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Paranormale, ufologia, notizie incredibili e segrete. Anche notizie semplici ed importanti.

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La Legge di Risonanza e la Via dell'Armonia

La Legge di Risonanza e la Via dell'Armonia

~~L' Aikido è la Via dell' Armonia. La sua pratica permette di educare l'essere umano all'armonia con se stesso e con il mondo. Il praticante che con assiduità percorre la Via comprende anzi ben presto come "se stesso" e "il mondo" siano soltanto in apparenza distinti e distinguibili. Io, noi, il mondo che ci circonda, sono manifestazioni diverse di un'unica energia. Si può esserne consapevoli oppure no. Il fatto non cambia. Migliorare il mondo e migliorare se stessi sono la stessa cosa. Tuttavia spesso si dedica la maggior parte delle proprie energie a lavorare per cambiare il mondo, senza capire che la giusta via, la Via, passa attraverso il lavoro su se stessi, la crescita interiore. Difficile da accettare? Certo, e se stiamo pensando il contrario, o siamo già molto avanti sulla Via, oppure stiamo più semplicemente mentendo a noi stessi, magari in buona fede, convinti di aver capito il concetto, ma senza metterlo in pratica. Bisogna, prima di tutto, rendersi conto dell'identità tra sé ed il mondo. Si badi bene, non soltanto comprenderle intellettualmente, bensì sentirle (così come si sente il profumo di un fiore) e averne esperienza (così come si ha esperienza del mare tuffandosi tra le sue onde). Senza dubbio è difficile all'inizio, tanto più per chi, come noi, è stato condizionato da sempre a ignorare questi aspetti, a "pensare" con l'intelletto razionale. Alcuni brevi cenni sulla corrispondenza tra il mondo interiore di ognuno di noi e il mondo esterno, quello che ognuno di noi percepisce come la "realtà", potranno forse servire a qualcuno per aprire uno spiraglio. La maggior parte poi si fermerà a pensarci. Qualcuno forse spalancherà completamente la porta a guardare. E poi intraprenderà magari il suo cammino sulla Via. Thorwald Dethlefsen nel suo libro "Il Destino come Scelta - Psicologia Esoterica" (Edizioni Mediterranee), parla della cosiddetta "legge di risonanza" utilizzando alcune similitudini. Noi tutti conosciamo dalla fisica il concetto di risonanza. Un diapason vibra ad un suono solo se questo suono corrisponde alla sua propria frequenza. Se questo non avviene, il suono per il diapason non esiste, in quanto non può percepirlo. Una radio ricevente predisposta per le onde medie riceverà soltanto onde medie, proprio sulla base della sua risonanza. Onde corte e onde lunghe non vengono percepite, non fanno parte del suo mondo. Allo stesso modo l'uomo per ogni percezione ha bisogno in se stesso di una corrispondenza in grado di "vibrare all'unisono" e di trasmettergli quindi la percezione attraverso la risonanza. Goethe esprime questo concetto in questi termini: "Se l'occhio non fosse solare, non potrebbe mai fissare il sole; e se la forza di Dio non fosse già presente in noi, come potremmo estasiarci per il divino?". Goethe fu accusato per scritti come questi di "anti-scientificità". È la stessa scienza, tuttavia, che ci spiega che la realtà che i nostri sensi percepiscono non è la stessa che percepisce un pipistrello (che "vede" l'eco dei suoni da lui stesso emessi) o una balena (che dialoga a distanza con i suoi simili mediante suoni a bassa frequenza). E che dire degli strumenti con i quali "vediamo" le radiazioni (ad es., i raggi X utilizzati per gli esami clinici radiografici)? Non per il solo fatto di percepirle esse, tuttavia, non avrebbero effetto su di noi. Incidentalmente, osserviamo come utilizziamo con tanta frequenza il verbo "vedere" anche quando non ci riferiamo alla percezione di immagini. Non è forse il risultato della nostra abitudine a "vedere" il mondo, piuttosto che a sentirne gli odori, i suoni, e tutte le altre