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16 luglio 2013 2 16 /07 /luglio /2013 21:25


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Se il primo vampiro fu Lilith, prima moglie di Adamo, che fu condannata a girare per il mondo uccidendo i bambini e succhiandone il sangue, il primo lupo mannaro fu Licaone. Da lui discendono tutti i lupi mannari.
La vicenda di Licaone è narrata da Ovidio ne Le metamorfosi. Si racconta che Giove, avendo udito dei terribili riti che si facevano in Arcadia, avesse voluto andare a controllare sotto false spoglie. Un giorno giunse davanti alle porte del palazzo di Licaone, e gli chiese ospitalità. Licaone acconsentì, ma solo per poter uccidere il nuovo arrivato e mangiarselo. Però, Licaone, sospettò l'inganno, e volle mettere alla prova Giove.
L'indomani, Licaone, servì a tavola la carne di uno schiavo da lui precedentemente sgozzato e squartato (secondo altre fonti servì addirittura le carni del suo stesso figlio), e attese che Giove mangiasse. Però Giove scoprì l'inganno, e infuriato fece cadere il castello di Licaone, schiacciando tutti i suoi servi e tutti i suoi guerrieri. Solo Licaone rimase vivo, ma per punizione Giove lo trasformò nella bestia che più gli si addiceva: un lupo enorme e ferocissimo. Licaone si trasformò in un lupo enorme e feroce, ma restò in possesso delle sue facoltà mentali. Decise di vendicarsi di Giove.
Una notte Licaone scalò il monte Olimpo, e si introdusse di soppiatto nella camera ove Giove dormiva, con un mano una scure. Ma Giove si svegliò appena prima che la scure lo colpisse, e condannò Licaone a vagare per sempre tra i boschi e le campagne, divorando gli umani.
Così nacque il primo lupo mannaro.
La parola "licantropia" deriva dal greco lykos (lupo) e anthropos (uomo); indica quindi la trasformazione di un uomo in un animale selvaggio, solitamente (ma non sempre) un lupo.
Si hanno testimonianze scritte di questa credenza già presso i Greci, che erano convinti che nella regione della Tessaglia ci fossero streghe tanto potenti da potersi trasformare in animali.
Nel Medioevo le leggende si moltiplicarono; il licantropo era censito tra i mostri del Liber Monstruorum, tra chimere, unicorni, basilischi e vampiri.
Si pensava che i licantropi fossero stregoni, condannati dal diavolo a trasformarsi in lupi e ad errare di notte in cerca di vittime.  La caratteristica saliente del lupo mannaro è la sua doppia natura umana e bestiale che convivono nello stesso essere.
La trasformazione era rapidissima, perché questi esseri avevano il pelo di lupo appena sotto la pelle. A tale proposito il famoso medico Pomponazzi, noto per aver affermato che la stregoneria era tutta un'invenzione, raccontò che gli era stato portato un giorno un contadino, il quale affermava di essere un licantropo e passava le notti di luna piena ululando. Il poveretto era ridotto male perché, non avendo affatto l'aspetto di un uomo-lupo, i suoi vicini lo avevano tagliuzzato con un coltello per vedere se aveva sotto la pelle il pelo del mostro. Pomponazzi lo curò pazientemente sia dalle ferite che dalla sua malattia mentale.
Per eliminare i lupi mannari ogni paese aveva i propri metodi, più o meno cruenti: alcuni andavano per le spicce e consigliavano un coltello d'argento piantato nel cuore (sostituito, in tempi più recenti, quando la tecnologia lo consentì, con pallottole d'argento); altri preferivano il fuoco, altri ancora la decapitazione, come per i vampiri.


Con l'avvento del cristianesimo, nasce la figura del lupo come animale infernale, antropofago e malvagio. Da sciamano della tribù, si passa allo stregone.
Nel cosiddetto "Autunno del Medioevo", ogni cosa era peccato, tutto era visto come ignobile, e l'unica salvezza era la preghiera e il perdono di Dio. Era Satana che aveva mandato i lupi, e di conseguenza i licantropi. Il potere della metamorfosi da uomo in bestia, viene visto come un castigo divino, o come una conseguenza di un patto fatto con Satana, o all'assunzione di filtri magici. Ed è la caccia alle streghe. E, ovviamente, ai lupi mannari.
Pochi sanno che furono condannati a morte una quantità enorme di uomini e donne, anche con problemi mentali o malattie della pelle. Una quantità seconda solo a quella delle presunte streghe. Venivano accusati di essere licantropi gli allucinati, i dementi, gli emarginati, gli affetti da ipertricosi (malattia della pelle che fa crescere in modo sproporzionato i peli del corpo), e la gente mal vista. Venivano accusati di avere offerto sacrifici umani al Diavolo, di avergli dedicato ballate coi corpi spalmati d'unguenti, e anche di avere invocato demoni che, in cambio dell'anima, offrivano cinture o pelli di lupo.
La caccia al mostro non migliorò certo con la comparsa della rabbia. Migliaia di uomini furono bruciati vivi mentre invece avevano bisogno di cure (anche se a quel tempo non era ancora stato scoperto il vaccino anti rabbia, ne tantomeno era stata scoperta la rabbia). A pari passo si stava svolgendo l'eliminazione sistematica di tutti i lupi in Europa. La rabbia si diffuse principalmente tra lupi, volpi, e cani.
Il licantropo fu visto sempre di più come una creatura mandata dal maligno, e perciò da scovare e uccidere. Molte persone con problemi mentali o malattie furono bruciate vive. Pochissimi i casi di grazia. Uno in particolare riguardò Jean Grenier, il quale aveva una malformazione alla mandibola inferiore, la quale sporgeva in modo marcabile. Di carattere violento e affetto da disturbi mentali, questo ragazzo di quindici anni venne condannato a servire in un monastero in seguito alla denuncia di Marguerite Poirer, una ragazzina che era stata attaccata da lui e che si era difesa colpendolo alla schiena e al fianco con un bastone. Disse che Jean grenier continuava ad urlare di essere un lupo mannaro, e che l'avrebbe uccisa per mangiarle la carne delle braccia e delle gambe.
Ci furono altri casi di assassini (oggi diremmo serial killer) che dissero di avere stretto un patto con Satana per ricevere in cambio una cintura di pelle di lupo che permetteva loro di mutare forma. Il caso più eclatante è quello di Peter Stumpft, che all'età di dodici anni cominciò a frequentare i sabba, e infine si unì con un patto a Satana. In cambio di una cintura di pelle di lupo, Peter, vendette la sua anima. Da quel momento, e per la durata di venticinque anni, cominciò ad uccidere persone ed animali sotto forma di lupo mannaro. Uccise due donne incinte, e dopo averne asportato il feto dal ventre ne mangiò il cuore. Uccise molti bambini, e ne mangiò le carni. In tutto fece sedici vittime, più il suo stesso figlio, a cui mangiò il cervello. Si macchiò anche di incesto, violentando figlia e sorella. Fu catturato dai gendarmi, e dopo varie torture, confessò, denunciando anche come suoi complici la figlia da lui sedotta, e una sua amante. Il suo corpo venne fatto a pezzi con delle lame roventi, i suoi arti spezzati con una mazza, e infine fu decapitato. La sua testa fu innalzata su un palo, e vicino a lui furono sistemate sedici figurine, rappresentanti le sue vittime.
Necrofago, satanico, incestuoso, adultero; Peter Stumpft è l'incarnazione di tutti i mali possibili, e attribuibili a un lupo mannaro.
I tratti del lupo mannaro nel medioevo furono scritti da Jaques Collin de Plancy nel suo Dictionnaire Infernal.
La bestia del Gévaudan
Il fatto di cronaca riguardante il lupo mannaro più terribile. Al tempo si pensava a un licantropo, di cui venne sospettato l'ex sindaco del Gèvaudan, che sarebbe stato visto trasformarsi in un lupo che cammina su due zampe.
Tutto cominciò nel 1764, quando venne assalita una bambina nel bosco di Merçoire, presso Lagnogne. Riuscì a sfuggire, e fece una descrizione accurata della belva: "è grosso come un vitello, con il petto ampio, il collo robusto, le orecchie dritte, il muso da levriero, la gola nera con due denti laterali lunghi e affilati, la coda sfrangiata e una striscia bianca che va dalla sommità della testa all'estremità della coda stessa. Si muove a balzi lunghissimi."
Da allora la regione del Gévaudan fu assalita da continui attacchi. Le poche persone che riuscivano a sfuggirle, tra cui una bambina di nome Jean Denis, impazzirono per lo shock: altre, come una donna di quarantacinque anni, furono pure sfigurate.
L'otto ottobre dello stesso anno, due cacciatori spararono quattro colpi durante una battuta di caccia, ma il mostro riuscì a sfuggire. È palese il riscontro con la rabbia. Infatti, questa malattia, rende insensibili al dolore.
Senza sosta, gli diedero la caccia prima un reggimento di Dragoni a cavallo, poi il più celebre cacciatore di lupi della zona. Sterminarono centinaia e centinaia di lupi, ma la furia della belva non si placò.
Venne accusato di licantropia un certo Antoine Chastel, il quale venne incarcerato assieme alla sua famiglia. Il 21 giugno del 1765, venne ucciso un ragazzo di 14 anni, e nello stesso giorno venne sbranata una donna di 45, e una bambina di cui non trovò più traccia. Chastel venne liberato.
Il problema arrivò all'orecchio di Luigi xv, il quale incaricò il suo archibugiere di corte, Antoine de Beauterne, di uccidere la bestia. Antoine tornò alla corte col cadavere impagliato di un lupo enorme: misurava quasi due metri, ed era eccezionalmente massiccio. Ma le aggressioni si susseguirono senza sosta, e il Re, per nascondere lo smacco, ordinò che le notizie al riguardo fossero censurate.
Non si conosce il numero esatto delle vittime della bestia, ma gli storici sono sicuri che il numero si aggiri attorno al centinaio. Cento persone sbranate da una belva.
Non si sa che fine abbia fatto la bestia, se sia morta in una delle battute di caccia, o sia morta di rabbia; ma si narra una leggenda, secondo la quale il 19 giugno del 1767, partecipò a una battuta di caccia Jean Chastel, padre dell'uomo accusato di licantropia. Chastel preparò in precedenza una pallottola d'argento, ottenuta fondendo un crocefisso con raffigurata la Vergine, e poi fatta benedire. Poi si sedette sui gradini della chiesa, aprì un libro di preghiere, e attese. La bestia arrivò incalzata dai cani. Chastel, continuando a leggere, alzò la canna del fucile, e fece fuoco.
"Ora non ucciderai più!" avrebbe urlato Chastel. Si dice che nel luogo dove la bestia cadde, non cresca più l'erba.
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Published by il conte rovescio - in mitologia
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10 luglio 2013 3 10 /07 /luglio /2013 21:36

Tutto sui sacrifici rituali: cenni storici, evoluzione e aspetti antropologico-religiosi poco adatti ai deboli di stomaco e ai minori...

Sacrifici Umani: riti, cerimonie e tradizioni tra passato e presente Bambini sacrificati durante riti di stregoneria per ottenere benefici dagli spiriti, uomini trucidati per placare l’ira degli dèi: agli occhi di un uomo occidentale tali usanze possono sembrare retaggio di secoli passati e di barbarie inaccettabili ma, come spesso accade, la realtà è purtroppo diversa.

Fin dall’antichità infatti l’uomo ha sacrificato propri simili per raggiungere uno scopo e, tutt’ora, tali ritualità e credenze sono presenti in diverse culture contemporanee: per esempio nella maggior parte di quelle sudamericane (fortemente influenzate dagli antichi riti incaici, maya e aztechi), oppure in talune tribù africane.


Sacrifici umani: un problema attuale e legato ai soldi

Ultimamente ha fatto scalpore la notizia che in Uganda si pratichino ancora sacrifici umani e, più precisamente, di bambini. La notizia è stata diffusa da diverse fonti, tra cui spicca quella fornita da Jubilee Campaign Law of Life, (un’associazione americana che si occupa anche di tutela dei minori), secondo cui a oggi, in Uganda, sono stati trucidati oltre novecento bambini per sacrifici umani.

Questa tremenda pratica è utilizzata per ottenere salute, successo e soldi: sotto un certo punto di vista le stesse cose che si possono ottenere da un patto con il Diavolo ma, vista la frenetica evoluzione della società moderna, il concetto di "vittime" è cambiato rispetto al passato.

O meglio, sono cambiate le modalità, dato che il fine è sempre lo stesso: trarre beneficio dal sacrificio di un altro essere vivente.
E i soldi c’entrano, e neppure poco.

I bambini dunque sono divenuti dei veri e propri beni commerciali, necessari per mantenere un grottesco mercato che si basa sul classico concetto di domanda-offerta. E non si pensi che queste barbarie siano di esclusiva competenza dei ceti più poveri e disperati, poiché il fenomeno si sta espandendo anche a livelli sociali superiori: non è raro, infatti, che uomini d’affari, imprenditori e ricchi possidenti si rivolgano a stregoni per ottenere la "merce" desiderata.

E gli stregoni, per credenza ma più verosimilmente per soldi, non si tirano affatto indietro.

Purtroppo il loro modo di agire è raccapricciante perché solitamente propongono due metodi per compiere il rito sacrificale: o seppellire il bambino vivo presso il luogo desiderato in cui si vogliono ottenere i benefici, oppure mutilarlo e raccogliere il sangue in un contenitore. Ai maschi spesso sono asportati i genitali e la testa e inumati assieme alle mani e i piedi.

Purtroppo nel continente africano sono molto diffuse tali pratiche, e la medicina Muti è un altro terribile esempio.

Sacrifici umani in Africa
foto: incisione che ritrae sacrifici umani in Africa.


Sacrifici umani: ci si mette anche la medicina rituale...

Muti è una parola di origine zulu che significa medicina tradizionale africana particolarmente utilizzata in Tanzania, Burundi e Africa meridionale.

Fino a qui niente di male, ma quali sono gli aspetti peculiari di questa medicina? Utilizzare parti di corpo umano per creare medicinali con lo scopo di curare vari tipi di patologie.

Si ritiene anche che, per ottenere la massima efficacia, le parti del corpo della vittima debbano essere prelevate quando la persona è sempre viva e che le sue urla di dolore migliorino sensibilmente gli effetti curativi del farmaco.

Anche in questo caso le vittime preferite sono i bambini e, da recenti studi effettuati da organizzazioni umanitarie internazionali, sono soprattutto i bambini albini a essere particolarmente apprezzati.

