se scoprissi che l'universo nel quale vivo è frutto di una "griglia ipercubica" programmata al computer, ciò non inibirebbe la domanda esistenziale sul "perchè" della mia esistenza e sul suo valore. La vita umana è troppo una cosa seria per essere una semplice simulazione informatica. Buona ricerca navigatori!

 

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15 giugno 2013 6 15 /06 /giugno /2013 23:00

I Dogon un'antica popolazione di contadini che vive sulle coste del fiume Niger, vennero studiati per 20 anni da 2 antropologi francesi Marcel Griaule e Germaine Dieterlen. Nel 1948 pubblicarono il libro 'Il dio d'Acqua' in cui riassumevano le storie dei DOGON tra cui l'incredibile racconto di una terza luna di SATURNO allora sconosciuta alla scienza ufficiale e che venne avvistata per la prima volta solamente nel 1995 e confermata successivamente nel 1997 dopo una complessa serie di studi sulle orbite planetarie.
allegato, mali.jpg

I due ANTROPOLOGI:

Germaine Dieterlen
(Valleraugue, 1903 – Parigi, 13 novembre 1999) è stata un'antropologa francese, studentessa di Marcel Mauss; ha scritto molti libri di etnografia ed è stata pioniera di molte nuove tecniche etnografiche, in particolare l'"etnografia descrittiva"), approfondendo gli studi sui miti e i riti di iniziazione.
È famosa per il suo lavoro fra i Dogon e i Bambara del Mali, tra i quali ha vissuto per più di venti anni, spesso in collaborazione con un altro antropologo francese, Marcel Griaule.
In alcuni dei suoi lavori più importanti, ha focalizzato i suoi studi sul ruolo sacro del capo tribù, sulla posizione del primo figlio nato all'interno di una famiglia appartenente ad un clan, sulle relazioni tra zii materni e nipoti, sulla divisione del lavoro, sulla istituzione del matrimonio, sulla funzione e sul ruolo dello sciamano propiziatore di piogge e modifiche meteorologiche, nell'ambito della società dei Dogon.
Dieterlen ha incominciato le sue ricerche etnografiche in Mali, nel 1941. È stata lungamente criticata per le sue pubblicazioni riguardanti le conoscenze astronomiche dei Dogon, che, secondo l'autrice, avrebbero già anticamente rilevato la presenza di una stella, Sirio B, invisibile ad occhio nudo. Secondo le opinioni di altri autori, tra i quali Robbins e Temple entità extraterrestri potrebbero aver avuto contatti con i Dogon, influenzando la antica conoscenza indigena, chiamata Nommo, basata sugli spiriti ancestrali, che si manifestano con fattezze di umanoidi. Altri antropologi, come per esempio A.van Beek, affermano che alcuni spunti i Dogon potrebbero averli tratti dagli insegnamenti dei missionari gesuiti, che hanno vissuto a lungo nella regione.[1]
Tra gli incarichi ricoperti dalla studiosa, ricordiamo la sua collaborazione al Director di Studi all'"Ecole Pratique des Hautes Etudes", presso l'università Sorbona di Parigi, il suo ruolo di membro nel "Centre Nationale de la Recherche Scientifique" (CNRS), e la presidenza al "Committee on Ethnographic Film".

allegato, dogon_sirius.jpg

 


La rappresentazione dei Dogon

come riportato di Marcel Griauke e Germaine Dieterlen, redatto da Ogotemméli. L’ovale rappresenta l’Amma, l’uovo primordiale e contiene: A: Sirio, B: Tolo Po, C: Emma ya, D: Il Nommo, E: Il Yourougou (un maschio mitico, destinato di perseguire il suo gemello femmina), F: La stella delle donne, un satellite di Emma Ya, G: Il segno delle donne, H: Donna con organi riproduttivi, rappresentati da un utero

allegato, Il_satellite_di_SIRIO.jpg

 


Disegno Dogon rappresentante un pianeta che gira attorno alla stella Sirio

 

allegato, SargonII.jpg

 


Immagine di Oannes

proveniente dal palazzo reale del re assiro Sargon II (ca. 715 a.C.) a Khorsabad (nell'attuale Iraq) [da "Il mistero di Sirio" di R. Temple (Piemme 1998)]

allegato, Dogon_Uomo_Pesce.jpg

 


Terracotta proveniente da Ninive

altezza 12.6 cm, raffigurante Oannes o sacerdote con costume di Oannes. Questo tipo di statuette venivano sotterrate alla fondazione di un nuovo tempio o edificio di rilevante importanza.