sensazioni? Alcuni sensi vanno educati, lungamente e con pazienza e assiduità, per giungere a livelli più elevati di sensibilit&agrave. Pensate alla capacità del gastronomo o dell'enologo di percepire i sapori e gli odori, o all'orecchio musicale del musicista. Quanto studio, quanta applicazione stanno alla base di tali capacità? E come è cambiato il mondo per queste persone? Continua Dethlefsen: Ogni persona può percepire solo quegli aspetti della realtà per i quali possiede capacità di risonanza (...) Se uno legge un libro, crede di capirlo fino in fondo, sebbene di quanto legge possa percepire solo quello che si trova in armonia con il suo stato di coscienza del momento. Che le cose stiano così, lo si capisce quando si rileggono certi libri dopo anni. La coscienza in questi anni si è ampliata e, quindi, si capisce il libro "ancora meglio". Per inciso, queste brevi annotazioni non fanno eccezione. Anche se alla fine della lettura penseremo (ancora il pensiero, che non ci abbandona mai ...) di averne compreso molto chiaramente il significato, lasciamole da parte per un po' e torniamo quindi a rileggerle. Ci renderemo così conto "in concreto" almeno dell'affermazione di Dethlefsen, secondo il quale Queste cose sono evidenti a ognuno e hanno solo lo scopo di rendere più chiaro il principio che vogliamo appunto applicare al destino in generale. Si può venire in contatto soltanto con le idee, le persone e le situazioni per le quali abbiamo una nostra risonanza o, come ci esprimeremo in seguito, una affinit&agrave. Senza una adeguata affinità non si potrà mai arrivare ad una manifestazione. Se uno si ritrova coinvolto in una rissa o in una baruffa, questo non avviene mai a caso, ma sempre sulla base della propria affinità con simili esperienze. La colpa per le eventuali conseguenze di questa rissa è quindi anche di chi afferma di essercisi trovato coinvolto senza alcuna responsabilità sua. Senza affinità non ci si sarebbe mai trovato coinvolto. Qualcuno starà già in cuor suo protestando. Sembrano affermazioni assurde, all'opposto di quanto siamo abituati a pensare tutti i giorni, di quanto "pensiamo" essere vero, di quanto ci fa piacere credere. E se una rissa sembra poco (in fondo, si tratta pur sempre di una relazione diretta fra persone), leggiamo oltre. Secondo Dethlefsen Se qualcuno viene investito per strada, la semplice colpa funzionale dell'automobilista non cambia nulla al dato di fatto che l'investito era maturo per quella esperienza, altrimenti l'evento in questione non avrebbe mai potuto entrare nel suo campo di esperienze. Senza dubbio non è facile da accettare. Ricordiamocene semplicemente tuttavia, almeno per ora, e proviamo a ricostruire le premesse dei vari episodi della vita quotidiana tenendo presente questo principio: potremmo avere qualche sorpresa, a condizione di saper essere onesti e lucidi nell'osservazione. Quali sono le implicazioni di tutto questo? Riprendiamo il filo del discorso di Dethlefsen. Se del mondo esterno percepiamo soltanto ciò per cui abbiamo affinità, ne consegue che Il cosiddetto mondo esterno è in realtà uno specchio in cui ognuno vive se stesso. Non potrà mai vedere qualcosa di diverso da se stesso, in quanto dalla realtà generale, vera, oggettiva, uguale per tutti, flltra solo quello per cui ha personalmente un'affinità (...) Quando la mattina mi guardo allo specchio e in questo specchio vedo un viso che mi guarda in modo poco amichevole, posso strapazzare per bene questo viso per la sua poca cordialit&agrave. Il viso nello specchio non si lascia per questo impressionare, anzi, invia altrettanti insulti. Noi certo non ci metteremmo consapevolmente a litigare con la nostra immagine nello specchio, in quanto comprendiamo intuitivamente la futilità del gesto. Eppure, nella realtà quotidiana quasi sempre ci comportiamo nel medesimo modo, lottando contro i (...) nemici del mondo esterno, contro i vicini