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26 maggio 2014 1 26 /05 /maggio /2014 22:12

 

 

 

 
Extraterrestri nell' India protostorica   


Gli "specialisti" derisero Heinrich Schliemann, il commerciante tedesco che meno di un secolo fa pretese di andare alla ricerca dell'antica Troia prendendo per buone le indicazioni dell' Iliade e dell'Odissea, che secondo gli studiosi erano un miscuglio di miti e leggende senza fondamento. Ma fu proprio Schliemann, il "dilettante", a scoprire Troia.  

Forse è proprio quello l'atteggiamento giusto: condurre le ricerche avendo sott'occhi i testi antichi, e sforzarsi di prenderli sul serio anche quando ciò che narrano appare inverosimile. è quel che hanno fatto nel 1978 uno studioso di sanscrito, David Davenport, cittadino britannico nato in India, e il giornalista italiano Ettore Vincenti, dopo la lettura del Ramayana.
 


Poema epico e contemporaneamente testo sacro indù, centomila strofe (è il più prolisso libro di poesia esistente), il Ramayana è, come nel resto l'altro poema nazionale, il Mahabharata, un confuso racconto di guerre e di battaglie avvenute in un'antichità indefinita e leggendaria lungo la valle dell'Indo.

"La cosa che più colpisce nella lettura è che queste battaglie non sono combattute con lance e spade", racconta Ettore Vincenti. Eccone un esempio: il brano è tratto dal Mahabharata:

"Il valoroso Aswatthaman (un personaggio), risoluto, toccò l'acqua e invocò l'arma Agneya (da Agni, "fuoco"). Puntandola verso i suoi nemici visibili e fuori vista, sparò una colonna esplosiva che si aprì in tutte le direzioni e provocò una luce brillante come fuoco senza fumo, a cui seguì una pioggia di scintille che circondò completamente l'esercito dei Partha".
 


Ed ecco gli effetti dell'arma:  


"I quattro punti cardinali furono coperti di buio.., un vento violento e cattivo cominciò a soffiare. Il sole sembrò girare in senso contrario, l'universo sembrò febbricitante. Gli elefanti, scorticati dal calore, si misero a correre terrorizzati". Persino l'acqua si mise a "ribollire e gli animali acquatici mostrarono un'intensa sofferenza".
 


Qualche centinaio di versi più oltre, il Mahabharata descrive gli effetti di un'altra arma, della "Narayana":

"I guerrieri... furono visti togliersi le armature e lavarle nell'acqua". "Queste descrizioni", dicono Davenport e Vincenti "richiamano alla memoria in modo impressionante gli effetti di esplosioni atomiche e di bombe al fosforo".

"In realtà", spiega David Davenport "nel Ramayana vengono descritte parecchie armi che, per quanto possano sembrare fantastiche, somigliano molto ad armi modernissime. Il glossario delle armi del Mahabharata stilato dall'illustre sanscritista indiano Hari Prasad Shastri parla per esempio dell'arma Kamaruchi, "freccia intelligente, che va dove vuole", in cui senza troppa fantasia si può vedere un missile telecomandato. O della Murchchdhana, "arma che causa la temporanea sospensione di tutte le sensazioni"; forse un gas nervino?

E l'arma Nadana, "che produce gioia", non potrebbe essere un gas esilarante? E la Shabdaveditva, "freccia che segue i suoni ed è capace di colpire gli oggetti nascosti", non può ricordare un missile capace di orientarsi automaticamente dietro le onde sonore degli aerei nemici?".
 


Sì, perché nei testi indù si parla abbondantemente di aerei. "Il termine sanscrito è vimana", spiega Davenport "che letteralmente significa 'uccello artificiale abitato'. I libri sacri dicono che i vimana possono volare e li descrivono come vere e proprie macchine. Vien detto anche che al loro interno 'non fa né troppo caldo né troppo freddo, l'aria vi è temperata in ogni stagione': è impossibile non pensare alla climatizzazione delle cabine dei nostri aerei".


Gli increduli possono scuotere il capo. David Davenport ed Ettore Vincenti hanno fatto qualcosa di più costruttivo. Nel Ramayana (Uttara Kanda, cap. 81) si parla di un rishi (un "sapiente") che, adirato contro gli abitanti di una città chiamata Lanka, dà un preavviso di sette giorni; al termine dei quali promette "una calamità, che cadrà come fuoco dal cielo". Ebbene: testo sacro alla mano, i due si sono recati in India per identificare questa Sodoma orientale.


Davenport e Vincenti ritengono, per motivi linguistico-geografici che sarebbe troppo lungo spiegare, di aver identificato l'antica Lanka ("isola") nella città di Mohenjo - Daro, centro della "civiltà di Harappa", fiorita (e improvvisamente estinta) attorno al 2000 avanti Cristo. Mohenjo-Daro, nome moderno (significa "luogo della morte") era chiamata qualche secolo fa "Isola" (Lanka), perché era circondata da un braccio secondario del fiume Indo, oggi prosciugato. Gli scavi archeologici, condotti sopratutto dai britannici, una trentina d'anni fa, hanno messo in luce una realtà misteriosa e sconvolgente.


"Gli ultimi abitanti di Mohenjo-Daro sono periti di una morte subitanea e violenta", ha scritto l'archeologo Sir Mortimer Wheeler. Nelle macerie della città sono stati trovati 43 scheletri evidentemente il grosso della popolazione aveva fatto in tempo a sfollare): si tratta di persone colte da una morte istantanea mentre attendevano alle loro faccende. Una famigliola composta da padre, madre e un bambino, è stata trovato in una strada, schiacciata al suolo mentre camminava tranquillamente. "Non si tratta di sepolture regolari", ha scritto l'archeologo John Marshall, "ma probabilmente del risultato di una tragedia la cui natura esatta non sarà mai nota". Un'incursione di nemici è esclusa, perché i corpi non presentano ferite da arma bianca. In compenso, come ha scritto l'antropologo indiano Guha, "si trovano segni di calcinazione su alcuni degli scheletri. è difficile spiegare questa calcinazione...". Tanto più che gli scheletri calcinati sembrano meglio conservati degli altri.


è un mistero per cui Davenport e Vincenti hanno arrischiato una spiegazione, di cui hanno reso minutamente conto in un libro che hanno scritto insieme: 2.000 a. C. : distruzione atomica (Sugarco editore, Milano).


"L'antica Lanka è stata spazzata via", sostengono "da una esplosione assimilabile ad una deflagrazione nucleare". Le prove? "Abbiamo individuato chiaramente sul posto l'epicentro dell'esplosione", spiega Davenport. "è una zona coperta da detriti anneriti, resti di manufatti di argilla. Abbiamo fatto esaminare alcuni di questi detriti presso l'Istituto di Mineralogia dell'Università di Roma: risulta che l'argilla è stata sottoposta ad una temperatura altissima, più di 1.500 gradi, per qualche frazione di secondo. C'è stato un inizio di fusione subito interrotta. è escluso che un normale incendio o il calore di una fornace possano produrre questo effetto.


Inoltre, le case dell'antica città sono state danneggiate con tanto minor gravità, quanto più sono lontane dall'epicentro. Nei pressi dello scoppio, gli edifici (in mattoni, con piani superiori in legno che sono andati completamente distrutti) sono stati rasi al suolo. Un po' più lontano restano muretti alti un metro e mezzo; nei punti più lontani della città le mura rimaste in piedi superano i tre metri".


è l'inequivocabile effetto di un'esplosione avvenuta a qualche metro da terra. "L'ipotesi che il disastro sia stato provocato da un'esplosione di tipo nucleare", dice Ettore Vincenti "è rafforzata da una leggenda che abbiamo raccolto da un abitante del luogo. Egli ci ha raccontato che "i signori del cielo", adirati con gli abitanti dell'antico regno dove ora c'è il deserto, hanno annientato la città con una luce che brillava come mille soli e che mandava il rombo di diecimila tuoni. Da allora chi si arrischia ad avventurarsi nei luoghi distrutti viene aggredito da spiriti cattivi che lo fanno morire".


David Davenport ed Ettore Vincenti non si nascondono che la loro ipotesi appare del tutto inverosimile. "è difficile credere", dicono "che una civiltà di quattromila anni or sono, capace di costruire missili, 'macchine volanti' e bombe atomiche, sia scomparsa senza lasciare tracce. Una civiltà tecnologica sarebbe anche una civiltà industriale: quindi una civiltà che lascia montagne di rifiuti e di rottami. Anche fra quattromila anni i resti della nostra attuale cultura tecnologica dovrebbero essere visibili: se non altro per la grande quantità di macerie, ruderi di cemento, spazzatura di vario genere. Niente di tutto quanto si trova nella città di Mohenjo-Daro : la quale era una città prospera ed avanzata, con pozzi disposti razionalmente ed un progredito sistema di fognature, ma certamente non inserita in un sistema tecnologico paragonabile al nostro. Le poche armi ritrovate sono lance e spade, non certo fucili e pistole".


