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8 marzo 2013 5 08 /03 /marzo /2013 23:42

Dopo aver vissuto per un lungo periodo (da 500 fino a 12994 anni, a seconda delle mitologie), quando la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma. In questo luogo accatastava ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo, mirra e le più pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido di forma ovale.

In questo nido infine vi si adagiava, attendendo che i raggi del sole l’incendiassero, lasciandosi poi consumare dalle sue stesse fiamme mentre cantava una canzone di una soavità ineguagliabile. Per via della cannella e della mirra che bruciano, la morte di una fenice è spesso accompagnata da un gradevole profumo. 

Dopo nove giorni, dal cumulo di cenere emergeva poi una nuova piccola fenice che, alimentata dai raggi solari, cresceva rapidamente fino a trasformarsi in una nuova radiosa, giovane e potente Fenice nell’arco di tre giorni.

Grazie al simbolismo della resurrezione, vi sono controparti della Fenice in praticamente tutte le culture: sumera, assira, inca, azteca, russa (l’uccello di fuoco), quella dei nativi americani (Yel), e in particolare nella mitologia cinese (Feng), indù e buddista (Garuda), giapponese (Ho-oo o Karura), ed ebraica (Milcham).

La Fenice (abbreviazione: Phe) è anche una costellazione dell’Emisfero Sud, vicino a Tucana (il Tucano) e Sculptor.

Secondo la tradizione il Bennu è un uccello sacro egiziano che nella mitologia greca prese il nome di Fenice Araba.
Fenice deriva da phoinix che significa "rosso" o "albero solare" , fenice è anche il nome attribuito ad un tipo di palma da dattero.
L'araba fenice si presentava come un uccello simile ad un aquila reale con un becco affusolato e zampe lunghe ma con un piumaggio particolare:penne dorate sul collo, rosse nel corpo con la coda azzurra e rosa, le ali in parte dorate e di porpora caratterizzata da due lunghe penne talvolta erette o cadenti sul capo una azzurra ed una rosa.La fenice secondo la leggenda è un maschio ed è un unico esemplare che muore e resuscita.
Prima della morte la fenice costruiva un nido utilizzando parti di spezie ad esempio cannella, mirto, sandalo al riparo di un albero, una quercia o una palma e mentre intonava una bellissima canzone si lasciava incendiare dai raggi del sole e moriva nelle sue stesse fiamme inondando di profumo la zona circostante al suo nido grazie alle spezie che bruciavano con essa.Dalla cenere emergeva un uovo da cui rinasceva l'araba fenice nell'arco di tre giorni.Nelle leggende ebraiche, la Fenice viene chiamata Milcham.
Dopo che Eva mangiò il frutto proibito, divenne gelosa dell’immortalità e della purezza delle altre creature del Giardino dell’Eden – così convinse tutti gli animali a mangiare a loro volta il frutto proibito, affinché seguissero la sua stessa sorte. Tutti gli animali cedettero, tranne la Fenice — che Dio ricompensò ponendola in una città fortificata dove avrebbe potuto vivere in pace per 1000 anni. Alla fine di ogni periodo di 1000 anni, l’uccello bruciava e risorgeva da un uovo che veniva trovato nelle sue ceneri.

La fenice è cantata da numerosi poeti classici, come Ovidio, che scrisse che ogni 500 anni essa si rigenerava istantaneamente dalla proprie ceneri, in un nido di piante aromatiche che essa stessa costruisce.

I padri della Chiesa accolsero la tradizione ebraica e fecero della fenice il simbolo della resurrezione della carne. La sua immagine ricorre frequentemente nell’iconografia delle catacombe.
Dante Alighieri la cita in una similitudine dell’Inferno (canto XXIV, 106-115).

 

 

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20 febbraio 2013 3 20 /02 /febbraio /2013 23:18

   Ch'i She Huang Ti, conosciuto come l'"Imperatore Giallo", fu uno dei tiranni più feroci di tutti i tempi. I suoi obbiettivi furono il potere, la ricchezza e la gloria. Desiderò, più di ogni altra cosa, sconfiggere la morte e in un certo senso, sembra ci sia riuscito, dal momento che ancora oggi si parla di lui e della sua misteriosa tomba. La credenza secondo la quale sarebbe esistita una corrispondenza fra il regno terreno e quello celeste, lo spinse a cercare l'immortalità e lo convinse di essere parte del cosmo e di esserne un cardine. Due anni prima della morte, avvenuta nel 210 a.C. all'età di 49 anni, iniziò una delle sue grandi imprese: la costruzione di una immensa piramide, un grande monumento sepolcrale ove riposano le sue spoglie. Un progetto grandioso, che prevedeva ampie pareti, templi, imponenti cancelli che delimitavano e racchiudevano le stalle imperiali. L'ingresso orientale era difeso da uno spettacolare esercito di terracotta a grandezza naturale che lo preservasse dopo la morte e la cui esistenza rimase sconosciuta fino a 20 anni fa. Un esercito fornito di armi e armature vere che, ironia della sorte, vennero utilizzate dai contadini, cinque anni dopo la sua morte, per sconfiggere suo figlio e porre così fine alla sua dinastia. L'esercito fu rinvenuto per caso nel marzo del 1974 da un contadino nel corso dei lavori di scavo di un pozzo. Vennero alla luce ottomila guerrieri a guardia di una collina artificiale più imponente delle piramidi egiziane.

 Una leggenda racconta che Huang Ti salì al cielo cavalcando un drago, dopo aver forgiato una magica caldaia; altri testi lo vogliono trasportato da un "Dragone Volante", animale menzionato anche in documenti del 1.500 a.C., secondo i quali i re cinesi scendevano dal cielo. Ciò che rimane di lui si troverebbe nella piramide, stando a quanto affermato dalle cronache cinesi. E, con lui, un tesoro inimmaginabile. Le porte interne della tomba vennero chiuse e uccisi tutti gli operai perché non raccontassero ciò che avevano visto e fatto. Venne serrata anche la porta esterna, seppellendo per sempre chi si trovava all'interno. Si dice che il sarcofago di She Huang Ti sia protetto da balestre automatiche che sparerebbero strali mortali contro chi tenta di entrare e circondato dalla riproduzione di tutto il suo impero, con tanto di palazzi, colline, montagne, mari e fiumi ove scorre il mercurio per simulare, con il suo tremolio, l'effetto dell'acqua. Un paesaggio in miniatura illuminato da grandi lampade alimentate da olio di balena, progettate per non spegnersi mai. La loro fioca luce illuminerebbe un soffitto riproducente il cielo di quell'epoca con le sue costellazioni e stelle, costituite da gemme e perle, che brillano come veri astri. I cinesi sono convinti che se qualcosa va male è perché i loro avi non sono contenti. Quindi è meglio non disturbare lo spirito dell'imperatore. Il direttore del museo dove oggi si trova l'esercito di terracotta spiega che è più prudente attendere qualche decennio, in modo da permettere alla tecnologia di poter eseguire l'apertura della tomba senza danneggiarla. Forse le vere ragioni sono altre, almeno a tener conto delle storie "speculative" che si sono diffuse.


Il tumulo sarebbe stato ritrovato nel 1914 da alcuni archeologi francesi, la spedizione Segalen. Una piramide di cinque gradini, alta 48 metri, con 350 metri di lato ed un volume di 1.960.000 metri cubi tale da renderla il quarto monumento del mondo. Sembra si tratti di una piramide doppia, con una parte sopra e una sotto il suolo. La sezione sotterranea, secondo le cronache, fu edificata in stile egizio, ovviamente rovesciata, foderata esteriormente di bronzo. Sarebbe anche stata sigillata ermeticamente da una lastra di bronzo e sussisterebbe un certo timore per ciò che potrebbe accadere all'atto dell'apertura. Le serissime cronache della storico Sseu-ma Ts'ien (135-85 a.C.) forniscono informazioni curiose circa il monumento, di cui Patrick Ferryn nel suo "Les ultimes demeures des fils du ciel" (Ed. Kadath, Bruxelles 1975) ci riporta un estratto: "Sce Huang Ti riuniva nelle sue mani tutto l'impero. Alla costruzione del sepolcro furono inviati oltre 700.000 lavoratori. Si scavò il suolo fino all'acqua, vi si colò del bronzo e si portò il sarcofago. All'interno furono trasportati e sepolti utensili meravigliosi, gioielli ed oggetti rari. Furono riprodotti edifici per tutte le amministrazioni. Alcuni artigiani ricevettero l'ordine di fabbricare balestre e frecce automatiche, in modo che se qualcuno avesse voluto fare un buco sarebbe stato ucciso. Un vero palazzo sotterraneo si ergeva là dove ruscelli di mercurio disegnavano fiumi eterni. In alto vi erano tutti i segni del cielo, in basso tutte le disposizioni geografiche. Si fabbricarono torce con grasso di foca perché durassero a lungo. Al termine dei funerali, quando la bara fu calata, venne chiusa e nascosta la via centrale che portava al sepolcro, si fece cadere la porta dell'entrata esterna e vi si chiusero dentro tutti coloro che erano stati impiegati come operai o come artigiani e avevano fabbricato le macchine e nascosto i tesori; che sapevano tutto quanto era stato celato nella tomba, ne conoscevano il valore e ne avrebbero divulgato il segreto. Venne poi posta sul tumulo della vegetazione, in modo da farlo somigliare ad una montagna".


[24K .jpg - Piramide cinese] Usanza che i cinesi hanno adottato con ogni piramide e che le fa apparire come delle colline che emergono dalle pianure, visibili a grandi distanze. L'archeologia occidentale si è accorta così che in Cina vi sono centinaia di piramidi a gradini, nello stile sud americano; sembra ne siano state catalogate 500. Aviatori americani fotografarono, anni fa, nello Shensi, a sud dell'Ordos, un'immensa piramide in stile egiziano a 40 miglia sud-ovest del Sian (X-Ian), verso Chi-ling-shan.
La sua altezza fu stimata in 300 metri, con i lati di 500 metri e risalente all'epoca della dinastia Hsia, oltre 4.000 anni fa. La notizia viene resa da Charroux nel suo "I maestri del mondo". Nel 1950, studiosi dell'accademia di Pechino esplorarono otto tumuli dei primi re Chou in Anyang nella zona di Hou-Chia-Chuang fra cui la tomba di Wu-Kuang. Il complesso si trova a nord del fiume Huan, nell'Honan settentrionale. Molte le piramidi scoperte dalla spedizione Segalen, più modeste, ma tutte a gradini che richiamano quelle precolombiane.
[25K .jpg - Piramide cinese] Altre piramidi inoltre si troverebbero nel deserto di Gobi, zona in cui è difficilissimo condurre ricerche. Riferendoci alle piramidi cinesi è d'obbligo citare quella conosciuta come la Piramide Bianca, avvistata nel 1945 dal pilota James Gaussman, diretto verso la base di Assam, in India. Per un guasto al motore dell'aereo, Gaussman modificò la rotta e, sorvolando il territorio cinese fotografò l'enorme piramide, che descrisse come fatta di metallo o pietra bianca. È stata cercata per molto tempo ma nessuno l'ha mai ritrovata. La foto di Gaussman rimase in un archivio militare per ben 40 anni, poi Brian Crowley la pubblicò nel suo libro "The Face on Mars". Il professor Rudenko G. ha scoperto nelle vicinanze della Mongolia Esterna tombe (Kurgan), i cui resti sono visibili nel Museo dell'Ermitage di Leningrado (San Pietroburgo).
[16K .jpg - Piramide cinese] La più interessante, sita a Pazyrik, è detta "Kurgan V". Al suo interno sono stati rinvenuti strumenti musicali, gioielli, cibi, una mummia di donna e una di uomo di tipo europeo perfettamente conservate, grazie all'azione isolante della cassa di legno ricoperta da terra gelata. Nel deserto del Gobi l'archeologo Stern Aurel trovò carte celesti risalenti a 20.000 anni fa, dipinti raffiguranti indiani dell'America meridionale ed alcuni vasi pieni di mercurio.