La richiesta è talmente elevata che, spesso, le parti dei corpi delle vittime sono esportate in tutto il continente, creando così una rete commerciale che sembra inarrestabile.

Anche in questo caso gli acquirenti non vanno ricercati solamente nei ceti più disagiati, ma sono soprattutto persone benestanti a mettere sul piatto le offerte più sostanziose pur di impossessarsi delle medicine ricavate da parti e organi umani: con esse si possono curare non soltanto malanni fisici, ma anche la povertà e la malasorte.

Per fortuna molte associazioni e organizzazioni internazionali si stanno occupando di queste scottanti questioni, anche se il lavoro da fare è ancora lungo e difficile.


Sacrifici umani: il punto di vista antropologico

Dal punto di vista antropologico da cosa deriva questa tremenda pratica? Possiamo conoscerne i motivi? Comprenderli?

La risposta è da ricercare nell’evoluzione e, in particolar modo, nell’istinto di sopravvivenza dell’uomo.

Gli uomini primitivi, infatti, intesi nel senso più generale del termine, erano soliti sacrificare i propri figli per ricevere in cambio di un bene superiore a vantaggio della propria tribù. Solitamente spettava alle donne questo compito e teniamo presente che i nostri "avi", che vivevano soprattutto di caccia, non si facevano scrupoli a sopprimere la propria prole in condizioni ambientali particolarmente difficili e sfavorevoli.

Lo stesso comportamento è riscontrabile ai nostri giorni osservando differenti specie animali.


Sacrifici umani e le civiltà del passato: Incas e Maya

Studiando quindi le civiltà a noi antecedenti, sembrerebbe proprio che il sacrificio rituale umano fosse una pratica molto diffusa.

Come non ricordare per esempio la civiltà incaica, quella maya e tutte le popolazioni precolombiane? Dagli scritti dei sacerdoti dei conquistatori spagnoli, per esempio, siamo venuti infatti a sapere che gli Incas, per placare l’ira degli dei, sacrificavano molti bambini. Idem per i Maya.

Cerimonia di sacrificio umano MayaLe vittime non dovevano presentare imperfezioni per non inficiare il rituale affinché gli dei accettassero il sacrificio; essere scelti per questo scopo era quindi un grande onore.

Questi bambini erano i cosiddetti capacochas, vittime sacrificali donate dagli Inca ai temibili dei delle montagne. Scelti tra la nobiltà, i bambini destinati a diventare capacochas dovevano essere belli e in ottima salute. Con il sacrificio di creature così pure, gli Incas ritenevano di offrire agli dei il tributo più prezioso. Ai bambini invece spettava l’onore di divenire divinità ed entrare a far parte della sfera celeste.

L’archeologo Max Uhle, agli inizi del secolo, rinvenne un numero considerevole di cadaveri di donne sepolte nei pressi del tempio del dio sole, Inti, nella costa del Perù: le vittime presentavano tutte evidenze di strangolamento.

Dopo questa prima importante scoperta sono state rivenute un gran numero di vittime sacrificali dislocate in vari punti della catena Andina: nella quasi totalità dei ritrovamenti, i corpi erano mummificati e perfettamente conservati a causa del clima e, soprattutto, del tipo di suolo tipico di quelle latitudini e altitudini.

È stato addirittura possibile eseguire autopsie sui cadaveri rinvenuti nel permafrost e, quindi, ottenere informazioni preziose circa le usanze degli Incas.

Come nel caso dell’agghiacciante scoperta avvenuta nel 1999 sulla cima al vulcano Llullaillaco, nell’area nord ovest dell’Argentina: qui, furono riportati alla luce i cadaveri di tre bambini di età compresa tra gli otto e i quindici anni.
Erano vestiti di lana e sulla testa portavano un ampio copricapo di piume. Secondo la ricostruzione degli studiosi essi vennero drogati con un distillato ottenuto dalle foglie di coca per combattere i malesseri dell’altitudine e per stordirli.
Una volta giunti nel posto desiderato, gli fu fatta bere una bevanda alcolica simile alla birra ma ricavata dalla fermentazione del mais, la "chica" (utilizzata ampiamente anche dagli aztechi), e in seguito furono sepolti vivi in buche profonde circa due metri assieme a un corredo di oggetti cerimoniali.


Sacrifici umani e le civiltà del passato: gli Aztechi

I riti appena descritti erano ben poca cosa rispetto a quanto praticato dagli Aztechi, in Messico, che arrivarono a compiere dei veri e propri eccidi di massa in nome del sacrificio agli dèi.

Dèi molto esigenti a quanto pare, dominatori incontrastati del cosmo, che avrebbero causato la fine del mondo se non accontentati in maniera adeguata.

Ogni giorno nelle principali città azteche venivano effettuati rituali con sacrifici umani e pare che, in queste occasioni, il sangue scorresse a fiumi dai templi.

Gli aztechi credevano che gli dèi si fossero immolati per creare il sole e, per tale motivo, era loro dovere nutrirli con l’acqua sacra, ovvero il sangue.

Ogni occasione era quindi propizia per i cruenti riti. Alla festa del dio della Primavera, per esempio, si trafiggeva a morte un giovane con le frecce per fecondare il terreno.

Sacerdoti aztechi che compiono sacrifici umani
foto: Sacerdoti aztechi durante un sacrificio.

Durante la cerimonia del Nuovo Fuoco, una delle più importanti della cultura azteca che si svolgeva ogni 52 anni, la gente si riuniva sulla Montagna del Nuovo Fuoco e il sacerdote sacrificava un uomo sovrastato dalle grida di gioia delle persone per aver ottenuta l’ennesima salvezza del mondo.

In varie occasioni i sacrifici raggiunsero livelli di vero e proprio mattatoio. In occasione della festa del tempio di Huitzilopochtli, temibile dio della guerra e del sole e protettore della città di Tenochtitlán, furono uccise più di ventimila persone.

Ma come avvenivano questi riti?
Il prescelto, indipendentemente dalla propria volontà e dopo aver condotto una lotta rituale contro vari avversari, era condotto magnificamente vestito in cima alla piramide dove veniva immolato su una pietra.

Il sacerdote incaricato del sacrificio era assistito da altri sacerdoti minori che immobilizzavano la vittima mentre gli veniva squarciato il petto con un pugnale di ossidiana e gli veniva estratto il cuore, che doveva essere offerto ancora pulsante agli dei: il sangue veniva fatto colare giù dalla piramide.

Dalle piattaforme del tempio il fumo dell’incenso e dei cuori bruciati saliva fino agli dei e la tintura nera con cui si tingevano i sacerdoti conteneva droghe che li rendeva insensibili alla fatica e capaci di danzare e cantare ininterrottamente per molte ore.

Il corpo senza vita della vittima veniva poi eliminato e, in alcuni casi, anche mangiato.

Diverse testimonianze di questi efferati rituali ci sono giunte dagli appunti dei soldati comandati dal conquistatore spagnolo Hernando Cortes che, di fatto, con la conquista del Messico pose fine alla civiltà azteca perpetuando omicidi non meno efferati di quelli compiuti dai sacerdoti durante i sanguinosi rituali propiziatori.

Certamente l’impatto dei "civili" spagnoli con gli usi degli aztechi non fu privo di un certo trauma psicologico.

Così scrivono circa la religione azteca, "…c’erano tredici divinità principali e più di duecento divinità inferiori. Alla testa di tutti questi era il terribile dio Huitzilopochtli, il Marte messicano, chiedendo scusa a Marte se lo paragoniamo a questo mostro sanguinario. La nazione lo adorava e decorava la sua immagine con ornamenti preziosi; i suoi templi erano gli edifici più imponenti, e in tutte le città dell’impero i suoi altari grondavano sangue di vittime umane".

Pare che Cortes fosse rimasto ammirato dal potere dell’imperatore azteco Montezuma e che gli avesse chiesto il permesso di entrare nei suoi santuari per vedere l’immagine dei suoi dèi.

Una volta entrato, lui e la sua scorta rimasero impressionati dall’immagine colossale di Huitzilopochtli "…con lineamenti orrendi, di carattere simbolico, che sfiguravano il suo volto. Attorno alle reni si avvolgevano le larghe spire di un serpente, in perle e pietre preziose, sparse a profusione anche sulla persona del dio. Sul suo piede sinistro brillavano le piume delicate dell’uccello-mosca che, per una strana bizzarria, dava il nome a questa temibile divinità. Il più notevole dei suoi ornamenti era una catena appesa al collo e composta di cuori d’oro e argenti alternati, emblema dell’omaggio ch’egli gradiva di più. Tre cuori umani, ancora fumanti e forse palpitanti, dato ch’erano stati tolti da poco dal seno delle vittime, erano collocati sull’altare davanti a lui, testimonianza ancora meno equivoca delle sue sanguinarie pretese".

Sacrifici umani aztechi


Sacrifici umani nel mondo: i Celti

I sacrifici umani non erano praticati solamente dalle civiltà precolombiane, infatti, tramite gli appunti di un viaggiatore greco, tale Posidonio, abbiamo testimonianza di come i Celti facessero largo uso di vite umane per i loro riti religioso-propiziatori.

Feticcio umanoide in vimini da bruciarePosidonio attraversò la Gallia circa cinquanta anni prima che Cesare conducesse le legioni romane fino alla Manica. I suoi scritti, raccolti nell’opera "Commentari", ci permettono di avere un quadro dei sacrifici in uso fra i Celti della Gallia alla fine del II secolo a.c.

I Celti destinavano i condannanti a morte per essere immolati agli dèi durante fastose cerimonie che si tenevano ogni cinque anni. Più numerose erano le vittime e più feconda sarebbe stata la terra con i propri frutti.

Se i criminali da sacrificare non erano sufficienti, s’integrava il numero con i prigionieri di guerra.

Quando arrivava il momento le vittime erano sacrificate dai sacerdoti, i Druidi, sia con le frecce sia impalandoli. Altri venivano bruciati vivi nel seguente modo: si costruivano colossali immagini antropomorfe di giunchi o di legno e venivano riempite di uomini e bestiame. Poi si appiccava il fuoco a queste gigantesche effigi ed esse ardevano con tutto ciò che c’era dentro.

Non esistevano solo le grandi cerimonie quinquennali, infatti ne esistevano altre, su scala minore, che venivano celebrate ogni anno e che non discostavano molto da quella descritta se non per il numero delle vittime.

Ancora oggi nell’Europa del nord esistono feste rituali, fortunatamente senza sacrifici umani, che ricordano da vicino le gigantesche gabbie di vimini in forma antropomorfa dentro le quali i Druidi, che presiedevano i rituali magico-religiosi, bruciavano vive dozzine di persone.


Sacrifici umani nel mondo: le popolazioni scandinave

Sacrificio umano nei popoli norreniAnche se poco noto, le popolazioni scandinave non erano da meno in fatto di sacrifici umani. Oggi gli archeologi stanno ancora discutendo circa la veridicità o meno di tali sacrifici, che sembra aver trovato comunque conferma anche in recenti ritrovamenti di scheletri in Islanda e, più precisamente nella Vallata del Þegjandadalur, nella contea di Suður-Þingeyjasýsla, durante gli scavi di una necropoli probabilmente precedente all’anno 1000; quello che purtroppo non sappiamo è il perché.

In Scandinavia questi riti erano solitamente offerti a Odino, principale divinità signore della guerra e della saggezza.

Non vogliamo ora addentrarci nella religione scandinava perché questo richiederebbe uno studio lungo e approfondito che esula dal tema della nostra ricerca, ma l’apparente compiacimento con cui le popolazioni scandinave uccidevano le vittime designate, fa supporre che vi fossero motivazioni ben più oscure e criptiche di quelle prettamente religiose.

A Uppsala, in Svezia, le vittime erano appese ai rami degli alberi di un bosco sacro posto nelle immediate vicinanze di un tempio. I templi spesso erano costeggiati da vasche, simili a piscine, dentro le quali venivano immerse le vittime fino a che annegavano.

In Islanda invece il "Cerchio del Destino" custodiva la pietra del dio Thor, sulla quale le vittime venivano brutalmente percosse fino alla morte.

Ma erano i rituali dei vichinghi quelli più orribili e violenti. Alla vittima prescelta, ancora viva, veniva praticata una profonda incisione sulla schiena dalla quale venivano estratti i principali organi: la morte era atroce e molto lenta.


Sacrifici umani: paese che vai, usanza che trovi

L’usanza dei sacrifici umani è comunque comune a molte culture.

In Grecia, per esempio, abbiamo notizia dei riti oscuri effettuati dalle sacerdotesse devote a Dioniso, narrati da Euripide nella sua tragedia Le Baccanti.

La cerimonia in onore di Bacco, dio del vino, delle sfrenatezze e delle orge, si concludeva solitamente col sacrificio di un animale e, talvolta, di un bambino.

Le tragedie riferiscono di celeberrime vittime sacrificali (da Ifigenia a Polissena, per esempio). Erodoto parla di sacrifici umani in Acaia, e Plutarco racconta di analoghi sacrifici fatti da Pelopida prima della battaglia di Leuttra e da Temistocle prima della battaglia di Salamina. E l’elenco potrebbe essere ancora molto lungo...

Diversi studiosi avanzano dubbi circa questa terribile usanza presso i Greci, e lo stesso presso gli Etruschi: esistono tuttavia indizi (ritrovamento di quattro scheletri umani presso Anemospilia a Creta uno dei quali con una lama di circa quaranta centimetri all' altezza dell'addome, raffigurazioni su vasi etruschi forse di derivazione mitologica) che sembrerebbero dar ragione a coloro che sostengono il contrario.

Anche nel mondo romano accadeva qualcosa di simile: vari storici, come Tito Livio, scrivono che nei momenti di panico, quando si riteneva che alcuni avvenimenti particolari fossero indizio di future sciagure, il popolo si affrettava a compiere sacrifici umani, di solito scegliendo le vittime tra gli schiavi.

Cicerone e Sallustio invece narrano di una grave fatto di sangue di cui si macchiò Catilina: in occasione di una riunione segreta alla quale erano presenti suoi fedeli e amici, Catilina avrebbe indotto i presenti a bere del vino rosso miscelato con sangue umano. Una specie di giuramento che avrebbe legato ancora di più a lui i suoi uomini.


Sacrifici umani e sangue: nel passato e nel presente

Rito sacrificale: un uomo ucciso su un altareAncora una volta emerge il concetto di patto di sangue, comune a quasi tutte le civiltà, dalle più antiche a quelle attuali. Per ottenere un patto col diavolo si fa un patto di sangue, lo stesso in molte religioni-magie orientali, sudamericane e africane (vaudou).

Per quale motivo il sangue ha un valore simbolico così potente per l’uomo?

