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"La serata è bellissima, Lobsang!", disse una voce ben amata. "Veramente molto bella", risposi, alzandomi rapidamente per potermi inchinare davanti al Lama Mingyar Dondup. Il Lama si sedette accanto al muro e mi fece segno di fare altrettanto. Puntando il dito verso l'alto, mi disse: "Ti rendi conto che delle persone come te o come me possano assomigliare a questo?". Lo guardai, stupito. Come potevo assomigliare alle stelle nel cielo notturno? Il Lama era alto, un bell'uomo, di nobile aspetto. Ma non assomigliava certo a un gruppo di stelle! Rise della mia espressione stupefatta. "Prendi sempre tutto alla lettera, Lobsang, sempre alla lettera", sorrise. "Volevo dire che le cose non sono sempre come sembrano. Se tu scrivessi 'Om! ma-ni pad-me Hum' tanto in grande da riempire l'intera Vallata di Lhasa, la gente non lo potrebbe leggere; sarebbe troppo grande perché lo potessero afferrare". Si fermò e mi guardò per assicurarsi che seguissi la spiegazione e poi continuò: "E nello stesso modo, le stelle sono 'così grandi' che non possiamo determinare ciò che formano in realtà".
Lo guardai come se avesse perso i sensi. Le stelle formano qualcosa? Le stelle erano — sì — semplicemente stelle! Poi pensai a una scrittura così grande da riempire la Vallata e, di conseguenza, illeggibile a causa della sua grandezza. La dolce voce continuò: "Pensa se tu dovessi rimpicciolire, rimpicciolire, diventare piccolo come un granellino di sabbia. Come ti sembrerei allora? Supponiamo che tu diventassi ancora più piccolo, così piccolo che il granellino di sabbia assumesse le dimensioni di un mondo, per te. Allora cosa vedresti di me?". Si fermò e mi fissò con uno sguardo penetrante. "Ebbene?", chiese, "cosa vedresti?". Stavo lì seduto, a bocca aperta, come un pesce appena pescato, con la mente paralizzata al solo pensiero.
"Vedresti, caro Lobsang", disse il Lama, "un gruppo di mondi largamente dispersi, galleggianti nell'oscurità. A causa della tua piccolezza vedresti le molecole del mio corpo come mondi divisi da uno spazio enorme. Vedresti mondi rotare attorno a mondi, vedresti 'soli' che sarebbero le molecole di alcuni centri fisici, vedresti un universo!". Il mio cervello scricchiolava, avrei quasi giurato che il 'meccanismo' che ho sopra le sopracciglia avesse tremato convulsamente nello sforzo che facevo per seguire quell'insegnamento così strano, così eccitante.
La mia Guida, il Lama Mingyar Dondup, si chinò in avanti e mi alzò il mento. "Lobsang", ridacchiò, "hai gli occhi storti nello sforzo che fai per seguirmi". Allontanò il viso dal mio e rise, lasciandomi alcuni minuti perché mi riprendessi. Poi disse: "Guarda la stoffa della tua veste. Toccala!". Feci come diceva, sentendomi uno sciocco mentre guardavo la veste logora che indossavo. Il Lama osservò: "È stoffa, abbastanza soffice al tatto. Non è trasparente. Ma immagina di vederla attraverso una lente che la ingrandisca dieci volte. Pensa ai fili spessi di lana di yak, ogni filo dieci volte più grosso di quanto tu lo veda qui. Potresti vedere la luce attraverso i fili. Ma ingrandiscilo un milione di volte e potresti passare attraverso la stoffa su di un cavallo, soltanto che ogni filo sarebbe troppo grande per poterlo scavalcare!".
Ora che mi veniva spiegato, era chiaro. Seduto al mio posto, pensavo, facendo cenno di sì con la testa "come una povera vecchietta", osservò il Lama. "Signore", replicai finalmente, "allora tutto ciò che vive è costituito da tanto spazio cosparso di mondi". "Non è proprio così semplice", rispose, "ma mettiti comodo e ti parlerò un po' del Sapere che scoprimmo nella Caverna degli Antichi". "Caverna degli Antichi!", esclamai, pieno di un'avida curiosità, "Volevate parlarmi di questo e raccontarmi della Spedizione!". "Sì, sì", mi calmò, "e lo farò, ma prima di tutto parliamo dell'Uomo e della Vita come venivano concepiti dagli Antichi ai tempi dell'Atlantide".
