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24 dicembre 2013 2 24 /12 /dicembre /2013 22:49

SirioNel corso dei secoli Sirio è stata oggetto di grande venerazione ed ha fatto parte dei miti di tutto il mondo. Persino in epoca moderna, negli anni ‘70, è divenuta protagonista di una teoria molto controversa, legata agli extraterrestri ed alla tribù Dogon del Mali, pubblicata dallo studioso Robert Temple.
Tra gli appassionati dibattiti che questa stella suscita, sussistono varie ipotesi sull’origine del suo nome attuale, la cui radice sembra risalire alla parola greca Sirio, che significa “fiammeggiante” o “scintillante”, aggettivo apparentemente dovuto al fatto che si alzava in cielo nel momento di maggiore calore estivo (conosciuta come “Stella del Cane” era associata, infatti, alla “canicola” N.d.R.). Alcuni etimologi, tuttavia, suggeriscono una connessione della stella con l’antico dio Osiride. Ma, di tutti i nomi e gli epiteti che ha ricevuto, quello che meglio riflette la fama del suo ruolo nella storia è: “Stella di Iside”.
Nascita di una dea

Fin dagli inizi gli antichi Egizi prestarono particolare attenzione a Sirio, che identificavano con l’anima della dea Iside. Ci fu un tempo in cui Sirio non era visibile nel cielo d’Egitto. Questa circostanza è causata da un fenomeno noto come “precessione degli equinozi”, il movimento retrogrado dei punti equinoziali in virtù del quale, di anno in anno, si anticipa leggermente l’inizio delle stagioni.  La precessione è, pertanto, un’oscillazione molto lenta che provoca un effetto peculiare, quasi che il paesaggio stellare oscillasse avanti e indietro come un pendolo. Dodicimila anni prima di Cristo, osservando il cielo dall’altopiano di Giza, Sirio si trovava sotto la linea dell’orizzonte. Fece la sua prima apparizione nei cieli di questo luogo intorno al 10.500 a.C.
In seguito, subì un’inclinazione di 58 gradi e 43’, il che significa che era visibile solo da sud, a circa 1,5 gradi sopra la linea dell’orizzonte. Per gli uomini di quel tempo presenziare alla “nascita” di una stella così brillante dovette essere una visione impressionante, legata a significati e messaggi provenienti dagli dei.
L’ascensione di Sirio, inoltre, avvenne mentre la costellazione della Vergine sorgeva ad est, circostanza che potrebbe spiegare perché la stella divenne il simbolo della dea vergine. Non sappiamo esattamente quando Sirio venne identificata con la dea Iside, però l’idea risale all’origine della cultura egizia e fu dalla “matrice” Iside-Sirio che sorse il bambino divino, Horus, il cui concepimento e la cui nascita avvennero in modo magico.
La matrice divina
Iside ed Osiride erano due dei quattro figli nati dalla matrice della dea del cielo, Nut, e del padre Ra, dio del Sole. Gli altri due bambini erano Seth e Nephti. Osiride prese Iside in sposa e divennero i primi reggenti dell’Egitto. All’età di 28 anni, Osiride fu assassinato da suo fratello Seth e il suo corpo venne tagliato in 24 pezzi. Iside recuperò tutti i pezzi eccetto il fallo. Ne fabbricò quindi uno artificiale per Osiride, poi si sdraiò sopra di lui prendendo la forma di un falco e restò gravida del suo seme. In seguito, corse a nascondersi negli acquitrini del Nilo, dando alla luce Horus. Tanto nei Testi delle Piramidi quanto in altri testi religiosi si riflette il fatto che questo mito trova la sua controparte nelle stelle, dove Iside è identificata con Sirio e Osiride con la costellazione di Osiride.

Ricostruendo l’aspetto che i cieli avevano all’epoca della Prima Era Dinastica (verso il 3300 a.C.) ovvero, appena prima della costruzione della Grande Piramide (2750-2100 a.C.), scopriamo che la stella Sirio effettuava nei cieli un ciclo tale da spiegare perché fosse associata ad una nascita magica. A causa del fatto che la Terra ruota intorno al Sole, durante l’anno le stelle fisse sembrano spostarsi in relazione a questo movimento. Le osservazioni annuali di Sirio, ad esempio, dimostrano che c’è un momento in cui la stella si alza ad ovest, immediatamente dopo il tramonto del sole.

Poi, la stella scompare nuovamente per un periodo di 70 giorni. Quando tornerà ad apparire, sorgerà ad est, nel momento che precede l’alba. Questa ri-apparizione è nota come “ascensione eliaca” della stella. In questo modo, nell’anno 3300 a.C., l’ascensione eliaca di Sirio avvenne esattamente il giorno del solstizio d’estate. La precessione ha fatto sì che, da allora, questa data si sia spostata di 45 giorni e adesso l’ascensione eliaca di Sirio avviene il 5 agosto.
Tempo di rinascita
La sorprendente congiunzione dell’ascensione eliaca di Sirio e del solstizio estivo dell’anno 3300 a.C. costituì un potente presagio. Però, allo stesso tempo, in Egitto ebbe luogo un altro avvenimento che, in modo abbastanza letterale, provocò la rinascita di tutto il paese: la piena annuale del Nilo.

Dopo la costruzione della diga di Assuan, avvenuta negli anni ‘60, le inondazioni del Nilo risultano completamente sotto controllo ma, nell’antichità, il Nilo iniziava ad ingrossarsi all’inizio di giugno ed inondava tutta la valle verso la fine di luglio. Sappiamo che gli antichi Egizi credevano che la causa dell’inondazione fosse l’ascensione eliaca di Sirio, che divenne così il segno che marcava l’inizio del Nuovo Anno. Esistono alcuni antichi testi che si riferiscono alla congiunzione del Nuovo Anno, al solstizio estivo, all’inizio della piena ed all’apparizione di Sirio, dai quali si evince che questo avvenimento era della massima importanza. Il più antico di tali testi è inciso su di una piccola tavoletta datata alla I Dinastia (3100 a.C.), dove si legge: “Sirio è colei che apre l’annuale inondazione”.

Nel suo libro “Echoes of the Ancient Skies” (Echi degli antichi cieli) l’archeoastronomo Ed Krupp scrive: “Dopo essere scomparsa dal cielo notturno (per 70 giorni) Sirio riappare finalmente con l’alba, prima che nasca il Sole. La prima volta che ciò accade, ogni anno, si denomina l’ascensione eliaca della stella e, in quel giorno, Sirio rimane visibile solo per un breve periodo di tempo. Nell’antico Egitto questa riapparizione annuale avveniva intorno al solstizio estivo e coincideva con la piena del Nilo. Iside, come Sirio, era la “Signora dell’inizio dell’anno”, poiché per gli Egizi l’anno nuovo era segnalato da quest’evento. Sirio fa rivivere il Nilo, così come Iside fa rivivere Osiride. Il periodo di tempo in cui Iside si nascose da Seth corrisponde al lasso di tempo in cui Sirio scompare dal cielo notturno. Lei diede luce a suo figlio Horus, così come Sirio dà luce al Nuovo Anno e, nei testi sacri, Horus ed il Nuovo Anno sono equivalenti. Lei è il veicolo per il rinnovamento della vita e dell’ordine. Brillando per un momento, in un mattino d’estate, stimola il Nilo ed inizia l’anno”.
Signora della Piramide
È risaputo che, ad est della Grande Piramide, in passato esisteva un edificio chiamato “Tempio di Iside”. Nel cosiddetto “Inventario Stella”, datato alla XXVI Dinastia, Iside è definita la “Signora della Piramide”. Si è perfino suggerito che la “Quinta Divisione del Duat” (l’oltretomba) descritta nel Libro dei Morti, nella quale è raffigurata una doppia sfinge gigantesca che custodisce un’enorme piramide, potrebbe essere una rappresentazione stilizzata della necropoli di Giza. Se così fosse, potremmo stabilire una relazione secondo cui, sulla sommità della piramide della Quinta Divisione, al posto del vertice noto come piramidion, vi sarebbe il “volto di Iside”. Forse, però, risulterà ancora più convincente il nome di Sirio scritto in caratteri geroglifici: una stella a cinque punte, un semicerchio ed uno stretto triangolo. Secondo E.C. Krupp, “un’ultima peculiarità dell’interpretazione che gli Egizi davano a Sirio sembra vincolarla, tramite il culto di Osiride, alle Piramidi. Il nome Sirio, scritto in caratteri geroglifici, include il simbolo di una stella ed altri due simboli che possono essere collegati con il Benben. Il triangolo, lungo e stretto, ricorda più una piramide o, forse, un obelisco. Così come il Benben simboleggia l’emergere dell’esistenza dalla non-esistenza, la nascita del mondo, Sirio commemorava la creazione posandosi sopra il Benben, fosse esso obelisco, piattaforma d’osservazione o piramide…”

Il Benben al quale si riferisce Krupp era una pietra sacra che, per un certo periodo, fu custodita nel “Tempio della Fenice” a Eliopoli, e che servì come modello per il vertice delle monumentali piramidi e degli obelischi. Il Benben della Grande Piramide scomparve, però è probabile che fosse scolpito nel granito nero e ricoperto d’oro, forse per simboleggiare la stella. Tuttavia, la connessione più convincente, tra quelle esistenti fra la stella Sirio e la Grande Piramide, risiede nella struttura interiore di quest’ultima. Da ciascuna delle camere interne della Grande Piramide, quelle del Re e della Regina, si dipartono due lunghi e stretti passaggi, uno verso nord e l’altro verso sud. Dal 1964 sappiamo che questi passaggi erano allineati astrologicamente con le stelle quando la piramide fu completata, nell’anno 2500 a.C.
Ne 1987 scoprii che il passaggio sud della camera della Regina era rivolto verso Sirio. Queste relazioni fra la Grande Piramide e Sirio non ci sorprendono, poiché la Piramide era, quasi sicuramente, la custode della rinascita astrale del culto faraonico contenuto nel mito di Iside ed Osiride.

La dea in viaggio
Durante l’antica civiltà egizia, la celebrazione della nascita del bambino divino Horus si commemorava all’inizio del nuovo anno, quando la stella Sirio (Iside) compiva la sua ascensione eliaca, all’alba. Circa trecento anni prima della nascita di Gesù l’Egitto era caduto sotto il dominio dei Tolomei, dinastia greca che governò l’Egitto dal 305 a.C. fino al 30 a.C. e la cui ultima regina fu la famosa Cleopatra VII. Durante questo periodo la capitale dell’Egitto fu trasferita ad Alessandria, dove s’instaurò il culto pseudo-egizio di Serapide, un dio nato dalla sintesi del dio egizio Asarhapi (Osiride-Api), il cui nome significa “Osiride del Nilo”. Iside venne così trasformata nella consorte di Serapide e il suo culto fiorì in Alessandria ed in tutto il bacino mediterraneo, essendo adottato da molte delle legioni romane e percorrendo con loro il cammino verso l’Europa occidentale. Accanto al culto di Iside si diffuse la celebrazione della nascita di Horus (Harpocrate per i Greci o Apollo e il Sole Invitto per i Romani).

Stranamente, quando Giulio Cesare introdusse il calendario giuliano, fu l’astronomo alessandrino Sosigenis che si occupò di convertire l’antico calendario lunare nel nuovo calendario solare, prendendo l’idea dagli Egizi, i quali possedevano un calendario solare già dal 3300 a.C.
Questo calendario faceva coincidere l’Anno Nuovo con l’ascensione eliaca di Sirio che, all’epoca di Sosigenis, iniziava a luglio. Immagino sia questo il motivo per cui proprio questo mese fu nominato in onore di Giulio Cesare, la cui consorte, la regina egizia Cleopatra, fu un’alta sacerdotessa del culto di Iside.
Un culto con molti dei
Dopo la morte di Cleopatra, l’Egitto si trasformò in una provincia romana nella quale convivevano una vasta comunità greca e romana (ad Alessandria) e, soprattutto, un grande numero di Ebrei fuggiti dalla Giudea.

Col sorgere della nuova cristianità in Egitto, l’antico culto misterico dei faraoni, che si era mescolato con i culti greci e romani, si unirà alle ideologie giudeo-cristiane. I principi di questi antichi culti misterici rientravano nella convinzione che l’immortalità potesse essere raggiunta attraverso gli insegnamenti iniziatici di un “figlio di Dio morto e resuscitato” e nella rappresentazione simbolica della sua morte e resurrezione. Il dio fenicio Adone, il frigio Attis, l’egiziano Osiride e l’alessandrino Serapide divennero così quasi contendenti all’interno di una dottrina simile.
Come se non bastasse, i Romani avevano importato in Egitto il culto misterico di Mitra, la cui nascita veniva celebrata al tramonto del 25 dicembre. Non sorprende, pertanto, che la prima comunità cristiana celebrasse la nascita di Gesù, il suo “figlio di Dio morto e resuscitato”, proprio il 25 dicembre e con l’idea che fu una “stella sorta ad oriente” a segnalare l’evento sovrannaturale della sua nascita.

Il Vangelo egizioSolo uno dei Vangeli, quello di S. Matteo, parla della nascita di Gesù collegandola all’apparizione d’una stella e all’arrivo di Re Magi provenienti dall’oriente, ed è anche l’unico che narra della “fuga in Egitto” intrapresa dalla Sacra Famiglia. Perché gli altri Vangeli serbano il silenzio su questo evento? Possiamo dedurne che non si trattò di un avvenimento “storico”, bensì mitico? Per molto tempo gli studiosi hanno pensato che il Vangelo di S. Matteo fu probabilmente redatto fra il 40 e l’80 d.C., nella città di Alessandria. Ebbene, in Alessandria la celebrazione del nuovo giorno e del Nuovo Anno non si svolgeva all’alba, bensì al momento del tramonto per adattarsi, in questo modo, ad entrambe le tradizioni: quella ebreo-cristiana e quella romana, nella quale c’era l’usanza di celebrare tali avvenimenti al tramonto del Sole.

Tenendo a mente questo particolare, abbiamo esaminato il cielo così come appariva, visto da est, il giorno 25 di dicembre dell’anno 50 d.C., all’ora del tramonto: doveva essere identico a quello visibile in Egitto nell’anno 3300 a.C., all’alba, quando la “nascita” di Horus dalla matrice di Iside veniva celebrata dall’ascensione eliaca di Sirio:
• Intorno alle 4:28 (ora GMT) il Sole inizia a porsi 28° a nord-est.
• Circa 35 minuti più tardi, intorno alle 5:03, il sole si è posto completamente ad ovest. Allo stesso tempo, da est appare la cintura di Orione all’orizzonte.
• 51 minuti più tardi, alle 5:54, il Sole si è nascosto circa 10° sotto l’orizzonte e già si scorgono le stelle ad occhio nudo.
• Guardando verso est, la stella Sirio ascende nel cielo (la cintura di Orione si trova a circa 25° sopra l’orizzonte orientale, dando l’illusione che abbia annunciato l’ascensione di Sirio).
L’immagine celeste, pertanto, ci dimostra che il 25 dicembre, dopo il tramonto, erano visibili le tre stelle della cintura di Orione che salivano ad est, come per annunciare l’arrivo della stella della nascita, Sirio, che avveniva un’ora dopo. Sarebbe poco probabile che S. Matteo non si fosse accorto di un segno celeste così potente (che, com’era ben noto, in Egitto segnalava la “nascita del bambino divino”).
Il simbolo perduto

Sembra evidente che l’introduzione di un nuovo bambino divino (Gesù) in Egitto e nel mondo greco-romano risultò benefica e ben accetta, giacché incorporava la poderosa mitologia di Iside e Sirio.

Pertanto, dobbiamo dedurre che, all’epoca, Iside e il bambino Horus furono trasformati nella Vergine Maria e nel bambino Gesù e che la stella Sirio fu convertita nella “Stella d’Oriente”. Perfino i “tre re” avrebbero il loro simbolismo stellare, essendo identificati con le tre stelle della cintura di Orione. In quest’ottica, nel suo libro “I nomi delle stelle: tradizione e significato”, l’astronomo R.H. Allen segnala che nel folklore europeo la cintura di Orione viene spesso chiamata “dei Magi” o “dei Tre Re”. L’esperto di Mitologia Cristiana Alvin Boyd Khun scrisse:
“Esiste la leggenda dei Tre Re d’Oriente che vennero a Natale per adorare il Dio appena nato…dai giorni dell’antichità, i Tre Re furono le tre stelle visibili della cintura di Orione”. Senza dubbio, le coincidenze sono troppe.

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20 novembre 2013 3 20 /11 /novembre /2013 22:18
Si tratta di  una superficie di circa 40.000 colonne di basalto ad incastro, frutto di una antica eruzione vulcanica. Dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1986, per tanti secoli è rimasto un mistero per i locali, che hanno costruito attorno al Giant’s Causeway innumerevoli leggende . Moltissime pietre sono colonne esagonali, anche se ci sono in realtà pietre con quattro, cinque, sette o otto lati.Una leggenda narra che il malvagio gigante irlandese Finn MacCool costruì un sentiero in mare per raggiungere il nemico scozzese Finn Gall, che abitava sull'isola di Staffa.
Finn MacCool infisse in mare migliaia di pali di pietra, uno ad uno, fino a formare una strada lastricata che lo conducesse del nemico. Poi, in attesa del duello, ritornò a casa, per riposarsi. Nel frattempo Finn Gall, giunto in Irlanda, si imbatté in Finn MacCool, addormentato, ma non lo riconobbe. Lo scambiò, invece, per il figlio di MacCool. Terrorizzato dalle possibili dimensioni del padre, viste quelle del presunto figlio, Finn Gall tornò precipitosamente in Scozia, distruggendo la lunga distesa di pali di pietra.
Basalti colonnari (Irlanda)
Attualmente sulla costa di Antrim, in Irlanda, sono presenti decine di migliaia di queste colonne di pietra, a formare un allineamento di 275 metri sulla costa e 150 metri in mare. La loro altezza generalmente non supera i 6 metri, sebbene in alcune località siano presenti colonne alte fino a 12 metri (come quelle che costituiscono il leggendario "Organo del gigante", così chiamato per la sua straordinaria somiglianza con le colonne di un organo).
Ogni colonna è un parallelepipedo regolare, a base generalmente esagonale ma talora quadrangolare, pentagonale o decaedrica, con una larghezza variabile tra 38 e 50 cm.
Basalti coloccari: l'organo dei giganti
La loro regolarità fa effettivamente fantasticare che possano essere opera dell'uomo.
Vista dall'altro, infatti, questa distesa di colonne di pietra può essere facilmente scambiata per una strada lastricata, la cosiddetta "Giant's Causeway", la strada dei giganti.
 
In realtà i geologi sanno bene che tale struttura è naturale, di origine vulcanica. Circa 50 milioni di anni fa buona parte dell'Irlanda del Nord e della Scozia occidentale furono soggette ad una prolungata attività vulcanica della crosta terrestre.
La lava, fuoriuscita da lunghe spaccature nella crosta, ricoprì larga parte di questi territori, con spessori di centinaia di metri.
Questa lava, raffreddandosi lentamente ed in modo uniforme, attraverso un processo di contrazione, diede luogo negli strati più superficiali a poligoni di basalto regolari (fessurazione colonnare), così come il fango quando secca al sole. Le fessure superficiali, poi, si approfondirono gradualmente, dividendo l'intero spessore di roccia basaltica in colonne di pietra.
Quando le rocce incassanti che circondavano tali formazioni basaltiche furono erose dall'attività del mare, le colonne di giganti vennero a giorno.
Basalti colonnari della Giant's Causeway
La fessurazione colonnare è una struttura presente nelle rocce ignee. Tale struttura si forma in seguito alla contrazione che le lave subiscono quando si raffreddano e cristallizzano. Il raffreddamento di tali corpi ignei, a geometria tabulare, deve essere uniforme e agire in tutte le direzioni. Si formano così dei giunti che disegnano una maglia poligonale e danno luogo a colonne che possono estendersi in altezza anche per parecchi metri. Le superfici di giunto, infatti, si dispongono perpendicolarmente alla direzione maggiore della colonna. Le colonne a sezione esagonale sono le più diffuse. Tuttavia è possibile osservare anche colonne a cinque o sette lati.
 
 
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17 novembre 2013 7 17 /11 /novembre /2013 22:52

Il rapporto con la dimensione della Natura e con le sue forme di vita consente di riscoprire i valori di Madre Terra. Un’esperienza ecospirituale che secondo l’antico druidismo permette di realizzare conoscenza mistica e benessere psicofisico

 

I Popoli naturali e la Natura

La Natura rappresenta una inevitabile manifestazione con cui ci confrontiamo ogni giorno. Costituisce la fonte delle nostre abituali percezioni dell’esistenza e rappresenta il supporto materiale e psicologico con cui costruiamo e viviamo le nostre vicende personali.

Tuttavia nella cultura ordinaria del mondo maggioritario non esiste un rapporto ben definito tra l'individuo e la Natura. Per la maggior parte della gente la Natura è estranea al proprio trend di vita ed è paragonabile per certi versi ad un disturbo esterno con cui dover convivere.

In questo caso la Natura rappresenta la pioggia, il mutare delle stagioni che modifica abitudini e vestiario. Si manifesta con il fastidio dato dagli insetti, dal vento troppo indiscreto e dall’erba alta che nasconde i sentieri sui pendii delle montagne. Appena qualche volta, occasionalmente, giunge a mostrare un po’ di breve poesia e di relax sui prati occupati dai picnic o da tramonti spettacolari.

Tuttavia la Natura, così com’è concepita dal mondo maggioritario, si distingue da quella che è interpretata e vissuta dai cosiddetti “Popoli naturali”.

I Popoli naturali rappresentano una cultura, presente su tutto il pianeta, che non si è sviluppata dentro i parametri alienanti dettati dalle grandi religioni storiche, bensì ha attuato una specificità culturale nel rapporto con il significato che la Natura può esprimere. Potrebbero essere erroneamente paragonati ai popoli nativi del pianeta, ma occorre distinguerli da quelle culture native che sono ascrivibili nella società maggioritaria avendone assimilato le varie evangelizzazioni religiose.

I Popoli naturali rappresentano culture native che non si sono piegate alla violenza del mondo maggioritario e sono riuscite a mantenere integro lo spirito pragmatico di riferimento ai fenomeni della Natura con cui dare un senso reale e concreto all’esistenza dell’individuo nella sua piena libertà e ricchezza di conoscenza. Manifestando nel nostro tempo anche una conoscenza tecnologica che non ha nulla di meno delle nicchie sociali più evolute del mondo maggioritario.

I Popoli naturali danno attenzione alla Natura perché la percepiscono come teatro della loro esistenza, e loro stessi si considerano parte imprescindibile di tale teatro, valutando che entrambi hanno preso sostanza da quello che la società maggioritaria ha identificato come “Big bang”. Un evento arcaico che ha fatto sorgere dal nulla la nostra esistenza, i corpi celesti, tutte le forme di vita, i nostri pensieri, le nostre emozioni e il nostro stato di consapevolezza interiore che ci fa sentire di essere vivi e di esistere.

Per questo motivo i Popoli naturali, non solo danno attenzione alla Natura come manifestazione di eventi stagionali e di fonte di sussistenza vitale, ma vedono in essa il riflesso di un Mistero che ritengono sia alla base di tutta l'esistenza e che porta ad estendere il tema della Natura ad una qualità immateriale di valore mistico.

 

 

Il concetto mistico di Shan e l’ecospiritualità

In Europa, come in altri continenti, la cultura dei Popoli naturali si è manifestata con i Nativi europei.