E allora? "Si impone l'ipotesi extraterrestre", dice Vincenti. "I 'signori del cielo' che distrussero l'antica Lanka erano forse esseri giunti da 'altrove'. Colonizzatori spaziali che si sono comportati come tutti i colonizzatori: con brutalità e prepotenza. Forse, aggrediti dagli abitanti di Mohenjo-Daro, hanno voluto infliggere loro una punizione esemplare. A suon di bombe atomiche".
di R. Pinotti e M. Blondet
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24 maggio 2014 6 24 /05 /maggio /2014 21:53

Gli archeologi israeliani hanno fatto una curiosa scoperta. In un complesso di abitazioni, scavate in una zona rocciosa nella sezione più antica della città sono emerse tre grandi V incise nel suolo

calcareo di una delle camere. 5 centimetri di profondità e 50 centimetri di lunghezza. Gli archeologi non hanno trovato alcun elemento che possa relazionarsi ad esse e che possa, pertanto fornire qualche indizio circa il loro scopo.

 

 

Gli archeologi della spedizione non sono stati in grado di formulare alcuna ipotesi e Eli Shukron, uno dei responsabili del progetto aggiunge: “I segni sono molto insoliti. In tutta la mia carriera non ho mai visto niente di simile”.

Le “sculture” sono state ritrovate nella cosiddetta Città di David, in uno scavo condotto da archeologi del governo israeliano e finanziato da un gruppo nazionalista ebraico proprio sotto il quartiere palestinese di Silwan a Gerusalemme est. Le camere rinvenute all'interno dello scavo hanno anche rivelato alcune fortificazioni intorno all'unica fonte d'acqua naturale della città antica.

Secondo gli archeologi queste incisioni sono state realizzate almeno 2.800 anni fa, queste V potevano servire come base ad una qualche struttura di legno, potevano altresì avere una funzione rituale oppure sacra.

 

 

In generale quando vengono effettuati ritrovamenti archeologici di tipo curioso è normale che le ipotesi si susseguano in cerca della soluzione. Ma in questo caso il ritrovamento è ben più che insolito e questa volta tutti sembrano tenere il fiato e non esporsi. Nessuno degli esperti ha una idea chiara su quello che possano rappresentare queste “sculture” scavate nel terreno.

 

Sembra che ci sia almeno un altro marchio antico simile nelle vicinanze. Una mappa di una spedizione di un secolo fa, guidata da esploratore britannico Montague Parker, che ha cercato i tesori perduti del tempio ebraico a Gerusalemme tra il 1909 e il 1911, riporta di uno strano segno a forma di V incisa su un vicino canale sotterraneo.

 

Gli archeologi sono quindi tornati a scavare la zona. I frammenti di ceramica ritrovati negli ultimi scavi hanno indicato che la zona è stata utilizzata l’ultima volta nel 800 aC, quando Gerusalemme era governata dal re della Giudea. A quel tempo, le camere sembrano essere state riempite di detriti per puntellare un muro difensivo. Ma non è chiaro quando siano state costruite e da chi.

 

 

Lo scopo di tutto il complesso è parte del puzzle. Le linee rette delle sue mura e pavimenti livellati con insolita cura sono la prova di un’ingegneria attenta. Inoltre il complesso era situato vicino al luogo più importante della città: la fonte, pertanto era chiaro il suo ruolo centrale e fondamentale. Ma quale era il suo ruolo? Perché è stato costruito? Da chi? Quando? E cosa significano quei simboli? 

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24 maggio 2014 6 24 /05 /maggio /2014 21:25

Alcuni autori hanno ipotizzato che le piramidi posseggano straordinari poteri. Si è sviluppata in tal modo una vera e propria pseudoscienza, chiamata "piramidologia". La medicina alternativa ha proposto una disciplina terapeutica chiamata "piramidologia".

 

 

La vera storia della piramidologia moderna iniziò nel 1859 quando John Taylor, che non aveva mai visitato la Grande Piramide di Cheope a Giza, «cominciò a convincersi che il suo architetto non era stato un egizio, ma un israelita che aveva agito sotto ispirazione divina. Forse fu Noè stesso». Scrisse Taylor: «Fra tutti gli uomini, il costruttore dell'Arca era il più competente per dirigere la costruzione della Grande Piramide» . Non solo Taylor utilizzò alcuni calcoli fatti da altri uomini che si interessavano alle Piramidi d'Egitto, ma «trovò anche numerosi passi sia dell'Antico che del Nuovo Testamento che, se isolati dal loro contesto, potevano essere interpretati come riferimenti al monumento di pietra»  In seguito a Taylor, Charles Piazzi Smyth (1819-1900), un astronomo, sviluppò più profondamente, nel 1864, la teoria della piramidologia, giungendo alla conclusione che la Grande Piramide di Giza nascondeva alcuni segreti relativi alla comprensione delle profezie contenute nella Bibbia. Egli spiegò che «le misure (interne della Piramide) racchiudono in sè alcune profezie in forma cifrata, stabilendo un rapporto con gli avvenimenti che costituirono più tardi l'essenziale dell'Antico Testamento, di tutta la cristianità, fino ad includere la seconda venuta di Cristo». Un elemento chiave nello studio della piramidologia è il pollice piramidale. Secondo la piramidologia, il numero di pollici tra il punto A e il punto B determina la data di certi avvenimenti biblici e la loro realizzazione. Tuttavia, sembra esserci un certo disaccordo tra gli storici sull'identità di chi ha inventato il pollice piramidale. Nell'opera Mysterious Pyramid Power («Il misterioso potere della Piramide»), viene citato Martin Gardner che scrive: «Smyth ne è stato l'iniziatore basandosi sulla "pietra del vertice" originale della Grande Piramide» . Tuttavia, John Anthony West spiega che «nel 1865, un altro dei primi piramidologi, Robert Menzies, avanzò l'idea che le profezie e la storia biblica fossero iscritte nella Piramide seguendo il rapporto di un pollice piramidale per anno solare; a quel punto, la piramidologia era completa»

In pratica, un soggetto che si trovi all’interno di una intelaiatura piramidale, costruita in lega di rame ed ottone, verrebbe sottoposto ad una irradiazione che risulterebbe curativa per una vasta serie di disturbi come ansia, depressione, insonnia e sequele da stress emozionale, disturbi muscolari e reumatici, disturbi dermatologici.
È stata ipotizzata una capacità della struttura a captare la radiazione cosmica, scomponendola nelle sue parti. La separazione di queste diverse lunghezze d’onda permetterebbe una sorta di azione selettiva sull’organismo umano che raggiungerebbe il suo optimum esattamente ad un terzo della distanza fra la base e l’apice. Questo punto corrisponde singolarmente alla posizione della camera principale o camera del re all’interno della piramide di Cheope.

 