Nel mio intimo ero molto più interessato alla Caverna degli Antichi che una spedizione di alti Lama aveva scoperto e che conteneva riserve favolose di sapere e di manufatti di un'età in cui la Terra era molto giovane. Conoscendo bene la mia Guida, sapevo che era inutile aspettarsi il racconto fino a quando non fosse pronta, e non era ancora giunto il momento. Sopra le nostre teste le stelle brillavano con tutta la loro gloria che non veniva offuscata dall'aria rarefatta e pura del Tibet. Nei Templi e nei Monasteri buddhisti le luci si spegnevano a una a una. Da lontano, attraverso l'aria notturna, giungeva il guaito lamentoso di un cane cui rispondevano, abbaiando, i cani del Villaggio di Sho, sotto di noi. La notte era calma, perfino placida, e nessuna nuvola copriva la faccia della luna appena sorta. Le bandiere delle Preghiere pendevano, fiacche e senza vita, dai pali. Il suono debole di una Ruota delle Preghiere giungeva da qualche angolo remoto mentre un monaco devoto, imbevuto di superstizione e inconsapevole della Realtà, faceva girare la Ruota nella vana speranza di guadagnarsi il favore degli Dei.
Il Lama, la mia Guida, sorrise sentendo quel suono, e disse: "A ognuno secondo la sua fede, a ognuno secondo il suo bisogno. Gli orpelli del cerimoniale religioso sono un sollievo per molti, non dovremmo condannare coloro che non hanno ancora percorso abbastanza la Via e che non sono ancora capaci di reggersi senza grucce. Ti parlerò, Lobsang, della natura dell'Uomo". Mi sentivo molto vicino a quell'Uomo, l'unico che mi avesse mai dimostrato considerazione e amore. Ascoltai attentamente per giustificare la sua fiducia in me. Almeno, è così che iniziai, ma presto trovai l'argomento affascinante e allora ascoltai con un'impazienza malcelata.
"Il mondo intero è fatto di vibrazioni. Perfino i poderosi monti dell'Himalaya", disse il Lama, "non sono che una massa di particelle sospese in cui nessuna particella può toccare l'altra. Il mondo, l'Universo, consiste di piccolissime particelle di materia attorno alle quali vorticano altre particelle di materia. Come il nostro Sole con i suoi mondi che gli rotano intorno sempre alla stessa distanza l'uno dall'altro, senza mai toccarsi, così tutto ciò che esiste è composto di mondi vorticanti". Si fermò e mi osservò, chiedendosi forse se tutto questo fosse troppo difficile per me, ma lo capivo benissimo.
Continuò: "Gli spiriti che noi chiaroveggenti vediamo nel Tempio sono persone, persone vive, che hanno lasciato questo mondo e sono entrate in uno stato per cui le loro molecole sono tanto distanziate le une dalle altre che possono passare attraverso il muro più spesso senza toccarne una singola molecola".
"Onorevole Maestro", dissi, "perché avvertiamo un formicolio quando uno 'spirito' ci sfiora?". "Ogni molecola, ogni piccolo sistema di 'sole e pianeta' è circondato da una carica elettrica, non il tipo di elettricità generata dall'Uomo per mezzo di macchine, ma un tipo più raffinato. L'elettricità che vediamo scintillare nel cielo in certe notti. Come la Terra ha l'Aurora Boreale che risplende ai Poli, così la più piccola particella di materia ha la sua 'Aurora Boreale'". Uno 'spettro' che si avvicina troppo a noi trasmette una lieve scossa alla nostra aura, ed è per questo che avvertiamo il formicolio".
Attorno a noi la notte era tranquilla, neanche un soffio d'aria turbava la quiete; regnava un silenzio che si può conoscere solo in paesi come il Tibet. "L'aura, allora, che vediamo, è una carica elettrica?", chiesi. "Sì!", rispose la mia Guida, il Lama Mingyar Dondup. "Fuori dal Tibet, in paesi dove fili che trasportano la corrente elettrica ad alto voltaggio attraversano la terra, gli ingegneri elettrotecnici osservano e riconoscono un effetto 'corona'. Questo 'effetto corona' consiste in una corona o aura di luce azzurrina che sembra circondare i fili. Si vede soprattutto nelle notti buie e con la foschia, ma naturalmente esiste sempre per coloro che possono vedere". Mi guardò pensoso: "Quando andrai a Chungking a studiare medicina, userai uno strumento che segna le onde elettriche del cervello. Tutta la Vita, tutto ciò che esiste, è elettricità e vibrazione".
"Ora sì che sono perplesso!", risposi, "come può la Vita essere vibrazione ed elettricità? Posso capire una cosa, ma entrambe, no". "Ma mio caro Lobsang!", rise il Lama, "non vi può essere elettricità senza vibrazione, senza movimento! È il movimento che genera l'elettricità, perciò le due cose sono intimamente collegate". Notò la mia espressione perplessa e con il suo potere telepatico lesse nel mio pensiero. "No!", disse, "non una vibrazione qualsiasi! Lascia che te lo spieghi in questo modo; immagina un'enorme tastiera di musica che si estenda da qui all'infinito. La vibrazione che noi consideriamo solida sarà rappresentata da una nota su quella tastiera. La nota seguente potrebbe rappresentare il suono e l'altra rappresenterà la vista. I sentimenti, le sensazioni, gli scopi che non riusciamo a capire durante la permanenza su questa Terra saranno rappresentati da altre note. Un cane può udire delle note alte che un essere umano non può udire, e un essere umano può udire delle note basse che un cane non può udire. Si potrebbero dire delle parole in tonalità alte che un cane riuscirebbe a captare senza che un essere umano ne sia a conoscenza. Nello stesso modo, delle personalità del cosiddetto mondo dello Spirito possono comunicare con persone ancora su questa Terra quando possiedono il dono speciale della chiaraudienza".
