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Chi siamo? Da dove veniamo? La stessa domanda rimbalza nel tempo, attraverso migliaia di anni. Le civiltà hanno trasformato la terra, ma qualcosa è rimasto perfettamente intatto: il corpo umano, primitivo strumento di carne e sangue, alfabeto gestuale di tutti i Miti della Creazione attraverso cui i nostri antenati hanno tentato di rispondere all’eterno quesito dell’origine. L’uomo? Modellato da Con Tiqui davanti a grandi caverne, secono il mito Inca. O addirittura espulso dal corpo di Mbombo, il gigante bianco dei Bantu africani, che «un giorno sentì un fortissimo dolore allo stomaco e vomitò il sole, la luna e le stelle». Cosmogonia e creazione, mitologie dai continenti: dilatazioni poetiche per tentare, forse, di recuperare il senso di quello che siamo.
Stephania Fiorentino, diplomata alla Performing Arts University di Torino, scuola specializzata in teatro fisico sotto la guida di Philip Radice, ne fa una
questione strettamente antropologica: il teatro come medium inossidabile di saperi ancestrali, sedimentati nell’identico gesto originario ripetuto per “spiegare” la nascita del mondo e dell’uomo sulla terra. «In un mondo che corre freneticamente avanti, si fa sempre più determinante la necessità di volgere lo sguardo anche indietro, al passato», spiega Stephania, che dirige a Torino uno straordinario stage di teatro corporeo. Obiettivo: «Ricercare le proprie origini e il proprio senso di appartenenza alla “comunità umana”, ormai così individualista, partendo proprio dall’indagine sui Miti della Creazione».
Miti fondativi che, ad ogni latitudine, rappresentarono probabilmente la prima forma di racconto che rispondesse ad alcune delle principali domande che da sempre l’uomo, non appena ebbe sviluppato un’autocoscienza, si è posto: da dove proveniamo, che cosa siamo esattamente. Domande, spiega il maestro Jacques Locoq, che ogni bambino riproduce non appena si affaccia sulla vita: «Il bambino mima il mondo per riconoscerlo e così si prepara a viverci. Il teatro è un gioco che continua questo avvenimento». Se il teatro è il medium, il corpo è il suo strumento immutabile nei millenni: «I Miti della
Creazione nascono da antiche tradizioni orali e il corpo che l’uomo usava allora per esprimerli è lo stesso dell’uomo moderno».
Un’implicazione affascinante: nonostante la storia della terra, l’essenza dell’uomo non è cambiata e le domande a cui cerca di dare una risposta (attraverso la dimensione teatrale, per esempio) sono in fondo sempre le stesse. Un linguaggio antichissimo e attuale, fisico e materico, corporeo. Denso come l’impasto di mais con il quale “Cuore del cielo” plasmò gli esseri umani nel mito Maya, o il “mare di luce” che illuminò la grande notte della prateria Apache. «Il movimento, l’azione portano sempre in sé creazione, trasformazione», osserva Stephania Fiorentino. «In queste narrazioni, inoltre, il corpo umano divinizzato rappresenta spesso il punto da cui trae origine il mondo e ciò avviene solitamente attraverso un’azione, che all’estremo talvolta conduce alla divisione del corpo stesso o al contrario all’unione di corpi».
Mel mito babilonese, Marduk distrusse Tiamat, tagliandola in due parti che divennero la terra e il cielo. Nella mitologia nordica, Odino e i suoi fratelli usarono il corpo di Ymir, il primo essere vivente, per creare l’universo; usarono la sua carne per la creazione della terra e il suo sangue per il mare. «In origine, il cielo e la terra erano uniti, quando Ranginui, Il Padre Cielo e Papatuanuku, la Madre Terra, giacevano insieme stretti in un abbraccio», racconta il mito Maori. Si potrebbe continuare all’infinito, ed è quello che la Fiorentino farà nel suo stage torinese, fedele all’insegnamento di Lecoq: «Il
movimento che passa attraverso il corpo umano è la nostra guida costante in questo viaggio dalla vita al teatro».
Rileggere e interpretare le antiche narrazioni rappresenta un’occasione per valorizzare elementi comuni, avvicinando tra loro culture apparentemente lontane, incentivando ad apprezzare la diversità come una ricchezza. «Un percorso interculturale quindi, che partirà da un elemento comune ad ogni civiltà: il suo inizio. Avvalendosi dello strumento più universale all’umanità: il corpo». Reduce da stage con Roberta Carreri e Torgeir Wethal dell’Odin Teatret e da laboratori con Petru Vutcarau, Mamadou Dioume e Giorgio Albertazzi, senza trascurare una formazione basata su yoga, danza e canto, anche in collaborazione con il Dams e il Teatro Regio di Torino, la Fiorentino propone ora un vero e proprio viaggio alla scoperta dell’essenza espressiva del corpo e alle origini dell’uomo.
Il laboratorio di teatro fisico “Corpo, voce e miti dal mondo” a cura dell’associazione culturale Libre, si configura come un’opportunità per conciliare l’acquisizione tecnica con l’atto creativo. Attraverso un percorso di ricerca teatrale, l’obiettivo è quello di esplorare la dimensione corporea per sviluppare una maggiore consapevolezza delle dinamiche alla base del movimento, approfondendo le potenzialità artistico-creative del linguaggio fisico. «In un ambito particolarmente attento all’incontro fra culture diverse, come il Centro Interculturale della Città di Torino – spiega Stephania Fiorentino – abbiamo scelto come spunto tematico per questa ricerca espressiva attraverso il movimento proprio la vasta raccolta dei Miti della Creazione, patrimonio di tutte le civiltà d’Oriente e d’Occidente».
Le antiche narrazioni sull’origine del mondo e del genere umano diverranno spunto e filo conduttore per un lavoro progressivo di ricerca di materiali diversi (testi, immagini, suoni, poesie, canti, musiche, danze, oggetti, proverbi) che, durante la fase conclusiva del laboratorio saranno sviluppati e tradotti in improvvisazioni spontanee collettive, riorganizzate infine in un insieme di sequenze montate fra loro e strutturate.