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Per suicidio (dal latino suicidium, sui occidio, uccisione di sé stessi) si intende l'atto col quale un individuo si procura volontariamente e consapevolmente la morte. Il suicidio è tipico in condizioni di grave disagio psichico, particolarmente in persone affette da grave depressione e/o disturbi della personalità di tipo psicotico.
Giuridicamente parlando, nonostante il diritto italiano si stia molto dibattendo su tale argomento, esso rappresenta un atto legittimo e comunque non può essere punito, pertanto non è prevista nessuna sanzione civile o penale.
Il Codice Penale però punisce severamente l’istigazione al suicidio, il rafforzamento del proposito suicida, nonché l'agevolazione in qualsiasi modo del suicidio altrui (articolo 580).
Sociologicamente invece, il suicidio è stato trattato in modo molto approfondito da Émile Durkheim, che lo categorizza in quattro diverse modalità:
il suicidio egoistico si ha quando le persone pensano solo a se stesse, e non sono in grado di raggiungere gli obiettivi che si pongono in continuazione;
il suicidio altruistico si ha quando la persona è troppo inserita nel tessuto sociale, al punto da suicidarsi per soddisfare l'imperativo sociale (ricordiamoci che per Durkheim è la società che crea gli individui, e non viceversa) come esempio c'è la vedova indiana che accetta di esser posta sul rogo che brucerà il corpo del defunto marito, o il comandante di una nave che sta per affondare, il quale decide di non salvarsi e di morire affogando insieme alla nave;
il suicidio anomico, tipico delle società moderne, sembra collegare il tasso dei suicidi con il ciclo economico: il numero dei suicidi aumenta nei periodi di sovrabbondanza come in quelli di depressione economica;
il suicidio fatalista, è tipico di un eccesso di regolamentazione, di una sorta di dispotismo morale esercitato dalle regole sociali, di un eccesso di disciplina che chiude gli spazi del desiderio, come può essere nel caso di ragazzi che si sposano troppo giovani.
In ambito filosofico, nell'Etica Nicomachea Aristotele definisce il suicidio un atto di viltà; del resto, già il suo maestro Platone non ammetteva il suicidio se non per qualche necessità assolutamente ineluttabile. Secondo Seneca invece, il saggio piuttosto che compromettere la propria integrità morale, deve essere pronto all'extrema ratio del suicidio. Proprio il noto precettore di Nerone chiuse la sua vita con un atto volontario o tecnicamente più di un atto: cicuta, taglio delle vene ed infine bagni di vapore per spossare il corpo già dissanguato. Egli spiega in più punti della sua opera che lo stoico, quando ritenga di aver compiuto la sua “missione”, può decidere di uscire dalla vita. Lo stoicismo è forse uno degli esempi più noti di filosofia che accetta il suicidio, giungendo persino a descriverlo come un atto naturale. L'accettazione di esso è la conclusione di una filosofia che insegna che i mali spesso sono tali solo in apparenza, e la morte non fa eccezione. Bisogna però ricordare sempre che il suicidio è ammesso non come fuga, ma solo quando il proprio dovere è compiuto, e anche in questo caso è chiaramente solo una libera scelta. Plotino criticò aspramente le posizioni dello stoicismo; la vita stessa, in quanto espressione dell'anima che illumina una natura inferiore, è concepita infatti in senso divino, quale prodotto ultimo della processione da Dio. "Non ti toglierai la vita, affinché l'anima non se ne vada". Il suicidio provoca, secondo questa impostazione, un danno all'anima che viene cacciata di forza e in maniera innaturale. Se il suicidio affrontato per una causa giusta, come la libertà, è giustificato da alcuni filosofi antichi, la totale condanna di questo gesto, pur nell'umana pietà, è solitamente presente nelle filosofie cristiane o che hanno subito l'influsso del Cristianesimo. Il suicidio è infatti condannato come atto immorale o vile di fronte alla vita: "contraddice la naturale inclinazione dell'essere umano a conservare e perpetrare la propria vita", recita infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica; "al tempo stesso è un'offesa all'amore del prossimo perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale ed umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi".
Per quanto concerne un ambito più vicino a noi (cronologicamente parlando), Schopenhauer riteneva che il suicidio rappresentasse una delle massime manifestazioni della volontà di vivere: proprio perché noi amiamo la vita e non vogliamo trascorrerla in una condizione sgradevole, desideriamo, per liberarci da questo peso, allontanarci da essa.
