Paranormale, ufologia, notizie incredibili e segrete. Anche notizie semplici ed importanti.
Chi ha realizzato o almeno inteso di non essere il corpo fisico e neppure quello psichico, accettando che la jiva (anima, corpo spirituale, energia superiore) è il vero sé, spesso si domanda se queste si suddividono in differenti categorie.
Ispirandomi a un famoso documento di Bhaktivinoda Thakur (1838 -1914) sul tema, proverò a illustrare il punto di vista della tradizione vaisnava a riguardo.
Esistono due tipi di jiva, quelle che vivono nella realtà della loro forma eterna detta in sanscrito svarupa e quelle che vivono il sogno dell’identificazione con la materia, detto upadhi.
Le scritture vediche, insegnano che la naturale occupazione della jiva, è di servire Krishna, Dio. E’ un servizio che non si esplicita attraverso una sudditanza forzata o retribuita come saremo indotti a pensare utilizzando il parametro di questo mondo, ma con una modalità, spontanea, affettuosa ed incondizionata che genera duratura ed incomparabile felicità.
In effetti, la maggior parte delle jive risiede nel mondo spirituale, mentre solo una piccola parte decide, poco consapevole delle conseguenze, di lasciare quella dimensione, per entrare in quella della dualità dove coltiva l’illusione di una vita indipendente, ma dove subisce le dure leggi di: kala (il tempo) karma (causa-effetto) e reincarnazione che la rendono dimentica delle sue origini.
Se Krishna non impedisce alla jiva di commettere l’errore di entrare nel mondo fenomenico è perché le concede libero arbitrio, senza il quale nessuna scelta potrebbe essere considerata veramente tale.
Dall’osservazione delle azioni delle persone, si può dedurre quanto sia profondo il condizionamento materiale o viceversa quanto sia avanzata la comprensione dell’identità spirituale.
Krishna, tuttavia, per ricordarci che sono tutte situazioni temporanee, nella Bhagavad-Gita dice:
“Tutti in un modo o nell’altro seguono la via che porta a Me, ed è in proporzione a come si abbandonano che li ricompenso”.
La ricompensa è ovviamente divina e comprende realizzazioni, saggezza, gioia interiore e scambi d’amore.
Le jive sono definite nitya-badda o perpetuamente condizionate, quando sono completamente impigliate nelle dinamiche materiali, baddha-mukta quando vivono nel mondo fenomenico, ma non ne sono condizionate e nitya mukta o eternamente liberate e trascendentali alla materia.
I nitya-baddha jiva si dividono in tre macro categorie:
Le anime con coscienza allo stato di germoglio si distribuiscono in ulteriori sei categorie:
I baddha- mukta sono di due tipi:
Le nitya-mukta situate nella svarupa, la posizione naturale, relazionano con Krishna attraverso cinque modalità dette rasa:
Le anime che vivono nel mondo materiale possono raggiungere quello spirituale, solo ritrovando il puro sentimento d’amore incondizionato, prema, proprio di quella dimensione e non perché appartenenti a una data tradizione religiosa come superficialmente troppo spesso viene concluso.
Nel percorso che va da sraddha (fede) a prema (puro amore)si devono evitare vikarma, le attività indecenti e akarma, l’inattività, come si deve anche evitare di essere confusi dal karma, dalla pratica dell’arida rinuncia e dalla conoscenza fine a se stessa. E’ inoltre fondamentale mantenere un atteggiamento rispettoso e non offensivo verso tutte le entità viventi.
Vikarma: Invidia – Crudeltà – Durezza di cuore – Violenza verso qualsiasi entità vivente – Desideri lussuriosi – Ira – Avidità – Egocentrismo – Imbroglio – Mancanza di rispetto – Orgoglio – Illusione mentale – Sporcizia – Danneggiare gli altri.
Akarma: Ateismo – Ingratitudine e disinteresse verso le anime realizzate.
Karma: In questo caso si riferisce alle conseguenze positive generate dalle attività pie compiute per dovere come; Aiutare gli altri – Servire i superiori – Carità – Sviluppo economico – Veridicità – Pulizia – Semplicità – Perdono – Misericordia – Occupazione in accordo alle proprie qualità – Appropriata rinuncia – Imparzialità.
Le conseguenze benefiche derivanti dalla pratica di queste attività pie, possono attivare uno stato di compiacimento e rilassatezza che distoglie la jiva dal percorso della realizzazione spirituale confondendola sul fine della vita umana.
Per arida rinuncia s’intendono tutte quelle pratiche e azioni compiute con grande sforzo e tenacia, al solo fine di ottenere benefici materiali, siano essi grossolani come i beni di consumo o sottili come il controllo delle energie interne o di quelle cosmiche.
Nella letteratura puranica, troviamo molte storie che a titolo di ammonimento raccontano di yogi potentissimi, grandi rinunciati ma non ancora del tutto distaccati che sono caduti dalla loro posizione quando si sono ritrovati a interagire con le dinamiche materiali.
L’arida conoscenza è quella via che porta ad accumulare nozioni ed elaborarle all’infinito, jnana.
Con la speculazione filosofica è possibile situarsi nel livello Brahman, nel quale si realizza l’onnipervadenza dell’energia spirituale, quindi la differenza tra quest’ultima e la materia, ma non che l’energia origina da una Persona, con forma (spirituale) e attributi (divini).
Il jnani è affascinato e si compiace della propria intelligenza, arrivando quasi ad adorarla ed è con la logica che vorrebbe comprendere Dio, ma l’intelligenza, per quanto preziosa e raffinata, rimane sempre un’energia materiale, insufficiente, quando sola, per raggiungere lo scopo supremo.
L’unico modo possibile per comprendere la verità assoluta nella sua forma personale è attraverso la bhakti, lo yoga dell’amore; Krishna nella Bhagavad-Gita afferma:
“A chi Mi serve con amore e devozione, do l’intelligenza con la quale potrà raggiungermi”
Parabhakti das