Il primo a interessarsi delle presunte facoltà energetiche delle piramidi fu lo studioso di fenomeni occulti e sedicente sensitivo Antoine Bovis che realizzò esperimenti per accertare il loro effetto sulla mummificazione di animali morti. Successivamente un ingegnere in pensione di nome Karel Drbal e altri studiosi si spinsero oltre e attribuirono alle piramidi il potere di affilare lamette e coltelli, conservare i cibi, ritardare l'inacidimento del latte, favorire la crescita dei vegetali, purificare l'acqua inquinata, ecc. Più recentemente ha preso campo la "Piramid Therapy", ovvero la bizzarra credenza secondo la quale le piramidi presenterebbero addirittura proprietà terapeutiche. Esse sarebbero in grado di migliorare le prestazioni fisiche e mentali di soggetti fatti sdraiare al loro interno e di curare diverse patologie, facendo riacquistare le energie perdute ai pazienti. Al meccanismo sopracitato si aggiungerebbe la capacità attribuita alla piramide di interferire con il campo magnetico terrestre.
La risultante di queste potenzialità sarebbe un’irradiazione capace di stimolare la produzione della melatonina, un neuroormone prodotto dalla ghiandola epifisi, situata all’interno del cervello, con tutti gli effetti che citerò in seguito. Questo lavoro si propone di cercare equivalenti scientificamente accertati, a sostegno delle teorie sopracitate.
Le nostre attuali conoscenze sono solo acquisizioni intermedie, destinate a modificarsi nel tempo, quindi è possibile che in futuro possa essere dimostrato ciò che attualmente è solo teorizzato.
Va fatta una prima distinzione fra le intelaiature piramidali usate attualmente come terapeutiche e la grande piramide di Cheope alle cui potenzialità queste si ispirano.
In questa sede cercherò di analizzare le possibili capacità radioconduttive della grande piramide, con le loro conseguenze sull’assetto biologico umano. La radiazione cosmica è un insieme polimorfo di onde elettromagnetiche, fra le quali è annoverata la luce solare.
La grande piramide originariamente era rivestita da un particolare calcare, detto di Tura, che aveva l’effetto di riflettere specularmene la luce solare. Questa struttura venne meno nel X secolo d.C. in seguito ad un terremoto, lasciando la piramide nel suo aspetto attuale. Il vertice della piramide era inoltre coperto da un rivestimento metallico, probabilmente costituito da una lega di rame e forse di oro.
Questi dati ci pervengono da fonti storiche di epoca classica.
Sappiamo dalla fisica che la carica elettrica nei corpi conduttori tende a disporsi in maniera uniforme sulla superficie se il conduttore è sferico. Nel caso di conduttori poliedrici ed in particolare di coni e piramidi, avremo un massimo accumulo di carica sul vertice, da cui la carica stessa tenderà a disperdersi. Applicando questo principio alla piramide di Cheope, avremo che se da un lato essa funzionava come un grande specchio solare, grazie al suo potere riflettente, dall’altro era in grado di concentrare la radiazione cosmica sull’apice e da lì disperderla. Lo stesso principio non è valido per le piramidi attualmente usate per fini terapeutici, poiché esse non hanno rivestimenti speculari e vengono di solito usate in ambienti chiusi.
Allo stesso modo va considerato che l’effetto dispersivo effettuato dall’apice viene comunque attenuato dall’intelaiatura laterale che si prolunga nella base. In questo modo l’energia radiate captata verrebbe distribuita in maniera abbastanza uniforme in seno al volume circoscritto dall’intelaiatura stessa.
Negli scorsi anni, una équipe di ricercatori dell’Università Ein Shans del Cairo effettuò una profonda ricerca sulle proprietà radioschermanti della piramide di Cheope.
Rilevatori sensibili alla radiazione cosmica vennero piazzati nelle tre camere. I risultati dimostrarono una distribuzione delle radioattività assai diversa da un ambiente all’altro. Si trattava di un fenomeno anomalo poiché la radiazione cosmica è uniforme in ogni parte della terra. Il dottor Amir Gohed, coordinatore della ricerca ipotizzò che all’interno della piramide esistesse un congegno emittente, le cui radiazioni interferissero con quelle cosmiche. Una struttura dotata di potere conduttivo all’interno della piramide potrebbe essere lo Zed (Jed o spina dorsale di Osiride). Si tratta di una struttura a forma di torre, che interseca, nella sua porzione più alta, blocchi litici orizzontali e paralleli.
Lo Zed si troverebbe incassato all’interno della piramide, appena lateralmente al suo asse longitudinale, in particolare la camera principale ne rappresenterebbe la porzione più alta con le cosiddette camere di scarico che la sovrastano. Secondo Mario Pincherle, studioso di archeologia di frontiera, lo Zed era una struttura originariamente posta sulla sommità della piramide a gradoni di Zoser, l’unica ufficialmente antecedente al complesso di Giza. Successivamente esso sarebbe stato posto all’interno della grande piramide la quale gli avrebbe fornito una sorta di protezione.
Dati abbastanza attendibili ci fanno supporre che lo Zed, così come la camera del re contenuta in questo, fosse una struttura in granito. Questo è un fatto importante, poiché la massa litica della piramide è fondamentalmente fatta di pietra calcarea. Il calcare è costituito da carbonato di calcio, dotato di qualità anisotrope. Ciò vuol dire che ha una capacità di conduzione variabile in base alla velocità ed alla direzione delle onde elettromagnetiche, quindi può essere utile a controllare la propagazione della radioattività. Il granito è composto principalmente da quarzo, dotato di proprietà piezoelettriche. In pratica la sua struttura molecolare si deforma elasticamente se attraversata da un flusso di corrente o di onde elettromagnetiche, per poi riassestarsi quando il flusso cessa. Durante la fase di passaggio, il quarzo vibra e muta la distribuzione delle cariche che lo attraversano.
Queste prime ipotesi sulla conduttività legata alle componenti chimiche del calcare e del granito, possono far pensare che la piramide fosse in grado anche di assorbire la radiazione solare e quindi che il rivestimento esterno fungesse anche da pannello.
Per quanto attiene il possibile rapporto fra struttura piramidale e campo magnetico, i dati attuali piuttosto controversi.
Ernst Hartmann, fondatore della moderna Geopatologia, ha sostenuto che l’intera superficie terrestre è percorsa da una rete di flussi di onde elettromagnetiche, formanti un reticolo definito appunto reticolo di Hartmann.
Le maglie di questa rete descrivono rettangoli aventi lati di 2,5 metri in senso latitudinale e 2 metri in senso longitudinale, con un’area di 5 mq. Ogni lato ha lo spessore di 21 cm e nei punti in cui due flussi si incontrano (4 per ogni 5 m2
) abbiamo una struttura definita Nodo di Hartmann. Secondo la teoria questo è un punto perturbato, originato dalla turbolenza dei flussi incrociati.
Si tratta di dati molto contestati, sebbene sia stato osservato come gli animali evitino sistematicamente di creare le loro tane in strutture che abbiano un nodo di Hartmann nel loro centro geometrico. Unica eccezione a questa regola sarebbe rappresentata dai gatti e dalle api.
Laddove la griglia di Hartmann corrisponda in profondità a falde acquifere o giacimenti minerari, si avrebbe una spiccata perturbazione del campo magnetico che delineerebbe un’area definita zona geopatogena.
Non è noto se nel sottosuolo della piana di Giza esistano simili configurazione geologiche. La piramide di Cheope ha i 4 lati di base perfettamente orientati nei punti cardinali, in pratica allineati con i flussi di Hartmann.
Con i suoi lati di 230 metri e la sua area di 52.900 metri quadri, essa copre 8.966 nodi di Hartmann. Costruita su di una salda base rocciosa, la piramide dovrebbe essere ben protetta dalle turbolenze geomagnetiche.
È stato però anche notato che all’interno di edifici moderni altamente radioprotetti, si osserva eccessiva carenza di onde elettromagnetiche (effetto Faraday).
Questo stato è dannoso per l’equilibrio organico in quanto il nostro corpo si giova degli effetti legati al campo magnetico fisiologico, mentre risente negativamente delle perturbazioni dello stesso.
Alcuni studiosi di Scienze delle costruzioni hanno proposto di ovviare all’inconveniente dell’effetto Faraday, disponendo alla base degli edifici una maglia metallica in rame che abbia un effetto conduttore e garantisca un adeguato continuum fra il suolo e l’interno della struttura. Questo dato riveste un interesse particolare, dal momento che all’interno della piramide di Cheope è stata trovata, in fondo ad uno dei suoi dotti obliqui definiti pozzi, una sorta di porta in muratura alla quale sembravano agganciate due maniglie di rame.
La cavità misura circa 20 cm per lato, per cui non è accessibile all’uomo, quindi le cosiddette maniglie non sembrano avere utilità pratica. Molti ricercatori hanno già avanzato l’ipotesi che queste strutture metalliche abbiano una funzione legata a fenomeni di conduzione elettrica. Per ora non è stata rinvenuta una maglia di rame nei sotterranei, né sappiamo se lo Zed abbia anche una componente metallica, la quale ne aumenterebbe l’effetto elettro-conduttivo.
L’esplorazione della piramide comunque ha ancora moltissimo cammino da fare prima di potersi ritenere completata.
Hartmann ha sostenuto che il sistema Terra-cosmo sia paragonabile ad un dipolo in cui la Terra è caricata negativamente rispetto al cosmo idealmente caricato in positivo. In quest’ottica la piramide potrebbe essere considerata una sorta di interfaccia fra radiazione geologica e radiazione cosmica.
L’accoppiamento radiazione cosmica/magnetismo terrestre rappresenta il fattore fisico principale di molti importanti bioritmi umani per cui, in teoria, un individuo posto in un ambiente in cui vi è un bilanciamento ottimale fra gli effetti di questi fattori, vivrebbe in una sorta di limbo biologico, protetto peraltro da fattori favorenti l’invecchiamento cellulare, sia di origine astronomico che geologico.
È stato rilevato ad esempio, che quando sulla superficie solare si ha una iperattività delle cosiddette "macchie" si ha statisticamente un aumento dell’incidenza di patologie neuropsichiche, cardiovascolari ed immunoematologiche.
Riassumendo, la grande piramide eserciterebbe un’azione sinergica data dalle seguenti funzioni:

- Concentrazione/dispersione di radiazioni sull’apice.
- Riflettessione/assorbimento dei raggi solari sulle facce laterali.
- Effetto radio-filtrante della struttura calcarea interna.
- Effetto piezoelettrico delle strutture in granito
- Proprietà antisismica e radioprotettiva della struttura litica basale.
- Proprietà conduttiva delle strutture interne in rame.

