Paranormale, ufologia, notizie incredibili e segrete. Anche notizie semplici ed importanti.
successione gli avvenimenti che ricorrono frequentemente nei casi di Pre-morte:
1) Sensazioni piacevoli di pace, quiete nella prima fase.
2) Percezione di una Luce bianca chiarissima, per quanto vi sia molta luminosità, essa non offende in alcun modo la vista, né impedisce di vedere altre cose; oltre alla percezione della luce, si odono bellissimi suoni e voci di altri esseri.
3) Estrema esaltazione delle facoltà intellettive e percettive.
4) Esperienza di percorrere un “tunnel” (dimensionale) una galleria buia.
5) Abbandono del corpo fisico all’interno di una parte del corpo energetico e ci si trova ad osservare il proprio corpo fisico, essendone completamente fuori.
6) Riepilogo dei fatti importanti della vita, i ricordi si susseguono con ritmo rapidissimo ma con uno sguardo mentale si comprendono e si rivivono interamente, auto giudicandosi.
7) Sensazione di un passaggio di “luogo” o di dimensione che si interrompe un attimo prima del rientro nel corpo fisico, contemporaneamente al desiderio intenso di rimanere in quel nuovo stato o luogo.
Questa la descrizione generale che “risuona” in tutti i racconti ed in ogni parte del mondo indipendentemente dal credo religioso o spirituale, da parte delle persone ascoltate nelle nostre ricerche.
Anche queste affermazioni confermano le nostre tesi sulla “morte” quale passaggio in altra “dimensione” quella energetica, elettronico Spirituale.
Quello che è strano è che molti individui sopra tutto in occidente, quando incontrano un amico che racconta loro per esempio, di essere stato in Kenia e di aver visto laggiù tante cose, di aver parlato con altre persone del luogo, ecc., questi pur non conoscendo di persona la nazione Kenia, gli prestano fede e non hanno nemmeno il dubbio, che il loro amico racconti loro una frottola; mentre se qualcuno anche loro amico, gli racconta che è stato nell’aldilà, descrivendo tutto con minuziosi particolari, allora la narrazione diviene una favola mentale della persona che la racconta, questo atteggiamento è sicuramente poco serio; il ricercatore della verità andrà come minimo a cercare altre persone che hanno fatto l’esperienza per vedere se ciò che ha ascoltato è credibile o meno, questo almeno fino a quando egli non vivrà di persona l’esperienza; sono gli schemi mentali ristretti che impediscono a quelle persone di accettare una possibile verità.
Dovremmo allora dire che lo stato della morte è analogicamente da riportare allo stato del sonno nell’Uomo; il sonno è vissuto in piena coscienza da parte dell’Ego/IO, tant’è che si vivono esperienze vere e complete anche se “interne”; si hanno tutte le sensazioni come nello stato di veglia che è lo stato di relazioni con l’esterno, in quanto si vivono colori, suoni, tatto, parole, immagini, ecc. come se fossero oggettivate e non per questo si è pazzi; mentre si dorme si risolvono problemi che non si riesce a risolvere nello stato di veglia, tant’è che vi è un detto: “la notte porta consiglio”; si hanno visioni, sogni, ecc., che molte volte non vengono ricordati, ma che si Sa che si sono vissuti nella notte, mentre si dormiva.
Il sonno è uno degli stati dell’Essere cosciente e parte della Vita stessa; ecco perché in molte religioni si è legata analogicamente la morte allo stato del sonno.
Però lo stato di morte è molto più dello stato del sonno, in quanto esso permette altri e più complessi cambiamenti di stato; lo stato della morte infine è il passaggio dall’esterno, il fuori dello spazio gravitazionale della Manifestazione, all’interno di essa, il dentro.
Secondo le affermazioni precedenti sugli “Aelohim, Elettroni, Eoni”, noi sosteniamo che la morte è la “trasformazione” dallo stato materiale, allo stato Energetico, Elettronico, con la piena coscienza, consapevolezza e partecipazione dell’Ego/IO della persona a queste “variazioni” di stato; tale variazione è il passaggio dell’Energia, dallo stato “solido” a quello di “plasma” e per la parte fisico/eterica, attraverso la riduzione in stati di liquido, gassoso, atomico, per essere riciclato biologicamente in nuove e molteplici aggregazioni.
Per fare ciò dobbiamo passare dallo stato solido allo stato “Energetico” e passare quindi dentro la materia per poterci livellare al piano al quale ci siamo resi capaci di “rivelare”, nella nostra esperienza terrestre.
Infatti anche il ciclo della Natura ci conforta dandoci tutti gli esempi possibili di cui ne prendiamo solo uno: il chicco di grano deve essere messo nella terra, trasformarsi, cioè morire per “dare alla luce”, per far nascere una spiga e da essa nascono circa 100 chicchi di grano e così via; lo stesso avviene per gli esseri viventi, noi siamo un “chicco” di informazioni cioè di Spirito, Pensiero, Coscienza chiusi in una “sostanza o bolla di energia” e dobbiamo venire a nascere sulla terra per poter “morire” e per poterci trasformare a nostra volta, per dare così vita a miliardi di altri (chicchi ), cioè Atomi od Elettroni Personalizzati che a loro volta ci accompagnano nella nostra esperienza corporea umana e che andranno ad arricchire ed a riAggregarsi per affinità e livelli, alla nostra morte ad altri corpi, inserendovi di nuovo ed in tutti l’inconscio collettivo aggiornato per reInformare attraverso gli atomi/elettroni contenuti nel DNA/RNA, anche il CEI (Campo Elettro Magnetico Informato) dei nuovi corpi che si creeranno.
La CoScienza non perde in nessun caso la percezione di Sé e dell’UniVerso; ella la perde a livello conscio temporaneamente quando ella si reIncarna, per poter essere libera di effettuare una nuova esperienza e ciò avviene al concepimento.
Durante la vita nel fisico ella deve, ritornando in Armonia con la Manifestazione, riprendere il colloquio interrotto con il Concepimento (concepire un piano mentale).