Perché questo fluido rappresenta il vettore della vita strettamente connesso ai contenuti spirituali e ultraterreni dell’essere umano: questo concetto si tramanda nel tempo ed è presente in quasi tutte le religioni, rituali, superstizioni e tradizioni conosciute. Scambiarsi, mescolare o addirittura bere del sangue ha da sempre significato assumere un impegno indelebile che va al di là del tempo ed è soprattutto questo il motivo per cui si fa un patto di sangue.

Esistono diverse testimonianze che asseriscono l’esistenza di analoghe consuetudini anche presso i Britanni e gli abitanti dell’Irlanda.

E come non menzionare i Longobardi?
Popolazione germanica feroce e indomita che noi italiani abbiamo conosciuto, seppur in epoche remote, purtroppo molto bene. Popolo di grandi guerrieri ma anche di antropofagi rituali, di adoratori di divinità implacabili e di usanze alquanto grottesche: pare che re Alboino avesse, infatti, la consuetudine di bere vino nel cranio del padre di sua moglie (de gustibus…).

Anche presso il mondo sassone era usanza di mangiare e immolare uomini, quasi sempre per offrirli all’albero sacro, il celebre Irminsul, simbolico sostegno dell’universo, ovvero il grande frassino che si leva al centro dell'Universo e rappresenta la continuità e la vita stessa dei nove mondi.


Sacrifici umani e il dio Moloch

E, non certo in ordine temporale, come non ricordare il celebre e terribile dio Moloch?

Antico dio fenicio e cananeo, venerato anche dagli Israeliti: a lui venivano offerti in sacrificio molti uomini, soprattutto i figli primogeniti.

Moloch (Molech o Molekh o Molok o Mal'akh o Melqart in ebraico), molto spesso scambiato e confuso con il dio siro-palestinese <> (divenuto temibile demone in seguito all’avvento del cristianesimo), era una divinità legata al culto del Sole ed rappresentata con una grande statua di bronzo, nel cui interno cavo ardeva costantemente un fuoco che la rendeva di un rosso incandescente.

Il dio Moloch esigeva sacrifici umani

Aveva testa di toro e braccia umane tese, pronte ad accogliere le vittime sacrificali. Con un ingegnoso sistema di catene, le braccia venivano sollevate verso la bocca (come se il dio stesse mangiando) e il bambino veniva lasciato cadere all'interno, tra le fiamme, e quindi arso vivo.

Queste terribili tradizioni non devono per niente stupirci giacché il sacrificio del primogenito era molto frequente nell’antica Palestina ed era stato praticato non soltanto dal re moabita Mesha, che bruciò il figlio in onore del dio Chesmoh (II Re III, 26-27), ma anche dagli Ammoniti che donavano i loro figli al già citato Moloch (Levitico XVIII, 21 e XX, 2), dagli Arameii i cui dèi erano Adram-melech e Ana-melech, e anche agli ebrei Ahaz (II Re XVI, 3) e Manasse (II Re XXI, 6).

Un bambino sacrificato al dio Moloch
foto: un bambino sacrificato al dio Moloch nel corso di una cerimonia.


Sacrifici umani e la Bibbia

Pare che il culto di Moloch fosse stato introdotto a Gerusalemme da re Salomone, in onore del quale i bambini erano immolati nella valle di Tophet, ossia la Gehenna (II Re XXIII, 10), l’inferno ebraico.

In Esodo XXII, 28-29, si legge chiaramente, "Tu mi darai il primogenito dei tuoi figli e anche quelli delle tue mandrie e del tuo gregge, al loro ottavo giorno". Ezechiele (XX, 24-26) ne parla come "una delle leggi che non erano buone" e tali da contaminare Israele per castigo della sua idolatria.

La Bibbia d’altronde spesso narra di sacrifici umani. Anche volendoci non soffermare sulla discussa vicenda di Isacco, non possiamo ignorare quanto riportato in Giosuè VI, 26. Si narra che Giosuè fece giurare: "Maledetto davanti al Signore l’uomo che si alzerà e ricostruirà questa città di Gerico! Sul suo primogenito ne getterà le fondamenta e sul figlio minore ne erigerà le porte!". 

Giosuè ordinò un sacrifico umano in seguito alla sconfitta subita dagli israeliani che si scontrarono con il popolo della città di Ai.

La vittima sacrificale scelta fu Acan che, dopo essersi autoaccusato (non proprio spontaneamente) della sconfitta subita, fu lapidato a morte. Tale sacrificio dette nuova linfa vitale agli israeliti che, durante una nuova battaglia, sconfissero l’esercito di Ai.


Altri sacrifici umani al giorno d'oggi

Sacrificio umano ritualeAbbiamo visto come l’usanza dei sacrifici umani fosse comune a molte culture più o meno antiche, sparse in ogni zona geografica del pianeta. Tale pratica ha assunto diverse forme e, tutt’ora, viene identificata come strumento per far piacere agli dèi e per placarli.

Anche ai nostri giorni, in particolar modo in alcune aree del Sud America, gli sciamani praticano il sacrificio umano per placare le forze della natura e, addirittura, per assecondare quelle delle opere realizzate dall’uomo.

Nelle regioni più impervie del Perù, dell’Ecuador e della Bolivia gli sciamani sono soliti piazzare grandi massi nei tratti più pericolosi delle strade allo scopo di causare incidenti automobilistici mortali: essi ritengono che sia necessario per appagare gli spiriti della strada. In parole semplici potremmo tradurre: sacrificarne pochi per salvarne molti.


Sacrifici umani e motivazioni terrene

Siamo proprio sicuri che tutti i sacrifici umani rituali fossero eseguiti solamente per scopi religiosi? Oppure, talvolta, esistevano motivazioni più terrene?

È mia opinione che etichettare i sacrifici sempre come vettore per ottenere qualcosa dalle divinità, sia alquanto spicciola, semplicistica e fuorviante. Senza ombra di dubbio è più comoda ed eticamente plausibile, ma non è così. L’ipocrisia non può sopraffare la verità.

Per esempio nella cultura sciamanica si praticano sacrifici umani per trasformare gli spiriti delle vittime in spiriti guardiani da utilizzare al proprio servizio, una sorta di entità intrappolate dallo sciamano per essere utilizzate per fini sia negativi che positivi: un po’ come i nostrani maghi che possono utilizzare i propri poteri sia per magia bianca che per magia nera.

Il confine, in certi casi, è veramente sottile.


Sacrifici umani e cannibalismo

Incisione a tema cannibalismoEsaminiamo inoltre i sacrifici di alcune popolazioni che praticavano il cannibalismo e l'antropofagia. Il passato è d’obbligo, dato che la maggior parte della comunità scientifica sostiene che oramai non sia più praticato al giorno d’oggi: anche in questo caso i dogmi non corrispondono sempre alla verità.

Tuttavia, anche volendo sorvolare su quest’ultimo aspetto, credete che i cannibali praticassero l’antropofagismo solamente per sfamarsi? Forse era vero presso alcune tribù neolitiche, non in senso assoluto.

Pensate che si cibassero di uomini perché la carne umana fosse più buona di quella di altri animali? Non è così, inoltre sarebbe stato più facile catturare della selvaggina piuttosto che sacrificare un proprio simile (nel senso evoluzionistico di mammifero evoluto).

Gli antropologi di tutto il mondo sono divisi sotto quest’ aspetto: alcuni sono accaniti sostenitori della tesi dei riti magico-religiosi, altri per la più concreta tesi della "fame", altri ancora sostengo che venissero mangiati i nemici perché non era conveniente farli prigionieri di guerra (uso attribuito, secondo me erroneamente, agli aztechi).

Riassumendo possiamo sintetizzare così le tipologie di cannibalismo:

Cannibalismo alimentare: praticato per mere necessità alimentari

Cannibalismo rituale: consiste nel mangiare parti del corpo umano a scopo magico o religioso

Pseudo-cannibalismo: pratiche non necessariamente cannibali, connesse al culto dei morti

Abbiamo quindi a disposizione un ampio ventaglio di tesi/ipotesi che spazia da concetti molto concreti ad altri alquanto forzati.

Personalmente non sono certo in grado di risolvere questo dilemma ma, certo è, che bisognerebbe prendere in considerazione anche altri aspetti, come per esempio il valore simbolico-esoterico-mistico-alchemico di nutrirsi di propri simili. Esseri viventi uguali e vivi, altrimenti si tratterebbe di necrofagismo: tutta un’altra cosa.


Sacrifici umani: tiriamo le somme

Riassumendo possiamo affermare che ogni cultura, dal passato fino ai tempi recenti, ha praticato sacrifici rituali immolando propri simili allo scopo di ottenerne benefici, sia per placare l’ira degli dèi, sia per necessità, sia per credenze atavicamente tramandate dai propri avi: esistono tuttavia, in molti casi, motivazioni che ancora ci sfuggono e che rimangono avvolte nel mistero.

In ogni caso ci auguriamo che, qualunque sia la tipologia di sete di sangue delle divinità o la necessità del momento, questi crimini contro l’umanità cessino di esistere e siano oramai relegati a tempi passati.

Rito di sacrificio umano

 

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9 luglio 2013 2 09 /07 /luglio /2013 21:41

Ritorno a parlare del mito di Agarthi, con le sue due entrate principali situate l’una al Polo Nord e l’altra al Polo Sud, secondo le leggende, la Terra Cava non è propriamente ciò che si può definire un «continente», nel senso in cui si intende questo termine quando si parla dell’Africa o dell’Asia.

È piuttosto un insieme di vaste cavità, alcune delle quali superano la superficie di paesi come la Francia o la Germania.

Esse sono collegate tra loro e ad un oceano centrale da giganteschi tunnel che contrariamente a quelli che noi abbiamo scavato in superficie, sono splendidamente illuminati e molto gradevoli da attraversare!

Questo «continente», che certuni hanno battezzato  El Dorado, altri Thule, tal altri Shangri-La, altri ancora Agarthi, comprende regioni posizionate sotto l’antica Lemuria. Sono le Americhe, il centro dell’Oceano Atlantico, il sud dell’Italia e il Mar Egeo, l’Africa nord-occidentale, l’Australia, l’India e l’Himalaya, gli stessi poli Nord e Sud.

 

Un gran numero di ingressi secondari permettono di accedervi attraverso un sistema di gallerie adiacenti ai tunnel della rete principale. Fra queste molteplici entrate, figurano:  quella dei Pirenei che si trova sotto il Picco di Bugarach, ad una quindicina di chilometri a sud-est di Rennes-le-Château, quella di Lhasa, in Tibet, dove esiste un passaggio segreto dopo il Palazzo del Potala,infine quella del Perù, situata sotto il lago Titicaca, dove si trova una camera ermetica dalla quale passano i traccianti magnetici provenienti da diversi pianeti della nostra galassia. La Terra Cava (per approfondire vedere QUI; ndt) fu colonizzata da numerose razze molto prima che il nostro antenato, «l’homo erectus», apparisse sulla superficie in seguito ad un incrocio genetico che coinvolse numerose civiltà extraterrestri. Il «suolo interno» del nostro Pianeta accoglie differenti popoli, tra i quali se ne distinguono alcuni in modo specifico. Uno di questi riguarda i Coloni intergalattici. Essi vengono dalle Pleiadi, dal Centauro e dalla Lyra ma anche da Bouvier (Boote; ndt), dal Cigno, da Orione, dall’Unicorno, da Cassiopea e da altri sistemi abitati della nostra Galassia. 

Vi risiedono anche parecchi gruppi Terrestri, facenti parte di civiltà scomparse o invitati a raggiungere la Terra Cava per il loro grande progresso spirituale in rapporto a quello delle popolazioni residenti in superficie.

La sua origine si perde nella notte dei tempi. Pensate, c’è chi sostiene che qui siano rifugiati i superstiti di Atlantide e di Mu. Altri addirittura, affermano che anche i misteriosi Etruschi abbiano trovato rifugio in questo regno, oltre a diverse razze aliene. Ma andiamo con ordine, cerchiamo di fare luce su questo mistero che da secoli appassiona molti di noi.

Questo antico quanto misterioso regno, si dice sia situato all’interno della Terra, e che dunque, la Terra stessa sarebbe cava. Avrebbe anche la sua capitale dal nome SHAMBALLA, situata a diverse centinaia di chilometri di profondità, sotto le montagne del Tibet. Tale regno sarebbe formato da un’innumerevole rete di grossi cunicoli, che praticamente collegherebbe tutto il globo terrestre.

Dalle cronache e dai racconti, pare si acceda attraverso degli “ingressi” estremamente ben nascosti e protetti; questi “ingressi” sono detti anche “porte spazio-temporali”.

Tali accessi sono difficilissimi da identificare, perché quasi a nessuno è concesso varcarli.

 

 

Nel 1927 apparve un saggio intitolato "Il Re del Mondo", scritto dall’esoterista francese Renè Guenon. In questo saggio l’autore, elencando miti, tradizioni, leggende e misteriose allusioni contenute nelle dottrine segrete, dimostrava l’esistenza di Agharti, della quale già aveva parlato con dovizia di particolari l’avventuriero polacco Ferdinand Antoni Ossendowski. Altre opere, di altri autori, si aggiunsero via via per opera di iniziati che pretendevano di conoscere la verità sul Regno Sotterraneo, o di esploratori che, influenzati dal gran parlare che si faceva di Agharti, pretesero di averne individuato gli ingressi segreti in India, in Nepal, nel Borneo, nelle Montagne Rocciose. Secondo alcuni autori gli ingressi di Agharti sono disseminati in tutto il mondo e sono celati nelle regioni più impervie, nei crepacci più profondi ma anche su certe cime inaccessibili e nei punti più profondi del mare.

 

La fondatrice della Società Teosofica, Helena Petrovna Blavatsky, chiamava Agharti, la "Loggia Bianca" e la situava su un’isola dove, in tempi remotissimi, erano atterrati i "Signori della Fiamma", semi déi provenienti da Venere.

Ma per la maggior parte degli "storici" del Regno di Sotto, il cuore di Agharti avrebbe sede sotto l’Asia Centrale, nel territorio che va dal deserto del Gobi alle montagne del Tibet e del Nepal e,attraverso una ramificazione impressionante di caverne, esso si estenderebbe sotto tutto il mondo.

