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Paranormale, ufologia, notizie incredibili e segrete. Anche notizie semplici ed importanti.

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Il mistero della mappa di Tupaia

Abbiamo parlato in passato del viaggio del grande esploratore James Cook e di come, nei suoi viaggi nel Pacifico, si avvalse tra l’agosto 1769 ed il febbraio 1770 dell’aiuto di un navigatore polinesiano, Tupaia. Vale la pena di raccontare la sua storia, di quel grande navigatore oceanico che contribuì a realizzare la prima vera mappa dei mari del Sud.

Vi domanderete cosa ci sia di così straordinario?
La mappa di Tupaia è uno dei più famosi ed enigmatici artefatti del XVIII secolo sulla regione del Pacifico. La sua enigmaticità fu legata dalla apparente illogicità delle disposizioni delle isole che non seguiva alcun schema cartografico occidentale. Questo ha comportato fino ad oggi un’incertezza sulle identificazioni degli arcipelaghi disegnati sulla mappa e sulla loro disposizione cartografica: un vero mistero per i ricercatori che spesso avevano ipotizzato errori o fantasie.

Di fatto, storicamente, sappiamo che con quella mappa James Cook fu in grado di navigare con sicurezza tra le tante isole del Pacifico, evitando pericolosi reef e raggiugendo seguendo la rotta più breve  i vari atolli. Ma se la mappa non aveva senso geografico per i cartografi europei, perchè non georeferenziata, come poteva essere stata usata? Una domanda che molti cartografi si sono posti per decine di anni. Un recente studio ha proposto un’interessante interpretazione della mappa disegnata dal navigatore polinesiano. Vista la complessità dell’argomento, che va oltre la normale trattazione cartografica, cercherò di semplificare per quanto possibile quanto riportato nello studio, andando per ordine.

La scoperta del Pacifico
Un’epoca in cui l’Impero britannico aveva incentivato le attività scientifiche e filantropiche, questi viaggi furono in realtà motivati dalla volontà di estendere l’influenza geopolitica della Corona, in termini di dominio militare ed economico, nella regione del Pacifico. Il viaggio dell’HMS Endeavour passò alla storia per le eccezionali scoperte geografiche e etnologiche in quell’oceano sconfinato; il merito non fu solo di James Cook  ma anche del suo equipaggio. Insieme ad ufficiali e marinai, una parte significativa della nave era infatti composta da naturalisti, scienziati e disegnatori, sotto il patrocinio di un botanico, Joseph Banks, che trasformò la nave in un laboratorio mobile.

Samuel Wallis

In questo contesto la precedente scoperta di Tahiti da parte di Samuel Wallis, comandante del Dolphin, il 18 giugno 1767, fu funzionale per la conoscenza dei Mari del Sud. Sappiamo che il primo incontro tra Wallis e i Tahitiani non fu molto pacifico. I Britannici si fecero conoscere mostrando la loro forza a colpi di cannone. Dopo Wallis approdò, nell’aprile 1768, l’esploratore francese Louis Antoine de Bougainville, che stava completando la prima circumnavigazione del globo francese. Fu proprio Bougainville a rendere famosa Tahiti in tutta Europa, quando pubblicò il suo libro Voyage autour du monde, descrivendo l’isola come un paradiso terrestre dove uomini e donne vivevano in innocenza, lontano dalla corruzione della civiltà. Questa fama benevola favorì la scelta britannica di Tahiti come base per osservare un importante evento astronomico nel Pacifico meridionale, il transito di Venere attraverso il Sole.

HMS Endeavour by Samuel Atkins c. 1794

L’Ammiragliato britannico, tra il 13 aprile e il 13 luglio 1769, decise di inviare a Tahiti l’HMS Endeavour che passò tre mesi all’ancora nella baia di Matavai, dove fu anche allestito un forte per le osservazioni astronomiche. Il capitano della nave,  James Cook,ne approfittò per ultimare la mappatura dell’isola mentre il capo spedizione scientifica,  Joseph Banks, ed i suoi scienziati continuarono ad osservare e raccogliere esemplari di animali e piante. Una ricerca senza prezzo che sarebbe stata completata senza l’aiuto di un notabile locale, Tupaia.