Secondo Martin Heidegger in “Essere e tempo”, la morte non va concepita in modo epicureo come scomparsa dell'io, né in modo inautentico come fatto. La morte è una possibilità dell'esserci, è la possibilità più propria (concerne l'essere stesso), incondizionata (l'uomo vi si trova davanti da solo), insormontabile (si eliminano tutte le altre possibilità), certa. Con l’anticipazione della morte, l'uomo comprende autenticamente sé stesso, ma ha anche la situazione emotiva dell'angoscia, che lo pone di fronte al nulla della morte, che è possibilità dell'impossibilità di possibilità.
La morte non va rifuggita, ma affrontata con la decisione anticipatrice di essa: non è il suicidio o l'attesa (forme di realizzazione che tolgono il carattere di possibilità), ma è tenere presente che questa possibilità c'è sempre: così l'uomo si considera come poter-essere e vede le cose come possibilità, vede la sua possibilità di realizzarsi.
Il suicidio e le religioni
“Chi s'abbandona al dolore senza resistenza o si uccide per evitarlo abbandona il campo di battaglia prima di aver vinto.” Napoleone Bonaparte
Il concetto di suicidio è complesso e non è per niente facile darne una definizione che non sia né troppo stretta né troppo larga. Molte domande dipendono da come si definisce il suicidio in confronto ad altre forme di morte volontaria.
Per affrontare l’argomento nel modo migliore occorre effettuare un’attenta disamina di ciò che le diverse religioni (dal cristianesimo, all’islamismo, al giudaismo, per arrivare al buddismo) adducono riguardo al tema qui presentato.
Cristianesimo
Nell’Epistola ai Filippesi (1:23-24) san Paolo prende in seria considerazione la possibilità di togliersi la vita. Traducendo in parole i propri pensieri, egli dice:
“Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, e più necessario per voi che io rimanga nella carne”.
Se la vita dopo la morte è immensamente superiore a questa valle di lacrime e promette l’unione con Cristo, perchè allora il fedele non dovrebbe cercare di arrivarci al più presto? In questo argomento c’è una logica tanto potente, quasi schiacciante, che il cristianesimo si vede costretto a contrastarlo con tutte le sue forze. Ad esempio, lo fa con veemenza al Concilio di Arles del 452, quando il suicidio viene bollato come opera del Demonio. E un secolo dopo, al Concilio di Braga si spinge addirittura oltre, rifiutando la sepoltura cristiana ai suicidi e vietando la celebrazione di messe in suffragio delle loro anime.
Il più noto di suicidi presenti nella Bibbia si trova indubbiamente in Matteo 27:3, ed è il suicidio di Giuda Iscariota una volta tradito Gesù. Il più noto movimento cristiano a favore del suicidio fu quello donatista (sorto in Africa nel 311 dalle idee di Donato di Case Nere, considerato scismatico dopo le persecuzioni di Diocleziano dagli ortodossi, condannato dal concilio di Cartagine del 411 ed estintosi a seguito della conquista islamica del Magreb), che sosteneva che uccidendosi i proseliti avrebbero potuto raggiungere il martirio e pertanto avvicinarsi a Dio in Paradiso.
Dobbiamo a Sant’Agostino la prima condanna al Cristianesimo, contenuta nel libro “La città di Dio” : egli si sofferma su due temi fondamentali: il suicidio e le conseguenze della violenza carnale. Purtroppo all’epoca in cui visse il pensatore cristiano erano frequenti le violenze carnali, soprattutto in caso di guerra. Gli assalitori non facevano distinzioni tra donne, fanciulle e persino donne consacrate. Allora Sant'Agostino volle rassicurare che tali violenze non potessero incidere sull'intento della castità e allo stesso tempo egli condannò chi pensava al suicidio con l’intento di evitare di subire tali violenze. Riportiamo ora di seguito le parole del filosofo concernenti la sua conferma che il suicidio non può mai essere giustificato:
16. “ Pensano anche di lanciare una pesante accusa contro i cristiani quando, per ingrandire gli aspetti dell'occupazione, aggiungono le violenze carnali commesse non solo contro donne sposate e fanciulle ma anche contro alcune persone consacrate. Qui non è in discussione la fede, la pietà e la virtù che si chiama castità. La nostra discussione si restringe per certi limiti fra pudore e ragione. E in proposito non ci preoccupiamo tanto di dare una risposta agli estranei, quanto una consolazione ai nostri. Sia dunque fermamente stabilito che la virtù morale dalla coscienza impera alle membra del corpo e che il corpo diviene santo per l'attitudine di un volere santo. Se il volere rimane stabilmente inflessibile, ogni azione che un altro compie mediante il corpo o nel corpo, se non si può evitare senza peccato proprio non è imputabile a chi la subisce. Ma nel corpo di un altro si può compiere un atto che produce non soltanto dolore ma anche piacere. Ogni atto di questa specie, sebbene non strappi via la pudicizia se conservata con animo irremovibile, tuttavia urta il pudore. Non si creda però che sia avvenuto anche con la volontà della mente ciò che forse non è potuto avvenire senza la voluttà della carne.”
