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6 giugno 2014 5 06 /06 /giugno /2014 21:38

Una rinomata destinazione turistica mondiale è “La Isla de la Muñecas” – un nome spagnolo che possiamo tradurre letteralmente in “L’isola delle bambole”.

Questa località si trova in Messico e come suggerisce il nome, ci si aspetta di vedere un mondo meraviglioso che lascerà un’impronta eterna ove troveremo orsetti che vomitano coriandoli e flatulenzano cuoricini, ma la realtà è esattamente opposta e la visione che ci troveremo davanti sarà molto dura da digerire: migliaia di brutte bambole mutilate, appese ogni albero sull’isola, spadroneggiano nella scena.

Don Julian Santana, un eremita che rinuncia al mondo ed alla sua famiglia per abitare questa isola, ha dedicato i suoi ultimi cinquanta anni di vita per rendere la “La Isla de la Muñecas” ciò che è. Si crede che egli abbia fatto tutto ciò per compiacere lo spirito di una bambina che annegò nel canale. Qualunque sia la ragione, egli è riuscito a trasformare quest’isola in un bizzarro inquietante luogo ove un raccapricciante sguardo di bambole mutilate ossessiona ogni tuo movimento. Don Julian Santana Si dice che Don Julian abbia condotto una vita isolata (e vorrei vedere chi gli sta vicino), tranne quando si azzardò a raccogliere bambole antiche dalla discarica o acquistandole in cambio di frutta e verdura. Nel 2001, don Julian è stato trovato morto per annegamento nel canale che circonda la sua casa; pur essendo morto la sua visione inquietante rimane, nei volti di bambole senza vita appese nelle forme peggiori di tortura e delle pene umane.

Si tratta di uno spettacolo spettrale che funge da attrazione turistica soprattutto per le giovani generazioni e da chi è affascinato dal lato dark della vita e dalla morte. Pare che molti visitatori siano sopraffatti dalla sensazione della propria morte infantile, intesa come uscita, fine di quel periodo, causando stati di ansia o addirittura svenimenti alla visione di quella scenografia.

 

- See more at: http://www.mentedigitale.org/news/2010/11/lisola-delle-bambole/#sthash.lTW7sACX.dpuf

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7 gennaio 2014 2 07 /01 /gennaio /2014 22:50

Come poter passare indifferente dinanzi a tale notizie? Questa notizia , oltre che trovarla orrenda, la trovo molto curiosa, in quanto quello che vi preparate a leggere e a informarvi, diventa un lavoro.

pugnetta

 in Europa questo genere di lavoro, non è ancora molto conosciuto: forse perchè diventerebbe anche difficile spiegarlo a chi pronuncia la fatidica domanda... che lavoro fai?

La risposta sarebbe molto imbarazzante, anche se la rsiposta più semplice e diretta sarebbe: la donna addetta alla stimolazione maschile per le banche del seme.
 Il lavoro in questione a quanto pare non richiederebbe nessuna specializzazione...solo molta pratica e professionalità. Il tutto viene fatto in maniera molto igienica: le ragazze vengono dotate di guanti e di ampollina in cui raccogliere lo sperma del gaudente donatore.

Sembra semplice, ma è considerato un lavoro a rischio 4, per l’eccessiva sollecitazione dei tendini a causa della ripetitività dei movimenti.

Lo stipendio ammonta a circa 12 mila euro annuali. 

Esiste anche un altro genere di strumento che lascia senza parole:

 

Se l' occhio non inganna avete visto giusto; il suo nome è "Sperm Extractor", estrattore di sperma, tecnicamente una "hand free sperm donation machine", ossia una macchina per la donazione di sperma.si tratta di una colonnina tipo bilancia con al suo apice un video, con cuffie, che proietta filmetti porno. A un'altezza adattabile a quella del pene da manovrare v'è un foro ipertecnologico - mano, bocca o vulva robot - in cui il soggetto infila il membro bisognoso. A questo punto si regolano temperatura, ampiezza longitudinale del movimento , frequenza e velocitá dello stesso. Si conduce il soggetto fino a una meccanica venuta. Il tutto  senza dispersione del seme.

Sì, perché la ragione prima di questa invenzione è legata alla difficoltá che c'era, in moltissimi casi, a raccogliere il liquido seminale. Notizia che in questi casi senza indagare oltre, la reputo....orribile! 