Marcel Griaule
(Ainsy-sur-Armençon, 1898 – Parigi, 1956) è stato un etnologo francese. Fu titolare della prima cattedra di etnologia alla Sorbona. Allievo di Marcel Mauss passò all'etnologia dopo avere studiato matematica.
In diverse spedizioni in Africa fra il 1931 ed il 1946, tra cui la famosa "Missione Dakar-Gibuti", ebbe modo di studiare e trascrivere la complessa cosmogonia del popolo dei Dogon. Questa missione venne descritta da Michel Leiris nel suo libro Africa Fantasma. Nel 1938 pubblica Maschere Dogon dove analizza i rituali e le simbologie dei Dogon. Secondo Griaule le simbologie, i miti, i rituali e i sacrifici dei Dogon sono realtà interconnesse in un sistema coerente e autonomo di pensiero che forma una vera e propria cosmologia. Uno dei libri di antropologia più letti è Il dio d'Acqua pubblicato per la prima volta nel 1948. Si tratta di un resoconto della cosmogonia dogon presentata con lo stile di intervista fatta a un anziano cacciatore cieco Ogotemmeli. Questo libro contiene il pensiero dogon che per Griaule va collocato sulla corrente del pensiero filosofico degli antichi. Con questo libro Griaule vuole dimostrare come un popolo africano può possedere una cosmologia organizzata che evidenzia il rapporto tra sistema mitico e vita sociale. Questa cosmologia è il punto di partenza per capire la vita sociale, economica, rituale e sessuale dei Dogon. Questa vita nella sua quotidianità non è altro se non la rifunzionalizzazione operata dall'uomo in quanto attore sociale, del mito inteso come punto di riferimento ideale. Questo libro suscitò numerosi interrogativi tra gli antropologi. Era lecito ricostruire la cosmologia dei Dogon intervistando solo Ogotemmeli? Chi è Ogotemmeli? Un vecchio saggio che parla del suo modo interpretare la vita dogon oppure un portaparola degli anziani dogon? La cultura dogon era fondata solo sul mito oppure era opportuno prendere in considerazione anche la storia? Altri libri sono Torce d'uomini e I riti arcaici dell'Etiopia cristiana.Se i racconti dei Dogon ricordano eventi momentanei come l’atterraggio su questa Terra di esseri di un altro sistema stellare, ci si aspetterebbe di trovare descrizioni analoghe anche altrove. E infatti ci sono: nel racconto babilonese sugli Oanni, degli esseri anfibi vennero su questa Terra per il bene dell’Umanità. Con il loro veicolo a forma di uovo (un disco?), sarebbero ammarati nel Mar Rosso. Le descrizioni seguenti sono prese da una Storia della Mesopotamia, scritta nel III secolo a.C. da Berosso, sacerdote babilonese, la cui opera sopravvive solo a frammenti riportati da storici greci.“L’intero corpo dell’animale era simile a quello di un pesce; e aveva un’altra testa sotto una testa di pesce, e piedi simili a quelli di un uomo si aggiungevano alla coda di pesce. La sua voce e il suo linguaggio erano articolati e umani…