17. “E perciò quale umano sentimento non si vorrebbe perdonare alle donne che si uccisero per non subire tale violenza? Però chiunque accusa quelle che non vollero uccidersi, per evitare col proprio atto l'altrui delitto, non può sfuggire all'accusa di stoltezza. Se infatti non è lecito per privato potere uccidere sia pure un colpevole poiché nessuna legge concede tale autorizzazione, certamente anche il suicida è omicida e tanto più colpevole quanto è più incolpevole nei confronti della motivazione per cui ha pensato di uccidersi. Noi condanniamo l'operato di Giuda e l'umana ragione giudica che con l'impiccarsi ha piuttosto accresciuto che espiato l'azione dello scellerato tradimento perché pentendosi a propria condanna col disperare la misericordia di Dio non si lasciò il momento propizio per il pentimento che salva. A più forte ragione dunque si deve astenere dall'uccidersi chi non ha nulla da punire in sé con tale esecuzione. Giuda uccidendosi uccise un delinquente e tuttavia pose termine alla vita rendendosi colpevole della propria morte perché lo era anche di quella di Cristo. Così a causa d'un suo delitto si è giustiziato con un altro delitto. Ma perché un individuo che non ha fatto nulla di male dovrebbe farsi del male e uccidendosi uccidere un innocente per non subire un colpevole e compiere su di sé un proprio peccato perché in lui non se ne compia quello di un altro?” (La città di Dio – IX parte)
Secondo l’autore de La città di Dio (siamo all’inizio del V secolo) non solo nella Bibbia non si trova passo in cui Dio comandi o consenta di darci la morte per evitare o scongiurare qualche male o per raggiungere la vita immortale, ma il quinto comandamento «Non uccidere» concerne, oltre il nostro prossimo, anche la nostra persona. Quindi, per la legge di Dio, il suicidio è un atto assolutamente illecito.
La Bibbia parla del suicidio (senza citare mai il termine) e ne dà alcuni esempi negativi; ma emana chiaramente dal messaggio biblico che:
La vita è un dono di Dio;
Chi sceglie il suicidio viola il comandamento “Non uccidere”;
Le circostanze avverse non sono una ragione per uccidersi, ma per avere fede in Dio;
Il suicidio usurpa un diritto che appartiene solo a Dio: solo Dio può decidere il momento in cui la nostra vita deve terminare;
Dio ha un piano per la nostra vita: col suicidio poniamo termine a questo piano arbitrariamente;
Il suicidio è un atto di egoismo nei confronti di quelli che ci circondano e che soffriranno a causa di questa nostra scelta.
Cattolicesimo
Per il cattolicesimo il suicidio va contro l'amore di Dio. Quindi è severamente condannato.
La morte per via di un atto di suicidio liberamente scelto è considerata un grave peccato mortale. Il principale argomento cattolico è che la propria vita è proprietà di Dio, e distruggere tale vita vuol dire imporre il proprio dominio su ciò che è di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “Il suicidio contraddice l’inclinazione naturale dell’essere umano di preservare e perpetuare la sua vita. È gravemente contrario al giusto amore di sé. È lo stesso che offendere l’amore del prossimo perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la famiglia, la nazione, e le altre società umane nei confronti dei quali continuiamo ad avere degli obblighi. Il suicidio è contrario all’amore per il Dio vivente.” La Chiesa Cattolica prega per coloro che si sono suicidati, con la coscienza che Cristo giudicherà i defunti giustamente. La Chiesa prega anche per i parenti stretti del defunto, affinché il tocco amorevole e risanante di Dio possa confortare coloro che sono rimasti distrutti dall’impatto del suicidio.
