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Paranormale, ufologia, notizie incredibili e segrete. Anche notizie semplici ed importanti.

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La necromanzia

La divinazione tramite i defunti era già nota presso i Babilonesi, Persiani (Strab., XVI. 2, 39, νεκυονάντεις) Egiziani (usavano statuette per la comunicazione con i trapassati) e successivamente anche agli Israeliti, i quali con buona probabilità fecero proprie le usanze degli Egiziani e dei Babilonesi dopo i rispettivi periodi di schiavitù.

 

Contro questi rituali si scaglia spesso l’Antico Testamento (Levitico. XIX. 31; XX. 6-27; Deuteronomio. XVIII. 11; I Samuele. XXVIII.; Isaia. VIII. 19) in particolar modo durante l’episodio riguardante il re Saul e la strega di Endor, ove il regnante si rivolge alla maga al fine d’evocare lo spirito del profeta Samuele per avere consigli e predire il futuro.
Nell’antico Israele esistevano dunque tre classificazioni di necromanti: “ob”, “yidde’oni” e “doresh el ha-metim” (consultatore dei morti). Ob e yidde’oni venivano principalmente usati per gli stregoni invocatori che facevano da medium tra il mondo dei vivi e quello dei morti, lasciando a disposizione dei defunti la propria voce per profetizzare (difatti alcuni studiosi ritengono che l’etimologia dei termini venga dal greco ἐγγαστρίμυθος = “ventriloquo”).  Secondo il Talmud veniva posizionato in bocca l’osso d’un animale chiamato “yaddua” che permetteva al morto di parlare.
V’è da precisare che in molti casi questi “medium” venivano reclutati – e pagati generosamente – per scacciare via gli spiriti dei morti che, non trovando pace, vagavano sulla terra.
Come sappiamo dalla Bibbia, in Israele la necromanzia era una piaga sociale così grave e diffusa da costringere regnanti e profeti ad agire con estrema celerità e con pugno di ferro, cacciando tutti i maghi dal regno più volte. Possiamo facilmente immaginare la pericolosità di una pratica simile, soprattutto in antichità: al fatto dell’immoralità e dell’influsso demoniaco vi si aggiungevano serie carenze igenico\sanitarie nell’approccio ai resti umani, generando spesso malattie ed ulteriori morti.

 

In Grecia questo tipo di magia, seppur sempre guardata con sospetto, non di rado veniva associata alla καταβασιϛ, ovvero la discesa agli inferi in ambito poetico (mito d’Orfeo, un esempio su tutti).
Sempre in ambito ellenico troviamo il termine “ψυχαγωγία” (“evocazione delle anime”) in riferimento ad Apollonio di Tiana in un componimento di Filostrato, termine molto più specifico volto probabilmente a delineare una differenza netta tra rituale negromantico e discesa agli inferi d’origine letteraria.
Vi è tuttavia un forte avvertimento contro la pratica nel mito di Asklepios: generato da Apollo, egli viene allevato dal centauro Cheiron dal quale apprende la medicina divenendo abile al punto da “resuscitare” anche i morti. Zeus per questo lo punisce, fulminandolo, temendo che gli uomini possano apprendere questa sua pericolosa “sapienza”.
Interessante notare, grazie al ritrovamento archeologico di alcune tavolette oracolari, la forte incertezza morale riguardo queste pratiche regnante nella Grecia antica, difatti le comunità erano solite interrogare le divinità a riguardo (la tavoletta recita: “η μη χρηυνται Δωριωι τω[ι] ψυχαγωγωι;” – tradotto:“…è davvero il caso che si rivolgano a Dorios il necromante?”, la grammatica greca suggerisce un’aspettativa di risposta negativa.)
Con il tempo, probabilmente collegandosi ai numerosi omicidi legati alla magia nera, il termine “negromante” venne poi associato a quello di “rapitore di fanciulli”.

 

 

Ecate, la dea dei morti

Ecate ψυχοπομπóς, la dea dei morti

La stessa tragica situazione la troviamo anche a Roma, secoli più tardi, raccontata da scrittori noti.
In una sua satira Orazio, usando come narratore una statua di Priapo, ci descrive con minuzia i rituali che regolarmente avvenivano di notte nel parco sull’Esquilino, un tempo cimitero per la plebe più miserabile poi divenuto luogo frequentato da streghe chiamate veneficae (plurale di venefica, ovvero “velenosa”) che là si recavano per evocare gli spiriti dei defunti attraverso i resti di quest’ultimi.
Nello scritto, anche influenzato dalle credenze popolari dell’epoca, si fa spesso riferimento alla dea Ecate, “patrona” dei riti negromantici antichi, ed al sacrificio d’infanti.
Tuttavia la descrizione d’epoca classica più ampia riguardante il tema si trova nella “Guerra Civile” di Lucano, con esattezza il sesto libro, dove viene narrata la storia del soldato romano Sesto, figlio di Pompeo, talmente preoccuato dai conflitti da chiedere l’aiuto dell’ “efferata Erittone”, malvagia e depravata necromante.
Così come Orazio e probabilmente la maggior parte della società romana, anche Lucano non aveva in simpatia la categoria dei maghi “da cimitero”, difatti all’evocatrice vengono attribuite le più spietate, immorali e turpi azioni: essa inoltre, dopo la chiamata degli spiriti, amava violare e bruciare gli stessi cadaveri utilizzati per il rito.