 

 

 


 

 

 

 


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20 dicembre 2013 5 20 /12 /dicembre /2013 22:28

Fa realizzare un diamante dalle ceneri del figlio morto a 20 anni

 

Sembra quasi una barzelletta ed invece, non lo è. Un uomo 55enne di Conegliano, provincia di Treviso, ha fatto realizzare un diamante sintetico con le ceneri del proprio figlio, morto a 20 anni, qualche anno fa, in un incidente stradale. Ha fatto riesumare la salma del figlio e ha consegnato il corpo a una nota azienda svizzera che ha l’esclusiva mondiale della produzione dei diamanti dalle ceneri del caro estinto. Il resti del corpo dello sfortunato giovane sono stati trasformati in un diamante.

DALLA CREMAZIONE AL DIAMANTE
La società che si occupa di trasformare le salme in diamanti è operativa in Italia dal 2009, anche se è nata nel 2004. "Il corpo umano è formato in parte da carbonio, la stessa molecola che compone il diamante", dice Christina Sponza, responsabile del marketing aziendale. "Con la cremazione, che deve comunque avvenire, si ottiene della grafite di carbonio. In Svizzera la grafite viene pressata e tenuta a temperature altissime, che simulano la pressione che la terra ha generato sui diamanti, quelli minerali, che così si fondono, atomo su atomo. Infine, noi consegniamo ai parenti il diamante finito in una scatolina, sorta di eterna urna funebre".

NON E' IL PRIMO CASO IN ITALIA
È la prima volta che accade in Veneto, anche se sono circa una decina gli episodi che si registrano annualmente in Italia. Tutto passa attraverso una agenzia romana, la Algordanza, filiale della casa madre svizzera dove avviene la trasformazione, e dove vengono portate le salme col relativo passaporto mortuario. Il costo della trasformazione varia dai 3.500 euro ai 15.000, a seconda della grandezza del diamante sintetico. "L’uomo si era presentato da noi per il rito funebre della madre", spiega Silvia Zanardo. "Quando gli abbiamo spiegato l’opportunità, ci ha chiesto di aiutarlo. E noi lo abbiamo fatto. Ci sono voluti otto mesi, ma alla fine abbiamo consegnato il diamante pochi giorni fa al genitore". L'uomo non vuole parlare con i cronisti. "Non vuole essere riconoscibile, ma voleva che si sapesse dell’opportunità".

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8 dicembre 2013 7 08 /12 /dicembre /2013 22:03

La cittadine di Taji, in Giappone, sta progettando la realizzazione di un delfinario. Ma in questo parco a tema non si potrà solo ammirare i delfini e giocare con loro, ma anche mangiarli.

L’insolito abbinamento (che come si può immaginare ha attirato diverse critiche, e ha fatto rabbrividire molti amanti dei delfini) deriva dal fatto che Taji è uno dei principali centri di pesca ai delfini, se non “il” centro della pesca ai delfini. Per questo è nata l’idea di cercare di “capitalizzare” questa fama realizzando un parco a tema dove si possano vedere i delfini ma anche assaggiare prodotti a base di delfino.

addio e grazie di tutto il pesce

L’idea probabilmente nasce anche come tentativo di rilanciare il settore: la carne di delfino sarebbe sempre meno richiesta in Giappone, non solo per questioni etiche ma perché il suo gusto sarebbe sempre meno apprezzato, a cui si aggiungono preoccupazioni legate all’inquinamento dei mari dove vivono i delfini.

carne delfino iene

Anche l' Italia vanta quasi nascosta questa curiosità alla quale in pochi sapevano di carne di delfino in commercio abusivo.

Il settore agro-alimentare vanta in Italia le migliori leggi e i più severi controlli al mondo, per evitare adulterazioni e cibi avariati nei supermercati e nei ristoranti. Tuttavia qualcosa può sempre sfuggire, e per fortuna ci sono i media che consentono di accendere i riflettori su realtà che altrimenti resterebbero sommerse: merito quindi di Giulio Golia de Le Iene se è venuto alla luce un commercio di carne di delfino che avviene in alcuni ristoranti del Lazio. Inutile sottolineare che si tratta di qualcosa di assolutamente illegale, benché chi peschi questi mammiferi affermi che quanto accade è una pura casualità e non un’intenzione di frode.

delfino nei ristoranti

I pescatori infatti sostengono che i delfini restano impigliati nelle reti contro la loro volontà, tuttavia questo non è un buon motivo per servire le loro carni in tavola come se fosse una prelibatezza esotica. Infatti le leggi in materia prescrivono la denuncia obbligatoria della morte degli animali alla Capitaneria di Porto, e si tratta di una legislazione che ha valore internazionale. E poi c’è il passaggio successivo, quando dalle reti si finisce direttamente in tavola, e qui qualsiasi proposito di non intenzionalità va a farsi benedire, come ha dimostrato il servizio di Golia, realizzato con il consueto metodo della telecamera nascosta.