In seguito alle rilevazioni effettuate in quella regione da alcuni studiosi sovietici, riguardanti vaste zone con porzioni di terra vetrificata, Jacques Bergier ha ipotizzato che il mercurio sia servito per produrre energia nucleare e che la civiltà del deserto sia stata distrutta da una guerra combattuta utilizzando veicoli aerei e esplosivi di inaudita potenza, di cui parlano anche i sacri testi indù. Diverse antiche pagine della letteratura indiana difatti descrivono macchine in grado di volare utilizzando l'energia prodotta dal riscaldamento del mercurio, precedentemente posto in una caldaia. L'Harsa-Carita di Bana racconta di "una macchina del cielo" (Akasa Katha) costruita da uno Yavana (Barbari Stranieri). Macchine menzionate anche nel Brihat-Katha scritto da Buddhasvamin. Sul modo di impiego dell'energia prodotta dal mercurio vi sono diversi pareri. Desmond Leslie ha suggerto che potesse avere a che fare con il volo degli UFO, mentre la descrizione delle ali, per Richard Tompson, fa presupporre che il motore a mercurio alimentasse un meccanismo atto a muovere le ali, ma non il velivolo; dello stesso parere sembra Roger Bacon. Ramachandra Dikshitar afferma, nel Samarangana, che il "Vimana" possiede "due ali splendenti e una propulsione ad aria". Forse simile a quella a reazione? L'antico testo di astronomia Surya-Siddhanta descrive un modello meccanico di un sistema planetario che ruota per mezzo di un motore a mercurio, il cui schema era segreto. Era quindi conosciuto un tipo di motore per produrre energia rotatoria? Non solo, il mercurio, elemento largamente usato dall'"Imperatore Giallo", viene utilizzato per ricavare l'energia necessaria a muovere i "Vimana".
Ma torniamo all'Imperatore Giallo. Una delle tante leggende cinesi riguarda cinque imperatori celesti, reggitori del mondo, incaricati di comandare nei cinque settori della Terra, in base al loro colore. L'imperatore verde ad Est, quello bianco ad Ovest, quello rosso a Sud, l'imperatore nero a Nord, e quello giallo, in cinese Huang Ti, al Centro. Una leggenda che forse anche l'"imperatore Giallo" conosceva e che lo spinse a cercare quell'immortalità che infine ha poi ottenuto, anche se in un modo diverso da quello da lui immaginato.

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4 dicembre 2012 2 04 /12 /dicembre /2012 22:57

Antichi blocchi di pietra misteriosi si ergono come antichi testimoni di un tempo perduto in diverse regioni d’Europa (e non solo d’Europa): sono i dolmen, i menhir e tutti gli altri siti megalitici di cui Stonehenge rappresenta certamente l’esempio più conosciuto.
Le zone in cui si possono trovare strutture megalitiche sono principalmente la Gran Bretagna, l'Irlanda, la Francia, la Spagna, la Danimarca, la Germania settentrionale, una parte della Svezia, una parte dell'Italia (soprattutto Puglia e Sardegna), la Corsica e Malta. Si possono trovare testimonianze della cultura megalitica anche in alcune zone dell'Africa occidentale (tra cui l'Egitto), della Palestina, della Fenicia, della Tracia, del Caucaso e della Crimea.
Ciò può essere spiegato in modo molto soddisfacente, a mio avviso, ipotizzando che questa cultura disseminata sull’intero mappamondo provenisse da una civiltà madre, antecedente a quelle storiche tradizionali e influente su gran parte delle terre emerse a quel tempo.
Ciò che unifica i monumenti megalitici è la loro straordinaria connessione astronomica. Prendiamo ad esempio i due casi più famosi: la già citata Carnac, in Francia, e Stonehenge. Gli allineamenti di Carnac più importanti (datati circa al 5000 a.C.) si trovano principalmente in tre località: Le Ménec, Kermario e Kerlescan. Nel villaggio di Le Ménec c'è il più bell'insieme di allineamenti. Ci sono un gruppo di 70 menhir (dal bretone, "pietra lunga") riuniti in una cinta e un allineamento principale in dodici file con 1099 menhir. Questi allineamenti erano stati allineati al solstizio d'estate e d'inverno creando un vero calendario a cielo aperto. A Kermario ci sono circa 1029 menhir disposti in dieci file. Infine a Kerlescan sono presenti 594 pietrefitte su 13 righe circondate da un cromlech (che significa, dal gallese, "pietre in circolo"). Meno importanti sono i megaliti di Le petit Ménec.


Stonehenge, situato nella piana di Salisbury, in Inghilterra, fu costruito tra il III e il II millennio a.C. Questo grande monumento, secondo la storiografia ufficiale fu edificato in tre fasi. Nella prima fase ( 2750 a.C. circa) furono costruiti il terrapieno, il fossato e furono scavati 56 piccoli pozzi in cui venivano inseriti dei pali. Dopo pochi secoli, durante la seconda fase, avvenne il posizionamento delle 82 "pietre blu"(pesanti in media 4 tonnellate l'una), le quali provenivano dai monti Prescelly, che si trovano a 300 Km di distanza. Nell'ultima fase (1900 a.C. circa) vengono collocati i 30 monoliti e i cinque famosi triliti.
Come tutti sanno, anche Stonehenge ha una grande valenza astronomica. Ad esempio è molto importante l'allineamento che riguarda il solstizio d'estate. La cultura megalitica si estende per quasi quattromila anni, ma chi furono i suoi padri? E come poterono movimentare blocchi di pietra di tali dimensioni? Di sicuro non furono i Celti, che iniziarono a migrare nel 2000 a.C. circa dall'Europa centrale. Tuttavia essi ne furono gli eredi ed è grazie a loro che oggi possiamo sapere qualcosa di più della cultura della civiltà megalitica.
Probabilmente i Celti assorbirono la cultura dei popoli già presenti sul territorio e la fecero propria. A mio avviso, la civiltà megalitica è una cultura che discende (non so se addirittura direttamente) dalla civiltà atlantidea.
Con la distruzione di Atlantide migliaia di profughi iniziarono a giungere nelle regioni dell'Europa caratterizzate da siti megalitici portando le proprie conoscenze (soprattutto in campo astronomico e tecnologico) alle popolazioni locali che vivevano in uno stato primitivo.
E’ possibile che il sapere astronomico conferito dagli atlantidei si manifestò prima attraverso monumenti stellari in legno (come probabilmente fu la prima Stonhenge) che ovviamente non ci sono pervenuti. Poi con la civiltà megalitica, che possedeva le tecniche per trasportare massi pesantissimi anche da località molto lontane, si iniziarono a costruire monumenti stabili e duraturi perché fatti in pietra. Con l'arrivo dei Celti, la cultura megalitica venne assorbita da questi ultimi, i quali a loro volta l'hanno poi trasmessa in minima parte ai romani e alla cristianità. Attraverso la civiltà megalitica possiamo così avere una piccola testimonianza delle conoscenze astronomiche e religiose che i fuggiaschi atlantidei hanno recato alle popolazioni che incontravano nel loro percorso. Le poche notizie sulla religione e le credenze dei Celti (e quindi in linea generale della civiltà megalitica e atlantidea) le possiamo ottenere nel modo più sicuro e interessante da un famosissimo libro dell'antichità, scritto proprio da colui che determinò in maniera definitiva il crollo della civiltà celtica più importante in Europa: Caio Giulio Cesare. Nel suo "De bello gallico" ci dà un interessante ritratto dei druidi, i quali possedevano le conoscenze più importanti in merito alla religione ed alle antiche conoscenze, sicuramente custodi di occulti saperi esoterici, forse alchemici.
A supporto di quanto sopra esposto è interessante osservare come una volta l’Inghilterra fosse unita all’Europa. Solo dopo la fine della glaciazione di Wurm, con il disgelo delle calotte polari e l’innalzamento del livello del mare la struttura del continente è cambiata. Le prove di ciò giacciono sul fondo del Mar del Nord. è quanto emerge dallo studio coordinato dal Dr Richard Bates, Geofisico del dipartimento di Scienze della Terra del St Andrews University. Sul fondo del Mar del Nord si troverebbe infatti una porzione di terra sommersa, la Doggerland che nell’antichità si estendeva dalla Scozia alla Danimarca e collegava la Gran Bretagna all’Europa.

 

Doggerland


Grazie alle immersioni dei sub stanno riaffiorando le prove di quella che sembra essere più di una semplice ipotesi, fino a ricostruire la flora e la fauna del territorio abitato da antiche popolazioni. Attraverso gli scheletri di mammuth e renne o l’esame di polline si delinea un paesaggio ricco di colline e laghi. Poi è accaduto qualcosa. Gli studiosi pensano che la sommersione della Doggerland sia stato l’effetto di una serie di eventi molto drammatici, come l’innalzamento del mare che sarebbe sfociato in uno tsumani di dimensioni catastrofiche alla fine del periodo glaciale di Wurm, vero spartiacque della storia umana.
Questo ci porta alla memoria un precedente studio del Progetto Atlanticus relativo alle possibili origini dei siti misteriosi di Gobekli Tepe, Kisiltepe, retaggi di una civiltà perduta, cancellata dall’inondazione repentina della depressione del Mar Nero, avvenuta anch’essa a causa dell’innalzamento del livello del mare, pubblicato nell’articolo intitolato “Un Impero prima del diluvio”. Da lì le popolazioni migrarono, cariche del loro bagaglio di conoscenze, nelle terre facenti parte del loro dominio, contribuendo alla straordinaria “Rinascita” del genere umano dopo il cataclisma, attraverso la nascita delle prime società umane: le società gilaniche.
Così come accadde nell’area geografica mesopotamica, dal cui percorso storico giunse la straordinaria civiltà sumera (almeno quella originale), probabilmente la medesima cosa accadde in Nord Europa, giungendo infine alla cultura celtica, esempio di “Rinascita” alla stessa stregua dei Sumeri in mesopotamia e delle prime civiltà mesoamericane al di là dell’Atlantico.
E, come in medio-oriente, così anche in Nord-Europa vennero selezionati dai nostri antichi dei alcuni individui, a cui venne assegnato il compito di istruire le nuove primordiali comunità umane costituitesi sulle ceneri del mondo dell’età dell’oro: i druidi.
La parola druido denota l'appartenente alla classe dei sacerdoti della religione dei Celti, attraverso buona parte dell'Europa centrale e nelle isole britanniche. I druidi costituivano l'elemento unificante e i depositari della cultura del popolo celtico, peraltro così disgregato e discorde sul piano politico.
Le pratiche druidiche erano parte della cultura di tutte quelle popolazioni chiamate Keltoi e Galatai dai greci e Celtae e Galli dai romani.
Il Druidismo o Celtismo è una religione neopagana nata come una ripresa dell'antica religione celtica. Il Druidismo è una religione che promuove pace, preservazione e armonia della e con la natura. Per il Druidismo inoltre, l'essere umano non è superiore al resto del mondo e degli esseri viventi, ma fa parte di esso.
Molti studiosi affermano che i Druidi provenissero da Atlantide, prima che essa scomparse, altri sostengono che i Druidi erano il risultato di una fusione con i celti. La cosa più interessante nella loro storia è che le loro pratiche hanno notevoli somiglianze con quelle degli Indiani d'America. Riscontriamo pertanto nuovamente una forte correlazione con popolazioni coinvolte nell’idea di “Rinascita” di una civiltà umana in armonia con la natura secondo i modelli delle società anarchico-gilaniche delle origini e del sogno enkilita.
I primi scritti sui Druidi provengono dall'epoca romana, da Giulio Cesare, attorno al 52 a.c. A quel tempo i Druidi erano presenti nella Gallia, nella Valle Padana, in Inghilterra e in Irlanda. Anche se è chiaro che la loro esistenza è ancora più remota, purtroppo non è rimasta traccia alcuna sulla loro nascita. E' molto difficile oggi ricostruire l'ordine dottrinale, mistico, magico e l'insieme di conoscenze scientifiche e tradizioni possedute dagli antichi Druidi. Essi, infatti, non ci hanno trasmesso nulla di codificato, e la quasi totalità della loro dottrina è andata perduta con la morte dell'ultimo di essi. Tuttavia, attraverso un'analisi di alcune fonti, manoscritti di età cristiana e folklore nordeuropeo, si è riusciti, negli ultimi due secoli, a dipingere un quadro generale estremamente interessante.
L'impero romano, non capendo la civiltà celtica, dedita all'armonia con la natura, volle assogettare gli stessi ai loro usi e costumi, siccome i territori dei Celti erano molto boscosi, fu proprio nei boschi che i Romani conobbero le batoste più pesanti, e non a caso durante le guerre di conquista in Gallia e in Padania, per prima cosa distrussero le foreste, spianarono i centri fortificati e costruirono al loro posto le caratteristiche città-accampamento militare a pianta quadrata, contribuendo a distruggere la tradizione direttamente proveniente da Atlantide.
Ma ciò che turbava di più i Romani erano alcuni personaggi della società celtica, per loro davvero incomprensibili: proprio i druidi, le figure centrali della religione celtica. Secondo Plinio il Vecchio, il loro nome deriva dal culto che riservavano alle querce. Avevano poteri molto grandi: conoscevano i moti degli astri e prevedevano i fenomeni atmosferici; decidevano l'esito delle controversie pubbliche e private e stabilivano pene e risarcimenti. Erano anche i responsabili dell'educazione dei giovani, ai quali insegnavano l'astronomia e l'uso della memoria. Grazie alla conoscenza delle erbe, erano anche formidabili guaritori. Erano gli unici a saper usare la scrittura e l'alfabeto, che i Celti consideravano sacro e utilizzavano solo in casi eccezionali.
Tutto ciò faceva dei druidi il cardine della società celtica, e i portavoce del volere enkilita quali maestri della “Rinascita”: ecco perché i Romani, a partire da Cesare in Gallia, si accanirono per prima cosa contro di loro per sottomettere le popolazioni.
Gli imperatori non furono teneri nemmeno con i druidi britannici, ultimi simboli (dopo il genocidio ai danni dei Celti padani e dei Galli) di una cultura consideravano barbara e pericolosa. Tiberio li mise fuori legge e Claudio cercò di sopprimerne la "casta", ma fu Nerone, solito alle imprese megalomani, a volerli annientare completamente. Il pretesto fu fornito da una rivolta scoppiata in Britannia nel 60. Per riportare la situazione alla normalità, nel 61 Nerone incaricò il governatore Svetonio Paolino di procedere contro i ribelli, arroccati sull'isola di Mona (odierna Anglesey).
Narra lo storico Tacito: "Sulla spiaggia era radunata la schiera dei nemici, percorsa da donne coperte di vesti come le Furie e che, sparse le chiome, agitavano le fiaccole. Intorno stavano i druidi che, levate le mani al cielo, lanciavano preghiere e maledizioni e con il loro aspetto colpivano i soldati al punto che essi, come paralizzati, si esponevano alle ferite, quasi avessero le membra legate". Per non fare brutta figura, i legionari, incitati dai loro capi, "si gettarono contro di loro, li abbatterono e li travolsero con le loro stesse fiamme". Dopo lo sterminio dei druidi, "fu imposto ai vinti un presidio e furono abbattuti i boschi sacri alle loro superstizioni selvagge".
Il massacro continuò poi in tutta la Britannia. La conseguenza fu l'annientamento del druidismo in Britannia e la sua relegazione alla sola Irlanda e alla Scozia. Fortunatamente la loro tradizione non andò perduta, grazie al fatto che nella chiesa Irlandese vennero ammessi i Bardi. Nella chiesa affluirono clero e aristocratici, a seguito di ciò la chiesa popolare scomparve, mettendo in pericolo l'esistenza del Druidismo e della Wicca.
Ma la storia dei druidi non termina con questo genocidio. Facciamo un salto temporale di diversi secoli e arriviamo fin quasi ai giorni nostri. Forse pochi di voi sanno che uno dei più famosi e rispettati statisti del 1900 venne iniziato al culto druidico. Stiamo parlando di Winston Churchill.
Churchill nasce nel 1874 e suo padre, Randolph Henry Spencer era stato un massone e questo può aver fornito al giovane Winston la possibilità di entrare in contatto con il mondo della massoneria. Ci sono ipotesi discordanti sull’anno in cui effettivamente Winston sia stato iniziato al grado di apprendista; quella più accreditata fa riferimento all’anno 1901 a Studholme Lodge a Londra.
Oltre al mondo massonico Churchill entrò in contatto con il mondo druidico inglese: una foto del libro di Stuart Piggot “The Druids” lo ritrae in gioventù affiancato da un certo numero di uomini, alcuni dei quali in evidenti costumi druidici. Secondo l’iscrizione questa fotografia mostra l’inizio del percorso druidico di Winston Churchill nel Lodge Albion, antico ordine dei Druidi, nel mese di Agosto 1908 a Blenheim, nella sua casa di famiglia.
Contemporaneamente a questi eventi, oltre il canale della Manica, sorgevano in Germania una serie di società ispirate alla teosofia di Madame Helena Blavatsky, come la società Thule o la società Vril, che nei decenni successivi saranno di grande ispirazione per la nascita di quello che diventerà il partito nazista.
Tutto ciò ci consente di poter leggere gli eventi che porteranno alla seconda guerra mondiale e alla tenace resistenza da parte di Churchill ai progetti nazisti non solo sotto il piano storico-politico, ma anche e soprattutto da un punto di vista mistico-esoterico, dove le forze e la posta in gioco vanno al di là del sapere comune.
Perché, — e questo è il punto che il dibattito non rileva, — il premier inglese percepiva nel nazismo non un semitotalitarismo come quello comunista, ma una componente 'occulta' con fini non negoziabili, 'la costruzione di uno spazio eurasiatico che consentisse ai popoli ariani di ritrovare la loro antica saggezza e potenza'.
Il Führer avrebbe voluto associare a questo progetto l'Inghilterra, 'sorella ariana'. Churchill lo riteneva pura follia, dettata da una cultura occulta la cui presenza egli avvertiva grazie ai suoi saperi esoterici e temeva anche in settori influenti (aristocratici, intellettuali) della società inglese. Riteneva di salvare l'occidente da un pericolo 'demoniaco' e sperava anche di salvare l'Impero con l'aiuto degli Stati Uniti.