 

La capitale di Agharti è Shambhalla, la "Città di Smeraldo", spesso citata anche dai viaggiatori medievali e ricercata invano dall’esploratore svedese Sven Hedin. A Shambhalla risiedono il Re del Mondo e il Consiglio formato dai Superiori Sconosciuti. Questo consiglio è formato da dodici Savi , che sono degli Iniziati ai gradi più alti della conoscenza i quali, insieme al Re del Mondo, governano gli esseri umani

, segretamente ma efficacemente, in un eterno gioco di scacchi contro il Male. Per la maggior parte degli iniziati a Shambhalla risiedono anche i saggi Guru e gli spiriti Pandita .

   

Agharti esiste, simultaneamente,su due piani: quello fisico e quello mistico, ma in entrambi questi piani solo pochissimi illuminati (Arhat) hanno la possibilità di esservi ammessi. Può accadere di imbattersi casualmente in uno degli ingressi al Regno Sotterraneo ma, se si dovesse entrarvi, ci si perderebbe irrimediabilmente nei meandri sconfinati che perforano il sottosuolo, oppure, se anche si riuscisse a trovare una via d’uscita, non si ricorderebbe nulla di ciò che si è visto o appreso. Perlopiù, in ogni modo, accedere ad Agharti è impossibile perché i suoi abitanti, per non permettere l’ingresso al Male, avrebbero predisposto una protezione invalicabile, costituita da speciali vibrazioni che offuscano le facoltà mentali e rendono invisibili le porte del Regno.

Tutti coloro che hanno parlato di Agharti e del suo segreto dominio sull’Umanità sono d’accordo nell’affermare che i grandi moti, quelli che cambiano la Storia, sono determinati dal Re del Mondo e dai suoi Dodici Savi. Egli conosce tutti i pensieri ed i disegni di ogni uomo, segnatamente di coloro che hanno influenza sul destino dei popoli e, se questi somigliano al volere di Dio, li asseconda oppure li stronca. I Templari Confederati di Agharti, in caso di rischio di disfatta contro le forze del Male, sono in grado di far esplodere tutta la superficie del globo, trasformando la Terra in un deserto, ma potrebbero anche far sprofondare i continenti e ridurre il mondo ad un’unica palla liquida. Gli abitanti della Terra sono costantemente tenuti d’occhio da quelli di Agharti, che sono in grado di volare, invisibili, fra noi. A riprova di questo sono indicate le misteriose iscrizioni scolpite nella roccia sulle vette più inaccessibili, e quelle scanalature misteriose, come segni di ruote di carri, che, si dice, sono state lasciate dagli aghartiani in perlustrazione.

I reietti di Agharti

 

Nessuno è mai potuto andare ad Agharti, tornarne e vantarsene, ma esiste un popolo, fra noi, che un tempo è nato e vissuto ad Agharti: gli Zingari. Un tempo essi nacquero e vissero nel Regno Sotterraneo, ne erano cittadini a pieno diritto. Ma, un giorno, commisero qualche cosa che ad Agharti fu considerato un crimine imperdonabile. Non sappiamo cosa fosse, dato che ad Agharti non esistono Leggi, né Polizia e che è la Coscienza del male fatto l’unica punizione di chi sbaglia. Doveva trattarsi di un crimine davvero enorme. Sta di fatto che questi cittadini rinnegati furono cacciati da Agharti, divenendo Zingari, un popolo che vagabonda, incessantemente. C’è chi dice che, senza più ricordare, essi cerchino gli ingressi di Agharti e che, secondo la maledizione di cui sono vittime, solo quando avranno trovato l’ingresso e ricorderanno, potranno tornare a casa, perdonati. Una prova dell’origine aghartiana degli Zingari sarebbe la loro familiarità con l’occulto, la loro capacità di predire il futuro e di leggere la mano.

Gli abitanti di Agharti si esprimono in Vatannan , il linguaggio sacro da cui deriva la primitiva lingua Indo-europea, e vivono in edifici di luce materializzata, simili alle astronavi di Incontri ravvicinati del Terzo Tipo. Saint-Yves d’Alveydre spiega che nel Regno Sotterraneo non esistono carceri né polizia: chi commette un crimine è punito dalla coscienza di averlo commesso.
Nei templi di Agharti si trovano oggetti dagli straordinari poteri – tra cui, forse, il Graal - e immense biblioteche analoghe a quella di Babele descritta da Jorge Luis Borges. In una di esse è conservato l’originale delle “Stanze di Dzyan”, il testo che racconta le vere origini dell’universo. È impossibile portare libri fuori da Agharti: chi ne esce deve contare soltanto sulla propria memoria.
Ad Agharti – scrive Ossendowski – la scienza si è sviluppata indisturbata; poiché nulla, laggiù, è minacciato di distruzione, il popolo sotterraneo – che ora conta milioni di anime -ha raggiunto il più alto grado di conoscenza. A bordo deiVimana, essi volano per le anguste spaccature all’interno del globo, e a volte anche all’esterno. Su vette mai calcate da piede umano, si possono trovare iscrizioni scolpite nella roccia e solchi di ruote lasciate dagli Aghartiani in perlustrazione. Forse i misteriosi UFO sono proprio i loro veicoli;

 

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4 luglio 2013 4 04 /07 /luglio /2013 21:34

Esiste una teoria avvincente, dedotta da Sitchin in seguito a una nuova interpretazione dei Testi delle Piramidi e di altri miti Egizi e ripresa da Alan Alford, che considera Atlantide come un pianeta esploso e non un continente perduto.


Secondo Sitchin gli egiziani avrebbero vissuto accanto agli Annunaki, una razza in possesso di una elevata tecnologia spaziale. Questa razza aliena avrebbe costruito un centro spaziale nel Sinai, nella terra di Dilmun, la terra dei razzi, e due Piramidi a Giza come punti di riferimento nella navigazione aerea.

Baalbek, in Libano, sarebbe stato un loro centro di controllo, un punto di riferimento lungo i cosiddetti "corridoi di volo" citati proprio da Sitchin.

Nel libro "Il Dodicesimo Pianeta" e nel poema epico babilonese "Enuma Elish", è descritta una battaglia planetaria.
Secondo le credenze egizie Seth apparirebbe come un pianeta che giunge dalle profondità dello spazio per incontrare uno dei pianeti interni al sistema solare.

Tale corpo celeste chiamato anche Nibiru, identificato dai Babilonesi in Marduk, nel suo percorso intorno al Sole in senso contrario a quello degli altri pianeti impatta più volte con Tiamat, un pianeta situato fra Giove e Marte, il pianeta delle Acque, il Grande Drago. L'urto è violento e il pianeta viene spaccato in due. Con una parte forma la Terra ponendola in un orbita più vicina al Sole; sbriciola l'altra originando la fascia di asteroidi.

L'Enuma Elish babilonese elaborata da Zacaria Sitchin si ritrova nei versetti del libro della genesi che descrivono come il vento del Signore aleggiava sulle acque di Theon, l'abisso delle acque e come il fulmine del Signore (in lingua babilonese Marduk) rischiarò le tenebre dello spazio quando colpì Tiamat creando la Terra e il "Rakia", parola che letteralmente significa "braccialetto martellato", detto anche Cielo, ossia Shamaim (Genesi 1,8).

La Terra ebbe una nuova orbita intorno al Sole, vennero originate le stagioni e la rotazione assiale stabilendo il giorno e la notte.
È la descrizione di un evento cosmico naturale non di una creazione divina intenzionale.

Possiamo tranquillamente discutere se tutto rientra nelle leggi che regolano l'intero universo, ma non possiamo parlare di un'entità superiore che decide e dispone le cose a suo piacimento per premiare o punire. Si può parlare di una "Forza", creatrice o distruttrice, un' Energia Creatrice che controlla l' universo, ma la mente razionale intende una forza fisica.

Dopo aver constatato che gli antichi popoli adoravano il Sole come divinità suprema dobbiamo concludere che un evento cosmico può essere stato raccontato personificando i pianeti coinvolti nel fenomeno divinizzandoli. Quindi Marduk è il nome dato al Re dei Re, il Dio degli Dei, ma non sappiamo quale fosse il suo vero nome. Lo stesso dicasi per Tiamat e del popolo che certamente vi abitava.

La collisone dei pianeti, che richiama alla mente la teoria di Velikovsky, diviene una saga popolare, un mito, da cui prende origine l'umanità; la versione modificata di un ricordo di un popolo costretto a scappare dal suo luogo originario, che poi tramanda ai posteri costruendovi sopra un intero sistema di credenze che influenzeranno l'intera esistenza nel corso dei secoli.



Ciò non toglie che lo studioso segnalò il ritrovamento di palme nella Groenlandia, coralli in Alaska, ossa non fossilizzate di ippopotami in Inghilterra, resti di orsi polari e foche artiche schiacciati insieme in una massa informe con ostriche e coccodrilli.
Sembra in seguito ad una catastrofe avvenuta migliaia e migliaia di anni fa, quando il livello degli oceani si abbassò d'improvviso per poi risollevarsi di molti metri alterando violentemente il clima, estinguendo annegandole intere civiltà.

Quindi Velikovsky, in "Mondi in Collisione", offre evidenze di tremendi cataclismi verificatisi durante la preistoria. Un evento avvenuto in un tempo remoto, forse troppo per essere ricordato esattamente.

Ma come può essere stato un evento per così dire naturale, regolato dalle leggi dell' universo, può anche essersi trattato di un evento bellico, una guerra cosmica fra pianeti, dando forma e consistenza a quella "Guerra del cielo" nominata nei testi sacri di molti popoli. La guerra fra le schiere celesti del bene e quelle del male. Due pianeti che si guerreggiano per il dominio di una parte di cielo; impiegando una terribile tecnologia di morte che procura la distruzione, non solo dei pianeti coinvolti nel conflitto, ma anche di quelli vicini.

Uno dei pianeti coinvolti potrebbe essere stato Marte, dove sembra che vi sia stata vita in un tempo remoto. Almeno da quanto documentato dalle foto scattate dalle sonde.
La cosa diviene intrigante, affascinante e abbastanza credibile. Quantomeno spiegherebbe alcuni misteri e alcuni eventi il cui ricordo viene tramandato sotto forma di mito o leggenda.

Sembra non manchino, a confermare tali tesi, prove fisiche di un eventuale esplosione dovuta a mondi in collisione. Nel deserto libico si trovano un infinità di sassolini scuri, indicati come resti di una pioggia di meteoriti avvenuta nel passato.
La caduta di meteore nella zona del Sahara, tre pezzi considerevoli accompagnati da uno sciame di più piccoli esemplari, avrebbe prodotto l'evaporazione del grande mare interno trasformando la zona nell'attuale deserto.

Le rilevazioni satellitari del Columbia nel 1981 mostravano letti di fiumi sepolti di notevole grandezza nei territori del Sudan e nell' Egitto, ponendo in risalto che migliaia di anni fa la zona era ricca di foreste, pascoli e terreni idonei ad un'agricoltura avanzata. I fiumi convogliavano in un grande bacino interno, vasto come il Mar Caspio sulle cui rive si affacciavano Libia, Ciad, Sudan, Egitto, Tunisia. Una zona florida, popolata da uomini ed animali, rifornita di acqua, soggetta a frequenti precipitazioni, almeno fino a diecimila anni fa, data in cui prende vita il deserto del Sahara e la civiltà egiziana.

Attraverso le antiche scritture Sitchin avrebbe trovato altre prove riguardo al verificarsi dell'evento che diede vita al deserto.
Uno dei pochi astronomi convinti che un pianeta intruso ha modificato il nostro sistema solare distruggendo due pianeti e una luna, i cui resti hanno dato vita alla cintura di asteroidi, è Tom Van Flandern. La formazione della cintura rimane un mistero che ha originato molte teorie.

Johann Bode, astronomo del 1700, basandosi su una elaborata formula matematica per determinare le distanze dei pianeti dal Sole, ha dedotto che doveva esistere un altro pianeta fra Marte e Giove, proprio dove adesso si trova la cintura degli asteroidi.

Secondo Bode il pianeta esplose per cause sconosciute, ma potrebbe essere entrato in collisione con un enorme asteroide.
Qui può venire in aiuto una seconda teoria, quella prospettata da Immanuel Velikovsky, anche questa descritta in "Mondi in Collisione". Egli stabilì una connessione fra i disastri e le catastrofi verificatesi sul nostro pianeta con l'apparizione del pianeta Venere. Questo "pianeta" sarebbe infatti giunto in un secondo momento nel nostro sistema solare, invadendolo come una cometa e provocando mutamenti anche sulla Terra, causando repentini cambiamenti climatici e cataclismi.

In effetti antichi documenti presentano Venere come un pianeta recente, non antico quanto il sistema solare; viene descritto come una stella provvista di corna, o coda, caratteristica di una cometa.

In Mesopotamia e in America Centrale, Venere non viene inclusa fra i nove pianeti conosciuti; nei documenti se ne parla come una stella vagante nel cielo, che incute terrore e alla quale si offrono sacrifici. Viene descritta come una minaccia e si contano i periodi di tempo riferendosi al suo passaggio. Si scopre in tal modo che compie il suo percorso intorno al Sole in quaranta anni formando nel cielo una stella a cinque punte. Alla fine del suo strano percorso, Venere occuperà rispetto al Sole la stessa posizione di quarant'anni prima con una decina di giorni di scarto. Fatto che ha influenzato il calendario di molte popolazioni antiche.

Il contatto elettromagnetico di Venere con la Terra avrebbe provocato uno spostamento dell'orbita, dell'asse magnetico, alterato il corso delle stagioni, provocato colossali maremoti e terremoti causando l'inabissamento di vaste regioni a causa delle fratture nella piattaforma tettonica.

Una apocalisse descritta anche nella Bibbia e in altri libri sacri dei popoli antichi che hanno popolato il pianeta e conservato vivo il ricordo di tali tragedie.

Ma non è tutto, secondo tale teoria, dopo aver sfiorato la Terra e prima di assestarsi sull'attuale orbita, Venere, si scontrò con Marte alterandone il percorso e sconvolgendone superficie e clima.

L'ipotesi di Velikovsky fu derisa e attaccata dalla scienza ufficiale, solo Einstein mantenne verso di essa un atteggiamento aperto, forse perché non tutto quello che lo scrittore aveva asserito era errato; oggi difatti possiamo constatarlo.
Senza avere i mezzi idonei per stabilirlo Velikovsky calcolò la temperatura di Venere oltre i 400°, come è in effetti. Attraverso la sonda Mariner 10 è stato anche accertato che il "pianeta" presenta tracce simili a quelle presenti nelle code delle comete; inoltre ruota in direzione inversa rispetto agli altri pianeti, come ha sostenuto Velikovsky.