Solo la Coerenza, con le varie Leggi della Manifestazione permette il ripristino della ComUnicAzione.
L’incoerenza al contrario impedisce la comunicazione e la comprensione della realtà della Vita; ad ogni morte o trapasso la CoScienza si reIncarnerà per potersi rimettere in conDizione di riTrovare la sua coerenza con il Creato e le Sue finalità.
Le religioni anche quelle non cristiane, sono tutte concordi con forme diverse, nell’affermare che la vita continua dopo la morte; alcune dicono che l’Ani+ma, l’Essere, l’Ego/IO nella materia, prenda possesso di un altro corpo e si reincarni di nuovo e così per quante reincarnazioni sono necessarie per “purificarsi”; la chiamano la legge del “Samsara”.
Noi sosteniamo questo: esistono Ego/IO (Esseri, Anime) emanati dall’InFinito, dopo varie reincarnazioni alla loro ultima morte, con il loro nuovo corpo di Energia si incarnano volontariamente, cioè riprendono forma solamente per aiutare altri Esseri ad evolvere nelle varie dimensioni; altri risorgono o si riAggregano o si reincarnano moltissime volte perché debbono acquisire altre informazioni e non sono capaci di rendersi liberi dalle psico dipendenze di questa dimensione, perciò si auto obbligano, auto condizionano per via delle loro psico dipendenze a reincarnarsi, a risorgere molte volte, fino a riuscire ad essere abili ed autosufficienti nel mantenere per sempre il loro corpo Energetico, cioè ad essere Coerenti ed a imparare a decidere dove posizionarsi ad ogni loro “trapasso”, utilizzando il tipo di materia presente nella dimensione ove desiderano manifestarsi.
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PREMORTE - Near-Death Experiences o Stati di Premorte (NDE)
Il fenomeno denominato Near-Death Experiences (NDE) oppure Stato di Pre-Morte (SPM) o Esperienze di Pre-Morte (EPM), solitamente si verifica nei soggetti che dopo aver avuto un trauma fisico che avrebbe dovuto portarli alla morte (a causa di arresto cardiaco spontaneo, di un grave incidente, o durante un intervento chirurgico) sono sopravvissuti. Moltissime di queste persone, in tali occasioni sono state dichiarate clinicamente morte, perchè oltre ad avere il battito cardiaco totalmente assente, non presentavano più alcuna attività cerebrale (EEG). Ciononostante, inspiegabilmente, dopo svariati minuti (a volte anche ore, vedi caso Rodonaia in “La pagina degli amputati), una volta tornati alla vita, riferiscono ai medici, agli infermieri, ai parenti e agli amici dei ricordi straordinari: mentre erano “clinicamente morti”, avevano continuato ad avere la percezione visiva e sonora di quello che stava accadendo attorno a loro ed anche in luoghi molto distanti da quello in cui era stato collocato il corpo.
Più precisamente, una volta “risvegliati”, hanno descritto dettagliatamente quello che avevano fatto e detto i primi soccorritori e poi gli infermieri ed i medici, mentre tentavano di rianimarli, ed anche ciò che amici e parenti compivano, dicevano o pensavano, mentre si trovavano all’interno delle rispettive abitazioni o al lavoro.
Negli ultimi trentacinque anni, a livello mondiale, l’interesse per queste esperienze in ambito scientifico è stato sollevato da Raymond A. Moody (precedentemente altri studiosi se ne erano occupati - in particolare Frankl e Potzel - mostrando però maggiore interesse nei confronti dell’evento morte e non per l’esperienza premortale), egli è ritenuto il massimo divulgatore degli studi sulle NDE. Moody fu il primo a raccogliere dati sulle NDE, rendendoli pubblici durante le sue conferenze e tramite i suoi libri; il primo libro,
“La Vita Oltre La Vita”, è ancora oggi un testo fondamentale per tutti coloro che si sono occupati e si interessano del fenomeno. In “La Vita Oltre La Vita” Moody lanciò una sfida a tutti gli studiosi di medicina, a cui chiedeva di impegnarsi maggiormente nelle ricerche concernenti le esperienze vissute in punto di morte (Raymond Moody, è nato in Georgia nel 1944; nel 1969 si è laureato in Filosofia e successivamente in Medicina e in Psichiatria.
Ha insegnato per tre anni etica, logica e filosofia del linguaggio alla East Carolina University.
Ha anche insegnato Psicologia al Western Georgia State College di Carrollton, un istituto che ha un reparto di psicologia in cui si enfatizza lo studio del paranormale. Il Western Georgia State College, non ignora la terapia cognitiva, ma su volere del suo fondatore William Roll, sin dagli anni Sessanta organizza corsi sui fatti inspiegabili, tra essi vi sono corsi sull’astrologia, sulle esperienze di Pre-Morte, sui fantasmi, unitamente a quelli sull’ipnosi, sull’auto-ipnosi e sulla moderna psicoterapia sciamanica.
Attualmente è titolare della Cattedra “Bigelow” per gli Studi sulla Coscienza di Las Vegas).
Da allora molti studiosi si sono cimentati in questa ricerca e, mentre i non addetti ai lavori erroneamente pensano che essa sia relegata al pensiero esoterico o occultista, in realtà la questione è dibattuta soprattutto in ambito accademico e le rare volte che sono state prese in esame tesi esoteriche, lo si è fatto per invalidarle. I più agguerriti contro le tesi esoteriche sono i parapsicologi che, pur ammettendo l’esistenza di fenomeni paranormali, sono impegnati a cercarne le cause scientifiche per poterli riprodurre in laboratorio, seguendo i canoni della scienza empirica.
FASI CARATTERISTICHE del FENOMENO NDE
Di seguito vengono descritti i vissuti (ovvero le esperienze soggettive, simili tra loro, dei soggetti che hanno sperimentato la NDE.) e che sono maggiormente tenuti in considerazione dai ricercatori di tutto il mondo che operano in ambito medico, farmacologico, psichiatrico, psicologico, psicofisiologico e parapsicologico.