L’iniziazione all’ordine druidico di Winston
Churchill nella foto di Piggot


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30 ottobre 2012 2 30 /10 /ottobre /2012 22:14

La raffigurazione del mito di Fetonte in una incisione del 1800

La regione del Piemonte teatro di un antico ed eccezionale evento celeste. Platone e il segreto del mito di Fetonte. Un principe egizio in Piemonte alla ricerca di antichi segreti. Fetonte e il mito del Graal

 

Fetonte e il mito celtico del Graal

Una vasta regione, che oggi si estende dal Piemonte alla Savoia e alla Provenza fino a raggiungere la Liguria e la Valle d'Aosta, è stata testimone di eventi straordinari che rappresentano le radici culturali di queste stesse terre e di tutto il continente europeo.

Le leggende e le tradizioni di tutta Europa parlano della caduta dal cielo, nell'area della Valle di Susa, di un oggetto di origine divina, portatore di conoscenza sulla Terra, che avrebbe dato il via ad una tradizione iniziatica ancora esistente nel nostro tempo.

Queste leggende sembrano coincidere con il mito greco dei primi Dei che, come dice Platone, si divisero il nostro mondo in precise aree e le organizzarono per poter donare la loro conoscenza alle creature di allora. Mito che sembra riecheggiare in quello aborigeno riguardante la venuta sulla Terra, in tempi antichi, dei Signori della Fiamma che diedero vita al "Dreamtime", la dimensione segreta degli Aborigeni australiani, modificando l'ambiente del pianeta per adattarlo ai bisogni degli esseri umani.

Mito che si può anche riallacciare alle leggende nordiche relative alle vicende degli Asi, gli antichi Dei del Nord, progenitori dell'umanità.

Queste leggende parlano della sconfitta, da parte degli Asi, dei giganti che dominavano la Terra ai primordi della storia. Gli Asi furono aiutati da Loki, il figlio ardente del tuono e della tempesta caduti come un colpo di martello sulla terra. Insieme a Loki gli Asi liberarono il pianeta dai ghiacci e consentirono in seguito a Odino, il loro re, di creare un mondo che risultasse adatto per l'umanità a cui egli stesso aveva dato vita e che fu posta in una sorta di Eden, protetto da una muraglia circolare fatta di pietre.

Le leggende europee, confermando la narrazione di Platone circa gli Dei che si spartirono la Terra per allevare gli uomini, raccontano che in questa vasta zona la caduta dell'oggetto diede vita ad un "recinto", un'area protetta, in cui gli esseri viventi dell'epoca poterono accedere a conoscenze profonde della scienza e dello spirito. Qui nacquero le scuole iniziatiche dei grandi saggi che diedero vita alle tradizioni che si diffusero poi in tutta Europa e che continuerebbero ancora nel nostro tempo.

L'evento riguardante la caduta dell'oggetto di natura divina è riportato nella tradizione ellenica dalla leggenda di Fetonte, figlio del re Sole, il quale, non sapendo guidare il carro celeste del padre, sarebbe precipitato al suolo. Gli uomini, rinvenuti i resti del carro celeste, avrebbero tratto da essi la conoscenza divina che conteneva.


La cima del Roc Maol, il monte Rocciamelone in Val di Susa. In epoca romana ospitava sulla sua cima un tempio dedicato a Giove

Nelle Metamorfosi di Ovidio, poeta latino di Sulmona vissuto intorno al 30 a.C., il testo cita l'avventura di Fetonte, figlio del dio Sole, che salì sul carro del padre per provare a guidarlo pur essendone incapace, e finì per perdere il controllo del mezzo celeste. Così si avvicinò troppo alla Terra che cominciò ad incendiarsi. Zeus, il sommo dio dell'Olimpo, accortosi di ciò che stava accadendo, per salvare la Terra dalla distruzione provocata dal calore emanato dal carro solare lanciò un fulmine sul figlio. Fetonte fu così sbalzato dal carro celeste e cadde sulla Terra precipitando nel fiume Eridano, l'antico nome del Po.

La tradizione druidica vuole che il carro di Fetonte non sia caduto, ma disceso con tutta la sua potenza divina in un luogo che si trovava all'incontro di due grandi fiumi, nella zona dove oggi si uniscono la Dora e il Po. Una zona identificabile nell'area che comprende l'attuale città di Torino e parte della Valle di Susa.

Fa eco al mito di Fetonte quello medievale relativo alla discesa del Graal. Il mito narra in termini di allegoria antropomorfa la vicenda di una creatura semidivina che in tempi molto antichi precipitò dal cielo finendo per cadere sulla Terra. Nella caduta, lo smeraldo che adornava la sua fronte si staccò precipitando al suolo. La leggenda narra che altre creature semidivine lo raccolsero modellandolo in forma di coppa e lo consegnarono ad Adamo nell'Eden, al fine che lo custodisse e se ne avvantaggiasse.

Quando Adamo dovette abbandonare l'Eden, portò la coppa con sé. Attraverso la sua discendenza, la coppa del Graal giunse nelle mani di Osiride, dio tutelare dell'Egitto. Quando Osiride fu ucciso a sua volta per mano di Set e il suo corpo venne da questi smembrato e disperso per tutta la Terra, la coppa andò perduta. Così gli uomini persero la loro preziosa fonte di conoscenza e caddero nelle barbarie.

Molti secoli più tardi, nella città di Camelot in Armorica, re Artù, aiutato dal druido Merlino, radunò dodici cavalieri, riunendoli in cerchio attorno alla nota Tavola Rotonda, con lo scopo di ritrovare la preziosa coppa del Graal. Riportata la coppa a Camelot, re Artù cercò di utilizzarla per ricostruire un nuovo Eden, ma non tutti i Cavalieri erano capaci di sostenere la conoscenza che essa conteneva, tanto che il Graal appariva e scompariva nel centro vuoto della Tavola Rotonda.


Parco di Dreamland, a nord di Torino. Una ricostruzione del grande cerchio di pietre che secondo l’antica tradizione druidica venne fatto costruire da Fetonte a mezzo dei suoi due aiutanti di metallo dorato

La ricerca moderna del Graal ha coinvolto organizzazioni iniziatiche di ogni genere, dai Templari sino ai gruppi esoterici più disparati.

Gli alchimisti di ogni tempo, nel segreto dei loro "athanor", i fornelli alchemici in cui trasmutavano le qualità dello spirito, cercarono di riprodurre la pietra filosofale che avrebbe consentito di accedere al segreto della "lapis exillis", la "pietra di conoscenza caduta dal cielo".

Platone, il filosofo ateniese del 400 a.C., in merito alla leggenda di Fetonte, che si riallaccia a quella del Graal, sostiene che essa, come tutte le leggende, non era altro che una favola per bambini che nascondeva un vero significato, ovvero la narrazione della caduta di uno dei tanti oggetti che navigano attorno alla Terra e che ogni tanto, a caso, cadono su di essa provocando morti e distruzioni.

In effetti, se si osservano le foto satellitari eseguite sul nord Europa, si può scorgere sul suolo piemontese l'impronta livellata dal tempo di un antico impatto avvenuto presumibilmente milioni di anni fa. In un'epoca in cui probabilmente vivevano ancora i dinosauri, prima della loro inspiegabile scomparsa.

Ma come valutare questo dato? Secondo la scienza a quel tempo non doveva ancora esistere la specie umana. Come ha fatto a sopravvivere il ricordo dell'accaduto? Chi ha perpetuato la narrazione di quello straordinario evento? Esistevano forse altre forme di vita intelligente che poi trasmisero le loro conoscenze alla successiva umanità?

C'è anche da chiedersi per quale motivo, se si fosse trattato solo della caduta di un asteroide, l'antica tradizione abbia attribuito a quell'oggetto un significato riferito a una fonte di conoscenza. Non va dimenticato che la parola GRAAL, secondo gli alchimisti medievali, è in realtà l'acronimo di "Gnosis Recepita Ab Antiqua Luce", ovvero "conoscenza ricevuta da una luce antica".

Forse la narrazione di Ovidio non rispondeva alla realtà dei fatti accaduti milioni di anni prima.