 

Infatti esiste una parola d’ordine per farsi servire la carne di delfino nei ristoranti del litorale laziale, ovvero black. Come si evince dalle immagini del video, il ristoratore non fa una piega quando viene pronunciata la parolina magica, servendo ai commensali mosciame di delfino. Addirittura i clienti ne chiedono di portane a casa una porzione, e il ristoratore vende loro circa mezzo chilo di carne di delfino, tenuta ben nascosta in casa. Inoltre l’uomo rivela che la qualità più pregiata di suddetta carne si trova in Liguria, precisamente a Camogli. Dopo aver mostrato l’orribile pasto, il giornalista de Le Iene torna a parlare con il pescatore e il ristoratore a volto scoperto, ma entrambi negano l’evidenza, sostenendo che non si tratta di delfino. Peccato per loro che le analisi confermino quanto mostrato nel servizio.

Se il delfino è un animale amorevole non lo è altrettanto la sua carne. Al contrario è tossica.
Il delfino, un animale di grosse dimensioni, occupa una posizione elevata nella catena alimentare. Si nutre di pesci che a loro volta hanno mangiato pesci più piccoli, fino al plancton, definito anche “filtro vivente”. Proprio per questo, a causa dell’inquinamento del mare e degli oceani, i delfini assumono nella loro dieta enormi quantità di sostanze inquinanti, già presenti nei pesci con cui si alimentano. La quantità di mercurio presente in un delfino è di gran lunga superiore a quella presente in una sardina o in un luccio. Pensare di mangiare un filetto di delfino significa avvelenarsi, in quanto il mercurio, purtroppo presente nell’acqua, provoca gravi e irreversibili danni neurologici. Nelle mense scolastiche di alcune località giapponesi il delfino è servito anche ai bambini, già educati per portare avanti questa malsana tradizione. Alcuni consiglieri comunali di Taiji però, in seguito ai rapporti di autorità mediche indipendenti e dopo aver parlato con lo stesso Richard O’Barry, sono insorti e l'hanno fatto abolire dai menù della scuola elementare. Ma il problema rimane poichè in tutto il Giappone il delfino è proposto nei supermercati con l’etichetta “Carne di balena”, ritenuta accettabile dalla cultura alimentare nipponica. C’è ancora molto da fare prima che questi grandi mammiferi vengano rispettati e compresi. I pescatori di Taiji, intervistati hanno risposto in modo scanzonato: “E voi occidentali non mangiate i maiali e le vacche?”. Ma che esempio è questo? Uccidere dei delfini non ha senso, la loro carne è inquinata e già questo basterebbe. Si dovrebbe invece, cercare di trovare delle cure all’avvelenamento da mercurio o quantomeno dei rimedi per porre fine all’inquinamento dei mari!


Il signor O’Barry, durante le sue indagini in questi ultimi anni, ha scoperto che il Giappone sta cercando di ribaltare importanti decisioni in tema di difesa ambientale cercando nuovi partner tra i piccoli paesi in difficoltà economica. Essendo membro dell’IWC (International Whaling Commission), recluta paesi in bancarotta proponendo aiuti finanziari in cambio di voti favorevoli alle sue assurde proposte, come quella in cui si giustificava la pesca delle balene in quanto  sarebbero responsabili dell’impoverimento dei banchi di pesci negli oceani. Peccato che le balene si nutrono esclusivamente di krill, piccoli crostacei e placton! Però è stata ugualmente votata a favore da Saint Kitts e Nevis, Dominica, Antigua e Barbadua, Saint Lucia e Grenada. Mentre, recentemente, sono stati “assoldati” anche altri altri paesi come: Camerun, Cambogia, Ecuador, Eritrea, Guinea-Bissau, Kiribati, Laos e Isole Marshall.
O’Barry è quindi andato a parlare con i delegati di questi piccoli paesi del terzo mondo e costoro non sapevano dare alcuna motivazione convincente alle loro scelte. Nessuno di loro era un esperto in cetacei.
In quel documentario ho visto centinaia di delfini essere trafitti dalle lance; ho visto piccoli di delfino scappare  terrorizzati per poi annegare e ho visto l’acqua dell’oceano intingersi di rosso, il rosso del sangue. E’ una scena straziante che si ripete ogni anno, da troppi anni e tutto ciò non può essere considerato l’applicazione del libero arbitrio: questo è un olocausto, lo sterminio sistematico dei delfini! Questa è la prova: non siamo degni di autodefinirci la “specie più intelligente” del  pianeta.

 

 



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4 dicembre 2013 3 04 /12 /dicembre /2013 22:58

Mangia sushi da una vita, gli trovano il cervello infestato di vermi...