Per alcuni studiosi la presenza di uno o più di tali elementi è sufficiente per determinare la NDE, mentre per altri sono valide le fasi evidenziate dal test elaborato da Bruce Greyson.
Sensazione della morte
Molte persone non realizzano immediatamente che l’esperienza che stanno vivendo ha a che fare con la morte.
Raccontano d’essersi trovate a fluttuare al di sopra del loro corpo, d’averlo guardato a distanza e d’avere improvvisamente provato paura e/o imbarazzo. In questa situazione arrivano a non riconoscere come proprio il corpo che vedono dall’alto, spesso la grande paura iniziale cede il posto alla chiara consapevolezza di quanto sta accadendo.
Mentre si trovano in questo stato, le persone sono in grado di comprendere quello che medici ed infermieri si comunicano, anche se non hanno alcuna cultura medica, ma quando tentano di parlare con essi o con altre persone presenti, si rendono conto che nessuno riesce a vederli né a sentirli.
Allora cercano di attirare l’attenzione dei presenti toccandoli, ma quando lo fanno, le loro mani passano direttamente attraverso il corpo del medico o infermiera. Dopo avere tentato di comunicare con gli altri, generalmente provano un maggiore senso della loro identità, e a questo punto la paura si trasforma in beatitudine, ed anche in comprensione.
Senso di pace e assenza di dolore
Finché la persona resta nel suo corpo può vivere un’intensa sofferenza, ma quando lo abbandona sopravviene un grande senso di pace e di assenza del dolore.
Il tunnel
Questa esperienza solitamente subentra dopo che è stata sperimentata quella dell’abbandono del corpo (fisico).
La persona si trova di fronte ad un tunnel a vortice, oppure davanti ad un portale e si sente spinta verso le tenebre.
Dopo avere attraversato questo spazio buio, entra in una luce splendente. Alcune persone invece di entrare nel tunnel dicono d’essere salite lungo una scalinata. Altri hanno affermato d’avere visto delle bellissime porte dorate, che indicano il passaggio in un altro regno. Alcuni soggetti hanno dichiarato che, nell’entrare nel tunnel, hanno sentito un sibilo o una specie di vibrazione elettrica oppure un ronzio. L’esperienza del tunnel non è una particolare scoperta degli attuali ricercatori, infatti già nel quindicesimo secolo, Hieronymus Bosch nel dipinto che ha per titolo “Visioni dell’aldilà:
Il paradiso terrestre - L’Ascesa all’Empireo”, descrive quello che solitamente racconta chi ha vissuto una NDE.
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Gli Esseri di Luce
Una volta superato il tunnel, generalmente la persona riferisce d’avere incontrato degli “esseri” che brillano di una stupenda luce, che permea ogni cosa e riempie il soggetto d’amore. In questa dimensione, luce e amore sono la stessa cosa; la luce è descritta come molto più intensa di qualsiasi altra conosciuta in Terra, non è accecante ma è calda, stimolante, viva.
Oltre alla intensa luce, molte persone raccontano di avere incontrato amici o parenti (precedentemente deceduti) contraddistinti da corpi luminosi ed eterei; di avere visto bellissime scene pastorali e città fatte di luce la cui grandiosità è indescrivibile.
In questa situazione la comunicazione non si svolge come al solito a parole, ma “telepaticamente”, è una comprensione immediata.
Il Supremo Essere di Luce
Dopo avere incontrato diversi esseri di luce, generalmente, la persona “clinicamente deceduta”, incontra un essere che definisce il “Massimo Essere di Luce”. Chi ha avuto un’educazione cristiana spesso lo identifica con Dio o Gesù; coloro che professano altre fedi lo chiamano Buddha o Allah. Gli atei riferiscono che non si tratta di Dio e neppure di Gesù, ma è un essere sacro.
Tutte le persone dichiarano che si tratta di un essere che emana amore e comprensione assoluti. Quasi tutte le persone dicono di avere desiderato di restare per sempre con lui, desiderio che però non può essere soddisfatto e, solitamente, uno degli esseri di luce (parenti defunti ecc.) o il Massimo Essere di Luce, dopo che il soggetto ha riesaminato la sua intera vita, lo invita (o gli ordina) di rientrare nel suo corpo terreno.
Visione panoramica della vita
Quando ciò avviene non vi sono più contorni materiali, ma solo una visione panoramica a colori e a tre dimensioni, di ogni singola azione compiuta dal soggetto in stato di NDE, durante la vita. Solitamente questa situazione si verifica nella prospettiva di una terza persona, non si svolge nel tempo da noi conosciuto ma l’intera vita del soggetto è presente contemporaneamente. In questa condizione si rivedono le azioni buone e cattive compiute fino a quel momento, e si percepisce immediatamente l’effetto che esse hanno procurato sul prossimo.
Durante tutto il tempo in cui il soggetto riesamina la sua vita, l’Essere di luce gli resta accanto, gli pone delle domande (ad esempio che cosa ha fatto di bene nella sua vita), l’aiuta a compiere la revisione e a sistemare (in prospettiva) tutti gli eventi della sua vita. Le persone che hanno vissuto una NDE si convincono che la cosa più importante della vita è l’amore, seguito (per la maggior parte di loro) dalla Conoscenza. Mentre i sopravvissuti rivedono i momenti della loro esistenza in cui hanno imparato qualcosa, l’Essere di luce sottolinea che, oltre all’amore, una delle cose che si può portare con sé al momento della morte è la conoscenza. Generalmente quando la persona torna in vita, ha un gran desiderio di approfondire le sue conoscenze intellettuali, spesso diventa un avido lettore anche se, nel suo recente passato, non amava studiare, oppure si iscrive a corsi che gli permettono di approfondire argomenti da lui mai prima trattati.
Rapida ascesa al "cielo" (altra dimenzione)
Non tutte le persone che hanno vissuto una NDE fanno l’esperienza del tunnel, alcune invece raccontano d’essersi sentite fluttuare, di essere salite rapidamente al cielo e di aver visto l’universo dalla stessa prospettiva dei satelliti e degli astronauti.