 

Dall’Egitto alla ricerca del Graal


La tradizione dei salotti esoterici di Torino ritiene che il monumento del 1879, dedicato ufficialmente all’opera del Traforo del Frejus, sia attribuibile in realtà al mito di Fetonte, figura dominante nella cultura celtica del Piemonte. Un monumento che riprende tutti i simboli della saga dell’umanità come viene citata da Dante Alighieri nella Divina Commedia: la forma piramidale, l’angelo alato che giunge dal cielo e i giganti prostrati sui fianchi del monumento

E' indubbio che questa zona dell'Europa fu teatro di un evento di portata significativa per l’umanità di quei tempi ed esercitò soprattutto un richiamo di interesse mistico per molte culture di tutti i tempi e di ogni luogo del continente europeo.

Non si deve dimenticare che proprio nella Valle di Susa, in Piemonte, subito dopo il diluvio ricordato in tutte le tradizioni del pianeta, e presumibilmente dopo la scomparsa della grande civiltà del bacino fertile del Mar Nero, venne edificata la misteriosa città ciclopica di Rama.

Le antiche cronache della Valle di Susa riportano l'esistenza, in epoche remote, di una città ciclopica chiamata Rama. La città, dalle descrizioni, potrebbe assomigliare alle fortezze megalitiche peruviane e dell'Oceania. Le leggende dei secoli successivi aggiungono che questa mitica città fu uno dei luoghi dove venne conservato per un certo periodo il Graal.

Il mito della città sopravvisse ai secoli a mezzo delle tradizioni orali del druidismo locale e grazie ai ricercatori di inizio secolo che raccolsero dati di prima mano e conferme documentate della sua esistenza.

Alcuni autori dell’800 riportano ad esempio che, molti secoli dopo l’evento attribuito alla figura di Fetonte, giunse in visita in Piemonte addirittura un principe egizio fratello di Osiride. Il fatto viene riportato anche in un testo precedente e risalente al 1679, "Historia dell'Augusta Città di Torino", ad opera del conte e cavaliere Emanuele Thesauro, dedicato al Reggente del Ducato sabaudo.

La leggenda vuole che il principe egizio, di nome Eridano, fosse detentore del segreto del Graal e si trasferisse in Piemonte dall'Egitto con il suo esercito personale per cercare le tracce della discesa di Fetonte e stabilire una colonia presso l’antica città di Rama che era stata edificata intorno al luogo dell’apparizione del dio celeste. Per questo suo compito gli venne poi dato il nome di Fetonte-Eridano.

Secondo le cronache dei salotti esoterici fu proprio questo personaggio ad introdurre in zona il culto del dio Api, il toro divino dell'antico Egitto, da cui derivò il nome dato alla popolazione celtica dei Taurini e alla stessa città di Torino che sarebbe sorta in quella zona secoli dopo.

La narrazione riporta ancora che il principe egizio, dopo aver provveduto a riedificare la città di Rama, un giorno, durante una corsa forsennata su una quadriga lungo le rive del fiume Po, perse il controllo, precipitò nelle acque del fiume e morì annegato. Dopo questo fatto venne dato al fiume il nome di Eridano per ricordare la tragica morte del principe egizio.

Esiste anche una vasta costellazione celeste che ricorda il fiume e questo antico evento. La costellazione è una delle quarantotto riconosciute ed elencate da Tolomeo e ancora oggi appartiene all’iconografia stellare moderna della volta celeste. Presso gli antichi greci la costellazione di Eridano rappresentava il fiume Po, conosciuto appunto con il nome di Eridano, mentre presso gli egizi voleva simboleggiare il fiume Nilo.

Se si vuole evincere una indicazione di valore esoterico da questo particolare, si può considerare che nella sua estensione la costellazione copre un grande arco di cielo unendo l’emisfero boreale a quello australe. La sorgente del fiume viene fatta nascere dalla stella Achernar che, quattromila anni fa, per via del fenomeno della precessione degli equinozi, costituiva la “stella polare” dell’emisfero australe. La sua luce brillava sul misterioso continente dell’Antartide, considerato dagli esegeti come la sede dell’antico Eden da cui era sorta l’umanità.

Presso gli antichi cinesi la stella Achernar veniva rapportata ad un ”impetuoso e tortuoso ruscello” da cui nasceva l’immenso fiume.


I resti delle ciclopiche mura della città di Rama, sorta attorno al cromlech fatto erigere da Fetonte, attualmente esistenti in val di Susa

Il fiume-costellazione scorre nel cielo seguendo varie concatenazioni di stelle sino ad arrivare nell’emisfero boreale ai piedi della costellazione di Orione.

 

Il mito di Fetonte nelle leggende druidiche

Le antiche tradizioni druidiche del Piemonte interpretano la venuta del dio Fetonte in maniera diversa e con molti più particolari di quanto viene citato nelle Metamorfosi di Ovidio.

Secondo le leggende druidiche Fetonte non sarebbe caduto al suolo come vuole il mito greco, bensì sarebbe disceso dal cielo sul suo carro celeste costruito interamente in oro massiccio. E inoltre non avrebbe prodotto un terribile incendio come nel mito di Ovidio, a meno che non si intenda questo evento come un riferimento simbolico al culto del fuoco o alla diffusione di una nuova conoscenza venuta dal cielo che avrebbe coinvolto tutto il continente europeo.

Il dio sarebbe disceso con il suo carro di metallo dorato nella Valle di Susa, alle pendici del monte Roc Maol, l’attuale Rocciamelone, dove esisteva un’antica e mitica caverna sacra che si apriva sul fianco della montagna per inoltrarsi nelle sue viscere di roccia sino a raggiungere l’altro versante dell’area piemontese identificabile nelle Valli di Lanzo.

Nel luogo della sua discesa dal cielo, Fetonte avrebbe incontrato gli uomini che vivevano nei tempi antichi. Uomini che secondo la tradizione druidica erano ben diversi da quelli attuali, molto più alti, tanto da essere descritti come dei giganti con fattezze mostruose. Descritti alle volte anche come piccoli sauri e serpenti antropomorfi, ricoperti di piume variopinte e dal sangue caldo.

Secondo le leggende, il dio sceso nella Valle di Susa, dopo la sua venuta avrebbe incontrato una confraternita di uomini di quel tempo che praticava il culto del fuoco, ritenuto come una emanazione del Sole, la manifestazione della divinità che regnava sull’universo.

Fetonte aveva scelto una radura in una foresta della valle e per sacralizzarla si era fatto costruire dai suoi due assistenti di metallo dorato un grande cerchio di dodici enormi pietre erette.


La costellazione di Eridano

Qui accoglieva i membri della consorteria del fuoco per insegnare loro i segreti del Cielo e della Terra, trasformandoli per merito della sua conoscenza in creature semidivine.

Il suo insegnamento riguardava le varie scienze, dall’agricoltura alla matematica, alla scrittura, alla medicina, all’astronomia e alla tecnologia della fusione dei metalli.

Da questo memorabile evento la originaria confraternita del fuoco che operava in lavori di metallurgica si trasformò in una Scuola iniziatica. La Scuola del Fuoco iniziò il suo operato formando i primi druidi, gli Ard-Rì, che avrebbero in seguito civilizzato tutto il continente europeo. Personaggi che più tardi, nel mito medievale del Graal, sarebbero stati identificati nelle creature semidivine che avevano raccolto la gemma verde per trasformarla in una coppa di conoscenza.

Fetonte, sempre secondo la leggenda, ampliò la sua Scuola iniziatica dando vita all’Ordine monastico-guerriero dello Za-basta che prendeva nome dal pettorale che ciascuno dei suoi appartenenti indossava. Un Ordine che per certi versi preannunciava quello che molti millenni dopo sarebbe stato l’Ordine dei Cavalieri del Tempio. E così come fece l’Ordine dei Templari in una Europa imbarbarita, anche lo Za-basta si impegnò ad una immane civilizzazione di un pianeta che, dopo la fine dell’era dei grandi sauri, era tutto da ricostruire e che avrebbe portato dopo peripezie di ogni genere su tutto il pianeta all’umanità del nostro tempo.

Secondo la tradizione druidica, Fetonte avrebbe portato in dono agli uomini un albero dai poteri particolari, l'Yggdrasil, l'Albero della Vita che si estende tra i mondi, in grado di donare benessere e conoscenza a chi lo seminava e lo coltivava. Un simbolismo che porta l’Yggdrasil a fondersi con l’esperienza introspettiva e creativa della meditazione, considerata la base fondamentale della Scuola iniziatica di Fetonte.

Nelle leggende del druidismo piemontese, Fetonte viene ritenuto infatti anche come il dispensatore dell'arte dell'Alchimia dell’interiore. Alcune antiche tradizioni bretoni confermano questa interpretazione ritenendo Fetonte il primo iniziatore dell’Alchimia, la cui provenienza di origine non sarebbe l’Egitto ma avrebbe avuto i natali sul continente europeo.

Fetonte avrebbe insegnato anche la scrittura e a lui sarebbero attribuite le 22 lettere dell’alfabeto sacro usato dai druidi e conosciuto come quello delle Rune e dell’alfabeto Oghamico.

Una circostanza che porta ad accostare la figura di Fetonte a quella del dio egizio Thot, dio delle scienze e ideatore della scrittura.

Composto da 22 lettere era anche l’alfabeto del re Kadmos, uno dei Pelasgi superstiti del diluvio ricordato da Deucalione che aveva distrutto il bacino fertile dell’attuale Mar Nero. Kadmos fece conoscere alle popolazioni dell’antica Grecia l’alfabeto ancestrale dei Pelasgi per ricostruire l’Eden perduto.

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28 settembre 2012 5 28 /09 /settembre /2012 22:05


Tokoloshe o Tikoloshe. Dal uthikoloshe parola Xhosa. L'Tokoloshe è un piccolo peloso, nano, come la creatura del folklore Bantu. Si tratta di uno spirito malizioso e il male che può diventare invisibile inghiottendo un ciottolo. I Tokoloshes sono chiamati da persone malvage che vogliono causare problemi ad altri. Il minimo danno che può provocare un Tokoloshe è essere usato per spaventare i bambini, ma il suo potere si estende a causare la malattia e anche la morte alla vittima.

Il pene del Tokoloshe è così lungo che deve essere a tracolla. Così sessualmente ben dotati, i compiti del tokolosh includono fare l'amore con la sua padrona strega. In cambio, viene premiata con il latte e cibo. In comune con i miti e le leggende europee in materia di familiari, il sale non deve essere aggiunto alle offerte di cibo per tokoloshes. La strega mantiene il Tokoloshe docile tagliando la frangia di capelli che pende sui suoi occhi.

In Sud Africa, dove molte famiglie bianche hanno ancelle, le cameriere spesso alzano i loro letti mettendo le gambe dei loro letti sui mattoni. E 'stata una credenza quasi universale, tra i bianchi, che era quello di mantenere l'occupante del letto fuori dalla portata del Tokoloshe. Il modo per sbarazzarsi di lui è quello di chiamare in n'anga o stregone che ha il potere di bandirlo dalla zona.
Così riporta la leggenda e perchè mai riportare alla luce miti e leggende? Perchè proprio in un piccolo villaggio in Namibia, nel Sud Africa sono tormentate da un peloso e soprannaturale nano.

Tokoloshe

Le donne sostengono che sono attaccate nei loro letti da una creatura nota come Tokoloshe. Le vittime dicono che il peloso gnomo è stato  visto succhiare il seno e qualche volta stuprare nel sonno.Questa curiosa creatura, si crea, eliminando gli occhi e la lingua di un cadavere umano e piantando un tondino di ferro nel cranio. Il cadavere si riduce in piccole dimensioni e proporzioni e cresce pelo folto su tutto il corpo, creato di proposito per il sesso: il Tokoloshe ha un pene enorme che si può fionda sulla sua spalla.Il Tokoloshe, secondo la Zulu sciamano Credo Mutwa , è stato conosciuto per assumere molte forme. Una forma è come descritto sopra, ma altri hanno ritratto il Tokoloshe come un orso, come piccolo umanoide.Il Tokoloshe è creato - si dice un parente che muore entro l'anno. La creazione di un tokolshe ha un prezzo da pagare - e in questo caso è la vita dei vivi in cambio di uno spirito.

Alcuni Tokoloshe si ritiene di avere il potere dell'invisibilità, grazie ad un sassolino magico tenuto in bocca.

Le donne di questo piccolo villaggio a 70 chilometri da Khorixas, Namibia dicono che un Tokoloshe è entrato in modo misterioso nella zona ed ha sessualmente abusato delle donne per mesi.

Una delle vittime ha riferito:

"A volte la mattina mi sveglio con le parti intime gonfie,".

La comunità locale spera di avere di avere le possibilità di chiamare un esperto in materia, ma il costo di un esorcista nelle zone rurali dell'Africa è molto costoso.

"Abbiamo in programma di portare profeti, uno dei quali ha chiesto  $ 10 000, mentre un altro ha chiesto  $ 2 800 per pregare per noi", ha detto il marito di una delle vittime.

Attualmente Un uomo sposato locale è sospettato di essere dietro la Tokoloshe,  ha chiesto scusa a tutte le sue vittime e ha detto che il folletto non è mai stato pensato di far loro del male.