Il druidismo, quale espressione della loro spiritualità, identificava la Natura nell'universo scaturito dal Big bang che comprendeva l'uomo e tutte le forme di vita in un evento globale.

Il druidismo concepiva la nascita dell'universo da una condizione preesistente che continua tuttora. Quindi il concetto di Natura si estendeva ad una qualità di esistenza che travalicava il visibile per assumere un valore invisibile e immateriale. Una qualità che oltre ad avere un significato fisico possedeva un significato mistico.


Per i Popoli naturali la Natura è concepita come la Madre Terra, una dimensione che non è intesa solo come la distesa delle foreste o la meraviglia del cielo stellato, ma anche come una qualità invisibile e immateriale che costituisce l’esistenza tutta. Lo sciamanesimo druidico definiva questa identità della Natura con il termine di Shan

Il druidismo concepiva questo particolare concetto di Natura con il concetto di Shan. Un’esistenza globale che non può essere definibile sul piano immaginativo e intellettuale, tanto da assumere il significato di un “Vuoto” di attribuzioni concettuali. Più lo si cercava di descrivere e più ci si allontanava dal suo reale significato. Un Vuoto che tuttavia si rendeva accessibile e comprensibile con la diretta esperienza di ogni individuo attraverso lo stato spirituale del proprio Io consapevole.

Un modo di intendere la Natura che non comportava solamente la manifestazione dei cicli stagionali o del cielo stellato, ma che si identificava nel Mistero che essa rivelava con la sua stessa manifestazione. Un Mistero che rappresentava l'intima e reale natura dell'esistenza, contemporaneamente sua causa e suo fine, comprensibile nel concetto di "Shan" della cultura druidica, cioè il Mistero dello stato globale della reale natura dell'esistenza, immanente a tutte le cose.

Da qui è nato il concetto di ecospiritualità vissuta dai Popoli naturali per definire l’esperienza di partecipazione dell’individuo alla Natura: realizzare l’armonia dello Shan attraverso l’ottenimento di una consapevolezza interiore armonica, per rapportarsi con l'ambiente e con tutte le forme di vita, sino a estendere il significato ad un piano mistico e globale.
Per l’antico sciamanesimo druidico lo Shan risultò come un evento di riferimento assoluto per la partecipazione dell'individuo alla Natura sul suo piano reale e mistico. Nacque così il concetto di “Shanagaba”, ovvero di “Cuore Antico”, che definiva l'esperienza dell'individuo che si relazionava, sia interiormente che nella sua storia personale e quella della sua comunità, nella condivisione della realtà dello Shan.
La Shanagaba rappresentava l'interpretazione umana della Natura e divenne un contesto culturale ed esperienziale che si identificò in una esperienza definita come “Tradizione”. Un evento che nella sua manifestazione divenne un riferimento storico e morale per l’esperienza degli individui, in grado di unire culturalmente i Popoli naturali del pianeta e di trasmetterne l’esperienza attraverso il tempo e lo spazio geografico tra i continenti della Terra.

La natura nel concetto di Madre Terra

Nelle culture dei Popoli naturali il riferimento alla Natura trova una eco nella definizione del concetto di “Madre Terra” che riveste una particolare importanza simbolica e spirituale.

Per queste culture il tema di Madre Terra esprime la Natura nelle sue manifestazioni vitali attraverso i fenomeni del cielo, del suolo, delle acque e del fuoco e delle relazioni esistenti tra l’individuo e il cosmo.

Madre Terra rappresenta la Natura nella sua qualità eterna che ha dato vita all'umanità e che è capace di rigenerarsi sempre, in ogni possibile avversità. Essa riporta al mito dell'antica “Terra imperitura”, mai dimenticata dall’umanità, che simboleggia l'Eden andato irrimediabilmente perduto secondo le tradizioni storiche del mondo maggioritario ma che presso i Popoli naturali costituisce il simbolo del ritorno al rapporto con la Natura e all’armonia e al benessere che questa può consentire di realizzare.

Il riferimento a questo Eden lo si ha anche nel mito druidico della "Nuova terra", una terra intesa come rinnovata nel rapporto ecospirituale degli individui verso l’ambiente e verso tutte le creature che l’abitano. È il concetto di "Dreamland" o "Terra del ricordo" degli antichi popoli del continente europeo, ravvisabile nella mitica cultura nordica di "Vinheim", la "Terra della gioia e della fratellanza". Una dimensione che il druidismo definiva come il “Mondo di Gwenved” o della luce bianca, illuminato dalla conoscenza dell’Oiw, la Causa prima origine e sostegno del tutto. Tema parafrasato in seguito dal cristianesimo come il “Regno dei cieli realizzato in terra”.

Una dimensione che si può riconoscere anche nel concetto di "Dreamtime" o “Alcheringa”, il contesto sociale e mistico tradizionale del “Cuore Antico” vissuto dagli Aborigeni australiani come dimensione culturale e spirituale, ma equivocato dagli antropologi della società maggioritaria come il “Tempo del sogno” quale evanescente modus vivendi degli Aborigeni, dai contorni indefinibili e visto come culto legato ad antiche tradizioni senza più significato.


Il riferimento alla Natura ha suggerito allo sciamanesimo druidico il simbolismo arboreo dell’Yggdrasil, l’albero cosmico che attraversa i mondi dell’esistenza come significato di evoluzione e rappresentazione dell’esperienza della meditazione

Nell’Alchimia druidica, la “terra nigra”, grassa e fertile da cui nasceva la vita interiore dell’Iniziato era un ricordo delle proprietà della terra dell’antico bacino del suolo fertile dell’odierno Mar Nero. Essa rappresentava l’elemento mistico di base che, nell’Athanor alchemico, si trasformava da qualità inerte della materia in quella spirituale degli stati percettivi superiori di coscienza. La Terra come madre che dona la vita interiore agli Iniziati permettendo la percezione dell’immanenza del Mistero.

Per l’antico sciamanesimo druidico il concetto di Madre Terra si esprimeva come concreta madre planetaria della vita che affratella tutti gli esseri viventi visti come figli della stessa esistenza. In merito esiste l’antico mito druidico di Kuid’hà, il “dio dell’acqua”, che nella sua esegesi, sotto forma di una cometa giunse in ere antiche a fecondare la terra arida e sterile, a seguito della sua formazione planetaria, apportando elementi vitali che hanno permesso di conseguenza la comparsa della vita. Così come avrebbe potuto fare uno spermatozoo che abbia fecondato un ovulo.

 

 

Il ruolo della vegetazione, la prima forma di vita del pianeta

Noi tutti viviamo nel contesto della Natura e troviamo posto e identità nel Mistero che essa manifesta.

Le montagne e le pianure che abbiamo intorno a noi portano a vedere la dimensione spaziale della Natura in cui viviamo, ma l’immaginativo personale di ciascun individuo completa immancabilmente la sua percezione aggiungendo la presenza della flora che ricopre il nostro pianeta, dai boschi alle verdi praterie, che colora lo scenario e lo completa in una effettiva e concreta rappresentazione della Natura.

La vegetazione, in tutte le sue forme, viene infatti a rappresentare il senso della Natura che ci circonda. Una iconografia che spinge i progettisti urbani a usarla per decorare l’anonimo grigio delle città e che costituisce anche la dimensione del verde che viene cercata da chi sceglie di vivere in campagna.

Non c’è da stupirsi per questa tendenza immaginativa che possiede un valore archetipale probabilmente in tutte le specie viventi del pianeta.

Le piante, secondo la tradizione druidica e secondo la moderna paleontologia, sono state le prime forme viventi che hanno popolato la superficie della Terra. Erano presenti immense foreste che coprivano i continenti che stavano formandosi e che si separavano e in questo contesto arboreo sono nate in seguito le altre specie viventi che hanno popolato questo mondo compresa quella umana. Oggi, secondo il druidismo, questa prima forma di vita si è altamente evoluta attraverso i millenni sviluppando una forma di “intelligenza” che non è comprensibile all’umanità ma che è in grado di comunicare con essa attraverso piani di interazione intuitiva e onirica. Quasi fossero i custodi e i maestri della vita del pianeta. Creature in contatto con piani invisibili del nostro quotidiano e in relazione con i loro abitanti.

L’archetipo ambientale prodotto dalla presenza di questa prima specie che ha accompagnato la storia del pianeta è rimasto così incisivo nella memoria collettiva dell’umanità che ancora oggi si celebra la sua nascita proprio in un immenso e magico giardino che testi antichi come la Bibbia ce lo propongono come l’Eden, terra rigogliosa di vegetazione e di alberi da frutta che affrancava la prima umanità dall’obbligo di procurarsi il cibo attraverso il peso del lavoro.

Così come nell’identico modo il druidismo ricorda la “Terra Imperitura” che fu sede della comparsa della specie umana e che sempre porta nel cuore come un modello di vita a cui ritornare per essere in armonia con la Natura e per accedere alla sua conoscenza che consente di spiegare l’universo e l’esistenza della vita.

 

 

La leggenda del drago della foresta e il Mistero insito nella Natura

Il contatto con la vegetazione, il buio dei suoi sentieri e il susseguirsi all’infinito di prospettive silvestri, hanno portato la prima umanità a cogliere il senso magico delle foreste tanto da aprirsi al concetto di Mistero che poteva dominare la vita di ogni individuo.

Foreste che non ospitavano solamente gli occasionali esploratori che vi si inoltravano allontanandosi dalle coste marine, ma che erano la casa di innumerevoli forme di vita. Alcune innocue, altre curiosamente affascinanti e altre ancora decisamente pericolose.

Poi nella fitta boscaglia che ricopriva il pianeta gli uomini scoprivano all’improvviso le radure circolari. Queste, aprendo un inevitabile varco tra le cime degli alberi, consentivano di mostrare di giorno i raggi del sole che scendevano tra le fronde e di notte il cielo stellato. Per queste caratteristiche le radure diventavano veri e propri luoghi magici segreti dove si affacciava il mistero della vita e della morte.


Un antico “Nemeton”, un “Bosco sacro” degli antichi Celti, realizzato sulla sommità di una collina della Brianza in Italia. La collina viene reputata da molti ricercatori come un’antica piramide europea costruita in un’epoca stimata circa 10-15000 a.C. in contemporanea con le piramidi esistenti in Bosnia

È emblematica l’antichissima leggenda del drago danzante, proiezione della luce solare e delle stelle sulla radura sottostante, che nel fitto della foresta creava con i suoi passi ritmati, come quelli di un tamburo rituale, le misteriose radure circolari.

 

 

L’Yggdrasil, simbolo arboreo di vita e di evoluzione spirituale

Nella cultura dei Nativi europei, così come per tutti i Popoli naturali, l’attuazione del rapporto spirituale con la Natura si rese manifesta con la cultura dello sciamanesimo che raccolse questa esperienza e la sviluppò nella pratica della meditazione come strumento centrale dell'esperienza umana. Lo sciamanesimo è stato la prima forma di religione naturale apparsa nell’umanità, intendendo per religione il contesto culturale e spirituale in cui l’individuo ha sviluppato il rapporto consapevole e spontaneo con il Mistero immanente all’esistenza per provvedere alla sua elevazione interiore e giungere ad un piano di conoscenza.

Un contesto naturale, privo di dogmi e di morali, basato sulla sperimentazione diretta della Natura, senza che possa essere mediata da alcun intermediario ideologico.

L’archetipo dell’esperienza arborea vissuta dalla prima umanità ha portato l’antico sciamanesimo druidico a concepire la vita umana e la sua evoluzione come quella di un gigantesco albero, l’Yggdrasil, che era in grado di snodarsi attraverso tutte le dimensioni dell’universo focalizzando tre precisi termini di esistenza possibili a tutti gli individui.

Il primo era riferito alle sue radici e alla terra in cui affondavano, sede degli elementi fondamentali alla comparsa e alla crescita dell’Yggdrasil stesso. Il cosidetto “Mondo inferiore” o “Annwin” della cosmologia druidica. Il secondo riguardava il tronco che si ergeva dal suolo verso l’alto, considerato come il “Mondo di mezzo” o “Mondo di Abred”.

Infine il terzo termine si riferiva allo sviluppo arboreo dei rami e del fogliame che si apriva rigoglioso verso il Sole per accogliere la sua benefica energia. Un terzo piano di esistenza definito come il “Mondo superiore” o “Mondo di Gwenved”.

Il sole, definito con i termini di OIW e di Mat, costituiva il mistico “centro vuoto” di Keugant. Il centro creatore del cerchio cosmico concepito dal druidismo che stava ad indicare la natura particolare della Causa Prima del tutto, inevitabile sebbene invisibile nella realizzazione del cerchio, ma intuibile dal potere dello spirito.

Gli antichi sciamani, nella ricerca di un significato reale dell’esistenza e del ruolo dell’individuo, presero a sperimentare un rapporto con la Natura in maniera osservativa e pragmatica. Nel loro lavoro di ricerca giunsero alla constatazione che l’universo mostrava solamente un’apparenza sensoriale della sua effettiva sostanza e che esistevano altre dimensioni che era possibile esplorare.

Il simbolismo arboreo dei tre mondi dell'Yggdrasil costituì il riferimento dell'esperienza dello sciamanesimo primigenio che prese a sperimentare le tre qualità di esistenza attraverso varie pratiche identificabili nella prassi del “Viaggio sciamanico”. Le esperienze di viaggio proseguirono per secoli sino a quando ci si accorse dell’inutilità delle esperienze condotte sul piano del Mondo Inferiore e di quello di Mezzo. A questo punto divenne chiaro che risultava preferibile e funzionale allo scopo il viaggio sciamanico condotto su un cammino di evoluzione che portava verso una conoscenza e una effettiva armonia interiore procedendo nell’esplorazione del Mondo Superiore verso la realtà promanata dall’Oiw. Nacque così la prassi riconosciuta nell’esperienza della meditazione, intesa come un viaggio sciamanico utile per rispondere al richiamo del Trascendente.

La meditazione divenne l’elemento centrale dell’esperienza spirituale dello sciamanesimo in grado di realizzare il principio armonico dell’ecospiritualità. Ovvero realizzare una consapevolezza armonica interiore per poter stabilire un identico rapporto armonico con l’ambiente sino a tracimare nel suo significato metafisico e mistico.


Una spirale in pietra realizzata all’interno di una foresta austriaca riporta l’attenzione alla sacralità che viene ancora oggi attribuita al luogo

Oggi, la meditazione continua a rappresentare ancora e sempre un laboratorio di trascendenza che consente ad ogni individuo di ottenere una percezione consapevole di se stesso e della reale dimensione di esistenza in cui vive. Un’esperienza che viene identificata tradizionalmente nel concetto sciamanico di “Visione”, ovvero la percezione dello Shan sviluppata dall’individuo nello stato di coscienza consapevole messo in relazione alla qualità mistica del Mistero.

Un’esperienza che consente di realizzare un benessere psicofisico e una conoscenza interiore basata sul Mistero che anima il tutto, e che porta ad una concreta gioia di vita. Una condizione di vita che l’antico druidismo bretone definisce ancora oggi con il concetto di Bien-être.

 

 

Il Bosco sacro dei Popoli naturali

I Popoli naturali hanno da sempre utilizzato la Natura, la dimensione più immediata offerta da Madre Terra, come luogo sacro in cui attuare i riti spirituali.

In questo senso gli sciamani hanno scelto l’impenetrabilità delle fitte foreste e delle sue radure magiche in cui realizzare con la meditazione il Silenzio per entrare in contatto con il Mistero.

Nella complessità del bosco c'è la definizione simbolica dell'esistenza attraverso gli elementi naturali propri della Natura e qui veniva sancita la partecipazione diretta dell'Iniziato in seno ai simboli identificati negli elementi della Natura.

Alle volte il valore spirituale del bosco sacro era deputato ad un angolo specifico della foresta che recava una radura al suo centro, altre volte il suo contesto era esteso a tutta la stessa foresta.

Ne è un esempio la Foresta di Brocéliande nel cuore della Bretagna, all’estremo occidente della Francia, considerata sacra dalle popolazioni della regione e utilizzata da tempi immemorabili dai druidi per le cerimonie di iniziazione e di insegnamento delle antiche conoscenze.

Esiste ancora oggi un angolo di questa foresta conosciuto come "Le Pierres plates des Ancêtres" situato presso una fonte sacra che fa da riferimento ad una tradizione ancora viva tra i druidi del luogo. Su un grande piano di pietra grigia e liscia, da cui scaturisce l'acqua, si possono osservare distintamente tre coppie di impronte di un piccolo sauro affiancate da cinque altre impronte più piccole di piedi umani, questi con calzari dalla suola completamente piatta. La fontana viene ritenuta dalla gente del luogo come un importante riferimento spirituale e storico e la sua ubicazione è un segreto tribale che nasconde nel cuore di una fitta porzione di foresta.

Tradizioni antiche, conservate dalle culture del Nord-Europa. Ad esempio per gli antichi germani la “Foresta nera”, oggi divenuta in parte un grande parco che ospita antiche pietre runiche e piramidi lasciate da popoli sconosciuti, rivestiva un importante ruolo iniziatico. Al suo centro ideale, nell’attuate Teutoburgo, c'è l’insieme delle "Pietre celesti", Externsteine, un complesso megalitico che è meta di turismo e di pellegrinaggi “pagani”.

L’importanza del Bosco sacro viene celebrata nell’Edda, un antico poema nordico, quando parla della catastrofe del “Ragnarok”, una guerra spaventosa che avrebbe sancito la scomparsa degli dei e la fine della grande civiltà esistente sulla terra. Ma l’Edda aggiunge una profezia che conforta l’umanità affermando che al riparo di una radura di un bosco sacro si sarebbero salvati i capostipiti di una nuova umanità. Un uomo e una donna che avrebbero dato vita alla loro progenie in grado di ricostruire, dalle ceneri della catastrofe planetaria, una nuova terra di pace, liberta e conoscenza.

 

Il Nemeton degli antichi druidi

Presso gli antichi druidi il bosco sacro veniva identificato con l’antico nome irlandese di “Nemeton” ed era considerato un vero e proprio santuario a cielo aperto.

Per gli antichi druidi era inconcepibile rinchiudere completamente il contatto con il trascendente in una dimensione limitata come quella di un tempio chiuso da pareti anonime. Per questo motivo i “nemeta” erano posti in aree all’aperto in luoghi dove era stata rilevata, con i “pendoli” e le “forcelle rabdomantiche, la presenza di correnti energetiche sotterranee o incroci di linee di forze telluriche che potevano unire il mondo dei vivi a quello invisibile dei defunti.

Solitamente venivano scelte zone boschive costituite da querce e raramente da betulle. Alle volte i nemeta venivano realizzati, trovando le radure adatte allo scopo, in cima a grandi colline, oppure a fianco di fiumi e laghi

Ogni Nemeton costituiva il luogo sacro in cui si manifestava l’aspetto più segreto della Tradizione druidica attraverso l’insegnamento dato agli allievi, ma rappresentava anche il luogo in cui la comunità si riuniva per le varie celebrazioni annuali e per lo scambio di normali relazioni umane.

Il Nemeton era un “diorama” del sacro. Un vero e proprio modello dell’universo portato alla misura dell’individuo dove si identificava una serie di simboli che contenevano messaggi di conoscenza da penetrare e conquistare.


Lo Stone circle di Dreamland, nel nord del Piemonte, realizzato seguendo i principi di costruzione tradizionali che hanno origine dalle radure delle foreste sacre. Il luogo dove sorge l’opera in passato ospitava, secondo la narrazione delle famiglie celtiche delle Valli di Lanzo, una radura posta all’interno di una grande foresta di querce al cui centro dominava un grande albero simbolo dell’Yggdrasil e dell'Irminsul, il pilastro cosmico che secondo la tradizione nordica sorreggeva il mondo

Il Nemeton era un tempio all’aperto realizzato con i simboli naturali dell’ambiente boschivo in cui si identificavano tutti gli elementi della cosmologia dei Popoli naturali.

Soprattutto nel Bosco sacro si riscontrava la presenza dei quattro elementi di terra, aria, acqua e fuoco posti sotto la volta del cielo stellato, considerato come il quinto elemento che rivelava il riflesso del Vuoto o del Mistero.

Tra i simboli del Nemeton possiamo identificare una serie di elementi:

1) Gli alberi della foresta: ciascuno di essi rappresentava un Yggdrasil cosmico, ovvero l’universo che si è manifestato all'uomo dopo il Big bang. L'insieme della foresta era inteso come la complessità dello Shan con tutti gli universi paralleli, gli Yggdrasil che crescono nel cosmo, che si generano in esso prevenendo la moderna teoria cosmologica dell’ “universo a bolle”.

2) La radura: rappresentava il mondo di Gwenved, il mondo dei viventi al cui centro si trovava l’espressione del Mistero della Causa Prima, l’OIW o Mat, l’aspetto mistico del concetto di Shan.

3) Il fuoco: simboleggiava il drago, le forze dell'universo che scaturiscono dal Vuoto per portare la vita alla conoscenza del Mistero. Messo al centro della radura simboleggiava la manifestazione dell'OIW attraverso la sua capacità creativa. Simbolismo igneo presentato già dalla Bibbia con la manifestazione di Dio nel roveto ardente.

4) Il suolo-la terra: simboleggiava l'Annwin, le forze sotterranee elementali della Natura in cui si manifestano e si incontrano le creature della Matchka, il mondo invisibile contrapposto a quello visibile, e dove hanno origine le radici dell’Yggdrasil cosmico.

5) Il sole: l'OIW, il centro del cerchio della radura visto nella sua manifestazione celeste che si congiunge con il centro della stessa radura e dà vita al drago danzante. L’Ente che illumina le fronde del Mondo superiore dell’Yddgrasil. L'Ente irradiante i tre raggi di Shali (amore), Atabi (libertà) e Sharka (conoscenza) conosciuti anche nel celtismo gallico con i nomi di Karantez, Nerk e Skiant.

6) L’intreccio dei rami degli alberi: esso costituiva la forma delle lettere dell’alfabeto sacro del linguaggio con cui la Natura parla all’uomo e che può essere letto intuitivamente solamente dagli Iniziati. Da questa forma di lettura arborea sono derivati il linguaggio delle Rune e quello Oghamico o di Ogham.

7) L'aria: simbolo dell'etere cosmico in cui si trasmettono le parole di potenza. Lo spazio, il palcoscenico su cui si sostiene l’esistenza della vita.

8) La fonte: simboleggiava l’atto creativo della causa Prima che si manifesta nel riflesso della Natura, l’atto della manifestazione dell’universo, il Mondo di Abred, che sorge dal Vuoto. La fonte del Potere della realizzazione iniziatica e della terapeutica. La manifestazione del “format” vitale e evolutivo che si manifesta nella condizione fluida del tempo.

9) L'acqua: simbolo dell'energia plasmatica dell'universo, la fonte di vita, la fonte terapeutica. Il “falso vuoto” quantistico che ha dato origine al Big bang. Era considerata anche parte del corpo mistico del dio dell’acqua Kuid’hà, portatore di vita sul pianeta, la cui sostanza è presente in tutte le creature viventi e che le unisce in una sorta di fenomeno quantistico di entanglement. Proprietà utilizzata nell’ambito delle pratiche magiche e terapeutiche del druidismo che giungeva a interessare tutti i viventi sul pianeta.

10) Il cielo stellato al di sopra della radura: esso simboleggiava il Mistero sollecitato dallo spettacolo del firmamento. Era inteso come il quinto elemento oltre i quattro (terra, aria, acqua e fuoco), riferibile al quinto nai-tah o livello di consapevolezza del simbolismo proposto dall’Yggdrasil nel mostrare il sentiero iniziatico di ogni meditante.

