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fiscal compact, ossia il trattato che introduce i meccanismi di stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, e che mira – così si dice – «a salvaguardare la stabilità di tutta la zona Euro». Il Fiscal Compact mira a tagliare del 50% il nostro debito pubblico, in pratica tagli dello Stato di circa 45 miliardi per 20 anni, di modo che nel 2033 avremo un debito pubblico basso di circa il 60% del nostro PIl, oggi e' al 120%. Per chi non e' ben informato, questo progetto lo vede come positivo, cioe' paese con basso debito = paese che puo' prosperare, che ha un futuro. Purtroppo non e' cosi', perche' i tagli alle pensioni, stipendi, sanità, educazione, aumento tasse, in poche parole l'austerità, porta il paese alla recessione ed al conseguente impoverimento. Esattamente ciò che sta succedendo oggi, con le varie manovre a cui stiamo assistendo, chiedendoci che coraggio hanno i nostri governanti a tagliare determinate fonzioni del paese.
Il presidente della Repubblica difende le scelte filo europee e replica indirettamente a Berlusconi, che veva criticato il fiscal compact, che a suo tempo firmò come capo del governo. "Bisogna accompagnare la strada necessitata della severità con misure per la crescita incoraggiate a livello europeo e non prese dai singoli Stati, ciascuno per proprio conto"
Napolitano ha aggiunto: "La rigorosa disciplina finanziaria cui oggi siamo tutti tenuti è indispensabile per l'avvenire delle nuove generazioni e per il rilancio della crescita e dell'occupazione, che consideriamo urgente e che sollecitiamo in sede europea". E poi ha aggiunto: "Il governo italiano sta conducendo un'opera riformatrice coraggiosa insieme ad una solida e determinata azione di controllo della spesa pubblica, che ci pone in prima linea nella difesa della credibilità della Ue su una scena internazionale sempre più competitiva".
Non nascondendo che nel colloquio con il presidente ceco sono stati toccati anche "temi controversi e tecnicamente complessi", secondo Giorgio Napolitano è emerso comunque "un giudizio comune su molti aspetti economici e politici europei". Per questo, il presidente della Repubblica ha tenuto a "valorizzare l'eccellente stato dei rapporti economici e culturali tra i nostri due Paesi", e la "comunanza di vedute su grandi questioni di politica internazionale".
Dubbi ed incertezze sulla bontà del “fiscal compact” sono stati espressi in tutta Europa: la Germania per prima ha rinviato l’approvazione del trattato, e sarà la Corte Costituzionale a decidere, 12 settembre, se il fondo di salvataggio (ndr: il trattato Mes) ed il patto fiscale europeo potranno entrare in vigore. In Italia, invece, si è assistito ad un “allineamento” non solo degli organi di stampa – che evitano quasi di dare notizia dell’avvenuta approvazione – ma dello stesso Parlamento, il quale ha ratificato, senza discussione, senza neppure che sia stato necessario al Governo porre la questione di fiducia, il Trattato: maggioranza bulgara oggi alla Camera, 368 sì contro 65 no. In Italia tutto accade ormai in un’atmosfera grigia e silenziosa, quasi spettrale.
Ma cosa significa l’approvazione del “fiscal compact”? Il “patto” prevede che i Paesi che detengono un debito pubblico superiore al 60% del PIL di rientrare entro tale soglia nell'arco di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell'eccedenza in ciascuna annualità. Gli Stati si obbligano a mantenere il deficit pubblico sempre sotto al 3% del PIL, a pena di sanzioni. Tutto ciò significa né più né meno la semplice rinuncia ad ogni possibilità di intraprendere una politica fiscale capace di stimolare la domanda. Significa condannarsi ad una rigidità ulteriore di politica economica che va ad aggiungersi a quella del cambio fisso dettato dalla moneta unica. L’Italia, la nazione prima al mondo per pressione fiscale, si impegna oggi a sostenere 50 miliardi di Euro all’anno di tasse e tagli per 20 anni. Rispettare parametri fiscali sempre più rigidi e stringenti, rinunziando ad ogni spazio possibile di manovra, vorrà dire dover imporre agli italiani, per i prossimi vent’anni, un regime di austerità radicale: si colpiranno ancora salari, stipendi e prestazioni del Welfare, si aggraveranno le condizioni di vita delle classi sociale medio-basse, si assisterà a nuove tasse. Gli italiani devono sapere che il prezzo imposto dall’Europa è una macelleria sociale: tagli dappertutto, dalla sanità alla scuola, dall’università ai trasporti.
Tutto questo avviene, ed avverrà, senza alcuna consultazione diretta o indiretta del popolo italiano, ma unicamente per rispettare decisioni prese al di fuori del Paese. Siamo passati senza accorgercene da un sistema politico democratico ad un sistema oligarchico, in cui il Governo è nelle mani di un gruppo di “tecnici” che rappresentano interessi esterni. Il Parlamento obbedisce, senza neppure un minimo accenno di protesta. Il Paese è stato “pacificato”: niente più aspri scontri politici, disinteresse diffuso per la politica, tensione sociale apparentemente sotto controllo. Eppure si annuncia, per i prossimi vent’anni, una sanguinosa e violenta “economia di guerra”: la guerra senza guerra, ossia la più terrificante delle possibilità.
Anche Vendola in questi ultimi giorni, ha espresso la sua idea:
''Bersani? Vorrebbe ma non puo' mettere a posto il fiscal compact perche' non ne ha il coraggio. Dobbiamo investire sulla rinascita e non sulle macerie''.
Lo ha detto il leader di Sel Nichi Vendola ai microfoni di Tgcom24 fornendo anche una previsione sul futuro della coalizione di centrosinistra: ''Quando sara' chiaro che la contesa vera non e' anagrafica, ma sul modello di societa', sono d'accordo con il popolo che mi votera' alle primarie e credo che mi fara' vincere''.