Altri racconti del genere sono rintracciabili nelle “Etiopiche” di Elidoro e nelle “Metamorfosi” di Apuleio.
 
 
 
Le descrizioni sono sommariamente simili, in tutti i testi troviamo l’usanza della mutilazione e violenza sui cadaveri per puro “divertimento”, fattore evidentemente noto agli scrittori così come alla società.
Lo stesso Apuleio affermerà che “neppure i morti nei propri sepolcri possono dirsi sicuri”, facendo intendere come la pratica oscura della necromanzia fosse molto diffusa.
Grazie agli scrittori romani conosciamo anche le tipologie di cadaveri preferite dai maghi cimiteriali: gli insepolti, i morti di morte prematura e/o violenta, i condannati, i suicidi ed in morti in guerra.
Non mancano inoltre storie e leggende di rituali macabri riguardanti diversi regnanti latini (Romolo, Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Nerone).
Nel IV secolo d.C. il commentatore Servio introdusse infine un termine nuovo ma complementare: sciomantia (ripreso dal greco “σκῐομαντεία”, ovvero “evocatore d’ombre“).
 
Fortunatamente questo tipo di magia venne limitata e perseguita in maniera rigorosa prima con l’emanazione del Codice Teodosiano nel 439 d.C. e poi con le varie leggi successive come il Breviario alariciano, la Lex Salica e l’Editto di Rotari.
È interessante notare come, nonostante la volontà di sradicare queste pratiche, le leggi prevedevano forti strumenti di difesa per gli accusati ed inviti alla ragionevolezza, in quanto troppo spesso s’assisteva a denuncie di stregoneria basate prevalentemente su rivalità, invidia, rabbia ed altri futili motivi.

 

Un’ulteriore descrizione del modus operandi di questi stregoni si ritrova anche nella “Suda”, un’enciclopedia storica del X secolo d.C. scritta in greco bizantino riguardante l’antico mondo mediterraneo:

 

 

 Riguardo le evocazioni: Compiono determinati rituali che riguardano i morti, spesso per le persone che li pagano per scacciare via gli spiriti. Iniziano cercando la tomba dove colui da scacciare fu sepolto, ma non la trovano subito. Per arrivarci usano uno strano modo: portano con sè una pecora o caprone nero, generalmente tenendolo per le corna; questo da solo si posa sul punto ove il corpo della persona in questione è sepolto e il mago uccide in quell’istante l’animale, per poi bruciare i resti. Dopo aver recitato alcuni incantesimi e dopo diversi sacrifici si mettono in contatto con i morti per capire il motivo della loro pena o della loro rabbia.

Dal Medioevo ad oggi

Durante il Medioevo l’accusa di necromanzia era tra le più gravi esistenti data la sua natura riprovevole e fortemente immorale (in latino medioevale: necromantem, nychromanticus, necromantius), seppure in molti ormai avevano abbandonato la pratica con resti umani (usanza tuttavia sopravvissuta anche alle repressioni), preferendo la divinazione tramite erbe, rituali e meditazioni.
In questo periodo si vanno sviluppando le varie branche della magia che oggi chiamiamo nera (tra cui rientra la necromanzia), bianca, rossa e verde.
Interessante notare come nei processi per stregoneria la necromanzia venga citata relativamente poco, lasciando ampio spazio alla necrofilia o la necrofagia.

 

Agli inizi del 1500 lo scrittore Heinrich Cornelius Agrippa riportò l’attenzione generale verso questo argomento in un suo componimento, delineando gli aspetti generali della pratica e generando diversi dibattiti riguardo alla vera natura degli spiriti evocati: si stabilì che solo demoni o spiriti dei dannati possono essere chiamati, poichè il mago è già dannato per l’eternità ed è comandato da Satana.
Solo qualche anno più tardi (1577) un discepolo di Agrippa, Johann Weyer, pubblicò la rinomata appendice “Pseudomonarchia Daemonum“, una lista dei demoni ispirata all’Ars Goetia, identificando il demone Nebiros come equivalente dell’arcaica dea Ecate.

