Brasile, e ora ci addentriamo nella foresta pluviale più grande del mondo: l’Amazzonia. Arriviamo in una zona dove la vegetazione si dirada abbastanza da permetterci di osservare attentamente i dintorni, e davanti a noi vedo un ramo che fa proprio al caso nostro. Mi sono assicurato di portare un bel pezzo di carne fresca e sanguinolenta, e ora, amici, vi chiedo di aiutarmi a legarlo a quel ramo. Non sono sicuro che funzionerà come esca, ma la protagonista di questa puntata è sicuramente abituata a consumare pasti del genere. Presto, nascondiamoci tra la vegetazione! C’è qualcosa nel cielo e si sta avvicinando a grande velocità: è un uccello. Un gigantesco uccello.
In quei pochi secondi che gli servono per coprire la distanza che lo separa dalla carne, ci rendiamo davvero conto delle dimensioni di questo animale: le sue ali sono enormi, e una grande testa ricoperta di piume grigie termina in un becco acuminato pronto a lacerare e dilaniare. È quasi arrivato, ecco che sfodera i suoi artigli impressionanti e li affonda nell’esca, mangiando avidamente dopo aver ripiegato le ali. vi presento uno dei più grandi rapaci al mondo: l’aquila arpia.
Già, questo impressionante uccello prende il nome dai mostri della mitologia greco-romana che avevano teste di donna su un corpo d’aquila. Tuttavia, l’arpia che abbiamo davanti (Harpia harpyja) è senza dubbio un uccello da preda al 100%. Ora che possiamo osservarla in tranquillità mentre è concentrata sul suo pasto, notiamo che la sua colorazione è tra il nero e il marrone sul dorso, mentre le zampe, il ventre e la superficie inferiore delle ali sono prevalentemente bianchi. La testa, invece, è di un grigio tendente al metallizzato. Come abbiamo già potuto notare, le dimensioni di questo rapace lasciano ammutoliti: le femmine di aquila arpia possono raggiungere un peso di circa dieci chili (i maschi, invece, sono molto più piccoli, solitamente la metà rispetto alle partner), imponendosi così come credibili aspiranti al trono di “più grande tra le aquile”, che si contendono con l’aquila di Papua (Harpyospis novaeguineae) e l’aquila di mare di Steller (Haliaeetus pelagicus). Per quanto riguarda l’apertura alare, invece, l’arpia è sicuramente inferiore alle due rivali, ma non per caso: questo uccello vive in un ambiente costituito da fitte foreste tropicali, dove ali troppo lunghe sarebbero esposte al rischio di urti e fratture. Ciononostante, l’arpia vanta comunque un’apertura alare di tutto rispetto, che può tranquillamente superare i due metri.
Il suo becco è piuttosto corto rispetto a quello di altri suoi cugini rapaci, ma comunque in grado di strappare brandelli di carne dalle prede. In ogni caso, la vera arma letale dell’arpia sono i suoi artigli. Sono tre per zampa, lunghi fino a 15 cm, e ricordano molto quelli dei dromeosauridi che abbiamo incontrato molto tempo fa in Jurassic Week. L’aquila li usa per afferrare saldamente le sue prede, solitamente scimmie di vario tipo e bradipi, e sollevarle in aria grazie alla straordinaria forza delle sue zampe: se volesse, questo uccello potrebbe tranquillamente alzarsi in volo stringendo nella sua morsa un bambino di cinque anni.
L’aquila arpia è, almeno teoricamente, diffusa dal Messico al nord dell’Argentina, e regna nei cieli delle foreste pluviali. Dico teoricamente perché questo uccello è sempre più raro allo stato brado, per via della sistematica distruzione del suo habitat che viene trasformato in terreni agricoli o di pascolo: questo processo, che ha portato alla sua quasi completa estinzione in America centrale, minaccia l’arpia anche in Brasile, dove la popolazione di aquile si è drasticamente ridotta anche a causa della caccia indiscriminata; è perciò fondamentale supportare attivamente i progetti di conservazione in atto per impedire che questo straordinario animale scompaia dai cieli dell’America Latina.