I protestanti non condannano formalmente il suicidio; i cristiani conservatori hanno spesso sostenuto che, poiché il suicidio consiste in un auto-omicidio, chiunque commetta suicidio sta peccando allo stesso modo in cui peccherebbe se stesse uccidendo un altro essere umano. Un certo numero di figure bibliche hanno commesso (o tentato) il suicidio; le più note sono Saul e Giuda Iscariota. Anche se il suicidio è certamente inquadrato sotto una luce negativa nella Bibbia, non vi è tuttavia alcun verso specifico che affermi esplicitamente che il suicidio conduca direttamente all’inferno. Poiché Cristo ha preso il castigo per tutti i peccati dell’umanità, ed il suicidio è visto come un peccato, il risultato sarebbe che la persona che commette suicidio non sarebbe colpevole, e che tutti i suoi peccati (incluso l’uccisione di sé stesso) sarebbero coperti da Cristo. Di conseguenza, alcuni sostengono che ai cristiani che commettono suicidio sia concesso comunque il paradiso.
Islamismo
“Ognuno muore, nel momento fissato, col permesso di Dio” Corano 3ª145
In merito alla possibilità del ritardare o anticipare la morte l’Islamismo oppone un netto rifiuto, sostiene infatti, come le altre religioni monoteiste, che le sofferenze non giustificano né l’eutanasia né tantomeno il suicidio perché la religione ha un concetto di morte e sofferenza diverso da quello materialista.
Nel Corano leggiamo infatti “La morte di ognuno di voi l’abbiamo predeterminata Noi, e Noi non dobbiamo essere anticipati”, e ancora “È Dio che dà la vita e la morte”. Per l’Islam due sono i peccati che non trovano il perdono: l’idolatria (che può trovare remissione se il peccatore si pente sinceramente) e il suicidio consapevolmente voluto, in merito a quest’ultimo il corano è rigoroso, il suicidio non è remissibile, salvo che la morte non sia immediata e il suicida il tal caso abbia il tempo di pentirsi sinceramente.
Va tuttavia sottolineato anche un altro aspetto, un Hadith sostiene che ognuno che muore a qualsiasi titolo in nome dell’Islam e del Jihad è un martire e come tale andrà in paradiso. Il termine Hadith significa "racconto, narrazione" ma ha un significato molto più importante perché è parte costitutiva della cosiddetta Sunna, la seconda fonte della Legge islamica (shari’a) dopo lo stesso Corano.
L'Hadith che si crede giustifichi gli attentati suicidi è l'824-829 riferito da Ahmad e Al Tirmidhi: I privilegi di un martire sono garantiti da Allah: "Avrà il perdono al primo fluire del suo sangue; gli verrà mostrato il suo seggio in paradiso, sarà decorato con i gioielli della fede, sposato alle più belle, protetto dalle prove nel sepolcro, garantito della sicurezza nel giorno del giudizio, un rubino più prezioso di tutto questo mondo e di tutto il suo contenuto, sposato a settantadue delle più pure urì (le più belle del paradiso) e la sua intercessione sarà accettata per conto di settanta suoi parenti".
Gli attentati suicidi, tuttavia, non sono considerati dall’Islam una forma di suicidio, ma vengono definiti “operazioni al martirio”, tutti possono diventare martiri (shaid), persino i bambini. La figura più alta del martire è l’Istishadi, ossia colui che si vota al martirio.
Ebraismo
L’ Ebraismo, alla luce della sua grande attenzione per la santità della vita, ha tradizionalmente considerato il suicidio come uno dei peccati più gravi. Il suicidio è sempre stato vietato dalla legge ebraica in tutti i casi. Assistere a un suicidio e chiedere assistenza per un suicidio (creando complicità) è altresì vietato: “Non porre alcuno scoglio davanti al cieco” (Levitico 19:14). I Rabbini interpretarono il verso come proibizione di qualunque tipo di ostacolo: teologico (per esempio, convincere le persone a credere in false dottrine), economico (dare cattivi consigli finanziari) o in caso di ostacoli morali, così come fisici.