o i parenti indisponenti, contro le ingiustizie dei superiori, contro la società e altro ancora. Tutti in realtà combattono soltanto contro se stessi. Per questo, ovunque, ci sono sempre e soltanto dei perdenti, mai dei vincitori, perché contro chi si potrà mai vincere in una battaglia contro uno specchio? Lo specchio che il mondo rappresenta per noi, se consapevolmente vissuto e interpretato, si rivela una preziosa e insostituibile fonte di informazioni altrimenti non accessibili. Come uno specchio ci mostra parti del nostro corpo che, da soli, non scorgeremmo, così il mondo ci rivela di noi aspetti che, da soli, non riusciremmo a vedere. Come "leggere" correttamente queste informazioni? Secondo Dethlefsen, tutto quello che nel mondo esterno disturba indica semplicemente che non si è conciliati in se stessi col principio analogo. Questo l'uomo lo sente dire poco volentieri. Tuttavia, il fatto che uno si irrita per l'avarizia dell'altro, indica con certezza che è avaro anche lui. Altrimenti la cosa non potrebbe disturbarlo. Se è generoso, che gli importa dell'avarizia degli altri? Potrebbe prenderne semplicemente atto, senza irritarcisi e senza sentirsi disturbato. Le implicazioni di questa semplice considerazione sono molteplici e di vasta portata. Proviamo a pensare contro o in favore di quante cose lottiamo quotidianamente. Siamo educati a pensare che sia giusto lottare per tutto, combattere fino all'ultima stilla di energia, soffrire per conquistare i nostri obiettivi. E di conseguenza ci comportiamo. E forse addirittura qualcuno di noi giunge anche a percepire che l'obiettivo stesso perderebbe attrattiva se non dovessimo faticare per raggiungerlo. Capacità di osservare consapevolmente ma soprattutto sincerità, serena sincerità nel vedere ciò che si presenta ai nostri occhi, senza mentirci continuamente, come siamo abituati fin da piccoli a fare. In questo senso, la favola della volpe e dell'uva, che noi tutti conosciamo, ha da dirci molto di più di quanto siamo noi tutti solitamente disposti ad ascoltare. Ma torniamo a Dethlefsen, per affrontare alcune sue affermazioni certo non semplici da comprendere ed accettare. Egli accenna, infatti, alla paradossale posizione di chi lotta strenuamente "per la pace, la giustizia, la salute, l'umanità", e a questo proposito considera che Sarebbe molto più semplice e concreto voler stabilire la pace per se stessa. Questa è una delle chiavi più potenti in mano a chi sa usarla. Ognuno è in grado di configurare il mondo in base alle proprie idee, senza combattere e senza esercitare la forza (l'enfasi su questo concetto è mia, come pure le sottolineature che seguono, ma confrontiamo tali affermazioni con gli insegnamenti della Via, N.d.R.). L'uomo deve solo modificare se stesso, ed ecco che tutto il mondo si modifica con lui. Se vedo allo specchio quel viso scortese, non ho che da sorriderne, e lui con certezza risponderà al sorriso! (...) Chi modifica la propria affinità riceve un programma nuovo, vede un mondo diverso. Il mondo esterno, il "nostro" mondo, ovvero quella parte di realtà con la quale più o meno consapevolmente decidiamo di entrare in rapporto, è quindi la nostra personale fonte di informazioni e, se lo vogliamo, di insegnamento. Ma come imparare ad ascoltarlo? Secondo Dethlefsen, dobbiamo imparare prima di tutto a chiederci, di fronte ad ogni evento della nostra vita, "perché questo succede proprio a me, proprio adesso?" Anche qui però è l'esercizio che fa il maestro, e presto si impara a individuare il senso degli eventi e a porli in rapporto con se stessi. (...) Più consapevole diviene l'uomo, più impara a dare un ordine alle cose, a chiedersi quali informazioni esse possono fornire. Di importanza fondamentale è restare in armonia con tutto ciò che &egrave. Se questo non riesce, se ne cerchi il motivo in se stessi. L'uomo è il microcosmo e di conseguenza un'immagine esatta del