 

 

La Natura e la via spirituale dell'individuo

Per l’antico sciamanesimo druidico il Bosco sacro rappresentava l’identificazione di uno spazio sacralizzato dalla consapevolezza dell’iniziato messo a contatto con il Trascendente.

Nel Bosco sacro gli iniziati potevano porsi in meditazione per sviluppare le potenzialità del Silenzio interiore e realizzare l'esperienza della “Visione” per ottenere il “Nah-om”, il Potere che sorgeva dalla sintonia dell’individuo con la natura del Trascendente.

Lo sciamanesimo druidico prevedeva che il meditante, per scoprire la propria identità reale e il proprio rapporto con il Mistero, doveva sapersi muovere e operare nel diorama sacro offerto dagli elementi della Natura che costituivano il Nemeton, estendendo il valore del simbolismo rappresentato dal Bosco sacro anche a tutta l'esistenza ordinaria.

Per tale motivo il druidismo suggeriva la necessità di dover conoscere i termini visibili e invisibili della dimensione di esistenza con cui il meditante interagiva sul piano reale per poter realizzare un effettivo rapporto con la sua manifestazione. L’invito rivolto a ciascun Iniziato era quello di dover necessariamente conoscere tutti gli aspetti del “Bosco sacro” rappresentato dall’esistenza, identificabile nell’universo e nel proprio Io interiore per poter conoscere i suoi segreti e dare una risposta ai propri bisogni.

 

 


www.giancarlobarbadoro.net

http://www.shan-newspaper.com/web/tradizioni-celtiche/954-nemeton-il-giardino-sacro-dei-druidi-1.html

 

 

 

 

 

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Published by il conte rovescio - in mitologia
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16 novembre 2013 6 16 /11 /novembre /2013 22:44

Il Rig-Veda dell’India antica e l’Edda germanico-nordica presentano due grandi miti cosmogonici, che concordano tra loro a tal punto che vi si può vedere a giusto titolo una duplice derivazione di un mito indoeuropeo comune. Di tale mito delle origini è forse possibile trovare qualche eco presso i Greci. Roma, come vedremo, non ha mai perso il ricordo del “protagonista” di questo dramma sacro che era, per i nostri antenati indoeuropei, l’inizio del mondo. Ma il dramma stesso non ci è pervenuto, nella sua integralità, che tramite l’intermediazione dei germani e degli indoari, di cui scopriamo così che essi ebbero, almeno quando entrarono nella “storia scritta”, e più che ogni altro popolo europeo, la “memoria più lunga”.

Grazie ai suoi ammirevoli lavori sulla ideologia trifunzionale, Georges Dumézil ha da lungo tempo messo in luce un aspetto fondamentale, assolutamente originale, della Weltanschauung e della religione degli indoeuropei. Non meno essenziale, non meno originale ci appare la credenza istintiva nel primato dell’uomo (e dell’umano) che testimonia il mito cosmogonico indoeuropeo “conservato” nel Rig-Veda e nell’Edda. Per l’indoeuropeo, in effetti, l’uomo è all’origine dell’universo. E’ da lui che procedono tutte le cose, gli dèi, la natura, i viventi, lui stesso infine in quanto essere storico. Tuttavia, come rimarca Anne-Marie Esnoul, «questo cominciare non è che un un cominciare relativo: esiste un principio eterno che crea il mondo, ma, dopo un periodo dato, lo riassorbe» (La naissance du monde, Seuil, Parigi 1959). L’uomo, presso gli indoeuropei, non è soltanto all’origine dell’universo: è l’origine dell’universo, in seno al quale l’umanità vive e diviene. Giacché all’inizio, dice il mito, vi era l’Uomo cosmico: Purusha nel Rig-Veda, Ymir nell’Edda, Mannus, citato da Tacito, presso i germani del continente (Manus, in quanto antenato degli uomini, essendo parimenti conosciuto presso gli indiani).

Nel decimo libro del Rig-Veda, il racconto dell’inizio del mondo si apre così:

 

«L’Uomo (Purusha) ha mille teste;

ha mille occhi, mille piedi.

Coprendo la terra da parte a parte

la oltrepassa ancora di dieci dita.

Purusha non è altro che quest’universo

Ciò che è passato, ciò che è a venire.

Egli è signore del dominio immortale,

perché cresce al di là del nutrimento».

E’ da Ymir, Uno indiviso anche lui, che procede la prima organizzazione del mondo. Il Grimnismál precisa:

«Della carne di Ymir fu fatta la terra,

il mare del suo sudore, delle sue ossa le montagne,

gli alberi furono dai suoi capelli,

e il cielo del suo cranio».

Le cose avvengono nello stesso modo nel Rig-Veda:

«La luna era nata dalla coscienza di Purusha,

dal suo sguardo è nato il sole,

dalla sua bocca Indra e Agni,

dal suo soffio è nato il vento.

Il dominio dell’aere è uscito dal suo ombelico,

dalla sua testa evolse il sole,

dai suoi piedi la terra, dal suo orecchio gli orienti;

così furono regolati i mondi».

Purusha è anche Prajapati, il «padre di tutte le creature». Giacché gli dèi stessi non costituiscono che un “quartiere” dell’Uomo cosmico. Ed è da lui solo che in ultima istanza proviene l’umanità. Si legge nel Rig-Veda:

«Con tre quartieri l’Uomo (Purusha) s’è elevato là in alto,

il quarto ha ripreso nascita quaggiù».

Essendo “Uno indiviso”, l’Uomo cosmico è uno Zwitter, uno Zwitterwesen, un essere asessuato o, più esattamente, potenzialmente androgino. Riunisce in sé due sessi, in maniera ancora confusa. La teologia indiana nota d’altronde che il “maschio” e la “femmina” sono nati dalla «suddivisione di Purusha», così come tutti gli altri “opposti complementari”. Ymir, quanto a lui, dormiva nei ghiacci dell’abisso spalancato (Ginungagap) tra il sud e il nord, quando due giganti, uno maschio e l’altro femmina, si sono formati come escrescenze sotto le sue ascelle. E’ parimenti da lui, o dal ghiaccio fecondato da lui, che è nata la prima coppia umana, Bur e Bestla, genitori dei primi Asi (o dèi sovrani), Wotan (Odhinn), Wili e We.

Nell’interpretazione di questi grandi miti cosmogonici non bisogna mai dimenticare che per la mentalità indoeuropea la generazione reciproca è un processo assolutamente normale: gli “opposti logici” sono sempre complementari e perfettamente equivalenti: si pongono mutualmente. E’ così che l’uomo dà nascita a, o tira da se stesso, gli dèi, mentre gli dèi a loro volta danno nascita agli uomini (o insufflano loro lo spirito e la vita). Secondo il racconto dell’Edda, più precisamente nella Voluspá:

«Tre Asi, forti e generosi,

arrivarono sulla spiaggia:

trovarono Ask e Embla,

(che erano ancora) privi di forza.

Senza destino, non avevano sensi,

né anima, né calor di vita, né un colore chiaro.

Odhinn donò il senso, Hoenir l’anima,

Lodur donò la vita e il colore fresco».

In tutta evidenza, in questo racconto, i tre Asi giocano il ruolo dei primi “eroi civilizzatori”. Ask (ovvero “frassino”) e Embla (ovvero “orma”) rappresentano un’umanità ancora “immersa nella natura”, interamente sottomessa alle leggi della specie, testimone di un’era trascorsa, quella di Bur. Se ci si pone al momento della società indoeuropea caratterizzata dalla tripartizione funzionale, ci si accorge d’altronde che le classi che assumono rispettivamente le tre funzioni appaiono come discendenti del dio Heimdal e di tre donne umane. Il Rigsmál racconta come Heimdal, avendo preso le sembianze di Rigr, generò Thrael, capostipite degli schiavi, con Ahne (“antenata”), Kerl, antenato capostipite dei contadini, con Emma (“nutrice”) e Jarl, capostipite dei nobili con “Madre”. Nel Rig-Veda, per contro, gli antenati delle classi sociali sorgono direttamente dall’Uomo cosmico primordiale:

«La bocca di Purusha divenne il brahmino,

il guerriero fu il prodotto delle sue braccia,

le sue coscie furono l’artigiano,

dai suoi piedi nacque il servo».

Così come la distribuzione delle classi è sufficiente a dimostrare, la “versione” del Rig-Veda è probabilmente la più fedele al racconto originale indoeuropeo. Non è escluso cionostante che la “versione” germanica si riallacci anch’essa ad una fonte molto antica. Heimdal, in effetti, è una figura tra le più misteriose. Dumézil ha messo ben in evidenza la particolarità essenziale di questo dio, corrispondente germanico dello Janus romano e del Vaju indiano. Cronologicamente, Heimdal è il primo degli Asi, il più vecchio degli dèi. E’ anche un dio che vede tutto: «ode l’erba spuntare sul prato, la lana crescere dalla pelle delle pecore, nulla sfugge al suo sguardo acuto», ed è questa la ragione per cui svolge il ruolo di guardiano di Asgard, la «dimora degli Asi». Dalui è proceduto l’inizio, da lui procederà anche la fine, il Ragnarok (o “crepuscolo degli dèi”) che annuncerà lui stesso dando fiato al corno. Heimdal riunisce dunque in sé tutti i caratteri dell’”Essere supremo”, oggetto di una più antica credenza che Raffaele Pestalozzi attribuiva all’umanità primitiva (cioè agli umani della fine del mesolitico), ma corresponde anche al “dio dimenticato” di cui parla Mircea Eliade, oscura reminiscenza in seno alle religioni “evolute” di una preesistente concezione della divinità. Il che lascia supporre che Heimdal non sia che una proiezione dell’”Essere supremo” degli antenati degli indoeuropei in seno alla società dei “nuovi dèi”, nello stesso modo in cui Ymir lo prolunga, in quanto “principio universale, a livello della cosmogonia (1). Una tale interpretazione è suscettibile di gettare una nuova luce sul “problema di Janus”, altra divinità misteriosa, di cui abbiamo detto che corrispondeva a Roma allo Heimdal germanico. Innumerevoli discussioni hanno avuto luogo sull’etimologia del nome “Janus”. Da qualche tempo, sembra che un accordo si stia formando nel senso di ricollegarlo alla radice indoeuropea *ya, che ha a che fare con l’idea di”passare”, di “andare”. Ma tale spiegazione non sembra molto convincente, e ci si può domandare se non vale la pena di mettere il nome “Janus” in relazione con le radici *yeu(m) o *yeu(n) (da cui il latino jungo, “congiungere”, “coniugare”), che esprimono l’idea di “unire”, di “accoppiare ciò che è separato”, dunque di “gemellare i contrari” (gli “opposti logici”). Ciò spiegherebbe bene il carattere ambiguo di questo deus bifrons, che è, come Ymir, uno Zwitter.

Si sa, del resto, che un antichissimo appellativo di Janus, di cui i romani dell’epoca di Augusto non comprendevano più esattamente il significato, è Cerus Manus, che si traduce come “buon creatore” (da *krer, “far crescere”, e da un ipotetico *man, “buono”). Noi pensiamo piuttosto che “Manus” non è che un fossile alto-indoeuropeo conservato nel latino antico, che rinvia perfettamente a “Mannus” e significa “uomo” come in germanico ed in sancrito. Il latino immanis non significa d’altronde affatto “cattivo”, “malvagio”, bensì “prodigioso”, “smisurato” (inumano: fuori dalla misura umana). Si comprende allora perché Janus, che è come Heimdal il dio dei prima (delle cose “cronologicamente prime”) è considerato, in quanto Cerus Manus, l’antenato delle popolazioni del Lazio, così come Mannus è l’antenato delle popolazioni germaniche.

Il rituale vedico, essenzialmente imperniato sulla nozione di sacrificio, fa precisamente dello smembramento, della “suddivisione” dell’Uomo cosmico (Purusha), il prototipo stesso del sacrificio. Ora, nei testi “speculativi”, questo sacrificio di Purusha ci è presentato sotto due aspetti: da un lato Purusha sacrifica se stesso, inventando così il «sacrificio imperituro»; dall’altro, sono gli dèi che sacrificano Purusha e lo “smembrano”. La questione si pone dunque di sapere se gli indiani hanno “interpretato” o se al contrario hanno conservato la tradizione indoeuropea in tutta la sua purezza. Questa ultima eventualità ci sembra la più verosimile, non fosse che per il fatto che all’origine ogni mito è al tempo stesso storia del rito e proiezione del rito stesso. D’altra parte, la medesima doppia immagine si ritrova nell’Edda. Allo “smembramento” di Purusha corrisponde, sotto una forma desacralizzata, ma sempre presente, lo “smembramento” di Ymir da parte degli Asi, figli di Bur. Quanto all’altro aspetto del sacrificio dell’Uomo cosmico, quello dell’autosacrificio, basta riportarsi alla Canzone delle Rune (Runatals-thattr) per trovarne una forma trasposta, quanto Wotan dichiara:

«Lo so: durante nove notti

sono rimasto appeso all’albero scosso dai venti

ferito dalla lancia, sacrificato a Wotan,

io stesso a me stesso sacrificato,

appeso al ramo dell’albero di cui non si può

vedere da quale radice cresca»

Odhinn-Wotan, dio sovrano, non è certo l’Uomo cosmico, e tanto meno ne gioca il ruolo in seno alla società degli dèi (2). Nondimeno, anche se non è all’origine dell’universo, Wotan è all’origine di un nuovo ordine dell’universo. Gli spetta dunque di inaugurare mercè il suo proprio sacrificio su Ygdrasil, l’albero-del-mondo, la “seconda epoca” dell’uomo (l’epoca propriamente storica). Odhinn-Wotan si sacrifica non più, come Purusha, per “suddividersi” e “liberare” così i contrari grazie ai quali l’universo deve acquisire la sua fisionomia, bensì per acquisire il sapere (il “segreto delle rune”) che gli permetterà di organizzare, o più esattamente di riorganizzare, l’universo. A dire il vero, questo “rimaneggiamento” del mito originale non sorprende: la Weltanschauung germanica ha sempre sottolineato e amplificato l’immaginazione storica degli indoeuropei, mettendo l’accento su un divenire ove sia il passato, sia il futuro, sono contenuti nel presente, pur venendone trasfigurati.

Per secoli il mito cosmogonico indoeuropeo non ha cessato di ispirare e di nutrire l’immaginazione degli indiani antichi. Forse la sua ricchezza non appare da nessuna parte, in tutto il suo splendore, meglio che nel magnifico poema di Kalidasa, il Kumarasambhava, in cui Purusha è Brahma, divina personificazione del sacrificio:

«Che tu sia venerato, o dio dalle tre forme

Tu che eri ancora unità assoluta, prima che la creazione fosse compiuta,

Tu che ti dividevi nei tre gunas, da cui hai ricevuto i tuoi tre appellativi.

O mai nato, il tuo seme non fu sterile allorché fu eietto nell’onda acquosa!

Tuo tramite l’universo sorse, che si agita e che è senza vita,

e di cui tu sei festeggiato nel canto come l’origine.

Tu hai dispiegato la tua potenza sotto tre forme.

Tu solo sei il principio della creazione di questo mondo,

ed anche la causa di ciò che esiste ancora e che alla fine crollerà.

Da te, che hai suddiviso il tuo proprio corpo per poter generare,

derivano l’uomo e la donna in quanto parte di te stesso.

Sono chiamati i genitori della creazione, che va moltiplicandosi.

Se, tu che hai separato il giorno e la notte secondo la misura del tuo proprio tempo,

se tu dormi, allora tutti muoiono, ma se vivi, allora tutti sorgono.

[...]

Con te stesso conosci il tuo proprio essere.

Tu ti crei da te stesso, ma anche ti perdi,

con il tuo te stesso conoscente, nel tuo proprio te stesso.

Sei il liquido, sei ciò che è solido, sei il grande e il piccolo,

il leggero e il pesante, il manifesto e l’occulto.

Ti si chiama Prakriti, ma sei conosciuto anche come Purusha

che in verità vede Prakriti, ma da lei non dipende.

Tu sei il padre dei padri, il dio degli dèi. Sei più alto del supremo.

Tu sei l’offerta in sacrificio, ed anche il signore del sacrificio.

Sei il sacrificato, ma anche il sacrificatore.

Tu sei ciò che si deve sapere, il saggio, il pensatore,

ma anche la cosa più alta che sia possibile pensare».

Questo inno di Kalidasa è uno degli apici della “riflessione poetica” indiana sulla tradizione dei Veda. Esplicita a meraviglia tutti i sottintesi del mito cosmogonico indoeuropeo, nello stesso tempo in cui riconduce ad unità le variazioni (successive o meno) del tema originario. L’opposizione di Purusha e Prakriti (che corrisponde, in qualche modo, alla natura naturans) è estremamente rivelatrice, soprattutto se la si mette in parallelo con quella di Purusha e dell’”onda indistinta” rappresentata da Ymir e dall’”abisso spalancato”. E’ per il fatto di «vedere Prakriti senza dipenderne» che l’Uomo cosmico è all’origine dell’universo. Giacché l’universo non è che un caos indistinto, sprovvisto di senso e di significato, da cui solo lo sguardo e la parola dell’uomo fanno sorgere la moltitudine degli esseri e delle cose, ivi compreso l’uomo stesso, alla fine realizzato. Il sacrificio di Purusha, se si preferisce, è il momento apollineo tramite cui si trova affermato il principium individuationis, «causa di ciò che esiste e che ancora esisterà», fino al momento in cui questo mondo «crollerà», ovvero sino al momento dionisiaco di una fine che è anche la condizione di un nuovo inizio.

In una Weltanschauung di questo tipo, gli dèi sono essi stessi un “quartiere” dell’Uomo cosmico. “Uomini superiori” nel senso nietzschano del termine, essi perpetuano in un certo modo il ricordo trasfigurato e trasfigurante dei primi “eroi civilizzatori”, di coloro che trassero l’umanità dal suo stato “precedente” (quello di Ask e di Embla), e fondarono davvero, ordinandola per mezzo delle tre funzioni, la società umana, la società degli uomini indoeuropei. Questi dèi non rappresentano il “Bene”. Non rappresentano neppure il Male. Sono al tempo stesso il Bene e il Male. Ciascuno di loro, di per ciò stesso, presenta un aspetto ambiguo (un aspetto umano), il che spiega perché, mano mano che l’immaginazione mitica ne svilupperà la rappresentazione, la loro personalità tenderà a sdoppiarsi: Mitra-Varuna, Jupiter-Dius Fidius, Odhinn/Wotan-Tyr, etc. In rapporto all’umanità presente, che essi hanno istituito in quanto tale, questi dèi corrispondono effettivamente agli “antenati”. Legislatori, inventori della tradizione sociale, e, in quanto tali, sempre presenti, sempre agenti, restano nondimeno assoggettati in ultima istanza al fatum, votati molto umanamente a una “fine”.

Si tratta, in conclusione, di dèi non creatori, ma creature; dèi umani, e tuttavia ordinatori del mondo e della società degli uomini; dèi ancestrali per l’”attuale” umanità: dèi, infine, “grandi nel bene come nel male” e che si situano essi stessi al di là di tali nozioni.

Ciò che chiamiamo il “popolo indoeuropeo” è in effetti una società risalente agli inizi del neolitico, il cui mito si è precisamente costruito a partire dalla nuova prospettiva inaugurata dalla “rivoluzione neolitica”, per mezzo di una riflessione sulle credenze del periodo precedente, riflessione che è alla fine sfociata in una formulazione rivoluzionaria dei temi della vecchia Weltanschauung.

Se, come pensa Raffaele Pestalozzi, autore di L’omniscience de dieu, la credenza in un “Essere supremo” (da non confondere con il dio unico dei monoteisti!) era propria all’”umanità primitiva”, cioè ai gruppi umani della fine del mesolitico, allora il mito cosmogonico indoeuropeo può effettivamente essere considerato come una formulazione rivoluzionaria in rapporto a tale credenza (o, se si preferisce, come un discorso che fa scoppiare, superandoli, il linguaggio e la “ragione” del periodo precedente). Giunti a questo punto, siamo in diritto di pensare che, per gli antenati “mesolitici” degli indoeuropei, l’”Essere supremo” non era forse che l’uomo stesso, o più esattamente la “proiezione cosmica” dell’uomo in quanto detentore del potere magico. Ugualmente, possiamo constatare al tempo stesso che questa idea di un Essere supremo, propria agli indoeuropei, non è affatto comune a tutti i gruppi umani usciti dal mesolitico, o, almeno, che essa non appare più tale ad altri gruppi di uomini ugualmente condotti dalla rivoluzione neolitica a “riflettere” sulle credenze antiche.

L’Oriente classico, ad esempio, ha “riflesso”, immaginato e interpretato le credenze “mesolitiche” in una direzione diametralmente opposta a quella presa dagli indoeuropei. La Bibbia ebraica, summa della Weltanschauung religiosa levantina, si situa, in effetti, agli antipodi della “visione” indoeuropea. Vi si ritrova purtuttavia, come antico tema offerto alla “riflessione”, l’idea di un Essere supremo confrontato, all’inizio del mondo, ad una «terra deserta e vuota, dalle tenebre plananti sull’abisso» (Genesi, I, 1). Questo “abisso spalancato”, è vero, è immediatamente presentato come risultante da una antecedente creazione di Elohim-Jahvé. Ora, Jahvé non ha tratto l’universo da una suddivisione e “smembramento” di sé. L’ha creato ex nihilo, a partire dal nulla. Non è affatto la coincidentia oppositorum, l’”Uno indiviso”, non è l’Essere e il Non-essere al tempo stesso. E’ l’Essere: «Io sono colui che è». Di conseguenza, e dal momento che l’universo creato non saprebbe essere l’uguale del dio creante, il mondo non ha essenza, ma soltanto un’esistenza, o, più esattamente, una sorta di “essere di grado inferiore”, di imperfezione. Mentre il politeismo degli indoeuropei è il “rovescio” complementare di ciò che si potrebbe chiamare il loro mono-umanismo (equivalente d’altronde a un pan-umanismo), il monoteismo ebraico appare come la conclusione di un processo di riassorbimento, come la riduzione all’unicità di Elohim-Jahvé di una molteplicità di dèi non umani, personificanti forze naturali (3), in breve come lo sbocco di una speculazione che ha anch’essa ricondotto la pluralità delle cose a un principio unico, che in tal caso non è l’uomo ma la materia e l’energia (la “natura”).

Per il fatto di essere un dio unico, non ambiguo, che non è per nulla il luogo in cui si risolvono e coincidono gli “opposti logici”, Jahvé rappresenta evidentemente il Bene assoluto. E’ dunque del tutto normale che si mostri sovente crudele, implacabile o geloso: il Bene assoluto non può non essere intransigente rispetto al Male. Ciò che è molto meno logico, per contro, è la concezione biblica del Male. Non potendo derivare dal Bene assoluto, il Male, in effetti, non dovrebbe esistere in un mondo creato, a partire dal nulla, da un dio “di una bontà infinita”. Ora, il Male esiste: il che pone un problema molto serio. La Bibbia prova a risolvere il problema facendo del Male la conseguenza accidentale della rivolta di certe creature, tra cui in primo luogo Lucifero, contro l’autorità di Jahvé. Il Male appare così come come il rifiuto manifestato da una creatura di giocare il ruolo che Jahvé le ha assegnato. La potenza di questo Male è considerevole (poiché deriva dalla ribellione di una creatura angelica, dunque privilegiata), ma, comparata alla potenza del Bene, ovvero di Jahvé, essa è praticamente pari a nulla. L’esito finale della lotta tra il Bene e il Male non è dunque minimamente in dubbio. Tutti i problemi, tutti i conflitti, sono risolti in anticipo. La storia è puro decadimento, effetto dell’accecamento di creature impotenti.