Il Lama si fermò e rise leggermente: "Ti sto facendo tardare, e tu vuoi andare a letto, Lobsang, ma sarai libero domani mattina per ricuperare". Fece un cenno verso l'alto, verso le stelle che luccicavano con tale splendore nell'aria limpidissima. "Da quando ho visitato la Caverna degli Antichi e ho avuto modo di provare gli strumenti meravigliosi che vi si trovano, strumenti conservati intatti dai tempi dell'Atlantide, mi sono spesso divertito con un capriccio della fantasia. Mi piace immaginare due creature senzienti, più piccole perfino del virus più piccolo. La loro forma non ha importanza, bisogna concedere loro solo l'intelligenza e il possesso di ottimi strumenti. Immaginale in uno spazio aperto nel loro mondo infinitesimale (come noi adesso!). 'Che notte bellissima!', esclamò Ay, fissando intensamente il cielo. 'Sì', rispose Beh, 'fa pensare al senso della Vita, a cosa siamo, a dove stiamo andando?'. Ay meditò, guardando le stelle infinitamente sparse nei cieli. 'Mondi senza limiti, milioni, miliardi di mondi. Mi chiedo quanti di essi siano abitati?'. 'Sciocchezze! Sacrilegio! Ridicolo!', balbettò Beh, 'tu sai che non c'è vita tranne che su questo nostro mondo. Non ci dicono i Preti che siamo fatti a immagine di Dio? E come può esserci altra vita che non sia esattamente uguale alla nostra — no, è impossibile, stai perdendo i sensi!' — Ay borbottò, di cattivo umore, allontanandosi, 'Potrebbero sbagliarsi, sai, potrebbero sbagliarsi!'". Il Lama Mingyar Dondup mi sorrise e disse, "Ho perfino un seguito per questa storia! Eccolo:
"In un lontano laboratorio, due scienziati stavano lavorando a una scienza che noi non riusciamo neanche a concepire, con dei microscopi fantasticamente potenti. Uno di essi era rannicchiato su uno sgabello con gli occhi incollati al meraviglioso microscopio. Improvvisamente sussultò, spinse indietro la sedia, grattando rumorosamente il pavimento.
'Guarda, Chan!', gridò al suo Assistente, 'Vieni a vedere questo!'. Chan si alzò, andò verso il suo Superiore, tanto eccitato, e si sedette davanti al microscopio. 'Ho un milionesimo di grano di solfuro di piombo su questo vetrino', disse il Superiore, 'dai uno sguardo!'. Chan regolò il microscopio e fischiò per la sorpresa improvvisa. 'Santo Cielo!' esclamò, 'è proprio come se si osservasse l'Universo con un telescopio. Sole ardente, pianeti orbitanti...!'. Il Superiore parlò meditabondo: 'Mi chiedo se riusciremo a ottenere un ingrandimento tale da poter arrivare a vedere un mondo singolo — mi chiedo se c'è vita laggiù!'. 'Sciocchezze!', disse Chan bruscamente, 'certamente non c'è vita senziente. Non può esserci; non ci dicono i Preti che siamo fatti a Immagine di Dio, come può esserci Vita intelligente laggiù?'".
Sopra le nostre teste, le stelle rotavano nel loro corso, infinito, eterno. Sorridendo, il Lama Mingyar Dondup cercò nella sua veste e ne estrasse una scatola di fiammiferi, un tesoro che veniva fin dalla lontana India. Lentamente ne tirò fuori un fiammifero e lo tenne davanti a sé. "Ti farò vedere la Creazione, Lobsang!", disse allegramente. Con mossa calcolata ne strofinò la testa sulla superficie ruvida della scatola, e avendola accesa, tenne in alto la scheggia ardente. Poi la spense! "Creazione e dissoluzione", disse. "La testa fiammeggiante del fiammifero ha emesso migliaia di particelle ognuna delle quali, esplodendo, si è allontanata dalle compagne. Ognuna costituiva un mondo a sé, il tutto, un Universo. E l'Universo è morto quando la fiamma è stata spenta. Puoi dire che non vi fosse vita su quei mondi?". Lo guardai dubbiosamente, senza sapere cosa dire. "Se si trattasse di mondi, Lobsang, e ci fosse vita su di essi, per quella Vita, i mondi sono durati milioni di anni. E noi, siamo solo un fiammifero acceso? Noi viviamo qui, con le nostre gioie e i dolori — soprattutto dolori! — pensando che questo mondo non abbia fine? Pensaci, e continueremo a parlarne domani". Si alzò e sparì dalla mia vista.
Da: "La caverna degli antichi" di Lobsang Rampa