Durante il giorno, questo essere conversava con gli uomini, ma non ingeriva alcun cibo in quella stagione; e comunicò loro la conoscenza delle lettere e delle scienze e ogni specie di arte. Insegnò loro a costruire case, fondare templi, a formulare leggi, e spiegò loro i principi della geometria…
In breve li istruì in ogni materia atta ad addolcire i modi e a umanizzare la specie umana…
Quando il Sole tramontava, l’essere era solito rituffarsi, e rimaneva tutta la notte in fondo al mare, perché era anfibio.”Un altro racconto sugli Oanni è stato riportato da San Fozio (820-892 ca.), patriarca di Costantinopoli. Nel suo Myriobiblon dice che lo storico Elladio :“racconta la storia di un uomo chiamato Oe, il quale uscì dal Mar Rosso e aveva un corpo simile a quello di un pesce, mentre la testa e gli arti erano di un uomo. Oe insegnò l’astronomia e le lettere. Secondo alcuni racconti, egli uscì da un uovo (da cui il suo nome) , ma in realtà era uomo, che sembrava un pesce perché vestiva con – la pelle di una creatura marina. – ”E’ possibile che i Nommo dei Dogon e gli Oanni babilonesi siano rappresentazioni diverse dello stesso evento? I Dogon stessi insistono sul fatto che il loro popolo non visse sempre nella regione che occupano ora, e gli indizi suggeriscono che siano discendenti dei Berberi, i quali iniziarono a migrare verso sud, dalla Libia, nel I-II secolo d.C. Poi, unendosi in matrimonio con i negri locali, si stabilirono definitivamente nel Mali intorno all’XI secolo. Se i Dogon arrivarono veramente nel Mali dal Nordest, potrebbero in origine aver abitato zone abbastanza vicine al mar Rosso, cosi che un collegamento tra Nommos e Oanni potrebbe esser stato geograficamente possibile. In questo caso, tuttavia, è strano che i Dogon abbiano mantenuto la memoria della stella Sirio B, mentre gli Egizi, sicuramente in contatto con Sirio A, che li aiutava a predire la piena del Nilo. In base a ciò, sembrerebbe probabile che i Dogon e la storia Babilonese riferiscano eventi simili, ma separati (Robert K.G. Temple, The Sirius Mystery; trad. Il Mistero di Sirio, SugarCo Ed., Milano 1976) I DOGON E GLI ERUDITI EUROPEI di Carl Sagan, astronomo alla Cornell University, autore di Contatto cosmico e coautore di Intelligent Life in the Universe, alla luce dei miliardi di stelle che popolano l’Universo, il grande numero di pianeti in orbita intorno ad esse, e l’incredibile età dell’Universo, ha affermato essere virtualmente una certezza statistica che la vita intelligente si sia sviluppata ripetute volte e che molte civiltà siano molto più vecchie e più avanzate della nostra.
Ciò sembrerebbe dar ragione alla possibilità che la fonte di informazione dei Dogon provenga, come essi asseriscono, da antichi astronauti. Ma Sagan, pur credendo nell’esistenza e alle capacità di eventuali extraterrestri, ritiene anche che in questo caso gli indizi puntino in un’altra direzione.