Le Arpie: la storia
È in effetti questo il compito affidato da Zeus alle due arpie, Aella e Ocipete, quale parte della punizione da lui inflitta al re della Tracia Fineo, reo di svelare troppo di ciò che scopriva grazie al suo dono della profezia. Dopo averlo accecato, il padre degli dei lo confinò su un'isola fornendogli un ricco banchetto al quale, tuttavia, non poteva accedere. Ogni volta che vi si avvicinava, infatti, le arpie giungevano dal cielo a portargli via il cibo dalle mani e defecare su quanto si lasciavano dietro.
Al tormento posero fine gli Argonauti guidati da Giasone, più precisamente Zete e Calaide, figli di Boreo, il vento del nord, e come tali in grado di volare. Essi inseguirono le arpie e le misero in fuga senza però far loro del male, nel rispetto di una richiesta di Iris.
Come la dea aveva promesso, le arpie non tornarono più a infastidire il re indovino, che per riconoscenza rivelò a Giasone il sistema per attraversare le terribili rocce semoventi del Bosforo.
foto: alcune illustrazioni di una Arpia e un antico vaso decorato.
Fuggite nelle isole Strofadi, le arpie, a cui nel frattempo si era in qualche modo aggiunta una terza sorella, Celeno, ebbero poi modo di incontrare Enea, che aveva fatto tappa lì nel corso del suo viaggio verso l'Italia.
Privo di alleati volanti, l'eroe troiano non ebbe modo di difendersi dalle creature, che misero lui e i suoi in fuga, non prima di aver profetizzato che nel corso del loro viaggio avrebbero sofferto la fame al punto da dover mangiare le loro stesse mense (una minaccia non poi così terribile se si considera che le mense erano focacce di farro essiccate usate a mo' di piatto).
Delle arpie si trovano tracce anche in letteratura successiva.
Dante Alighieri le pone infatti all'Inferno, nel canto XIII, a infestare la foresta dei suicidi nel secondo girone, una situazione illustrata sia da Gustave Doré che da William Blake nel suo The Wood of the Self-Murderers: The Harpies and the Suicides.
foto: il dipinto di William Blake sul bosco dei suicidi con le Arpie dell'Inferno di Dante Alighieri.
Le Arpie: aspetto e caratteristiche
Come già accennato, le arpie sono state spesso confuse con le sirene, le tre donne alate che attiravano i naviganti contro gli scogli grazie alla loro incantevole voce, ma che per una serie di equivoci e confusioni linguistiche hanno poi acquisito caratteristiche ittiche nell'immaginario collettivo.
Questa confusione si accentua anche in ambiti quali il gioco di ruolo Dungeons&Dragons, nel quale le arpie dispongono di una voce che incanta gli avventurieri.
Questo le ha portate a un progressivo imbruttimento, culminato proprio nelle vicende degli Argonauti, per quanto già in precedenza fossero state rappresentate come donne in apparenza seducenti ma terrificanti a distanza ravvicinata, talvolta perfino dotate di serpi al posto dei capelli come le gorgoni.
A prescindere dal loro aspetto, comunque, le arpie sono sempre state creature essenzialmente maligne, impegnate soprattutto a privare i mortali del cibo, ma non di rado anche a divorarli, un compito che, per quanto affidato loro dagli dèi, sembravano svolgere con estremo piacere.
foto: l'incisione di Gustave Doré a illustrare l'Inferno dantesco con le Arpie.
Tra i loro doveri vi era quello di tormentare chiunque attraversasse le Strofadi diretto verso il Tartaro, tanto per rendergli più piacevole il viaggio come se la destinazione di per sé non fosse stata sufficiente.
In alcuni ambiti, tuttavia, le arpie vengono anche considerate psicopompi, guide per le anime destinate all'aldilà, cosa che viene evidenziata dalla loro raffigurazione su alcune tombe.
In almeno un caso le arpie vengono viste però anche come portatrici di vita. Una di esse infatti, si presume Celeno, fecondata dal vento dell'ovest Zefiro, è la madre dei cavalli dell'eroe Achille.
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