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11 settembre 2012 2 11 /09 /settembre /2012 20:00

Storia di amori e metamorfosi di un fonte, una sorgente e un monte.

"A tempu chi lu tempu ‘un era tempu"

Si narrava che, Aci fosse figlio di Fauno, divinità della pastorizia, e dalla Ninfa Simeta, figlia del fiume Simeto.

Anche Galatea era una Ninfa. La più bella fra le cinquanta Nereidi, figlie di Nereo, un dio del mare, e di Doride, figlia dell’Oceano e di Teti.

Quando il pastorello Aci compì sedici anni, e una incerta peluria cominciò a ombreggiare le sue tenere guance, la sua vicina, la Ninfa Galatea se ne innamorò perdutamente. (Foto: Acireale: Fontana Aci e Galatea)

Fu un magico luogo alle pendici dell’Etna che vide sbocciare il loro amore. Il fonte era bellissimo. Acque lattiginose facevano sbocciare bianchi fiori di zolfo nello spazio circostante. La sorgente sgorgava, cristallina, gaia e civettuola. Il tempo, ignaro di sé, scorreva complice dei due amanti, protagonisti di leggiadri e incantevoli giochi d’amore. La leggerezza, effetto di quel loro tubare, li rese sordi e ciechi a quel presagio che verso di loro spirava dalla montagna. Il terribile Ciclope Polifemo, da sempre innamorato (non corrisposto e anzi deriso) dalla bella Galatea, masticava amaro.

Il mostro si struggeva, spiando col suo unico occhio, da sopra quel monte, l’amore tra Aci e Galatea. Ora disprezzava quel sentimento d’orgoglio che un tempo lo aveva fatto sentire fiero della sua smisuratezza e rozzezza. Perchè mai, lui, avrebbe potuto fare quei giochi gentili e sinuosi , e quelle languide carezze che mandavano in estasi Galatea.

Il rozzo Ciclope, malato d’amore, non si curava più del proprio gregge. Né si dilettava più di andare a caccia di umani per sgranocchiarseli la sera, quando seduto davanti l’antro della sua spelonca, guardava la luna, il suo passatempo preferito.

Una mattina che il sole sfavillava più del solito sugli amplessi dei due innamorati (e le scene arrivavano al suo grande occhio ancora più nitide) non poté più contenersi. La sua disistima toccò il fondo. Il grande dolore, ingrottato nelle sue profonde viscere da tempo antico, si ribellò.

Una profonda collera montò dentro di lui, abbrancandolo… finché!… Finché non ci vide più da quell’occhio, diventato di fuoco, e dalle grandi narici cominciò a sbuffare cenere, fumo e lapilli.

Quando il suo grande braccio si alzò nel cielo per scagliare una roccia sui due, Aci scorse l’ombra che si abbatteva su di loro. Ebbe giusto il tempo di spingere Galatea verso il mare. " Fuggi, fuggi", le disse, con la paura nel gorgoglìo della voce. E già lo sfortunato fonte, bianco come il latte, si mutava in rosso sangue.

La roccia aveva colpito il pastorello, che ne restò sepolto.

Galatea, giratasi in quel momento, mandò un grido di dolore così alto che arrivò agli dei.

Questi mossi a pietà, salvarono il pastorello, tramutandolo in un fiume.

Ancora oggi, il fiume Jaci, diramato in tante fiumare, scorre nei sotterranei del suolo che ne porta il nome.

Le sue acque gelide, scorrono fuggenti verso il mare, in cerca della sua amata Galatea.

Lei, fedele lo aspetta, nella bianca spuma delle acque del mare.

Ed è da allora, che un continuo susseguirsi di abbracci rigenera il loro predestinato amore, in un dolce eterno connubio.

Sara Basile

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11 settembre 2012 2 11 /09 /settembre /2012 19:58
images/ciclopiulisse.jpg Polifemo con Ulisse in un mosaico del IV sec., nella villa romana di Piazza Armerina

I Ciclopi sono figure favolose della mitologia greca, di statura gigantesca e fornite di un solo occhio in mezzo alla fronte (propriamente dal greco kuklops = dall'occhio rotondo).

In epoca arcaica gli antichi mitografi distinguevano tre stirpi di ciclopi: i figli di Urano e Gaia (il Cielo e la Terra), che appartengono alla prima generazione divina dei Giganti; i Ciclopi "costruttori", che avrebbero costruito tutti i monumenti preistorici che si vedevano in Grecia, in Sicilia e altrove, costituiti da blocchi enormi il cui peso e dimensione sembravano sfidare le forze umane (le "mura ciclopiche"); e i Ciclopi "siciliani", compagni di Polifemo, di cui narra Omero. Odisseo si scontrò con Polifemo e riuscì a fuggire dalla sua caverna coi compagni superstiti, solo dopo avergli accecato nel sonno il grande occhio con un palo arroventato.

E' ipotizzabile che nell'Ellade dell'epoca primitiva con il nome di Ciclopi si indicassero i membri di una sorta di associazione di fabbri ferrai che avevano, tatuati sulla fronte, dei cerchi concentrici, allusivi alla potenza del sole, fonte primigenia del fuoco che alimentava le loro fucine. E la fucina nelle viscere dell'Etna non fa altro che spiegare la periodica fuoruscita di fumo e fuoco dalla bocca del vulcano.

images/ciclopi.jpg I Ciclopi forgiano le armi di Achille nella fucina di Efesto (Roma, Museo Nuovo).

I Ciclopi siciliani sono gli artefici del fulmine di Zeus, per questo motivo incorsi nell'ira di Apollo, il cui figlio Asclepio - dio della medicina - aveva risuscitato alcuni morti ed era stato pertanto fulminato da Zeus. Sono anche i fabbri degli dei, sotto la direzione di Efesto dio del fuoco, ai quali forniscono le armi. Abitano la Sicilia e le Eolie, in caverne sotterranee dove i colpi delle loro incudini e il loro ansimare fa brontolare i vulcani della zona, mentre il fuoco della loro fucina arrossa la cima dell'Etna. Omero li descrive come esseri selvaggi e giganteschi, muniti di un solo occhio al centro della fronte e dotati di forza smisurata, che allevano montoni, vivono allo stato di natura selvaggia e praticano l'antropofagia.

Virgilio nell'Eneide riprende in un certo senso dove l'Odissea aveva lasciato, quando i Troiani, sotto la guida di Enea, approdano in Sicilia e incontrano l'atterrito Achemenide, un compagno di Ulisse rimasto per sbaglio sull'isola, e Polifemo, avvertita la loro presenza, chiama a gran voce gli altri Ciclopi per catturarli.

Anche il dramma satiresco di Euripide, il Ciclope, è imperniato sulla figura di Polifemo, e in un idillio di Teocrito il gigante si umanizza in un giovane rozzo ma sentimentale, innamorato di Galatea. L'arte antica ha raffigurato Polifemo, sia nella scena dell'accecamento, sia in quella della fuga di Ulisse; e nel periodo ellenistico è rappresentato anche l'episodio di Galatea.

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13 giugno 2012 3 13 /06 /giugno /2012 20:39

Che il mito bretone sia nato in Toscana? A nessuno è dato dirlo ma la splendida abbazia conserva la storica spada che racconta storie di antichi cavalieri

 

http://umsoi.org/wp-content/uploads/2010/06/spada_galgano.jpgA circa 40 Km da Siena, in direzione sudest (Grosseto), in una valle isolata tra le colline, si trovano un'antica e grandiosa Abbazia cistercense, ormai sconsacrata e in parte diroccata, e 50 metri più in alto, sulla collina di Montesiepi, una piccola cappella di forma circolare al cui interno si custodisce una delle "reliquie" più affascinanti e misteriose dell'intera regione: la spada nella roccia di San Galgano. Proprio al centro della cappella circolare, dal pavimento in cotto sporge uno sperone di roccia, al cui interno è incastonata una spada cruciforme, che dalle analisi risulta forgiata all'incirca nel 1170. Sempre nella cappella ci sono alcuni affreschi del '300 che la ritraggono con esattezza di particolari. Lo spettacolo è a dir poco suggestivo, e il richiamo immediato al ciclo bretone di Re Artù e alla "spada nella roccia" fa pensare ad una somiglianza non casuale. Ma andiamo per ordine.

Galgano era un giovane cavaliere, nato nel 1147 a pochi chilometri da Siena. La leggenda narra che una notte apparve a Galgano l'Arcangelo Michele che lo guidava, attraverso uno stretto ed impervio sentiero, fino alla collina di Montesiepi, dove fu infine accolto dai dodici Apostoli di fronte ad un tempio di forma rotonda. Galgano interpretò questa visione come un segno del volere divino; qualche tempo dopo, infatti, avrebbe fatto di quel luogo isolato la sede della sua nuova e definitiva dimora da eremita: recatosi sulla collina di Montesiepi, abbandonò la veste di cavaliere e infisse la sua spada in una roccia, in modo da farne una croce. Quella spada è ancora lì, da più di ottocento anni, come simbolo di una incorruttibile conversione.

Oltre allo stupore e alla suggestione che essa infonde, c'è un altro aspetto forse ancor più attraente da cogliere in quella straordinaria reliquia: la possibilità che il mito della 'spada nella roccia', famoso per essere legato alla saga bretone di Re Artù, sia nato in realtà proprio in Toscana, da qui esportato in Francia e poi innestato nel ciclo arturiano. Alcuni fattori rendono plausibile quest' ipotesi: sia l'Abbazia cistercense che la Cappella dedicata a Galgano sono coeve alla scoperta della presunta tomba di Artù a Glastonbury, una scoperta che ebbe molta risonanza in tutta Europa.

http://agriturismo.agraria.org/toscana/spada_nella_roccia.jpgA ciò colleghiamo il fatto che proprio i cistercensi furono i propagatori più assidui della leggenda arturiana; resta da scoprire se quei monaci abbiano 'imposto' alla Toscana l'eco delle mitiche azioni di Artù, e se quindi il gesto compiuto da Galgano volesse emulare quello arturiano, ripetuto seppur all'inverso, o se, piuttosto, non abbiano essi trasferito in Bretagna un'immagine nata sulle sponde del Tirreno, in piena Toscana.

Il mistero per ora rimane, ed in fondo è meglio così; ma resta il fatto che almeno in Europa, che io sappia, esiste una sola spada nella roccia, ed è a circa quaranta chilometri da Siena. Al Museo Nazionale di Pisa sono esposti alcuni dipinti di ottima qualità realizzati nel '400 dal pittore senese Taddeo di Bartolo e che rappresentano scene tratte proprio dalla vita di San Galgano.

 

 

 

FONTE

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26 marzo 2012 1 26 /03 /marzo /2012 22:50