microcosmo. Tutto ciò che percepisco all'esterno lo ritrovo anche in me. Se dentro di me sono in armonia con i diversi aspetti della realtà, anche i loro rappresentanti nel mondo esterno non possono turbarmi. Se avviene qualcosa che per me è sgradevole, devo considerarlo una sollecitazione e considerare dentro di me questo aspetto. Tutte le persone cattive e gli eventi sgradevoli sono in realtà solo messaggeri, mezzi per rendere visibile l'invisibile. Chi capisce questo ed è disponibile ad assumersi personalmente la responsabilità del proprio destino, perde ogni paura del caso che lo minaccia. (...) Non si può essere uccisi per errore, diventar ricchi per errore. Entrambe le cose possono verificarsi solo quando si è maturi per esse e si possiede la corrispondente affinit&agrave. Gli uomini tendono alla ricchezza e trascurano di maturare in vista di questa ricchezza. (...) Chi modifica se stesso, modifica il mondo. In questo mondo non c'è niente da migliorare, molto invece c'è da migliorare in se stessi. Ecco una possibile risposta al dilemma dei nostri tempi, del nostro modo di vivere in una società di "massa", "globalizzata", nella quale ci si interroga sulle reali possibilità del singolo individuo di "fare qualcosa per cambiare il mondo", e secondo le comuni vie del ragionamento si giunge sconsolati a dire che nessuno di noi individualmente può fare alcunché, perché non ne ha i mezzi, la forza. Forza, ecco di nuovo una espressione che richiama la lotta, che magari evoca eventi rivoluzionari, violentemente sovversivi. In fondo, siamo condizionati da cinema, televisioni, romanzi di successo, a vedere delle possibilità di cambiamento nel mondo quasi soltanto come risultato di eventi radicali, traumatici, non come il naturale, continuo, armonico e sereno evolvere della crescita spirituale dell'essere umano. Nella nostra società, anzi, le pratiche filosofiche e spirituali sono considerate una "seconda scelta", perché "non rendono", "non servono a nulla", sono quindi scoraggiate. Ma il discorso ci porterebbe troppo lontano. Torniamo allora a Dethlefsen, che conclude le sue considerazioni sul mondo esterno come specchio dicendo che La via esoterica è una via di continua trasformazione, di nobilitazione del piombo a oro. Il saggio è in armonia con tutti i piani dell'essere e vive quindi nel migliore di tutti i mondi possibili. Egli vede la realtà e riconosce che tutto ciò che è, è buono. Non cerca più la felicità perché l'ha trovata - in se stesso. Lasciamo dunque Thorwald Dethlefsen, non senza aver riflettuto che tra le tante cose che occupano la nostra giornata e, quindi, la nostra vita, in questo momento una è senza dubbio l'Aikido, e non un suo concetto generale, una sua rappresentazione teorica e speculativa, ma questo Aikido, qui e oggi, di questo Maestro e in questo posto, e che ci ha portato, tra tante altre conseguenze, anche a leggere questo testo. Che significa dunque tutto ciò? Ognuno può chiederselo e dare le più svariate risposte, accontentandosi delle più superficiali o andando oltre. Venendo a parlare di Aikido (ma abbiamo mai smesso di parlarne, oppure, stiamo davvero cominciando a farlo?), ecco il racconto di un episodio realmente accaduto a Terry Dobson, che negli anni cinquanta fu uno dei primi americani a studiare l'arte dell'Aikido in Giappone, direttamente dal Fondatore. Lo riporta in questo modo nel suo libro "Intelligenza Emotiva" (Rizzoli) Daniel Goleman, al quale fu raccontato in prima persona dallo stesso Terry. Un pomeriggio (Terry) stava tornandosene a casa su un treno della metropolitana, quando salì sulla vettura un operaio enorme, aggressivo, sporco e ubriaco fradicio. L'uomo, barcollando, cominciò a terrorizzare i passeggeri: bestemmiando, diede uno spintone ad una donna che teneva un bambino in braccio, mandandola a cadere lunga distesa addosso ad una coppia di persone anziane, che saltarono in piedi e si