Riluttanza a tornare in vita
L’esperienza di Pre-Morte è talmente piacevole che molte persone non vorrebbero tornare indietro e, spesse volte, sono molto adirate con i medici che le hanno fatte ritornare. E’ però una reazione momentanea e, solitamente dopo una settimana (anche se rimpiangono lo stato di beatitudine vissuto durante la NDE), sono felici d’avere avuto l’opportunità di continuare a vivere. La maggior parte delle persone riferisce che, se avesse dovuto pensare solo a se stessa, sarebbe rimasta nell’altra dimensione. Tutti dichiarano che sono ritornati per amore dei loro bambini oppure per i genitori o i coniugi.
Differente percezione spazio - temporale
Tutte le persone che hanno sperimentato l’esperienza di Pre-Morte raccontano che in quella dimensione il tempo è notevolmente compresso e assolutamente diverso da quello segnato dagli orologi; spesso viene descritto come l’esperienza o il senso dell’eternità. Durante la NDE, generalmente i confini imposti dallo spazio nella vita quotidiana scompaiono. Infatti, se la persona (ritenuta da medici ed infermieri morta) vuole recarsi in uno specifico posto, può farlo semplicemente pensando di esservi. Alcuni soggetti hanno riferito che, mentre si trovavano fuori dal corpo ed osservavano il lavoro svolto dai medici nella sala operatoria, se volevano vedere i loro parenti, era sufficiente che desiderassero spostarsi nella sala d’aspetto o raggiungere l’abitazione o il luogo in cui si trovavano.
Tratto da: vspace.it
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Commento interessante (NdR): Se mettiamo un morente su di una sensibile bilancia (bilancia atomica) un momento prima dell’esalazione dell’ultimo respiro, troviamo un determinato peso, che diminuisce di qualche decina di grammi (15 gr.) appena il soggetto ha esalato l’ultimo respiro ed il corpo tende a divenire freddo; questo esperimento è già stato effettuato, ma si è “creduto” di misurare il peso dell’anima; pensate a quale stupidità certi studiosi medici scienziati (Americani) di Tanatologia (studio della morte) sono arrivati; questo avviene perché essi NON conoscono le semplici ma sacrosante Leggi dell’UniVerso.
vedi anche: Olo-Mero + Chi cosa e' dov'e' Dio ? + Buchi neri + Atomo + Vuotoquantomeccanico + Campo Psico Energetico - effetto Kirlian
EUTANASIA: Olanda Legalizza, è Il Primo Paese al Mondo - dopo l’Olanda il sì del Belgio e della Svizzera
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La morte ed il senso della vita
“Se penso che devo morire mi ammazzo” (“nonna maria”)
“ The physically of Death destroy us, the idea of death saves us”
La Coscienza è un grande dono , un tesoro tanto prezioso quanto la vita. . Questo ci rende uomini. Ma ciò comporta una grande prezzo da pagare la ferita della mortalità . Infatti fra tutti gli animali che popolano la terra l’uomo è l’unico animale che diviene ben presto consapevole del suo ineluttabile destino, quello di dover morire.
La nostra esistenza è accompagnata dal fantasma della consapevolezza che cresciamo , maturiamo e inevitabilmente decliniamo e moriamo.
La paura della morte tocca tutti noi: uomini , donne e bambini , ma l’angoscia ad essa collegata varia di intensità nel corso dell’intero ciclo di vita.
I bambini imparano a conoscere la morte attraverso la morte di animali domestici, dei nonni , la vista di cimiteri e le tombe dei parenti.
Gli adulti cercano di placare la loro angoscia nei confronti della morte con l’uso di parole rasserenanti, cercando di posticipare loro il problema in un lontano futuro o negando la morte attraverso racconti di resurrezione, vita eterna e paradiso.
La paura della morte sembra esser messa da parte dai sei anni , cioè in quella età che Freud chiama di latenza,
Nell’adolescenza l’angoscia di morte erompe con notevole forza; i teenagers spesso sono preoccupati della morte ed hanno pensieri di suicidio . Molti adolescenti in questo periodo sfidano la loro paura della morte con atteggiamenti aggressivi o estremamente rischiosi.
Nei giovani adulti la paura della morte viene soppiantata dalla preoccupazione verso i due più importanti obiettivi di questo fase della vita: il lavoro e l’inserimento sociale ed il costruirsi una famiglia.
Con la passare dei decenni quando la carriera volge al termine e/o i figli a loro volta lasciano la casa di origine , inizia la crisi della mezza età e l’angoscia di morte di nuovo erompe con forza.
Quando noi abbiamo raggiunto l’apice della vita ci accorgiamo che la strada non tende più ad salire ma rapidamente volge verso il declino e la morte .
Parlando della morte è importante rammentare che non tutte le epoche storiche guardano a quest’evento nello stesso modo. Esistono, infatti, delle differenze
Come si comportava l’uomo preistorico nei confronti della morte ?
Da un lato aveva preso la morte sul serio come annientamento della vita, d’altro canto l’aveva misconosciuta e ridotta a niente.
Lui ascriveva alla morte dell’altro, del nemico ,dello straniero un significato diverso dalla propria morte.
Infatti quando l’uomo primitivo vedeva morire la moglie il figlio ecc faceva esperienza in sé che si potesse morire .L’uomo primitivo non poteva più negare la morte, egli l’aveva se pur parzialmente sperimentata su di sé nel suo dolore ma non voleva ammetterne l’esistenza poiché non riusciva a pensarsi morto. Si affidò così a compromessi ammise la morte negando però il suo carattere di annientamento della vita che invece aveva ammesso nel caso della morte di un suo nemico.
Nel tardo Paleolitico e nel corso della prima parte del Neolitico l’uomo riteneva che lo spirito del defunto rimanesse presente in questo mondo, anche se non in forma visibile. Questa teoria si divideva in due tipi. Poteva essere che rimanesse accanto alla tomba, vicino al suo gruppo – sia per aiutare i suoi, come pure per punirli o terrorizzarli (come dimostrano i legacci che stringevano i resti mortali del defunto) – oppure vagava liberamente, senza alcun riferimento preciso con i suoi parenti.