Il Comitato sulle Leggi e sugli Standard Ebraici, il corpo degli studiosi di Legge Ebraica nell’Ebraismo Conservatore, ha pubblicato un responso sul suicidio nel numero dell’Estate del 1998 del ‘’Ebraismo Conservatore’’(Vol. L, N°4).
Tale responso dichiara solennemente la proibizione, rivolgendosi poi alla tendenza crescente di Americani ed Europei che cercano assistenza per il suicidio. Il comitato crede che noi siamo obbligati a determinare le cause per le quali alcuni cercano aiuto per il suicidio e a migliorare queste circostanze.
La risposta Conservatrice dichiara:
“…coloro che commettono suicidio e coloro che aiutano altri nel compierlo agiscono al di fuori di una pletora di motivi. Alcune di queste ragioni sono ben poco nobili, comprendendo, per esempio, il desiderio dei figli di vedere il Padre e la Madre morire in fretta così da non sprecare la loro eredità in “futili” cure mediche, o il desiderio delle compagnie assicurative di spendere meno soldi possibile sui malati terminali.”
Il saggio dice che la risposta appropriata al dolore non è il suicidio, bensì un migliore controllo del dolore e un maggiore utilizzo di farmaci contro il dolore. Si afferma che molti dottori mantengono deliberatamente tali pazienti in situazioni di dolore rifiutandosi di somministrare gli antidolorifici necessari: alcuni lo fanno per ignoranza, altri per evitare una possibile dipendenza da droghe, altri ancora per un fuorviato senso di stoicismo. L’Ebraismo Conservatore considera tali forme di ragionamento come “bizzarre” e crudeli, poiché con i farmaci odierni non vi è alcuna ragione perché le persone debbano vivere in una tortura continua.
Un esempio che possiamo citare e che è stato a lungo al centro delle discussioni è sicuramente quello di Primo Michele Levi,scrittore italiano,autore di racconti,memorie,poesie e romanzi. Nel 1944 venne deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Il suo romanzo Se questo è un uomo, che racconta le sue esperienze nel lager nazista, è considerato un classico della letteratura mondiale. Primo Levi morì cadendo dalla tromba delle scale della propria casa di Torino, dando adito al sospetto che si trattasse di un suicidio. Questa ipotesi appare avvalorata dalla difficile situazione personale di Levi, che si era fatto carico della madre e della suocera malate. Il pensiero ed il ricordo del lager avrebbero, inoltre, continuato a tormentare Levi anche decenni dopo la liberazione, sicché egli sarebbe in un qualche modo una vittima ritardata della detenzione ad Auschwitz. Il suicidio di Levi rimane comunque un'ipotesi contestata da molti, poiché lo scrittore non aveva dimostrato in alcun modo l'intenzione di uccidersi e anzi aveva dei piani in corso per l'immediato futuro.
In conclusione l'ebraismo condanna il suicidio, un affronto all'amore che Dio ha dimostrato alle proprie creature, e l'accelerazione della morte di un agonizzante, anche se non c'è alcuna speranza di vita. Sono però annessi dai rabbini i farmaci antidolorifici, anche se possono affrettare la morte, purché non siano dati proprio per questo scopo.
Induismo
“Come moriremo? Commettendo suicidio? Mai. Solamente chi si tiene pronto a morire se e quando necessario, incontrerà una morte che è vita eterna” (Mohandas Karamchand Gandhi)
Questa citazione mette il luce il pensiero induista in merito al suicidio, tra i concetti fondamentali di questa religione vi è quello di Karma, inteso come responsabilità, ossia la possibilità di realizzare la propria natura divina attraverso l'azione consapevole e quello di Samsara, il ciclo delle incarnazioni. Samsara è il cerchio della nascita, della morte, della rinascita, della nuova vita e poi ancora della morte, e così all'infinito.
L’induismo considera il suicidio, cui è contrario in assoluto, un atto che causa impedimento alla liberazione finale, aumentando il "Karma" negativo individuale, le scritture affermano genericamente che morire per suicidio (e per ogni tipo di morte violenta) porta a diventare un fantasma, destinato a vagare sulla terra fino al momento in cui si sarebbe dovuti morire se non ci si fosse suicidati.