unirono al fuggi fuggi generale verso l'estremità opposta della vettura. L'ubriaco, assestando qualche altro ceffone (e, nella collera, mancando il bersaglio) afferrò il palo di metallo nel mezzo della vettura e, con un ruggito, cercò di estrarlo dal suo supporto. A quel punto Terry, che era all'apice della condizione flsica grazie agli allenamenti quotidiani di otto ore di Aikido, si sentì chiamato ad intervenire, altrimenti qualcuno si sarebbe fatto male sul serio. Ma ricordò le parole del suo maestro: "L'Aikido è l'arte della riconciliazione. Chiunque abbia in mente di combattere ha spezzato i proprio legami con l'universo. Se cerchi di dominare gli altri sei già sconfltto. Noi studiamo come risolvere il conflitto, non come accenderlo". In verità, quando aveva cominciato a prendere le sue lezioni, Terry aveva promesso al suo maestro che non avrebbe mai provocato un combattimento, e che avrebbe usato le sue capacità nelle arti marziali solo a scopo di difesa. Ora, infine, si vedeva offerta la possibilità di saggiare la propria abilità nella vita reale, in quella che era sicuramente un'occasione legittima. Così, mentre tutti gli altri passeggeri se ne stavano paralizzati sui propri sedili, Terry si alzò in piedi, lentamente e con fare deciso. Vedendolo, l'ubriaco ruggì: "Aha! Uno straniero! Ti ci vuole una bella lezione alla maniera giapponese!" e cominciò a ricomporsi per affrontare Terry. Ma proprio quando l'ubriaco era sul punto di fare la sua mossa, qualcuno proruppe in un "Hey!" assordante e stranamente gioioso. Il suono aveva il tono allegro di qualcuno che si fosse improvvisamente imbattuto in un carissimo amico. L'ubriaco, sorpreso, si girò e vide un minuscolo ometto giapponese, probabilmente sulla settantina, lì seduto, avvolto nel suo kimono. Il vecchio guardava l'ubriaco con piacere e lo chiamò con un cenno leggero della mano e un allegro "Vieni qui". L'ubriaco s'incamminò con un aggressivo : "Perché diavolo dovrei parlare con te?" Nel frattempo, Terry si teneva pronto ad atterrare l'uomo in un momento al minimo accenno di violenza. "Che cosa stai bevendo? " chiese il vecchio, con gli occhi fissi sull'uomo ubriaco. "Bevo sake, e non sono affari tuoi" grugnì in tutta risposta. "Oh, è fantastico, assolutamente fantastico" replicò il vecchio con tono cordiale. "Sai, anch'io amo il sake. Ogni sera, io e mia moglie (ha settantasei anni) scaldiamo una bottiglietta di sake e ce la portiamo fuori in giardino, poi sediamo su una vecchia panca di legno... " E andò avanti parlando dell'albero di cachi che cresceva nel suo cortile, delle bellezze del suo giardino e del piacere di farsi un sake di sera. La faccia dell'ubriaco cominciò a distendersi mentre ascoltava il vecchio; i pugni si aprirono. "Gi&agrave... anche a me piacciono i cachi" disse, con la voce strascicata. "Sì," replicò il vecchio, con tono brioso "e sono sicuro che hai una moglie meravigliosa". "No" disse l'operaio. "Mia moglie è morta... " Singhiozzando, si lanciò in un triste racconto spiegando come avesse perso la moglie, la casa e il lavoro, e di come si vergognasse di se stesso. Proprio in quel momento il treno arrivò alla fermata di Terry e, mentre scendeva dalla vettura, egli udì l'uomo con il kimono invitare l'ubriaco a unirsi a lui e a raccontargli la storia, mentre quello crollava sul sedile, con la testa appoggiata nel grembo del vecchio. Dunque, stiamo parlando di Aikido? Terry Dobson era uno studioso di Aikido, una persona tanto interessata alla Via da intraprendere un viaggio di migliaia di chilometri per apprenderne gli insegnamenti direttamente alla fonte, una persona che quotidianamente, come ci dice il racconto, praticava per ore e ore. Ma alla vista dell'ubriaco dentro di sé erano vibrate le corde dell'aggressività e della forza fisica, aveva scorto nell'ubriaco un violento, un bruto, e per conseguenza si era predisposto ad ingaggiare un conflitto fisico, a