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Quando la legge italiana sembra non funzionare più, ecco la risposta: La Corte d’appello del Tribunale di Milano ha confermato la sentenza di primo grado nei confronti di Silvio Berlusconi, accusato di frode fiscale, nel processo Mediaset e, dunque, la condanna a 4 anni per il leader del Pdl. I giudici hanno anche confermato per Berlusconi i 5 anni di interdizione dai pubblici uffici.
«Si tratta di una sentenza assolutamente scontata considerati i toni e i modi utilizzati dai giudici nella conduzione del processo», hanno detto gli avvocati difensori di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Piero Longo, nel commentare la sentenza d’appello che ha confermato la condanna di Berlusconi.
I giudici della seconda Corte d’Appello di Milano nel confermare la sentenza di primo grado del processo Mediaset hanno assolto il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri e altre due persone. Confermata anche la condanna a tre anni di reclusione per il produttore statunitense Frank Agrama. Confermata anche la provvisionale di 10 milioni di euro a favore dell’Agenzia delle Entrate che dovrà versare Silvio Berlusconi in solido con le altre tre persone condannate. Sul futuro politico del leader Pdl pesano però soprattutto le pene accessorie, anche queste confermate, dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e quella dalle cariche societarie per tre. E’ la prima sanzione che l’ex presidente del Consiglio teme maggiormente, perché in caso di conferma definitiva in Cassazione aprirebbe la questione della decadenza dalla carica di parlamentare.
Le motivazione dei giudici di primo grado: “Berlusconi dominus indiscusso”. In primo grado i giudici avevano motivato la condanna parlando di “un’evasione fiscale notevolissima” sottolineando che una catena di intermediari e società schermo avrebbe permesso di gonfiare i costi d’acquisto dei diritti dei film da trasmettere in tv per creare fondi neri. Secondo i magistrati non era “sostenibile che la società abbia subito truffe per oltre un ventennio senza neanche accorgersene” e Berlusconi era il “dominus indiscusso”. Ma non solo i magistrati nelle motivazioni contestuali aveva descritto “un preciso progetto di evasione esplicato in un arco temporale ampio e con modalità sofisticate”.
“Il sistema” dei diritti tv, secondo le toghe di primo gravo, aveva un “duplice fine”: una “imponente evasione fiscale” e la “fuoriuscita” di denaro “a favore di Silvio Berlusconi” che ”rimane al vertice della gestione dei diritti” e del meccanismo fraudolento anche “dopo la discesa in campo”, perché “non c’era un altro soggetto” a gestire il sistema di frode. I giudici avevano richiamato anche un verdetto della Cassazione sul caso Mills, che prosciolse l’avvocato inglese per prescrizione dall’accusa di corruzione in atti giudiziari, ma attribuì al Cavaliere la paternità dei versamenti sui suoi conti: “Il giro dei diritti si inserisce in un ricorso più generale a società off-shore create da Berlusconi affidandosi a fidatissimi collaboratori”. Ma non solo per le toghe il comportamento di Berlusconi, nell’ambito del processo Mediaset sui diritti tv, dimostrava una “naturale capacità a delinquere” per perseguire “il disegno criminoso”. L’ex premier era stato ritenuto l’”ideatore” del sistema fraudolento e “non si può ignorare la produzione di un’immensa disponibilità economica all’estero ai danni dello Stato e di Mediaset che ha consentito la concorrenza sleale ai danni delle altre società del settore”.