Su Marte sono stati rilevati l'Argo e il Neon, menzionati in "Mondi in collisione" e la superficie marziana ha subito un repentino cambiamento da quella che era inizialmente.
La più recente prova è il ritrovamento di una grande massa di acqua ghiacciata sotto circa sessanta centimetri della superficie dei poli.
Da queste teorie, ai miti e alle leggende dei popoli, alla scomparsa di un continente oceanico, all' estinzione della vita su di un lontano pianeta come Marte, ad una migrazione forzata verso un altro pianeta dalle simili caratteristiche, ad una immane catastrofe cosmica, il passo è breve e tutto diviene possibile.
Torniamo alla teoria di Zacaria Sitchin. Una nuova interpretazione della saga di Osiride smembrato da Seth e dei resti del suo corpo sparsi e sepolti per tutto l' Egitto, fornisce il suggerimento che Osiride fosse un pianeta esploso i cui frammenti colpirono la Terra.
Il mito narra che Osiride cadde in mezzo al fuoco e spaccò la Terra infiltrandosi in profondità.

Osiride, nei Testi delle Piramidi, era posto nell'acquitrinoso abisso dello spazio ed è scritto che, quando i pianeti esplosero, cadde sulla terra un diluvio di acqua. Proprio come citato nella genesi: "l' acqua del diluvio cadde sulla Terra da una apertura dei cieli". Riferendosi all'Enuma Elish vediamo l' acqua di Tiamat inondare i cieli. Nei Testi di Coffin è scritto: "Questa è la cosa sigillata che contiene il flusso di Osiride. Essa è posta in Rostau; nascosta fin dalla sua caduta, è quanto caduto da lui sul deserto di sabbia". Facilmente collegabile alla pietra conservata ad Abido, al Ben Ben custodita ad Eliopoli. In pratica una meteorite conica.

Da quanto scrive Alan Alford per gli egizi l'atto catastrofico era conosciuto come "il giorno dell'uccisione dell'antico Uno" (di uno degli antichi) un giorno in cui numerosi Dèi furono decapitati e ascesero al cielo, quando questo fu separato dalla Terra e "ci fu un forte grido e un fuoco di luce".

Tutte metafore creative riferite a un esplosione di pianeti avvenuta decine di milioni di anni fa che gli egizi chiamarono "Primo Tempo", lo "Zep Tepi".
Alan Alford si chiede cosa poteva aver ispirato questi riferimenti ad una terra natia planetaria nel lato orientale del cielo, dove il re ascendente dovrebbe regnare sull'Enneade di nove Dèi, da un trono fatto di ferro.

La risposta potrebbe emergere dalla leggendaria battaglia fra Seth e Orus che, per gli egittologi, è un ricordo di guerra nella valle del Nilo, mentre per Alford, prende posto nel cielo o nelle acque dello spazio e si può collocare nel "primo tempo", e si collega alla teoria del pianeta intruso di Van Flanders.

Teoria controversa e non accettata dalla maggioranza dei moderni astronomi in quanto esistono prove fisiche dell'esistenza di una grande civiltà situata su di un'isola in mezzo all'Atlantico. Scomparsa forse a causa dell'invasione di Venere, ma può anche essere solo la precedente civiltà che popolava la Terra nel momento della catastrofe, e non è detto che si chiamasse Atlantide.
Il racconto di Platone descrive un cataclisma terrestre che causa l'affondamento di una terra nell'oceano ed è seguito da un terremoto e una alluvione.

Gli egiziani usavano la parola "isola" come metafora di "pianeta", quindi l'oceano diviene lo spazio di acqua nel quale emergevano i primi mondi quando il tempo aveva inizio. Di conseguenza i pianeti divengono "isole" fluttuanti nelle acque cosmiche.

Era dunque " Atlantide" un pianeta esploso?

Ricordiamo le teorie che parlano della caduta della Luna sulla Terra causa della scomparsa di Atlantide.

Denis Saurat e H.S. Bellamy sono i fautori di una teoria ricavata dalle deduzioni di Horbiger secondo cui la Luna non sarebbe il primo satellite della Terra, ma vi sarebbero state molte lune, una per ogni periodo geologico. Vi sarebbero stati periodi geologici ben distinti da altri perché alla fine di ogni periodo un satellite sarebbe caduto sulla Terra.

La Luna non descriverebbe intorno alla Terra un'ellisse chiusa, ma una spirale che va restringendosi e che finirà per farla cadere sul nostro pianeta.
Una conferma potrebbe venire da Sir George Darwin astronomo, figlio del celebre naturalista; egli afferma che il nostro satellite è destinato a perire in un disastroso cataclisma:

"La Terra al momento della creazione aveva una rotazione molto veloce tanto che il giorno durava cinque ore. Gradatamente rallentò attraverso la frizione delle maree che si manifesta in modo contrario a quello in cui il globo volge il proprio asse - un secondo ogni milione e duecentomila anni - e frena la Terra anche nello spazio in modo tale che la Luna si allontana. Fra cinquanta miliardi di anni quando la Luna disterà 550.000 km il giorno durerà quanto quarantasette giorni attuali; la Luna volgerà sempre la stessa faccia. I giorni saranno caldi, le notti rigide.
Quando la rotazione diventerà più lenta della rivoluzione lunare le maree si manifesteranno in senso contrario accelerando il moto rotatorio. Il nostro satellite inizierà ad avvicinarsi e niente potrà arrestarlo. Una volta in prossimità della Terra inizierà a sgretolarsi formando un anello simile a quello di Saturno, una parte dei frammenti cadrà sulla Terra come una pioggia di meteore. Vi saranno terremoti, maremoti disastrosi. I vulcani esploderanno, alcune zone saranno sommerse dai mari. Nella migliore delle ipotesi pochi sopravvivranno e si troveranno a lottare contro gli animali sopravvissuti, o mostri creati in seguito alle mutazioni ambientali."

Se in effetti nel passato sono esistite altre lune, come qualcuno prospetta, lo spettacolo della loro caduta e distruzione non deve essere stato molto diverso da quello descritto da Darwin; per qualcuno è già stato esposto nell' Apocalisse di san Giovanni (IV 12,14).
Secondo Saurat tutto sarebbe già avvenuto.

Miti, leggende, rinvenimenti e rigorose deduzioni scientifiche concorrerebbero a confermare tali avvenimenti.

La strada che conduce alla verità è un sentiero immerso nelle tenebre, ove l'uomo procede a tentoni, tastando centimetro per centimetro nell'intento di identificare le cose che incontra nel suo procedere. Viene alla mente quella teoria che indica la presenza di numerosi occhi situati sulla nostra pelle, che ci permettono di vedere anche quando gli occhi sono chiusi, utilizzando le proprietà della mente. La capacità di ragionare ci permette di vagliare e avvicinarsi alla fiamma della verità.

La storia ci dice che l'uomo non ha mai pensato a divulgare la conoscenza per il timore di perdere potere.

Un solo esempio: Alonso Pinzon trovò dettagliate indicazioni sulla terra del Nuovo Mondo nei testi contenuti nella biblioteca di papa Innocenzo VIII. Documenti che portò con sé e consultò con Cristoforo Colombo detentore del progetto che contemplava una spedizione mirata alla scoperta di quelle terre.
Quindi qualcuno ha sempre saputo e negato la verità.

Platone scrisse che Zeus decise di punire l'umanità perché degenerata, gretta e presa dalla brama del potere. La cosa più triste è che da allora, dopo tutti questi secoli, nulla sembra cambiato.
La verità è una strada dissestata dalla distruzione dei documenti antichi, essenziali per tracciare le storia umana, e dall'ipocrita censura imposta dalle religioni.

Se Dio è conoscenza, conoscere significa avvicinarsi a Dio.

Il califfo ordinò ad Amru di bruciare i volumi della biblioteca di Alessandria in quanto era sufficiente il Corano e non c'era bisogno di libri permissivi e nocivi. D'altro canto fanatici cristiani bruciarono antiche biblioteche durante il medioevo. Il vescovo spagnolo Diego de Landa bruciò i documenti Maya perché considerati opere del Maligno.
Se le opere antiche non fossero state distrutte o nascoste, oggi avremmo certamente riferimenti ad Atlantide e la strada verso la verità sarebbe più chiara. Ma la storia e la verità non si celano a lungo, ne si sotterrano.

Le antiche iscrizioni, gli stessi monumenti, le pietre, comprese quelle ancora sotto l'oceano, narrano di un antico popolo e di conoscenze perdute e in parte ritrovate. Raccontano una storia più antica di quella divulgata; riaffiorano conoscenze matematiche ed astronomiche note da millenni, concetti e fenomeni cosmici, riscoperti solo negli ultimi quattrocento anni, che hanno influenzato la scienza moderna e dettato le regole di vita di una società che appare più antica di migliaia e migliaia di anni.

Le "pietre delle serpi" a Dendera, per esempio, insieme a molti altri reperti, illuminano una parte della strada che conduce alla verità; ancora molto lunga e cosparsa di domande che esigono risposte certe ma che, purtroppo, nessuno di noi è in grado di fornire. Almeno per adesso.

 

di Mauro Paoletti

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7 giugno 2013 5 07 /06 /giugno /2013 21:38
 Si parla della religione antica egizia, dei suoi dei e della loro funzione. Il Duat (chiamato Amenti o Necher-Jertet) era il mondo sotterraneo della mitologia egizia, dove si è svolto il processo di Osiride, e dove lo spirito del defunto vaga schivando gli esseri malvagi e altri pericoli, come riferito nel Libro dei Morti, per poi passare attraverso una serie di "porte" lungo le diverse tappe del viaggio descritte nel Libro di Gates.

 

Su alcuni testi delle Piramidi, registrati durante l'Antico Regno, la cosiddetta Dat viene mostrata come un mondo celeste che si trova sulla Terra.
Dat "Sopra il cielo" era il regno di Ra, che solo il faraone defunto poteva avere accesso. Il regno Dat era governato da Horus, il dio falco di natura celeste. Anubis è il dio che presiede gli spiriti degli uomini, chiamati "occidentali" nei Testi delle Piramidi, che dopo la sua morte sarebbe andato al cielo più basso.
In lui vi erano quegli spiriti che non erano ancora assolutamente puri.

Ra è il più grande di tutti gli dei d’Egitto, il Dio-Sole raffigurato di solito con la testa di falcone che sorregge il disco solare tra due ali o tra due serpenti. Il tempio principale del Dio si trovava nella città di Eliopoli.

Il Dio primordiale della cosmogonia egizia è Atum, il dio Sole. È il vero Dio dell'Egitto, oggetto di adorazione ovunque, anche se denominato con vari attributi e nomi. È Ra, il più grande di tutti gli dei d'Egitto, il Dio-Sole di Eliopoli, il più antico e prospero centro commerciale del Basso Egitto. È raffigurato di solito con la testa di falcone che sorregge il disco solare tra due ali o tra due serpenti.

Il culto di Ra fu inizialmente locale, ma durante l'Antico Regno si diffuse in tutto l'Egitto. Il tempio principale del Dio si trovava nella città di Eliopoli, che divenne un importante centro quando il culto fu adottato come religione di stato. In seguito Ra fu associato ad altre divinità importanti, in particolare Amon e Horus. Celeberrimi i templi dedicati ad Amon-Ra a Luxor dai più importanti faraoni della storia egizia, tra cui Amenofi III, Seti I e Ramesse II.

Da ricordare poi la grande rivoluzione monoteista ad opera del faraone “eretico” Akhenaton, che intorno al 1350 a.C. rimpiazzò tutti gli dei dell’olimpo egizio con l’unico Dio, Aton – altra divinità assimilata a Amon – Dio del disco solare, trasferendo la capitale e influenzando il modo rivoluzionario l’arte e il pensiero del suo tempo. Celebri le steli trovate nella nuova capitale – la città “orizzonte” del sole Akhetaton - in cui la famiglia reale è raffigurata mentre adora il sole, che allunga i suoi benefici raggi, dispensatori di vita, sulla moglie (Nefertiti) e le bellissime figlie del faraone.

 

 

 

 

I Testi delle Piramidi mostrano la convinzione che i mondi celesti erano enormi corpi idrici che avevano diversi luoghi di purificazione che avrebbero avvicinato ulteriormente al regno celeste di Ra e più lontano ancora, verso le profondità insondabili del Nun. Quando le credenze si sono evolute, Osiride divenne il Signore del Duat , che venne collocato nella regione del mondo sotterraneo, in un cielo basso chiamato la terra di sotto.
Nel Nuovo Regno si credeva che il Duat era un mondo sotterraneo, dove il dio del sole Ra lo percorreva da ovest a est durante la notte.
Gli antichi Egizi avevano diviso il giorno in 24 ore, dodici nel periodo in cui la luce del sole Ra si trova nel cielo nella barca diurna e le altre dodici ore, relative al mondo della vita futura, erano rappresentate dal dio del sole Ra nella sua barca notturna quando attraversò le zone buie del Duat, e dove vi fu la lotta quotidiana contro Apep. Il Duat era anche il luogo dove andavano gli spiriti degli egiziani dopo la morte.
La struttura del Duat ed i pericoli che affrontano gli spiriti dei morti sono descritti in testi come il Libro di Gates e il Libro dei Morti. Il Duat era un complesso enigmatico pieno di geni nocivi o benefici.Durante il Nuovo Regno fu composto un testo chiamato "Libro dei Amduat", che illustrava la geografia del Duat  e veniva utilizzato come guida.

 

fonte articolo

 

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18 maggio 2013 6 18 /05 /maggio /2013 21:13

Il bisogno di ordinare e controllare il tempo, costruendo categorie cronologiche come i giorni, i mesi e gli anni, accomuna un po’ tutta la storia dell’essere umano.
In tutte le grandi civiltà del passato, ma anche del presente, sono stati costruiti calendari più o meno complessi con i quali regolare le attività umane, soprattutto quelle agricole e rituali.

Strumento principale per elaborare un tale sistema temporale fu l’osservazione degli astri, e il susseguirsi delle stagioni, attività che rientrano in tutta quella serie di pratiche culturali finalizzate a dare un senso al mondo e agli eventi che in esso si manifestano, non solo dal punto di vista pratico ma anche per tutto ciò che concerne l’esperienza del sacro.

Così, tramite il “controllo” del tempo (ma anche dello spazio, con l’invenzione ad esempio dei punti cardinali), l’uomo è riuscito a stabilire simboli e rituali che gli hanno permesso di camminare nella Storia, di avere una propria identità e una collocazione nel mondo.

