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Hugo Chavez è morto.
Il presidente del Venezuela Hugo Chávez, operato nei mesi scorsi per un cancro a Cuba, è morto a Caracas alle 16.25 ora locale, le 22.55 in Italia. Aveva 58 anni. Lo ha annunciato in tv il vice presidente e suo delfino designato, Nicolás Maduro: «È un momento di profondo dolore», ha detto interrompendosi fra i singhiozzi. Maduro ha poi invitato il popolo a radunarsi in Plaza Bolívar e in Avenida Loyola, davanti all'ospedale militare dove il presidente è morto. Le forze armate «bolivariane» del Venezuela sono state dispiegate in tutto il Paese per far rispettare la Costituzione. Lo ha annunciato il ministro della Difesa, Diego Molero.Il vice Maduro: "C'è un piano per destabilizzare lo Stato" e accusa "attaccato come Arafat". In giornata erano stati espulsi due addetti militari dell'ambasciata Usa. Washington: "Accuse assurde"Una convinzione così profonda che sarebbe già pronta “una commissione speciale di scienziati” che potrà confermare questa tesi. Il governo è accanto ai familiari del presidente “in questa battaglia piena d’amore e spiritualità”, aveva aggiunto Villegas, il quale ha lanciato un appello al popolo venezuelano “per rimanere in lotta, incolume davanti alla guerra psicologica dispiegata dai laboratori stranieri ed amplificati dalla destra corrotta venezuelana”. Tali ambienti puntano a “favorire scenari di violenza quale pretesto per un intervento straniero nel paese”, aveva aggiunto il portavoce, denunciando “i nemici storici di Hugo Chavez. L’unità e la disciplina sono ora le basi per garantire la stabilità politica della patria”.
“Non abbiamo dubbi sul fatto che il comandante sia stato attaccato con questa malattia”, ha aggiunto Maduro. “Si tratta di un tema molto serio”, ha proseguito il vicepresidente, aggiungendo che “gli storici nemici della nostra patria hanno cercato il modo per danneggiare Chavez”. “La destra corrotta” del Venezuela – ha proseguito Maduro riferendosi all’opposizione – vuole “distruggere il comandante e il suo lavoro” ed “ha sempre odiato il presidente: non c’è in loro nemmeno un minimo di compassione umana. Vogliono inoculare odio affinché la rabbia del nostro popolo si trasformi in violenza”. Ciò dovrebbe a sua volta “portare ad un intervento estero”.
Bolivarismo a 360 gradi, basato sul concetto di integrazione e costruzione della Grande Colombia: Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia. Diede vita nel 1983 al Movimiento Bolivariano MBR-200, gruppo formato perlopiù dagli uscenti della “Promozione Simón Bolívar”. Colonnello nel 1991, l’anno dopo (col Movimento Quinta Repubblica) partecipò al colpo di stato contro l’allora presidente Carlos Andrés Pérez. Tentativo fallito, con 14 morti e 53 feriti sulla coscienza, e per cui Chávez finì in manette. Ma ci rimase poco. Nel 1994 uscì con amnistia, con la sola condizione però di abbandonare per sempre le Forze Armate. Il resto è storia, con una militanza politica che lo portò ad essere eletto alla Presidenza del Venezuela nel 1998. E lì ci rimase fino ad oggi. Dentro la lotta alle malattie, l’analfabetismo, la malnutrizione, la povertà. Fuori la politica contro l’egemonia stelle e strisce. E una luce non proprio limpida, portata avanti a causa delle sue amicizie con altre dittature come quella cubana, la Libia di Gheddafi e l’Iran. Con l’appoggio alla Palestina contro Israele, e gli screzi con Obama, che lo ridimensiona ad “agnellino” in confronto a quello che potrebbe fare l’Iran. Una figura la sua riscattata solo in questi ultimi anni, con continue aperture al “nemico Occidente”.
L’Economist parla di un tasso di omicidi quasi triplicato, mentre la capitale del paese, Caracas, è il terzo posto più pericoloso del Sudamerica. Diverse associazioni tra cui Amnesty International hanno denunciato costantemente le vessazioni e la vita infernale delle carceri nazionali. Propose la durata del suo mandato fino al 2031, fu monitorato dagli osservatori europei e dei diritti umani, per le sue elezioni misteriosamente “vincenti”. Il leader è conosciuto anche per la sua particola re attenzione contro l’opposizione. Espelle puntualmente dal paese chi parla male di lui, come fece con José Miguel Vivanco, l’avvocato cileno direttore della sezione America latina di Human Rights Watch. Ritardi processuali, sovraffollamento, controllo della malavita nei centri penitenziari, ingresso di armi e droga con la complicità della Guardia Naciònal sono solo alcuni dei tratti somatici delle piaghe del paese. Piaghe che in oltre dieci anni di governo Chávez non ha potuto (e forse voluto) cancellare.
Sotto di lui fu promulgata nel 2001 la cosiddetta, “Legge sulla Terra”, che permette allo Stato pieni poteri di confisca e ridistribuzione dei terreni privati coltivati. Ma solo in certi casi, ovvero in quelli “che eccedano una certa dimensione e che siano giudicati improduttivi”. In base alla norma “gli agricoltori sono tenuti a mostrare i titoli di proprietà delle terre che utilizzano a partire dal 18 dicembre (8 giorni dopo l’entrata in vigore del provvedimento) onde evitare l’espropriazione”. Qualcuno direbbe dittatura agraria. Altri la chiamano soluzione, dato che almeno il 90 per cento delle terre venezuelane sono da sempre occupate senza il benché minimo di carta straccia. Una guerra contro i latifondisti. Anche loro scesero in piazza nel 2002, asserragliandolo a Miraflores. Padroni terrieri a fianco alla confindustria venezuelana stavano per imporre una nuova linea (ovviamente filo-statunitense) cacciandolo per sempre dal potere decennale avuto. E non ci riuscirono, nonostante il suggerimento a firmare le dimissioni del vescovo di Caracas. Un tentativo che costò la vita a duecento persone, in 48 ore di saccheggi e paure.