La rappresentazione dei Dogon di ‘Sirio’ come riportato di Marcel Griauke e Germaine Dieterlen, redatto da Ogotemméli. L’ovale rappresenta l’Amma, l’uovo primordiale e contiene: A: Sirio, B: Tolo Po, C: Emma ya, D: Il Nommo, E: Il Yourougou (un maschio mitico, destinato
di perseguire il suo gemello femmina), F: La stella delle donne, un satellite di Emma Ya, G: Il segno delle donne, H: Donna con organi riproduttivi, rappresentati da un utero

Concorda sul fatto che “i Dogon hanno conoscenze non acquisibili senza telescopio“. Quindi, la conclusione più ovvia è che essi sono entrati in contatti con civiltà tecnicamente più avanzate.
L’unica domanda secondo lui è: quale civiltà? Extraterrestre o Europea?. Gli astronomi occidentali hanno ipotizzato la presenza di Sirio B per la prima volta nel 1844; la stella non fu veramente osservata fino al 1862, e fu riconosciuta solo nel 1928 come una nana bianca incredibilmente densa e composta di “materia decaduta dei suoi elettroni“. Tutte queste informazioni sono accuratamente esposte dai Dogon. Ma poiché la loro cosmologia complessa, compresa l’informazione su Sirio B, non fu raccolta da antropologi europei prima degli anni 1930 e 1940, Sagan immagina che possano aver ottenuto queste informazioni da un europeo di passaggio (le notizie su Sirio B erano state divulgate sin dal 1928 dal libro di Sir Arthur Eddington, The Nature of the Physical World, una sera mentre stavano seduti intorno al fuoco, raccontandosi a vicenda i miti di Sirio:“Con la fantasia immagino un francese in visita presso i Dogon, la cui terra all’inizio del secolo era Africa Occidentale Francese…La conversazione volge sulle cognizioni astronomiche. Sirio è la stella più brillante nel cielo. I Dogon raccontano al visitatore la loro mitologia su Sirio; poi, sorridendo educati, chiedono al visitatore di raccontar loro i suoi miti su Sirio…”A prima vista mi potrebbe sembrare una sceneggiatura plausibile, tuttavia sorgono delle perplessità.
La prima difficoltà è che solo i maggiori iniziati Dogon conoscono i calcoli segreti. I due antropologi francesi, Marcel Griauke e Germaine Dieterlen, la cui monografia “Un sistema di Sirio Sudanese” descriveva il fenomeno per la prima volta, ricevettero questa informazione solo dopo un decennio di lavoro in mezzo ai Dogon, dopo aver stabilito un clima di fiducia e di affetto nei loro confronti. Anche allora, gli antropologi dovettero ricomporre l’informazione con elementi provenienti da varie fonti, perché ognuno dei grandi iniziati possedeva solo una parte di questo complesso sistema di conoscenza. Segreti custoditi con tale cura non sono storie raccontate per divertire gli stranieri dinanzi a un fuoco da campo.
In secondo luogo, bisogna considerare l’alto grado di precisione, in termini scientifici moderni. E’ ben noto che le società preletterate hanno tradizioni orali estremamente precise, con storie che si tramandano praticamente senza variazioni per centinaia di anni.Ma i Dogon aggiungono una terza stella al sistema di Sirio, una stella con un satellite in orbita intorno a essa. Poiché l’astronomia attuale non ha conoscenza di una simile stella, come possiamo riuscire a spiegarci che i Dogon abbiano riferito con precisione una parte del racconto dell’ipotetico esploratore, e se ne siano poi inventata un’altra parte? E in quale lingua avveniva questa presunta conversazione intorno al fuoco? Dopo tutto, comunicare informazioni scientifiche così precise a un popolo che si trova ancora in uno stadio pretecnico sarebbe difficile, anche potendo usare un linguaggio comune. Griaule e Dieterlen, citando le lingue dei loro informatori, parlano di sanga e di wazouba: non viene fatta menzione né di francese né di arabo.
Sul mistero di Sirio un altro studioso ha dato una sua spiegazione, che fu pubblicata nel 1973 nel Journal of the British Astronomical Association . L’autore, W.H. McCrea, ipotizza che tutte le informazioni in possesso dei Dogon su Sirio B possano derivare da un miraggio di Sirio A osservato sopra il deserto durante la sua annuale congiunzione solare (questo avviene quando Sirio e il Sole si trovano insieme quasi allo stesso momento e nello stesso punto dell’orizzonte). In quel preciso momento, dice McCrea, un miraggio di Sirio A apparirebbe sotto la vera stella. Tramontando per prima, questa “seconda stella“ dà l’impressione di essere più pesante della stella principale; sembra anche più fioca e quindi più piccola. Le lacune di questo tentativo di spiegazione sono le seguenti:

1. McCrea si sbaglia supponendo che i Dogon dicano che Sirio B è visibile una volta l’anno; non parlano di nessuna osservazione diretta della stella.
2. McCrea dice che Sirio A e il suo miraggio apparirebbero entrambi rossi in congiunzione solare; i Dogon non hanno mai detto che Sirio B fosse di colore diverso dal bianco.
3. La tesi del miraggio non spiega né perché né come i Dogon descrivano con precisione un orbita ellittica per Sirio B.
4. Inoltre, non si spiega nemmeno la loro conoscenza di un periodo orbitale di 50 anni. McCrea, pur ammettendo questo, fa la supposizione che la cifra data dai Dogon sia esatta per pura coincidenza.



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12 giugno 2013 3 12 /06 /giugno /2013 22:07

Queste foto sono state letteralmente trovate su un disco tra quelli sparsi nell'ufficio. Sono dozzine di foto dal Bohemian Club [1], la maggior parte delle quali risalgono a circa il 1926-27. Tra le foto di notevoli individui (per la grande maggioranza non identificati) che partecipano agli incontri, ce ne sono anche di rappresentazioni teatrali e vari scatti del nefasto dio-gufo Moloch.