Uno dei dati costanti del periodo Paleolitico consiste nella comparsa di sepolture intenzionali e che quindi si fosse diffusa una sorta di culto dei morti. Sul cadavere della persona amata l’uomo primitivo ritrovò gli spiriti , ideò la scomposizione dell’individuo in corpo ed anima , nel ricordo dei morti si creò l’idea di altre forme di esistenza per le quali la morte sarebbe solo l’inizio , l’idea di una sopravvivenza dopo la morte apparente. Il defunto non è visto come morto del tutto, ma immerso in un sonno profondo e momentaneo che lo porterà, successivamente, a risvegliarsi. Nel momento in cui tornerà in vita avrà bisogno di nutrirsi e degli oggetti a lui cari nella precedente vita
Pertanto, secondo l'interpretazione delle scienze storico-antropologiche, l'uomo rifiuta fin dall'inizio la morte. Ciò non di meno, egli fa esperienza di essa poco alla volta, comprendendone appieno il significato solo dopo un lungo e lento processo di assimilazione.
Il senso della morte come evento che interessa un determinato soggetto, infatti, si svilupperà appieno solo con l’apparire del senso dell'uomo e ciò perché, all’inizio della sua storia, la morte si esplicita in modo parziale, ovvero solo attraverso la sperimentazione del dolore del proprio corpo e contemporaneamente attraverso il suo rifiuto. L’uomo mitico non comprendendo il sopraggiungere delle tenebre percepisce quest’evento nella forma di qualcosa che distrugge ogni forma visibile, che pertanto d’un tratto diviene estranea e insidiosa. La morte - almeno all'inizio della storia dell'uomo - è in qualche modo evitabile. Essa, infatti, non è stata ancora riconosciuta quale “evento ineluttabile” e ciò perché, in quanto garantita da riti e miti, il rifiuto originario della morte vuole che questa vita presente non finisca. Queste successive esistenze erano inizialmente solo appendici di quella troncata dalla morte, furtive, prive di contenuto e di scarso valore avevano il carattere di meri espedienti.
Tuttavia, a un certo punto della storia, la fede nel potere dei miti si convince del proprio fallimento, trasponendo il luogo dell’eternità dal mondo immanente della natura in un altrove trascendente dove i corpi distrutti, oltre a poter a volte ritornare in questa vita, possono risorgere, vincendo una volta per tutte le tenebre e la decomposizione.
Con il realizzarsi della piena consapevolezza dell'inevitabilità del proprio morire, ciò da cui ci si vuole difendere non è più il dolore del corpo ma, al contrario, è “l'inevitabilità di questo accadimento tragico”. Infatti, solo dopo il sopraggiungere di questa consapevolezza, l’uomo scorge il rimedio attraverso il pensare a una vita ulteriore. .
Tutto può nascere, crescere e perire, ma non l’essenza intima che anima l’interiorità di ciascun individuo, un’essenza che, a questo punto della storia, l’uomo nomina in tanti modi differenti: "anima", "atman", "psiche". E’ qui che si inserisce una sorta di salto di qualità che ci permette di passare dall’uomo mitico a quello metafisico. Il senso dell’esistere, un tempo immanente alla natura, ora trova la propria stella polare nella esistenza di un Dio ultraterreno.
E saranno le religioni a proclamare come più preziosa e più valida questa esistenza ulteriore e a ridurre la vita che si conclude con la morte ad una mera preparazione.
Pochi secoli fa, con l’avvento dell’epoca dei lumi e della scienza, Dio muore per lasciare spazio a quel soggetto storico dubitante che chiamiamo uomo scientifico. Ora, non c’è più nulla in cui credere in modo acritico, poiché tutto deve essere sottoposto a sperimentazione e verifica. L’uomo scientifico incomincia, infatti, a dubitare sia dell’esistenza di un Dio ultraterreno che non può essere scalfito dallo scorrere del tempo, sia, di conseguenza, della possibilità che l’essenza dell’uomo - ciò che un tempo egli chiamò “anima o “psiche” - possa sopravvivergli. Ciò che l’uomo riteneva essere il prodotto di massimo valore, l’anima, non discende dall’alto, al contrario, è un semplice prodotto casuale di ciò che sta in basso.
Il venir meno di ciò che a noi è caro e ci appartiene, non solo ci pone di fronte alla morte come dato empirico, ma soprattutto alla morte come evento tragico in sé poiché priva la persona di quella percezione di stabilità che potrebbe offrire senso e prospettiva all’esistenza. L’evidenza primaria è, allora, quella dell’inevitabile tramonto di ogni prospettiva/aspettativa che possa offrire senso (un senso stabile) all’esistenza. Quando si è soli, di notte, nel silenzio, e nell’oscurità non si ode né si vede altro che i pensieri che addizionano e sottraggono anni di vita e la lunga serie dei fatti ingrati che ci provano senza misericordia quanto abbia camminato l’indice dell’orologio […] allora scompaiono le sagge massime e l’angoscia ci coglie nell’insonnia, mozzandoci il respiro”.
Poiché non possiamo vivere paralizzati dalla paura di morire noi sviluppiamo metodi per alleviare l’angoscia.
Proiettiamo noi stessi attraverso i nostri figli, cerchiamo di concentrarci sulla carriera e sull’accumulare ricchezze, abbracciamo la fede verso un salvatore, verso l’amore per un essere divino. Per alcuni di noi la paura della morte si manifesta solo indirettamente come generalizzata inquietudine mascherata da altri sintomi psicologici, altri invece sperimentano una esplicita e cosciente ansietà al pensiero della morte e per alcuni di noi la paura della morte esplode in un terrore che nega ogni felicità e soddisfazione. Ma l’uomo ha bisogno di qualcosa che vada al di là di se stesso , che dia senso alla sua vita e che sia capace di dare motivazione e spiegazione alla sua esistenza. .