Così, sin dall’inizio, la storia si trova privata di qualsiasi senso. Il primo uomo (la prima umanità) ha commesso la colpa di cedere ad una suggestione di Satana. Egli ha, di conseguenza, ricusato il ruolo che Jahvé gli aveva assegnato. Ha voluto toccare il pomo proibito ed entrare nella storia.

Creatore dell’universo, Jahvé gioca ugualmente, in rapporto alla società umana “attuale”, un ruolo perfettamente antitetico a quello degli dèi sovrani indoeuropei. Jahvé è non l’”eroe civilizzatore” che inventa una tradizione sociale, ma l’onnipotenza che si oppone alla “colpa” di Adamo, cioè alla vita umana che questi ha voluto gustare, alla civilizzazione urbana, uscita dalla rivoluzione neolitica, a cui rinvia implicitamente il racconto della Genesi. Come sottolinea Paul Chalus in L’homme et la réligion, Jahvé non ha che odio per “coloro che cuociono i mattoni”. Quando li vede costruire Babele e la celebre torre, grida: «Se cominciano a fare ciò, nulla impedirà loro ormai di compiere ciò che avranno in progetto di fare. Andiamo, scendiamo a mettere confusione nel loro linguaggio, di modo che non si comprendano più l’un l’altro» (Genesi, XI, 6-7). Jahvé, aggiunge Paul Chalus, «li disperse da là su tutta la terra, ed essi smisero di costruire città». Ma già ben prima di questo evento Jahvé aveva rifiutato le primizie che gli offriva l’agricoltore Caino, e non aveva “guardato” che la pia offerta d’Abele. Il fatto è che Abele non era un allevatore, ma semplicemente un nomade che aveva abbandonato la caccia per la razzia, che prolungava la tradizione “mesolitica” in seno alla nuova civiltà uscita dalla rivoluzione neolitica, e che ne ricusava il modo di vivere. Ulteriormente, la missione di Abramo, il nomade che aveva disertato la città (Ur), e quella della sua discendenza, sarà di negare e ricusare dal di dentro ogni forma di civiltà “post-neolitica”, la cui esistenza stessa perpetua il ricordo d’una “rivolta” contro Jahvé.

L’uomo, in rapporto al “dio” della Bibbia, non è veramente un “figlio”. Non è che una creatura. Jahvé l’ha fabbricato, così come ogni altro essere vivente, nello stesso modo in cui un vasaio modella un vaso. L’ha fatto “a sua immagine e somiglianza” per farne il suo intendente sulla terra, il guardiano del Paradiso. Adamo, sedotto dal demonio, ha ricusato questo ruolo che il Signore voleva fargli giocare. Ma l’uomo resterà sempre il servo di Dio. «La superiorità dell’uomo sulla bestia è nulla, perché tutto è vanità», nota Paul Chalus. «Tutto va verso un identico luogo: tutto viene dalla polvere, e tutto ritorna alla polvere» (Ecclesiaste).

L’uomo, secondo l’insegnamento della Bibbia, non ha dunque che da rammentarsi perpetuamente che è polvere, che ogni Giobbe merità il destino che gli riserva il capriccio di Jahvé, e che l’esistenza storica non ha senso, se non quello che implicitamente gli si dà rifiutando attivamente di attribuirgliene uno. Con la loro voce terribile, i profeti di Israele ricorderanno sempre agli eletti di Jahvé la necessità imperiosa di questo rifiuto, così come gli eletti riconosceranno sempre, nelle loro disgrazie, la conseguenza e la giusta sanzione di una trasgressione (o di un semplice oblio) del comandamento supremo di Jahvé.

Il cristianesimo “romano”, nato dall’”arrangiamento costantiniano”, corrisponde sin dall’inizio al tentativo di stabilire, in seno al mondo “antico” trasformato da Roma in orbis politica, un compromesso tra le Weltanschauungen indoeuropee e una religione giudaica, che Gesù si sarebbe sforzato di adattare alla civilizzazione imperiale romana (4). Il dio unico è diventato, tramite il gioco di un “mistero” dogmatico, un dio “in tre persone”. Ha “integrato” la vecchia nozione di Trimurti, di “Trinità”, e le sue “persone” hanno grosso modo assunto le tre funzioni delle società indoeuropee, sotto una forma d’altronde “invertita” e spiritualizzata. Pur essendo creatore e sovrano, Jahvé continua nondimeno a ricusare il doppio aspetto: il Male è provincia esclusiva di Satana. Al vecchio nome che gli dà la Bibbia si è sostituito il nuovo nome di “deus pater“, il «padre eterno e divino» riverito dagli indoeuropei. Ma Jahvé non è davvero padre che della sua “seconda persona”, di questo figlio che ha inviato sulla terra per svolgervi un ruolo opposto a quello dell’”eroe fondatore”; di questo figlio che si è alienato a questo mondo per meglio rinviare all’oltremondo, e che, se rende a Cesare ciò che è di Cesare, non lo fa che perché ai suoi occhi ciò che appartiene a Cesare non riveste alcun valore; di questo figlio, infine, la cui funzione non è più di “fare la guerra”, ma di predicare una pace gelosa, di cui soli potranno beneficiare gli uomini “di buona volontà”, gli avversari di questo mondo, coloro a cui è riservato il solo nutrimento d’eternità che vi sia, la grazia amministrata dalla terza “persona”, lo Spirito Santo.

L’uomo, creatura e prodotto fabbricato, è il servo dei servi di Dio, «escremento» (stercus), come dirà così bene Agostino. Tuttavia, nello stesso tempo, è ora anche il fratello del figlio incarnato di Jahvé, il che fa di lui un “quasi-figlio” di Dio, a condizione che sappia volerlo e meritarlo, tutte cose che dipendono dalla grazia che amministra il creatore secondo criteri insondabili. Il giorno verrà dunque in cui l’umanità si dividerà definitivamente (per l’eternità) in santi e dannati. Giacché vi è ben un Valhalla biblico, il Paradiso celeste, ma è ormai riservato agli anti-eroi. L’Inferno, quando ad esso, appartiene agli altri.

Questo compromesso ha modellato per secoli la storia di ciò che viene chiamata la “civilizzazione occidentale”. Per secoli, secondo le loro affinità profonde, l’uomo “pagano” e l’uomo “levantino” hanno ciascuno potuto vedere nel dio “uno e trino” la loro propria divinità. Ciò spiega idee e confusioni ben numerose: a cominciare dall’assimilazione di Gesù, Sigfrido e Barbarossa da parte di un Wagner, o il “dio bianco delle cattedrali” caro a Drieu La Rochelle, e, d’altra parte, il Gesù di Ignazio di Loyola, il dio del prete-operaio e Jesus Christ Superstar.

Constatiamo oggi, e in modo certo, che l’”arrangiamento” costantiniano alla fine non arrangiò proprio nulla, e che la giornata dell’«In hoc signo vinces» fu un imbroglio, le cui conseguenze si esercitarono a detrimento del mondo greco-romano-germanico. Sino ad una data relativamente recente, la Chiesa di Roma e le chiese cristiane sono restate, in quanto potenze secolari organizzate, attaccate a tutte le apparenze del vecchio compromesso. Ma da tempo ormai hanno cominciato a riconoscere l’autentica essenza del cristianesimo. Ed ecco che l’irrappresentabile Jahvé, sbarazzato dalla maschera del Dio-Padre luminoso e celeste, è ritrovato e proclamato. Ben prima che le chiese ci arrivassero, tuttavia, il “cristianesimo profano” (demitizzato e secolarizzato), ovvero l’egualitarismo in tutte le sue forme, aveva a modo suo ritrovato la verità secondo la Bibbia. Il “rifiuto della storia”, la volontà proclamata di “uscire dalla storia” (per ritornarne alla natura), la tendenza riduzionista mirante a “riassorbire l’umano nel fisico-chimico”, tutti i materialismi deterministi, la condanna marcusiana di un’arte che tradirebbe la “verità” integrando l’uomo alla società, l’ideologia egualitaria infine che intende ridurre l’umanità al modello dell’anti-eroe, al modello dell’eletto ostile ad ogni civiltà concreta perché non vi vuole vedere che infelicità, miseria, sfruttamento (Marx); repressione (Freud); o inquinamento: tutto ciò non ha cessato di restituire ai nostri occhi, e continua ancora a restituire – nel momento stesso in cui una nuova rivoluzione tecnica invita a superare le “forme” che aveva imposto la rivoluzione precedente – l’immobile visione jahvaitica, visione “eterna” se mai ve ne furono, poiché se limita ad una negazione senza cessa ripetuta di ogni presente carico d’avvenire.

Il “Sì” da parte sua non può essere “eterno”. Essendo un “Sì” al divenire, diviene esso stesso. Nella storia che non cessa di ri-proporsi, per mezzo di nuove fondazioni, questo “Sì” deve a se stesso il fatto di assumere sempre una forma e un contenuto parimenti nuovi. Il “Sì” è creazione, opera d’arte. Il “No” non esiste che negando un valore a tale opera. In un mondo in cui il clamore di voci divenute innumerevoli tende a persuaderci del contrario il mito cosmogonico indoeuropeo ci ricorda che il “Sì” resta sempre possibile: che un nuovo Ymir-Purusha-Janus può ancora risvegliarsi dall’”onda indistinta” in cui giace addormentato; che appena ieri, forse, si è già risvegliato, si è già sacrificato a se stesso, che ha già dato vita a Bur e Bestla, e che presto dei nuovi Asi, dèi luminosi, verranno a loro volta alla vita e intraprenderanno allora, in un mondo differente, sorto dalle rovine caotiche del vecchio, la loro eterna missione di “eroi civilizzatori”, assumendo così, serenamente, lo splendido e tragico destino dell’uomo che crea se stesso, e che avendo dato nascita a se stesso accetta anche, nell’idea della propria fine, la condizione di ogni avventura storica, di ogni vita.

Note

(1) Di Purusha, corrispondente indoario di Ymir, il Rig-Veda del resto dice espressamente che ha «mille teste e mille occhi», cosa che mostra bene che all’origine l’Uomo cosmico era dotato di onniveggenza. Secondo Pestalozzi, l’onniveggenza era precisamente uno degli attributi dell’”Essere supremo” primitivo.

(2) Questo ruolo, come abbiamo visto, si trova parzialmente proiettato nel personaggio di Heimdal.

(3) Jahvé confessa d’altronde di essere «geloso» degli altri dèi. Il termne stesso di Elohim non è forse plurale (plurale storico, e non di maestà)?

(4) Non è evidentemente il caso qui di entrare nei dettagli di tale complessa questione, cui si accenna pertanto unicamente a grandi linee.

 

 

 

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31 ottobre 2013 4 31 /10 /ottobre /2013 22:46

 

Un fabbro irlandese di nome Jack, ubriacone e taccagno, incontrò, la notte di Halloween, il Diavolo in un pub. Stava per cadere nelle sue mani, quando riuscì ad imbrogliarlo facendogli credere che gli avrebbe venduto la sua anima in cambio di un’ultima bevuta. Il Diavolo, così, si trasformò in una monetina da sei pence per pagare l’oste e Jack fu abbastanza veloce da riuscire ad intascarsela. Poiché, poi, possedeva anche una croce d’argento, il Diavolo non riuscì più a tornare alla sua forma originaria. Jack, allora, stipulò un nuovo patto col Diavolo, e cioè che lo avrebbe lasciato andare purché questi, per almeno 10 anni, non tornasse a reclamare la sua anima. Il Diavolo accettò.

Dieci anni dopo, Jack e il Diavolo si incontrarono di nuovo e Jack, sempre con uno stratagemma, riuscì a sottrarsi al potere del principe delle tenebre e a fargli promettere che non lo avrebbe cercato mai più.
Il Diavolo, che si trovava in una situazione difficile, non poté far altro che accettare.

Quando Jack morì, a causa della sua vita dissoluta, non fu ammesso al Regno dei Cieli e fu costretto a bussare alle Porte dell’Inferno; il Diavolo, però, che aveva promesso che non lo avrebbe cercato, lo rispedì indietro tirandogli addosso un tizzone ardente. Jack se ne servì per ritrovare la strada giusta e, affinché non si spegnesse col vento, lo mise sotto una rapa che stava mangiando.

Da allora Jack vaga con il suo lumino in attesa del giorno del Giudizio (da qui il nome JACK O’ LANTERN, Jack e la sua Lanterna) ed è il simbolo delle anime dannate ed errabonde.

Quando gli Irlandesi, in seguito alla carestia del 1845, abbandonarono il loro paese e si diressero in America, portarono con sé questa leggenda e, poiché le rape non sono in America così diffuse come in Irlanda, le sostituirono con le più comuni zucche.

Da allora, la zucca intagliata con la faccia del vecchio fabbro e il lumino all’interno, è forse il simbolo più famoso di Halloween.Halloween 2013, tra festa e leggenda, non sarà, molto probabilmente l'occasione per fare certi brutti incontri, al contrario, è molto probabile che molti giovani e "diversamente" giovani, saranno spinti, magari con la complicità di una buona birra, a fare incontri molto piacevoli e divertenti. Attenzione però una moneta da sei pence potrebbe non bastare.

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28 ottobre 2013 1 28 /10 /ottobre /2013 22:47

La divinazione tramite i defunti era già nota presso i Babilonesi, Persiani (Strab., XVI. 2, 39, νεκυονάντεις) Egiziani (usavano statuette per la comunicazione con i trapassati) e successivamente anche agli Israeliti, i quali con buona probabilità fecero proprie le usanze degli Egiziani e dei Babilonesi dopo i rispettivi periodi di schiavitù.

 

Contro questi rituali si scaglia spesso l’Antico Testamento (Levitico. XIX. 31; XX. 6-27; Deuteronomio. XVIII. 11; I Samuele. XXVIII.; Isaia. VIII. 19) in particolar modo durante l’episodio riguardante il re Saul e la strega di Endor, ove il regnante si rivolge alla maga al fine d’evocare lo spirito del profeta Samuele per avere consigli e predire il futuro.
Nell’antico Israele esistevano dunque tre classificazioni di necromanti: “ob”, “yidde’oni” e “doresh el ha-metim” (consultatore dei morti). Ob e yidde’oni venivano principalmente usati per gli stregoni invocatori che facevano da medium tra il mondo dei vivi e quello dei morti, lasciando a disposizione dei defunti la propria voce per profetizzare (difatti alcuni studiosi ritengono che l’etimologia dei termini venga dal greco ἐγγαστρίμυθος = “ventriloquo”).  Secondo il Talmud veniva posizionato in bocca l’osso d’un animale chiamato “yaddua” che permetteva al morto di parlare.
V’è da precisare che in molti casi questi “medium” venivano reclutati – e pagati generosamente – per scacciare via gli spiriti dei morti che, non trovando pace, vagavano sulla terra.
Come sappiamo dalla Bibbia, in Israele la necromanzia era una piaga sociale così grave e diffusa da costringere regnanti e profeti ad agire con estrema celerità e con pugno di ferro, cacciando tutti i maghi dal regno più volte. Possiamo facilmente immaginare la pericolosità di una pratica simile, soprattutto in antichità: al fatto dell’immoralità e dell’influsso demoniaco vi si aggiungevano serie carenze igenico\sanitarie nell’approccio ai resti umani, generando spesso malattie ed ulteriori morti.

 

In Grecia questo tipo di magia, seppur sempre guardata con sospetto, non di rado veniva associata alla καταβασιϛ, ovvero la discesa agli inferi in ambito poetico (mito d’Orfeo, un esempio su tutti).
Sempre in ambito ellenico troviamo il termine “ψυχαγωγία” (“evocazione delle anime”) in riferimento ad Apollonio di Tiana in un componimento di Filostrato, termine molto più specifico volto probabilmente a delineare una differenza netta tra rituale negromantico e discesa agli inferi d’origine letteraria.
Vi è tuttavia un forte avvertimento contro la pratica nel mito di Asklepios: generato da Apollo, egli viene allevato dal centauro Cheiron dal quale apprende la medicina divenendo abile al punto da “resuscitare” anche i morti. Zeus per questo lo punisce, fulminandolo, temendo che gli uomini possano apprendere questa sua pericolosa “sapienza”.
Interessante notare, grazie al ritrovamento archeologico di alcune tavolette oracolari, la forte incertezza morale riguardo queste pratiche regnante nella Grecia antica, difatti le comunità erano solite interrogare le divinità a riguardo (la tavoletta recita: “η μη χρηυνται Δωριωι τω[ι] ψυχαγωγωι;” – tradotto:“…è davvero il caso che si rivolgano a Dorios il necromante?”, la grammatica greca suggerisce un’aspettativa di risposta negativa.)
Con il tempo, probabilmente collegandosi ai numerosi omicidi legati alla magia nera, il termine “negromante” venne poi associato a quello di “rapitore di fanciulli”.

 

 

Ecate, la dea dei morti

Ecate ψυχοπομπóς, la dea dei morti

La stessa tragica situazione la troviamo anche a Roma, secoli più tardi, raccontata da scrittori noti.
In una sua satira Orazio, usando come narratore una statua di Priapo, ci descrive con minuzia i rituali che regolarmente avvenivano di notte nel parco sull’Esquilino, un tempo cimitero per la plebe più miserabile poi divenuto luogo frequentato da streghe chiamate veneficae (plurale di venefica, ovvero “velenosa”) che là si recavano per evocare gli spiriti dei defunti attraverso i resti di quest’ultimi.
Nello scritto, anche influenzato dalle credenze popolari dell’epoca, si fa spesso riferimento alla dea Ecate, “patrona” dei riti negromantici antichi, ed al sacrificio d’infanti.
Tuttavia la descrizione d’epoca classica più ampia riguardante il tema si trova nella “Guerra Civile” di Lucano, con esattezza il sesto libro, dove viene narrata la storia del soldato romano Sesto, figlio di Pompeo, talmente preoccuato dai conflitti da chiedere l’aiuto dell’ “efferata Erittone”, malvagia e depravata necromante.
Così come Orazio e probabilmente la maggior parte della società romana, anche Lucano non aveva in simpatia la categoria dei maghi “da cimitero”, difatti all’evocatrice vengono attribuite le più spietate, immorali e turpi azioni: essa inoltre, dopo la chiamata degli spiriti, amava violare e bruciare gli stessi cadaveri utilizzati per il rito.

Altri racconti del genere sono rintracciabili nelle “Etiopiche” di Elidoro e nelle “Metamorfosi” di Apuleio.
 
 
 
Le descrizioni sono sommariamente simili, in tutti i testi troviamo l’usanza della mutilazione e violenza sui cadaveri per puro “divertimento”, fattore evidentemente noto agli scrittori così come alla società.
Lo stesso Apuleio affermerà che “neppure i morti nei propri sepolcri possono dirsi sicuri”, facendo intendere come la pratica oscura della necromanzia fosse molto diffusa.
Grazie agli scrittori romani conosciamo anche le tipologie di cadaveri preferite dai maghi cimiteriali: gli insepolti, i morti di morte prematura e/o violenta, i condannati, i suicidi ed in morti in guerra.
Non mancano inoltre storie e leggende di rituali macabri riguardanti diversi regnanti latini (Romolo, Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Nerone).
Nel IV secolo d.C. il commentatore Servio introdusse infine un termine nuovo ma complementare: sciomantia (ripreso dal greco “σκῐομαντεία”, ovvero “evocatore d’ombre“).
 
Fortunatamente questo tipo di magia venne limitata e perseguita in maniera rigorosa prima con l’emanazione del Codice Teodosiano nel 439 d.C. e poi con le varie leggi successive come il Breviario alariciano, la Lex Salica e l’Editto di Rotari.
È interessante notare come, nonostante la volontà di sradicare queste pratiche, le leggi prevedevano forti strumenti di difesa per gli accusati ed inviti alla ragionevolezza, in quanto troppo spesso s’assisteva a denuncie di stregoneria basate prevalentemente su rivalità, invidia, rabbia ed altri futili motivi.

 

Un’ulteriore descrizione del modus operandi di questi stregoni si ritrova anche nella “Suda”, un’enciclopedia storica del X secolo d.C. scritta in greco bizantino riguardante l’antico mondo mediterraneo:

 

 

 Riguardo le evocazioni: Compiono determinati rituali che riguardano i morti, spesso per le persone che li pagano per scacciare via gli spiriti. Iniziano cercando la tomba dove colui da scacciare fu sepolto, ma non la trovano subito. Per arrivarci usano uno strano modo: portano con sè una pecora o caprone nero, generalmente tenendolo per le corna; questo da solo si posa sul punto ove il corpo della persona in questione è sepolto e il mago uccide in quell’istante l’animale, per poi bruciare i resti. Dopo aver recitato alcuni incantesimi e dopo diversi sacrifici si mettono in contatto con i morti per capire il motivo della loro pena o della loro rabbia.

Dal Medioevo ad oggi

Durante il Medioevo l’accusa di necromanzia era tra le più gravi esistenti data la sua natura riprovevole e fortemente immorale (in latino medioevale: necromantem, nychromanticus, necromantius), seppure in molti ormai avevano abbandonato la pratica con resti umani (usanza tuttavia sopravvissuta anche alle repressioni), preferendo la divinazione tramite erbe, rituali e meditazioni.
In questo periodo si vanno sviluppando le varie branche della magia che oggi chiamiamo nera (tra cui rientra la necromanzia), bianca, rossa e verde.
Interessante notare come nei processi per stregoneria la necromanzia venga citata relativamente poco, lasciando ampio spazio alla necrofilia o la necrofagia.

 

Agli inizi del 1500 lo scrittore Heinrich Cornelius Agrippa riportò l’attenzione generale verso questo argomento in un suo componimento, delineando gli aspetti generali della pratica e generando diversi dibattiti riguardo alla vera natura degli spiriti evocati: si stabilì che solo demoni o spiriti dei dannati possono essere chiamati, poichè il mago è già dannato per l’eternità ed è comandato da Satana.
Solo qualche anno più tardi (1577) un discepolo di Agrippa, Johann Weyer, pubblicò la rinomata appendice “Pseudomonarchia Daemonum“, una lista dei demoni ispirata all’Ars Goetia, identificando il demone Nebiros come equivalente dell’arcaica dea Ecate.

 

Tra il XIV ed il XV secolo si diffuse una strana credenza secondo la quale, recidendo la mano ad un malfattore morto sulla forca e facendola essiccare, si potevano ottenere grandi poteri magici.
Questo “feticcio” veniva generalmente chiamato Mano della Gloria o Mano di Gloria e fu per un determinato tempo l’oggetto esoterico più desiderato dagli alchimisti dell’epoca: alcune leggende narrano che John Dee (1527-1608) riuscì a realizzare il più potente d’essi, il Sigillum Emeth.

 


Rituali cimiteriali ripresi da un necromante brasiliano.
Da notare la forte influenza del voodoo.

Quando in occidente con il passare dei secoli il rituale lugubre sembrava esser quasi del tutto abbandonato, i nuovi influssi ed incontri con le società caraibiche ed africane da poco scoperte introdussero due nuovi tipi di magie demoniache pericolosissime, molto simili a quelle antiche: il Vodoo e la Macumba.
Specialmente la pratica caraibica del Vodoo (o Vudù) merita attenzione, dato il suo forte culto dei morti: per molti versi somigliante alle usanze macabre dei popoli arcaici, aggiunge la pericolosità delle droghe naturali per indurre stati di trance e comandare eventuali “zombies”.
Recentemente ha fatto scalpore una presunta foto di un morto resuscitato temporaneamente da uno stregone, in realtà un cadavere sorretto da complici (sconsiglio la visione alle persone facilmente impressionabili).