E’ per questo che un importante astro, il Sole, è stato concepito in numerose società quale simbolo – che potremmo definire “universale” – di forza vitale, di creazione e nascita di tutte le cose, ma anche di morte quando si cela al nostro sguardo.
Gli indù, per citare un esempio tra i molti, vedono il Sole come lo “Spirito solare, divinità che risiede nella sfera solare (Suryamandala), principio di ogni sviluppo; è dunque la fonte dell’evoluzione (Bhargha)” (Brahmana-Sarvasa, citato in The Garland of letters, p.262).
Queste qualità vitali del Sole hanno suggerito all’essere umano di studiare i fenomeni naturali ad esso collegati e ritualizzarli attraverso una forma di culto che ritroviamo simile in tutte le culture.

Il susseguirsi di giorno e notte, di freddo e caldo – fenomeni naturali e ciclici – sono stati razionalizzati dall’uomo attraverso il riconoscimento di determinati periodi, le stagioni. Ad ogni fase di questo percorso eterno e circolare sono stati attribuite determinate qualità,  e specifici rituali con i quali mantenere il loro equilibrio e la loro ripetizione.
Tra queste pratiche ancestrali, che poi hanno preso sempre più la forma di festività soprattutto tra gli strati popolari delle varie società, è possibile inserire la festa che oggi la cultura occidentale e cristiana identifica con il Natale, ma che ha tracce antiche e diffuse in tutto il pianeta: per la scienza e per le religioni pagane è il solstizio d’inverno, in cui la notte è la più lunga di tutto l’anno, e convenzionalmente tale evento viene fissato il 21 dicembre, ma il fenomeno celeste “di inversione apparente del moto solare” si manifesta solo dopo tre, quattro giorni da tale data.
E’ il periodo dove il sole apparentemente si “ferma” per invertire il proprio moto e in cui è più distante dall’Equatore. Simbolicamente questo evento astronomico ha rappresentato il momento in cui il Sole, arrivato nel punto limite della lotta tra luce e tenebra diventa “invicto”, cioè invincibile, e riprende vigore attraverso un nuovo ”natale”, una nuova rinascita: “Il Natale del Sole invincibile”, come a Roma veniva chiamata tale vittoria mitica del Sole che pone fine alla perenne lotta tra il bene e il male, tra la vita e la morte.
Così, se si guarda alla storia dell’essere umano si scopre che la data del 25 dicembre continua ad essere una ricorrenza ricca di simboli e significati, che hanno accumunato attraverso un filo invisibile gran parte dei miti solari conosciuti. Il natale cristiano non è un prodotto esclusivo di tale religione, ma affonda le sue radici in bagagli culturali antichi come quelli della Mesopotamia, della Persia, della Siria, dell’Egitto, di Roma, ma anche dei Celti e dell’India.

Il dio Horus egiziano e il dio Mitra indo-persiano, il dio azteco Huitzilopochtli e quello celtico Yule, come anche eroi mitici quali Khrisna, Zarathustra, Adone e Dioniso vengono tutti fatti nascere intorno al 25 dicembre, e celebrati in tale ricorrenza.

Il Natale come celebrazione insieme del Sole e della nascita, attinge a tradizioni precristiane, a cui la Chiesa ha attribuito l’appellativo di pagane, termine che proviene da “pagos”e significa villaggio. Ma in queste culture anche molto diverse tra loro a cui il Cristianesimo, anche solo per un contatto “accidentale”, si è ispirato hanno poco di “rurale” in senso dispregiativo, ma anzi si tratta nella maggior parte dei casi di civiltà con pratiche culturali assai elaborate.

Huitzilopochtli, il dio azteco della guerra, è stato associato con il Sole. Il suo nome, che significa “colibrì del sud”, proviene dalla credenza azteca secondo la quale gli spiriti dei guerrieri uccisi in battaglia seguono il Sole attraverso il cielo per quattro anni. In alcuni miti il bellicoso Huitzilopochtli è in perenne lotta con il fratello Quetzalcoatl, che è stato colui che ha dato origine al mondo. Secondo tale mito, la madre di Huitzilopochtli era la dea Coatlicue. Un giorno trovò delle piume di colibrì sul suo ventre, e poco dopo partorì Huitzilopochtli.
Un’altra leggenda riguardante Huitzilopochtli narra di come egli condusse gli Aztechi a stabilirsi su un’isola, dove costruire la grande città di Tenochtitlan.  Il Dio ordinò agli Aztechi di stabilirsi in un luogo dove avrebbero trovato un’aquila appollaiata su un cactus. Come previsto, videro il segno descritto dal Dio e poterono concludere lì il loro viaggio. Tale mito narra un fatto storico realmente accaduto, quando nel 1325 gli Aztechi furono cacciati su un’isola in mezzo ad un lago da una tribù chiamata Culhua. Vi fondarono Tenochtitlán, che sarebbe poi diventata la capitale dell’impero azteco.

A Babilonia già intorno al 3000 a.c. nel periodo del nostro Natale veniva celebrato il Dio del Sole Shamash. Il suo nome oltre ad essere collegato al Sole, si riferisce anche alla giustizia e alla veggenza, in quanto a causa dei suoi attributi solari è capace di vedere tutto, anche il futuro. Insieme al culto di Shamash sempre a Babilonia nasce la venerazione della Regina del Cielo, Isthar, e di suo figlio Tammuz, divinità che rappresenta la reincarnazione del Sole.
La nascita di questo Dio avveniva proprio durante il solstizio d’inverno: rappresentato come un bambino, a Babilonia il Dio Sole Tamuz prendeva il nome di Yule, e il “Giorno di Yule” veniva festeggiato il 25 Dicembre.

Presso i Celti durante il solstizio d’inverno, chiamato anche Mezz’inverno o Alban Arthuan, si celebrava Yule, il Dio Sole che rinasceva nel ventre della Dea, che durante tale festa assume l’aspetto di Madre. Essa infatti presso tale tradizione era vista come una divinità che poteva manifestarsi sotto un triplice aspetto: quello di giovane, di madre, e di saggia anziana. Yule invece rinasceva come un bambino, rappresentando la nuova luce che risorgeva dal buio. L’origine del suo nome è incerta: potrebbe derivare dall’anglosassone “Iul”, o dal norvegese “Jul”, che significa “ruota”, e proprio presso i Celti l’anno era percepito come un moto circolare, rappresentato dalla “Ruota dell’anno”.

Durante Mezz’inverno era usanza accendere fiaccole e candele per indurre il Dio Bambino ad uscire dal ventre materno, e si usava anche far bruciare un ceppo durante tutta la veglia, detto “Ceppo di Yule”, a simboleggiare proprio questa rinascita nel sacro fuoco della dea madre, utilizzando solitamente il pino in quanto sempreverde, e quindi simbolo di persistenza della vita.
Un’altra leggenda celtica ricollegata alla figura divina di Yule era quella del Re Quercia, simbolo della luce del nuovo anno, che combatte e sconfigge Re Agrifoglio, portatore di oscurità e vecchiaia.

Tracce dei culti babilonesi si possono rintracciare in un’altra grande civiltà come quella egiziana, che raffigurava il dio solare Horus come un bambino, e durante le sue celebrazioni i sacerdoti si riunivano in preghiera nei templi e lì attendevano la mezzanotte per annunciare che una vergine aveva partorito il Sole. Il 24/25 dicembre si celebravano importanti cerimonie in onore del culto di Horus e della madre Iside, e testimonianze risalenti al 1400 a.c. ci mostrano il Dio Bambino con una corona solare in testa.
Il padre divino di Horus era Osiride, con cui egli si identificava: “Io e mio padre siamo Uno”; e la madre era Iside, al quale il dio Thot annunciò che avrebbe concepito un figlio virginalmente, scena rappresentata a Luxor su edifici risalenti al 1500 a.c. Horus nacque in una grotta, annunciato da una stella d’oriente, e fu adorato da pastori e da tre uomini saggi che gli offrirono dei doni. A dodici anni insegnò nel tempio e poi scomparve fino a trent’anni. Horus nella sua vita terrena partecipò anche ad una sorta di battesimo officiato da Anup, il quale in seguito verrà decapitato.
Con Iside ed Osiride, Horus rappresenta la “trinità” egiziana. Osiride, padre di Horus, è una divinità che compare già in epoca arcaica egiziana, personificato anch’esso con il Sole. Era considerato il Dio che soffrì e morì sulla Terra, e alla sua morte il cielo si oscurò.

Altro culto assai antico e che si ricollega alla venerazione del Sole è quello del dio Mitra indiano. Tale culto risale ad un’epoca di gran lunga precedente a quella in cui è vissuto Cristo, e cioè all’India del 1200 a.c. Le prime testimonianze infatti sono contenute nel testo sacro indiano conosciuto come Rig Veda, in particolar modo per quanto riguarda la coppia divina che in India è conosciuta come Varuna-Mitra, rispettivamente portatori di buio e di luce, della realtà interiore ed esteriore delle cose. Sempre nei Veda viene riportato il mito di Krishna, dove ritorna l’episodio della nascita di un essere divino da una vergine: “Mahadeva, il Sole dei Soli, le apparve nel lampo di un folgorante raggio sotto forma umana. Allora ella concepì il figlio divino”. La vita di Krishna è segnata da particolari molto simili alla storia di Cristo, e alcuni studiosi hanno fatto notare come la radice del nome della divinità indiana sia molto simile a quella del figlio del Dio cristiano.

In Mesopotania insieme a Mitra ritroviamo la figura del profeta Zarathustra, nato nel 714 a.c. in Persia, sempre nel periodo del Natale. Era considerato il figlio del Sole, e quindi di Mitra, e allo stesso tempo Sole egli stesso. Sua prerogativa principale fu la lotta contro il politeismo dei popoli nomadi e la creazione di un codice di leggi morali, elemento fondamentale per il passaggio da una società nomade ad una stanziale basata sull’agricoltura. La religione professata dal figlio di Mitra doveva essere monoteistica, universale e basata su un “giusto sentiero, giusto parlare, giusto operare”, come aveva ordinato il suo padre divino, che successivamente prenderà il nome di Mazda.
Con la conquista di Babilonia da parte dei persiani il mitraismo entrò in contatto con le religioni mesopotamiche ed ebraiche, e successivamente anche con Roma, dove ebbe un’ampia influenza sul primo cristianesimo.
Il Mitraismo si diffuse principalmente in Persia, ma le sue origini sono incerte. Per alcuni studiosi è stato ispirato dalla mitologia indiana, altri pensano che sia un fenomeno indipendente nato nella regione mesopotamica. Anche secondo tale culto il Dio fu partorito da una vergine, il suo appellativo principale era quello di “buon pastore”, era circondato da 12 compagni, portatore di miracoli e fu sepolto in una tomba dalla quale risorse dopo tre giorni, e tale resurrezione era celebrata dai fedeli ogni anno. Il culto mitraico avveniva in grotte o luoghi sotterranei, mentre l’iniziazione prevedeva una sorta di battesimo con acqua consacrata alla divinità ed un pasto comunitario. Mitra era soprannominato il “Salvatore”, e salì in cielo con il carro del Sole (elemento anch’esso ritrovabile nei Rig Veda indiani) dopo aver consumato il pasto sacro. L’Avesta, il testo sacro di questa religione, ispirerà sia le religioni presenti a Roma sia quella araba.

A Roma il culto del Sole è stato introdotto ufficialmente quando l’imperatore Aureliano nel 274 d.c. stabilì che il 25 dicembre sarebbe diventato il giorno del “Dies natalis Solis invicti”, e cioè “il Natale del Sole invincibile”, celebrazione fatta adottare dall’imperatore dopo la vittoria nella battaglia di Emesa nel 272 d.c., in cui l’imperatore raccontò che il Dio Sole gli aveva preannunciato la sua vittoria.
Il culto del Sole fu così definitivamente impiantato a Roma, dove l’imperatore trasferì anche la casta sacerdotale di Emesa. Le ragioni che spinsero l’Impero a tale scelta non furono solo ricollegabili ad una vittoria militare ma anche e soprattutto a scelte strategiche. Il culto del Sole era infatti diffuso in gran parte del territorio dell’Impero, e per questo rappresentò un importante elemento di unità culturale tra diverse realtà come quelle mediterranee (Egitto, Anatolia), arabiche ed anche celtiche, come pure greche ed italiche. Fu quindi una scelta dalle forti valenze politiche.
Così a Roma tale festa ebbe grande risonanza popolare, anche perché concludeva una tra le feste romane più antiche, I Saturnali. Festa celebrata in onore di Saturno, durava un lungo periodo durante il quale si ribaltavano i ruoli sociali, si scambiavano doni e c’era perfino un gioco simile alla tombola dei nostri giorni, chiamato il “grande gioco di Saturno”, caricato però di una profonda sacralità, in quanto serviva per predire il futuro attraverso i numeri.
I pagani la notte del 24 dicembre facevano la veglia  in attesa di salutare la nascita del Sole nuovo. Quando giunse a Roma il culto di Dioniso, nei Saturnali si festeggiava la sua eterna giovinezza e si regavalavano i suoi tre simboli: il mirto, il lauro e l’edera. Per gran parte della popolazione rurale i Saturnali rappresentavano infine un lungo periodo di riposo in attesa della primavera.

Dopo questa lunga passeggiata nella Storia è giunto il momento di vedere come il Natale sia diventato una festa cristiana. Il primo atto formale fu quello dell’Imperatore Costantino che fece coincidere il pagano solstizio d’inverno con la nascita di Cristo, trasformando la festa del Sol Invictus del 25 dicembre in festa cristiana. Fu poi canonizzata ufficialmente dalla Chiesa Cattolica nel 337 d.c. ad opera di Papa Giulio I, e nel 354 si menziona per la prima volta in un calendario della liturgia romana la festa del 25 dicembre cristiano. Nel 376 venne soppresso il culto di Mitra a Roma per ordine del prefetto. Con l’editto dell’imperatore Teodosio del 392, che diede inizio alle persecuzioni contro i riti pagani, si conclusero in tutto l’Impero le ultime celebrazioni in onore della dea Iside madre di Horus; e con i decreti dell’Imperatore Giustiniano del 536 fu chiuso l’ultimo tempio in onore di Iside in Egitto, dando via libera all’affermazione del Natale cristiano in tutto l’Impero Romano.
Prima di tale canonizzazione, durante il cristianesimo delle origini la nascita di Cristo aveva date diverse: per S. Cipriano cadeva il 28 marzo, per S. Ippolito il 23 aprile, secondo Clemente Alessandrino il 20 maggio, o il 10 gennaio, o il 6 gennaio; quest’ultima data successivamente si affermò in Oriente, e da lì venne utilizzata a Roma fino al cambiamento deciso da Costantino e poi confermato da Papa Giulio I.
Altre Chiese cristiane, come quella ortodossa, copta, armena, continuano invece a celebrarlo il 6 gennaio, dove l’Epifania rappresenta l’Annunciazione della nascita di Cristo.
Anche le Chiese della Riforma, a partire dai Calvinisti, accusarono la Chiesa di Roma di cedimento dei cristiani al paganesimo, ed è innegabile che soprattutto tra i fedeli convertititi al cristianesimo dove era già preesistente una tradizione autoctona tale festività si è a lungo mescolata con elementi delle vecchie religioni cosiddette pagane. I cristiani riformati quindi vedevano nel Natale cattolico un ritorno ai culti solari di Babilonia adottati poi anche dai pagani romani. Il Parlamento Inglese proibì l’osservazione del Natale, definendola una festa pagana, ed anche nei territori americani conquistati soprattutto dai puritani il Natale non venne festeggiato fino a tempi piuttosto recenti.
Solo durante l’800 il Natale riprese il suo posto come festa cristiana in tutta Europa e in America, arricchendosi di nuovi elementi che hanno caratterizzato il nostro modo di festeggiare il Natale come oggi lo conosciamo. L’albero di Natale, il presepe e tanti piccoli altri particolari ripresi dalla cultura popolare, hanno reso il Natale una festività ibrida, ricca di elementi esterni alla religione cristiana, ma che accomunano in questo modo fedeli con vissuti anche molto distanti tra loro.