 

Tra il XIV ed il XV secolo si diffuse una strana credenza secondo la quale, recidendo la mano ad un malfattore morto sulla forca e facendola essiccare, si potevano ottenere grandi poteri magici.
Questo “feticcio” veniva generalmente chiamato Mano della Gloria o Mano di Gloria e fu per un determinato tempo l’oggetto esoterico più desiderato dagli alchimisti dell’epoca: alcune leggende narrano che John Dee (1527-1608) riuscì a realizzare il più potente d’essi, il Sigillum Emeth.

 


Rituali cimiteriali ripresi da un necromante brasiliano.
Da notare la forte influenza del voodoo.

Quando in occidente con il passare dei secoli il rituale lugubre sembrava esser quasi del tutto abbandonato, i nuovi influssi ed incontri con le società caraibiche ed africane da poco scoperte introdussero due nuovi tipi di magie demoniache pericolosissime, molto simili a quelle antiche: il Vodoo e la Macumba.
Specialmente la pratica caraibica del Vodoo (o Vudù) merita attenzione, dato il suo forte culto dei morti: per molti versi somigliante alle usanze macabre dei popoli arcaici, aggiunge la pericolosità delle droghe naturali per indurre stati di trance e comandare eventuali “zombies”.
Recentemente ha fatto scalpore una presunta foto di un morto resuscitato temporaneamente da uno stregone, in realtà un cadavere sorretto da complici (sconsiglio la visione alle persone facilmente impressionabili).

In pochi tristemente sanno delle atrocità che vengono perpetuate nei confronti dei poveri corpi senza vita, così come nei confronti dei poveri “zombies”: nient’altro che sfortunate persone drogate a tal punto da divenire completamente incoscienti, per poi essere pilotate da maghi senza molti scrupoli.

 

Dal 1800 in poi il revival della magia nera e della necromanzia non ha conosciuto sosta, favorito dalla nascita di molte sette luciferiane e neopagane ispirate da principi scientisti misti a positivismo, stregoneria e rituali iniziatici.
Come esempio di questo rinnovato interesse possiamo citare il libro “Vite dei necromanti” (Lives of the necromancers) di William Godwin, stampato nel 1835. Il testo pretendeva d’essere un trattato storico sull’evoluzione della necromanzia attraverso lo studio delle vite dei più famosi maghi della storia, tuttavia ben presto si rivela un calderone confusionario dove false leggende popolari e fatti storici si mescolano tra di loro. 
Si ritiene appartenere agli albori del XIX secolo anche lo scritto “Historia Necromantiae” (Storia della necromanzia), una sorta d’appendice dei maggiori stregoni e necromanti perlopiù arabi.

 

Come accennato in precedenza, il fenomeno delle pratiche magiche tramite i resti umani, seppur in minor quantità rispetto ai tempi passati, non smette tristemente d’esistere al giorno d’oggi.
Dal 2008 le autorità africane segnalano un preoccupante aumento degli omicidi in alcuni stati – tra i quali troviamo l’Uganda e la Nigeria – collegati alla magia nera e alla necromanzia: gli abitanti del luogo, disperati per le precarie condizioni di vita, arrivano persino ad uccidere bambini e parenti per poi offrirli a demoni/spiriti in cambio di ricchezze. La cifra si attesta attorno ai 300 casi l’anno.
Nel 2009 vi furono diversi casi di profanazione di tombe a scopi necromantici, collegati alle sette sataniche e le messe nere (alcune fonti riferiscono che a Messina il trafugare le ossa per rituali sia una consuetidine).
Episodi simili si sono ripetuti a Massa carrara e ad Urbino.
In vista delle elezioni del 2012, alcuni gruppi di repubblicani negli Stati Uniti hanno tentato di riportare in vita l’ex presidente Ronald Reagan tramite un rito di necromanzia.
Sempre negli USA da qualche anno si svolge il “Festival dei morti” a Salem (scelta per l’evidente rievocazione storica), una città nello stato del Massachsetts: i partecipanti si riuniscono il 31 ottobre per condividere conoscenze di magia nera e negromantica; generalmente nella notte in questione si tengono diverse lezioni presiedute da personaggi appariscenti – ovvero vestiti in modo tale d’apparire “esperti” o degni di riverenza, spesso sfociando nel grottesco.
Vi si potrebbe infine trovare traccia nel culto verso La Santa Muerte, una sorta di macabro idolo molto diffuso oggi in America latina e centrale, prodotto dal sincretismo tra culture precolombiane, voodoo e cattolicesimo.

 

Arrivati alla fine di questo lungo viaggio nella storia, le conclusioni che possiamo trarre, come prevedibile, non sono positive nè incoraggianti.
Non c’è stato un progresso dell’umanità nel corso dei secoli da questo punto di vista (anzi!), incapace d’abbandonare pratiche tanto oscene e riprovevoli al pari del sacrificio umano, nonostante i ripetuti ammonimenti di Dio e dei Profeti.

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