In pochi tristemente sanno delle atrocità che vengono perpetuate nei confronti dei poveri corpi senza vita, così come nei confronti dei poveri “zombies”: nient’altro che sfortunate persone drogate a tal punto da divenire completamente incoscienti, per poi essere pilotate da maghi senza molti scrupoli.

 

Dal 1800 in poi il revival della magia nera e della necromanzia non ha conosciuto sosta, favorito dalla nascita di molte sette luciferiane e neopagane ispirate da principi scientisti misti a positivismo, stregoneria e rituali iniziatici.
Come esempio di questo rinnovato interesse possiamo citare il libro “Vite dei necromanti” (Lives of the necromancers) di William Godwin, stampato nel 1835. Il testo pretendeva d’essere un trattato storico sull’evoluzione della necromanzia attraverso lo studio delle vite dei più famosi maghi della storia, tuttavia ben presto si rivela un calderone confusionario dove false leggende popolari e fatti storici si mescolano tra di loro. 
Si ritiene appartenere agli albori del XIX secolo anche lo scritto “Historia Necromantiae” (Storia della necromanzia), una sorta d’appendice dei maggiori stregoni e necromanti perlopiù arabi.

 

Come accennato in precedenza, il fenomeno delle pratiche magiche tramite i resti umani, seppur in minor quantità rispetto ai tempi passati, non smette tristemente d’esistere al giorno d’oggi.
Dal 2008 le autorità africane segnalano un preoccupante aumento degli omicidi in alcuni stati – tra i quali troviamo l’Uganda e la Nigeria – collegati alla magia nera e alla necromanzia: gli abitanti del luogo, disperati per le precarie condizioni di vita, arrivano persino ad uccidere bambini e parenti per poi offrirli a demoni/spiriti in cambio di ricchezze. La cifra si attesta attorno ai 300 casi l’anno.
Nel 2009 vi furono diversi casi di profanazione di tombe a scopi necromantici, collegati alle sette sataniche e le messe nere (alcune fonti riferiscono che a Messina il trafugare le ossa per rituali sia una consuetidine).
Episodi simili si sono ripetuti a Massa carrara e ad Urbino.
In vista delle elezioni del 2012, alcuni gruppi di repubblicani negli Stati Uniti hanno tentato di riportare in vita l’ex presidente Ronald Reagan tramite un rito di necromanzia.
Sempre negli USA da qualche anno si svolge il “Festival dei morti” a Salem (scelta per l’evidente rievocazione storica), una città nello stato del Massachsetts: i partecipanti si riuniscono il 31 ottobre per condividere conoscenze di magia nera e negromantica; generalmente nella notte in questione si tengono diverse lezioni presiedute da personaggi appariscenti – ovvero vestiti in modo tale d’apparire “esperti” o degni di riverenza, spesso sfociando nel grottesco.
Vi si potrebbe infine trovare traccia nel culto verso La Santa Muerte, una sorta di macabro idolo molto diffuso oggi in America latina e centrale, prodotto dal sincretismo tra culture precolombiane, voodoo e cattolicesimo.

 

Arrivati alla fine di questo lungo viaggio nella storia, le conclusioni che possiamo trarre, come prevedibile, non sono positive nè incoraggianti.
Non c’è stato un progresso dell’umanità nel corso dei secoli da questo punto di vista (anzi!), incapace d’abbandonare pratiche tanto oscene e riprovevoli al pari del sacrificio umano, nonostante i ripetuti ammonimenti di Dio e dei Profeti.

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Published by il conte rovescio - in mitologia
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9 ottobre 2013 3 09 /10 /ottobre /2013 22:30

Fin dagli albori dei tempi, i miti e le leggende sono state popolate di mostri incantati, dalla forza sovrannaturale. I più potenti erano i draghi: creature con il corpo di serpente, le zampe da lucertola, gli artigli da aquila, le fauci di un coccodrillo, i denti di un leone, le ali di un pipistrello. I draghi avevano incredibili poteri sovrannaturali e, soprattutto, erano malvagi e distruttivi. In ogni mito, in ogni leggenda occidentale, il drago fa la parte del cattivo. L’origine dei draghi si perde nei meandri della storia dell’uomo: infatti compaiono nelle leggende di popoli del passato, sia europei che orientali, ma la loro concezione è notevolmente differente; mentre nelle zone occidentali i draghi erano considerati l’incarnazione del male, portatori di distruzione e morte, in oriente erano visti come potenti creature benefiche.
I draghi sono sempre stati descritti come delle creature simili a enormi serpenti, con grandi arti anteriori e posteriori, dotati di fauci enormi e artigli taglienti.
Normalmente venivano descritti con il corpo pieno di squame protettive e capaci nella maggior parte dei casi di sputare fuoco e di volare grazie a grandi e potenti ali.
Nelle leggende, i draghi sono visti come creature prodigiose: si riteneva che le ossa, così come il loro sangue, potessero avere elevate proprietà curative.
Il loro sviluppo poteva durare molti secoli prima di raggiungere la piena maturità, si narrava che un uovo di drago impiegasse non meno di un secolo per schiudersi; inoltre solo dopo altre centinaia di anni il drago raggiungerà il suo massimo sviluppo con la crescita sulla testa di lunghe corna ramificate.
Naturalmente, grazie alla loro grande longevità, queste creature, che è estremamente riduttivo chiamare semplicemente “animali”, acquisivano una conoscenza e una saggezza senza pari… eh già, perché il Drago ha anche un’intelligenza superiore a quella dell’uomo!

Perché dunque si è giunti all’idea del drago come di incarnazione del caos, come creatura che distrugge e non crea?
Questo tipo di pensiero risale anch’esso agli albori del tempo.

 

 

I Draghi nella storia


Come detto in precedenza, la figura del drago nelle zone occidentali era sinonimo di carestia, distruzione e morte.

In Europa i draghi erano simbolo di lotta, di violenza e di guerra: infatti la loro immagine veniva spesso utilizzata come araldo in battaglia; sono innumerevoli i riferimenti storici e le leggende legate ai draghi, la maggior parte dei quali risalenti al medioevo.
Moltissime sono le fonti storiche ed i manoscritti che testimoniano la presenza de  "la bestia per eccellenza" nel vecchio continente.
Nei Bestiari ad esempio, ci sono descrizioni dettagliate sull'aspetto e sulle abitudini dei draghi, i quali erano soliti usare come tana, grotte in cima a montagne o in territori molto impervi da dove uscivano molto raramente; è anche noto che al solo ruggito del drago, tutti gli animali, compresi i leoni,
correvano terrorizzati nelle loro tane.
Notate l'immagine qui a destra, è un drago che solleva da terra un elefante ed è tratta da un autentico Bestiario medievale. 
Secondo la tradizione occidentale, l'estinzione dei draghi, risale proprio al medioevo dove, cavalieri erranti, avventurieri in cerca di gloria e cacciatori di draghi dedicavano la loro vita alla lotta contro queste bestie, decretandone lo sterminio. E' molto celebre la storia di San Giorgio (immagine qui sotto) l'uccisore di draghi.

Non ha bisogno di presentazione la ancestrale ed impari lotta dell'uomo contro il drago. Il drago come simbolo del Male in Europa dunque, per capirne il motivo basta ricordare i massacri e le carestie che portavano i draghi medievali al loro passaggio; quale migliore arma contro la manifestazione del male se non la Santità? Si pensi dunque alle leggende di San Marcello vescovo di Parigi, di San Romano e della Gargouille di Rouen, di San Silvestro che libera Roma dal drago dall' alito velenoso, che vive in una grotta profonda per accedere alla quale bisogna scendere centinaia di gradini... 

Importante anche la storia di Santa Marta che sconfisse un drago chiamato Tarasca: la leggenda racconta che nei tempi in cui Santa Marta stava evangelizzando la Provenza, un terribile ed enorme drago chiamato “Tarasca”, devastasse le fertili pianure della valle del Rodano e impedisse agli uomini di vivere tranquilli in quei luoghi. La Santa, venuta a conoscenza del fatto, inseguì la bestia nelle profondità dei boschi e la domò cospargendola di Acqua Benedetta e segnandola con il Segno della Croce. Infine, mansueta e addomesticata, legò alla sua cintura la coda del mostro e lo portò nell’odierna città di Tarascona, che dal drago prese il nome. La popolazione si vendicò dei soprusi e delle barbarie lapidando il drago.
Da allora ogni 29 giugno la Chiesa ricorda Santa Marta e nella città di Tarascona si tiene una solenne processione aperta dal fantoccio dell’impressionante Tarasca con le fauci spalancate. Nei pressi una ragazza vestita di bianco benedice il mostro, che alla fine viene legato e sopraffatto.

Il più famoso Santo uccisore dei draghi è, naturalmente, Giorgio, Santo-soldato protettore dell’Inghilterra. Della sua storia si conosce ben poco: visse, nella zona di Diospolis, in Palestina; fu decapitato a Nicomedia per ordine di Daziano Preside, nell’ambito delle persecuzioni di Diocleziano, intorno all’anno 287. Nel XII secolo, importata dai Crociati, cominciò a circolare la leggenda secondo la quale San Giorgio, giunto a Silene (Libia) dalla Cappadocia, aveva ucciso un drago in procinto di divorare una principessa legata ad uno scoglio. Giorgio diventò l’uccisore di draghi per eccellenza, e fu adottato come patrono dell’Inghilterra da Edoardo III intorno al 1348. Il “Liber Notitiae Sanctorum Mediolanii” racconta che San Giorgio ha vissuto in Brianza, dalle parti di Asso. Un drago imperversava da Erba fino in Valassina, ammorbando l’aria con il suo fiato pestifero e facendo strage di armenti. Quando ebbe divorato tutte le pecore di Crevenna, la gente del paese cominciò a offrirgli come cibo i giovani del villaggio, i quali venivano estratti a sorte; il destino volle che tra le vittime designate vi fosse anche la principessa Cleodolinda di Morchiuso, fu lasciata legata presso una pianta di sambuco. San Giorgio giunse in suo soccorso dalla Valbrona, e, per ammansire la belva, le gettò tra le fauci alcuni dolcetti ricoperti con i petali dei fiori del sambuco. Il drago, docile come un cagnolino, seguì tranquillamente Giorgio fino al villaggio; qui, di fronte al castello, il Santo lo decapitò con un solo colpo di spada, e la testa del mostro rotolò fino al Lago di Pusiano. In ricordo dell’avvenimento, ancora oggi il 24 Aprile, giorno di San Giorgio, in Brianza si preparano i “Pan meitt de San Giorg”, dolci di farina gialla e bianca, latte, burro e fiori essiccati di sambuco. I Pan meitt si gustano tradizionalmente con la panna: per questo l’eroico San Giorgio, patrono dell’Inghilterra, dei militari, dei boy-scout e di Ferrara, è anche il protettore dei lattai lombardi, che un tempo tenevano in negozio un altarino a lui dedicato.

C'è anche un'altra leggenda che ci teniamo a citare, racconta l'impresa di Sant'Efflem.

Si narra che un principe avesse individuato la tana di un Drago che terrorizzava i suoi sudditi e in qualità di sovrano aveva il dovere morale di difenderli uccidendo o scacciando la bestia. Nella sua impresa chiese l'aiuto a Efflem, il parroco della sua città che a quel tempo ancora non era Santo, e i due si diressero insieme verso la tana del Drago per porre fine alle sue malefatte. Arrivati davanti la tana però il Principe si fece prendere da un profondo terrore, sentiva il respiro del Drago che da solo bastava a far tremare di paura qualsiasi uomo. A questo punto intervenne il Chierico che disse al Principe di non aver paura, perchè chi era sotto la benedizione di Dio non doveva temere nulla. Il Principe però era immobilizzato, allora Efflem dopo essersi fatto il segno della Croce entrò nella tana del Drago che quando lo vide non solo non riuscì ad attaccarlo, ma si precipitò fuori dalla tana, scappando lontano, fino ad arrivare sulle rive dell'oceano dove si racconta che vomitò sangue.
Questo mostra come il male (nel caso specifico il Drago) ha paura più dello scudo interiore di fede che non delle spade e delle armature!

Altre importanti storie sui draghi riguardano i paesi nordici; come omettere la leggenda di Beowulf?
Secoli fa, quando ancora gli eroi dominavano le terre del Nord, una figura vestita di stracci avanzava carponi lungo una spiaggia rocciosa della Scandinavia alla ricerca di una via per arrampicarsi sulla scogliera soprastante. Era uno schiavo che fuggiva dal suo padrone, un signore del regno dei Geat e, sebbene di lui non si sappia nemmeno il nome, le sue gesta epiche cambiarono il destino del suo popolo”. Nella prima parte della leggenda, lo schiavo vagando lungo la riva si imbatte in un enorme tumulo di pietre, forse tomba di un antico re. Trova l’entrata e penetra nel tumulo. “Si trovava in una stanza del tesoro, dove erano ammassate le ricchezze di una potente e sconosciuta tribù del passato. Braccialetti d’oro a forma di serpente, spille in filigrana d’argento, spade di ferro dall’impugnatura dorata, coppe in ceramica rossa di Samo, amuleti dell’antico dio Thor, monete luccicanti riempivano l’intera caverna. Stava già per avventarsi su quelle meraviglie, quando qualcosa gli gelò il sangue, bloccando ogni suo movimento”. Ed ecco apparire il drago. “avvolto in grandi spire, era acquattato sulle zampe dai lunghi artigli; i fianchi squamosi luccicavano, le ali membranose erano piegate, la grande testa riposava sul pavimento della caverna e le pesanti palpebre erano chiuse su occhi vecchi di secoli”. A questo punto lo schiavo non vuole altro che tornare dal suo padrone, così prende una coppa d’oro per farsi perdonare e fugge dal tumulo. “Quello schiavo, però, disturbando il guardiano del tesoro, aveva decretato la fine del suo popolo. Infatti il drago poteva vedere e sapere tutto, così, quando si risvegliò si accorse subito del furto commesso e avvertì immediatamente l’odore di carne mortale. 
Lentamente, trascinò le proprie pesanti spire lungo lo stretto passaggio che conduceva fuori dalla sua tana e, alla luce ormai fioca della sera, osservò la landa desolata alla ricerca delle tracce lasciate dai piedi dell’intruso; appena ebbe trovato ciò che cercava, con un grido e un getto di fuoco, s’innalzò in volo, sbattendo le grandi ali verso il regno dei Geat. Sorvolò tutti i villaggi e le sue urla agghiaccianti fecero precipitare gli abitanti fuori dalle case, i volti cinerei levati verso il cielo; sopra di loro, il drago volteggiava in una danza di morte, lanciando il suo grido terrificante mentre iniziava la discesa.
I suoi colpi furono rapidi e terribili: sputando lingue di fuoco, investì i tetti delle case e scomparve in lontananza. In quella terra, tutte le abitazioni, anche quella del re, erano costruite in legno, canne e paglia, furono perciò facili bersagli per il fuoco del drago. In tutto il regno dei Geat, quella notte il cielo venne rischiarato da alte lingue di fuoco che si levavano dai villaggi, che bruciavano come pire funerarie. 
Niente sfuggì alla furia del drago, e, quando giunse l’alba, le case dei Geat erano ridotte in cenere; dai villaggi si innalzavano sottili fili di fumo accompagnati dagli strazianti lamenti delle donne”. A questo punto il re dei Geat, il mitico Beowulf ma molto più anziano, si arma, si reca al tumulo del drago assieme ai suoi migliori combattenti e affronta il mostro. Solo uno dei compagni del re parteciperà allo scontro, il nobile Wiglaf, e così il re e il drago si uccideranno a vicenda.

Questo è un classico esempio di leggenda sui draghi, tanto più che in Scandinavia, attorno al 1000 a.C. (l’epoca descritta nella leggenda) ci fu un immane incendio, che sembrerebbe provare l’esistenza del drago. Tuttavia, analizzando la leggenda, si scoprono alcuni dettagli che potrebbero ribaltare la situazione e scambiare i ruoli di protagonista e antagonista.
Innanzitutto l’evento scatenante della vicenda: il furto della coppa d’oro. Come è chiaro, qui quello che subisce il sopruso è il drago, che, accortosi del furto, esce per riappropriarsi del manufatto e punisce gli uomini con l’incendio devastante, anche se con troppa severità… anche persone estranee al furto vengono coinvolte nella vendetta del Drago.
Nessuno dice che il leone è crudele perché uccide la gazzella. Può sembrare crudele, ma non lo è. Così è per il drago che, non dobbiamo dimenticarlo, non segue la logica umana. Per il drago della leggenda l’uomo ha commesso un torto, dunque l’uomo va punito. Può sembrarci ingiusto, ma come ci insegna Einstein tutto dipende dal punto di vista.

Nelle leggende mesopotamiche, si narra di due esseri primordiali: Apsu, spirito dell’acqua corrente e del vuoto, e Tiamat, spirito dell’acqua salmastra e del caos. L’aspetto di Tiamat era quello di una creatura fatta dall’unione di parti del corpo di tutte le creature che dovevano nascere: possedeva le fauci del coccodrillo, i denti del leone, le ali del pipistrello, le zampe della lucertola, gli artigli dell’aquila, il corpo del pitone e le corna del toro. Se formiamo un’immagine mentale di questa creatura, ci accorgeremo che risponde perfettamente alla nostra idea di drago.
Secondo la leggenda, dall’unione di Apsu e Tiamat nacquero gli dei, uno dei quali uccise il padre, Apsu. In preda a furia animalesca, Tiamat diede alla luce molti mostri, il cui compito sarebbe stato quello di perseguitare gli dei.
Per difendersi, gli dei nominarono campione Marduk, uno della loro razza; lo armarono con potenti armi e lo inviarono contro Tiamat. Marduk uccise la madre in un epico scontro, poi catturò i mostri da lei generati e li rinchiuse negli inferi.
Come si può ben vedere, anche in questa leggenda è il drago a subire un torto: in questo caso Tiamat perde il marito per causa dei suoi figli, e vuole punirli. Gli uomini di quei tempi, però, erano come bambini: ancora capaci di essere terrorizzati dalla furia degli elementi, di cui non concepivano le cause. Gli unici a ergersi tra loro e la potenza devastante della natura, incarnata nei draghi, si ergevano gli dei. E’ chiaro quindi che essi vedevano nel drago, ovvero Tiamat, il nemico e negli dei la salvezza.

Anche in Egitto, all’epoca dei Faraoni, c’era la credenza che ogni volta che Ra, il dio sole, “tramontava” entrava in realtà negli inferi, combatteva contro Apopi, il drago degli abissi, e usciva vittorioso. Questa è un’evoluzione del mito mesopotamico, e già comincia a delinearsi il pensiero del drago come essere malvagio e caotico.

Anche gli dei della Grecia combatterono contro un drago: era Tifone, ed aveva mille teste e un’immane bocca che vomitava fuoco e fiamme. Solo Zeus ebbe il coraggio di affrontare il mostro, definito Titano. Lo condusse fino oltre il mar ionio ed infine ebbe la meglio su di lui, scagliandogli contro un enorme macigno. Ma la leggenda vuole che Tifone non morì: continuò infatti a vomitare fuoco e fiamme da sotto il macigno, divenuto isola, e questa è la ragione delle eruzioni dell’Etna secondo i miti greci. Come si può vedere, già al tempo di Achille e Agamennone l’evoluzione del concetto di drago era compiuta: da madre primordiale e incontrollabile, fonte di vita e di morte, come era la Tiamat mesopotamica, si era ormai giunti al concetto odierno: il drago era un mostro terribile e incontrollato, che vomitava fuoco e vapori venefici, che distruggeva ogni cosa al suo passaggio (i tifoni hanno preso il nome proprio dal drago Tifone), che uccideva e terrorizzava le razze del mondo, perfino gli dei.

I Romani dipingevano sui loro stendardi i Dracones, i vichinghi chiamavano le loro imbarcazioni Drakkar, tutti nomi che indicavano la figura del drago.

I draghi “comuni”, invece, dovettero fin da subito lottare con grandi eroi. Riemersi dagli inferi al tempo degli antichi greci, dovettero subito battersi con eroi come Giasone, Ercole e addirittura con gli dei. A volte però le divinità li assoldavano come guardie di un particolare posto, o come creature da mandare in battaglia. 
Con la caduta dei greci e l’avvento dell’Impero romano, di loro si perse quasi ogni notizia, salvo alcuni avvistamenti di Plinio il Vecchio. In Europa di loro si tornerà a parlare nel medioevo, specialmente nell’Alto medioevo,
dove molti eroi inizieranno a cacciare i draghi, uccidendone la maggior parte e causandone l’estinzione. In tutti quegli anni però i draghi non erano scomparsi: essi si fecero vivi migrati a nord, e per secoli avevano devastato la Scandinavia e la Russia. Fu forse in quegli anni che le loro fila persero il maggior numero di draghi: infatti dal nord si levarono grandissimi eroi, come Beowulf, che ne uccisero moltissimi.
E proprio nelle lande del nord essi guadagneranno l’appellativo di malvagi e infidi: essi comparivano infatti all’improvviso, magari dopo essere cresciuti all’insaputa di tutti nell’umidità dei pozzi o nei pressi delle paludi.

 

Tipologie di Draghi


Le prime leggende sui draghi, quelle mesopotamiche, parlano di grandi mostri alati, nerissimi oppure blu profondo. I draghi della notte e degli abissi. I primi due draghi ad essere concepiti furono uno nero e l’altro blu: essi sono in pratica le due razze più antiche.