Tupaia’s Map, 1770, British Library, London, © British Library Board BL Add MS 21593.C (T3/B)

Dietro una mappa, una mente straordinaria: Tupaia
La mappa di Tupaia è uno dei manufatti del XVIII secolo più importanti che documenta la prima interazione culturale tra gli indigeni locali del Pacifico meridionale e gli Occidentali. dopo che Tupaia, sacerdote e consigliere politico dei reggenti di Tahiti, divenne uno dei principali collaboratori di James Cook.

 

Nato nella metà del 1720 nel nord di Ra’itaea, in una famiglia di alto rango, ricevette la sua prima istruzione a Tainui Marae. Figlio e nipote di navigatori apprese in giovinezza i segreti della navigazione polinesiana. Dopo aver viaggiato in gioventù fra le isole, fu ferito in uno scontro tribale ed approdò a Tahiti dove divenne consigliere politico dei reggenti. Fu proprio durante la visita di Samuel Wallis che Tupaia iniziò ad operare come mediatore con gli stranieri in diverse importanti occasioni.

Quando James Cook arrivò nel 1769, Tupaia era una figura politica rispettata e, per le sue esperienze precedenti con Wallis, venne nuovamente inviato come traduttore interculturale. Apparentemente Cook non fu particolarmente colpito da quello strano indigeno, che evidenziava una certa dignità e autorevolezza, parlava diverse lingue locali e dimostrava conoscenze a loro sconosciute. Al contrario il capo botanico di bordo, Joseph Banks ne fu affascinato e lo richiese a bordo in supporto allo staff scientifico. Fu così che quando l’HMS Endeavour si preparò a lasciare Tahiti, Tupaia si unì all’equipaggio della nave come navigatore. Nelle quattro settimane seguenti, pilotò in sicurezza l’Endeavour attraverso le Isole della Società Sottovento e a sud a Rurutu. Per quasi sei mesi, dall’ottobre 1769, facilitò gli scambi tra l’equipaggio ed i Maori di Aotearoa in Nuova Zelanda con i quali era anche in grado di comunicare linguisticamente. 

disegno attribuito a Tupaia con canoe tahitiane, 1779

A bordo della HMS Endeavour, Tupaia incontrò molti scienziati della spedizione e travasò gran parte della sua conoscenza che venne poi trascritta in diari, schizzi, acquerelli e grafici. A lui si devono le conoscenze sulla religione e le pratiche rituali di Tahiti, sull’organizzazione tribale, sui metodi di gestione economici e, per i nostri scopi ancora più importante, sulle antiche pratiche di navigazione polinesiane.

Tupaia et al., Chart of the Leeward Society Islands, 1769, British Library, London, © British Library Board BL Add MS 15508, f.16.

Le sue conoscenze e, in particolare, molti disegni furono realizzati da uno dei disegnatori dell’Endeavour, Sydney Parkinson. Tra di essi una mappa che riportava le isole, i passaggi e gli stretti delle Isole della Società di Leeward, comprendente un mare di isole” da Rapa Nui (a Est) per oltre 7.000 km a Rotuma, a ovest, e più di 5.000 km da Hawai’i a nord a Rapa Iti a sud, di fatto documentando la vasta conoscenza geografica dei maestri navigatori delle Isole della Società.

Questa mappa, nota come la mappa di Tupaia, fu ritrovata tra le carte di Joseph Banks e, dopo la sua pubblicazione nel 1955, divenne uno degli argomenti più discussi per la sua apparente illogicità che faceva presagire un sistema, che oggi chiameremmo multidisciplinare, di trattare le informazioni. Ci si domandava quali conoscenze avessero avuto quegli antichi polinesiani per poter navigare senza nemmeno una bussola attraverso il Pacifico. 