Notando tutte queste corrispondenze mitologiche e simboliche diventa chiaro come nell’esistenza del genere umano nulla è nato dall’esperienza di una singola società, ma da simboli e bisogni universali, che hanno reso possibile il continuum storico della nostra specie. Proprio per questo il Natale nella modernità dovrebbe rappresentare, oltre che un indiscutibile momento di fede, anche un momento di riflessione sulla nostra identità, o meglio sulle nostre identità plurime, che spesso sono state negate da eventi e scelte soprattutto di carattere politico e sociale, che hanno imposto una visione sul mondo esclusiva e dominante.
Il contatto culturale, e gli scambi che avvengono grazie ad esso, non dovrebbero rappresentare un momento di scontro, o peggio ancora di condanna, ma di una presa di coscienza costruttiva sul nostro passato e il nostro presente, rispettosa di tutte le tradizioni.

Il Natale resta comunque una data magica, che celebra una nuova vita ricca di speranza e assicura all’uomo il necessario rigenerarsi di tutte le cose del mondo, come un fuoco che viene nuovamente ed eternamente alimentato.

Frank7exile  fonte

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13 maggio 2013 1 13 /05 /maggio /2013 21:59

Agli albori dell'umanità, quando l'homo sapiens sapiens compiva i primi incerti passi su una terra selvaggia e colma di pericoli, una specie evoluta dominava il mondo con forza tremenda. Esseri umanoidi enormi chiamati genericamente Giganti sono rimasti nella nostra cultura e la loro storia riecheggia nel nostro presente grazie agli antichi testi sacri. 

I Nephilim sono creature ibride, metà uomo e metà angelo. Nascono dall'accoppiamento tra donne terrestri ed alcune creature chiamate i Figli di Dio (angeli). Letteralmente la parola Nephilim significa 'Quelli che sono Precipitati'. 
La Storia dei Nephilim è straordinaria. Nel libro di Enoch si narra le gesta di Shemhazai, uno dei più forti angeli di Dio, il quale prese la guida di una Setta di Angeli ribelli al progetto divino e, con loro, scese sulla terra per istruire gli umani. alla conoscenza del bene. Questi Angeli rimasero sulla terra per molto tempo andando contro le istruzioni e gli ordini di Dio. Insegnarono ad alcune donne umane a compiere prodigi ed altri sortilegi ed, infine, con loro ebbero rapporti carnali dai quali nacquero i primi Nephilim. 
Quando gli Angeli di Shemhazai lasciarono la Terra, i Nephilim, senza controllo, divorarono ogni risorsa terrestre. Una volta senza cibo, iniziarono a cibarsi di carne umana. Questi esseri sono accostati ai più atroci e sanguinari episodi del vecchio testamento. 
I Giganti della mitologia greca erano figli di Urano e Gea (cioè del Cielo e della Terra). Nella Gigantomachia i Giganti furono sconfitti in una guerra contro gli Dei dell'Olimpo ed imprigionati in antri sotto la crosta terrestre. In particolare, una delle prigioni di questi alti e capelluti esseri era sotto la caldera dell'Etna. 
Alcioneo ed altri 23 giganti riuscirono a raggiungere l'Olimpo ed attaccarono i Dodici Dei principali che riuscirono a vincere grazie ad Eracle, un semidio.
I Ciclopi erano Giganti che abitavano la Sicilia molti millenni prima della conquista della Grecia. I Ciclopi avevano due occhi rotondi e non uno solo (con il quale spesso vengono rappresentati). Vennero chiamati Ciclope a causa del fatto che il loro cervello non era composto da due emisferi bensì da uno soltanto (ciclopia). Questi Giganti erano maestri nella lavorazione del metallo. La Mitologia Greca descrive i Ciclopi come i fabbricanti delle folgori di Zeus mentre quella romana li vuole come aiutanti di Vulcano. 
I Titani erano i figli di Eurinome, la Dea creatrice del Tutto, e sono creature immortali. Giapeto è un Titano considerato il progenitore del genere umano. Nella Titanomachia, avvenuta nel 1500 a.c., i Titani, guidati da Crono, entrarono in guerra contro gli Dei dell'Olimpo alleati ai Ciclopi ed agli Ecatonchiri. Vennero sconfitti ed esiliati in 'estremo occidente'. Ade, Zeus e Poseidone, i figli ribelli di Crono e Rea, due titanoidi, riuscirono a vincere contro le creature più potenti della Terra. Tra le fila dei Titani c'era anche Atlante che come pena subì quella di reggere il peso del cielo sulle proprie spalle per l'eternità.
Gli Ecatonchiri nacquero dopo una pioggia che Urano scatenò sulla Terra (Gea) ingravidandola. Cotto, Briareo e Gige erano umanoidi alti 3 metri ma avevano il potere di mutare la loro grandezza fino a 8 Km di altezza. Avevano 100 braccia e rappresentavano una minaccia per il Dio del Cielo Urano tanto che decise di rinchiuderli nel Tartaro, la zona più remota ed oscura degli inferi. Successivamente furono liberati dagli Olimpi ribelli per respingere i Titani invasori.
Gli Jotunn sono Giganti nemici degli Dei Maggiori di Asgard. Si dividono in Giganti del Gelo, abitanti il pianeta Jotunheimr, e Giganti del Fuoco, abitanti un mondo chiamato Regno di Muspell.
L'importanza data ai giganti nel mondo norreno è più che rilevante se si tiene conto del fatto che il primo essere vivente a nascere dal caos primordiale doveva essere un gigante chiamato Ymir.
Per alcuni i giganti rappresentano le forze caotiche primordiali in conflitto con la razionalità degli Dei. Una potenza inaudita, immortale e senza limite ma domata, governata, guidata dalle divinità umane. Il Caos della natura imbrigliata dalla conoscenza e dalla volontà umane. 
Per altri queste creature sono realmente esistite e frutto di un ibridazione tra il Genere Umano ed una o più generi alieni che in passato hanno visitato il nostro pianeta e che, forse, ci hanno creato. 
      fonte  Simone Pagni 
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19 aprile 2013 5 19 /04 /aprile /2013 20:16

 Slenderman è una creatura mitica spesso raffigurato come una figura alta e magra che indossa un abito nero e un volto vuoto. Secondo la leggenda, egli può allungare o accorciare le braccia a volontà e ha appendici tentacolari che sporgono dalla sua schiena. A seconda delle interpretazioni del mito, la creatura può causare la perdita di memoria, insonnia, paranoia, attacchi di tosse (soprannominato "slendersickness"), fotografia / video e di distorsioni possono teletrasportarsi a piacimento. La leggenda urbana ha ispirato fan art, fittizie creepypastas e una serie in stile mockumentary dell'orrore 1999 indie film di Blair Witch Project . Ma sono braccia, tentacoli, o protuberanze di natura indecifrabile? Il suo volto non si conosce. Fino ad oggi, si identifica come rapitore di bambini.

Le fotografie, attualmente in circolazione, lo presentano tra i bambini, in parchi di divertimento, o in giardini pubblici, comunque, in ambienti in cui i piccoli si ritrovano. E alla sua apparizione, fa seguito la sparizione di alcuni bambini. In tanti sostengono di conoscerlo o perché intravisto, o incontrato o, addirittura sognato. Alcune persone riferiscono di averne percepito la presenza in luoghi bui o in boschi oscuri.

L'8 giugno 2009, un "'paranormale immagini" photoshop contest è stato lanciato sul Something Awful (SA) Forum.  Il concorso partecipanti necessari per trasformare fotografie normali in immagini dall'aspetto inquietante attraverso la manipolazione digitale, e poi trasmetterli come fotografie autentiche su una serie di forum paranormali. Utenti qualcosa di terribile presto cominciato a condividere i loro finto-paranormali creazioni con immagini a più livelli di fantasmi e di altre anomalie, di solito accompagnata da un conto testimone fabbricati per renderli più convincenti. Il 10 giugno, un utente, Victor Surge, ha pubblicato due fotografie in bianco e nero di bambini senza nome, con una breve descrizione di "uomo snello", come una misteriosa creatura che ha inseguito i bambini.
Un ragazzo,conosciuto su YouTube come Marble Hornets, nel giugno del 2009, iniziò a pubblicare dei video, il cui protagonista era uno studente di nome Jay , alle prese con un film amatoriale. Doveva ottemperare ad un progetto scolastico. All’improvviso scomparve. E guarda un po’, nei vari video, si intravedeva la presenza dello Slender Man.

La storia sicuramente inquieta. Eppure si tratta di una vera bufala. Già perché, questo misterioso personaggio, è stato ideato in seguito ad un concorso fotografico, proposto dal forum di Something Awful. Con una manipolazione di diverse foto, si doveva realizzare un personaggio con sembianze surreali e terrificanti.

Appena tale figura si propagò per il web, ebbe origine una leggenda metropolitana. Insieme alle foto camuffate, sempre più numerose si aggiunsero dei documentari con video, logicamente, finti. E ciò indusse un numero di persone sempre maggiore, a credere alla storia pubblicata.

