Twitter Ads info and privaD’altra parte, il fatto che il mondo non sia ancora sulla traiettoria giusta era stato certificato già nello scorso autunno dal Programma delle Nazioni
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Una situazione climatica senza controllo, negli ultimi anni la stiamo vivendo senza nessuna preoccupazione da parte di chi alimenta questo massacro meteo che sembra non avere nessun freno. L anno prima è stato diffuso una bozza del sesto rapporto dell'Ipcc sul clima: “Temperatura media globale a +1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali già nel 2040”.
Se il mondo continuerà ad emettere CO2 ai ritmi attuali, non soltanto non si riusciranno a centrare gli obiettivi fissati dalla comunità internazionale nell’Accordo di Parigi. Ma, già nel 2040, la temperatura media sulla superficie di oceani e terre emerse risulterà di 1,5 gradi centigradi più alta rispetto a quella dell’epoca pre-industriale. L’allarme – l’ennesimo – sul deragliamento del climadella Terra è contenuto in una prima bozza del nuovo rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc).
Secondo una bozza del sesto rapporto dell’Ipcc, i cui contenuti sono stati diffusi dall’agenzia Reuters, gli esperti ritengono che la traiettoria attuale non consentirà di centrare gli obiettivi che la comunità mondiale si è fissata in materia di lotta ai cambiamenti climatici L’Ipcc: “Trend insostenibile, così non si centreranno gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”I contenuti del documento, che avrebbe dovuto rimanere segreto, sono stati pubblicati dall’agenzia Reuters.
Se ne evince un quadro tutt’altro che roseo. I governi, infatti, secondo gli esperti dell’Ipcc potrebbero ancora riuscire a rispettare gli impegni assunti nel 2015 al termine della Cop 21, ma a patto di avviare una transizione “rapida e di grande ampiezza dell’intero sistema economico mondiale”. Altrimenti, il mondo è destinato alla catastrofe climatica: una conclusione alla quale gli scienziati sono giunti dopo aver ascoltato il parere di migliaia di esperti e aver consultato una vastissima letteratura.
Certo, l’impressione è che stia aumentando la frequenza degli scrosci temporaleschi intensi, ancora più dannosi in un territorio fortemente cementificato come il nostro. “In effetti non sembrano aumentati i quantitativi medi di pioggia nell’arco di una giornata, quanto piuttosto gli scrosci temporaleschi intensi della durata minore di un’ora”. Che non permettono al terreno di assorbire l’acqua alimentando le falde e anzi risultano molto dannosi. Questo perché “a parità di pioggia, quella caduta oggi fa più danni rispetto a 100 anni fa. Abbiamo trasformato i territori, una volta agricoli, in luoghi carichi di infrastrutture: ciò vuol dire che l’acqua scorre più velocemente e raggiunge più in fretta aree potenzialmente vulnerabili”.
In pochi decenni abbiamo radicalmente modificato il nostro tessuto urbano. Per alcuni l’eccessiva cementificazione potrebbe essere correlata al fenomeno della desertificazione e a quello della “siccità al contrario”, che quest’anno vede gli invasi siciliani pieni di acqua e il Po in secca. Mercalli non è di questo avviso: “La desertificazione che sta interessando alcune zone del Mezzogiorno e delle isole è strettamente legata all’aumento delle temperature e all’eventuale dilatazione del periodo di siccità estiva”.
Quanto al secondo punto, “in effetti la Sicilia quest’anno ha visto tanta acqua come non ne vedeva da tempo; ma per definire un trend ci vogliono decine di anni, potremmo ancora trovarci di fronte a un caso di normale variabilità meteorologica”. Di certo il clima sta cambiando. E per far fronte a una situazione sempre più complessa è necessario ridurre le emissioni di CO2 rispettando l’Accordo di Parigi sul clima, firmato nel 2015: l’unica strada percorribile per evitare l’aumento delle temperature medie di due gradi entro il 2100, che avrebbe effetti devastanti sul nostro ecosistema. Ma si tratta di una sfida che l’Italia non può affrontare senza il sostegno delle grandi potenze mondiali. “Il nostro Paese – sottolinea Mercalli – contribuisce solo per il 2 per cento alle emissioni globali; noi dobbiamo fare la nostra parte, ma molto dipende dalle scelte che faranno Paesi come la Cina o gli Stati Uniti”. Una prospettiva preoccupante perché a causa della sua particolare collocazione geografica nel cuore del Mediterraneo, l’Italia è molto esposta agli effetti dei fenomeni climatici estremi.
