Paranormale, ufologia, notizie incredibili e segrete. Anche notizie semplici ed importanti.
Un viaggio alla scoperta di un segno divino, tra storia, devozione e spiritualità. Lo definisce così un dossier, intitolato «Un mistero lungo 750 anni», che il «Messaggero di sant’Antonio» di febbraio (rivista diffusa nei cinque continenti con nove edizioni in sette lingue per un totale di circa un milione di copie) dedica alla solenne ricorrenza dei 750 anni del ritrovamento della lingua incorrotta di sant’Antonio. l’8 aprile 1263 quando san Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro Generale dell’Ordine francescano, aprì la cassa contenente le spoglie di Sant’Antonio di Padova, morto 32 anni prima ed acclamato santo ad un anno appena dalla morte. L’intenzione era quella di spostare i sacri resti dalla chiesetta di santa Maria Mater Domini, in cui era stato seppellito quattro giorni dopo la morte, avvenuta il 13 giugno 1231, alla maestosa Basilica sorta intanto in suo onore. La scena che si presentò agli occhi dei presenti, al momento della riesumazione, fu sbalorditiva: mentre di tutto il corpo del Santo non restava che un cumulo di cenere ed ossa, la lingua invece – nonostante, per la sua fragilità, sia una delle prime parti del corpo a decomporsi – era rimasta intatta, “rubiconda et pulchra”, vermiglia e bella, come la descrisse san Bonaventura. Incontenibile lo stupore e la commozione di tutti: la Chronica XXIV Generalium riporta che, di fronte alla portentosa scoperta, san Bonaventura abbia esclamato: “O Lingua benedetta, che sempre hai lodato il Signore e lo hai fatto lodare dagli altri, ora appare manifesto a tutti quanti meriti hai acquistato presso Dio”. Per custodire un tesoro così inestimabile furono realizzati, nel corso dei secoli, preziosi reliquiari, fino all’ultimo, eseguito fra il 1434 e il 1436, opera pregevolissima in argento dorato, che ancora oggi è possibile ammirare presso la Cappella del Tesoro, nella Basilica del Santo a Padova. Nel corso della seconda guerra mondiale, per timore dei bombardamenti, la Lingua e il Mento del Santo furono estratti dai reliquiari e nascosti in una cassa di ferro per circa due anni. Fu dopo questo occultamento, secondo la testimonianza dei frati del tempo, che la lingua non si presentò più carnosa ed eretta come era prima, ma, ciò nonostante, mai è venuta meno la fervida devozione dei fedeli verso questa insigne reliquia. Nel 1981, quando si effettuò dopo secoli, un’altra ricognizione delle sacre spoglie, gli scienziati individuarono, tra i resti mortali del Santo, il suo apparato vocale pressoché intatto: anche l’osso ioide e due frammenti delle cartilagini aritenoidee, come la Lingua, si erano conservati incorrotti, mentre tutte le altre cartilagini erano sfaldate.
Così, ancora integra, quasi appartenesse a un uomo ancora vivo, apparve la lingua del Santo a Bonaventura da Bagnoregio – allora Ministro generale dell’Ordine francescano – e alla numerosa folla di fedeli che l’8 aprile 1263, a 32 anni dalla morte di sant’Antonio, assistettero all’apertura della cassa che ne conservava i resti mortali. Lo stupore nel trovare incorrotta una parte del corpo tanto delicata fu inevitabile.Dei quattro milioni di persone che ogni anno affollano la Basilica del Santo, pellegrini e turisti da tutti i continenti, ben 798 mila – ne è stato fatto un conteggio preciso dal luglio 2011 al luglio 2012 – hanno visitato la cosiddetta Cappella del Tesoro, dove tra le rinomate reliquie spicca quella della lingua del Santo. Collocata all’interno di un’edicola ricca soprattutto di doni di valore offerti da famosi personaggi, essa viene guardata e scrutata da tutti con grande interesse e non senza laconici commenti. C’è da dire, inoltre, che l’accesso alle reliquie del Santo (mento, lingua, dito, resti dell’apparato vocale) è regolato da un passaggio piuttosto stretto che mette tutti in fila indiana e concede così – viste le lunghe code che si creano – un faccia a faccia di pochi istanti. Certamente questo non scoraggia l’assieparsi di anziani come anche di famiglie con bambini, questi ultimi elettrizzati dalla grande novità che è stata loro comunicata dai genitori: la lingua di un certo sant’Antonio, morto ottocento anni fa, in bellavista. E non mancano le raffiche di flash, quando turisti giapponesi o coreani bypassano le indicazioni No take pictures, niente foto. Non si tratta di paparazzi di cadaveri, ma probabilmente di gente che si trova davanti a uno spettacolo che non sa giudicare e che intanto mette al sicuro con uno scatto.
Oggi, a distanza di 750 anni da quell’episodio, la reliquia della lingua custodita nella Basilica del Santo continua ad attirare migliaia di pellegrini da tutto il mondo.
Un dato: dei quattro milioni di persone che ogni anno affollano la Basilica del Santo, pellegrini e turisti da tutti i continenti, ben 798 mila hanno visitato, nell’ultimo anno, la cosiddetta cappella del tesoro, dove tra le reliquie più preziose figura proprio quella della lingua del Santo.
Il dossier, a cura di Alberto Friso e Giulia Cananzi, offre così un itinerario che porta il lettore a conoscere più da vicino questa reliquia tanto cara ai devoti, con una serie di servizi firmati dai giornalisti Nicoletta Masetto, Luisa Santinello e Laura Pisanello. Il dossier ospita anche i contributi di Aldo Maria Valli, giornalista vaticanista del Tg1 Rai, e di Francesco Jori, editorialista dei quotidiani locali del gruppo Espresso.
Anche il direttore del «Messaggero di sant’Antonio», padre Ugo Sartorio, interviene nel dossier declinando la parola «Evangelizzare», così legata alla realtà della lingua incorrotta.
Per Antonio essa «significa annunciare il Vangelo con la sua passione e competenza. La passione viene dall’amore verso Cristo, dalla preghiera costante, l’attenzione ai bisogni dei fratelli, in particolare dei più poveri. La competenza viene dallo studio amoroso e instancabile della parola di Dio. Ricordiamo che i 77 Sermoni che il Santo scrisse negli ultimi anni di vita contengono circa 6 mila citazioni scritturistiche. “Chi non conosce la Scrittura è un analfabeta” sentenzia Antonio di Padova, poiché solo guardando a noi stessi nello specchio della Parola possiamo capire chi siamo realmente: “Lo specchio – continua – significa la Sacra Scrittura, nel cui splendore appaiono le nostre fattezze: donde siamo nati, quali siamo nati, a che fine siano nati”. Come sant’Antonio – aggiunge padre Sartorio – dobbiamo evangelizzare restando all’altezza del nostro tempo e, insieme, all’altezza del Vangelo».