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storia di un enigma criptozoologico che a distanza di oltre due secoli e mezzo fa ancora discutere gli studiosi di tutto il mondo. Tra il 1764 e il 1767, nella regione francese del Gévaudan, una strana creatura dei boschi fa strage di pastori e contadini. Dopo il ritrovamento dei primi corpi straziati, la colpa di tali massacri viene attribuita agli artigli e ai denti di un grosso lupo. Anche se ben presto, sulla base delle descrizioni fornite dai pochi scampati agli assalti, la terrorizzata popolazione del distretto inizia ad avanzare le più svariate ipotesi, compresa quella che tra le Cevenne e l’Alvernia meridionale si aggiri in cerca di prede un animale ben diverso e ben più temibile di un lupo.
Fino dai tempi più remoti, l’uomo ha tramandato storie e leggende a testimonianza della durezza e della imprevedibilità dei suoi rapporti con una natura prodiga di doni ma anche di innumerevoli pericoli, e di terrore. E nell’ambito di queste cronache che affondano le radici nei primordi di tutte le civiltà - anche a dispetto delle diverse situazioni geografiche e delle singole caratterizzazioni socio-culturali e religiose - frequenti appaiono anche i riferimenti, spesso dilatati dall’immaginazione e dalla superstizione, a oscure e temibili entità animali terrestri, acquatiche ed aeree. Creature queste dotate di poteri straordinari e malvagi, al punto da essere state trasformate, non di rado e per una sorta di esorcismo, dagli stessi uomini in idoli meritevoli di rispetto. Molte antiche leggende, ma anche diverse e più attendibili cronache medioevali o moderne riportano infatti alla luce drammatici e completi resoconti relativi all’apparizione di strani e feroci perturbatori della vita di un’umanità già impegnata nella dura lotta per la sopravvivenza. Tra queste cronache, un posto di rilievo spetta a quella della Bête du Gévaudan, il misterioso predatore che, tra l’aprile del 1764 e il giugno 1767 - in Francia, in una vasta area compresa tra gli attuali dipartimenti dell’Haute Loire, Cantal, Ardèche e Lozère - uccise e mutilò orrendamente ben 172 persone. Sulla vicenda relativa a questo indecifrabile mostro esiste infatti una vasta e documentata bibliografia che, in gran parte, trae i suoi spunti da alcuni testi basilari redatti nel XVIII secolo, tra cui la Storia fedele della Bestia del Gévaudan di Henri Pourrat e la dettagliatissima Storia della Bestia del Gévaudan, autentico flagello di Dio dell’abate Pourcher.
La leggenda della Bête du Gévaudan, inizia la prima settimana di aprile del 1764 quando, nei pressi del villaggio di Langogne (località dell’Ardèche), una pastorella intenta ad accudire su un prato la sua mandria di mucche viene aggredita da una grossa belva sbucata dalla foresta. L’animale cerca di azzannare la piccola, ma fortunatamente i suoi animali la contrattaccano mugghiando, salvandole la vita. Rientrata al suo paese, la povera pastorella racconta l’episodio, precisando di essere stata assalita non da un animale qualsiasi ma da “un’enorme belva dal pelo molto folto e rossiccio e dalle zampe dotate di lunghi artigli”. I contadini, ovviamente, non le credono e si convincono che si tratti di un lupo, un animale a quell’epoca piuttosto diffuso in tutta la Francia centromeridionale. Tuttavia, ai primi luglio, nei pressi di Saint-Etienne-de-Lugdarès (una ventina di chilometri a sud est di Langogne), la misteriosa belva si fa di nuovo viva sbranando una contadina quattordicenne, Jeanne Boulet. Poi, in rapida successione, tra luglio e agosto, un’altra ragazzina e due ragazzi vengono attaccati ed uccisi nei pressi di Puy Laurent en Lozère e tra Cheylard-l’Êveque e la foresta di Mercoire, mentre una quarta fanciulla di Masméjean-d’Allier (Gévaudan) viene azzannata, ma lasciata in vita. La poveretta, seppur agonizzante, riferisce di essere stata aggredita da “una bestia orribile, metà lupo e metà tigre, con grandi artigli e lunga coda”. La drammatica testimonianza, che sembra combaciare a dissanguata azzannandola alla gola, le rovista tra le visceri, non disdegnando di fare scempio della testa e del viso. Tra il 16 settembre e il 27 dicembre 1764, gli attacchi si moltiplicano: più di 15 tra ragazzini e donne, per la maggior parte contadini e pastori, vengono uccisi o gravemente feriti dall’animale che subito dopo i suoi attacchi riesce sempre a dileguarsi nel nulla, lasciando sul terreno orme profonde, prive delle tre fossette tipiche della pesta del lupo. Molti contadini della regione iniziano a dare credito alle testimonianze delle vittime circa la mostruosa natura dell’animale e, di conseguenza, il panico inizia a diffondersi tra la popolazione del Gévaudan, obbligando l’intendente della Languedoc, M. Lafont, un avvocato di Mende, a riunire i sindaci e i responsabili della gendarmeria per organizzare una più articolata difesa comune. Dopo avere raccomandato alla popolazione di non allontanarsi troppo dai villaggi ed avere intensificato le battute (alcune centinaia di gendarmi e contadini, armati di moschetti e schioppi setacciano senza alcun successo una vasta area), l’intendente decide di mettere al corrente della cosa Parigi, affinché il governo centrale intervenga con l’invio di uomini da affiancare al capitano dei dragoni Duhamel, che dal 20 novembre, al comando di una squadra di 17 lancieri e 40 soldati a piedi armati di moschetto, sta setacciando, senza risultati apprezzabili, l’intero distretto. Ma all’improvviso, nei pressi del bosco di Chazot, Duhamel riesce finalmente ad individuare la Bête, che riesce tuttavia a sfuggire all’accerchiamento dei suoi armati. Il 22 dicembre, l’ufficiale e i suoi cacciatori se la trovano nuovamente di fronte, a poche decine di metri, e per nulla intimorita. Duhamel le spara con il suo fucile, ma la manca. Anche gli altri uomini aprono il fuoco, ma la belva è ben lesta nello schivare i colpi e nel guadagnare la macchia. In quest’occasione, il capitano dei dragoni ha però il tempo di osservarla: “La Bête de Gévaudan non è certamente un lupo, ma uno strano e sconosciuto ibrido”, riferirà più tardi alle autorità.
Intanto, in Francia, l’animale è già diventato una leggenda. L’incredibile numero delle vittime, la modalità delle aggressioni e, soprattutto, le paurose descrizioni della fiera, contribuiscono a creare un vero caso (nel novembre 1764, a Parigi, la libreria Deschamps espone la prima raffigurazione pittorica di fantasia della Bête intenta a divorare una fanciulla), a tal punto che lo stesso Luigi XV inizia ad interessarsi personalmente alla questione. Il sovrano ordina a Monsieur Denneval - un gentiluomo normanno, capo dei “lupattieri” del re, che vanta l’abbattimento di ben 1.274 lupi - di recarsi nel Gévaudan assieme ai suoi figli, a sei assistenti e ad una torma di feroci cani da caccia. Attraverso uno speciale editto (quello del 27 gennaio 1765), Luigi XV promette inoltre 6.000 livres di premio all’abbattitore del mostro. Effettivamente, le descrizioni che, aggressione dopo aggressione, vengono raccolte per bocca dei superstiti risultano sconcertanti. Tutti gli scampati agli attacchi della Bête , ma anche i militari e i battitori, sembrano concordare sul fatto che non si tratti affatto di un lupo, ma di una creatura straordinaria. L’animale sembra essere, innanzitutto, di taglia molto più grossa rispetto ad un canide. Alcuni arrivano a dire che le sue dimensioni si avvicinano a quelle di un mulo, di un asino o di un vitello. La fiera, ricoperta da un manto piuttosto lungo, rossiccio e striato sul dorso, avrebbe una specie di gobba. La sua grossa testa, con orecchie appuntite e pelose, le grosse fauci con denti acuminati, darebbero l’idea di un felino. Le zampe, dotate di sei lunghi artigli, potrebbero appartenere ad un puma, ad una tigre o ad una leonessa. Ma la caratteristica veramente unica di questo strano esemplare parrebbe la postura. Quasi tutti gli scampati giurano di avere visto l’animale, poco prima dell’attacco, drizzarsi sui possenti arti posteriori emettendo dalle fauci una specie di ruggito simile al nitrito di un cavallo spaventato.
Ce ne è abbastanza per fare scuotere il capo all’esperto Monsieur Denneval e ai suoi collaboratori. Sulle prime, i “lupattieri” del re - nonostante la testimonianza dello stesso Duhamel - non credono affatto a questi resoconti e propendono per l’ipotesi di un grosso lupo, anche perché quasi tutte le aggressioni si sono verificate sul fare della sera, l’ora in cui questo tipo di animale è solito cacciare. Essi attribuiscono le colorite descrizioni dei sopravvissuti allo stato di panico e all’ignoranza. Anche se non sanno darsi spiegazioni circa le modalità di attacco dell’animale e la sua propensione ad azzannare alla gola le vittime e a decapitarle, non prima di averle dissanguate. Anche le devastanti ferite inferte dalla bestia appaiono, in realtà, diverse da quelle provocate da un lupo qualsiasi: oltre ad usare i denti, la bestia lacera profondamente i tessuti con gli artigli, proprio come un felino.
Nell’inverno 1764-1765, Denneval indaga a fondo, raccoglie prove, esamina i resti delle vittime, studia le tracce lasciate dalla Bête ed organizza nuove battute, tutte però senza esito. Il 1° gennaio 1765, sui monti del Margéride, tra l’Haute-Loire e la Lozère, viene abbattuto un grosso lupo. Si grida alla vittoria, ma il 12 dello stesso mese, nei pressi di Coutasseire, sette coraggiosi ragazzini si vedono costretti ad affrontare la Bête, sbucata all’improvviso da un fitto bosco, soltanto con qualche coltello ed alcuni bastoni. L’animale sbrana un paio di fanciulli, ma alla fine, grazie all’ardimento dei fanciulli che non esitano a colpirlo ripetutamente, esso è costretto a ritirarsi nella foresta.
L’episodio scuote le coscienze della popolazione e frusta l’orgoglio dei “lupattieri” che intensificano le loro battute, iniziando ad utilizzare anche trappole, tagliole ed esche al veleno: soluzione, quest’ultima, che viene ben presto abbandonata a causa della morte di molti cani utilizzati dagli stessi cacciatori per inseguire la Bête. Poche settimane più tardi da Parigi giungono addirittura alcune compagnie di dragoni a cavallo a dare man forte ai cacciatori. Ma la belva, per nulla intimorita da questo sempre più vasto dispiegamento di forze, continua ad imperversare nella regione, coprendo lunghe distanze, effettuando agguati nelle zone più disparate e, pur prediligendo le aree boscose e lambite da corsi d’acqua, avvicinandosi sempre più ai centri abitati. Il 16 aprile 1765, la Bête attacca per la prima volta un uomo a cavallo e il 1° maggio un gentiluomo, Monsieur de La Chaumette, se la ritrova addirittura alla finestra della sua fattoria. De la Chaumette, con alcuni uomini, si arma e a quanto pare la riesce a ferire l’animale, senza però ucciderlo. Sul terreno vengono trovate abbondanti tracce di sangue. Il gentiluomo riferisce la notizia a Monsieur Denneval. Forse - pensa quest’ultimo - l’animale è andato a morire nel fitto della boscaglia. Purtroppo, si tratta di una vana speranza. Il giorno seguente, la Bête ricompare, infatti, a pochi chilometri dall’abitazione del nobile, facendo a pezzi una donna di cinquant’anni. Alcuni hanno addirittura l’impressione che questa astuta bestia sia ritornata sul posto con il proposito di vendicarsi. Non pochi iniziano a pensare che l’animale sia dotato di poteri soprannaturali. I curati della regione vedono nella Bête uno strumento del demonio ed organizzano processioni per allontanare il maleficio e per chiedere aiuto al Signore.
In tutta la Francia il panico dilaga, ed oltre i confini del regno iniziano a montare le prime sarcastiche polemiche circa l’inefficienza dei sistemi adottati per debellare il misterioso flagello del Gévaudan. Nella fattispecie è la stampa inglese (sempre molto critica nei confronti della società francese) a dileggiare con maggiore sarcasmo i “lupattieri” e i dragoni di Luigi XV. Nel maggio 1765, dopo che la Bête ha fatto fuori altre sette persone, un giornale di Londra annuncia - con una buona dose di maligna esagerazione - che “un esercito di 120.000 soldati francesi da mesi viene tenuto in scacco da un grosso lupo”. E’ troppo. Luigi XV decide di sostituire Denneval con Antoine de Beauterne, il suo ufficiale porta fucile, che vanta anch’egli una vasta conoscenza in materia di caccia. Il 20 giugno, de Beauterne (assistito dai suoi figli, da sei tiratori scelti e da altrettanti aiutanti) inizia anch’egli il suo safari nel Gévaudan. Il 4 luglio, nei pressi del villaggio di Broussolles, la Bête divora la sua ennesima vittima. De Beauterne esamina il cadavere e nei suoi pressi scopre le tracce di un lupo di dimensioni straordinarie. Verso la metà di settembre, l’animale viene avvistato lungo il corso del fiume Allier, a ridosso del villaggio di Pommier. Il 18, il cacciatore del re, assistito da 40 tra i più abili tiratori della regione, incrocia finalmente la fiera, che viene colpito ripetutamente alla testa e al corpo da una micidiale scarica di proiettili. Si tratta, effettivamente, di un lupo di taglia veramente notevole, con folto pelo e strane striature sul dorso. L’animale, che pesa ben 130 libbre contro le 50 di un lupo normale, viene ripulito, impagliato e trasportato a Parigi per essere mostrato alla corte. L’intera regione dell’Auvergne tira un sospiro di sollievo e de Beauterne viene portato in trionfo.
Ma la festa dura ben poco. Lunedì 2 dicembre 1765, sui rilievi di Margeride, due giovani contadini al pascolo con le loro mucche vengono sbranati da una belva. La notizia si diffonde rapidamente e il re si adira con de Beauterne. Ovviamente, il grosso lupo impagliato ed esposto nei saloni di Versailles non è la Bête. Come in un incubo, gli attacchi del misterioso animale riprendono a ritmo sostenuto, gettando nella disperazione la popolazione del Gévaudan che ormai si credeva al sicuro.
Tra la primavera e l’inizio estate del 1766, l’animale uccide una dozzina tra pastori e contadini. Il 18 giugno, dopo l’ultima aggressione ad un ragazzino, un anziano contadino della frazione di Darmes (Besseyres-Saint-Mary), tale Jean Chastel, viene convocato, assieme a 12 cacciatori, dal marchese d’Apcher, intenzionato a promuovere l’ennesima battuta. Jean Chastel, assistito dai suoi tre figli e da una muta di cani, si reca a perlustrare un vasto bosco. Poche ore dopo, in località Sogne-d’Auvers, Chastel decide di fermarsi e di appostarsi tra gli alberi con i suoi. Il tempo di rilassarsi ed ecco che dalla macchia sbuca fuori la Bête. L’animale punta Chastel, ma l’anziano e coraggioso contadino imbraccia con calma il fucile e fa fuoco da breve distanza, colpendo la belva che rivela essere un grosso lupo di 100 libbre di peso. Le campane dei villaggi suonano a festa, e come Antoine de Beauterne anche Chastel trascina la sua preda di paese in paese per mostrarla alla gente. Poi, senza farla prima imbalsamare, la carica su un carro e la fa trasportare a Parigi dove, tuttavia, l’animale giunge in avanzato stato di putrefazione. I buffoni di corte trovano il modo per dileggiare il vecchio contadino (“dalla straordinaria puzza che emana si deduce che la Bête infernale sia proprio questa”). Tuttavia, il re fa consegnare al povero vecchio un premio di 72 livres.
Verso l’inverno del 1766, nel Gévaudan le aggressioni di contadini da parte di belve feroci iniziano a diradarsi progressivamente, fino a cessare completamente alla metà dell’anno seguente. E dall’estate del 1767 gli avvistamenti di strani animali cessano del tutto, lasciando però moltissimi interrogativi e dubbi. Nell’arco di tre anni, la Bête ha sbranato oltre 100 persone (certi sostengono 172), tre quarti dei quali bambini e adolescenti ed un quarto donne. Al contrario, nessun uomo adulto - e cosa ancora più strana, nessun capo di bestiame - risulta essere stato ferito o ammazzato. Le ipotesi circa la natura della Bête diventano uno degli argomenti più dibattuti di Francia, aprendo una querelle destinata a perpetuarsi fino ai giorni nostri. Nei salotti di corte e nelle osterie dei villaggi, i “partiti” sostenitori delle più svariate tesi si moltiplicano molto rapidamente. C’è chi sostiene che la Bête altro non sia che un grosso lupo, nella fattispecie quello ucciso da Chastel (dopo l’abbattimento dell’animale, il vecchio contadino dalla mira infallibile raccontò, tra l’altro, che il lupo da lui ucciso “si muoveva con metodo e criterio, proprio come un animale addomesticato ed addestrato dall’uomo”), anche perché con la sua eliminazione terminò il periodo di terrore, e c’è chi sostiene che si trattasse di un branco composto da almeno tre grossi lupi. Tesi, quest’ultima, sostenuta anche da alcuni zoologi contemporanei.
Ma come in tutti i casi misteriosi in cui la leggenda tende a farsi largo tra le maglie della verità scientifica, sulla Bête fioriscono anche le più svariate e colorite interpretazioni. Verso l’inizio del XX secolo, alcuni pubblicisti francesi e inglesi ipotizzarono che dietro la Bête si celasse un serial killer (una specie di Jack lo Squartatore); mentre altri - ancora più fantasiosi - sostennero che si trattasse o di un orripilante ominide, dotato di pelliccia, denti a sciabola e forza erculea, saltato fuori da una delle tante grotte preistoriche presenti nella regione del Gévaudan; o forse di un mostruoso essere selvaggio allevato ed allattato dai lupi come Romolo e Remo e da essi addestrato a fare fuori piccoli ed indifesi cristiani. Sempre nel Novecento, altri studiosi ed appassionati di vicende misteriose si sono lanciati addirittura in interpretazioni alla X-Files, ipotizzando giganteschi vampiri pelosi a quattro zampe, assetati di sangue (effettivamente la Bête era solita dilaniare il collo delle sue vittime) o mutanti esseri alieni. Ma nella bagarre si sono buttati anche politologi e sociologi, sostenendo che dietro la Bête si nascondesse niente meno che una strage di stato, ordita da Luigi XV ai danni di una popolazione, quella dei dipartimenti francesi centromeridionali, che in passato aveva dato un certo appoggio agli ugonotti protestanti.
Accantonando, seppure con rispettoso beneficio di inventario, queste ultime bizzarre supposizioni, agli scettici ed ai raziocinanti non rimane che ascoltare la parola dei naturalisti, dei biologi e dei più seri esperti di criptozoologia, gli unici, in realtà, a possedere gli strumenti tecnici e scientifici utili a diradare le nebbie dell’ignoranza e della superstizione. Come ha scritto Lino Penati, che nel 1976 ha esaminato con attenzione e la dovuta prudenza l’enigma del Gévaudan, “alla luce delle più attendibili testimonianze dell’epoca - prima fra tutte quella del curato d’Aumont, autore di una particolareggiata memoria - si è portati ad escludere che la Bête potesse essere un lupo. Il sinuoso corpo dell’animale, le sue considerevoli dimensioni, il pelo rossiccio bruno, gli artigli, la coda lunga quattro piedi, la grossa testa, le orecchie a punta e le zanne, farebbero pensare ad un felino, magari ad una grossa lince, anche se in proposito sussistono non pochi dubbi”. Attaccata dai cani, la Bête, infatti, non ha mai tentato di rifugiarsi su un albero, come appunto avrebbe fatto un felino. Senza scartare a priori l’ipotesi di una grossa lince (animale che però non supera quasi mai i 35 chili di peso), alcuni studiosi contemporanei hanno azzardato anche la possibilità che dietro la Bête potesse agire un ghiottone (Gulo gulo) o un licaone: animali che tuttavia, per le loro contenute dimensioni e per la loro particolare distribuzione geografica (il licaone vive in Africa), male si adattano ad alcun reale paragone con la belva del Gévaudan.
Più plausibile risulta, invece, l’ipotesi (avanzata dal biologo americano C. H. D. Clarke, grande esperto di lupi ed affini) che la Bête fosse un ibrido tra un grosso cane, ad esempio un molosso, ed un lupo. Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe, tra l’altro, l’abbattimento, avvenuto nel 1884 in Francia, ad Argenton, di un gigantesco ibrido cane-lupo di quasi 80 chilogrammi di peso. Sempre secondo Penati non sarebbe però da escludere un’ultima ipotesi, fino ad oggi mai prospettata. “E se la Bête du Gévaudan fosse stata un esemplare isolato o una coppia di tigri del Caucaso? I dati - sostiene Penati - sembrerebbero infatti concordare: le dimensioni, le fauci, il colore del lungo manto striato, sono elementi tipici di questo grosso felino. E in fin dei conti, fino dall’epoca preistorica, molte delle specie animali provenienti dall’Asia sono finite quasi tutte per approdare nel sud della Francia, nel “ridotto” delle Cevenne”.
Ma senza bisogno di scomodare la tigre del Caucaso (purtroppo estinta), non sembrerebbe del tutto peregrina un’ultima, simile seppur più banale ipotesi: quella di una tigre, di una leonessa o di un giaguaro fuggito da qualche circo ambulante o lasciato libero di proposito da un bizzarro ecologista ante litteram. In fondo, non moltissimi anni fa, nelle campagne intorno a Roma per settimane si aggirò una pantera nera, anche se al contrario della Bête, questo felino non provocò tra la popolazione alcun disagio ma, al contrario, un’ondata di spontanea (e forse eccessiva) solidarietà nei suoi confronti. Al punto da diventare il simbolo di un movimento studentesco in verità piuttosto velleitario e comunque molto più attratto dai miti ribelli e libertari della foresta che non dai più convenzionali, magari meno emozionanti, ma sicuramente più utili libri di testo.