La risultante consisterebbe in un flusso ottimale e controllato di radiazioni elettromagnetiche, dall’alto e dal suolo, con conseguente ottimizzazione della funzione legata al sistema epifisi-melatonina.
L’epifisi (detta anche ghiandola pineale), svolge un ruolo di orologio biologico; nelle cavie genera un campo magnetico quasi comparabile al campo magnetico terrestre di superficie. La secrezione di melatonina avviene in assenza di luce ed è massima tra le 2 e le 4 del mattino, per arrestarsi prima dell’alba. Gli effetti della melatonina sono inibitori sulle funzioni tiroidee e gonadiche, nonché globalmente sedativi sulla funzione nervosa.
Nell’insieme abbiamo un rallentamento metabolico che secondariamente dà il beneficio di ridurre al minimo l’usura organica. Carenze di melatonina possono indurre invecchiamento precoce delle cellule, con trasformazione delle stesse e conseguenti processi degenerativi, anche di tipo neoplastico.
Studi eseguiti presso l’Università Tedesca di Mainz hanno evidenziato che il picco notturno di melatonina è ridotto dalla presenza di campi elettromagnetici, specie se di tipo ELF (frequenze estremamente basse).
Conseguenze immediate di ciò sarebbero disturbi a sfondo depressivo, alterazioni del ritmo sonno-veglia, alterazioni endocrine, disturbi vascolari pressori, con alterazioni dei recettori Beta e conseguente ipertensione arteriosa. Gli squilibri elettromagnetici hanno mostrato di avere anche azioni dirette sulle cellule cerebrali (neuroni), con modificazioni dell’attività elettrica visibili all’elettroencefalogramma. A tutto ciò possiamo aggiungere un’azione di stimolo esercitata dal tono elettromagnetico sulla produzione di endorfine.
Si tratta di neuromodulatori chimici cerebrali, appartenenti alla categoria delle encefaline, sostanze con doppia azione: ormonale e modulatrice della conduzione nervosa. Le endorfine, divise in alfa, beta e gamma, sono dotate di spiccate azioni analgesiche, sedative, antidepressive, nonché di azioni modulanti sul tono metabolico.
Un riscontro del rapporto magnetismo/endorfine lo abbiamo dalla usuale magnetoterapia, nonché dall’elettroagopuntura, in cui, la variazione delle frequenze induce alternativamente produzione di metaencefaline o selettivamente di betaendorfina.
Globalmente possiamo concludere che la permanenza all’interno della piramide, in virtù dei suoi effetti neuroendocrini radioindotti, porta l’organismo umano all’optimum della sua funzione conservativa, impedendo buona parte dei fenomeni legati a stress neurologico e metabolico che favoriscono i processi di usura cellulare e di invecchiamento.
Una struttura in cui può essere attuata una lunga conservazione delle strutture organiche, può anche apparirci come un rifugio in cui soggiornare qualora le condizioni ambientali esterne divengano proibitive.
Alcuni studiosi di archeologia avanzata sostengono che la datazione delle tre piramidi di Giza sia da attribuire non al 2.500 a.C. bensì al 10.500 a.c., epoca in cui la deglaciazione provocò una massiccio sconvolgimento geosismico, la stessa epoca in cui sarebbe perita la mitica Atlantide.
Le tesi di frontiera stanno delineando la possibilità che quella Atlantidea sia stata una civiltà tecnologicamente evoluta e non confinata solo sull’ipotetica isola poi sommersa dall’Oceano.
Sono dati ancora da accertare, tuttavia le piramidi potrebbero essere state utili a preservare i loro abitatori da variazioni del campo magnetico e da fall out radioattivi atmosferici, dall’eccesso di radiazioni solari, senza contare il loro oramai dimostrato elevatissimo potere antisismico.
Riflettiamo per un attimo. Perché gli Egizi costruirono in epoche successive al 2.500 a.C. circa 80 piramidi, chiaramente destinate ad essere tombe per i loro sovrani?
Secondo le religione di quel popolo, il faraone risorgeva dalla morte all’interno della tomba e da lì si avviava verso il Duat (il mondo dei morti). Dove avveniva il prodigio? All’interno della tomba! C’è da sospettare che Cheope, Chefren e Micerino, piuttosto che far costruire le tre piramidi, come sostiene la scienza ufficiale, le abbiano fatte disseppellire e che questa opera abbia comunque richiesto decenni di lavoro. Non è noto cosa potrebbe aver fatto intuire agli ingegneri di 4.500 anni fa che all’interno della piramide esisteva un meccanismo preservante le funzioni vitali, ma da una simile acquisizione a credere che conservazione fosse sinonimo di resurrezione, il passo potrebbe essere stato breve.
Se l’ipotesi prospettata ha valore, la piramidologia terapeutica dei nostri tempi potrebbe essere considerata l’applicazione in campo medico di una tecnologia originariamente assai più vasta e complessa. Ci troveremmo ad aver avvistato solo la punta dell’iceberg di una questione legata non alla metascienza, ma ad una probabile "storia segreta" dell’intera Umanità.Al di là delle considerazioni teoriche, tuttavia, occorre dire che tutte le volte che gli improbabili poteri attribuiti alle piramidi sono stati sottoposti a seri controlli di laboratorio, sono risultati del tutto inesistenti. La conservazione del latte, la disidratazione della carne e la germinazione dei semi si verificano esattamente in egual misura sia all'interno che all'esterno dei modelli di piramidi.

di Giuseppe Colaminè

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23 maggio 2014 5 23 /05 /maggio /2014 22:08

Si hanno testimonianze che in alcune nazioni come l’America, la Germania, l’Inghilterra e la Russia, si compiano esperimenti segreti quali: invisibilità ottica, lettura della mente, clonazione, antigravità, teletrasporto e viaggio nel tempo. Ma sarà vero? Fra le tante storie che sentiamo, vorrei esporre il tema che parla del teletrasporto e viaggio nel tempo. Si racconta che nel 1943, nel porto di Philadelphia, si effettuavano esperimenti di invisibilità radar su una nave denominata “DE 173 Eldridge”. A capo del progetto vi era un noto scienziato, Nikola Tesla che   successivamente fu sostituito da Jhon Von Neuman. L’obbiettivo dichiarato (secondo la testimonianza di un certo Al Bielek), era quello di ottenere la nave invisibile ai radar ed un dispositivo di smagnetizzazione delle mine magnetiche, infatti furono montati dei grossi cavi elettrici intorno alla nave ed un trasmettitore RF, qualche generatore, amplificatori etc. L’energia prodotta fu talmente “eccessiva” da provocare uno squarcio nel tessuto dello spaziotempo, da permettere alla nave di saltare in un altro luogo ed in un tempo diverso cioè quaranta anni nel futuro nel 1943 e giungere nei sotterranei della base di Montauk a Long Island nel 1983. Di questa leggenda, ho potuto notare un riscontro reale dal punto di vista tecnologico. Sapendo che: i campi elettrici, magnetici, elettromagnetici, di forza, di gravità, i fasci laser, il plasma, infrasuoni ed addirittura gli ultrasuoni possono deformare lo spazio tempo, vado ora a descrivere nel dettaglio, l’uso di questa straordinaria tecnologia per scopi militari.

deltat

Orion Delta Time Antenna (Mountauk Project)

Una delta T antenna, è una struttura di antenna ottaedrica come quella di un diamante, progettata dall’ingegnere Preston B Nichols per piegare il tempo. La Delta Time antenna, ha 3 bobine avvolte intorno alla struttura di legno, 2 per verticale che chiameremo con x ed y ed una orizzontale che chiameremo z, sfasate tra loro di 90 gradi in base alle 3 dimensioni dello spazio. Gli avvolgimenti verticali x ed y, vengono   alimentati con una corrente di tipo impulsivo e sfasate di 90° ciascuna (seno e coseno) mentre la bobina centrale orizzontale z, viene alimentata col rumore bianco di un amplificatore audio. Le tecniche base sono le stesse utilizzate nel Philadelphia Experiment, sebbene Nikola Tesla utilizzò la bobina elicoidale di tempo (il primario del trasformatore risonante Tesla) intorno alla nave si creò una “bolla Magnetica” distorcendo lo spazio-tempo e l’uso del trasmettitore distorceva ulteriormente il tessuto spaziotemporale già deformato tanto da perforarlo. L’antenna Delta T, è l’evoluzione di tale esperimento. Le bobine x ed y producono un campo elettromagnetico la cui velocità di rotazione è uguale alla frequenza di ingresso e fanno ruotare lo spaziotempo a velocità relativistiche e creando il vortice temporale. La bobina z aspira il campo nella terza dimensione. Per quanto questa semplice antenna possa essere piccola, essa genera dei potenziali di tempo talmente grandi che se spinta al massimo della potenza riesce creare al suo centro per il 2% del volume di aria, un “worm hole” o “black hole” cioè un foro nel tessuto 4D dello spaziotempo. Se l’antenna è alta 2 metri formerà un worm hole visibile di 2 cm. Variando lo sfasamento tra i segnali impulsivi modulati dai circuiti elettronici dei trasmettitori ed il rumore bianco, si possono trovare le “coordinate temporali” Estrapolando la funzione delta time dell’antenna, amplificandola con un ampliaron ed implementandola in un trasmettitore RF, si può riprodurre il vortice   spiraliforme in qualsiasi punto noi vogliamo e quindi modificare non solo le coordinate temporali ma anche quelle spaziali del vortice stesso. La delta time antenna è il cuore della macchina del tempo.

