Paranormale, ufologia, notizie incredibili e segrete. Anche notizie semplici ed importanti.
.Sessantamila cinesi sono scesi in ventiquattro piazze per manifestare contro Tokyo che vuole nazionalizzare le isole Senkaku, contro il parere di Pechino che vuole invece riconquistarle. Nel frattempo le proteste si sono fatte violente. Ecco cosa sta succedendo
Le isole contese sono la scintilla che ha trasformato la Cina in un enorme palcoscenico rissoso: i cittadini lanciano pietre contro l’ambasciata giapponese e si scagliano addosso alla polizia, che è dovuta ricorrere alla tenuta antisommossa. Si parla di un numero importante di persone indignate, 60 mila voci nelle strade e le forze dell’ordine faticano a contenere il flusso: le immagini parlano di caschi, manganelli e incendi. In alcune città, il dissapore è contenuto, in altre “le bandiere del Giappone si danno alle fiamme e la stessa sorte tocca alle macchine nipponiche” ha fatto sapere l’agenzia Kyodo. Le isole, completamente disabitate salvo alcune guardie di frontiera nipponiche, sono amministrate dal Giappone in base a un accordo bilaterale con gli Stati uniti, che le avevano occupate alla fine della Seconda Guerra mondiale e le hanno quindi affidate a Tokyo negli anni '50. La Cina però non riconosce quell'accordo e sostiene che le isole, conquistate dai giapponesi alla fine dell'Ottocento e da loro rinominate Senkaku, appartengono storicamente all'impero cinese col nome di Diaoyu - infatti anche la Cina nazionalista di Taiwan le rivendica come sue. Il contrasto si è fatto più forte negli ultimi anni, dopo la scoperta di ricchi giacimenti di idrocarburi sotto il fondo marino nelle acque circostanti, e dopo che l'incremento del traffico navale globale ha portato molte rotte commerciali importanti a passare nelle vicinanze delle isole.
In realtà, il Giappone controlla da anni le isole disabitate di Senkaku (Diaoyu, in cinese) ma la Cina ha visto l’acquisto come un affronto: venti milioni di euro, è la cifra offerta alla famiglia Kurihara che le possedeva. L’azione è ritenuta uno smacco perché, a detta di Pechino, le isole sarebbero cinesi e per questo sono già partite sei navi di sorveglianza a difesa della sovranità ma il Giappone la pensa allo stesso modo. I politici dell’opposizione, in Giappone, chiedono azioni ferme contro Pechino: “Il messaggio deve essere chiaro: noi non torneremo indietro” ha fatto sapere Shigeru Ishiba, ex ministro della Difesa giapponese.
Un’impennata di violenze e gesti dimostrativi cinesi si è registrata in questi tre giorni, dopo che le autorità di Tokyo hanno annunciato l’acquisto delle isole Senkaku, lo scorso 10 settembre. Il governo di Tokyo non non ha rivelato quale sia il prezzo dell’operazione anche se, secondo alcune indescrizioni di stampa, si aggirerebbe intorno ai 2,05 miliardi di yen (26 milioni di dollari). I cinesi, però, non accettano l’accordo.
Ieri, sei motovedette di Pechino sono arrivate nelle acque attorno all’arcipelago per quella che il ministro degli Esteri cinese ha definito come una prima missione di pattugliamento “per proteggere i propri diritti marittimi”. “Riflette la nostra giurisdizione sulle isole Diaoyu”, ha detto un portavoce riferendosi al nome cinese dell’arcipelago che si trova in prossimità di Taiwan.
La risposta dei cinesi è stata quella di presentarsi di fronte all’ambasciata giapponese a Pechino per protestare: gli studenti hanno gridato slogan contro il paese ritenuto usurpatore. Il disordine ha invaso le strade del paese e la folla dei manifestanti cresceva a dismisura. Mentre il traffico era in tilt, un uomo ha detto: “Non possiamo perdere le isole Diaoyu, non possiamo dimenticare la nostra vergogna nazionale” ricordando l’occupazione del Giappone, durante la Seconda Guerra Mondiale. Si lanciano uova, pietre e bottiglie contro l’ambasciata: “Ridateci le nostre isole! Odiamo il Giappone, l’abbiamo sempre odiato perché ha invaso la Cina e ucciso persone innocenti” ha gridato un lavoratore della regione meridionale di Guangxi. “Non vogliamo la guerra ma un’azione più ferma contro il Giappone: non dobbiamo vendere le nostre terre” ha detto un altro riferendosi ai fondali ricchi di gas e petrolio.
Non si vedeva una protesta così numerosa dal 1972, anno di normalizzazione dei legami bilaterali. “Ci sono state manifestazioni per tutta la settimana e inizialmente erano tutte pacifiche” ha riferito l’emittente NHK. “Avrebbero potuto fermarci se avessero voluto ma non l’hanno fatto. È il governo che ci ha insegnato a essere anti-Giappone e se vogliono farci smettere sanno bene come fare. Credo che ci stiano incoraggiando” ha detto un manifestante. La stampa cinese parla di reazione armata: “La Cina non può fare marcia indietro e le forze cinesi dovrebbero aumentare le strategie di difesa e intensificarle contro il Giappone. La Cina non può fuggire se il Giappone decide di ricorrere alle armi”.
Gli Stati uniti hanno affermato in una nota di non voler prendere parte nella disputa e hanno fatto appello a entrambe le parti perché mantengano "la testa fredda"; il segretario alla Difesa Leon Panetta effettuerà una missione-lampo a Tokyo e Pechino nei prossimi giorni.
Come nel Medio Oriente, consolati, ambasciate e semplici cittadini residenti all’estero sono diventati bersaglio di minacce e violenze. Il consolato nipponico a Shanghai ha notizie di almeno sette episodi di violenza contro i connazionali. Nel distretto urbano di Baoshan, un cinese ha innalzato due cartelli con le scritte «Sconfiggiamo i diavoli giapponesi» e «Diavoli giapponesi ritornate a casa», ha incendiato la sua Honda Civic dinanzi ad una concessionaria della casa giapponese, provocando il blocco della circolazione. Per evitare di essere aggrediti, ristoranti, negozi e persino automobili private dei cittadini nipponici in Cina, stanno iniziando ad esporre bandiere cinesi e a coprire ogni segno di riconoscimento del proprio Paese.