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Paranormale, ufologia, notizie incredibili e segrete. Anche notizie semplici ed importanti.

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La città “perduta” di Zerzura

Un’altra ricerca che appassionò viaggiatori ed esploratori tra la fine dell’800 e gli inzi del ‘900, fu la “città perduta” di Zerzura. In questo caso lo stimolo che scatenò una sfrenata esplorazione del deserto occidentale egiziano (il cosidetto deserto libico) alla ricerca di questa città, non si basò su dati storici ma semplicemente su un racconto arabo.
Nel “Libro delle perle sepolte” (novelle di origine persiana), un padre narra al figlio come trovare gli immensi tesori custoditi in una città del deserto libico.
Il racconto inizia con una decrizione dell’itinerario da percorrere per arrivare a Zerzura: poche righe ma sufficienti a scatenare la fantasia dei viaggiatori dell’epoca.

“ La città è situata ad ovest della cittadella di Es Suri. Lungo il cammino troverai delle palme da dattero, delle vigne e delle sorgenti. Segui lo ’”wadi” (alveo asciutto di un fiume ormai scomparso) e risalilo fino alla confluenza di un altro “wadi” che si dirige verso ovest, tra due colline. Troverai una piccola strada, percorrila e arriverai alla città di Zerzura. E’ una città bianca come una colomba, ma troverai le sue porte sbarrate. Sopra la porta c’è la scultura in pietra di un uccello; introduci la mano nel suo becco aperto e prendi la chiave che vi è custodita. Apri le porte ed entra nella città: vi troverai dei tesori immensi e il re e la regina che dormono nel loro castello. Ricordati: non avvicinarti a loro per nessun motivo, ma prendi tutto l’oro che troverai.
La pace e la fortuna siano con te, figlio mio”.

Il “Club di Zerzura”.
Il racconto, poco più di una bella fiaba, fu sufficiente per stimolare una vera e propria caccia al tesoro che Zerzura custodiva.
Basti pensare che a Londra, presso la prestigiosa Royal Geographic Society, fu costituito addirittura il “Club di Zerzura”.
Qui si tennero accantiti dibattiti tra i gli esploratori del deserto libico: Rohlf, Kemal el Din, Wilkinson, Clayton, Leo Frobenius, solo per citarne alcuni.
Anche il conte ungherese Laszlo von Almasy (la cui storia romanzata, è narrata in un film,”Il paziente inglese”, uscito qualche anno fa nelle sale cinematografiche) si cimentò in questa impresa.

Scriveva Almasy nel 1939: “Ho preso la decisione di avviare le ricerche dell’oasi scomparsa di Zerzura, con l’impiego di automezzi e di un aereo, nonostante gli unici indizi di cui io dispongo si basino sulle leggende tramandate oralmente dai nomadi del deserto. La scoperta delle oasi dimenticate di Arkenu e di Uwenat, riuscita pochi anni orsono al ricercatore egiziano Ahmed Hassanein Bey sulla base di fonti del tutto simili, confermano come le notizie fornite dagli stessi nomadi su Zarzura non siano soltanto illazioni.”

Le ricerche di Almasy portarono alla scoperta di sconosciute vallate ricche di pascoli ma non al ritrovamento di una città “bianca come una colomba”.

 