In sostanza “in un futuro non troppo lontano potremo trovarci a contrastare i danni provocati da altri, e c’è un’unica strada da percorrere: investire in infrastrutture che favoriscano l’adattamento al clima che cambia”.
Non varrà a sminuire la portata dell’evento la considerazione dell’effetto prodotto dal fenomeno di El Niño (riscaldamento dell’oceano pacifico equatoriale), per altro praticamente esaurito e comunque non superiore ad altri analoghi fenomeni del passato. Né è possibile sottovalutare le conseguenze di una deriva senza precedenti: per esempio, l’estensione del ghiaccio marino nell’artico (polo nord) è ai suoi minimi storici assoluti dal 1980 (anno in cui grazie ai satelliti ne è iniziato il monitoraggio sistematico), mostrando un anticipo dello scioglimento di almeno un mese proprio nel periodo di più rapido ritiro. Gli effetti di quest’ultimo fenomeno potrebbero essere di vasta portata: dal contributo all’ulteriore scioglimento dei ghiacciai terrestri della Groenlandia al conseguente aumento del livello dei mari (già aumentato in media di 12 centimetri), allo sconvolgimento della circolazione atmosferica almeno nell’emisfero nord (freddo e tempeste sull’Europa centro-settentrionale), fino al contributo a un riscaldamento ulteriore grazie al fatto che il mare aperto (scuro) assorbe molto più calore rispetto al ghiaccio (bianco). L’ex capo della divisione climatica della Nasa, James Hansen, vede un futuro ancora più cupo in un recente importante articolo, che coinvolge anche lo scioglimento di parte del ghiaccio terrestre antartico. In termini economici, senza considerare gli impatti sulle popolazioni (e i costi conseguenti), gli asset reali (non finanziari) che potrebbero essere distrutti dal cambiamento climatico nel corso dei prossimi decenni sono stati stimati fino al controvalore stellare di 24mila miliardi di dollari, cioè il 17% del totale.
Assumendo che tutto questo sia vero, e un eventuale complotto è da considerare quanto meno molto improbabile, non è possibile evitare di osservare con rabbia le candide passerelle come quella dello scorso mese al palazzo dell’Onu a New York, di cui si è ampiamente riportato su queste colonne, dove a sfilare e pontificare sono stati in massima parte i vincitori del secondo conflitto mondiale e da 70 anni conduttori del mondo, prima in tandem con l’altra faccia – comunista – del capitalismo, quindi da 25 anni in beata solitudine e tuttavia fedeli epigoni di quel mondialismoche è prima causa della drammatica insostenibilità globale. In altre parole, la soluzione del problema dovrebbe essere escogitata dagli stessi soggetti che lo hanno creatomediante l’esportazione forzata delle tecnologie e dei consumi verso aree impreparate ad assorbirli e l’importazione nei paesi sviluppati delle eccedenze umane provenienti da quelle medesime aree, sia l’uno che l’altro processo a danno dei popoli che si erano conquistati in secoli e millenni il diritto a una vita dignitosa.
Non potrà stupire allora che le soluzioni immaginate dalle élite finanziarie e dalla propria servitù politica transnazionale prevedano sempre più esplicitamente la compressione dei consumi e la distruzione dei diritti sociali tra i popoli più avanzati, lo sradicamento delle comunità e la creazione di uno sterminato proletariato globale senza volto, senza identità e senza voce. La reazione dei popoli, a tratti e spesso confusamente già timidamente in corso con l’ascesa di Donald Trump negli Stati Uniti, l’inattesa resistenza della Russia di Putin e la crescita dei movimenti identitari in Europa, non potrà allora essere bollata di cinismo ed egoismo, piuttosto alla legittima aspirazione a riappropriarsi del proprio futuro e ricostruire un assetto mondiale e nazionale in equilibrio con le specifiche culture, capacità e competenze, risorse disponibili. I residui strumenti elettorali ancora disponibili sono quello che rimane prima di un’evoluzione molto meno piacevole, in un senso o nell’altro.