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Lo storico vulcano che distrusse le città di Pompei ed Ercolano nel 79 d.C. si piazza alla sesta posizione in classifica. L'ultima attività registrata risale al 1944, ad ogni modo rimane tra i più pericolosi considerando anche il fatto che sulle sue pendici vivono circa 700 persone.
L’ultima eruzione del Vesuvio è cominciata esattamente 71 anni fa, il 12 agosto 1943, con la fuoriuscita della lava da una bocca al piede del conetto del vulcano.
I paesi più danneggiati dai «depositi piroclastici da caduta» furono Terzigno, Pompei, Scafati, Angri, Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Poggiomarino e Cava de’ Tirreni, quindi anche in provincia di Salerno, mentre gli abitanti di San Sebastiano al Vesuvio, Massa di Somma e Cercola furono costretti all’evacuazione. Napoli, invece, fu favorita dalla direzione dei venti che allontanarono dalla città la nuvola di cenere e lapilli. In risposta ad un articolo e un commento di una nostra lettrice, ho voluto mettere in luce, il vulcano italiano che e conosciuto come il Vesuvio.
L’eruzione vera e propria, però, l’ultima, iniziò in seguito, nel pomeriggio del 18 marzo 1944 e si protrasse fino al 29 marzo. L’evento, che si verificò poco dopo lo sbarco in Italia delle truppe alleate, colse di sorpresa gli americani e causò loro ingenti danni: uno stormo composto da 88 bombardieri B-25 che si trovava nel campo di atterraggio di Terzigno fu interamente distrutto dalle ceneri. Ceneri che causarono la morte di parte delle 26 vittime, travolte dal crollo dei tetti sotto il peso dei materiali vulcanici.
Vesuvio, rischio vulcanico permanente e dalla portata imprevedibile. Il rosso che delinea Napoli e il suo hinterland traccia una perimetrazione mutevole, diversa dalla linea di confine imposta secondo i calcoli delle istituzioni, piuttosto legata a un pericolo che le circostanze possono cambiare. Nel “Progetto per Napoli Matropolitana - Dalla Terra dei Fuochi a Eco-Neapolis”, l’urbanista Aldo Loris Rossi distingue gli eventi pericolosi: in caso di eruzione sub-pliniana (come nel 1631) sarebbero investiti nell’area vesuviana circa 200 kmq, in quella flegrea circa 150 kmq. Se l’evento fosse di tipo pliniano (come quella del ‘79 d. C.) a rischio sarebbe la zona orientale. Addirittura l’evento potrebbe investire l’intera città e le isole Ischia e Procida. Fatto sta che la Protezione civile ha allargato l’area del rischio da 18 a 25 comuni. Dunque è su tutta l’area metropolitana di Napoli che incombe il pericolo. Anche per il geologo Camillo Cantelli "il rischio permanente rimane perché il Vesuvio è in ricarica.