Lista Componenti

•Antenna Delta Time

•Generatore Sinusoidale da 1Hz ad 1GHz

•Amplificatore audio (per rumore bianco 250Kw 50% della potenza dell’antenna)

•Amplitron (Amplificatore RF 1Mw – 3Gw per le bobine x ed y dell’antenna Delta T)

•Modulatore RF (AM – FM)

L’orologio, volgarmente parlando non serve soltanto per vedere che ora è ma è un   vero e proprio strumento di misurazione dello scorrere del flusso temporale o (flusso di tempo), serve quindi a misurare il tempo. Sappiamo che la trasmissione delle informazioni non è istantanea ma ha un valore determinato dalla velocità della luce, che non è costante nel vuoto ma varia al variare della forza di gravità e della temperatura; molti scienziati la pensano in questo modo. Sapendo che noi vediamo una persona o un oggetto dopo che la luce riflessa impiega ad esempio per una distanza di 1 metro circa un trimilionesimo di secondo per giungere sino alla retina dei nostri occhi, possiamo affermare di vedere quella persona od oggetto distante 1 metro come era un miliardesimo di secondo nel passato, il sole come era di circa 8 minuti nel passato e così via. Si parla dunque di “scarto temporale” che può essere amplificato di quanto si voglia. Ora se mettessimo un orologio all’interno del campo elettromagnetico di potenza, dell’antenna Delta Time, una persona al di fuori osserverà che: A 1-Hz, l’orologio verrà eseguito normalmente; quando la frequenza arriva ad una velocità prossima a quella della luce, l’orologio gira velocemente in avanti nel futuro. Alla stessa velocità della luce, nella parte superiore della banda VHF (circa 300-MHz), l’orologio si fermerà completamente perché si è immersi in un vortice spaziotemporale che ruota alla stessa velocità con cui si trasmette l’informazione. Aumentando ulteriormente la frequenza di rotazione del campo elettromagnetico e mantenendo invariato il verso di rotazione, si noterà che a 1000 MHz, l’orologio andrà circa a velocità normale all’indietro, questo perché è immerso in un vortice che ruotando lo spaziotempo ad una velocità più veloce a quella della luce, fa giungere l’oggetto, prima che arrivi l’informazione di conseguenza il tempo sarà invertito, si viaggerà nel passato.

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23 maggio 2014 5 23 /05 /maggio /2014 21:35

trace.jpgLa galleria, lunga oltre 150 metri, ci trasporta direttamente nel passato. A scoprirla è stato Henri Cosquer, sub professionista. Quando, verso la metà degli anni Ottanta, lungo la costa marsigliese, iniziò a esplorare un cunicolo sommerso, sospettava già che avrebbe trovato qualcosa di interessante, tuttavia lo spettacolo che gli si parò davanti agli occhi lo lasciò di stucco. Il corridoio si apriva in un’enorme grotta, un innegabile capolavoro della natura. Chissà se, millenni or sono, vi avevano vissuto anche degli uomini?
Henri Cosquer tornò alla grotta armato di macchina fotografica. Affascinato, scattò numerose foto all’interno della caverna. Una volta a casa, quando iniziò a passare in rassegna le istantanee, rimase a bocca aperta, per la seconda volta in breve tempo: su uno dei muri si distingueva chiaramente l’impronta di una mano umana con tre dita.
Poco tempo dopo il francese si recò nuovamente alla grotta, questa volta accompagnato da un paio di amici. Osservando meglio le pareti rocciose i sub scoprirono oltre cento disegni di squisita fattura: rappresentavano cavalli, stambecchi (o cervi) e figure geometriche. In alcuni di questi casi si trattava di graffiti, in altri, invece, di pitture rupestri.
Anche se Jean Courtin, esperto di preistoria, dopo aver eseguito un sopralluogo sul sito, si pronunciò a favore dell’autenticità dei disegni, molti dei suoi colleghi, all’inizio, mostrarono un certo scetticismo. Anzi, accusarono lo stesso Cosquer di essere l’autore dei falsi. I loro sospetti vennero alimentati dalla datazione al carbonio 14, effettuata sulle pareti interne della grotta. I risultati attribuivano alla grotta un’età compresa fra i 18.000 e i 27.000 anni: era quindi troppo antica per inserirsi nello schema di datazione universalmente accettato.
Nel frattempo i risultati delle analisi vennero convalidati da ulteriori misurazioni e oggi le Grotte di Cosquer, così chiamate dal nome del loro scopritore, sono un patrimonio storico. Fra i vari disegni ce ne è uno che, in particolare, ci sembra degno di nota: mostra tre creature, che fra il 1991 e il 1992 Jean Courtin e Jean Clottes hanno descritto su numerose riviste specialistiche come “pinguini”. Lo zoologo Francois de Sarre, tuttavia, non ha condiviso questa opinione, facendosi portavoce anche delle perplessità di altri studiosi. I pinguini, infatti, vivono soltanto al Polo Sud e, inoltre, un artista preistorico avrebbe raffigurato questi animali in maniera del tutto diversa, anche se avesse voluto usare una rappresentazione simbolica o stilizzata. E non può trattarsi neppure di foche. Sia pure facendo appello alla fantasia non si riesce a mettere in relazione i dettagli anatomici delle foche con quelli raffigurati sui graffiti. Al contrario, in altri punti, sulle pareti della grotta, si riconoscono molto bene raffigurazioni di questi animali.
disegno.jpg In mancanza di un animale a noi noto de Sarre suggerisce che possa trattarsi di una creatura preistorica, ormai estinta e ha avanzato un’ipotesi un pò azzardata: che possa trattarsi di un “parente” del più famoso mostro di Loch Ness. «A mio avviso si tratta di un mammifero acquatico, forse della Megalotaria longicollis, che il dottor Bernard Heuvelmans ha descritto nel suo libro Le Grand Serpent de Mer (Plon 1965). Mi sono preso la libertà di contattare questo eminente padre della criptozoologia, nonché mio caro amico e gli ho mostrato il disegno. È rimasto molto colpito».
La tesi di de Sarres è indubbiamente affascinante, anche se, forse, poco probabile; devo tuttavia ammettere di essere rimasto alquanto scioccato dalla spiegazione “ufficiale”: per quale motivo gli scienziati francesi avrebbero classificato gli animali come “pinguini”, se in realtà questi animali bianchi e neri non hanno mai vissuto nel Mar Mediterraneo? La soluzione di questo mistero è da ricercare, molto banalmente, in un errore di traduzione. In francese, infatti, la parola “pingouin”, indica anche l’alca impenne (Pinguinus impennis), un uccello lungo 70 centimetri, molto simile al pinguino, che durante la preistoria viveva sulle coste del Mediterraneo e che si è estinto a metà del XIX secolo a causa della caccia e delle eruzioni vulcaniche. Si è trattato, quindi, di un semplice equivoco di natura linguistica, di cui, a quanto pare, né Clottes, né Courtin, si erano resi conto.
aa.jpg «Quando abbiamo pubblicato il primo articolo sulle Grotte di Cosquer, abbiamo utilizzato automaticamente la parola “pingouin”, senza renderci conto del problema di traduzione», spiegano i due autori, nel video uscito nel 1995. «A breve distanza di tempo abbiamo ricevuto delle rettifiche da parte di esperti, alcuni dei quali ci hanno ripreso con garbata ironia, affermando che, qualora si fosse trattato realmente di “pinguini”, avremmo avuto tutte le ragioni di mettere in dubbio l’autenticità della scoperta, visto che questi animali non hanno mai vissuto nel bacino del Mediterraneo. Noi, ovviamente, ci riferivamo alle alche che, pur non essendo in grado di volare, erano ottime pescatoci e tuffatoci».
L’ipotesi di de Sarres, finora, non ha incontrato grande consenso, anche perché sembra molto più plausibile la tesi dell’alca. Tuttavia non è da escludere che l’artista che ha decorato le Grotte di Cosquer abbia voluto raffigurare un animale a noi sconosciuto. E a tale scopo gli studiosi continuano a cercare delle rappresentazioni di alche nell’arte paleolitica, ma, al momento, ahimè, senza successo.