Un enigma di oltre due secoli
Gli autori di quest’ultimo studio, Anne Di Piazza ed Erik Pearthree, affrontano in maniera pragmatica la lettura delle varie versioni della mappa, evidenziando i diversi presupposti europei e tahitiani sulla costruzione e lettura delle mappe. In effetti per poter comprendere come Tupaia avesse ispirato o tracciato il disegno della mappa era fondamentale comprenderne la genesi ed i processi successivi. Secondo Cook, nessuna delle bozze disegnate dalle mani di Tupaia era sopravvissuta, per cui bisognava partire dalle tre versioni conosciute. Inizialmente era stato assegnato a Richard Pickersgill, un brillante sottufficiale (master’s mate) che aveva servito sul Dolphin con Wallis,  il compito di assistere Tupaia nel disegno della bozza della mappa. La prima versione fu poi copiata da Georg Forster, un naturalista tedesco della spedizione. A lui si deve il rapporto di viaggio, A Voyage Round the World, che contribuì in seguito a descrivere l’etnologia delle popolazioni  polinesiane.

Dopo l’abbandono della prima mappa, probabilmente nell’agosto del 1769, ne fu iniziata una seconda bozza in cui si notano frequenti cambiamenti nel modo in cui i nomi delle isole sono scritti. Secondo gli autori dello studio queste variazioni suggeriscono che Cook decise di coinvolgere nel progetto un linguista più talentuoso, forse lo stesso Banks o il disegnatore Sydney Parkinson. Inoltre, la stretta corrispondenza tra l’elenco delle isole nel diario di Cook e la copia di Banks fa presupporre che la seconda bozza della mappa potrebbe essere stata la versione base della copia di Banks, oggi conservata nella British Library. La stesura della terza bozza iniziò poco tempo dopo, il 5 febbraio 1770. In questa versione, le ortografie insulari furono ricontrollate con Tupaia e, in molti casi, adattate integrandole  con informazioni raccolte dai contatti con i Maori.

Dimenticata per gran parte del XIX secolo, fu riscoperta negli anni ’50 da John C. Beaglehole che studiava le carte di Joseph Banks. Sebbene esista una copia attribuita a Cook, sembrerebbe che sia proprio la versione della mappa conservata nella British Library la copia fedele della terza ed ultima bozza su cui Tupaia aveva lavorato.

Voyaging paths on Tupaia’s Map, as shown on T3/B.

Le prime interpretazioni sottolineavano gli errori del disegno di tutta la regione del Pacifico non trovando correlazioni geografiche consistenti. Il nuovo studio riabilita il lavoro di Tupaia, sottolineando che non ci furono imprecisioni aberranti da parte sua ma errori di interpretazione sulla modalità di lettura della mappa da parte degli occidentali.

Secondo i ricercatori, in un certo senso Tupaia si comportò da intermediario culturale, traducendo un sistema molto complesso di orientamento in un metodo concettualmente molto diverso ma più comprensibile agli Europei. Partendo da una rappresentazione cartografica bidimensionale, Tupaia trasferì il sistema locale ponendo un nord posizionale al centro del grafico come riferimento per disegnare due rotte oceaniche: la prima tra Rotuma e Rapa Nui (che copre un quinto della circonferenza della terra) e l’altra tra Tahiti (Otaheite) e le Hawai’i. Queste rotte però non obbedivano alle regole cartografiche occidentali ma si basavano su un concetto totalmente diverso.

Prima di dare una spiegazione, vale la pena leggere la testimonianza di John Marra sulle metodologie di navigazione dei Polinesiani:
As their whole art of navigation depends upon their minutely observing the motions of the heavenly bodies, it is astonishing with what exactness their navigators can describe the motions and changes of those luminaries. There was not a star in their hemisphere fixt or erratic but Tupaia could give a name to, tell when and where it would appear and disappear; and what was still more wonderful, could foretell from the aspect of the heavens the changes of the wind, and the alterations of the weather, several days before they happened. By this intelligence he had been enabled to visit most of the islands for many degrees round that of which he was a native. By the sun they steer in the day, and by the stars they steer in the night; and by their skill in presaging the weather, they can without danger lengthen or shorten their voyage as appearances are for or against them”.