La possibilità che ci sia un’eruzione aumenta e diminuisce in funzione dell`attività del vulcano perché continua la carica della sua camera magmatica. L’area è a tutti gli effetti attiva e per questo pericolosa - spiega Pur essendo il vulcano più monitorato al mondo, la presenza sulle pendici di una quantità incredibile di abitazioni e popolazioni, lo fa diventare anche il vulcano più pericoloso del mondo". Per capire completamente la portata del rischio Vesuvio basterebbe fare un calcolo matriciale tra "la pericolosità intrinseca e i danni che arreca alla popolazione". La zona rossa è stata costituita tenendo presente i comuni a ridosso del vulcano e quelli che possono ricevere l’impatto della ricaduta dei prodotti vulcanici: "Può accadere una eruzione esplosiva con la formazione nell’atmosfera di colonne di detriti che verrebbero distribuiti sul territorio circostante attraverso i venti prevalenti - spiega Cantelli Questi normalmente sono diretti verso sud-est. Infatti i depositi delle eruzioni vesuviane si ritrovano fino ad Avellino. Ci si aspetta dunque che vadano prevalentemente verso quella direzione". Se gli effetti disastrosi del Vesuvio superassero tema e mare arrivando alle isole, quelli dei Campi flegrei secondo il geologo, arriverebbero invece fino a Caserta. “I Campi Flegrei sono monitorati, ma qualora si dovessero riattivare gli effetti sarebbero molto pericolosi - prosegue Cantelli Basti ricordare che l’eruzione più potente arrivò fino a Caserta. I dati rispetto a una eventuale riattivazione sono rassicuranti dal momento che l’ultima eruzione, quella del Monte Nuovo, risale al 1538 e nel tempo si sono prodotti gli effetti - come il bradisismo – giudicati come finali” di un sistema vulcanico". Il problema non è legato a quanto il Vesuvio sia monitorato perché di certo sapremo in anticipo di un’eventuale eruzione. Il problema che gli esperti, urbanisti, geologi e vulcanologi, condividono, è la perimetrazione delle aree rosse viste le condizioni urbanistiche in cui si trovano. "Con il monitoraggio del Vesuvio, gli esperti hanno sott’occhio non solo i tremori come i piccoli eventi sismici, ma anche le emissioni dei gas che variano con la formazione e l’evoluzione del magma.
Aumenta il livello d'attenzione proporzionalmente al superamento della soglia di determinati valori. È il punto di non ritorno che fa considerare probabile un’eruzione e che fa scattare il piano. Il problema, a quel punto, è l’evacuazione della popolazione". In merito alle difficoltà legate alla gestione dell’abitato interviene il geologo Riccardo Caniparoli: "Venti anni fa feci una proposta alle amministrazioni con la quale indicavo la possibilità di favorire, per fare prevenzione vera e seria in un territorio a rischio, la riduzione della pressione demografica. Non se ne è fatto nulla. È assurdo pensare che Portici, Torre del Greco e Ercolano, paesi con un’altissima densità abitativa, siano tra i più a rischio. Il problema è questo. Una città e un hinterland come Napoli non possono avere prevenzione e protezione seria perché non ci sono gli spazi. Se avvenisse un’eruzione come quella del ‘44 sarebbe una strage e renderebbe invivibile il capoluogo e il circondario. Verrebbe meno l’elettricità, l’acqua e i collegamenti non funzionerebbero neanche se a colpire le zone fosse solo la cenere. Ci ritroveremo di fronte a scenari apocalittici anche in caso di eruzioni non fortemente dannose". A questo punto "la perimetrazione delle zone rosse resta un’ipotesi, un’indicazione, perché non si sa con precisione l’evolversi di un’eruzione vulcanica".
Secondo Caniparoli per Napoli e le zone della linea di costa "bisognerebbe ripristinare la vecchia usanza di utilizzare i tetti a spiovente e non i terrazzi. Napoli ha una caratteristica, i vecchi edifici non hanno terrazzi, ma tetti a spiovente realizzati perché quando cadeva la cenere riusciva a scivolare verso il basso e non si accumulava. L’errore di aver trasformato i tetti in terrazzi crea un potenziale nuovo pericolo che fa mancare una protezione aggiunta". L’alleggerimento di Napoli e del suo hinterland potrebbe avvenire soltanto attraverso l’unificazione nella Città metropolitana di Napoli e Caserta come suggerito da Aldo Loris Rossi e da Francesco Domenico Moccia Presidente della sezione Campania dell’Istituto Nazionale di Urbanistica: "È giustissimo - conclude il geologo Caniparoli - È necessario l’alleggerimento urbanistico e della pressione demografica. Deve essere la base di un piano di Protezione civile. Basti sapere che il rischio c’è, bisogna gestirlo senza dimenticarsi delle problematiche che possono verificarsi e fare un’opera di riduzione: ovvero non costruire più e abbattere l’edilizia ormai fatiscente, vecchia e pericolosa". (da “Cronache di Napoli”)