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Un comunicato stampa dell’amministrazione regionale di Kemerovo rende noto che nel corso della spedizione, durata due giorni, sarebbero state ritrovate “prove inconfutabili”, quasi tutte concentrate nella caverna di Azassky: impronte, rami intrecciati per marcare il territorio, ciocche di pelo e persino un’alcova costruita dalla bestia. Tutti questi elementi avrebbero convinto i ricercatori accorsi da tutto il mondo dell’esistenza dello yeti “al 95%”, si legge nel comunicato.
Si tratta di un... terreno minato nel quale troppe volte in passato ci si è imbattuti in burle e tentativi di carpire la buona fede dei ricercatori, anche se ciò non toglie che vi sia la possibilità che nelle regioni meno popolate, come ad esempio la Siberia, possano esistere ceppi di ominidi o di grandi scimmie antropomorfe ancora sconosciuti. Uno studio autorevolissimo afferma che dal 1993 ad oggi si sono scoperte 409 nuove specie di mammiferi e, di conseguenza, sarebbe imprudente escludere del tutto che vi siano ancora da scoprire dei grandi primati.
Ad aggiungere qualche dettaglio in più circa i ritrovamenti è Igor Burzev, direttore del International Centre of Hominology: ”Nella caverna abbiamo trovato due orme, una molto chiara e l’altra imprecisa. Comunque e’ evidente che non appartengono all’uomo, ma ad un ominide come dimostrano le impronte delle dita molto larghe con capillari in rilievo”. Uno studioso americano che ha preso parte all’impresa, Robert Lynn ha dichiarato al quotidiano The Guardian: “Sono convinto che gli yeti esistano, li vedo ogni giorno” riferendosi alla presunta famiglia di 10 yeti che vivrebbe nel suo stato, il Michingan. Il biologo canadese John Binderangel, commenta così un ulteriore elemento rinvenuto durante la spedizione: “ Il ritrovamento di rami di salice intrecciati, che servono a marcare il territorio, sono una prova convincente dell’esistenza di questi ominidi.