 

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Published by il conte rovescio - in mitologia
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22 marzo 2012 4 22 /03 /marzo /2012 23:08

 

La Storia narra che nel 313 d.C. una grande croce fiammeggiante con la scritta in caratteri latini In hoc signo vinces fosse apparsa all’imperatore romano Costantino durante la battaglia contro le truppe di Massenzio. Dopo aver apposto il simbolo della croce su scudi, armi e stendardi, Costantino riportò la nota vittoria contro le milizie nemiche. Ritornato a Mediolanum emise il noto Editto di Milano, noto come l’Editto di Costantino, con il quale si concedeva libertà di culto ai Cristiani.

La leggenda vuole che questo avvistamento sarebbe avvenuto ai piedi del monte Musinè (in dialetto asinello). Dalla forma triangolare, la montagna più misteriosa della zona è un vulcano che ha cessato la sua attività. Il mistero e la sacralità che avvolge questo monte si distende come un manto fino a Torino, definita non a caso città magica per eccellenza.

Impossibile riassumere in poche righe tutte le storie, leggende, avvistamenti che si sono tramandati nei secoli sul Musinè e sulla Valle. Basti sapere che sul monte la vegetazione attecchisce solo sulle pendici fino a una certa altezza per poi fermarsi lasciando il resto del monte come scoperto, il terreno ghiaioso dal colore rossiccio.

Qua si tramandano racconti di draghi, angeli, demoni, eroi, spiriti dannati, astronavi, alieni. Un menhir reca la raffigurazione di alcuni uomini che sembrano tributare un culto al Sole: tre omini con le braccia al cielo di cui uno di essi inginocchiato e un altro disteso per terra, segno di morte oppure di un sacrificio umano. Nel cielo sopra le loro teste sono raffigurati tre soli, o, almeno, un sole a forma di coppella e due dischi stilizzati. Il che, da Peter Kolosimo in poi, ha fatto ipotizzare che si trattasse di un primitivo incontro “ravvicinato”…

Dall’altra parte della Valle sorge la Sacra di San Michele che ispirò Umberto Eco per il romanzo Il nome della Rosa. Dall’alto di quel monte anche l’abbazia custodisce un segreto. Essa vigila sul Musinè affinché nessuno turbi il sonno del drago che si narra dorma nelle viscere della terra.

Ora, però, quel “drago” sta per essere risvegliato. Il tracciato del TAV corre proprio lungo la linea del Musinè e della Sacra di san Michele, sua custode…


Il tracciato del progetto TAV Torino-Lione

Nel 1921 l’archeologo britannico Alfred Watkins individuò dei meridiani e nodi particolari della rete geografica che sprigionerebbero campi di torsione benefici per gli esseri viventi: sono le ley lines, anche conosciute con il nome di linee della prateria.

Prima di lui altri studi erano giunti a conclusioni simili. Nel 1870, presso la British Archeological Association, William Henry Black tenne una conferenza all’interno della quale spiegò che i principali monumenti, naturali e artificiali, sarebbero disposti sul territorio non in maniera casuale, ma in modo da formare un gigantesco reticolo che coprirebbe l’intera Europa. Dodici anni dopo G. H. Piper arrivò alla stessa conclusione. Watkins andò ben oltre, rendendosi conto che questo reticolo di linee lungo le quali vennero costruiti monumenti o edifici di culto nell’antichità, ricalcavano il percorso del sole o della luna durante i solstizi. Ciò lasciava dedurre che le linee avessero non solo una funzione di comunicazione tra luoghi sacri, ma che fossero intimamente legate all’ambito spirituale. Esse potevano costituire una sorta di percorso da compiersi durante delle specifiche cerimonie sacre.

I successori di Watkins, a partire dall’esoterista Dion Fortune, attribuirono alle linee della prateria un valore energetico-magico. Negli anni ’60 la teoria delle ley lines si fuse con la geomanzia, sostenendo la necessità di preservare l’armonia della natura e dei punti sacri lungo i quali sono sorti i luoghi di culto. L’energia di cui queste linee sono conduttrici possono essere positive per la psiche umana, la coltivazione, e la civilizzazione di una comunità, come, all’opposto, dispensatrici di energie altamente negative. In questo senso l’esempio che viene fatto più spesso è il Triangolo delle Bermuda.

Lungo queste linee le popolazioni preistoriche, le antiche civiltà e i costruttori del Medioevo erigevano osservatori, templi, abbazie, infine maestose cattedrali. I siti scelti per opere quali Stonehenge, Chartres, la Sacra di San Michele, il Tempio di Gerusalemme, Giza, etc. avvenivano proprio in base a questi meridiani o nodi di energia. Questi luoghi sono infatti definiti “sacri” ma soprattutto “sentiti” come magici dalle popolazioni che vi si sono avvicendate nel corso di millenni. Non bisogna essere uno sciamano per intuirne il motivo.

Ebbene, forse non tutti sanno che una delle ley lines più importanti e dedicata all’arcangelo Michele, collega la Cornovaglia a Gerusalemme. La cosiddetta “Linea di San Michele” coincide con la Via Langobardorum: parte da Saint Michael’s Mount in Cornovaglia, passa per Moint Saint Michel in Francia, congiunge la Sacra di San Michele in Val di Susa a San Michele di Coli nei pressi di Bobbio arrivando fino a Castel Sant’Angelo nel Gargano. Sembra un disegno incredibile: una linea retta di duemila chilometri che unisce i 5 principali luoghi di culto europeo dedicati all’arcangelo Michele che si prolunga per altri duemila chilometri arrivando fino a Gerusalemme.