I Draghi Neri sono da sempre sinonimo di malvagità e astuzia. Essi sono la reincarnazione del male astuto, che serpeggia, da contrapporsi al male dirompente, simboleggiato dalla forza dirompente dei draghi rossi, che forse discendono dai essi.
Il primo drago nero di cui si abbia notizia, la già citata Tiamat, denotava molte delle caratteristiche proprie dei draghi rossi e che invece tendono ad essere assenti in un drago nero. Secondo la leggenda, Tiamat generò un esercito di mostri da scagliare contro i suoi figli, gli dei, e i draghi neri, fatti a sua somiglianza, popolarono il pianeta. Anche se in altre leggende la storia cambia, tuttavia i draghi come oggi li conosciamo, quelli con le ali da pipistrello e gli artigli da aquila, discenderebbero da Tiamat.
Stando alle fonti dell’epoca, una volta cresciuti, i draghi neri, in preda alla fame, divoravano qualsiasi cosa capitasse loro a tiro: greggi, carne umana e quant’altro. Trattamento speciale era riservato alle vacche: i draghi mordevano i loro capezzoli, golosissimi del latte, e i lamenti strazianti delle mucche erano udibili per chilometri. Molte volte per liberare una terra da questo particolare flagello, giungevano eroi da molto lontano: ne è l’esempio un villaggio nel sud dell’attuale Danimarca che venne salvato da un eroe vichingo, giunto in cerca d’onore, con la sua nave e la sua micidiale ascia a sfidare il mostro. Con il tempo, i draghi rossi e i neri si fecero nuovamente vivi nel nord Europa: i rossi nella zona dell’Inghilterra, i neri nella Scandinavia. 
Nel frattempo, l’Impero romano cadde, scesero i barbari dalle vaste pianure della Russia e della Germania, e con loro scesero anche i draghi. In Europa però giunsero in maggioranza draghi rossi, che diedero luogo a quasi tutte le leggende con i loro scontri titanici. I draghi neri, in minor numero, non amavano affrontare il nemico in duelli, ma preferivano colpire da posizioni sicure. Ben presto, ai draghi neri bastava volare sopra a una città per scatenare grandiosi incendi o carestie. Ma così, mentre molte città presero il nome dal drago che le aveva flagellate (la parola worm, verme-serpente, o orme, dallo stesso significato, si trovano infatti in Worms Head, Great Ormes Head, Ormesleigh, Ormeskirk, Wormelow, Wormeslea e tanti altri), il ricordo dei draghi neri scomparve confondendosi con quello dei grandi cataclismi naturali, ed essi cessarono di popolare le leggende. Di fatto, fu la loro estinzione.
Le uniche gesta che furono quindi ricordate, furono i grandi massacri e le carestie che questi draghi portarono, ed essi si guadagnarono quindi gli appellativi di malvagi e vili: malvagi per le stragi, vili perché raramente affrontavano faccia a faccia i loro avversari.
Questa è la storia dei draghi in occidente. In oriente, i draghi nacquero da leggende completamente diverse, come diverso fu il loro ruolo.
All’origine dunque i draghi erano neri, tuttavia come dice la leggenda Marduk li precipitò nell’inferno, e i draghi, arroventati dalle fiamme, svilupparono due caratteristiche: la loro pelle divenne rossa e guadagnarono l’immunità al fuoco: era la nascita dei draghi rossi, che uscirono dagli inferi nelle leggende greche. Ma non tutti i draghi furono catturati da Marduk: alcuni sfuggirono, e continuarono a popolare il mondo. Essi furono i Grandi Dragoni, e avrebbero trascorso il resto della storia nascosti nelle loro tane, agendo nell’ombra, invincibili. Non tutti i draghi inoltre emersero dagli inferi subito: alcuni, i più potenti, furono rinchiusi per altre ere ancora, e quando emersero la loro pelle coriacea era ormai completamente nera. Essi furono i draghi neri che conosciamo, avversari temibili eppur destinati a scomparire.

Un discorso a parte lo merita l’Idra. Con molta probabilità è solo una delle tante sottospecie di draghi neri. La loro caratteristica più conosciuta è che quando una testa viene decapitata, al suo posto ne può ricrescere un numero variabile, da esemplare a esemplare, compreso tra due e sette. Pochi invece sanno che le idre possiedono anche la capacità di soffiare acido sui loro bersagli e, soprattutto, quella poco comune tra i draghi neri di respirare sott’acqua. Molte leggende nordiche narrano infatti di idre degli abissi, per non parlare poi di Scylla (o Scilla), uno dei due mostri che causò la fine di tutti i compagni di Ulisse, nella celeberrima Odissea. Il mostro può infatti essere identificato come un’idra, o meglio come una delle tante fanciulle che ebbe la punizione di essere tramutata in mostro.
Impossibile non citare lo scontro tra Ercole e l’Idra di Lerna, dove il figlio di Zeus dovette ricorrere al fuoco per impedire la continua rinascita delle teste dell’idra.
Le Idre vengono descritte come le più malvagie di tutti i draghi: mentre un normale drago nero uccide per istinto, un’idra può farlo per puro divertimento, ed è molto raro trovare negli scritti antichi un’idra che non trascorra il suo tempo in questo modo.
Le idre inoltre, nelle leggende medioevali, sono spesso cavalcate da perfidi stregoni, che trovarono in quel perfido animale un perfetto destriero. Sebbene siano generalmente più grandi e forti di un normale drago, tuttavia non possiedono alcuna forma di magia, infatti tra le rare leggende di scontri tra idra e drago, quest’ultimo ha sempre avuto la meglio.

Dei Grandi Dragoni, data la loro quasi assoluta permanenza nei meandri della terra, pochi ebbero la sfortuna di incontrarli e di vedere il loro aspetto. Ci sono infatti giunte per certe solo due descrizioni: quella già fatta di Tiamat, modello degli attuali draghi di tutte le specie, e quella di Tifone. Quest’ultimo aveva un corpo massiccio, camminava eretto su due zampe ed era alto quanto una montagna. Era dotato di cento teste, e aveva una grandissima bocca nel petto, dalla quale vomitava fuoco e gas venefici. Anche le sue teste erano dotate di fauci, dai denti affilatissimi, tuttavia esse non avevano la capacità di sputare fuoco, e per di più litigavano tra di loro. 
Le due descrizioni, per la verità, sembrano avere due soli aspetti in comune, il colore nero e le dimensioni colossali.
I draghi neri “comuni” invece assomigliano tutti a Tiamat, seppure superano raramente la lunghezza di venti metri, esclusa la coda. Essi hanno un’apertura alare grande a volte più della loro lunghezza, e sono di solito muniti anche di corna e di una coda irta di aculei. La loro schiena è percorsa da una linea di scaglie ossee appuntite, utili nel combattimento contro altri draghi. Il loro muso non presenta grandi caratteristiche, tranne forse gli occhi, che a differenza degli altri draghi, che li hanno simili alle lucertole, nei draghi neri ricordano più quelli di una tigre o di un leone. Stando alle fonti, sono in grado di attaccare il nemico con una vasta gamma di soffi: fuoco, acido, gas mortali e bava appiccicosa.
Alcuni draghi neri differiscono però in forma: sono quei draghi cresciuti nei pozzi, che emergono con sembianze di serpenti immani, ricoperti di scaglie. Questo tipo di drago nero, sebbene non possieda la capacità del soffio, non è meno temibile degli altri draghi: può infatti stritolare il nemico come un boa e i muscoli delle fauci sono così sviluppati da permettergli di troncare una quercia con un sol morso.
Dei Grandi Dragoni si accenna in poche leggende, e soprattutto non ci è giunta storia in cui uno di loro venga abbattuto: in sostanza l’unico Grande Dragone a perire fu proprio Tiamat. 
I Grandi Dragoni sarebbero generalmente femmine, con rarissime eccezioni: essi vivrebbero in antri profondissimi, molto vicini al nucleo della Terra: anche loro sono infatti immuni al fuoco come i loro cugini tornati dagli inferi, ma i Grandi Dragoni hanno un’arma in più. A differenza dei draghi comuni, hanno ereditato da Tiamat il dono della magia. I Grandi Dragoni si circondano di servitori, arruolati tra le altre creature della natura: essi le usano per difendere gli accessi alla loro tana e per svolgere incarichi nel mondo in superficie. Essi non escono infatti quasi mai in superficie: odiando essi la luce solare e preferendo il caldo tepore del magma incandescente, preferiscono sonnecchiare nelle grotte o, per fortuna raramente, “nuotare” nel magma. Quando lo fanno, scatenano tremende eruzioni vulcaniche e terremoti devastanti. Tifone, anche lui già citato, fu intrappolato da Zeus nel magma con l’isola di Sicilia: il re degli dèi pensava di fermare il drago-titano, ma si sbagliava.

 

 

Concezione orientale dei Draghi


A differenza dei loro “cugini” occidentali, i draghi d’Oriente erano creature esistenti fin dalla creazione del mondo, ma pacifiche e amiche dell’uomo: in Cina, per esempio, il Drago, insieme con la Tartaruga, l’Unicorno e la Fenice, rappresentava uno dei 4 spiriti benevoli.
I draghi, secondo la cultura cinese, furono la più grande e gloriosa razza che popolò il mondo di migliaia di anni fa, che originò la vita, che per millenni governò le forze della natura, in attesa che l’uomo crescesse, una forza che poi fu accantonata con ingratitudine dallo stesso uomo che, in un certo senso, era nato da loro.

Inoltre, a sottolineare lo stretto rapporto esistente tra questi e il genere umano, vi sono molte leggende che narrano di grandi e valorosi uomini divenuti dragoni.
I draghi si dividevano in diverse categorie: 

Draghi celesti: di colore simile ad un verde molto chiaro, erano a guardia del cielo ed erano gli unici ad avere 5 artigli per zampa;

Draghi spirituali: di colore azzurro, erano i più venerati in quanto guardiani del vento, delle nuvole e dell’acqua, e quindi da loro dipendeva il raccolto dei contadini;

Draghi terrestri: di colore verde smeraldo, erano i guardiani dei corsi d’acqua, regolandone il flusso e vivendo nelle profondità dei fiumi;

Draghi sotterranei: di colore dorato, erano i custodi di grandi ed immensi tesori e dispensatori di felicità eterna;

Draghi rossi e Draghi neri: creature violente e bellicose, che si scontravano continuamente nell’aria causando con la loro energia violente tempeste.

 

Conclusione

E’ mai esistita la “Bestia per eccellenza”? Oppure si tratta solo di leggenda?

Se i Draghi sono davvero esistiti, perché non sono mai stati ritrovati scheletri o fossili o loro resti come è avvenuto per i dinosauri?
La risposta sarebbe semplice; innanzitutto perché il drago era un animale estremamente raro, le fonti parlano chiaro su questo punto, e poi, nonostante i dinosauri avessero popolato la Terra per milioni di anni (provate ad immaginare quanti miliardi di individui ne sono esistiti al contrario dei rarissimi draghi), è stato possibile ritrovare solo quegli scheletri di dinosauro che si sono conservati grazie ad una serie incredibile di combinazioni ambientali chiamata “fossilizzazione” ed è, al contrario di quello che si può pensare, molto molto rara! Per esempio: un esemplare morto in un terreno fangoso con speciali proprietà geologiche, il quale fango, per una serie di combinazioni è riuscito a coprire la carcassa prima che altre specie se ne cibassero e che successivamente lo ha indurito (proprio con il processo di fossilizzazione) impedendo la decomposizione della carcassa… anche le ossa, se non si fossilizzano, durano ben poco all’aria aperta o sottoterra!!!
Infine, stando alle tradizioni, l’uomo ha da sempre cacciato il drago ed una volta sconfitto, smembrato il corpo e utilizzato le sue ossa, scaglie o quant’altro. Questo “smembramento” non è affatto inverosimile per le culture dell’epoca, soprattutto se calcoliamo che anche ai giorni nostri ogni parte del maiale viene utilizzata, persino gli occhi. Per non parlare delle tigri utilizzate dai cinesi come rimedi per moltissime patologie o come afrodisiaci… addirittura se ne usa la bile!

Come può, il drago, apparire in tutte le culture? Com’è possibile che popoli che non sono mai venuti in contatto tra loro abbiano conoscono il drago?
Sono domande a cui nessuno è mai riuscito a dare risposta.
Il drago non è presente solo nella cultura medioevale occidentale, come in genere si crede, ma ci sono molte, moltissime fonti che dimostrano la sua esistenza in tutte le culture, anche in quelle centro-americane precolombiane (Maya, Aztechi, Incas), popoli che non sono mai entrati in contatto con culture europee se non al momento della loro estinzione; in Cina, il drago è popolare ancora oggi, ma risale agli albori della tradizione cinese; notare che anche la Cina non entrò mai in contatto con culture occidentali e non subì alcuna influenza da loro, e la dimostrazione è proprio il drago cinese, il quale ha caratteristiche fisiche leggermente diverse da quello europeo.
E’ bene precisare che le testimonianze storiche non si limitano a leggende tramandate oralmente, ma sono giunti sino a noi innumerevoli riscontri: testi e cronache dell’epoca, dipinti, nomi di città (come visto in precedenza), per non parlare dei Bestiari, insomma, non solo le segnalazioni sono moltissime, ma anche da parte di illustri scrittori di tutti i tempi: storici, filosofi, cronisti, letterati, studiosi e persino dalla Chiesa dell’epoca tramite i Santi uccisori di draghi.
Dagli indigeni del centro America alle culture dell’estremo oriente, dalla Scandinavia all’Egitto, le testimonianze, gli avvistamenti furono moltissimi.

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26 agosto 2013 1 26 /08 /agosto /2013 20:26

Un breve viaggio all'interno del pericoloso mondo dell'evocazione del maligno, dai secoli passati a oggi: qualcosa da cui dovremmo stare tutti alla larga...

Evocazioni demoniache: storia, tradizioni, rituali, protagonisti e pericoliDaemonum Pseudomonarchia, Ars Goetia, Sanctum Regnum, Gran Libro Nero, Compendium Maleficarum e Dragone Rosso sono i titoli di alcuni tra i più famosi testi di evocazioni infernali. In realtà, per motivi antropologici ed evolutivi sui quali non ci soffermeremo, l’uomo è sempre stato attratto dal male nelle sue più svariate forme e la sterminata bibliografia in merito ne è la prova.

In tutta onestà, poco è cambiato dai tempi in cui re Salomone evocava i demoni per farsi aiutare nella costruzione del tempio tentando di assoggettarli alla propria volontà: egli era considerato un maestro nel trattare con le creature infernali e molti maghi hanno utilizzato i testi originali del suo rituale che era composto da parole ebraiche scritte in caratteri latini.


Evocazioni infernali: streghe, sabba e demoni

Sovente i concetti di stregoneria, magia e incantesimo vengono confusi e identificati come sinonimi ma la realtà è ben diversa.

Innanzitutto è necessario distinguere il ruolo storico della strega da quello del mago. È innegabile, infatti, che entrambi si servano della complicità del diavolo per ottenere i rispettivi scopi. La strega però è schiava del diavolo, mentre il mago utilizza un rituale segreto tramite il quale evoca gli spiriti infernali, che conosce dallo studio dei grimoires o dei libri neri, per assoggettarli alla propria volontà.

Una differenza non tanto sottile perché avere a che fare con i demoni comporta sempre dei rischi non trascurabili e non privi di spiacevoli controindicazioni.

Ciò non toglie che le streghe abbiano contribuito in maniera significante alla diffusione del diavolo e dei suoi seguaci ed esiste una sterminata bibliografia (soprattutto gli atti dei processi inquisitori) in cui sono narrate le nefandezze compiute dalle streghe durante i sabba: una su tutte risulta significativa, ed è quella contenuta nel Compendium Maleficarum di Frà Francesco Maria Guazzo in cui, tra le altre cose, viene descritto in maniera particolareggiata un sabba.

Seguaci del demonio a un sabbaL’ora dell’incontro avviene circa due ore prima della mezzanotte che, secondo Guazzo, è il momento migliore per qualsiasi manifestazione demoniaca. Il diavolo presiede la riunione e troneggia al centro del rito assumendo le terribili spoglie di un capro o di un cane: le streghe si avvicinano a lui per adorarlo e inneggiarlo muovendosi in posizioni alquanto stravaganti. Offrono al signore degli inferi vari tipi di candele nere o ombelichi di bambini e gli baciano l’ano. Il diavolo, assieme ad altri demoni, presenzia personalmente il banchetto che viene da costui benedetto con blasfemie. Alla fine del banchetto ogni demone prende per mano una discepola sotto la sua custodia e inizia così un folle turbinio di oscene danze, canti sacrileghi e orge sfrenate in cui non si distinguono più i demoni dalle streghe.

Questa colorita rappresentazione è stata lo spunto per identificare le riunioni sabbatiche nella tradizione romantica e moltissimi altri "autori" (per lo più sedicenti teologi e giuristi) confermano quanto descritto da Guazzo con aggiunte rispondenti in parte alla realtà.

Nella maggioranza dei testi vi è comunque concordanza sul fatto che durante il sabba il diavolo fosse il protagonista assoluto e che venisse consumato sempre un lauto banchetto con canti, balli sfrenati e orge. Durante i cerimoniali era anche frequente l’antropofagia e le offerte sacrificali al demonio (spesso bambini).

Il diavolo ricompensava dunque le streghe e i seguaci con prodotti magici per operare malefici, oppure polveri e unguenti per volare o trasformarsi in bestie.

A parte l’aspetto folkloristico, a noi interessa soprattutto il modus operandi delle streghe che costituivano una vera a propria setta, infatti è interessante evidenziare che le streghe, e in minor parte gli stregoni, entravano a far parte del gruppo sabbatico perché scelti direttamente dal diavolo o perché, molto più verosimilmente, parenti di un’altra strega.

In ogni caso occorre quindi una profonda conoscenza dell’arte di evocazione per avere a che fare con le potenze infernali e le persone facilmente impressionabili o alle prime armi (e, più in generale, qualsiasi individuo) farebbero bene ad astenersi da tale compito.

Una vignetta sull'evocazione del male


Evocare il maligno: conoscenza e protezione sono fondamentali

Un cerchio magicoIl demonio evocato, prima di assumere le sembianze di uomo, si rivelerà nelle forme più strane e aberranti e il mago dovrà stare bene attento a rimanere dentro il cerchio protettore perché, in caso contrario, verrebbe fatto a pezzi.

Il cerchio magico ha origini molto antiche e serve a proteggere l’incolumità dell’evocatore e, pur non potendolo identificare come un reale spazio fisico e materiale, ha la funzione di isolare le energie che possono distrarre e crea l'atmosfera adatta per i riti. Strumento essenziale nella Wicca e in passato utilizzato anche dalle streghe, il cerchio è più assimilabile a una sfera di energia che permette di varcare le soglie dello spazio e del tempo.

Il mago quindi dovrà porre molta attenzione a non mettere fuori dal cerchio nemmeno un dito perché i demoni non sono contenti di essere sottomessi dal mago e lo fanno solo per la preziosa ricompensa dell’anima ma, al primo passo falso dell’evocatore, sono ben lieti di ribellarsi e nuocere.

Almeno questa è la tesi predominante che si evince dai libri neri come per esempio dal Sanctum regnum in cui sono scritte quelle che devono essere le regole d’ ingaggio con il demonio nel caso in cui lo si volesse evocare.

Innanzitutto è necessario essere sicuri circa l’identità del demone desiderato e non è affatto consigliabile disturbare Satana in persona se un suo subalterno è sufficiente a soddisfare i desideri del mago, inoltre, due giorni prima dell’evocazione è necessario recidere un ramo da un albero di nocciole selvatico con un coltello nuovo. Il ramo non deve mai aver mai prodotto frutti e deve essere tagliato all’alba.

È inoltre importante scegliere un luogo isolato (un casolare abbandonato per esempio) dove potersi concentrare e cominciare a tracciare sul pavimento il cerchio magico con una pietra sanguigna (ematite): all’interno del cerchio deve essere tracciato un triangolo ai lati del quale vanno poste due candele e alla base devono essere incise le lettere J, H, S (iniziali di Iesus Hominum Salvator) fiancheggiate da due croci. Poi ci si posiziona all’interno del triangolo stringendo in mano sia il ramoscello di nocciolo, sia la carta su cui precedentemente sono state scritte le richieste. A questo punto si è pronti per evocare il diavolo con un rito prestabilito con il quale ci si rivolge alle principali gerarchie infernali: Lucifero in primis, poi Belzebù, Astaroth e a seguire Lucifuge.

In pratica si costringe il demone a manifestarsi e, quando Lucifuge apparirà, chiederà subito spiegazioni specificando che non potrà soddisfare il comando del mago (solitamente l’evocatore chiede al demonio ricchezza e potere) se costui non abbandonerà il corpo e l’anima entro vent’anni.

E questo è il momento più delicato dell’evocazione perché il mago deve costringere all’obbedienza il demone senza promettergli niente (cosa affatto facile).

Per cercare di aggirare l’ostacolo il libro nero consiglia di gettare fuori dal cerchio la pergamena con il patto firmato col sangue e di promettere al grande Lucifuge di ricompensarlo tra vent’anni per tutti i tesori che avrà rivelato. I demoni sono restii a concedere la propria firma e la custodiscono gelosamente quindi, con estrema probabilità, il demonio non accetterà e il mago dovrà insistere fino a che non avrà ottenuto quanto pattuito.

Quando il demonio avrà accettato di condurre il mago ai tesori nascosti, egli dovrà seguirlo facendo attenzione a uscire dal cerchio esattamente nel punto indicato nel cerchio magico e dopo averlo ringraziato.


Evocazioni demoniache: rituali e parallelismi tra religioni e culture

Evocazione demoniaca per negati: non provarci a casaEsistono testi che propongono riti differenti e complicati per evocare il diavolo e quello proposto dal grimoire La Gallina Nera è uno dei più semplici da applicare. Il mago dovrà recarsi all’incrocio di due strade con una gallina nera che non abbia mai deposto le uova e, mezzanotte in punto, la taglierà a metà dopo aver recitato una formula magica. In seguito, recitando altri scongiuri e inginocchiatosi con un bastone di cipresso di fronte a sé, rivolgerà il volto verso oriente e il diavolo si manifesterà all’istante.

Il metodo descritto fornisce l’opportunità di mettere in relazione differenti culture giacché il sacrificio di animali per evocare entità spirituali non è prerogativa delle culture occidentali.

Basti pensare infatti alla quasi totalità delle antiche religioni pagane oppure alle usanze della magia-religione vaudou in cui vengono "donati" animali agli spiriti per renderli benevoli. Tali spiriti, definiti Loa (dalla lingua congolose), sono considerati entità intermedie tra il Dio creatore e l’uomo e non assumono necessariamente accezioni negative perché possono essere spiriti benevoli se evocati e onorati seguendo le regole della tradizione vuduista (sacrifici animali appunto, danze e riti vari), ma in caso contrario possono divenire veramente malvagi e pericolosi.

Per evocare i loa sono necessari i vevè che altro non sono che sigilli sacri, disegnati a mano sul terreno soffice ed evidenziati con polveri varie, per attirare lo spirito richiesto. A tal proposito è impossibile non notare una certa somiglianza di alcuni sigilli per evocare i demoni presenti nella Goetia con i vevè vuduisti: nell’immagine sottostante sono confrontati il sigillo di Belzebù con il vevè di Aizan, spirito del potere ed essa stessa mambo (sacerdotessa vaudou).

Il sigillo di Belzebù e il vevè di AizanE le somiglianze non finiscono qui perché anche nella magia (religione-folklore) vaudou sono presenti le possessioni e soprattutto i patti di sangue.

In un bosco alcuni uomini privi di vestiti sono seduti e disposti in cerchio. Al centro del cerchio c’è una bevanda sacra (che aiuterà nella trance) e un animale che verrà sacrificato. Il fruscio della brezza notturna e dei rumori del bosco si mescolano ai bisbigli sussurrati degli uomini che, nel frattempo, si incidono la pelle della mano tra l’indice e il pollice. Il coltello utilizzato è passato di mano in mano fino a che, l’ultimo uomo lo getterà via fuori dal cerchio: in questo modo inizia un patto di sangue vaudou e, ancora una volta, risaltano gli elementi del cerchio, dell’animale da sacrificare e del sangue.

Non a caso i maghi stringono un patto di sangue con il diavolo poiché questo fluido rappresenta il vettore della vita strettamente connesso ai contenuti spirituali e ultraterreni dell’essere umano: questo concetto si tramanda nel tempo ed è presente in quasi tutte le religioni, rituali, superstizioni e tradizioni conosciute. Scambiarsi, mescolare o addirittura bere del sangue ha da sempre significato assumere un impegno indelebile che va al di là del tempo ed è soprattutto questo il motivo per cui si fa un patto di sangue. Il diavolo lo pretende e, d’altronde, con lui non si scherza affatto.


Evocazioni del maligno: documenti, casi accertati e accusati eccellenti

Abbiamo già detto che i demoni sono molto restii a concedere la loro firma e abbiamo anche sviscerato il significato simbolico del patto di sangue: questi due concetti sono ben esplicitati nel seguente episodio di cui è rimasta una presunta traccia.