Una di tali foto sembra sorprendentemente simile al rituale della Cremazione dell'Intento, come fotografato da Alex Jones e Mike Hanson nel 2000 (prima foto). Molte di queste non sono mai state viste prima dallo stesso Jones.

 

Qui, un qualche tipo di omicidio nella rappresentazione.

 

Nota: Se avete identificato qualcuno tra gli individui in queste foto, riferite a aaron@infowars.com Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Aaron Dykes
Fonte: http://www.jonesreport.com
Link: http://www.jonesreport.com/articles/011206_bohemian.html
01.12.2006

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da CARLO MARTINI


[1] da wikipedia

Il Bohemian Club è una organizzazione fondata nel 1872 a San Francisco da un gruppo di giornalisti. Nel 1891 l'organizzazione spostò parte della sua attività nell'omonimo "Bohemian Grove", un bosco di sequoie esteso circa 1000 ettari e sito a Monte Rio, in California, di proprietà del club ufficialmente dal 1901.

 

Il Bohemian Grove si trova al centro di un territorio storicamente chiamato la "sacra Sonoma" e abitato dalla tribù dei Pomo. La cosiddetta "Via della Morte" (dove i Pomo compivano riti divinatori e di cremazione) ed altri luoghi di Sonoma sono tuttora oggetto di grande interesse da parte di seguaci di riti neopagani. Queste sette attribuiscono al Bohemian Grove un singolare significato poichè credono sia posto all'incrocio di due "linee esoteriche" che collegano i principali siti sacri di Sonoma.

 

Il Bohemian Club organizza dal 1899 un elitario campo estivo di due settimane a cui partecipano anche migliaia di invitati, prevalentemente personaggi rilevanti del mondo politico ed economico. In questi incontri si partecipa a rituali pagani, a conferenze e a spettacoli di intrattenimento di vario genere. Il primo sabato del campo estivo si compie il tradizionale rito del "Cremation of Care" (traducibile con "cremazione dell'intento") chiaramente di origine occulta: una processione funebre a lume di torcia con uomini vestiti di rosso e con legni appuntiti addosso che concludono il rito con l'apertura di una bara contenente uno scheletro nero di legno vestito da donna, rappresentante appunto il "Care".

 

Tra i manufatti presenti nel Bohemian Grove il più rilevante è un enorme gufo stilizzato alto circa 15 metri attorno al quale si svolgono tutti i riti. Il gufo, chiamato Moloch, è anche presente nel logo del Bohemian Club e su altri edifici presenti nel bosco. Moloch è una antica divinità pagana a cui era dedicato un culto che prevedeva anche sacrifici umani. Il famoso anchorman della CBS Walter Cronkite ha eccezionalmente prestato la voce al gufo per i rituali.

 

Tra i "bohemian" più noti troviamo personaggi del calibro di David Rockfeller, Henry Kissinger, Rupert Murdoch, Alan Greenspan, Stephen Bechtel, William F. Buckley Jr..

 

Anche presidenti degli Stati Uniti (prevalentemente repubblicani) sono stati membri del Club come Herbert Hoover (che lo definì ""the greatest men's party on Earth"), Dwight Eisenhower, Richard Nixon, Gerald Ford, Ronald Reagan, Bill Clinton, George Bush Senior. Tra i politici ospiti del Bohemian Grove si possono citare Dick Cheney, Colin Powell, Donald Rumsfeld, George Shultz, Karl Rove, Al Gore, Newt Gingrich, Tony Blair, Jack Kemp, Caspar Weinberger, Shimon Peres, Helmut Schmidt, Michel Rocard, James Baker.


Nell'estate del 2006 tra i circa 250 invitati erano presenti Rupert Murdoch, Tony Blair, Shimon Peres, Bill Cinton, Al Gore, Newt Gingrich, Colin Powell, Arnold Schwarzenegger, George Shultz, Phil Angelides, Billy Beane, Lawrence Summers, Bono.
(fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Bohemian_Club)

 

tratto da: http://www.comedonchisciotte.net

DI AARON DYKES 02/01/2007
Jones Report

http://www.astronavepegasus.it/pegasus/index.php/complottiamo-e-potere/43-foto-inedite-dal-bohemian-grove#.Ubjx7BBH6po

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Published by il conte rovescio - in Mistero
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