Per secoli, filosofi e pensatori hanno tentato di medicare la ferita della mortalità e di aiutarci a vivere in armonia e pace.
Già Epicuro filosofo greco del 4 secolo avanti Cristo nato nel 341 , poco dopo la morte di Platone, praticava la filosofia medica ed affermava che come un dottore cura il corpo i filosofi debbano prendersi cura dell’anima. Nelle sue convinzioni vi era un solo scopo nella filosofia alleviare l’infelicità umana .
E qual’era la causa della sofferenza degli uomini ?.
Epicuro credeva fosse la onnipresente paura della morte. Il terrificante pensiero della morte inevitabile interferisce con il nostro piacere, godimento della vita. Poichè nulla può soddisfare il nostro ardente desiderio di vita eterna tutte le attività della vita appaiono insoddisfacenti. Molti individui sviluppano un tale odio verso la vita fino a pensare al suicidio.
Epicuro anticipo’ il concetto di inconscio. Egli enfatizzo’ che la paura della morte è spesso inconscia e si manifesta in maniera indiretta con per esempio eccessiva religiosità, un attenzione ossessiva per la salute, un interesse esclusivo per ricchezze e potere ecc
Epicuro pensava che l’anima fosse mortale e perisse con il corpo, conclusione diametralmente opposta a quella di Socrate che aveva trovato conforto nell’idea dell’immortalità dell’anima. Le convinzioni di Socrate riportate anche nel Fedro di Platone furono poi assunte dai neoplatonici ed hanno influenzato in modo decisivo la visione cristiana della vita dopo la morte.
Per alleviare la paura della morte Epicuro sviluppo’ una serie di potenti pensieri ed il concetto dell’atarassia per ottenere la serenità.
Ma se noi siamo mortali, pensa Epicuro, e l’anima non ci sopravvive non abbiamo nulla da temere . Noi non avremo nessuna coscienza e pertanto nessun rimpianto della vita persa né alcunchè da temere dagli dei (Epicuro non negava però l’esistenza degli dei, argomento pericoloso): “dove sono io non c’è la morte, dove c’è la morte non ci sono io. Se sono morto non so neanche di esser morto.”
Egli ancora dice che il nostro stato di non essere dopo la morte è identico al nostro stato prima di nascere.
Molto significativo e’ anche cio’ che dice Spinoza il grande eretico ebraico : “il fine al quale tendo è questo: acquistare la conoscenza dell’unione che ha la mente con tutta la natura. Fa parte della mia felicità anche l’adoprarmi perché molti altri l’acquistino insieme a me.L’uomo libero non pensa alla morte La sua sapienza e’ meditazione non della morte ma della vita. Che l’uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo , con cui deve stare in costante rapporto per non morire “.
E veniamo ai padri della psicoanalisi.
Freud riflette: Qual è il nostro atteggiamento nei confronti della morte? Noi ci comportiamo in generale come se volessimo eliminare la morte dalla vita. La morte si fa sentire a noi occasionalmente ed allora siamo profondamente scossi e come strappati dalla nostra sicurezza da qualcosa di straordinario. .
Ma soprattutto siamo colti di sorpresa se la morte colpisce uno dei nostri conoscenti o parenti. Nessuno potrebbe arguire dal nostro comportamento che riconosciamo la morte come una necessità , che abbiamo la sicura convinzione che ognuno di noi è debitore alla natura della propria morte. Al contrario , noi troviamo una spiegazione che derubrica questa necessità a casualità. Si ammette certamente che alla fine si deve morire , ma questo alla fin fine lo intendiamo come situato in lontananze imprevedibili.
Noi non crediamo in fondo alla nostra propria morte.
In tutti i tentativi di raffigurarci come andrà dopo la morte ,chi ci piangerà ,possiamo notare che siamo ancora lì in qualità di spettatori
Ma questo atteggiamento verso la morte ha conseguenze importanti sulla nostra vita. Questa si impoverisce e perde interesse . I nostri legami sentimentali, l’insopportabile intensità del nostro dolore ci rendono vili , inclini ad evitare pericoli per noi e per i nostri cari. La vita perde interesse e contenuto allorquando la posta in gioco più alta, , vale a dire la vita stessa viene esclusa dalle sue battaglie . In verità noi non avremmo niente contro la morte se questa non ponesse fine alla vita quella vita che possediamo come unico esemplare .
Il nostro inconscio assume nei riguardi della morte il medesimo atteggiamento assunto dall’uomo primitivo. Cio’ significa che l’inconscio in noi non crede alla propria morte , anzi è costretto a comportarsi come se fosse immortale.
Ma non sarebbe meglio restituire alla morte , nella realtà e nei nostri pensieri il posto che le spetta? Ciò contribuirebbe a rendere la vita più sopportabile e sopportare la vita è il primo dovere di tutti i viventi. Se vuoi mantenere la tua vita disponiti alla morte dice ancora Freud:”si vis vitam para mortem”.
Madera nella prefazione al testo di Freud “ Noi e la Morte”osserva che Freud prende in giro il desiderio di negare alla morte qualsiasi realtà , la preoccupazione per la vita che si spinge fino alle più ridicole forme di prudenza , ma in lui rimane l’orgogliosa rivendicazione di una cultura odiatrice della morte e non disposta agli ingannevoli compromessi che rimanda la speranza all’aldilà.
Potente eco antiplatonica ed anticristiana dell’avversione per tutto ciò che ricorda la morte e che con lei vuole scendere a patti. Rifiutarsi alla fabbrica delle illusioni. Ed infatti Freud consigliava che si tenesse presente la morte per poter volere ancora più intensamente la vita.
Buona parte dell’opera di Jung trova alimento da riflessioni sull’angoscia del morire e su quel bisogno di senso che con esso si accompagna. La biografa di Jung, Aniela Jaffè, afferma che per tutta la vita Jung ha inseguito il suo "mito del senso", il senso della vita. Questa ricerca è stata culturalmente determinata dallo spirito del suo tempo, che testimoniava l’irrevocabile caduta fuori dal mito e con ciò anche dalla natura.