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9 aprile 2013 2 09 /04 /aprile /2013 22:24
Nel 1904, nel corso di una riunione dell' Accademia Scientifica Britannica, Isidoro Geoffrey St. Hilaire fece osservare che, se si volesse classificare l'isola di Madagascar soltanto in base a considerazioni tratte dalla zoologia, senza riferimenti alla sua posizione geografica, si potrebbe dimostrare che quella terra non è né africana né asiatica, ma del tutto differente da entrambe, quasi facesse parte di un altro continente.
Ancora prima di Atlantide, sommersa dalle grandi onde dell'Atlantico, e di Mu, disgregata dalle migliaia di vulcani della zona del Pacifico, questo vasto continente aveva ospitato i primi fra gli uomini. E forse non sbagliano studiosi e geologi di fama internazionale come Haeckel, quando affermano che sia stata Lemuria la vera culla della razza umana.
Se già è difficile risalire il corso dei tempi per rintracciare la storia e le vestigia di Atlantide e di Mu, ancora più travagliato può apparire il compito di squarciare il grande velo di mistero caduto tra noi e le prime età della Terra.
La stessa conformazione attuale del nostro pianeta ci allontana l'immagine di quella che doveva essere la planimetria di 25.000 anni fa.
Secondo l'inglese Selater, la superficie che adesso è occupata dalle acque del mare del Sud faceva parte di una lunga lingua di terra che comprendeva le isole della Sonda e raggiungeva la costa orientale dell'Africa.
A.R. Wallace avalla questa ipotesi basandosi soprattutto sulla flora e sulla fauna identiche in terre adesso così lontane, senza contare il tipo stesso della composizione delle rocce granitiche comuni al di là delle acque. Fornisce anzi una propria teoria e nel secondo volume della "Distribuzione geografica degli animali" edito a Londra nel 1876, giunge a precisare che "nell'emisfero australe siano esistite tre grandi masse di terra che, per quanto simili, rimasero sempre ben distinte".
Il lento evolversi del nostro pianeta, nel suo continuo divenire, il movimento dei mari e dei ghiacciai, le eruzioni di vulcani terrestri e sottomarini, le spinsero lentamente verso il nord, e ciascuna dette vita a quelle che adesso sono l'Africa del Sud, l'Australia e l'America del Sud. A sua volta il prof. H.F. Bleandford in una relazione alla Società Geologica di Londra, parlando delle affinità fra i fossili di animali e di piante rinvenuti in Africa ed in India, avanza la teoria che vi fosse là, dove adesso si stendono le acque dell'Oceano Indiano, una terra che collegava direttamente l'Africa, l'India meridionale e la penisola di Malacca. Senza contare che se esaminiamo la configurazione geografica dei gruppi delle isole Adlas, Laccadive e Maldive, possiamo facilmente immaginare che questi atolli corallini facessero parte di una catena di montagne ora sommerse.
Confrontando le due carte di Lemuria rinvenute da W. Scott-Elliot presso una comunità di adepti tibetani che conserva molti resti delle civiltà preistoriche, possiamo meglio osservare il lento evolversi del continente: terre a poco a poco sommerse dalle acque o disgregate dalle eruzioni vulcaniche. Attualmente ben poco ci è rimasto di quella che fu "la culla dell' uomo": le isole del Pacifico e dell'Oceano Indiano, le coste della Cina e del Giappone, l'Australia, il Madagascar. E proprio nel Madagascar vive una piccola scimmia che porta lo strano nome di Lemuride. E' una scimmietta piccola, vivace, coperta di un morbido e lungo pelo, e si ritiene che sia stato tra i primi mammiferi della Terra. Nei suoi occhi antichi c'è forse ancora il ricordo di foreste di felci gigantesche, di enormi dinosauri. In questo mondo di cose che la sovrastavano, la piccola scimmietta conobbe l'uomo: era un uomo in piena armonia con il paesaggio che lo circondava, era il padrone di quella terra, l'unica creatura intelligente, era un Gigante.
Non si tratta di fantasia: rinvenimenti archeologici di provata serietà confermano l'esistenza di una razza umana di dimensioni gigantesche che popolò la terra circa 40.000 anni fa. Un noto paleontologo cinese, Pei Wendchung, scoprì a Gargajan, nelle Filippine, uno scheletro umano alto 5 metri, altri in Cina di 3 metri e mezzo ed ha accertato che la loro età risaliva al 35.000 a.C.
Un altro studioso francese, il capitano Lafenechère, durante alcuni scavi effettuati in Marocco, rinvenne utensili ed armi da caccia di dimensioni sbalorditive: una scure a due tagli del peso di 8 chilogrammi. Per impugnare l'enorme manico occorrerebbe una mano proporzionale ad un uomo alto almeno 4 metri! Altri resti di gigantesche creature sono stati trovati in Siria, nel Pakistan, e nell'isola di Giava. Storicamente, poi, non esiste antico popolo nella cui mitologia sacra o profana non si trovi riferimento a qualche popolo di giganti. Nella Bibbia ne incontriamo moltissimi e, si badi bene, non se ne parla mai come esseri eccezionali, bensì come una razza diversa, con una sua particolare caratteristica, rappresentata, in questo caso, dalla grandezza delle dimensioni. Nel VI capo della Genesi si legge: "Ed erano in quel tempo dei giganti sopra la Terra", mentre nel XIII libro dei Numeri sappiamo che a Chanaan viveva un'intera popolazione, i figli di Enach, "paragonati ai quali noi (gli esploratori mandati da Mosè) parevamo locuste". E poi i Mfilim e gli Enim del paese di Moab, distrutti da Giosuè, ed Og re di Basan, il cui letto di ferro "ha nove cubiti (m 4,7) di lunghezza e quattro (m. 2) di larghezza" (Deteronomio cap. III). Senza parlare infine di Golia, anch' esso non fenomeno isolato ma appartenente al popolo gigantesco dei Kephaim.
Alla Bibbia si possono accostare le antiche leggende Tolteche che parlavano del popolo dei Quinametzini, razza di uomini grandissimi che popolavano la Terra e che, a poco a poco, si estinsero in tragiche e feroci lotte prima tra loro stessi, e poi con gli altri uomini.
Xelua ed i suoi sei fratelli, sono invece i giganti dei quali la mitologia messicana racconta la storia. Scampati miracolosamente ad uno dei terribili cataclismi che dovevano portare alla disgregazione di Lemuria, i sette fratelli vollero ringraziare il loro Dio delle Acque, Tlalos, consacrandogli il monte sul quale si erano rifugiati, ed in suo onore costruirono uno "zacauli", una costruzione granitica a forma piramidale che avrebbe toccato il cielo se gli altri Dei, gelosi ed irritati dalla loro presunzione, non avessero fatto piovere fuoco sulla terra, causando così la morte dei costruttori. Ma la ciclopica torre non crollò completamente: la sua enorme base, alta 54 metri, si crede possa essere identificata nella piramide quadrangolare che è stata rinvenuta nella città messicana di Cholula, a 13 chilometri da Puebla. Solo accettando l'ipotesi di una razza primitiva di proporzioni gigantesche si può, d'altra parte, spiegare l'enigma rappresentato tutt'oggi dai più antichi monumenti della Terra: i "Menhir" ("pietre lunghe"), i "Dolmen" (tavole di pietra) ed i "Cromlech" (alte pietre disposte a circolo). I "menhir" sono dei rozzi monoliti piantati verticalmente nel terreno, che per molto tempo sono stati ritenuti simboli fallici. I "dolmen" invece, sono costituiti da una enorme lastra posata a sua volta su massi conficcati al suolo in modo da formare un primordiale tavolo gigantesco, mentre i "cromlech" sono un complesso di "menhir" posti in modo da formare un vasto circolo.
Secondo il cosmologo Saurat, i "menhir" sarebbero rudimentali statue dei primi abitanti della Terra, i "dolmen" le loro tavole, ed i "cromlech" rappresenterebbero la cerchia delle divinità, il tempio, il santuario. Non è d'altra parte improbabile che i "dolmen" avessero anche una sinistra funzione, che servissero cioè a sanguinosi sacrifici umani. Nella Nuova Guinea, infatti, sono stati rinvenuti complessi megalitici, nei quali, davanti a ciascun "menhir" è posto un "dolmen" quasi a significare la divinità ed il suo altare. Una diffusa leggenda indigena sembra confermarlo, narrando che, sulla Terra, vi furono prima Giganti buoni che aiutarono gli uomini ed insegnarono loro molte cose. Il loro re era Tagaro, ed era disceso dal cielo. Ma vennero poi Giganti cattivi e cannibali capeggiati da Suque, che pretesero sacrifici umani, e così fu necessario costruire tavoli di pietra davanti alle loro statue. Tagaro cercò di frenare la loro crudeltà, ma Suque si ribellò e ne nacque una terribile strage. I Giganti scomparvero, ma gli uomini, temendo ancora la loro collera ed il loro ritorno, continuarono ad erigere statue ed ad offrire vittime. E' evidente che gli abitanti di Lemuria non brillarono per la loro civiltà come i figli di Atlantide e Mu, ma piuttosto erano carichi di una agghiacciante crudeltà perché, come abbiamo visto, non c'è leggenda o riferimento storico che non ne sottolinei la brutalità sanguigna. Anzi si nota sempre un progressivo decadimento della razza, come se la loro stessa natura feroce sia stata la causa prima della loro scomparsa.
L'insoluto mistero della "Pedra Pintada" (pietra dipinta) può più di ogni altra cosa riflettere tutto l'orrore dei loro riti. Nell'Amazzonia, in un vasto complesso megalitico si erge un imponente blocco di forma ovoidale al centro di un altipiano poco distante da Tarame. E' un enorme monumento di pietra lungo 100 metri, largo 80 ed alto 30. Secondo una tradizione indigena, è la pietra tombale di un gigante biondo, re di un popolo vissuto in tempi remotissimi. Sulla pietra sono dipinti migliaia di segni e di lettere che ricordano la scrittura dell'antico Egitto, la semitica, e l'ebraica. Vi sono inoltre cavalli, carri e ruote, tutti riprodotti di profilo secondo la tecnica degli Egizi. E già questo lascia notevolmente perplessi perché gli Indios, all'arrivo dei conquistatori bianchi, non conoscevano né carri né ruote. Sulla facciata principale del monumento si notano quattro grotte scavate nella pietra, quasi alla sommità si apre una galleria divenuta ormai inaccessibile, mentre sotto il macigno esiste un passaggio che conduceva probabilmente ad una costruzione sotterranea. Anche questa galleria è agibile solo per 30 metri: alla fine è completamente franata.
Il tedesco prof. Homet, che dedicò la sua vita alla ricerca delle vestigia dei giganti e di una loro precisa collocazione nel tempo, tentò di penetrare il segreto della Pedra Pintada conducendovi accurate ricerche. Scoprì che tra i detriti che occupavano le quattro grotte molte erano le ossa umane, e ciò gli fece pensare che le caverne fossero state usate come primordiali "tombe comuni". Ma mentre si trovava all'interno di esse, cominciò a sentire echi impressionanti di suoni e voci lontane. Un incubo assurdo e misterioso sembrava far rivivere con allucinante chiarezza un ignoto passato.
Homet stesso, nel suo libro "Die Sòhne der Sonne" edito nel 1958, ammette di essere stato quasi in stato di trance, e di aver avuto la terrificante visione che segue, così come lui stesso l'ha descritta, per non toglierle niente del suo orrido fascino. "Accompagnata dai rintocchi di bronzei gong, una gran folla si muoveva. Migliaia di uomini, donne e bambini vestiti di bianco s'avvicinavano lentamente, maestosamente alla Pedra Pintada, per arrestarsi poi dinanzi all'ingresso principale. Una voce risuonò alta, dal cielo, riecheggiò cinque o sei volte sulla massa dei fedeli, che si prostrò, riverente. Uomini altissimi, in atteggiamento solenne, si staccarono dalla folla e si accostarono al gigantesco monumento di pietra. Uno di loro si pose davanti al dolmen pentagonale della facciata principale; un altro, seguito dai suoi aiutanti, salì sulla seconda piattaforma, un po' più alta, di cui gli astanti potevano vedere soltanto le aperture delle quattro grotte sepolcrali; un terzo, dall'aspetto ancor più imponente, anch'egli accompagnato da assistenti, salì la larga strada tracciata nella roccia, scomparendo allo sguardo dei pellegrini inginocchiati nella pianura.
Salirono quindi lentamente sulle due piattaforme, senza catene e guardiani, appena sostenuti da due "servi della morte", due uomini nudi. La loro espressione era quella di persone addormentate. Li si distese sulla sommità dei dolmen, la cui tinta rossa cominciò a risplendere ai raggi del sole nascente. Ancora una volta risuonarono e si ripeterono i misteriosi richiami dall'alto, ed i sacerdoti levarono i coltelli rituali di pietra, affilatissimi, li affondarono nel petto delle vittime, strapparono loro i cuori e li aprirono. Poi, lanciandone i pezzi ai quattro punti cardinali, annunciarono ai fedeli il destino che li attendeva nel prossimo anno".
Questa visione, riportata da un uomo di scienza, in piena buonafede e con un bagaglio culturale non indifferente, ci fa quasi accettare la validità della "psicometria", facoltà che renderebbe capaci certe persone particolarmente sensitive di percepire da qualsiasi oggetto, anche una pietra, la visione dei tempi in cui esso si trovava ambientato.
Possibile che la Pedra Pintada sia stata talmente intrisa di olocausti umani, da trasmettercene tutt'ora il messaggio? Possibile che questa razza di Giganti sia stata così crudele da lasciare dietro di sé una così vasta eco di terrore e di orrore?
Non va poi dimenticato il popolo dei Titani, che troviamo nella mitologia greca, il cui re, Cronos, giungeva addirittura a divorare i propri figli, e quello dei Ciclopi al quale apparteneva Polifemo, che Omero ci descrive in tutta la sua agghiacciante ferocia. Ma non si può credere ad una razza "nata" crudele. Amiamo pensare che lo sia diventata solo dopo che i movimenti di assestamento del nostro pianeta avevano cominciato a disgregare Lemuria, costringendo i Giganti ad abbandonare, per sopravvivere, la loro patria, ad emigrare in altre terre a loro ignote, a vivere a contatto con razze diverse sia nell'aspetto che nella cultura e nelle tradizioni.
La loro fu forse una terribile battaglia contro il decadimento della propria specie, contro le forze della natura che, pur avendoli dotati di mole e forza gigantesca, li stava allontanando e disgregando ogni giorno di più, facendoli sentire come alberi senza radici, piante costrette a vivere in un terreno inadatto, anzi ostile. Quei "menhir" che noi andiamo adesso a visitare pervasi da un imprecisato senso di angoscia e che essi innalzarono nelle varie terre dove furono costretti a vivere, furono forse un modo di sentirsi meno soli, di illudersi che quel popolo di pietra potesse tornare ad essere, per prodigio divino, il popolo forte e compatto di una Lemuria ormai scomparsa per sempre.
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Published by il conte rovescio - in mitologia
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9 marzo 2013 6 09 /03 /marzo /2013 18:23

Sono numerose le leggende che si narrano attorno alla figura del dio Pan. Alcuni affermano che fosse figlio di Zeus e di Callisto altri di Ermes e della ninfa Driope (o Penelope) che, subito dopo averlo messo al mondo, lo abbandonò tanto era rimasta inorridita dalla sua bruttezza. Era infatti Pan, più simile ad un animale che ad un uomo in quanto il corpo era coperto da ispido pelo; dalla bocca spuntavano delle zanne ingiallite; il mento era ricoperto da una folta barba; in fronte aveva due corna e al posto dei piedi aveva due zoccoli caprini.

Ermes, impietosi da questo bambino al quale la natura non aveva certo fatto dono di alcuna grazia, decise di portarlo nell'Olimpo al cospetto degli altri dei, dove, nonostante il suo aspetto, fu accolto con benevolenza. Pan infatti aveva un carattere gioviale e cortese e tutti gli dei si rallegravano alla sua presenza(2). In particolare Dioniso lo accolse con maggior entusiasmo tanto che divenne uno dei suoi compagni prediletti ed insieme facevano scorribande attraverso i boschi e le campagne rallegrandosi della reciproca compagnia.


Eliodoro (III-II sec. a.C.), Pan e Dafni, marmo, copia romana di un originale greco, Collezione Farnese, Museo archeologico nazionale, Napoli (Italia)

Pan era fondamentalmente un dio silvestre che amava la natura, amava ridere e giocare. Amò e sedusse molte donne tra le quali la ninfa Eco e Piti, la dea Artemide e Siringa, figlia della divinità fluviale Ladone, della quale si innamorò perdutamente. La fanciulla però non solo non condivideva il suo amore ma quando lo vide fuggì inorridita, terrorizzata dal suo aspetto caprino. Corse e corse Siringa inseguita da Pan e resasi conto che non poteva sfuggirgli iniziò a pregare il proprio padre perchè le mutasse l'aspetto in modo che Pan non potesse riconoscerla. Ladone, straziato dalle preghiere della figlia, la trasformò in una canna nei pressi di una grande palude.

Pan, invano cercò di afferrarla ma la trasformazione avvenne sotto i suoi occhi. Afflitto, abbracciò le canne ma più nulla poteva fare per Siringa. A quel punto recise la canna, la tagliò in tanti pezzetti di lunghezza diversa e li legò assieme. Fabbricò così uno strumento musicale al quale diede il nome di "siringa" (che ai posteri è anche noto come il "flauto di pan") dalla sventurata fanciulla che pur di non sottostare al suo amore, fu condannata a vivere per sempre come una canna.

Narra Ovidio (Metamorfosi): “Pan che, mentre tornava dal colle Liceo, la vide, col capo cinto d'aculei di pino, le disse queste parole...». E non restava che riferirle: come la ninfa, sorda alle preghiere, fuggisse per luoghi impervi, finché non giunse alle correnti tranquille del sabbioso Ladone; come qui, impedendole il fiume di correre oltre, invocasse le sorelle dell'acqua di mutarle forma; come Pan, quando credeva d'aver ghermito ormai Siringa, stringesse, in luogo del suo corpo, un ciuffo di canne palustri e si sciogliesse in sospiri: allora il vento, vibrando nelle canne, produsse un suono delicato, simile a un lamento e il dio incantato dalla dolcezza tutta nuova di quella musica: «Così, così continuerò a parlarti», disse e, saldate fra loro con la cera alcune canne diseguali, mantenne allo strumento il nome della sua fanciulla.


Pan che suona il flauto, Affresco, Reggia di Caserta (Italia)

Da allora Pan tornò a vagare nei boschi correndo e danzando con le ninfe e a spaventare i viandanti che attraversavano le selve: al dio infatti si attribuivano i sordi rumori che si udivano la notte (da qui il detto "timor panico" o semplicemente "panico").

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