rispondere alla violenza con la violenza. Il vecchio giapponese aveva visto le stesse cose, la stessa scena, aveva udito le medesime frasi, eppure dentro di sé aveva sentito vibrare altre corde, aveva ricevuto una immagine spirituale diversa, che lo aveva portato a cogliere la soluzione armonica, empatica, in altre parole, si era fatto tutt'uno con uké, ne aveva assorbito l'energia aggressiva, come argini che incanalano l'acqua impetuosa assecondandone i movimenti fino a calmarla, lasciandola defluire in rivoli tranquilli. È lo stesso insegnamento dell'Aikido, che anche Terry Dobson conosceva, e che si era probabilmente ripetuto prima di alzarsi in piedi per affrontare minacciosamente l'ubriaco. Ma poi su di lui hanno avuto sopravvento altri condizionamenti: alla competizione, all'intervento deciso, alla sopraffazione. Eppure, se vogliamo, possiamo pensare che in lui la Via dell'Aikido già avesse tracciato una strada, se l'episodio lo impressionò tanto da sentirsi di raccontarlo a grande distanza di tempo e di spazio: egli ne fu evidentemente colpito proprio in quanto dentro di sé stava già sviluppando una sensibilità all'armonia e alla tranquillit&agrave. Non fosse stato così, probabilmente sarebbe semplicemente sceso dalla metropolitana rammaricandosi per lo scontro mancato e ripromettendosi la volta successiva di essere più rapido ad intervenire. Lasciamo ora anche il racconto di Terry Dobson, e concludiamo queste brevi considerazioni sul rapporto tra la legge di risonanza o affinità e l'Aikido come Scuola del corpo, della mente e dello spirito che ci insegna ad accrescere dentro di noi la sensibilità e la consapevolezza per percorrere la Via dell'armonia. E le concludiamo citando da ultimo alcuni brani di un breve scritto del nostro Maestro che parte da considerazioni sul tema della sofferenza e della malattia. Richiamandosi dapprima al concetto di "ombra" così come viene enunciato ed analizzato da C.G.Jung, egli giunge ad affermare che Comprendendo il Tao e la sua duale manifestazione in yin e yang sino a creare le varie forme di vita minerale, vegetale e animale, dobbiamo anche riconoscere che la più piccola esistenza ha in sé i due poli espressi dal Tao ed ogni polo non esclude l'altro, ma lo completa. Così noi, partendo dal nostro essere, dobbiamo accettare la nostra polarità e non reprimere nell'ombra della nostra coscienza tutto ciò che la morale vigente ci indica come male, così da non vivere una vita nella menzogna. Non è vero che nella vita bisogna scegliere sempre e solo ciò che ci porta un vantaggio personale, si possono fare delle scelte senza escludere l'opposto. Si vive una vita nella sincerità, nella tranquillità, si vive nell'immediato (irimì). Nell'immediato non c'è scelta, perché quello che si fa è sicuramente la cosa più adatta al nostro essere. Bisogna però educarsi ad essere veramente in contatto con il nostro essere vero, profondo ed originale, non soltanto superficialmente pensare di agire spontaneamente, ma in realtà scegliendo in base ai condizionamenti di cui siamo preda da quando siamo nati in questo mondo. Non pensiamo, ad esempio, di giustificare come azione "nell'immediato" l'acquisto di beni di consumo futili e superflui. Solitamente è un atto d'impulso, certo, ma altrettanto certamente non d'istinto vero e sincero. Spesso, ciò è dettato da un desiderio di possesso sul quale sarebbe bene ci soffermassimo con l'attenzione consapevole, per comprendere da cosa origina, che cosa realmente ci manca e desideriamo, che certo non è soltanto il televisore o l' auto nuova, o un vestito elegante. Non sopprimiamo di colpo l'impulso, ma lasciamo che si manifesti per intero, osservandolo però con attenzione consapevole, dalla sua origine alla sua estinzione. Non proponiamoci di fare nulla, di modificare nulla. È forse difficile da comprendere, ma la sola azione dell'osservare consapevolmente (proviamo, e