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21 maggio 2014 3 21 /05 /maggio /2014 22:09

 Circa 4 anni fa, si leggeva aul clima:

Nel mitico sito di A.Watts, anni fa era apparso un  incredibile articolo di David Archibald, uno dei primi studiosi solari ad aver creduto che questo minimo solare era davvero qualcosa di importante!
 
Gli Dei puniscono l’arroganza eccessiva, ma Antonio mi ha chiesto di intervenire per commentare la nuova previsione del Dr.Hathaway sul ciclo 24, ed io non ho potuto rifiutare…
Il numero è ancora sbagliato
Ora il massimo per Hathaway è di 64. Ma probabilmente la migliore stima è di 48, come durante i minimi 5 e 6 (Minimo di Dalton). Abbiamo ancora 4 anni circa prima del massimo, quindi c’è tempo affinchè l’attività solare cresca, come si vede anche dal flusso solare che è a 75, indicando una linea molto piatta di crescita.
La forma è sbagliata
I cicli deboli sono simmetrici. E questo, essendo un ciclo debole, avrà un declino che sarà lungo come la fase di ascesa. Il Dr. Hathaway pensa che la transizione tra ciclo 24 e 25 sia nel 2020, invece sarà nel 2022.
L’anno del massimo è sbagliato
Per il Dr.Hathaway il massimo sarà nel 2013. Ma esso sarà nel 2015 come preanunciato dall’intensità della corona verde del sole, quindi a metà strada del ciclo solare di 12 anni partito a dicembre 2008.
Sulla base del tasso che il Dr.Hathaway si sta pian piano avvicinando alla previsione finale corretta, stimiamo che finalmente egli la inquadrerà con precisione nel 2012!
Infine vorrei fare una previsione basata sul pensiero diuno studio di qualcuno che è ancora rimasto inedito, e cioè che NON VI SARA’ UN INVERSIONE DEI POLI MAGNETICI DURANTE IL PROSSIMO MASSIMO SOLARE! ( che tradotto, significa, Maunder like minimum!)

Col senno di poi, il cico 24 sarebbe dovuto esser stato previsto già alcuni decenni fa, in quello che noi conosciamo come  ciclo di Vries. Quest’ultimo è un ciclo di 210 anni, e l’ultimo fu nel 1798, quando iniziò il minimo di Dalton. E questo ciclo è iniziato prorpio 210 anni esatti. Negli ultimi 2000 anni, l’unica volta che il ciclo di Vries saltò, era durante il periodo caldo medievale. Quindi c’è una correlazione del 90%!
Poi Archibald parla della teoria di Svensmark sul rapporto della crescita dei neutroni e della copertura nuvolosa, proponendoci questo eloquente grafico:
E da qui prende spunto per parlare senza mezzi termini del Global Cooling che ci attende…secondo Archibald infatti, che cita anche i lavori sulla Drias recente di Brauer et al :
ci attendono 21 inverni via via sempre più freddi per l’emisfero nord, ed afferma: ” 3 ci sono già stati, quindi ne rimangono 18, al termine dei quali, il clima shifetrà verso un irreversibile cabiamento votato al gelo, e tutto questo, accadrà entro pochissimo tempo (un anno). Come dicono anche Brauer e coll., fondamentale sarà il feedback negativo a causa del ghiaccio marino…”
Io non so se Archibald ci beccherà o meno, al momento posso solo dire che anni fa quando ancora la Nasa prevedeva che il ciclo 24 sarebbe stato il più forte della storia, lui già diceva che invece sarebbe stato molto debole. Oggi, che il tempo gli sta dando sicuramente ragione, osa spingersi oltre, molto oltre…non so se avete capito, ma il ricercatore parla proprio di una prolungata fase di quiescenza solare (Maunder?) a cui potrebbe seguire non solo una “semplice” peg, ma addirittura una nuova Drias recente!

Se il clima è animato da un costante mutamento, ciò avviene come risposta a varie cause oscillanti, alcune delle quali di carattere planetario o regionale (le eruzioni vulcaniche, le variazioni della copertura vegetale), altre dovute all’azione diretta dell’uomo sull’atmosfera (i molteplici inquinamenti causati dalle nostre attività).

Non va trascurato, inoltre, che secondo autorevoli astronomi britannici il sole in un ciclo di 11 anni passa da un aspetto senza macchie a uno maculato, con macchie scure. Nel XVII secolo il periodo del gelo del Tamigi coincise di fatto con la totale assenza di macchie solari, una conferma questa della teoria che attribuisce ai periodi di debole attività del Sole, quindi con meno macchie, una Terra più fredda.

Altre variazioni cicliche di lunga durata sono imputabili ad alcuni movimenti della Terra nello spazio, al punto di dar luogo nel loro insieme, a sensibili variazioni della radiazione solare incidente sulla Terra e di conseguenza anche a vere e proprie anomalie climatiche.

Nel presente articolo intendo occuparmi particolarmente dell’influenza sul clima causato dai grandi moti oceanici, con riferimento alla “Corrente del Golfo”.

E’ noto, da tempo, che le grandi correnti marine rappresentano un fattore essenziale della distribuzione del calore e di umidità su tutta la superficie terrestre, e che gli oceani, nel loro complesso, trasportano oltre metà del flusso globale di calore dall’equatore ai poli; essi, dunque, hanno un ruolo importante come fattori climatici.

Ne consegue che le variazioni della loro energia interna rappresentano delle cause altrettanto importanti dei mutamenti periodici o aperiodici del clima.

È vero, peraltro, che spetta alle correnti della bassa troposfera, come gli “alisei” (vedi Nota a fine articolo), fornire l’impulso ai grandi fiumi oceanici.

A parte la loro insostituibile funzione a scala globale, gli oceani hanno un influenza importante sul clima anche su particolari spazi, naturalmente di grande estensione: sono note, a tale riguardo, le condizioni molto favorevoli di cui godono tutte le coste atlantiche dell’Europa.

Quindi è opportuno prendere le mosse dalla famosa “Corrente del Golfo” (in inglese “Gulf Stream”), una corrente calda che sposta ben 74 milioni di metri cubi d’acqua al secondo alla velocità di 1 m/s. La Corrente del Golfo nasce nel Golfo del Messico dove grandi masse d’acqua vengono surriscaldate dall’azione dei raggi solari e poi tendono a risalire verso Nord deviate dalla rotazione terrestre. L’impronta di tale corrente oceanica è addirittura visibile fino a 11 Km di altitudine e coinvolge tutta la troposfera, dove innesca fenomeni atmosferici in grado di alterare il clima globale.

Parte della Corrente del Golfo arriva a lambire le coste dell’Inghilterra, Irlanda, Norvegia, Islanda, riuscendo addirittura a superare Capo Nord, toccare la penisola di Kola e, più attenuata, anche il mare di Barents (per intenderci siamo al di là del circolo polare artico!). La corrente, spostandosi verso Nord, cede il suo calore diventando sempre più fredda e salata, per poi invertire il suo percorso e tornare indietro, senza cedere, però, il freddo accumulato.

Con maggior impegno esplicativo. All’ “andata”, essendo più calda e più leggera, la Corrente del Golfo è presente nell’immediata superficie del mare, può cedere il suo calore all’aria circostante e riscaldare di conseguenza anche le terre vicine. Al ritorno, invece, essendo molto più fredda e salata, è di fatto molto più “pesante” e resta al di sotto delle acque superficiali, senza riuscire a raffreddare le zone che aveva precedentemente riscaldato.

Grazie a questo procedimento chimico-fisico, regioni a latitudini elevatissime hanno un clima incredibilmente mite rispetto alle aree geografiche del Nord America o asiatiche poste alla stessa latitudine.