Nel saggio Anima e morte - scritto lo stesso anno in cui incominciò a tenere i seminari su Zarathustra - Jung ricorda che la morte è un evento di cui in modo assolutamente spontaneo, l’anima si interessa, soprattutto al volgere della seconda parte della vita attraverso la spontanea produzione di immagini e pensieri che ad essa rinviano. Con il passar del tempo sembra, infatti, svilupparsi un processo psichico autonomo, come se una sorta di esistenza parallela alla vita cosciente si animasse man mano il nostro corpo invecchia e s’inaridisce.
Superata la seconda metà della vita, l’anima spontaneamente incomincia ad attrarre la nostra attenzione sull’approssimarsi dell’evento ultimo, come se, lentamente, anche attraverso pensieri mitologizzanti, cercasse di predisporre una sorta di rito di passaggio e quindi approntare una specie di verifica (nel senso di “render vero” e accettabile) che ci permetta di accettare anche col cuore ciò che la coscienza da un lato coglie, ma dall’altro rifiuta.
Essendo l’uomo dotato di anima (nel senso psicologico del termine), egli deve svolgere un doppio lavoro. Non deve solo entrare in contatto con la verità ovvero con il dato empirico che la realtà ci impone (per esempio quella del prossimo venir meno della vita biologica). L’uomo - a differenza dell’animale che, non potendo prevedere ciò che gli accade, si adegua al presente - deve eseguire un lavoro, per così dire, doppio: il dato empirico deve essere verificato ovvero fatto proprio da chi con esso entra in contatto. Solo che qui non ci si trova a dover elaborare un lutto, ma a dover accettare qualcosa di cui non si conosce nulla.
All’esperienza religiosa collettiva, quella che ripone fede in un Dio metafisico, Jung contrappone quella che potrebbe essere definita “fede psicologica”.
La psiche (collettiva) è, infatti, a suo avviso, fautrice di quell’autonoma produzione di senso indispensabile all’esistenza di ogni individuo. Un senso non dogmatico, non letterale, ma che nel suo essere ricerca ipotetica , allude e offre un percorso nel quale ritrovare le radici di una speranza. In questo senso, la fede psicologica o, come qui afferma Jung, la fede nell’archetipo, deve essere intesa quale sforzo o tensione armonica nei confronti di quella disposizione religiosa (di quell’innata ricerca di senso) di cui l’anima è fautrice. Dice ancora Jung:” il mito puo’evocare immagini, immagini della vita nella terra dei morti pieni di speranza e bellezza. Se l’anima crede in esse, o se da’ loro anche soltanto un po’ di credito, ha altrettanta ragione o altrettanto torto di chi ad esse non crede. Ma mentre colui che nega , va incontro al nulla, colui che ha riposto la sua fede nell’archetipo segue i sentieri della vita e vive realmente fino alla morte. Entrambi, naturalmente, restano nell’incertezza; ma l’uno vive in contrasto con l’istinto, l’altro in accordo con esso, e la differenza e’ notevole ed e’ a favore del secondo.
Jung non poteva sopportare l'idea di aver perso per sempre la culla del senso, non poteva accettare di non avere più nessun mito e nessun rito che potessero dare un senso e uno scopo alla nostra vita. La vita senza un suo passato mitico era da lui considerata " una diabolica macina, una vita spaventosa, opprimente, banale in cui noi non siamo che nullità. (...) Chi ha perduto i simboli storici si trova oggi in una situazione difficile: dinanzi a lui si spalanca il nulla, da cui si ritrae impaurito e angosciato.
Ritrovare "il senso", ecco il compito che Jung impone alla psicologia del profondo, poiché "La mancanza di significato impedisce la pienezza della vita, ed è pertanto equivalente alla malattia". Ed e’ nella vita simbolica, mitica che Jung scorge l’unica soluzione possibile. Jung si tuffa per cosi’ dire in una ricostruzione nostalgica del mito, ne cerca le radici nell’inconscio collettivo. La stanza di analisi diventa il nuovo tempio, gli dei sono migrati nell’inconscio.
La mancanza di significato è certamente ciò che spinge molti dei nostri pazienti ad affrontare una psicoanalisi. Ma è la ricerca di un significato in senso soggettivo, afferma Giegerich non è la ricerca di quel senso religioso, mitico a cui si riferiva Jung.
Jung evidentemente è stato un conservatore nostalgico: “se esaminiamo la saggezza di tutti i tempi e di tutti i popoli, diceva, troviamo che tutto quel che vi è di più caro e di più prezioso è già stato detto molto tempo fa con parole più belle”.
Secondo Giegerich Jung ha assegnato alla stanza d'analisi e ai sogni dell'individuo un'importanza esagerata, quasi religiosa, molto al di là della limitata importanza personale che essi hanno di fatto. Il mito appartiene ora al passato remoto, come la metafisica occidentale, che a loro volta, finché furono in vita, ebbero importanza pubblica, culturale, e rappresentarono la verità generale nella quale erano immersi gli individui, i loro pensieri e la loro esperienza di vita.
Il senso inteso come passato spirituale dell’uomo, continua Giegerich è stato sostituito con un'ideologia del "senso comune" che ci permette di vivere, di affrontare gli scogli abituali delle contingenze della vita. Forse che ci piaccia o no dobbiamo accettare questa verità anche se inevitabilmente ci spinge alla banalità, alle frasi fatte, al mistero umiliato dalla banalità della vita, alla sclerotizzazione della nostra coscienza di fronte al nuovo. Il mondo della modernità, dapprima industriale e ora mediatica , quella che alcuni oggi definiscono “postmoderna”, è un mondo che non ha più bisogno né richiede un Senso.
Ed ora vorrei accennare ad alcune riflessioni di un pensatore molto caro a Jung: Nietzsche.