Gli amanti del piatto tipico della cucina giapponese, il sushi, sono in serio pericolo. Un gruppo di chirurgi giapponesi e’ rimasto letteralmente scioccato nello scoprire un incredibile quantita’ di vermi all’interno del cervello di un impiegato giapponese amante del sushi. Gli innumerevoli bar-sushi nonche’ ristoranti giapponesi, hanno ben presto conquistato il palato degli innumerevoli amanti della cucina orientale in tutto il mondo, i quali erroneamente ritengono che il piatto tradizionale della cucina giapponese, il sushi, rappresenti un prodotto salutare, gustoso e a basso contenuto calorico. Infatti e’ proprio il pesce crudo ad essere formatore e portatore di diversi tipi di vermi, i quali possono essere annientati solo a condizione che il pesce crudo venga successivamente cotto o lesso, oppure tenuto in frigo ad una temperatura che varia dagli 0 ai -4 gradi.
E un impiegato giapponese, Sciota Fujiwara, proprio a causa della propria passione nei confronti del pesce crudo, ci ha rimesso la salute. All’interno del cervello dell’uomo infatti e’ stato scoperto un quantitativo impressionante di piccoli vermi l’esistenza dei quali al povero impiegato non sarebbe nemmeno passata per la mente. Va detto che il signor Fujiwara da tempo soffriva di una forte forma di emicrania che successivamente e’ andata a colpire sia gli arti superiori che quelli inferiori. Nemmeno i raggi e la scansione a computer del cervello si sono rivelati in grado di stilare una diagnosi precisa e solo l’apertura del cranio ha permesso ai chirurgi giapponesi di scoprire all’interno del cervello la presenza di un gigantesco quantitativo di piccoli vermi.
In qualsiasi tipo di pesce, compreso quello di mare, avviene la formazione di questi piccoli vermi ed il loro livello e’ assai superiore nel caso in cui il pesce venga consumato crudo. Da sempre nella cucina giapponese vengono utilizzati sia il riso che il pesce crudo, tra l’altro gli ingredienti principali del sushi, a proposito del quale i cuochi nipponici ne ritengono il mantenimento del gusto di origine nonche’ l’aspetto esteriore le due caratteristiche principali.
Va detto che il sushi tradizionale non viene sottoposto a nessun tipo di lavoratura, dal momento che nel paese del Sol Levante il pesce crudo e’ tradizionalmente simbolo di longevita’. Infatti i prodotti di mare sono estremamente ricchi di sostanze minerali e microelementi, mentre il riso contiene la cellulosa, sostanza di fondamentale importanza nel processo di digestione. Trattandosi infine di un piatto a basso contenuto calorico, il sushi e’ diventato molto popolare in qualita’ di piatto ideale per le tante persone alle prese col problema dei chili superflui. In ogni caso, il consiglio e’ quello di andarci cauti per non fare la fine del signor Fujiwara.

 

 

Va anche detto che tale articolo ha scosso molte critiche a riguardo sull' impossibilità della notizia.

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3 dicembre 2013 2 03 /12 /dicembre /2013 22:31

Una nuova sezione nasce in questo blog, dato che ho notato che spesso e volentieri, abbiamo a che fare con delle notizie che non solo ci lasciano impietriti, ma che lasciano un certo amaro in bocca, proprio perchè riteniamo dele notizie orrende, oppure orribili...dipende da come la si vuole vedere. Le notizie saranno di vario genere, quindi non solo in una direzione, ma su ogni tipologia,; oramai conoscete la varia natura delle notizie che condivido e che prediligo.

 

Ripeto...saranno di varia natura: continuo la mia passione, coltivo la vostra passione, rendo informazione e divulgazione. Per ogni domanda o curiosità, mi trovate su Facebook, ovviamente....come  conte rovescio !

 

Quindi inizio la notizie gossippare o serie, purchè...orrende...dipende dal giorno:

 

Lo scozzese David Shrigley ha realizzato un’opera d’arte che consiste in un manichino che urina in un secchio di metallo.

L’opera di Shrigley era data come favorita per il prestigioso premio del Turner Prize, la cui premiazione si è tenuta la sera di lunedì 2 dicembre a Londonderry in Irlanda del Nord. A vincere alla fine è stata però Laure Prouvost, artista francese che da tempo vive e lavora in Gran Bretagna.

I lavori degli artisti sono stati esposti in una vecchia caserma a Ebrington. La città di Londonderry è stata scelta in quanto capitale della cultura britannica per l’anno 2013. Per la prima volta nella storia, il premio riservato agli artisti under 50 che sono nati o lavorano in Gran Bretagna, è stato ospitato al di fuori dell’Inghilterra.

Manichino che orina nel secchio l'opera di David Shrigley esposta al Turner Prize

Manichino che orina nel secchio l’opera di David Shrigley esposta al Turner Prize

 

 

 

 

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