La Corrente del Golfo, inoltre, ha anche effetti che potremmo definire “riflessi”. Infatti, limitando l’espansione dei ghiacci e del freddo, senza abbondanti precipitazioni nevose sull’Europa nord orientale, fa sì che l’ “Effetto Albedo”, a causa delle esigue nevicate, sia limitatissimo e che il fronte polare sia molto più alto rispetto ad altre zone del Mondo. Ad esempio il clima della Polonia, Germania, Boemia, Repubblica Ceca, Slovacchia è molto meno freddo di altre zone alla stessa latitudine e alla stessa distanza dal mare, come possono essere il Canada o il bassopiano Sarmatico orientale.

La sopravvivenza della corrente del Golfo è legata a un equilibrio di salinità del mare, nel senso che se la salinità scende oltre un certo livello allora la Corrente del Golfo potrebbe attenuarsi o addirittura bloccarsi.

A tale proposito numerosi studiosi della storia del clima hanno, dopo attenti studi, affermato che la serie di inverni rigidissimi che investirono l’Europa nel medioevo, fu causata da un blocco della Corrente del Golfo dovuto a un pregresso riscaldamento climatico (molto probabilmente per una più intensa attività solare) che fece sciogliere grandi quantità di ghiacci presenti nella Groenlandia, che, alterando in tal modo quel delicatissimo equilibrio di salinità, avrebbe provocato un suo “inceppamento”.

Da varie documentazioni storiche, infatti, si evince che nel periodo compreso tra il 1000 e il 1200 regnò quello che è noto come “optimum climatico medioevale”, caratterizzato da temperature che toccarono il loro apice di caldo. I ghiacciai si ridussero al minimo o addirittura scomparvero e i passi alpini erano senza neve; inoltre, la presenza di alcuni villaggi costruiti ad alta quota e distrutti successivamente dall’avanzata glaciale, testimoniano un clima decisamente mite.

Ed altre notizie come la presenza frequente di aurore boreali a latitudini mediterranee (che fanno pensare a un’attività solare marcata), la colonizzazione della Groenlandia da parte dei Vichinghi, la coltivazione della vite in Inghilterra fin quasi alla latitudine della Scozia, fanno pensare ad un clima decisamente caldo, in particolare durante il periodo estivo.

Ma improvvisamente, tra il 1197 e il 1203, per 7 anni consecutivi, il ghiaccio circondò l’Islanda, e nell’ultimo anno addirittura nei mesi di Luglio ed Agosto.

Il clima subì un forte raffreddamento su tutto il Continente Europeo e iniziò un periodo freddo di lunga durata che portò alla progressiva scomparsa della coltura della vite in Inghilterra, una serie di inverni rigidissimi (nel 1205 gelò il Tamigi a Londra, nel 1216 gelò il Pò) e l’avanzata dei ghiacciai Alpini a livelli molto maggiori degli attuali (tra il 1220 e il 1350).

Un cambiamento del genere fa nascere il sospetto, secondo una consistente scuola di pensiero climatologica, che alla base vi fosse un calo improvviso e generalizzato delle temperature delle acque nord-atlantiche, dovuto, molto probabilmente, a una sensibile attenuazione della Corrente del Golfo.

Quali sono le prospettive future? Difficile dirlo con certezza, ma il Prof. Robert Gagosian, direttore del “Woods Hole Oceanographic Institution” nel Massachusetts, ha teorizzato che con il riscaldamento globale esiste un concreto pericolo che la Corrente del Golfo diminuisca la sua intensità a causa delle quantità sempre maggiori di acqua dolce, dovute allo scioglimento dei ghiacci, che si riversano nell’Oceano Atlantico.

Si avverte che uno “spegnimento” improvviso della Corrente del Golfo potrebbe portare nell’arco di soli 10 anni, gran parte dell’Emisfero Settentrionale, a confrontarsi con inverni rigidissimi.

L’Europa sarebbe la regione più colpita dagli effetti del raffreddamento climatico, subendo un calo di 3,5°C della temperatura media.

Gran Bretagna e Irlanda verrebbero interessate da un clima quasi paragonabile a quello che attualmente si ha in Islanda, mentre l’Islanda stessa diventerebbe una succursale del Polo Nord, praticamente inabitabile, se non per le missioni scientifiche come accade in Antartide.

Il Mediterraneo sicuramente risentirebbe in misura minore degli effetti di questo fenomeno, ma abbonderebbero comunque i periodi freddi con incursioni gelide per opera di correnti siberiane o polari; il mare, poi, genererebbe quei contrasti termici e quel contributo umido in grado di alimentare depressioni locali che, alimentate dall’aria fredda, produrrebbero, molto probabilmente, frequenti e abbondanti nevicate. La neve al suolo per lungo tempo diventerebbe la norma negli inverni di molte regioni europee ed anche italiane.

Ma quanto è realistico questo scenario? I dati a disposizione del “Woods Hole Oceanographic Institution”, indicano importanti cambiamenti di salinità dal 1960. L’aumento della quantità di acque fresche che affluiscono nell’Atlantico Settentrionale, già in atto da diverso tempo, sta attualmente diluendo le acque superficiali di questa importante porzione di oceano, che, solcato dall’acqua della Corrente del Golfo, ne sta alterando la concentrazione salina, rischiando in tal modo di inceppare il meccanismo di affondamento. Questa tuttavia è solo una delle teorie sul cambiamento climatico (seppure molto accreditata) che, in aggiunta alla mancanza di dati sufficienti e convincenti e di una “teoria unificatrice” capace di tenere conto di numerosi fattori di influenza, per il momento non consente ai climatologi di dare una risposta precisa sul clima che ci aspetta nei prossimi decenni.

 

 

Fonte: http://daltonsminima.altervista.org/?p=11877

 

http://www.meteomatera.it/index.php?option=com_content&view=article&id=278:linverno-nord-americano-tra-qsnow-beltq-e-qnoreasterq&catid=54:approfondimenti&Itemid=137

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21 maggio 2014 3 21 /05 /maggio /2014 21:49

È un mistero. Non cresce nulla al centro di questi cerchi. Solo sabbia. La scoperta di questi misteriosi cerchi sul fondo del mare Adriatico, vicino la costa croata, rimane un enigma. Il biologo marino Mosor Prvan ha sottolenato ” sono dei cerchi perfettamente disegnati sui fondali del mare. Per esempio: al largo dell’isola di Dugi Otok, ci sono 28 cerchi di diametro identico
(50 metri) distanti dalla costa tutti alla stessa altezza e separati a 300 metri uno dall’altro. Per il momento, 50 altri cerchi identici sono stati scoperti nei pressi delle isole di Premuda, Molat, Unije, Susak e Srakane.  “ E’ come se le piante della Poseidonia sono state estratte con dei cavatappi. Non sappiamo né quando, né come si sono formati. “Ma ci deve essere una ragione.”  Sulla questione sono state sviluppate due tesi in particolare dall’associazione ambientalista “Sunce” per spiegare questo fenomeno: ossia o una pesca illegale con la dinamite, o sondaggi per cercare petrolio. Ma queste due attività lasciano segni diversi sul fondo del mare.Secondo la tv”24 sata”, gli abitanti della regione avevano riferito lo scorso settembre di strani fenomeni, costituiti entrambi da lampi brevi, ed in gran parte sulla costa Adriatica.
Ce ne potrebbero essere altri. Il Prof. Mosor Prvan ha aggiunto “È un mistero. Non cresce nulla al centro di questi cerchi. Solo sabbia, ” stiamo svolgendo delle analisi chimiche per vedere un po’ più chiaro in questo caso. “E’ come se le piante della Poseidonia sono state estratte con dei cavatappi. Non sappiamo né quando, né come si sono formati. “Ma ci deve essere una ragione.” Sulla questione Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” evidenzia che sono state sviluppate due tesi in particolare dall’associazione ambientalista “Sunce” per spiegare questo fenomeno: ossia o una pesca illegale con la dinamite, o sondaggi per cercare petrolio. Ma queste due attività lasciano segni diversi sul fondo del mare.Secondo la tv”24 sata”, gli abitanti della regione avevano riferito lo scorso settembre di strani fenomeni, costituiti entrambi da lampi brevi, ed in gran parte sulla costa Adriatica.

