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JP Morgan: in arrivo altra crisi. Le premesse? In tutto il mondo

JP Morgan: in arrivo altra crisi. Le premesse? In tutto il mondo

Anatomia di una crisi. Potrebbe sembrare il titolo di un libro, l’ultima analisi sociologica che parla della perdita del controllo dell’uomo moderno nei confronti della realtà che lo circonda, invece è la visione che dà Jamie Dimon, su quella che sarà la prossima crisi economica. Si, perché ci sarà sicuramente per il numero uno di JP Morgan. Crisi? Si, ma dove? Quando? Però lo dice Dimon Impossibile dire quando e perché ci sarà ma è certo che arriverà. Infatti questa sembra essere l’unica cosa certa e cioè che le dinamiche che creano le varie crisi sono sempre le stesse, magari applicate a settori/asset differenti, magari con la spinta di politiche finanziarie estreme. l’amministratore delegato di JPMorgan Chase, in u’intervista al FT , ha detto che la prossima crisi finanziaria dovrebbe vedere mercati "più volatili" e un "rapido declino delle valutazioni”. Nello specifico si dovrebbe guardare alla fluttuazione che il titolo di stato a 10 anni statunitense ha registrato nelle settimane scorse e che potrebbe essere il preludio per quella crisi che arriverà.

La lotta di JP Morgan contro le "regole" Un’osservazione che poi ha dato il "la" alla riapertura della polemica nei confronti della regolamentazione, per lui esacerbata, cui le banche sono sottoposte da parte delle autorità di vigilanza le quali hanno implementato le restrizioni circa il trading ad alto rischio che molti istituti di credito sono soliti fare con i capitali dei loro clienti, sfruttando un’ignoranza (nel senso benigno del termine) che spesso ritorna comoda. Anche in casi estremi. Non più tardi di un paio di anni fa, ma ancora fresco nella memoria delle vittime, il caso della Balena di Londra ossia di una serie di scommesse sui derivati che portarono alla perdita di oltre 6 miliardi di dollari oltre a una multa (in realtà in seguito a un patteggiamento) del valore di oltre 900 milioni. Ma non si tratterebbe di un caso isolato per la banca, visto che altre pendenze sono ancora aperte e i debiti che andrebbe a pagare potrebbero toccare i 14 miliardi. Per ora. E i mercati? Intanto i mercati finanziari continuano a crescere sulla spinta delle politiche di allentamento monetario messe a segno dalle banche centrali in tutto il mondo, ultima proprio quella BoJ che nel frattempo ha deciso di chiamare in suo soccorso anche il più grande fondo pensione. Chi spaventa, però, è Wall Street che dovrà presto fare i conti (in tutti i sensi) con le trimestrali in arrivo: per quanto non disastrose potrebbero rivelare diverse delusioni sulle attese già di per sé basse e come noi tutti ben sappiamo, deludere i mercati, pur su dati positivi, è forse anche peggio che confermare previsioni negative. L’economia Usa, infatti, ora, è anche più vulnerabile della precedente crisi del 2008. Anche perché allora la Fed, per quanto criticabile, riuscì ad agire con un’arma potentissima, forse mal usata ma sull’onda dell’emergenza comunque efficace, come quella del Quantitative Easing.

Lo stesso dal quale adesso sta uscendo, con tutte le cautele del caso. Ora come ieri Le similitudini tra il 2008 e il 2015 sono fin troppo evidenti. In primis il rapporto tra le azioni delle società e il Pil statunitense, il più alto dal 1950 ad oggi, un rapporto che, per rientrare nella norma, dovrebbe vedere un crollo sulle prime del 50%, più o meno confermando i timori che qualche tempo fa aveva sollevato persino il più ottimista degli esperti e cioè Warren Buffett. Dato interessante il fatto che le azioni tendono a salire anche davanti alla prospettiva di una stagione degli utili che potrebbe deludere: le previsioni confermano un calo che per le quotate sull’S&P dovrebbe oscillare intorno al 2,8% nel corso del primo trimestre, cioè il peggior calo anno su anno (guardando al trimestre) dal 2009. Una dimostrazione sia l’andamento del Nasdaq: rialzi che invece riguardano società i cui utili sono al minimo e che non hanno dato prospettive incoraggianti per il futuro. Bola made in Usa quindi? Non proprio: il mercato cinese non sta meglio con le sue quotazioni che hanno fatto registrare un boom pari a un +80%. Proprio mentre il rallentamento di Pechino è il più forte, ed evidente, degli ultimi 20 anni.

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