Nietzsche ci pone in contatto con l’inevitabile tramonto di ogni prospettiva/aspettativa che possa offrire senso (un senso stabile) all’esistenza. Un’amara constatazione che spinse Nietzsche ad affermare che “Dio è morto!”, e non solo per mettere in luce che l’umanità stava allontanandosi dalle credenze religiose, ma per affermare che col tramonto della fede, nelle realtà ultraterrene, l’uomo si accomiata anche da quel senso assoluto e indubitabile di cui per secoli l’umanità di era alimentata. Ed allora Nietzsche afferma che l’unica soluzione che abbiamo e’di amare la propria sorte, accettare tutto quello che ci accade e, non perché in un’altra vita saremo salvati , ma perché la vita è tutto ciò che abbiamo e visto che si ripete eternamente, l’abbiamo tutta presso di noi.
L’eterno ritorno:
“Cosa accadrebbe se un giorno un demone si muovesse furtivamente dietro di te , nella tua più grande e melanconica solitudine e ti dicesse: Questa vita che tu stai vivendo ora e che hai vissuto, tu la vivrai ancora una volta e innumerevoli altre volte. E non ci sarà niente di nuovo, ma ogni dolore ed ogni gioia, ed ogni sospiro ed ogni pensiero ed ogni cosa indescrivibilmente grande o piccola nella tua vita ritornerà tutto nella stessa sequenza. La clessidra dell’esistenza girerà di nuovo e di nuovo”.
L’idea di vivere la nostra vita di nuovo e di nuovo per l’eternità è come un piccolo elettroshock che serve per considerare seriamente come realmente stiamo vivendo, accrescere la nostra consapevolezza che questa vita è la nostra sola vita e che dovrebbe essere vissuta pienamente e bene accumulando quanti meno rimpianti, dispiaceri, rammarichi possibile.” “Crea, costruisciti il destino che tu potresti amare. Cerca di trovare una via per vivere senza continuare ad accumulare dispiaceri e rammarichi”. “Divieni ciò che sei”, conclude N. E ancora “Consuma la tua vita e muori al tempo giusto”.
In tutte queste varianti N ci esorta ad evitare di non vivere la vita, a realizzare le proprie potenzialità, a vivere con audacia, e a morire senza rimpianti. Insomma ci invita ad amare la vita a tal punto da poter giungere a dire perfino: “ancora una volta”.
Vorrei chiudere con una frase di Dostoevskij: “Ama la vita più del senso, e anche il senso troverai.”
L’amore per la vita, ecco dice Mia Wuehl. Ma possiamo affermare che l’amore per la vita sia il suo a priori ?
O l’amore per la vita ci arriva con la consapevolezza di essere al mondo e di vivere in un certo modo ?
Questo potrebbe significare che il senso della vita e per la vita ci sia solo se si scopre la voglia di vivere ?
Non ci sono grandi aspettative, non siamo in attesa di Godot, c’è piuttosto la semplicità di svolgere decentemente il compito di vivere la vita su questa terra in un modo intelligente e dotato di anima. Tutto qui.
Ottavio Paz parla della risata spontanea dei bambini: i bambini semplicemente, ridono perché sono al mondo, perché vivono.
By dott. Claudio Verusio (medico Oncologo) - claudioverusio@gmail.com
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La Morte, sola igiene del mondo biologico
Quanti di voi concordano con le leggi di Natura (sacre, loro sì) per cui l'unico strumento evolutivo e igienico che spinge appunto ad un continuo adattamento e quindi ad una evoluzione, è il rischio continuo della morte ?
La morte, concetto tanto denigrato dalla cultura giudaico-cristiana, è invece lo strumento con cui la Natura ci ha educati come specie e come singoli, in un continuo divenire e mutare ed adattarsi per vincere una partita in più a quella partita che è in definitiva la vita biologica.
La morte determina la vita, la affina, dà qualità ai suoi individui, milioni di vostri antenati sono morti perché poteste avere un discreto codice genetico adatto all'ambiente.
Credo l'importanza della Morte non sia stata molto accettata a livello del pensiero filosofico occidentale cosciente (dico cosciente poiché a livello inconscio tutti ne siamo consapevoli).
Una Festa della Morte, in una civiltà realmente umanizzata e con un buon rapporto colla Natura sarebbe ASSOLUTAMENTE necessaria.
By Amleto il danese - Tratto da: Newsgroups: it.cultura.ateismo, it.cultura.religioni
Commento finale NdR: dopo aver fatto tutte queste varie considerazioni, possiamo affermare che la parola "morte", per l'umanita' in genere, tiene sotto un' incantesimo = illusione, sotto il quale, quasi tutti gli esseri umani sottostanno (quelli che ignorano la Verita'), per la cosiddetta "paura della morte" che viene indotta loro, anche dai prePotenti del mondo intero (religiosi e non).
Questo "incantesimo" e' la PAURA di MORIRE, non percependo che siamo al contrario esseri IMMORTALI in quanto Esseri Spirituali che hanno dei corpi fisici che vengono presi-lasciati di tanto in tanto, per poter perpetuare la nostra immortalita' nell'Infinita' dello spazio-tempo !
Naturalmente specialmente tutti i religiosi alimentano e perpetuano nel tempo questo incantesimo, speculando sulla paura della fine della propria esistenza, schema mentale che e' solo pura illusione, la vita e' ETERNA e per TUTTI alla faccia dei religiosi che vi speculano sopra... !
Citaiamo anche la bibbia e precisamente nel vangeli la 1° lettera a Corinti cap 15 - verso 42:
"...Cosi e' per la resurrezione dei morti. Il corpo e' seminato corruttibile e risorge incorruttibile; e' seminato ignobile e risorge glorioso; e' seminato debole e risorge potente; e' seminato corpo fisico risorge corpo spirituale; vi e' un corpo fisico naturale e vi e' un corpo spirituale"...
Quindi NESSUNO scompare con la morte, ma "passa a miglior vita", quindi successivamente si riprende un'altro corpo per manifestarsi all'Infinito ! NESSUNA MORTE UCCIDE per sempre !
Si nasce in-creati e si muore in-creati, siamo Esseri IMMORTALI , perche' "nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, non nel medesimo istante" !
http://www.mednat.org/filosofia/morte_cosasei.htm