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20 maggio 2014 2 20 /05 /maggio /2014 21:45

 

Ellensburg e le sue valli circostanti e Ridge Manastash sono belli in ogni stagione. Alcuni credono che quello che c'è lì sotto  sia  buco  dotato di poteri soprannaturali.Un uomo di nome Red Elk, è una delle poche persone vive che ha avuto modo di osservare  il buco misterioso. E' uno sciamano nativo americano, e ha raccontato che suo padre gli ha mostrato , come lui l'ha definito, il "buco senza fine", nel 1961.
Red Elk ci è tornato molte volte e ha detto cose strane accadono ogni volta che passa vicino ad esso.Molti abitanti affermano di conoscere il buco, ma non è diventato fenomeno fino al 1997, quando Mel Waters ha partecipato al Coast to Coast radio show con Art Bell. "Ho portato i cani con me" ha raccontato Waters " non volevano avvicinarsi a quella dannata cosa". Il buco presenta un muro di pietra spesso un metro e a quanto pare sprofonda per miglia nella terra. Molte sono le storie intorno a questo misterioso buco. Waters giura  che un ragazzo ha gettato nel buco il suo cane defunto, e poi di aver rivisto il cane insieme al ragazzo. Red Elk afferma che dopo tutta questa pubblicità sono iniziati i problemi. Secondo il nativo americano infatti, lì sotto il governo nasconderebbe un piccola base segreta tanto che, le immagini satellitari sarebbero coperte da alcune caselle bianche. Red Elk afferma di aver visto anche attività aliene in zona. Addirittura una volta avrebbe visto una "nave spaziale" posizinarsi proprio sopra il buco. Wagy Milton della  Ellensburg Public Library Historian, ha detto che la storia è diventata sensazionale, dopo che Waters andò alla radio. Fatto sta che, questa storia è diventata molto famosa e molti sono i ricercatori che si sono spinti alla ricerca di questo buco. Perfino i Tg della zona ne hanno parlato come potete vedere dal video che segue. 







Il Mistero continua



Read more: http://eclissidelmondo.blogspot.com/2012/02/il-misterioso-buco-di-easthern.html#ixzz32ILAjeKx

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20 maggio 2014 2 20 /05 /maggio /2014 21:37

Chi sono questi strani bambini pallidi e dagli occhi neri che vorrebbero entrare in casa vostra bussando alla porta e fissando attraverso le finestre? perche’ chiedono di entrare all’interno delle abitazioni?

Dalle descrizioni fatte da molti testimoni, i bambini dagli occhi neri “, sono creature misteriose che presumibilmente assomigliano a bambini di età compresa tra circa 6 e 16 anni - creature che appaiono solo di notte, quando si presentano alle porte dei residenti ignari e chiedono, con voce bassa, di usare il bagno, fare una telefonata, ottenere un passaggio a casa, o prendere qualcosa da mangiare. Le teorie dei “bambini dagli occhi neri”, affermano variamente di essere vampiri, extraterrestri, esseri interdimensionali, o qualche forma di demone.

Nella maggior parte dei rapporti, un piccolo gruppo di bambini con gli occhi tutti-neri si avvicina ad un adulto che è solo in una macchina o una casa. I bambini, di solito due ragazzi di età compresa tra i 10 ei 13 anni, cercano di chiedere un passaggio a casa o di entrare nell’abitazione per andare in bagno o per telefonare. L’adulto si sente un senso di paura travolgente, prima di rendersi conto che c’è qualcosa di radicalmente sbagliato, ovvero, il motivo per cui questi bambini possiedono gli occhi neri.

 

Il libro The Children Black Eyed di David Weatherly è un racconto affascinante di queste esperienze raccolte da testimoni. Inoltre si cerca di comprendere cosa sono e cosa vogliono questi esseri.
L’autore del libro David Weatherly, ha dichiarato in svariate conferenze stampa, che il motivo per cui lo ha ispirato a scrivere The Children Black Eyed, era solo per avere o cercare di avere una risposta a questo fenomeno.
“Avendo interesse per il paranormale – dichiara David – avevo sentito e letto di queste storie. Mi sono interessato nel perseguire l’approfondimento dopo aver incontrato un uomo che aveva avuto un incontro diretto con uno di questi bambini misteriosi. Il suo racconto era così affascinante che mi ha indotto a cercare altri testimoni che avevano incontrato questi ragazzi strani. Effettuando ricerche sui testimoni, ho scoperto che c’erano molti racconti e che il numero degli incontri era cresciuto nel corso degli ultimi anni.”
Ciò che ha reso il fenomeno interessante, sta nel fatto che ha qualche cosa in comune con molti altri aspetti del paranormale tra cui gli UFO, fantasmi, presenze di entità multi-dimensionali, alieni “grigi” e entità demoniache.

 

 


Non a caso, esiste un video riguardo i bambini dagli occhi neri, pubblicato su MSN e ha coinciso con l’uscita di The Children Black Eyed, una serie horror basata su una leggenda urbana.
Il regista Vancouver Nick Hagen ha dichiarato che la serie continua ad essere un successo su YouTube, con oltre 10 milioni di visualizzazioni video e 20.000 abbonati.

 

GUARDATE IL VIDEO

 


 

 

 

 

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18 maggio 2014 7 18 /05 /maggio /2014 21:45

In un remoto sito vicino al circolo polare artico, gli archeologi russi hanno ripreso gli scavi nel tentativo di comprendere un insolito ritrovamento di mummie medievali, vestite con maschere di rame.

Risalenti a circa 1.000 anni fa, le mummie erano state trovate durante una serie di scavi cominciati nel 1997 in una necropoli siberiana vicina al villaggio di Zeleniy Yar, alla base di una penisola che le persone del posto chiamano “la fine della Terra”.

(Kate Baklitskaya, The Siberian Times)

(Natalya Fyodorova, The Siberian Times)

Gli archeologi hanno trovato 34 tombe a poca profondità con sette maschi adulti, tre bambini e una bambina. Sepolti con numerosi manufatti, la maggior parte dei corpi aveva le ossa del cranio rotte o mancanti, e con gli scheletri frantumati.

(Kate Baklitskaya, The Siberian Times)

(Natalya Fyodorova, The Siberian Times)

Cinque mummie sono state dissotterrate ancora coperte con lamine di rame e pellicce di renna, castoro, ghiottone e orso. Tre mummie di bambini con delle maschere di rame, invece, sono state ritrovate avvolte dentro a quattro o cinque anelli di rame larghi 2 cm.

(Kate Baklitskaya, The Siberian Times)

Natalya Fyodorova (Kate Baklitskaya, The Siberian Times)

Natalya Fyodorova (Kate Baklitskaya, The Siberian Times)

La mano di un bambino (Natalya Fyodorova, The Siberian Times)

La mummia meglio conservata è quella di un uomo dai capelli rossi seppellito in un sarcofago di legno. Era coperto da torace a piedi con lamine di rame ed era steso con un’ascia di ferro, pellicce e una fibbia di bronzo raffigurante un orso.

(Kate Baklitskaya, The Siberian Times)

(Kate Baklitskaya, The Siberian Times)

“In nessun’altra parte del mondo ci sono così tanti resti mummificati scoperti fuori dal permafrost o dalle paludi”, dice Natalia Fyodorova, dell’Accademia Russa delle Scienze.

Il suolo nel sito è sabbioso e non è sempre congelato. Gli scienziati hanno determinato che questo misterioso popolo sia stato mummificato casualmente grazie a un calo di temperatura nel XIV secolo. Il rame potrebbe aver prevenuto l’ossidazione dei resti.

Curiosamente, le gambe dei morti puntano tutte verso il vicino fiume di Gorny Poluy. Secondo Fedorova, tale posizione potrebbe avere un significato religioso. Comunque, gli archeologi hanno ammesso che in queste sepolture ci sono dei riti funerari mai visti prima.

Lo scavo era stato interrotto nel 2002 perché le persone del posto avevano paura che gli archeologi stessero disturbando le anime dei loro antenati. Ma ora il lavoro è ripreso.

“È un sito archeologico unico. Siamo pionieri in ogni cosa dal prendere l’oggetto dal suolo sabbioso, che non era stato fatto in precedenza”, dice Fyodorova.

Tra i manufatti scoperti vicino alle mummie con indosso il rame ci sono un pugnale da combattimento di ferro, braccialetti, medaglioni d’argento e statuette di bronzo.

(The Siberian Times)

Natalya Fyodorova (The Siberian Times)

(Natalya Fyodorova, The Siberian Times)

(Natalya Fyodorova, The Siberian Times)

(Natalya Fyodorova, The Siberian Times)

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(Kate Baklitskaya, The Siberian Times)

(Kate Baklitskaya, The Siberian Times)

(Kate Baklitskaya, The Siberian Times)

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(The Siberian Times)

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Gli archeologi hanno anche trovato scodelle create in Persia, cioè a 6 mila km di distanza, datate tra il X e l’XI secolo.

La scoperta potrebbe indicare che all’epoca la Siberia non fosse un luogo remoto e inospitale, ma un crocevia commerciale.

I prossimi esami su questo misterioso popolo includeranno test genetici.

FONTI E APPROFONDIMENTI:
http://ilfattostorico.com/2014/05/06/le-misteriose-mummie-siberiane-con-le-maschere-di-rame/

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Published by il conte rovescio - in Mistero
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