scopriremo che è già abbastanza faticosa questa azione di per se stessa, senza aggiungere altro ...) innesca altri processi, profondi e potenti, che porteranno inevitabilmente a cambiamenti positivi, molto più benefici e duraturi di qualunque "buon proposito" che razionalmente possiamo imporci. Abituiamoci a fare ciò, e sarà un passo verso la Via della consapevolezza di sé e del mondo, verso la sincerità e la vera immediatezza. Continua il nostro Maestro: Cercare di vivere in armonia con il Tao, con l'universo, con DIO, porta man mano ad un acutizzarsi del nostro spirito, ritorniamo, anche se solo per brevi attimi, "primitivi", non offuscati dalla modernità e dalla speculazione intellettuale. Questa sensibilità, che si acquisisce tramite la disciplina esoterica, può essere da noi usata non per dirigere, ma per seguire la nostra vita nelle sue manifestazioni, e si noterà come le cose che ci accadono, le persone che veniamo a conoscere, siano fatti che avvengono come se li avessimo preveduti o voluti. Il vivere in armonia, nella tranquillità, porta il proprio essere ad avere esperienze piacevoli, non conflittuali. Un uomo che percorre la Via non potrà mai trovarsi coinvolto in fatti aggressivi. Ognuno di noi agisce come una calamita, attira a sé solo fatti per cui è maturo o predisposto e così è l'influenza nostra sul mondo esterno. L'abilità di un uomo della Via consiste nel non sfoderare mai la sua spada, ma non perché gli altri lo ritengono superiore, ma perché la sua presenza riesce a disarmare l'aggressività altrui o a mai incontrarla sul proprio cammino.

~~Fonte: Mukutoku Aikido

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S
Grazie della tua risposta e son contenta di non annoaiare, chi può sapere chi fu il primo... gli esseri si evolvono, si spostano e chi raggiunge un certo livello di illuminazione trasmette, anche questa è continuità. Nel mio piccolo credo che ognuno di noi ha una scintilla divina dentro di sè e prima o poi essa si manifesta... l'uomo che amavo soleva ripetere che c'è un tempo per ogni cosa e ogni cosa ha il suo tempo. Alla px!
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C
disturbare mai cara silvia;senza dubbio hai delle caratteristiche interne che sembrano predisposte a tali energie. La filosofia orientale ci insegna che già in epoche lontane, tali conoscenze interne erano state imparate e insegnate all' essere umano. Da chi? Chi fu il primo a essere così profondo da scoprire tali energie?
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S
Rieccomi, sperando di non disturbare, son Silvia. Ho visto soltanto un'ora fa questo post e non potevo non dir nulla in quanto studiai aikido in gioventù, abbandonai la palestra che frequentavo da tre anni perchè arrivò un maestro fuori di testa (in seguito seppi che lo fecero correre da altri dojo) e alcuni anni dopo iniziai a studiare danza, passione che coltivo a tutt'oggi come scrissi già. Decisi di studiare un'arte marziale in quanto avevo la poco saggia abitudine di malmenare i ragazzi che prendevano in giro me e le mie amiche, anche più grandi e grossi di me, facendo loro male, così prima di finire nei guai iniziai a cercare una palestra. La mia migliore amica stava studiando aikido e mi disse se volevo provare, mi piacque subito, avevo 16 anni e compresi che era un buon modo per incanalare il proprio ki, per usare un termine orientale, la propria essenza e così non menai più nessuno! Scherzi a parte seppure molto giovane sentivo che mi faceva un gran bene e quel bagaglio me lo porto dietro a tutt'oggi, anche se non ricordo più le mosse. Dopo le lezioni gli insegnanti ci facevano pratica di shatzu, molto rilassante. Forse potremo imparare qualcosa dalla cultura orientale secondo la mia modesta opinione. Sperando di non aver annoiato narrando una mia esperienza passata ti saluto caramente. Alla px!
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