Nei primi anni del 1600, nel monastero di Loudun (Francia), vi fu un caso di possessione diabolica di massa che, come si evince dai documenti degli inquisitori, fu causato dal sacerdote Urbain Grandier che strinse un patto scritto con le più alte gerarchie infernali (e per questo fu giustiziato sul rogo).

Il documento infernale firmato da AsmodeaIl risultato fu che tutte le monache del monastero furono preda dei demoni e, in particolare, l’eccentrica e giovane suora Giovanna Degli Angeli figlia del barone Louis Bécier. In aiuto di Giovanna fu inviato un prete, Padre Gault, che durante vari esorcismi riuscì a espellere alcuni demoni e fu talmente accorto e minuzioso da farsi scrivere un patto scritto addirittura firmato dal demone Asmodeo (tramite la mano di Giovanna).

Questo documento, la cui veridicità è tutt’ora in discussione, è conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi ed è così traducibile: “Prometto che per lasciare questa creatura, le farò sotto il cuore un taglio lungo quanto una spilla che forerà e insanguinerà camicia, busto e vestito. E domani, sabato 20 maggio, alle ore cinque del pomeriggio, prometto che i demoni Gresil e Amand faranno simili fori, ma un pochino più piccoli. Inoltre approvo le promesse fatte da Laviathan, Behemot, Beherie e dai loro compagni, di firmar, partendo, il registro della chiesa di Santa Croce.
Addì, 19 maggio 1629.
Asmodeo”


Il significato del documento appare abbastanza criptico ma, comunque, ben riconducibile ai concetti sopra esposti. Asmodeo, forte dell’alto rango infernale, si fa portavoce anche per gli altri demoni e promette di "liberare" il corpo della monaca in cambio di un piccolo taglio dal quale sgorgherà il sangue della giovane (un buon osservatore potrebbe intravedere due gocce di sangue dopo la settima riga).

Il concetto di patto con il diavolo ha sempre affascinato l’uomo e gli episodi, in epoca storica, sono innumerevoli. L’Italia, tra l’altro sede del Vaticano, non fa eccezione e difatti, nel Rinascimento, la magia, la negromanzia, la divinazione e le sottili arti esoteriche conobbero momenti di grande popolarità specialmente nelle élites intellettuali: l’accostamento alle arti oscure fu senz’altro favorito a causa della nascita del mito di Faust, ossia un mago che aveva promesso l’anima al diavolo in cambio della rivelazione dei segreti della conoscenza (e non della ricchezza materiale).

In realtà Johann Georg Faust fu un personaggio reale vissuto tra il 1480 e il 1540, alquanto stravagante e dotato di grande cultura: pare infatti che fosse un astrologo, un guaritore, un medico, un esorcista e uno studioso esoterico che viaggiava spesso per sete di conoscenza (sue apparizioni sono segnalate nelle maggiori città europee). Le sue avventure furono messe nero su bianco nel libro Le storie e le avventure del dottor Johann Faust, stampato nel 1587, nel quale si narravano le peripezie e la vita di un maestro dell’occulto e, soprattutto, del suo patto con il diavolo Mefistofele.

Al mito di Faust contribuì enormemente il poeta tedesco Johann Wolfgang von Goethe con l’opera Faust (scritta tra il 1793 e il 1832) nel quale Faust si confronta con Mefistofele e altri demoni sancendo un patto di sangue ma, al momento di onorarlo, non finisce all’inferno e la sua anima viene salvata dalla dannazione eterna grazie alla passione e alla sincerità che impiega per perseguire i propri scopi e anche grazie al sacrificio dell’amata Margherita).

Prima di Goethe altri autori e letterati hanno parlato del patto col diavolo e uno dei primi a scrivere qualcosa in proposito fu il poeta francese Rutebeuf che scrisse dramma liturgico, messo in scena nel settembre del 1263. In esso si racconta la storia di san Teofilo di Adana, che vendette l’ anima al diavolo per ottenere potere e ricchezze ma in seguito, pentitosi, viene salvato dalla Beata Vergine.

A partire dal dramma di Rutebeuf molti altri hanno messo in scena commedie e opere musicali con la stessa tematica: col cambiare dei tempi muta anche il ruolo del diavolo che, a differenza della concezione medievale in cui veniva sempre sconfitto, talvolta risulta vincitore e protagonista.

In passato nemmeno la Chiesa è stata risparmiata dalle accuse di stregoneria e numerosi papi furono accusati, nemmeno tanto velatamente, di essere in combutta con il diavolo.

Per esempio il papa Gregorio VII (1073-1085) era considerato agli oppositori protestanti un mago esperto e uno stregone che aveva stretto un patto col demonio. Stessa cosa per papa Benedetto XI (1303-1304) che pare avesse guadagnato il pontificio con l’aiuto della magia e di molti demoni.
Va altresì detto che l’abitudine di attribuire ai papi aiuti da parte del diavolo era un’usanza abbastanza frequente da parte degli anticlericali e degli anticattolici e, in tutto, le accuse coinvolsero circa venti papi: difatti non è difficile rinvenire varie incisioni, stampe e xilografie che mostrano il papa alleato al diavolo.


L'evocazione demoniaca oggi

Ai nostri giorni il concetto di evocazione demoniaca non è poi così cambiato anche se esistono vari maghi, sette, frequentatori di messe nere e satanisti che applicano differenti metodologie e su cui non desideriamo soffermarci. Con il tempo tutto evolve e, attualmente, oltre al "vecchio" concetto di evocazione si aggiunge quello di invocazione spirituale, ovvero accettare uno spirito (non necessariamente un demone) dentro di sé creando un vincolo diretto: possiamo citare l’esempio (forse ai molti più familiare) del medium che, durante una seduta spiritica, cade in uno stato di trance e comincia a parlare con una voce diversa dalla propria e, nei casi più fortunati, anche a produrre ectoplasma che, secondo gli spiritisti, esprimerebbe la forma corporea fluida nella quale si materializzano le entità spirituali.

Evocare il demonio oggiAbbiamo introdotto il concetto di spiritismo perché l’antica arte dell’evocazione dei morti (negromanzia) è sempre stata strettamente imparentata con l’evocazione diabolica: anche gli spiriti infatti venivano evocati per rivelare i tesori che loro stessi avevano nascosto quando erano sempre in vita oppure per rivelare il futuro.

Nel già citato testo Dragone Rosso (Lille, 1521) sono presenti minuziose indicazioni per evocare gli spiriti dei morti e non sono affatto dissimili alle metodologie indicate per evocare i demoni descritte in altri testi esoterici, come per esempio nel Sanctum Regnum che abbiamo già descritto.

Alla fine del capitolo La grande arte di parlare con i defunti, contenuto nel Dragone Rosso, l’autore ammonisce il negromante dicendo che è assolutamente necessario non dimenticarsi le istruzioni descritte, nemmeno il più piccolo particolare perché altrimenti correrà il rischio di cadere nelle insidie dell’inferno.

E questo è un concetto fondamentale infatti la Chiesa cattolica tutt’ora considera i malefici una delle principali cause di possessione diabolica: malefici subiti a nostra insaputa, fatture, maledizioni e malocchio.

Ne è fermamente convinto anche il padre paolino modenese Gabriele Amorth che ammonisce severamente in merito alla pericolosità di far uso della magia occulta: il celebre esorcista sostiene che chiunque si rivolga ai maghi, ai cartomanti agli stregoni e chi partecipa a sedute spiritiche o a sette sataniche, chi si dedica all’occultismo e alla negromanzia, risulta seriamente esposto alla possessione diabolica.
Questo perché i demoni sono sempre alla ricerca di una via per nuocere all’uomo e toglierlo dalla salvezza di Cristo per cui, chi ricerca i morti o partecipa a messe nere, apre un portone a Satana e a varie legioni di demoni che non si fanno sfuggire l’occasione. Anche chi pratica fatture o malefici per nuocere a qualcuno si serve del demonio, quindi il male si può subire essendone all’oscuro.

D’altronde anche la Sacra Bibbia è molto chiara su questo aspetto (Deuteronomio 18, X-XII):“Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o l'augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore; a causa di questi abomini, il Signore tuo Dio sta per scacciare quelle nazioni davanti a te”.

Quindi chi vuole causare male è preda egli stesso del diavolo: superstizione? Mitologia? Credenza popolare? Preconcetto? Verità? Difficile rispondere a questi quesiti e ognuno, in cuor suo, si darà una spiegazione più o meno logica.

Una considerazione è d’obbligo però: le gerarchie infernali stanno bene dove sono, meglio non scomodarle per ottenere privilegi senza fatica perché il diavolo non concede nulla senza avere in cambio niente


Ottavio Bosco, autore dell'articoloL'Autore dell'articolo Ottavio Bosco nasce nel 1974, svolge i suoi studi scientifici a Pisa dove si laurea in Scienze Geologiche. Prosegue la sua formazione ottenendo l’abilitazione all’esercizio della professione di geologo presso l’Ordine dei geologi della Toscana. Attualmente vive e lavora a Pisa dove svolge la libera professione.
Ha collaborato con riviste di divulgazione scientifica (Economia e Ambiente) e ottenuto vari incarichi istituzionali che tutt’ora ricopre.
Con la casa editrice ETS di Pisa ha pubblicato il romanzo Il Purificatore (Febbraio 2011) e La Sindrome di Minosse (Novembre 2012).
Appassionato di horror, fantasy e pulp, esprime il suo hobby della scrittura con uno stile sui generis.

 

 

http://www.latelanera.com/misteriefolclore/misteriefolclore.asp?id=253

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21 luglio 2013 7 21 /07 /luglio /2013 21:42

L’origine, la storia e l’evoluzione di un mistero che dall’Egitto giunge fino al nostro secolo. Le figure mitiche che costituiscono i doccioni delle grandi cattedrali rivelano l’universo sacrale e visionario dell’uomo. Dalle chimere greche ai gargoyle dei campus universitari inglesi e statunitensi il simbolo e la forma sopravvivono al loro utilizzo tecnico e riaffermano la potenza del mito. 

1328 Race St., Philadelphia PA,USA: i sei gargoyle del vecchio quartier generale dei Vigili del Fuoco osservano placidi la folla sulla strada, mentre a New York, la misteriosa figura del green man, una faccia umana che fuoriesce da foglie d’albero, si protende dai muri esterni delle più grandi banche e agenzie finanziarie di Wall Street.
A Hydrabad, India, gargoyle in forma di dei Hindu, sembrano sporgersi all’esterno, come a benedire i fedeli dai tetti dei templi. E dalla grande cattedrale gotica di Chartres (Francia), demoniache creature a guardia del tempio, figlie e sorelle di tutti i gargoyle sparsi sulle chiese della cristianità, incutono timore dall’alto delle guglie affilate del Sancta Sanctorum.

I gargoyle si ritrovano un po’ dappertutto, dall’India alla Grecia, dall’Inghilterra agli Stati Uniti; si tratta di una delle simbologie sacre più interessanti e affascinanti poiché il loro valore intrinseco è legato ad un mistero che continua da oltre quattromila anni e collega le civiltà classiche a quelle moderne, senza soluzione di continuità, un mistero che fece sudare le proverbiali sette camicie all’architetto Violett-le-Duc, incaricato nel 1841 di restaurare la cattedrale di Notre Dame, a Parigi: decine di gargoyle furono completamente rimossi e costruiti ex novo, molti furono ridisegnati secondo il genio artistico dell’architetto che si era faticosamente calato nell’universo mitico dell’uomo medievale e nel suo cammino sacro, proteso verso un paradiso celeste e allo stesso tempo catturato e legato all’elemento terreno dai demoni di un inferno sempre vicino. Violett-le –Duc era riuscito a comprendere che i gargoyles di Notre Dame non erano stati posti nelle loro locazioni solo come decorazione, poiché la maggioranza di essi era troppo piccola per essere visibile dalla piazza antistante la cattedrale. Senz’altro doveva esserci qualcosa di più. 
La stessa questione ritorna anche oggi e la domanda focale è: che cos’è un gargoyle ?

CHE COS’E’ UN GARGOYLE

Secondo l’Encyclopaedia Britannica, il vocabolo gargoyle deriva direttamente dal latino gurgulium, (esofago o anche gola), termine onomatopeico che fa riferimento al gorgoglìo dell’acqua che passa attraverso un doccione. Quest’ultimo venne in seguito francesizzato in gargouille con il medesimo significato e da qui all’odierno gargoyle il passo è breve. Secondo la definizione classica, un gargoyle è semplicemente un doccione, un sistema di scarico per l’acqua che si protende da un tetto o un cornicione con lo scopo di allontanare l’acqua dai muri la cui malta (e in parte la pietra) verrebbe altrimenti irrimediabilmente erosa. I primi gargoyles non erano necessariamente scolpiti; si trattava di semplici accorgimenti architettonici, come scassi su travi di legno che fuoriuscivano dal tetto o tubi di varia foggia in ceramica. A partire dal X-XI sec. si cominciò a diffondere in Europa l’utilizzo di pietra per il doccione, principalmente marmo e pietra calcarea, che presentava l’indubbio vantaggio di poter essere scolpita e quindi adattata artisticamente all’architettura di base; si ha notizia anche di gargoyle di piombo che furono utilizzati per lo più nel XV sec. mentre i doccioni di terracotta, in uso in tutto il medioevo, non sono giunti fino a noi, consumati dalle ingiurie del tempo.
La prassi usuale imponeva la scolpitura del gargoyle mentre era nella sua posizione finale, e questo per evitare ritardi nell’inserzione del pezzo, rotture e altri guai che ogni mastro scultore avrebbe volentieri evitato; più rara era la realizzazione a terra della figura, che si basava solitamente su un modello in argilla o calce.
Grande cura era posta nella decorazione dei doccioni che venivano riccamente dipinti e in diversi casi dorati; col tempo le tinte si sfaldarono e vennero eliminate dalla pioggia e dall’erosione per cui oggi rimane solo la grigia superficie della pietra, senza alcuna traccia di colorazione.
La spiritualità visionaria del medioevo generò gargoyle di ogni tipo, da facce sorridenti a terribili figure demoniache, fino ad esseri mostruosi metà bestie e metà uomini e a chimere, esseri ibridi formati da più animali, posti a guardia delle cattedrali.  Ma l’origine del simbolo ibrido risale molto più indietro nel tempo addirittura all’antico Egitto.

 

EGITTO, GRECIA, ROMA

Gli egiziani, che possedevano un pantheon con un certo numero di divinità ibride, furono tra i primi a decorare con questi esseri supernaturali i loro templi e li ritrassero in innumerevoli dipinti murali. Dall’Egitto le chimere entrarono nell’inconscio collettivo greco, che pure possedeva una forte propensione alle visioni fantastiche, e si cominciò ad utilizzare arpie, centauri grifoni e altri; in particolare teste di leone furono tra i primi gargoyle greci, dalla cui bocca usciva l’acqua di scarico. Dalla Grecia, l’uso divenne comune nel mondo classico e tanto che il Green Man si ritrova anche in colonne romane del II sec. e addirittura in templi Hindu.      
La caduta dell’impero romano d’occidente causò una flessione nell’utilizzo di questa tecnica architettonica ed è solo dal XII secolo si comincia a notare una omogenea diffusione in Europa del doccione a forma di gargoyle e anche in Giappone, dove erano comuni i gargoyle modellati sulla forma di Shachihoko, demone con testa di tigre e corpo di pesce. Alla fine del XIII sec. le figure appaiono più complicate, alte fino a un metro e scolpite con più cura. In questo secolo le forme umane tendono a rimpiazzare quelle animali. E in quello successivo si nota un generale aumento della plasticità della postura e dei particolari. Il XV sec. vede una comune tendenza all’espressione facciale buffa, grottesca o con un ghigno sinistro.
Il gargoyle, come pure il grotesque (vedi box) viene utilizzato comunemente fino al XVI-XVII sec., dopodichè viene ripreso occasionalmente da istituzioni accademiche, chiese o anche banche con intenti propiziatori, apotropaici o di semplice decorazione.
GARGOYLE IN TEMPLI HINDU INDIA
Statue assimilabili a gargoyle in un tempio hindu

I MOTIVI E IL SIMBOLO

La simbologia dei gargoyle è incredibilmente complessa ed è possibile ritrovare un significato dietro l’immagine che a volte presenta forme tratte dalle Scritture ma più comunemente attinge all’universo pagano, un sostrato simbolico che unisce culture successive e crea una sottile linea di unione tra esse. E’ rimarchevole il fatto che ogni gargoyle muta il suo significato da positivo a negativo e viceversa nel corso dei secoli assumendo in molti casi un significato bivalente nel medesimo tempo, identificando la natura dell’uomo in due grandi tensioni psicologiche: spirituale e materiale o, se vogliamo, celeste e demoniaca.
Schematizzando fortemente le forme possiamo rintracciare i motivi ricorrenti da cui si generano, tenendo presente che le variazioni sono pressoché infinite :

IL GREEN MAN
ESEMPI~1
Chiamato a volte Jack-of-the-Green o uomo delle foglie, si tratta del simbolo forse più famoso ed utilizzato anche ai giorni nostri. Essenzialmente si tratta di un viso che fuoriesce come un fiore tra foglie d’albero. A volte è una faccia composta da foglie, un po’ come in un quadro di Arcimboldo, altre volte le foglie fuoriescono dagli occhi e dalla bocca.  Il motivo appare sulle cattedrali europee a partire dal XI sec. ma è possibile ritrovarlo, come si diceva, in colonne romane del II sec. e su templi Hindu, in India, nelle sue multiformi varianti. E’ presente, come grotesque, sui muri delle principali banche di Wall Street come simbolo beneaugurante. La sua valenza simbolica riguarda la forza inestinguibile della vita che non può spegnersi ma si rinnova ciclicamente in nascita –  morte - rinascita, come le foglie caduche; a volte viene adorato come dio del grano o dio delle querce.
Nel medioevo rappresenta anche la lussuria come peccato capitale, a volte assume al contrario valore protettivo, e come tale lo si può ritrovare nell’usanza delle popolazioni celtiche di avvolgere con foglie di querce le teste impalate dei caduti dopo una battaglia, per allontanare gli spiriti del male. Nella saga di Re Artù ritroviamo il simbolo nella figura di Sir Gawain, il cavaliere verde, che dopo la sua decapitazione continuò a vivere come simbolo del potere rigenerativo delle piante. La sua testa avvolta da foglie ritorna nell’antica usanza della processione di maggio, in cui un ballerino ricoperto di foglie precede la May Queen. Con la Riforma si assiste ad una scomparsa del green man che ritornerà in età vittoriana come decorazione murale sulle strade. Il simbolo come viene utilizzato oggi rappresenta un semplice augurio di prosperità finanziaria.
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Un altra immagine del Green Man

CERNUNNOS
Il simbolo di un demone cornuto risale all’immagine del satiro greco che nel mondo celtico si trasformò in Cernunnos, dio delle foreste e signore degli animali, che nasce al solstizio d’inverno, si sposa e dopo una stagione di fertilità muore nel solstizio d’estate. Si alterna con la dea della luna continuando un ciclo di morte e rinascita. La sua funzione è analoga a quella del Green Man. La chiesa adottò la sua immagine per visualizzare il male.

GARGOYLE A FORMA DI ANIMALE
Cattedrale di Reims gargoyle vari
Nella maggioranza delle cattedrali medioevali (ma anche in università ed edifici eretti in periodi molto più recenti) sono presenti una varietà enorme di gargoyle animali che sembrano ghermire la struttura esterna e allungarsi per allontanare l’acqua il più possibile dai muri.

Cane
Trasmette il concetto di lealtà, e nell’universo letterario medioevale acquista doti come saggezza e logica di ragionamento, simboleggiando il sacerdote che si prende cura del suo gregge dai pericoli del mondo. Tuttavia a volte assume connotazioni negative, come il lupo che spaventa e impersona il male quando cerca di ghermire una pecora del gregge.

Leone
Assiri, Persiani, Sumeri e Greci e romani utilizzarono questo simbolo che ritorna nel Cristo, il “leone della tribù di Giuda” (Riv. 5:5) secondo la imbologia medioevale. Come il leone che si diceva dormisse con un occhio aperto, la forza del vigilante cristiano non permette al male di entrare e riunisce in sé le qualità di potenza, comportamento regale, attenzione alle verità sacre; tuttavia finì nei secoli per visualizzare il peccato dell’orgoglio.

Ariete
Simboleggia li sacerdote che cura e protegge il gregge ma incarna anche il peccato di falsità, ostinazione e furbizia rivolta al male.

Capra
La letteratura medioevale riveste la capra di una natura onnisciente, saggia e mite ma viene associata allo stesso modo anche al peccato di lussuria.

Scimmia
Normalmente simboleggia la caduta nel peccato, a causa della sua forma simile all’uomo ma con caratteristiche bestiali, altre volte diviene il male stesso.

Uccelli
Non ne è chiaro il valore simbolico ma il fatto che solchino i cieli fu una scelta obbligata per posizionare gargoyle a forma di uccelli appollaiati sui tetti. Sono rappresentati sia in forma di paradisiache creature del cielo che in forma di mostri alati. Per la loro carica di tensione plastica, possono indicare una tensione mistica ai cieli, verso l’alto, o al male, verso il basso.
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GARGOYLE DI FORMA UMANA

Spesso è possibile ritrovare gargoyle e grotesque che mostrano la lingua, con espressioni bizzarre, o sogghignanti, come pure corpi affetti da deformità fisiche. In questi casi abbiamo un riferimento piuttosto chiaro al male personificato che crea nell’uomo, attraverso il peccato, la sofferenza e la morte. La nascita di un bimbo deforme era spesso associata ad un intervento demonico. Satana stesso viene rappresentato occasionalmente come un gargoyle che mostra la lingua. Il viso contratto simboleggia anche il peccato di tradimento, eresia o bestemmia.

Giocolieri e joculatores
Spesso con maschere animali che rappresentano la bestialità insita nell’uomo, sono connessi all’idea di sfrenatezza delle passioni che imbrigliano l’uomo materiale e lo trascinano verso il peccato.

Il cavallo e il cavaliere
Dall’egiziano dio-falco Horus che cavalca un destriero  per distruggere un drago-coccodrillo, il conflitto tra bene e male viene spesso identificato come una vittoria tra un dio impersonato da un cavaliere e un mostro, che viene cristianizzato nella battaglia di S. Giorgio (o S. Michele) e il drago.
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GARGOYLE IBRIDI
Il retaggio delle bestie ibride egiziane e greche si mescolò nel medioevo all’universo mitico dei bestiari come il Physiologus 1 libri illustrati con descrizioni di animali reali e fantastici di terre lontane; presto i bestiari conobbero una diffusione enorme e influenzarono gli architetti delle cattedrali gotiche che a loro si ispirarono per alcuni doccioni e rivestirono i loro gargoyle delle simbologie acquisite attraverso i bestiari. Le caratteristiche degli animali immaginari furono chiaramente reinterpretate in chiave cristiana.
Isidoro di Siviglia (c. 570 – 636) nella sua “Ethymologiae” offre un compendio della conoscenza naturale del tempo e afferma che a coloro che si macchiavano di gravi colpe e divenivano quindi schiavi di forze malvagie, sarebbero state fatte mangiare erbe magiche che li avrebbero trasformati in esseri mostruosi, commistioni tra uomini e animali, in armonia con la credenza che la degenerazione spirituale portava con sé anche quella fisica, credenza che riappare nel III Reich e che giustifica la soppressione di handicappati e disabili con il pretesto della razza pura e della salvezza spirituale della Germania.
Dai bestiari dei primi secoli della nostra era e dal libro di Isidoro, sembrano provenire le prime forme moderne di gargoyle e grotesque ibride. Tra queste troviamo:

 

Draghi
Il drago, spesso rappresentato con corpo di serpente (o rettile) e ali di uccello (o pipistrello), con artigli e sguardo e alito di fuoco, nell’uso medievale dei gargoyle si può far risalire a Satana, l’originale serpente, che offre la prospettiva allettante di una conoscenza superiore che si rivela invece fallace causando sofferenza e morte. Dal mondo greco romano, si sposta alla tradizione cristiana, sempre come leviatano, o mostro simboleggiante il male.  