Come spiegato dal ricercatore Stefano delle Rose, questa linea energetica, nell’antichità, sotto l’impulso delle apparizioni dell’arcangelo Michele, ha dato vita alla costruzione degli edifici sacri nei punti indicati, diventando via di pellegrinaggio e via di comunicazione storica. Questa linea di congiunzione, come abbiamo anticipato, passa anche per la Val di Susa, dove da anni si sta consumando una vera e propria battaglia – degenerata in guerriglia a causa della militarizzazione del luogo - per impedire la costruzione della linea ad alta capacità Torino-Lione.

Il ricercatore Fausto Carotenuto, già nel 2005, spiegava l’importanza della geografia sacra della Val Susa, definendola “un punto fondamentale degli equilibri energetici europei”, aggiungendo che “un chakra importantissimo è situato all’imbocco della Val Susa da cui si dipartono nodi o canali energetici che vanno a creare un asse importantissimo verso nord-ovest e verso sud-est”.

Carotenuto, quando ancora il vecchio tracciato del TAV sarebbe passato proprio in prossimità del monte Musinè, aveva messo in guardia la popolazione dal pericolo del “progetto mirante ad alterare antichi equilibri per renderli inutilizzabili a fini positivi: scavare una enorme galleria nelle viscere della montagna sacra, per sconvolgere il chakra [centro o vortice vitale] del Musinè, portando alla luce forze oscure e potenti dalle profondità della Terra”. Non solo, dunque, per la presenza di amianto e uranio nella Valle, ormai accertati da studi geologici che sono stati deliberatamente ignorati.

Attorno alla montagna del Musinè – considerata da alcuni una vera e propria “antenna” dimensionale - sono sorte, come abbiamo visto, numerose leggende che in tempi moderni hanno acquisito carattere “ufologico”, per i numerosi avvistamenti di globi luminosi e UFO nel luogo. La sua forma piramidale ha suscitato il dubbio che si possa trattare di una vera e propria antenna, un enorme pilastro che servirebbe a placare le energie “selvagge” sottostanti.

Una leggenda narra infatti che nelle viscere della montagna sia sepolto un drago. Il simbolismo del drago, come guardiano sovrannaturale delle potenti energie sotterranee o che dorme sepolto nelle profondità della terra, evoca le forze telluriche primigenie oscure che Michele Arcangelo o San Giorgio avrebbero annientato. L’allegoria è evidente: il drago che infesta o dorme nelle viscere della terra rappresenta una forza “interiore”, sotterranea, appunto, che se conquistata e diretta rende possibile la purificazione del luogo – nel processo alchemico allude alla catabasi e alla purificazione dell’adepto dai suoi istinti primigeni, animali – spingendo appunto indietro gli istinti selvaggi che ci legano alla materia. In questo senso il drago rappresenta l’avversario, un concetto collegabile nel cristianesimo al diavolo. Proprio per questo nell’iconografia degli edifici costruiti lungo la retta dedicata a San Michele ritroviamo innumerevoli raffigurazioni dell’Arcangelo che schiaccia il drago inteso come incarnazione del demonio. Per gli alchimisti uccidere il drago rappresentava l’operazione del Solve, della Soluzione della Grande Opera.

L’evidente simbolismo alchemico suggerisce che ci siano delle potenze oscure che non dovrebbero essere risvegliate. Per questo la Sacra dedicata a San Michele sorge come guardiana e custode delle forze infere di fronte al Musinè. Nell’antichità, infatti, le forze che si trovano lungo le ley lines venivano chiamate anche le forze del drago, intendendo che esse erano oscure, “selvagge”. Che, come il drago che secondo la leggenda dorme sotto il Musinè, non dovrebbero essere risvegliate. A questo servivano gli edifici costruiti lungo il tragitto delle ley lines: a tenere a bada queste forze, canalizzandole.


La Sacra di San Michele e, sullo sfondo, il monte Musiné

Il Musinè, secondo le leggende del luogo, come spiega Carotenuto, “è un luogo dalle energie fortissime, uno dei principali in Europa. Le forze spirituali del drago hanno conformato un sottosuolo pieno di energie enormi, selvagge, che si manifestano in conformazioni rocciose insolite e piene di materiali forti, nocivi se liberati”.

Da anni si parla, infatti, dell’amianto e dell’uranio contenuti nel sottosuolo e che verrebbero liberati in caso di trivellazioni. A distruggere queste linee di forze sarebbe inoltre l’amianto, elemento che ritroviamo nelle note strisce chimiche che vengono sparate nei nostri cieli…

Punto comune delle trivellazioni, bombardamenti chimici, guerre lungo queste linee di forza sembra essere l’intenzione deliberata di distruggere l’energia benefica che la terra sprigiona da questi punti nodali. Come se qualcuno, le “gerarchie nere”, stesse cercando di impedire il risveglio della popolazione, tenendo anzi sotto controllo l’attività spirituale delle comunità nelle zone interessate.

Per questo le guerre, distruzioni, terremoti – L’Aquila sorge proprio su una potentissima ley lines – aggressioni farmacologiche e alimentari, attività di terrorismo, scie chimiche avvengono lungo i cosiddetti luoghi sacri. Lungo questi canali sono sorti nell’antichità dolmen, menhir, cerchi di pietra, templi, cattedrali, piramidi, in modo da permettere un contatto tra l’uomo e le dimensioni spirituali.

E’ possibile dunque che le forze oscure stiano manipolando il potere politico, economico, per distruggere questi luoghi energetici e per ostacolare l’evoluzione spirituale dell’uomo spegnendo luoghi di iniziazione e di culto?

In questo senso scavare una galleria nelle viscere della montagna lungo una delle linee energetiche più forti al mondo significherebbe alterare e sconvolgere gli equilibri energetici del luogo.

Un tentativo di sferrare un colpo al cuore della geografia sacra europea. Non solo. Il nodo della Val di Susa si trova proprio a metà del tracciato dedicato a san Michele, guardiano delle forze infere. Distruggere il Centro, ovvero costruire un’opera imponente in questo nodo, comporterebbe la rottura dell’intera linea sacra. Sarebbe come togliere il “tappo” che per millenni ha tenuto a bada le energie selvagge del luogo e dell’Europa intera. Il tracciato, inoltre, unisce Lione a Torino, prolungandosi fino a Kiev. In questo modo si annienterebbe il triangolo magico “bianco” che ha come vertici Lione, Torino, Praga. Anzi. Risvegliare le forze oscure darebbe maggiore impulso all’altro triangolo magico, quello nero, che unisce ancora una volta Torino ma con Londra e San Francisco.

Anche per questo i valligiani si oppongono. Inconsciamente, ma si oppongono. Sentono che la loro terra non può essere toccata. Non deve essere violata.

Non solo per l’inutilità dell’opera, i miliardi a nostro carico che verranno inutilmente spesi, il rischio per la salute pubblica. C’è una motivazione più antica e sacra a questa ribellione che chi abita queste terre conosce o almeno intuisce.

Ognuno è libero di ridere di ciò. Di opporvisi. Di non crederci.

Oppure di comprendere umilmente che le energie che stiamo per risvegliare potrebbero comportare un danno enorme per tutti noi. Per la terra, per le generazioni a venire. Forse, a breve, per il destino di tutti noi.


Enrica Perucchietti è giornalista, scrittrice e conduttrice televisiva. Ha pubblicato recentemente il libro: "L'altra faccia di Obama".

 


 

Oltre alla ben nota linea di Michele che unisce i maggiori santuari Europei a Lui dedicati, esiste una linea di Michele che gira intorno alla Terra passando per siti dedicati a Michele e megalitici nel sud dell'Inghilterra.

 

Le "Ley Lines" o linee della prateria, sono delle linee rette che allineano punti considerati importanti sin dai tempi preistorici e si intersecano tutto intorno al globo. Senza voler qui entrare nel merito dell'infinita discussione sulla loro reale esistenza o sulla mera probabilita' che unisce piu' punti, dobbiamo dire che la linea di Michele , anche chiamata del Drago (e come puo' esservi un Michele senza un drago ??) sia un esempio che va molto al di la' del mero calcolo probabilistico e che ci introduce ad un'altro capitolo del culto di Michele in Europa.

Questa linea si interseca con la linea di Michele classica presso il Santuario di St. Michael Mount.

La linea di Michele che attraversa i siti cosiddetti del drago in Inghilterra e' veramente speciale per l'accuratezza.
E' tesa tra due colline del Somerset entrambe dedicate a Michele, con rovine di chiese sulle sommita': Glastonbury Tor and "The Mump" vicino a Burrowbridge.

Michell, primo scopritore di questo allineamento, evidenzia i seguenti altri siti chiave:

 

St Michael's Mount Grid Ref: SW 52456 29857
St Michael’s Mount E' una piccola isola vicino alla costa della Cornovaglia sede un tempo di un priorato Benedettino che e' anche un santuario sito sulla linea di Michele Europea principale.

Carwynnen or Giant's Quoit Grid Ref: SW 65006 37187
Questa e' una tomba - dolmen tardo neolitica o dell'era del bronzo. E' collassata durante un terremoto del 1967.

Ladock Church Grid Ref: SW 9446 51062
Il villaggio di Ladock, che prende il nome dal Santo patrono della chiesa: St. Ladoca.

Bofarnel Downs (Tumuli) Grid Ref: SX 11817 63367
Un gruppo di tumuli tondi appartenenti all'era del bronzo sono presenti sulla cima di questa collina.

 

The Hurler's Stone Circle Grid Ref: SX 25837 71298
Monumento dell'inizio dell'era del bronzo formato da tre cerchi di pietre il cui anello intermedio ha un diametro di circa 41 metri.

The Cheeswring Grid Ref: SX 25762 72478
Dolmen posto su un'altura e visibile da lontano utilizzato probabilmente come punto di allineamento

Great Links Tor (Dartmoor) Grid ref: SX 55073 86753
E' uno dei piu' impressionanti rilievi di roccia affiorante 586 mt. con una vista molto estesa sulla Cornovaglia. Il massiccio e' circondato da moltissimi tappi di granito.

Cosdon Hill (Dartmoor) Grid Ref: SX 63598 91553
Gruppo di cinque mucchi di pietre sulla cima di Cosdon Hill, Devon.

West Buckland Church Grid Ref: ST 17324 20518
Chiesa normanna dedicata a Maria sul alto destro di questo villaggio del Somerset.

Burrowbridge Mump Grid Ref: ST 35920 30528
Burrowbridge Mump e' una collina solitaria a sud del Somerset. la chiesa sulla cima e' dedicata a San Michele e costrutita nel periodo sassone.

Glastonbury Tor Grid Ref: ST 51180 38603
Il rilievo di roccia di Glastonbury , nel cuore di Avalon ha sopra i resti di una chiesa dedicata a San Michele. Glastonbury e' associata con molte leggende della prima chiesa cristiana. Si dice anche che sia la sede della tomba di Re Artu'.

Oliver's Castle (Hill Fort) Grid Ref: SU 00098 64687
E' un forte collinare dell'era del ferro, sul bordo di una scarpataAn Iron Age hill fort, on the edge of the escarpment, just to the north of the market town of Devizes. Tumuli rotondi nelle vicinanze suggeriscono presenze della prima eta' del bronzo (2.000 A.C.)

Beckhampton Long Barrow Grid Ref: SU 08704 69107
Un significativo tumule neolitico (3.000 A.C.) allineato con la linea di Michele.

The Avebury Henge Grid Ref: SU 10269 69957
La piu' vasta struttura preistorica inglese databile circa 3.200 A.C. Alcune delle pietre che lo compongono pesano oltre 70 ton.

Temple Farm Grid Ref: SU 14849 72362
Posseduto un tempo dai Templari da cui il nome.

 

Dorchester Big Ring Henge Grid Ref: SU 57305 95218
Grande struttura preistorica circolare, parte di un villaggio neolitico. Possedeva un doppio cerchio di pietre con un diametro esterno di 200 mt.

Drayton St. Leonard Church Grid Ref: SU 59660 96520
Piccola chiesa dedicata a St. Catherine

Pitstone Church Grid Ref: SP 94224 14929
Chiesa dedicata a St Mary the Virgin, databile al 13mo secolo.

Ivinghoe Hills Grid Ref: SP 96219 16209
Ivinghoe hills e' un centro ove confluiscono svariati antichi passaggi con una costruzione fortificata sulla cima della collina.

Bury St Edmunds Abbey Grid Ref: TL 85905 64254
Sono i resti di una grande Abbazia di St Edmund at Bury, andata in rovina dopo la dissoluzione del monastero nel 1539.

LA LINEA DI MICHELE NELLA SUA INTEREZZA

l'INCROCIO CON LA LINEA PRINCIPALE DI MICHELE A ST. MICHAEL MOUNT

ALTRA RAPPRESENTAZIONE DELLA LINEA EUROPEA DI MICHELE

 

 

tratto da: http://www.shan-newspaper.com
http://www.arcangelo-michele.it

di Enrica Perucchietti

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