L’unica eccezione in merito al suicidio è la pratica sati la quale prevede che, una volta morto il marito, la vedova si immoli viva sulla pira funeraria del consorte defunto. Il rito in passato era percepito come un atto di devozione verso il marito e solo le donne virtuose erano in grado di compierlo. Il rito si diffuse in epoca medievale tra le caste dei sacerdoti e dei militari, le più elevate, in un contesto in cui le donne erano considerate dai maschi esseri inferiori. Per gli uomini appartenenti a tali caste, la moglie era vista come un peso, in quanto non contribuiva all'economia familiare, ed era ritenuta una proprietà del marito. Dunque, nel caso della morte dell'uomo, la donna diventava una nullità e la prospettiva del suicidio era l'unica logica. Oggi la pratica sati è vietata dalla legge nei paesi a maggioranza Indù: può essere arrestato sia chi la promuove, sia chi assiste passivamente all'evento. La maggior parte dell'opinione pubblica è attualmente contraria al rito sati, perciò i fenomeni di pressione sulle vedove sono molto rari, nonostante ci siano ancora donne che tentano il suicidio sul rogo funerario del marito.
Buddismo
Il suicidio e l'eutanasia possono essere ammessi se le motivazioni che spingono a questi atti non nascondono odio verso se stessi o verso gli altri. Il Dalai Lama si è recentemente detto favorevole al suicidio assistito:
“Una mente pacifica al momento della morte è essenziale e quindi, prima che il dolore divenga intollerabile, l'eutanasia è giustificabile”.
Secondo il Buddismo, le azioni passate influenzano pesantemente le esperienze presenti dell’individuo; le azioni presenti, a loro volta, diventano influenza per le esperienze future (la dottrina del karma). L’azione intenzionale della mente, del corpo o del linguaggio ha una reazione. Tale reazione, o ripercussione, è la causa delle condizioni e delle differenze in cui ci imbattiamo nel mondo.
Il Buddismo insegna che tutte le persone sperimentano una sofferenza sostanziale, la quale ha origine prima di tutto dalle gesta negative del passato (in modo karmico), o in quanto parte del samsara, il ciclo della nascita e della morte. Altre ragioni per la sofferenza dell’esperienza individuale sono la transitorietà (anitya) e l’illusione (maya). Poiché ogni cosa è in uno stato costante di transitorietà o di flusso, gli individui rimangono insoddisfatti dai fugaci eventi della vita. Per uscire dalla samsara, il Buddismo invoca il Nobile Ottuplice Sentiero.
Per i Buddisti, il suicidio è chiaramente una forma di azione negativa. A differenza del Cristianesimo e di altre religioni occidentali, il Buddismo non condanna però il suicidio, ma piuttosto ne annuncia le ragioni. Un’antica ideologia Asiatica simile al seppuku (hara-kiri) continua ad influenzare i Buddisti oppressi verso la scelta dell’atto del suicidio d’onore. Anche in tempi moderni, i monaci Tibetani hanno usato tale ideale per protestare contro l’occupazione cinese del Tibet e contro le violazioni dei diritti umani compiute dalla Cina contro i tibetani.
Nonostante tali opinioni sembra che il buddhismo creda che ci sia qualcosa d'intrinsecamente sbagliato nel togliersi la vita (come anzi nel togliere la vita a qualsiasi essere vivente) e che la motivazione -per quanto sia molto importante nella valutazione della moralità delle azioni- non sia il solo metro della rettitudine. Ammettere un ruolo determinante alla motivazione lascia però insoddisfatti in quanto apre la porta alla teoria etica conosciuta come soggettivismo. Il soggettivismo sostiene che il giusto e lo sbagliato esistano solamente in funzione dello stato mentale dell'agente e che gli standard morali siano una faccenda di opinioni o sensazioni personali. Per il soggettivista nulla è oggettivamente moralmente buono o moralmente cattivo e le azioni in sé stesse non hanno caratteristiche morali di rilievo. Il metodo delle "radici del male" è soggettivismo in quanto ritiene che la stessa azione (il suicidio) possa essere sia giusta che sbagliata a seconda dello stato mentale della persona che si suicida: la presenza del desiderio (o della paura) lo rende sbagliato e l'assenza del desiderio (o della paura) lo rende giusto.
Merialdi Martina, Ottonello Andrea, Pandolfo Beatrice, Valbusa Greta VC