Chimere
Chimera cattedrale di Reims
Chimera, cattedrale di Reims

Derivanti dalle chimere greche, i corrispettivi architettonici medievali avevano testa leonina, corpo di capra, coda di serpente e sputavano fuoco dalla bocca. Spesso i gargoyles mescolavano anche altri animali nella figura di chimera, con musi,  becchi o altre appendici mostruosamente esagerate; per ciò che concerne la simbologia, sembra corretto un riferimento alla multiformità degli aspetti in cui il diavolo si manifesta  e in modo particolare all’attrazione sessuale.
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Gargoyle, duomo di Pisa

Medusa
La bellissima fanciulla dalla folta chioma fu amata da Poseidone; questo scatenò le ire di Atena che la trasformò in un mostro con serpi in luogo degli splendidi capelli con il potere di trasformare in pietra chi l’avesse guardata negli occhi. Uccisa da Perseo che portò la sua testa ad Atena, ritorna spesso nella simbologia del medioevo diventando essa stessa un gargoyle di pietra. L’orribile faccia della gorgone doveva terrorizzare chiunque fosse stato tentato di commettere il male e allontanare i demoni dal luogo santo.
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Gargoyle appollaiati sulla cattedrale di Praga

 

IL MISTERO DEI GARGOYLE
ariete Cattedrale di Reims
Gargoyle a forma di animale, Cattedrale di Reims

Come si è notato, gargoyle e grotesque possiedono sempre due valenze una negativa e una positiva assumendo valori virtuosi o demoniaci allo stesso tempo e questo costituisce forse il mistero più grande.
Dovendo restaurare e in molti casi ricostruire i gargoyle di Notre Dame, l’architetto Violett-Le-Duc capì che il vero significato del gargoyle non risiedeva nella sua funzione tecnica; infatti nel corso del tempo, e comunque già durante il medioevo, si trovarono accorgimenti migliori e più semplici da realizzare per allontanare l’acqua piovana dalla pietra.
E neppure nella sua funzione artistica poiché nella maggioranza delle cattedrali europee le figure si trovavano troppo in alto per poter essere ammirate, alcune addirittura nascoste dalle guglie. Sono state proposte varie soluzioni a questo problema, per esempio i gargoyle sarebbero stati utilizzati come guardiani della chiesa che avrebbero terrorizzato i demoni. Altri studiosi hanno teorizzato al contrario che i gargoyle simboleggiassero demoni da cui i passanti avrebbero trovato scampo rifugiandosi in chiesa oppure che sarebbero state forze malvagie vinte e convertite dalla chiesa. Altre spiegazioni fanno riferimento al simbolo di anime peccatrici a cui era proibita l’entrata nella chiesa, condannate per la loro condotta ad essere tramutate in pietra oppure sarebbero simbolo delle paure inconsce dell’uomo medioevale.

Possiamo considerare la soluzione al mistero dei gargoyle come un insieme di queste teorie, e forse qualcosa di più. L’uso moderno del gargoyle riprende simboli antichi riattualizzando un legame tra uomo e simbolo che sembra non subire la corrosione del tempo; banche, caserme e università in Europa, India Giappone e negli USA decorano ancora con grotesque e doccioni le proprie strutture come augurio di prosperità, salute e buoni affari ed ogni traccia di spiritualità nel simbolo sembra essersi dissolta. A ben guardare non è così: la sopravvivenza del segno simbolico indica la sopravvivenza del suo significato, un green man significava prosperità nel medioevo come oggi, ma se è piuttosto semplice interpretare i motivi che hanno spinto gli architetti moderni ad inserire sulle loro creazioni dei grotesque “tematici”, rimane comunque affascinante la visione dei gargoyle e dei grotesque di Chartres, Westminster e di tutte le abbazie, università e cattedrali che sorgono un po’ dovunque in Europa. Un mistero, in fondo che si svela poco a poco, man mano che entriamo nella mente dell’uomo del medioevo; un modo insolito ma davvero istruttivo di osservare la storia.

GARGOYLE E GROTESQUE
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Esempio di grotesque moderno

Mentre i gargoyle hanno essenzialmente la funzione di allontanare l’acqua piovana dalle mura di un edificio, si dice grotesque (o grottesca, in italiano) l’uso medioevale di decorare un elemento architettonico parietale con figure dipinte e scolpite di esseri umani deformati, animali o bestie immaginarie. Si tratta essenzialmente di figure bizzarre, fantastiche o semplicemente decorative che presentano spesso forti valori simbolici. Derivato in parte dall’arte romanica, il grotesque trova la sua massima diffusione nel tardo XIII e soprattutto nel XIV sec. quando si diffonde dovunque l’elaborazione di motivi fantastici sui bordi di manoscritti, negli interni delle chiese, nelle volte ecc. Dalla costruzione della cattedrale di Canterbury, nel XIII sec. i grotesque si diffondono in tutta Europa e divengono una comune tecnica decorativa.
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Gargoyle presente sul duomo di Pisa


GARGOYLE E FOSSILI DI DINOSAURO

Tra le numerose teorie proposte dagli studiosi per spiegare la nascita dei gargoyle una spicca per originalità: il libro “The First Fossil Hunters” afferma che le antiche leggende sui mostri avrebbero tratto origine dalle ossa di dinosauro rinvenute da nomadi dell’Asia in tempi precedenti all’Era Volgare. Il grifone  sarebbe nato come interpretazione dello scheletro fossile di protoceratopo e l’autrice Adrienne Mayors afferma che i simulacri di grifone trovati negli scavi di Samo ricalcano perfettamente le ossa fossili di Protoceratopo, un dinosauro che visse 65 milioni di anni fa, che possedeva una forma simile a quella del leone con escrescenze ossee laterali, interpretabili come ali. 

LA LEGGENDA DEL DRAGO LA GARGOUILLE
In aggiunta alla derivazione onomatopeica del vocabolo, si tramanda una leggenda, di gusto tipicamente francese, che offre una etimologia fantasiosa e romantica: secondo la leggenda un drago enorme causava distruzione e morte nei dintorni di Rouen. Il mostro, chiamato La Gargouille dagli abitanti del borgo, possedeva ali e un corpo simile a un rettile; viveva in una caverna nei pressi della Senna e veniva placato con offerte sacrificali annuali, in modo particolare con giovani fanciulle. Intorno all’anno 600 della nostra era giunse a Rouen un sacerdote di nome Romanus (il futuro arcivescovo di Rouen) che promise di liberare il paese dalla minaccia che incombeva in cambio della conversione di tutti i cittadini e della costruzione di una chiesa. Romanus esorcizzò il mostro e lo sottomise con il segno della croce e lo condusse lontano dalla città legato ad un guinzaglio fatto con la sua tonaca. La Gargouille fu bruciato su un rogo ma il collo e la testa, temperati dall’alito rovente, non poterono essere bruciati e vennero perciò staccati dal corpo e posti sulle mura di Rouen, divenendo così il modello per i gargoyles dei secoli successivi.

 

1 Il Physiologus fu redatto intorno al II sec. E.V, opera di un autore di cui si conosce solo l’origine greca e poco altro; egli tentò di rivestire le leggende geografiche dei suoi giorni di contenuti cristiani. Presto il libro conobbe una diffusione enorme, divenendo uno dei testi più letti del medioevo. Poco a poco le 40 storie aumentarono fino a 150 e cominciarono a influenzare la società, dall’araldica (che ricevette molti dei suoi simboli) all’architettura.

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17 luglio 2013 3 17 /07 /luglio /2013 21:21

Da sempre l’umanità ha attribuito la “concentrazione” del “lignaggio”, della “casta”, e del potere gerarchico, a tre oggetti rituali, intimamente correlati: l’anello, lo scettro (con le varianti spada, flabello, lituo, bastone) e la corona.
Altri paramenti simbolici come le cavigliere, gli orecchini, la cintura, le fibule, le collane o i mantelli, (o in oriente i ventagli) e poi le mostrine e i vari labari, fanno parte ugualmente delle attribuzioni proprie della categoria sociale-iniziatica, ma sono più connesse al concetto d’investitura che a quello della individuzione di uno specifico potere.  

altOgnuno di questi oggetti si suddivide a sua volta in varie categorie su cui ci ripromettiamo di tornare.In queste note, che riportano quasi integralmente quanto sviluppato nella affollatissima conferenza del 13 gennaio 2007, vorrei approfondire alcuni dettagli relativi alle geometria dell’anello (parliamo ovviamente, sempre, di anello sacro) e alla sua connessione con la potenza che tale oggetto conferisce a chi lo indossa o a chi, per merito o per avidità, se ne impossessa.

L’anello è il più piccolo fra tali oggetti ma ad esso sono state dedicate, per millenni, le attenzioni di sacerdoti, astrologi, maghi. Attenzioni rivolte alla sua preparazione, alla sua forma, e alle sue funzioni. Teofrasto, nel 315 a .C è il probabile autore di uno dei primi trattati sulle pietre e anche Dioscoride produsse una classificazione sulla loro funzione magico-terapeutica (v anelli egizi di fig. 2 e fig 4). Ovviamente anche Plinio nella sua Storia Naturale ne tratta diffusamente e lo stesso Plutarco sembra abbia affrontato il problema in un piccolo trattato detto “Intorno ai fiumi”. In occidente lo studio degli anelli e della litica ad essi connessa, si sviluppa dopo il IV sec. D. C. con una proliferazione di “Lapidarii”  che approdano al più famoso tra essi: Il “De mineralibus” di Alberto Magno.
Non sempre l’oro rappresenta il minerale d’eccellenza dell’anello (fig. 1). altSpesso il ferro, soprattutto per gli anelli conferiti a caste guerriere, lo sostituisce. A volte gli anelli con funzione magica sono dei monoblocchi di pietra, o di resina fossile, o di corno con incisioni interne ed esterne. L’elemento fossile o la pietra in cui sono intagliati, hanno spesso funzione apotropaica o terapeutica. Idem dicasi della pietra incastonata. Gli antichi, assai spesso, non fanno grandi differenze fra uno smeraldo e un dioptasio, fra una tormalina e un pezzetto di “faillence” verde (fig. 2). Più importanti sono il colore, la provenienza o il trattamento (con soluzioni, erbe, esposizioni alla luce, o altro) della pietra stessa e la preparazione (che a volte richiede mesi) del metallo.
Ma per quale ragione ad un oggetto, a una pietra, al di là del significato mitologico (vedi quello celebre del Silmarillon luciferino, o dell’anello dei Nibelunghi, fino ad arrivare al rapporto con le origini divine, come quello concesso ai “pignora” della Roma arcaica,  ecc.) dovrebbero essere conferiti determinati poteri, a volte benefici, altre terrifici?
Questo è un argomento assai complesso che, da una parte confina con la più sciocca superstizione e dall’altra col senso stesso della religiosità e del divino.
Il limen, tradizionalmente, è stabilito dalla dignità dell’officiante e dalla conoscenza di colui che opera; la definizione delle prerogative del magus o del sacerdos e la loro distanza dalla… fattucchiera o dai codiddetti “operatori dell’occulto” ci porterebbe assai lontano.

Per ora basti effettuare una divisione in due grandi classi.

La prima comprende l’immensa quantità di amuleti d’ordine popolare, elaborati in ogni epoca e in ogni regione del mondo, pressoché in serie, con funzione genericamente magica-protettiva.
altLa seconda comprende una piccolissima quantità di oggetti misteriosi, trattati con estrema prudenza e rispetto, sovraccaricati da secoli o millenni di riti e le cui origini si perdono nel mistero. A tali oggetti viene spesso attribuita una provenienza celeste o una nascita dalle folgori (celebre è la venerazione in Tibet, ma anche a Roma, delle pietre meteoriche) o una generazione per la virtù dell’acqua sacra dei fiumi (come gli shiva-lingam dell’India centrale). Spesso tali oggetti, protetti da forzieri, nascosti in sacelli, inseriti nei penetrali dei templi, o sotterrati e custoditi da specialissimi sorveglianti, diventano elemento di culto quando non di venerazione o fanatismo, e attraversano le normali dimensioni spazio-temporali, provocando una vera e propria catarsi in colui che per fortuna o per disgrazia, ha la ventura di avvicinarli. L’indegno, infatti ne resta spesso…incenerito; il degno ne trae salute e conforto o trasformazione e, comunque, rivoluzione della propria esistenza.
Questa è la ragione per cui, ad alcuni “signa” caratteristici di scuole iniziatiche, è stata data una caccia spietata, come se il semplice possesso conferisse autorità e diritto.
altQuesta è anche la ragione per cui certi anelli (come quello pontificale) vengono spezzati alla morte del possessore ed altri, come quello di famiglia o del “capo” dell’ordine iniziatico, vengono invece trasmessi “ad personam”. Sulle “usurpazioni” che spesso sono state fatte di tali “segni” di potestà potremmo aprire un altro doloroso capitolo che però ha soprattutto un interesse storico e quindi esula dalla nostra conversazione.

Le origini dell’Anello come ciclo cosmico.

Come già detto in altre occasioni l’anello più “grande” visibile sulla terra è quello costituito dalla fascia zodiacale[1]. E se c’è un archetipo, antesignano di tutti gli anelli magici, dobbiamo considerare proprio il cerchio dell’eclittica. In tale cerchio il pensiero magico dell’homo religiosus, ha proiettato la scienza delle sue origini e, attraverso l’osmosi fra la ritmica cosmica e quella fisiologica, ha compreso e ascoltato e celebrato l’orma della Grande Omologia fra i Cieli e la Terra. 
A tale magico anello si affianca come noto, il celebre mito dell’Ouroburos, caratteristico di una visione “ciclica” del tempo e delle ere, e che contrassegna buona parte delle cosmogonie primordiali. Per cui il serpente di Ajon, o quello che avvolge tante altre sconcertanti divinità primordiali in uno o più anelli, come quella rappresentata in fig. 3, (relativa ad un ritrovamento ligneo del primo secolo ad Anghiari)[2], è sempre intimamente connesso alla successione delle ere. Per la stessa ragione le ritmiche anulari che contrassegnano i rosoni romanico-gotici, gli zodiaci pavimentali e i labirinti, sono assai spesso riconducibili a questo meraviglioso “viaggio primordiale” del Sole nell’anello degli abissi del cosmo[3]. altTale viaggio, che sia rappresentato dalla barca di Ra, che sia svolto dall’operosa marcia dello scarabeo stercorario (fig 4), che sia indicato dal preciso puntamento delle gallerie delle piramidi, che si distenda nei multicolori graffiti dell’impero dei Maia, o che sia segnato dal dodecagono della Via Crucis[4] si rifà costantemente ad un cerchio, ad un anello magico, che contrassegna le precessioni equinoziali e la successione dei cicli cosmici.

L’anello e i poligoni

Ovviamente la partizione della grande fascia zodiacale in zone si riflette, analoga, sulla terra. Ma sulle divisioni in 3, 4 o 12 parti dell’anello zodiacale, così come nel templum o nella città sacra, abbiamo abbondantemente trattato in vari testi.[5]
Dobbiamo solo ricordare che, come nel “pomerium” romano (sorretto dal cardo e dal decumanus maximus che ne rappresentano gli assi) esiste una profonda differenza fra ciò che è fuori dal solco primigenio e ciò che è dentro, anche nel piccolo anello che viene portato al dito esiste una differenza. Nella parte esterna viene, infatti, mostrato ciò che conferisce autorità, ciò che va reso palese ad amici e nemici. Nella parte interna si trovano spesso i simboli occulti, la vera protezione per colui che lo porta (vedi figg. 1-2-4-5-6))[6]
Per tale ragione l’usanza recente di scrivere all’interno degli anelli i nomi degli sposi (un tempo i nomi erano scritti esternamente, come nell’anello ostrogoto riportato in fig. 1, risalente ai tempi di Alarico) riprendeva il concetto della “conoscenza del nomen” e quindi, per omofonia, del noumen che sovrintende lo sposo o la sposa. Forse una volta si scriveva non tanto il nome ordinario quanto quello “angelico” o connesso all’anima del compagno e il conferimento dell’anello era esclusivamente da uomo a donna, non ad indicare un possesso ma un’assunzione di ruolo nella sacralità della famiglia.
altNell’interno degli anelli, per lo stesso principio, venivano riportate delle formule rituali (Tolkien ha reso celeberrimo l’anello pre-runico trasportato dal povero Frodo) che potevano essere incise direttamente sulla fascetta o addirittura sul castone (come nell’anello in calcare del 1500 a .C. di fig.6).
Gli anelli, soprattutto quelli di tipo magico, avevano spesso una griffa con un perno, che rendeva la pietra  libera di girare su se stessa (come negli anelli egizi riportati a margine). In tal modo il simbolo mobile, e ciò che in essa era inciso o rappresentato, diventava, per così dire, vivente, soprattutto se animato dalla formula magica adatta, correttamente trasmessa (fig.2).

La pietra fissa e la pietra mobile

altIl castone porta la “pietra” e può essere tangente o secante nel senso che, come mostrato nei disegni in figg. 8 e 9, può comportare una interruzione della circolarità dell’anello o prevedere un vero e proprio “annegamento” della pietra nella fascia metallica.
La pietra di un anello sacro, iniziatico, magistrale, sacerdotale, ecc,, così come abbiamo anticipato nel precedente articolo, era generalmente collegata ad un complesso sistema di preparazione, connesso a sua volta con i colori e le proprietà dei pianeti e dei paranatellonta del ciclo zodiacale.
Ma esiste una grande importanza nella “interruzione” del percorso anulare, causata dalla inserzione della pietra nel cerchio metallico.
altNel disegno stilizzato di fig.7, un anello aperto accoglie una pietra rossa. L’apertura rappresenta, dal punto di vista ermetico la creazione di un “bipolo magnetico”, similmente a quanto accade aprendo una calamita (l’argomento è assai delicato e prego tutti gli ex colleghi… ingegneri e non, esperti di elettricità, di perdonare questa forzatura che non ha alcun riscontro plausibile in qualsiasi moderna teoria sull’elettromagnetismo). Diciamo dunque che la pietra si trova, per così dire, sospesa fra due polarità “metafisiche” e, per tale ragione la sua “mobilità” risulta quanto mai importante. Ovviamente si tratta di “polarità” fuori da ogni norma scientifica corrente, in quanto stiamo trattando, nello stesso modo, sia materiali conduttori, come quelli a base di ferro o di oro, come quelli assolutamente isolanti.
Per aggiungere un ulteriore stimolo a coloro che si interessano scientificamente di determinati argomenti, vorrei ricordare che il piano di rotazione della pietra di un anello “magico” come quelli in figura, risulta in genere ortogonale a quello dove giace l’anello stesso. E forse qualcuno sa che la “fuga” delle stelle dalla galassia di appartenenza avviene secondo un principio analogo….

Le combinazioni di anelli

L’anello congiunto ad altri anelli forma una catena.

altLo spessore degli anelli determina i gradi di libertà di ogni anello rispetto agli altri della catena (fig 10). Degli anelli il cui spessore sia quasi uguale al rispettivo spazio vuoto, uno dell’altro, restano perfettamente incastrati fra loro, e possono semplicemente scorrere, ruotando su piani ortogonali. Se invece lo spessore dell’anello è irrisorio rispetto allo spazio vuoto abbiamo una possibilità di reciproca rotazione sullo stesso piano dullo stesso asse di rotazione di circa 360° (a meno dei pochi gradi impediti dallo spessore stesso di ogni anello). Tali ovvie considerazioni geometriche ci conducono verso una interessante considerazione che…geometrica non è: mentre se uniamo due anelli, abbiamo ovviamente che nella sezione “vuota di uno entra la sezione “piena” dell’altro, in una catena ogni singolo anello accoglie, nel suo spazio “vuoto”, due “pieni”. Questa banalissima considerazione fisica ha, in realtà, numerose implicanze sul concetto stesso di catena magnetica sotto il profilo ermetico.
Il termine catena non è perciò stato usato dall’ermetismo solo per indicare un certo tipo di vincolo ma perché il particolare oggetto si prestava a rappresentare una molteplicità di funzioni sapienti.
Seguendo Kircher (v. articolo di A.M.Partini) la catena magnetica rappresenta lo stesso Mercurio o il magnete, o il potere di collegare fra loro e “attivare” degli stati dell’essere o dei componenti dell’Opera.
altMa la catena indica anche il collegamento iniziatico, quindi la filiazione regolare di un determinato corpus tradizionale. Infine la catena rappresenta anche il gruppo, l’insieme di adepti visibili che formano il circolo iniziatico. Il suo funzionamento è dato dal grado di mobilità di ogni anello rispetto agli altri e dalla sapienza con cui l’insieme si mantiene stabilmente vivo, operativo.
Questo ci fa comprendere che, sia simbolicamente che fisicamente, non può formarsi una catena chiusa se non esistono almeno tre anelli ed ognuno di questi ha necessariamente due connessioni con gli altri.
Una particolare figura geometrica anulare o semicircolare che può essere considerata come un continuum o come una catena di anelli (fig 10 e fig 11), aperta da una sola parte, è il “coro”. Parliamo ovviamente di quello disposto in maniera circolare o semicircolare nell’abside del tempio, ma anche di quello composto da qualsiasi gruppo di persone che si tiene circolarmente per mano. Il “coro” è una catena particolarissima. E’ un insieme di anelli…. che cantano e girano e forse questo ci può ricordare quei particolari anelli che segnano le eclittiche delle sfere celesti, di cui Pitagora ascoltava l’armonia… e alle quali Dante ascendeva nel suo viaggio celeste. 
La radice di coro (che sia angelico o terreno, al momento non importa) è simile a quella di corona anche se quest’ultima viene in genere collegata al corno o alle corna (altro argomento su cui torneremo in futuro).
Anche i due anelli matrimoniali rappresentano una “catena”. Anzi esplicitano più che mai il senso del simbolo, cioè delle due parti di uno stesso insieme. In fondo l’anello longobardo in figura, che riporta i due nomi, assolve una funzione assai simile, simbolicamente, a quella dei due nomi su due anelli distinti, di tradizione assai più tarda.
altL’anello matrimoniale (fig 12) è chiamato anche “fede”. Termine terribile e impegnativo questo, proprio come l’omonima virtù teologale. E’ un impegno- una catena- una protezione, un vincolo, una congiunzione, che interfaccia il divino fra due cerchi che, uniti, formano un nuovo sigillo.

Una catena divertente e particolare è quella formata nel girotondo: un circolo sapiente di fanciulli mette in moto le rinascite e dona, giocando sulla magica filastrocca, la vita e la morte. E ’ un ricordo ancestrale, comune a molte tradizioni occidentali, su cui forse torneremo in occasione di un prossimo incontro sui giochi infantili.
Ma la corona più nota, sia in ambito cristiano, che islamico, che indiano, è quella del rosario. Una corona straordinaria (fig.11) che, secondo una ritmica ed una simbologia ancestrale, se opportunamente “svolta”, completa l’opera alchimica. Per coloro che possono intendere, ovviamente.

 

 

 

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