Una visione diversa
Nella concezione occidentale la modellazione geografica è basata in rappresentazioni cartografiche bidimensionali. Per poter rappresentare superfici geografiche su piccola scala è necessario trasferire la forma “sferica” della Terra con una serie di proiezioni su un piano. Sono diverse rappresentazioni che hanno specifici vantaggi a seconda dell’uso che ne fa. Ad esempio, quella sul piano di Mercatore ha il vantaggio di mantenere inalterati gli angoli su una griglia di disegno. Fattore non da poco se si vuole seguire una rotta.

Su quella griglia immaginaria si identificano delle posizioni identificate da valori angolari (latitudine e longitudine) che si misurano rispettivamente lungo i meridiani (per convenzione da quello di Greenwich) ed i paralleli, misurati dall’Equatore verso i Poli geografici.

mappa del Pacifico di Ortelio, XVI secolo, dove compare la griglia di meridiani e paralleli

Ovviamente questo modo di rappresentare il mondo, utilizzando dei riferimenti scelti politicamente (Greenwich non fu scelto a caso) è funzionale. La rotta di una nave può essere così seguita determinando la posizione della stessa mediante diversi sistemi. La determinazione della latitudine e della longitudine vengono quindi riferite alla griglia agganciata ad un riferimento politicamente riconosciuto.

Nel caso della navigazione effettuata dai polinesiani il principio era totalmente diverso. Il centro geografico dell’orientamento alla navigazione non era un uno schema geografico ma il navigatore, circondato da un mondo eterogeneo composto dall’oceano, dalla vita marina, dal vento e dalla corrente, dal sole, dalle stelle e dai pianeti e infine dalle isole. L’orientamento in questo sistema veniva costantemente affinato osservando i movimenti delle stelle di notte, del sole di giorno e le direzioni del vento e dei treni d’onda. Le nozioni astronomiche si basavano sul calendario lunare tahitiano che forniva le posizioni azimutali non solo della luna, ma del sole e delle stelle principali, così come il sorgere ed il tramonto ad una data latitudine.

Queste divisioni del tempo [dell’anno in mesi lunari, mesi in giorni lunari, giorni in giorno e notte] permettevano agli isolani di osservare ed apprezzare i movimenti dei corpi celesti per i loro diversi scopi. I navigatori polinesiani sapevano che le stelle fisse non cambiano la loro posizione l’una rispetto all’altra e conoscevano quali stelle ed i pianeti erano visibili in certe stagioni dell’anno. Quindi erano in grado di identificare le stelle quando si innalzavano dall’orizzonte, memorizzandone la posizione per trovare la direzione. Il suo riferimento più importante era la costellazione della Croce del Sud che, come la stella polare ha una direzione fissa indicando però il Sud. La sua forma richiama un aquilone dove l’allineamento della stella superiore Kaulia/Gacrux e di quella inferiore, Ka Mole Honua/Acrux, mostra la direzione meridionale. Come per la stella polare nell’emisfero nord, anche la Croce del Sud si alza man mano che ci si avvicina al polo sud. Alla latitudine delle Hawaii, la distanza dalla stella superiore alla stella inferiore è la stessa distanza da quella stella inferiore all’orizzonte, ed è di circa 6 gradi. Questa configurazione si verifica solo alla latitudine delle Hawaii. Tupaia usava la cosiddetta bussola stellare (star compass), un costrutto mentale e non tecnologico come la bussola occidentale, in cui l’orizzonte visivo viene suddiviso in 32 “case” dove una casa è una parte dell’orizzonte dove risiede un corpo celeste. Ciascuna delle 32 case è separata da 11,25° di arco per un cerchio completo di 360˚.

