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La parola Mamuthones è stata anche ricondotta al greco "Maimon" che significa "colui che smania, che vuole essere posseduto dal dio" (nella lingua sarda odierna il termine significa pazzo o "buono a nulla"). Gli Issohadores derivano invece il nome da "soha", "lunga fune" (originariamente fatta di cuoio, oggi è un laccio in vimini), sono i guardiani dei Mamuthones. Secondo alcuni il rito risalirebbe all'età nuragica, nato come gesto di venerazione degli animali, per proteggersi dagli spiriti del male o per propiziare il raccolto.
Le maschere tradizionali del carnevale di Mamoiada sono i Mamuthones, vestiti di pelli ovine, con una maschera nera di legno sul viso e la schiena coperta da pesanti campanacci, e gli Issohadores, che portano giubbe rosse, pantaloni bianchi e campanelli di ottone e bronzo. Quest’anno dal 10 al 12 febbraio, a Mamoiada, vicino a Nuoro. E’ la festa danzante dei Mamuthone su uomini con bellissime maschere di legno scuro, assicurate al viso con cinghie in cuoio e un fazzoletto di foggia femminile legato sotto il mento, che sfilano lungo le strade di Mamoiada, nel cuore della Barbagia. La sfilata dei Mamuthones e degli Isshoadores è una vera e propria cerimonia solenne, ordinata come una processione. Un rito molto sentito del carnevale è la vestizione dei Mamuthones, compiuta da due persone. Dopo la vestizione i Mamuthones sfilano in gruppi di dodici, rappresentando i mesi dell'anno, guidati dagli Isshoadores che sfilano in gruppi di otto e danzano eseguendo passi di notevole difficoltà che devono essere imparati da bambini.
I Mamuthones, le cui maschere racchiudono tutti i misteri della civiltà agropastorale sarda d’età nuragica, sono coperti da pelli di pecora nera, indossate al contrario, e da 40 campanacci di varie dimensioni: i più piccoli – in bronzo - sono tenuti insieme come collane mentre i più grandi sono disposti in ordine decrescente dalle spalle alla schiena, legati tra loro da sottili strisce di cuoio. Le maschere carnevalesche camminano lentamente in fila indiana sotto il peso delle campane, che arrivano anche oltre i 30 chili e che strattonandole a ogni passo, simile a una danza saltellante, provocano un frastuono fastidioso e inquietante. Affaticati, in silenzio, simili a grossi animali in schiavitù o a persone catturate e rassegnate, queste figure rappresentano la sconfitta e la prigionia.
I Mamuthones, disposti in due file parallele, fiancheggiati dagli Issohadores, si muovono molto lentamente curvi sotto il peso dei campanacci e con un ritmo scandito dagli Issohadores, dando un colpo di spalla per scuotere e far suonare tutti i campanacci. Accanto a loro, agili, briosi e vittoriosi, sfilano gli Issohadores, vestiti con giubbe rosse di foggia femminile, pantaloni bianchi, bottoni in oro, berretto nero, campanelli e maschere bianche, che con una fune di giunco catturano le giovani donne in segno di buon auspicio per una buona salute e fertilità. Catturano anche gli spettatori che per liberarsi devono offrire loro un buon bicchiere di vino Cannonau, prodotto nei generosi vigneti della zona. La sfilata comincia la domenica pomeriggio nel cuore di Mamoiada e dura fino a sera con due file parallele di dodici Mamuthones (dodici come i mesi dell’anno), sei per fila, che danzano a passo lento e scuotono i campanacci mentre uno degli Issohadores – in totale sono 8 disposti intorno ai Mamuthones - impartisce ordini e dà il ritmo alla danza. A sera, quando finisce la processione, per le vie del borgo si fa festa fino a notte fonda, quasi come se ci si volesse liberare dalla paura e dalla tensione provate durante il giorno.
E’ un’antica tradizione, suggestiva e coinvolgente, un Carnevale davvero insolito, che più che un corteo festoso ricorda una processione religiosa o un drammatico rito pagano o un allegorico rapporto tra animali e uomini, tra sconfitti e vittoriosi. E’ un rito tragico e strano che si ripete da sempre con gli stessi interpreti, le stesse maschere e gli stessi gesti più volte l’anno: il 17 gennaio, la notte di Sant’Antonio, quando, secondo la leggenda, il dio del fuoco pretende che si danzi in suo onore davanti a falò accesi; l’ultima domenica di Carnevale fino al martedì grasso e il 27 settembre per la festa di San Cosma. E’ una tradizione che permette di conoscere meglio Mamoiada, a 18 chilometri da Nuoro, piccolo centro agricolo e pastorale, circondato da foreste di querce e castagni, e il magnifico territorio della Barbagia nuorese, ricco di menhir e resti d’interesse archeologico. Tra questi meritano una visita il menhir Sa Perda Pintà, situato in un cortile privato alla periferia del borgo, e le domus de janas con la necropoli più importante di Sa Conchedda Istevene.Mamuthones e Isshoadores, sia domenica 22 che Martedì grasso, ultimo giorno di carnevale,sfileranno con i loro abiti tradizionali per le vie del paese eseguendo la celebre “danza” scandita da campanacci e campanelli. Lunedì avrà luogo invece la sfilata dei "Mamuthones e Isshoadores piccoli", giovanissimi ma già molto bravi.
Secondo altre tradizioni, i Mamuthones sarebbero i prigionieri Mori catturati dai sardi Issohadores, ma non mancano i richiami al culto dionisiaco.
Da un punto di vista antropologico, il carnevale di Mamoiada, come in generale i carnevali barbaricini, viene legato ai cicli della morte e della rinascita della natura. Rituali arcaici di esorcizzazione e maschere orride ripropongono, in chiave grottesca, il rapporto uomo-animale, che sta alla base del sistema economico-sociale della Barbagia, essenzialmente fondato su pastorizia e allevamento.