La follia di un cacciatore inglese

Tra le tante follie escogitate per raggiungere lo scopo, merita di essere citata quella di un inglese residente a Dakhla in Egitto, una piccola oasi al confine orientale del “Gran Mare di Sabbia”, una vasta regione di dune che dall’oasi di Siwa (Egitto), arriva fino all’altopiano di Gilf el Kébir e al Sudan: circa 500 chilometri di sabbia che avrebbero dovuto custodire la mitica Zerzura.
Questo fantasioso inglese osservò che i piccioni selvatici, durante le loro migrazioni verso il Nilo,
provenivano da sud-ovest , quindi da dove, secondo le teorie discusse nel “Club Zerzura”, doveva trovarsi l’oasi “perduta”.
Da buon cacciatore, come erano tutti gli inglesi all’epoca, uccise alcuni di questi volatili e, osservando i resti del cibo parzialmente digeriti nel loro stomaco, si accorse che vi erano frammenti di olive; quindi questi uccelli dovevano provenire da una oasi verso occidente.
Mise quindi a punto un macabro esperimento: catturò, con delle reti, alcuni di questi uccelli e li alimentò con olive. Poi ad intervalli di tempo che segnava accuratamente su un taccuino, li uccise uno dopo l’altro, osservando con attenzione i resti di cibo semi digeriti contenuti nel loro stomaco.
Alla fine riuscì a trovare alcuni piccioni il cui stato digestivo era simile a quello dei piccioni abbattuti durante la migrazione: ora sapeva il tempo impiegato dai volatili per attraversare il deserto, ne conosceva la direzione e, basandosi sulla loro velocità in volo, tracciò un ipotetico itinerario da Dakhla, fino al luogo dove avrebbe dovuto trovarsi Zerzura.
Partì alla ricerca della città e….non fece più ritorno.

La fine di un sogno

La città non fu mai trovata. A porre termine a questa frenetica ricerca fu R.A.Bagnold, uno dei grandi esploratori del deserto occidentale. Così infatti scriveva nel suo libro “Libyan Sands”:
“…Mi piace pensare a Zerzura come a un sogno che rappresenti qualcosa ancora da scoprire in qualche parte del mondo. Zerzura esiste in molti posti inesplorati, nel deserto, ai poli, nelle regioni montuose…e sarà sempre lì da trovare... Quando alla fine verrà il tempo in cui gli esploratori chiuderanno i loro taccuini di appunti perché non ci sarà più nulla da esplorare, allora Zerzura crollerà rapidamente trasformandosi in polvere nella polvere del deserto”.

Un’altra leggenda araba
“Le carovane che attraversano il deserto da Abu Minqar (Egitto) a Cufra (Libia) devono fare molta attenzione. C’è una vasta regione dove il terreno è cosparso di ” pietre verdi” bellissime ma taglienti che possono ferire le zampe dei dromedari”

Un manoscritto medievale arabo che indicava le piste del deserto libico, riportava queste curiose righe: un avvertimento per i carovanieri che affrontavano una regione poco conosciuta.

E’ questa la prima notizia dell’esistenza di un minerale misterioso nel deserto.

Molti viaggiatori lo cercarono nel corso dei secoli senza risultato. Ci riuscì nel 1932 un esploratore inglese, Patrick A. Clayton, che ne portò a Londra pochi frammenti.
Clayton apparteneva a quella categoria di viaggiatori che univano caparbietà e tenacia nel voler raggiungere l’obiettivo ad un coraggio senza limiti.
Da buon inglese, aveva uno stile perfetto nel vestirsi e nel comportarsi, tanto che un giornalista scrisse di lui: “parte per un viaggio di centinaia di chilometri in territori sconosciuti come se uscisse al mattino per andare in ufficio”.
Aveva anche una sua precisa idea sul cibo : era convinto che nessuna spedizione poteva aver successo se non equipaggiata con abbondanti e ottime provviste. Affermava: “non posso fare a meno delle uova fresche per la mia colazione del mattino” e pertanto portava nelle sue esplorazioni una gabbia con alcune galline vive.
Un uomo particolare, forse lontano dall’idea che ognuno si fa dell’esploratore: barba incolta, sahariana stropicciata e macchiata di sudore. Tutti aspetti esteriori che non facevano parte del suo modo di viaggiare.
Durante le sue esplorazioni disegnò settantaquattro mappe, e aprì regioni fino allora sconosciute. Scoprì anche le misteriose “pietre verdi” dimostrando che il racconto arabo non era frutto di fantasia. L’anno successivo al ritrovamento, fu accompagnato in una nuova spedizione dal Dott. Spencer del British Museum che diede a questo minerale il nome di “Silica Glass”; lo giudicò talmente bello e prezioso da esporlo al British Museum, tagliato a forma di gemma.

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