Praticamente i maestri navigatori polinesiani riuscivano ad orientarsi correlando i movimenti delle costellazioni durante l’arco notturno, deducendo così le direzioni per raggiungere le isole di destinazione. Nozioni astronomiche antiche la cui origine è ancora da scoprire. Ma non solo. I polinesiani erano in grado di integrare la loro posizione attraverso l’osservazione del volo degli uccelli marini, della direzione delle onde, dei riflessi sulla parte inferiore delle nuvole, della fosforescenza dei mari profondi (bioluminescenza), tutte informazioni che completavano il quadro di conoscenze dei maestri navigatori come Tupaia.

disegno attribuito a Tupaia sullo scambio di un’aragosta da un maori con un membro dell’equipaggio dell’HMS Endeavour

Molto di più un disegno approssimativo 
Come abbiamo visto i principi cartografici erano decisamente diversi. Osservando con una visione cartografica occidentale gli oggetti disegnati sulla mappa appaiono non correlabili fra loro ma se ci riferiamo ad una visione centrata sul navigatore tutto assume un senso. Il colpo di genio di Tupaia fu di andare oltre il concetto di direzione cardinale assoluta, posizionandosi in un punto, chiamato Avatea, e abbandonando lo spazio cartografico utilizzato dai cartografi europei. Interessante il fatto che Avatea, tradotto dagli Europei “mezzogiorno”, veniva determinato dalla massima elevazione del sole ovvero quando si trovava allo zenith.

Nella mappa una rotta può praticamente iniziare ovunque. Ciò che conta è la posizione relazionale delle isole all’interno dei percorsi di viaggio ed il loro orientamento da Avatea. Come sappiamo, su una carta non bastano solo i rilevamenti ma anche le distanze. È importante comprendere che la distanza tra le isole sulla mappa di Tupaia non è un indicatore di distanza reale: non si misura in miglia ma è solo una funzione del tempo necessario per il viaggio e viene misurata in notti di viaggio (e in qualche modo dipende dall’esperienza del viaggiatore). Un’altra cosa da notare è che la forma delle isole non ha nessun senso e quindi cercare di trovare somiglianze con mappe realizzate dagli Occidentali è errato.
Tutte le rotte sono chiaramente orientate rispetto Avatea. Per poter navigare, gli utilizzatori dovevano quindi porsi su una delle isole sulla carta e tracciare due linee immaginarie dalla loro posizione: una verso Avatea, il loro nord posizionale, e l’altra verso l’isola di destinazione. L’angolo misurato in senso orario dalla prima alla seconda linea era il rilevamento usato da Tupaia per indicare le sue isole. Sorprendentemente in una visione occidentale può essere espresso in gradi e quindi usato da una bussola. La cosa straordinaria è che la differenza tra i rilevamenti da isola a isola presi sulla Mappa di Tupaia e quelli su una mappa di Mercatore è ben al di sotto di 5°. Le differenze sembrano diventare maggiori quando le conoscenze sulle posizioni delle stesse divengono più vaghe.
Conclusioni

La mappa di Tupaia è una testimonianza evidente della maestria della capacità di navigazione polinesiana, una visione olistica in cui tutte le scienze contribuivano per fornire ai navigatori le rotte necessarie per raggiungere le isole di quell’oceano apparentemente senza riferimenti. Non è direttamente comparabile con un sistema cartografico occidentale da cui si distingue per i principi di costruzione e, ovviamente, di lettura.

Leggendo il lungo ed esaustivo studio, emerge la figura di Tupaia, questo grande maestro navigatore polinesiano. Potremmo definirlo come un intermediario culturale del XVIII secolo, in grado di tradurre ed integrare un sistema indigeno di orientamento estremamente molto complesso, basato su nozioni cosmografiche e oceanografiche, in un metodo totalmente diverso più comprensibile ai suoi interlocutori europei. Una conoscenza antica che Tupaia condivise con lo staff di Cook, consentendogli di proseguire il suo viaggio alla scoperta dell’oceano Pacifico attraverso quei mari sconosciuti.

Ci si può domandare perché Tupaia decise di condividere le sue conoscenze. Forse perché riconosceva la fine sociale del suo mondo o forse perché Tupaia era affascinato dalle conoscenze scientifiche europee?  Forse l’invito degli stranieri a collaborare ad una nuova mappa dovette essere per lui un’impresa intellettuale stimolante ed affascinante. Si trattava di riassumere in una mappa conoscenze complesse e, per gli Europei, apparentemente non collegate fra loro. 

fonte

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